Democrazia e dintorni.

Dal libro di Jan-Werner Müller, L’enigma della Democrazia (Einaudi 2012), alcuni passaggi del capitolo 4 (Il Pensiero della Ricostruzione ).
Enfasi mie.

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“Dal momento in cui lo standard assiologico generale viene accettato dalla comunità, le funzioni dello Stato diventano così tecniche che la pratica politica sembra una sorta di statistica applicata“. (Herbert Tingsten, 1955).

[…] Il consenso era giustificato dall’assoluta importanza della stabilità e quest’ultima trovava a sua volta la propria giustificazione nella necessità di sicurezza.

Nel 1966 Karl Loewenstein asseriva in conclusione che il compito di controllare l’apparato burocratico , assegnato da Weber al Parlamento, era ora svolto efficacemente dalle Corti, mentre il “parlamentarismo, che nell’Ottocento era sembrato la summa di ogni saggezza politica, viene ora a subire […] una sostanziale svalutazione”.

Le Corti costituzionali […] dovevano essere indipendenti dai parlamenti e fondate sul giusnaturalismo e altri sistemi di valori assoluti (cosa che contraddiceva direttamente uno dei maggiori postulati filosofici di Hans Kelsen, cioè che la democrazia comporta una forma di relativismo assiologico).

L’integrazione europea era parte integrante del nuovo “ethos costituzionalista“, caratterizzato da un’innata sfiducia nella sovranità popolare […].
I paesi membri della Comunità europea affidavano consapevolmente il potere a istituzioni che non erano nate da elezioni interne e a organismi sovranazionali, al solo fine di mettere al sicuro l’assetto liberal-democratico e scongiurare ogni rigurgito di autoritarismo.

Due decisioni fondamentali della Corte di giustizia europea rafforzarono questo “senso” dell’Europa, assumendo il carattere di ulteriori limiti alla democrazia elettiva.
Queste due pietre miliari, poste nel 1963 e nel 1964, stabilivano che le leggi della Comunità europea godevano della supremazia su quelle nazionali e avevano un effetto diretto sugli Stati membri, intendendo con questo che i singoli cittadini potevano appellarsi nei tribunali nazionali alla legislazione della comunità europea, che veniva così applicata nei confronti degli Stati membri.

La Corte di giustizia europea, molto sicura di sé, annunciò che “aderendo a una comunità di durata illimitata […]  gli Stati membri hanno ristretto i loro diritti sovrani, seppure in ambiti ben definiti, creando così un corpo legislativo vincolante per i singoli paesi quanto per i loro cittadini”.

Nel 1969 i giudici aggiunsero inoltre che i diritti umani fondamentali erano di fatto “inclusi nei principi generali della legge comunitaria e protetti dalla corte europea di giustizia” benché i trattati originari neppure menzionassero tali diritti. La scoperta, o piuttosto l’invenzione dei diritti umani era stata alimentata dal timore che le Corti costituzionali della Germania dell’Italia potessero opporsi alla legislazione europea in nome dei diritti fondamentali espressi nelle rispettive costituzioni nazionali.

[…] La Corte di giustizia europea era riuscita a conquistarsi una posizione di straordinario potere giuridico (riconosciuto e accettato perlopiù sia dai tribunali sia dai governi nazionali).

[…] Fatta eccezione per la Gran Bretagna, l’idea di una supremazia parlamentare praticamente illimitata cessava di considerarsi legittima. L’indebolimento dei parlamenti ebbe come rovescio della medaglia il rafforzamento del potere esecutivo.
Le motivazioni della democrazia risiedevano non tanto nel fatto che le opinioni dei cittadini fossero efficacemente rappresentate in Parlamento quanto nella garanzia di un cambio regolare delle elite al governo attraverso le consultazioni elettorali.

Era praticamente il concetto di democrazia espressa da Joseph Schumpeter, il quale sosteneva che non esisteva nulla che potesse definirsi una volontà popolare coerente; egli negava inoltre che la partecipazione la vita politica rivestisse qualche importanza per la gente comune [.…]

La competizione tra i gruppi dirigenti per accaparrarsi i voti era una buona cosa, il resto dell’ideologia democratica era pura illusione, come pure la speranza di Weber di veder in una politica che costituisse una sfera indipendente dall’economia e fosse in grado di creare un senso collettivo. Secondo il laburista Tony Crosland: “l’esperienza dimostra che soltanto un’esigua minoranza della popolazione desidera partecipare alla politica… mentre la maggioranza… preferirà sempre condurre una quiete vita familiare e coltivare il proprio giardino”.

