Marco Zanni: la formalizzazione della Troika.

Marco Zanni è un europarlamentare ex 5 Stelle, passato come indipendente al gruppo anti-europeista ENL di Marine Le Pen,  dopo l’abortito e ambiguo tentativo del suo partito di entrare nell’ALDE di Guy Verhofstadt.

In questo articolo ci racconta cosa bolle nella pentola dei nostri decisori europei, spiegando il contenuto di una relazione d’iniziativa del Parlamento europeo che dovrebbero indirizzare le proposte future della Commissione Europea: la “Proposta di risoluzione sulla capacità di bilancio della zona euro“.

La relazione, con il bel pretesto di conferire all’eurozona strumenti che la rendano meno instabile agli shock asimmetrici, indica le linee guida su cui basare la strategia di rafforzamento delle istituzioni europee a ulteriore scapito delle sovranità nazionali e della democrazia.
Prevede che ingenti quantità di denaro siano trasferite dagli stati membri a Bruxelles affinché gli eurocrati di laggiù ne possa disporre per erogarle ai paesi in difficoltà, ovviamente previa accettazione da parte di questi ultimi delle famigerate condizionalità (un termine che non per caso ricorre ed è particolarmente enfatizzato nel testo): riforme strutturali e aggiustamenti macroeconomici secondo la ricetta che ha già così brillantemente funzionato in Grecia: distruzione del welfare, taglio dei salari, privatizzazioni e altre amenità del genere.

In pratica, la formalizzazione della Troika come politica di coercizione nei confronti dei paesi membri che non vogliono o non possono allinearsi ai deliri austeritari dell’euroTeismo a trazione ordoliberista e tedesca.

Riassumo per chi va di fretta le raccomandazioni della relazione, quale viene spiegata da Zanni nel suo articolo:

1) Istituzione di un bilancio per l’Eurozona, finanziato attraverso i contributi degli Stati Membri. Non si specificano cifre precise, ma discussioni interne fanno pensare a una cifra intorno ai 500 miliardi di euro.
Significa che l’Italia, terza economia dell’eurozona, sarebbe chiamata a contribuire ogni anno con una cifra di circa 70-80 miliardi, a cui il dovrebbe far fronte o con maggiori entrate tributarie, aumentando il prelievo ai cittadini, o con minori spese di bilancio, riducendo ulteriormente la qualità dei servizi. In entrambi i casi, è facile capire chi ne pagherebbe il conto.
Per avere un ordine di grandezza: l’attuale bilancio dell’Unione Europea ammonta a circa €155 miliardi annui, e il contributo lordo dell’Italia è di circa €17 miliardi annui).

2) Trasformazione del MES, il fondo salva-stati o Meccanismo Europeo di Stabilità, in un Fondo Monetario Europeo, che avrà l’obbligo di erogare aiuti condizionati e “suggerire” al Paese beneficiario le riforme strutturali da approvare. Un’istituzione che sul modello del FMI, erogherà aiuti in cambio dell’imposizione di politiche e riforme neoliberiste, per sancire l’assoggettamento dello Stato che si trovasse a dover chiedere aiuto.

Quello greco rimane il laboratorio sociale di riferimento.

3) Creazione di un super-ministro delle finanze e del tesoro dell’eurozona, fondendo le figure del presidente dell’eurogruppo e del commissario europeo agli affari economici e sociali (uno dei nomi più gettonati è quello dell’ahimè ben da noi conosciuto Mario Monti).
Questa nuova figura avrebbe enormi poteri sugli Stati membri senza peraltro essere soggetta a nessun controllo democratico, come già accade ai fuzionari della BCE e ai membri della Commissione. (Il sogno di Monti, appunto: una funzione squisitamente politica che, una volta messa al riparo dal processo elettorale, può agire secondo linee guida decise al di fuori del contesto democratico e spacciate come inevitabili soluzioni tecniche: There Is No Alternative).
Una figura che, testualmente, “dovrebbe essere equipaggiata con i mezzi necessari per far rispettare le attuali regole della governance economica dell’eurozona”, cioè il patto di stabilità e crescita, il fiscal compact e la svalutazione interna a carico dei salari.