La politica pertanto non era considerata una particolare fonte di significato, anzi non lo era considerata affatto. […] “Mancava un senso della sfera pubblica come luogo di libertà collettiva” (Hannah Arendt).

I liberali europei ponevano l’accento sulla libertà negativa, ovvero l’assenza di interferenze nella vita del singolo. Era questo l’unico genere di libertà che presumibilmente non avrebbe generato l’incubo del totalitarismo […]. Questa apparente autolimitazione finiva per dare vita a una forma ridotta di democrazia. Agli occhi di osservatori come la Arendt un simile liberalismo restrittivo rafforzava in realtà l’isolamento “dell’uomo della massa”, rendendo più probabile il risultato perverso di un ritorno al totalitarismo.

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USA: il fascino discreto dei neocons

Robert Parry è un giornalista investigativo americano, fondatore del Consortium for Independent Journalism. In un lungo articolo dello scorso 30 gennaio analizza la costruzione del consenso nell’opinione pubblica americana su temi di politica estera.

Il meccanismo propagandistico che viene utilizzato ad ogni crisi, fin dai tempi delle ingerenze statunitensi in America Latina, è stato “scoperto”  – sostiene Parry –  dai conservatori, e consiste nello stabilire un’equivalenza fra personale e  politico. La demonizzazione del leader di turno ha il doppio vantaggio di evitare l’analisi di una situazione nella sua complessità, e stabilire da subito il preciso confine tra buoni e cattivi secondo lo schema vetero-hollywoodiano ancora vivo nell’immaginario del pubblico americano. Chi dissente viene accusato di essere  pro-Cattivo-di-turno, a cui viene assimilato: in pratica un banale argumentum ad hominem, grossolano ma sempre efficace.

Si crea così un gruppo di pensiero ufficiale che aggrega gli allineati ed emargina chiunque esprima dissenso, e si stabilisce un clima di maccartismo, dove lo spirito patriottico di ognuno è misurato dal grado di adesione, o sottomissione, al racconto ufficiale. In questo situazione succede che la maggior parte di coloro che hanno la possibilità di influenzare l’opinione pubblica preferisce o adeguarsi o tacere, per evitare di mettere a rischio  l’impiego o le possibilità di carriera.

L’invasione irachena fu perpetrata con un vasto consenso popolare grazie a questo meccanismo. Le panzane sulle armi di distruzione di massa, la dottrina della guerra preventiva che sovvertiva il diritto internazionale, le infondate accuse di connivenza del regime con i terroristi di al-Quaeda: tutto questo poté passare perché gli scettici evitarono di esprimersi. Saddam Hussein era il dittatore sanguinario del momento, il malvagio della rappresentazione, e questo era sufficiente a conferire agli USA – i buoni per antonomasia – il diritto di farlo fuori, quali che fossero i pretesti addotti.
Il conformismo intellettuale continuò ad avere il sopravvento anche quando l’avventura irachena si dimostrò essere il fallimento che una più oggettiva analisi avrebbe lasciato facilmente prevedere. Benché le conseguenze di quel disastro siano drammaticamente avvertite ancora oggi, il sistema politico-mediatico americano ha evitato accuratamente ogni  serio sforzo di autocritica e responsabilizzazione. Nessuno fra gli appartenenti al “gruppo di pensiero” dell’Iraq fu punito, anzi continuano a essere considerati fra i più autorevoli esperti di politica estera, e  le loro analisi ponderose continuano ad apparire sulle pagine più influenti del giornalismo americano.Bush
Lo stesso presidente George W. Bush, le cui menzogne  deliberate avevano comportato  un’enorme tributo in termini di vite umane – migliaia quelle della coalizione, centinaia di migliaia quelle irachene, poté ripresentarsi alle elezioni e vincerle una seconda volta.

Dall’inizio della crisi ucraina, autunno 2013, questa schema è stato puntualmente riproposto. Si è scelto di nuovo di trascurare il contesto generale, la situazione storico-politica, per passare direttamente alla demonizzazione degli avversari, in modo che i fatti passassero in second’ordine.
E i fatti sono: un sostanziale colpo di stato ha abbattuto un governo democraticamente eletto, con l’appoggio di Stati Uniti ed Europa; l’impegno americano nei confronti della Russia di non allargare la NATO ai paesi ex blocco sovietico non è mai stato onorato.