4) Formalizzazione di un Unione Europea a due velocità.
Ci saranno da una parte i (fortunati) Paesi UE che non adottano l’euro, sempre più lontani, distaccati e autonomi perché non ricattibili; dall’altra i Paesi euro, ricattabili e quindi sempre più sottomessi alle politiche socioeconomiche espresse dall’ottuso azionista di maggioranza di questo sistema ormai distopico, la Germania.

Auguri.

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L’Onorevole Boccia e l’uovo di Colombo

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È noto che l’idea di Colombo di raggiungere il Cipango navigando verso occidente fu accolta con molto scetticismo.

C’è un aneddoto famoso, variamente declinato, che racconta di queste difficoltà. Una delle versioni narra che Colombo, durante l’ennesima udienza alla corte di Isabella, si sentì obiettare da un cortigiano che l’idea non poteva essere giusta, perché se lo fosse stata davvero allora qualcuno l’avrebbe pensata prima.
Si sa come andò: Colombo chiese che gli venisse portato un uovo e sfidò i presenti a farlo stare dritto in equilibrio. Quando tutti si arresero, con un leggero colpetto sul tavolo egli ne incrinò la base, appiattendola quanto basta perché l’uovo restasse in piedi, e alle proteste stizzite dei presenti che in quel modo erano capaci tutti, lui replicò: “Sì, ma il solo ad averci pensato sono io”.

Si noti che secondo la periodizzazione storica in quel momento il mondo occidentale convenzionalmente non era ancora uscito dal medioevo, dal momento che l’epoca moderna inizia nel 1492 con la scoperta dell’America.

Ebbene, nonostante i cinque secoli trascorsi, guardando in TV il dibattito a Omnibus, su La7, stamattina ho scoperto che per molti quella soglia non è ancora stata superata.
Il giornalista Armando Siri, area Lega, a proposito della necessità di far ripartire la domanda afferma che i modi sono due: o stampare soldi con i quali rilanciare l’economia attraverso opere pubbliche, o ridurre le tasse in modo che i contribuente abbiano maggiori disponibilità e le aziende ritrovino la convenienza di investire in Italia.
Ora, è possibile criticare queste ricette in tanti modi più o meno pertinenti, ma ecco che la locuzione “stampare soldi” fa scattare un inesorabile riflesso condizionato nell’interlocutore, l’onorevole piddino Francesco Boccia, che allarga le braccia in un gesto desolato e fra le tante obiezioni possibili sceglie di scegliere quella più pre-moderna: “Se fosse così semplice, qualcuno ci avrebbe già pensato!”.

Con tanti saluti alla logica, al post-modernismo, al pensiero complesso.

Volendo, si potrebbe rispondere all’onorevole Boccia che sì, qualcuno in effetti ci ha già pensato e sta stampando soldi ormai da alcuni anni: solo che l’operazione non è definita stampare soldi ma quantitative easing, un’espressione che essendo inglese fa più professionale, non è così rozza e soprattutto è meno immediatamente comprensibile (per maggiori informazioni chiedere a Fed, BoE, BoJ e pure a BCE).

Difficile però che una risposta del genere potrebbe sortire alcun effetto. Quarant’anni di pervasiva e puntigliosa campagna ideologica hanno zavorrato l’intelligenza collettiva di certezze mistificanti, con l’effetto di proiettare i più in una specie di medioevo post-moderno dove il pensiero alternativo non è previsto semplicemente perché “non ci sono alternative“.

Sfortunatamente non esistono più continenti sconosciuti dalla cui scoperta aspettarci il salutare cambio di paradigma che ci (re)introduca nella modernità. Il trauma, purtroppo, dovrà arrivare in qualche altro modo, e non promette di essere divertente.

 

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Patriottiche manipolazioni

Europa a due velocità.
Dopo Letta e Prodi, ora Calenda. Si moltiplicano gli appelli per prepararci a restare nel gruppo di testa, dove i vincoli saranno ancora più cogenti.
L’Italia, si afferma, deve aspirare al ruolo di primo piano che le spetta.
In pratica vogliono indurci ad accettare  ulteriori e probabilmente definitive cessioni di sovranità nazionale facendo leva sull’orgoglio di patria. Una contraddizione in termini, ma tant’è a questo siamo…
Ad averne ancora voglia ci sarebbe perfino da ridere.
Con l’ottimismo della volontà, confido che stavolta non ci manipoleranno: dopotutto lo scorso 4 dicembre non ci sono riusciti.
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Neo-vergini

Ho finito di ascoltare per intero l’intervento di D’Alema al convegno per il suo nuovo movimento, ConSenso, e devo dire che è ancor peggio di quanto mi aspettassi rispetto all’impressione avuta leggendone alcuni brani sulla stampa.

Pietosa in particolare tutta l’analisi Globalizzazione/Unione Europea/Nazionalismo e desolanti le ricette contro il “populismo” nazionalista.
Davanti alla sciagura neoliberista dell’Unione europea e della globalizzazione propone al solito più Europa e più globalizzazione,  bien sûr riformate e governate in modo che siano meglio socialmente tollerabili.

D’Alema è uomo di sistema, e la  sua proposta di riforma e governance in senso progressista, di cui lui per primo conosce l’oggettiva inconsistenza, è unicamente finalizzata al mero deponteziamento della montante marea euroscettica e no-global,  che quelli come lui vorrebbero distratta verso strade tanto più consolatorie quanto meno praticabili.

Sul fronte italiano, ovviamente, non ci sono tracce di autocritica per le enormi responsabilità che la vecchia classe dirigente a cui appartiene condivide con la nuova (a meno di non considerare autocritica l’unico fuggevole accenno: “Abbiamo rotto con quello che fu il nostro popolo. Un processo che non è iniziato ora ma che la politica del governo di questi ultimi due anni ha fortemente accelerato“. Bontà sua).

Tanta, tanta minestra riscaldata.

Quella che è in corso all’interno del PD non è una nobile battaglia di principi ma una squallida lotta di potere, e D’Alema è solo uno dei tanti duellanti, anche se probabilmente fra i meglio equipaggiati per questo tipo di tenzoni.

Prepariamoci ad assistere nelle prossime settimane a  innumerevoli tentativi, più o meno patetici, di imenoplastica.

E ricordiamoci che questa schiera di aspiranti neo-vergini da almeno venticinque anni si assoggetta con entusiasmo a ripetute deflorazioni.

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Sanità ammalata

All’ospedale di Nola tre dirigenti sono stati sospesi in via cautelativa ed è in corso un’indagine interna per accertare le eventuali responsabilità della situazione che ha portato a sistemare due malati sul pavimento per i primi soccorsi.

Il Ministro della salute Lorenzin ha inviato i NAS, mentre Vincenzo De Luca, Governatore della Campania e di passo Commissario per la sanità,  ha fermamente auspicato licenziamenti come se piovesse.

È possibile che dalle indagini emerga che al pronto soccorso i posti letto disponibili fossero in quel momento ottimi e abbondanti, e che il trattamento riservato ai due pazienti sia dovuto in realtà al sadismo degli operatori sanitari.

È possibile; ma di primo acchito la riflessione è un’altra.

Buffo il paese dove lo Stato prima sottrae risorse ai servizi sociali, tanto da impedire che siano adeguatamente operativi, e poi vuole licenziare il personale perché non è in grado di operare adeguatamente.
In un mondo dove premiasse il buon senso, mi aspetterei che a finire sotto inchiesta e a essere dimissionati fossero i due solerti e scandalizzati Ministro e Commissario anzidetti, non chi si sbatte per fare andare avanti le cose a dispetto di tutto.

Ma già, questa sarà l’ennesima dimostrazione che l’unico modo per dare efficienza a un servizio pubblico è privatizzarlo.

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Utili idioti?

big-brother

La provocazione di Grillo è servita a focalizzare l’attenzione sulle sue sparate, a proposito delle quali c’è tutto un clamore di evocazioni a pronta presa emotiva: fascismo, libertà di stampa, tribunali del popolo, querele.

Nel frattempo i messaggi degli Orlando, dei Petruzzelli o delle Boldrini, -quelli sì davvero preoccupanti perché prefigurano l’intenzione di irregimentare la rete secondo una logica orwelliana da Ministero della Verità – nella coscienza dell’opinione pubblica scivolano a un livello di dormienza, dove  messaggi del genere attecchiscono più facilmente.