NATO - Espansione Est

La demonizzazione dell’avversario, dice Parry,  passa per la descrizione “di un Yanukovic corrotto che si poteva permettere una costosissima sauna nel suo palazzo, e di un Putin autocrate che cavalca a torso nudo e non riconosce i diritti delle minoranze omosessuali; per cui se hai delle riserve sulla legittimità del nuovo governo ucraino in qualche modo, oltreché omofobo,  sei a favore delle saune costose e delle cavalcate a torso nudo”.

Secondo Parry, il metodo viene applicato sistematicamente da quando i neocons, dall’amministrazione Reagan in poi, si sono insediati nell’apparato di governo, dove influenzano tutte le decisioni di politica estera, oltre a buona parte delle decisioni di politica interna, qualunque sia il presidente in carica.

È la stessa tesi di Rodrigue Tremblay, di cui ho già tradotto un articolo su Clinton.
Anche per lui l’apparato di governo americano è controllato dai neocon, ed è la loro visione politica  a  condizionare l’azione del Dipartimento di stato e del Pentagono (nonché – seppure in modo più dialettico –   del Tesoro e della Banca centrale). Un’egemonia inziata sotto Reagan, quando la politica estera americana iniziò a connotarsi per “l’interventismo militare, la guerra perpetua, il rovesciamento arbitrario di governi stranieri e una gestione mondiale di tipo imperialista su ogni questione che toccasse gli interessi americani o dei loro più stretti alleati”.

Paul Wolfowitz, politico chiacchierato per uno scandaletto ai tempi della sua Presidenza alla Banca Mondiale e per aver improvvidamente indossato calzini bucati in occasione di una visita alla moschea di Edirne in Turchia,  è stato il teorico che ha sistematizzato tale politica in una dottrina coerente (!), che vede gli Stati Uniti nel ruolo di unica potenza globale. La dottrina Wolfowitz postula esplicitamente la possibilità per gli USA di conseguire i propri obiettivi di politica estera attraverso azioni unilaterali, secondo il diritto che deriverebbe loro dal fatto di essere unica potenza mondiale rimasta dopo la caduta dell’URSS. Da qui la necessità di continuare a investire negli armamenti, benché la caduta dell’impero sovietico e le prospettive di pace facessero sperare al contribuente americano in una minore pressione fiscale.
In un suo saggio del 2000, “Ricostruire le difese dell’America”, Wolfowitz ribadiva la necessità per l’America di tornare ad armarsi a supporto di una politica estera più aggressiva.
Particolare inquietante: affinché si creasse il necessario consenso dell’opinione pubblica intorno a questo progetto, scriveva, sarebbe stata auspicabile una “nuova Pearl Harbour”. L’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001, casualmente, fu la “nuova Pearl Harbour” che riuscì a coagulare quel consenso.

 Sia Tremblay che Parry sembrano convinti che la politica estera americana è neo-conservatrice perché i neocons controllano il governo americano. Il mio dubbio è che abbiano invertito i fattori: sarebbe forse più corretto dire che i neocons controllano il governo perché la politica estera americana è neo-conservatrice chiunque governi, repubblicani o liberali. Mi pare innegabile che le amministrazioni che si sono succedute da Reagan a Obama, sotto questo aspetto, sono difficilmente distinguibili fra loro. Probabilmente le uniche differenze riscontrabili fra l’attuale amministrazione Obama e quella precedente di Bush jr sono di ordine retorico: a dispetto delle dichiarazioni del debutto, che gli sono valse il primo “premio Nobel alle intenzioni” della storia, Obama ha mantenuto ed esteso la linea del predecessore.Bushbama

Nel suo discorso a West Point del 28/5/2014 gli sentiamo affermare: “Gli Stati Uniti useranno la forza militareunilateralmente se necessario, se i nostri interessi supremi lo domandassero. L’opinione pubblica internazionale è importante, ma l’America non domanderà mai il permesso […] Credo nell’eccezionalismo americano con tutte le fibre del mio essere”.

L’espressione american exceptionalism, non è una mera formula retorica, ma il riferimento a una precisa ideologia che ha radici antiche e che attribuisce agli Stati Uniti lo status di nazione qualitativamente superiore alle altre, grazie all’insieme di caratteristiche storiche, politiche, economiche e religiose che la distinguono, e per gli ideali nazionali che la animano. Nella sua forma più esasperata coincide con il jingoism, una dottrina sciovinista del XIX secolo, che pone la nazione americana come identità culturale prioritaria e postula un’aggressiva politica estera.

In nome dell’american exceptionalism i Presidenti americani non esitano a mentire quando lo ritengono necessario, perché l’eccezionalismo è per definizione assolutorio. Ha mentito Bush jr; non esita a mentire Obama. Lo ha fatto almeno in due occasioni davanti all’assemblea delle Nazioni Unite.

La prima volta accusando Bashar al-Assad di essere lui il responsabile dell’attacco con armi chimiche che nell’agosto del 2013 causò la morte di diverse centinaia di civili nei sobborghi di Damasco. Benché non potesse non conoscere i forti sospetti espressi dai suoi servizi che dietro l’uso del Sarin ci fossero i ribelli, Obama dichiarò che “è un insulto alla ragione umana e alla legittimità di questa assemblea ipotizzare che siano stati altri e non il regime siriano a condurre questo attacco“.

La seconda volta un anno dopo, a proposito della crisi Ucraina: “Le recenti azioni russe in Ucraina mettono a repentaglio l’ordine stabilito. I fatti sono questi. A seguito delle mobilitazioni di protesta del popolo ucraino che chiedeva riforme, il loro corrotto presidente è fuggito. Contro la volontà del governo di Kiev, la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa. La Russia ha riversato armi nell’Ucraina orientale appoggiando le violenze separatiste e un conflitto che ha ucciso migliaia di persone“.

Una rappresentazione dei fatti quantomeno incompleta, considerata la complessa realtà che intendeva descrivere .
Anche qui Obama non poteva non sapere dei dubbi che le manifestazioni fossero eterodirette da infiltrati neo-nazisti, o di gravi provocazioni come gli episodi di cecchinaggio di cui chiacchierano la Ashley e Paet in una famosa telefonata inopinatamente registrata, che anche lui deve avere ascoltato; o dei 5 miliardi di dollari investiti dal suo Governo “a supporto delle aspirazioni Europee del popolo ucraino”, secondo ammissione del Vice-segretario di stato, Victoria Nuland (quella del “fuck EU” – ‘fanculo l’Unione Europea); o che il corrotto Yanukovitch era stato un apprezzato interlocutore finché le trattative per l’ingresso dell’Ucraina nella UE erano rimaste in piedi. Obama non poteva non ricordare che il giorno dopo il raggiunto accordo fra Yanukovitch e i rappresentanti delle opposizioni per la formazione di un governo di coalizione, elezioni presidenziali anticipate e riforme costituzionali, le milizie neo-naziste avevano attaccato il palazzo presidenziale e costretto Yanukovitch alla fuga. Non poteva non sapere della strage di Odessa, il maggio precedente; o che la Crimea era stata annessa alla Federazione Russa dopo un referendum – la cui legittimità, per quanto opinabile, era almeno pari a quella dell’insediamento del governo provvisorio in Kiev dopo la forzata fuga del presidente eletto. E via dicendo…

 Obama Droni umanitari

Ma l’eccezionalismo americano ammette queste e altre distrazioni.

Riferimenti:
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Di Nazioni, di Banche Centrali e di Ministri

 Bandiera greca

 Un mini-glossario prima di incominciare:

C – come Collaterale
È il titolo che viene offerto a garanzia di un prestito. Per rifinanziare le banche dell’eurozona la BCE accetta in garanzia titoli di Stati aventi una valutazione sopra la tripla B. Sotto tale soglia i titoli sono considerati a rischio, ma possono essere accettati se esiste una deroga ufficiale (waiver). La deroga viene deliberata solo (?) se lo Stato a basso rating ha accettato il programma di risanamento stabilito dalla Troika (Commissione Europea, BCE e FMI).

E – come ELA (Emergency Liquidity Assistance)
Si tratta di un meccanismo di emergenza per l’erogazione di liquidità alle banche in difficoltà. È usato dalle Banche centrali nazionali dell’Eurozona, previa autorizzazione della Banca centrale europea. L’autorizzazione ha durata quindicinale rinnovabile. Rispetto alle normali operazioni di rifinanziamento contro collaterali, l’ELA comporta maggiori oneri finanziari (attualmente: 0,05% nel primo caso, 1,55% nel secondo).