Utile idiotismo o collaborazione?

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Aleppo, la persistenza della bugia.

Qualcuno, mi sembra Eschilo, ha detto che in ogni guerra la prima vittima è la verità.

Se era vero ai suoi tempi, figuriamoci ai giorni nostri. La propaganda  di guerra non ha bisogno di essere particolarmente verosimile o sofisticata, le basta disporre della compiacente cassa di risonanza dei grandi media di sistema: per quanto lo si possa confutare ogni volta, il messaggio viene inevitabilmente prima della confutazione, e una volta trasmesso, si deposita nella coscienza delle persone  come un sedimento emozionale che ottunde il pensiero critico.

L’assedio di Aleppo ne è l’ultimo, plastico esempio.

Il materiale propagandistico sulle atrocità della battaglia, inesistente nei primi anni – quando l’iniziativa militare era dei “ribelli”, è diventato sempre più martellante a mano a mano che le parti si invertivano. Si sono moltiplicati i video che raccontano l’ennesimo “ultimo” ospedale distrutto dai bombardamenti (qui un gustoso riassunto, segnalato da Il Simplicissimus); le gesta eroiche dei Caschi Bianchi (qui due di loro in procinto di soccorrere un “ferito”, tutti e tre immobili fino a che non arriva il “ciack si gira”; qui invece un servizio di RT a commento); i vari bambini salvati, alcuni più volte (cfr articolo The Duran); gli ultimi drammatici messaggi dei cittadini di Aleppo orientale (a proposito dei quali la giornalista Anissa Naouai, della piattaforma web InTheNowsi chiede, retoricamente, se non si tratti piuttosto di un’orchestrata campagna propagandistica).

La canadese Eva Bratlett è una giornalista indipendente che dal 2014 ha maturato in Siria diverse esperienze sul campo, quali pochi inviati possono vantare.
Nel video che segue, parte di una conferenza stampa del 9 dicembre presso le Nazioni Unite, risponde a un giornalista che non condivide la sua opinione secondo cui quelle propalate dalla stampa occidentale su Aleppo sono non informazioni ma bugie.

Trascrivo per comodità la traduzione del brano.

§

Giornalista:
Quando lei parla del popolo siriano, e di ciò che vuole, su che cosa si basa? Dispone di fonti indipendenti? In secondo luogo, lei parla dei grandi media, delle loro menzogne eccetera: potrebbe spiegare quale sarebbero secondo lei gli scopi dell’informazione occidentale, perché dovremmo mentire, perché le organizzazioni internazionali sul territorio dovrebbero mentire? Perché non dovremmo credere a tutti questi fatti assolutamente documentabili che riceviamo da lì: gli ospedali bombardati, i civili di cui lei parla, le atrocità che stanno subendo… come può definirci bugiardi?

Eva Bratlett:
[…]
Vorrei partire dalla seconda domanda, le organizzazioni internazionali sul territorio. Mi dica, sa quante sono quelle che operano nella zona orientale di Aleppo? […scena muta] Bene, glielo dico io: nessuna.

Queste organizzazioni si affidano all’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, [SOHR] che ha base a Coventry, in Inghilterra, ed è gestito da una sola persona; oppure a gruppi schierati, come i Caschi Bianchi. […] I Caschi Bianchi sono stati fondati nel 2013 da un ufficiale inglese e finanziati per  una somma pari 100 milioni di dollari da Stati Uniti, Regno Unito, Europa e altri stati. Pretendono di occuparsi del salvataggio dei civili a Idlib e ad Aleppo Orientale, eppure nessuno in quella zona ha sentito parlare di loro; e posso dire “nessuno”  dal momento che ora il 95% di Aleppo orientale è stato liberato.

I Caschi Bianchi si dichiarano neutrali, eppure li abbiamo visti, armati, in posa davanti a cadaveri di soldati siriani.

Nei loro video si vedono bambini “riciclati” in situazioni diverse. Potete trovare una bambina chiamata Aya che appare nei resoconti di salvataggio di un certo mese e poi riappare salvata nel mese successivo in un altro contesto. Perciò non sono credibili. SOHR non è credibile. Non sono credibili gli “attivisti anonimi”. Una o due volte, forse; ma ogni volta? Quindi, quali sono le vostre “fonti sul territorio”? Non ne avete.

Per quanto riguarda i vostri scopi, non il suo in particolare ma l’agenda di alcuni grandi media: il cambio di regime. Come può il New York Time, che stavo leggendo stamattina,  o come può Democracy Now, che leggevo l’altro giorno, asserire ancora oggi che quella siriana è una guerra civile? Come possono affermare ancora oggi che le proteste erano disarmate e pacifiche fino al 2012? Non è assolutamente vero. Come possono affermare che il governo siriano sta attaccando civili ad Aleppo orientale, quando ogni persona uscita da quell’area occupata dai terroristi afferma il contrario?

Per quanto riguarda l’appoggio [al regime] da parte del popolo siriano: lo valuto sulla base delle elezioni. Nel 2014 i siriani hanno votato [elezioni che gli osservatori internazionali hanno dichiarato “libere, eque,  trasparenti”]. E la stragrande maggioranza si è espressa in favore del presidente Assad.

Ci sono persone che vogliono cambi nel governo, non sto dicendo il contrario. Tutti vogliono cambiamenti. Tuttavia il punto è che per loro il problema non è Assad, che appoggiano in grande maggioranza, ma il terrorismo. […]

§

A seguire, il link dell’intera conferenza stampa e alcuni indirizzi utili  a chi volesse approfondire.

https://www.youtube.com/watch?v=ebE3GJfGhfA

http://sakeritalia.it/medio-oriente/siria/dopo-il-fiasco-della-bufala-delle-foto-caesar-amnesty-ci-prova-di-nuovo/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-al_mayadeen_i_punti_dellaccordo_sulla_partenza_dei_ribelli_da_aleppo_est/82_18262/

http://www.wired.it/attualita/media/2016/08/22/omran-lato-oscuro-foto-aleppo/

http://www.tpi.it/mondo/siria/guerra-aleppo-non-solo-come-ve-la-raccontano

http://theduran.com/crosstalk-white-helmets-really-just-because-they-wear-white-does-not-make-them-good-guys/

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Grazie

Grazie a tutti coloro che hanno spiegato a Renzi e a chi per lui (Napolitano, JP Morgan, madonnine, eurocrati e compagnia bella) che la nostra Costituzione è un bene comune indisponibile, e che non può essere modificata – né tantomeno stravolta  – a colpi di maggioranza.

Poiché è molto improbabile che abbiano fatto tesoro della lezione, ricordiamoci di non abbassare la guardia: continueranno a provarci.

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Referendum: cinque ragioni, fra le altre, per dire NO

Da Centro Ricerche Paolo Sylos Labini propongo questo succinto pentalogo del costituzionalista Massimo Villone:

§

Nel referendum del 4 dicembre voterò No, e ne riassumo le ragioni in cinque punti.

1) Il metodo.
La riforma, mai sottoposta al vaglio popolare come programma di partito o di governo, è stata imposta a colpi di maggioranza, con forzature di regolamento parlamentare e di prassi. È nata in un parlamento colpito dalla incostituzionalità della legge elettorale per il premio di maggioranza e le liste bloccate. È stata approvata da una maggioranza risicata e raccogliticcia, con l’apporto decisivo di cambiacasacca e voltagabbana, e solo grazie ai numeri determinati proprio dal premio di maggioranza dichiarato illegittimo.

2) Il merito.
Il Senato sopravvive e il bicameralismo è ancora parzialmente paritario, ma si toglie agli italiani il diritto di votare ed eleggere i senatori. Questi sono consiglieri regionali e sindaci eletti dai consigli regionali, e svolgono un doppio lavoro. Una camera non elettiva è geneticamente debole, e rimessa alla bassa cucina di ceto politico, come la recente elezione del consiglio metropolitano ampiamente dimostra. Ne risulta rafforzato il governo, cui viene anche dato il controllo dei lavori parlamentari con il potere di chiedere il voto finale entro settanta giorni sui disegni di legge. Uno strumento utile a normalizzare il dissenso, anche interno alla maggioranza. Il rafforzamento degli istituti di democrazia diretta – legge di iniziativa popolare, referendum – è puramente di facciata. Si opera un riaccentramento delle potestà legislative verso lo Stato, e soprattutto si introduce una clausola di supremazia che abilita il legislatore statale a entrare in qualsiasi materia di competenza regionale. Per tale via si può imbrigliare la protesta delle comunità locali, ad esempio verso cd grandi opere, normalizzando il dissenso sociale.