 §

 Il 4 gennaio Draghi ha annunciato la sospensione della possibilità per le banche elleniche di accedere ai prestiti BCE dietro garanzia dei titoli di Stato, abolendo così la deroga concessa dal 2010, che consentiva alla Banca centrale di accettare i titoli greci nonostante non soddisfacessero i requisiti necessari. Si tratta di una decisione che era già stata anticipata giorni prima da Vítor Constâncio, vice-presidente BCE, quando aveva affermato che la deroga per una nazione con rating inferiore a quello richiesto può essere concessa purché quel paese sia sotto programma non c’è da meravigliarsi, aveva aggiunto,  se in mancanza di questo requisito la deroga viene meno.

La decisione avrà effetto dal prossimo 11 febbraio, data alla quale si riuniranno i ministri economici dell’Eurogruppo. Le banche greche potranno continuare a ricorrere al meccanismo di emergenza ELA, la cui validità quindicinale è in scadenza il prossimo 18 febbraio.

Secondo tutti i commenti per il momento la mossa della BCE dovrebbe avere più un significato politico che conseguenze finanziarie (anche se non va sottovalutata la componente emotiva che  potrebbero accelerare la fuga di capitali già in atto, o scatenare prima o poi una corsa agli sportelli difficilmente controllabile).
L’’ELA rimane provvisoriamente disponibile e subentrerà al posto del normale sistema di rifinanziamento, senza pregiudicare nell’immediato la fornitura di liquidità alle banche greche.
La decisione è tecnicamente legittima – stante la manifesta intenzione del governo greco di non voler più sottostare al memorandum della Troika. Rientra perfettamente nell’ambito delle discrezionalità della Banca centrale, come è discrezionale l’autorizzazione al rinnovo dell’ELA. Tuttavia è proprio questa discrezionalità – dal momento che non esiste una regola stabilita – che conferisce alla decisione una forte valenza politica. Il messaggio implicito è che il taglio di liquidità alla Grecia può avvenire in qualunque momento: un argomento che a suo tempo si era dimostrato determinante nel convincere gli irlandesi ad accettare i piani di austerità imposti dalla Troika per il salvataggio delle loro banche con l’accollo dei costi al debito pubblico.

Ma se i commentatori sono sostanzialmente unanimi nel considerarla più una mossa politica che finanziaria, divergono poi nell’interpretazione.  Alcuni vi leggono  la volontà di intimidire il governo di Atene e ricondurlo all’obbedienza; altri un tentativo di mettere sotto pressione  tutte le parti in causa, affinché trovino rapidamente un punto di accordo. Altri ancora ipotizzano si tratti di un segnale d’allarme per mettere la Germania di fronte alle proprie responsabilità.

Molti, come Frances Coppola e Jacques Sapir, la giudicano una mossa precipitosa, forse addirittura fuori mandato. Precipitosa perché avvenuta immediatamente dopo il colloquio tra Draghi e Varoufakis, e immediatamente prima dell’incontro fra il ministro greco e quello tedesco, secondo una tempistica singolarmente accelerata per gli standard di Francoforte; fuori mandato perché la BCE ha agito come se i negoziati fossero già conclusi, con il chiaro obiettivo di influenzarli.

L’annuncio della BCE ha oggettivamente indebolito la Grecia, ma ciò non ha impedito a Yanis Varoufakis di affrontare con lo stesso piglio determinato che lo caratterizza i colloqui del giorno successivo con il collega tedesco Schäuble.
Lo testimonia il video della conferenza stampa, interessante da seguire, non foss’altro che per la domanda posta da un  giornalista greco, il quale  – forse positivamente influenzato dallo stile diretto del suo connazionale – al minuto 41 si rivolge a Schäuble in questi termini:

“Signor Schäuble, lei parla spesso della corruzione in Grecia. Si dà il caso che dietro il 90% dei casi di corruzione ci sono aziende tedesche. Cos’ha da dire in proposito?”
Mitico.