3) Le motivazioni.
Sono debolissime, alcune risibili, altre contrarie ai fatti. Il risparmio dal Senato non elettivo è certificato dalla Ragioneria dello Stato in meno di 49 milioni di € all’anno – meno di un caffè a testa per i 50 milioni di elettori ed elettrici che perdono il diritto di voto – e sono comunque spiccioli per un paese che brucia in spese militari oltre 60 milioni di € al giorno. L’esigenza di maggiore velocità nell’approvazione delle leggi è smentita da quelle, anche duramente contestate (ad esempio, legge Fornero, Lodo Alfano), approvate in pochi giorni. Ritardi e navette nascono in genere da contrasti politici interni alla maggioranza: ad esempio, testamento biologico, fine vita, intercettazioni, prescrizione, riforma della giustizia, unioni civili. La semplificazione è smentita da un procedimento di formazione delle leggi che diventa estremamente più complesso, e possibile fonte di conflitti e ritardi.

4) La pubblicità ingannevole e il ricatto della paura.
Comincia dal titolo del quesito, che in parte mente sui contenuti (ad esempio il superamento del bicameralismo paritario è solo parziale) e in parte non dice (ad esempio che si perde il diritto di votare i senatori). Continua poi con gli argomenti di campagna referendaria per cui dal Sì deriva ogni possibile bene, anche se non vi è alcun nesso con la riforma o questa nulla reca di nuovo rispetto alla Costituzione vigente (volete strade sicure, una sanità uguale per tutti, via le liste di attesa negli ospedali? Votate Sì). Mentre disastri e devastazioni vengono annunciati nel caso di vittoria del No, motivati dalla instabilità che ne verrebbe. Ma va notato che lo stesso Renzi ha determinato lo scenario della instabilità, puntando sul plebiscito a proprio favore per una cinica scommessa di potere personale.

5) Le vere ragioni della riforma.
Indebolisce il Parlamento e riduce gli spazi di partecipazione democratica, a favore dell’esecutivo e di chi comanda. Per questo piace molto ai poteri forti della finanza e della economia che sponsorizzano Renzi, dalle agenzie di rating alle multinazionali, da Confindustria a Marchionne, dall’Ocse ai grandi giornali economici come il Wall Street Journal o il Financial Times. Si può essere certi che dei bisogni e dei diritti del popolo italiano, della tutela dei più deboli, della solidarietà politica, economica e sociale non si curano affatto. Mentre proprio di questo hanno bisogno il paese, e il Mezzogiorno in particolare. Riforme sono possibili, ma di segno esattamente opposto. Più rappresentanza politica, più partecipazione, porte aperte a ogni voce, cittadini che contano ogni giorno e non solo quando si vota ogni cinque anni. Basta Jobs Act, buona scuola, trivelle, acqua privata.

Votiamo No

 

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Una riforma costituzionale illegittima

Un puntuale analisi di Aldo Giannulli, questa volta riferita non al contenuto ma al modo con cui la riforma è stata perpetrata. Un aspetto, questo, piuttosto trascurato nel dibattito di questi mesi, sebbene non dovrebbero esserci dubbi che forma e merito in democrazia hanno uguale sostanza, e che la riforma è illegittima per il modo di realizzazione, che – per dirla con Padre Dante – “ancor ci offende”.
È dunque evidente che anche a prescindere dal contenuto, su cui è lecito avere opinioni diverse, questa riforma dev’essere rifiutata perché nella forma costituirebbe un precedente pericoloso, inaccettabile per chiunque abbia un minimo sindacale di sensibilità democratica.

Aldo Giannulli: La riforma costituzionale, un atto di deliquenza politica.

Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sulla prevaricazione governativa rispetto al potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:
a) essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse;
b) essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013;
c) è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.
Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.
Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.
Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti”.

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