Nella sua dichiarazione introduttiva alla conferenza stampa , Varoufakis ha rivendicato la corresponsabilità dell’Europa nella vicenda greca. Quando scoppiò la crisi nel 2010, quella che era una situazione di insolvenza venne affrontata come se si trattasse di una crisi di liquidità, e con ciò si perse l’occasione di affrontare il nocciolo del problema: “il più grande prestito della storia venne concesso alla più insolvente delle nazioni europee“, e venduto all’opinione pubblica europea con la “foglia di fico” delle riforme strutturali. “Questo non poteva finire bene. Questa è la ragione per cui noi oggi siamo qui. Questa è la ragione per cui gli elettori greci hanno spazzato via i partiti dominanti e hanno eletto noi”.
Varoufakis ha continuato dicendo che dal suo governo l’Europa può aspettarsi la massima ragionevolezza e proposte che in ogni caso saranno finalizzate a promuovere non gli interessi dei greci ma dell’Europa tutta. L’impegno è quello della chiarezza, senza “stratagemmi tattici o sotterfugi”. Ciò che il governo greco chiede in questo momento è il tempo necessario per approntare una proposta complessiva sia per il breve periodo che per il medio e lungo termine.Varoufakis
“L’Europa è a un incrocio”, ha detto. Deve trovare un equilibrio fra le esigenze di continuità e rispetto degli accordi e la necessità di regole più evolute. Il rispetto degli accordi, dei trattati e delle procedure non deve “schiacciare il fragile fiore della democrazia” con martellate verbali del tipo “Le elezioni non cambiano nulla” (qui il polemico riferimento alle dichiarazioni del collega Schäuble all’indomani del voto greco).
“Come Ministro delle finanze di un governo che affronta fin dal primo giorno l’emergenza di una feroce crisi deflazionaria, sento che la Nazione tedesca può comprenderci meglio di chiunque in Europa. Nessuno meglio del popolo di questa terra può sapere come un’economia drammaticamente depressa, l’umiliazione nazionale e la disperazione senza fine possono covare dentro la società  l’uovo del serpente. Al mio ritorno stasera, entrerò in un Parlamento dove la terza più grande forza politica non è un partito neo-nazista: è un Partito nazista […] Una delle più crudeli ironie della storia è che il Nazismo sta risorgendo proprio in Grecia, il paese che più strenuamente lo ha combattuto”.

Varoufakis esprime da sempre forti critiche all’eurosistema, ma coerentemente con il partito che lo ha eletto a Ministro, da sempre è fra quelli che credono nella sua “riformabilità”. Anche recentemente ha dichiarato di considerare l’euro un errore grave  ma irreversibile, perché una volta dentro sarebbe catastrofico uscirne.
Dal mio punto di vista questo è profondamente sbagliato.
La moneta unica è tutt’altro che un mezzo neutrale; si tratta dello strumento coercitivo attraverso cui il sistema perpetua se stesso e la sua ideologia mercatista e mercantilista, giustifica le sue strutture, teorizza le sue logiche antisociali e autoritarie che ne sono corollario. Perseguire la riforma del sistema senza prenderne atto è come cercare di rendere inoffensivo un energumeno senza tener conto della pistola che ti punta contro.
E tuttavia oggi è la Grecia sola, seppure partendo da presupposti riformisti,  a porre il problema comunitario in tutta la sua drammaticità e con apparente determinazione. Tanto mi basta per appoggiare il tentativo. Che tra l’altro potrebbe avere esiti inaspettati per il ben noto principio dell’eterogenesi dei fini.

 Se sul fronte tedesco la prima prevedibile risposta è stata di assoluta rigidità (“Siamo d’accordo sul fatto che non siamo d’accordo su nulla”, ha detto Schäuble),  dispiace che per quanto riguarda i governi periferici le reazioni siano altrettanto fredde. Al di là delle amenità per cui “a noi devono 40 miliardi, se non li pagano saremo noi a rimetterceli”, la battaglia greca riguarda tutti i popoli europei; ma è evidente ormai da tempo che per le élite comunitarie gli interessi dei cittadini sono solo una variabile dipendente (da se e quanto gli interessi dei cittadini  possono coincidere con gli interessi dei potentati finanziari). Non deve stupire allora se i governanti nazionali, con il loro fardello di pulsioni collaborazioniste e le loro sindromi di Stoccolma, mantengano una prudente distanza.

renzi-linguaMatteo Renzi, che quello stesso pomeriggio aveva incontrato Alexis Tsipras, (con dono di cravatta e dichiarazione che nelle elezioni greche si doveva leggere “il messaggio di speranza di una generazione che chiede più attenzione e riguardo per chi sta subendo la crisi”), si è affrettato a far sapere che giudicava la decisione della BCE “legittima e opportuna“.
(Chissà se ha poi lanciato l’hashtag #Alexis-stai-sereno…).

Un François Hollande in pieno orgasmo ossimorico ha dichiarato che bisogna «trovare una soluzione nel rispetto del voto dei greci e delle regole europee».
HollandeAl che, per ribadire che in fatto di ossimori nemmeno lui è un dilettante, Renzi ha aggiunto di essere per  “una soluzione dentro il rispetto delle regole, ma per uscire dall’austerità“.
Non si capisce mai se certa gente ha le idee confuse di suo o vuole solo confonderle agli altri.
Mariano Rajoy, dopo un generico telegramma di congratulazioni all’indomani del voto, con l’auspicio per “la formazione di un governo stabile e impegnato nell’integrazione europea”, risulta silenzioso. È anche vero che sinora la Spagna è stata esclusa dal giro europeo di Tsipras e Varoufakis, forse per evitare il rischio di mettere in difficoltà il partito omologo di Syriza, Podemos. Rajoy è comunque appiattito sulla linea della Germania, e il portavoce del Partido Popular al Parlamento europeo, Esteban Pons, ha già detto che una qualunque ricontrattazione del debito greco è fuori discussione. Da quella parte difficilmente potrebbe venire un appoggio se non a fine anno quando, secondo le previsioni, Podemos potrebbe vincere le elezioni.

In definitiva, la Grecia è isolata.

Dopo l’annuncio della BCE, in Atene e altre città elleniche si sono tenute delle manifestazioni di appoggio al governo. Un segnale confortante.Atene manifestazione pro governoSenza il forte appoggio popolare uno stato fragile come quello greco sarebbe facilmente vittima delle manovre destabilizzanti che puntualmente arriveranno. Probabilmente oggi Syriza può contare su una base di appoggio significativamente più ampia di quanto non abbiano detto risultati elettorali, ma è un appoggio legato a un preciso programma e al sentimento di ritrovato orgoglio che Tsipras e Varoufakis esprimono molto efficacemente. Un compromesso di basso profilo verrebbe vissuto come  l’ennesimo tradimento al popolo greco, segnerebbe la loro fine politica e spianerebbe il successo dell’estrema destra.

Perché ciò non avvenga le ragioni di Syriza dovrebbe poter contare non solo sull’appoggio della popolazione greca, ma anche su un vasto consenso dell’opinione pubblica europea, perlomeno quella del sud Europa – Francia compresa.
La manifestazione di mercoledì prossimo a Milano, a cui penso partecipare, potrebbe essere un buon inizio. Auguriamocelo.

Manifestazione milano

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Quale gobba? Quale autoritarismo?

In una intervista a RT di qualche giorno fa il neo Ministro delle finanze greco, l’economista Yanis Varoufakis, ha ricordato un interessante aneddoto personale, che a mio avviso dà un’accurata rappresentazione del clima che regna a Bruxelles, improntato [modalità sarcastica ON] alla massima collaborazione e al profondo rispetto delle istituzioni nazionali [modalità sarcastica OFF].

Qui Il video RT con l’intervista completa. Al minuto 15:20 il brano in questione:

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Il brano circola in rete nella versione tubechop. Sbobinato e tradotto, ecco ciò che Varoufakis dice:

Bene, lasci che le racconti quello che mi è capitato a Bruxelles circa un anno e mezzo fa, parlando con uno dei Commissari di cui non farò il nome qui.
Gli avevo obiettato che  come economista ritenevo abbastanza idiota aumentare l’IVA in un paese dove la recessione stava partendo a razzo. Quello che intendevo sottolineare era una semplice evidenza macroeconomica: quando la domanda crolla, se aumenti l’IVA finisci con l’avere minori entrate di tasse indirette; i prezzi aumentano e i redditi cadono, perché la domanda crolla ancor più rapidamente.
Così ho domandato al Commissario: “Perché lo state facendo? L’Obiettivo dell’Unione europea non è aumentare le entrate anziché soffocarle?”.
Le dico quale fu la risposta: “Lei ha perfettamente ragione. Sappiamo che il risultato è questo,  ma è una lezione che cerchiamo di insegnare all’Italia, a Roma in particolare – al Governo di Roma, su cosa si dovrebbero aspettare che accadrà loro se non fanno quello che gli viene detto“.

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Sovranità, s.f. – Vedi alla voce “Colonizzazione”

Angela Merkel, Cancelliere tedesco, in conferenza stampa congiunta con Renzi a Firenze, a proposito dell’Italia:Sovranità Merkel
“Tutte le volte che ci vediamo, Matteo Renzi porta con sé un libro e mi può dire veramente quali sono i passi delle riforme, a che livello sono, a che punto siamo… Quindi conosco tutti i passi della legislazione italiana per quello che riguarda le riforme […]”.

Wolfang Schaeuble, Ministro dell’economia tedesco, al Word economic forum di Davos, a proposito della Grecia:
Sovranità Schauble“La Germania ha fatto molto per aiutare il Paese, ed euro o no la Grecia ha bisogno di riforme strutturali […] Se la Grecia rifiuta il programma [della Troika] non farà parte del quantitative easing“.

Jens Weidmann, Presidente della Banca centrale tedesca, a Berlino, a proposito di Francia e Italia:weidmann_2507053b
“E’ chiaro che l’acquisto di titoli riduce le pressioni su Francia e Italia perché facciano le riforme. Ma sarebbe pericoloso non proseguire sulla strada delle riforme che è già stata intrapresa”.

Ora provate a essere creativi e immaginate l’inversione delle parti, con gli omologhi italiani, o francesi o greci che si lasciano andare ad analoghe esternazioni nei confronti della Germania. Poco plausibile, vero? E allora chiedetevi: com’era quella delle limitazioni di sovranità consentite solo per determinati motivi e comunque “in condizioni di parità con gli altri Stati”?

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Bernard Maris, un economista a Charlie Hebdo

Bernard Maris era un economista eclettico:  professore all’Université Paris VIII, giornalista, autore di numerosi saggi, consigliere della Banca centrale francese, membro del movimento no-global Attac;  era un progressista, ammiratore di Keynes; sosteneva l’inevitabilità della cancellazione almeno parziale del debito pubblico ed era un convinto fautore del reddito minimo di cittadinanza.
Collaborava al Charlie Hebdo con lo pseudonimo di Oncle Bernard. È una delle vittime dell’attacco terrorista del 7 gennaio.


Bernard Maris si era ormai convinto del fallimento del sistema euro, nonostante fosse stato inizialmente sedotto dalla retorica federalista sotto la quale veniva presentato – come lui stesso racconta in questo articolo:

“Ho votato sì a Maastricht, sì al Trattato Costituzionale. Oggi penso che bisogna lasciare l’Eurozona.
Non è mai troppo tardi (anche se è molto tardi) per riconoscere di essersi sbagliati. Ho creduto, da povero tonto, che una moneta unica ci avrebbe portato a un’Europa federale. (D’altra parte, perché un’Europa federale e non la “Francia eterna”? Perché un’Europa unita mi sembrava più civile del resto del mondo, e più capace di controllare quei cretini di americastri, quei bruti di russi, la spaventosa dittatura cinese e il resto del mondo). Dunque moneta unica, potere sovrano di battere moneta sovranazionale: tutto ciò doveva portare a uno Stato federale. Idiota…”.

 

Economia e Politica lo ha ricordato pubblicando un suo breve articolo proprio sull’Eurozona, apparso in aprile dell’anno scorso su Alternatives Economiques.

Salvo qualche lieve modifica, il testo che trascrivo è la traduzione dal francese fatta da Hervé Baron e Stefano Lucarelli per Economia e Politica.

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Bernard maris

 

Nel 1992, François Mitterrand ha dato il via ad una seconda guerra dei 30 anni, credendo di poter legare la Germania all’Europa attraverso la moneta unica.

La Germania si è così trovata a realizzare senza volerlo, attraverso l’economia, ciò che un cancelliere folle aveva già realizzato attraverso la guerra: una lenta distruzione dell’economia francese. Senza dubbio la Germania non è responsabile di questa situazione, tutt’altro; non è mai intervenuta nella politica interna della Francia e ha dato una mano ai francesi ai tempi di Balladur per realizzare un abbozzo di unità fiscale e di bilancio (che le furono rifiutati).

È François Mitterand che a due riprese ha voluto legare la politica monetaria della Francia a quella della Germania, avviando la distruzione di un’industria già in difficoltà: la prima volta nel 1983, con la svolta del rigore e la politica del “franco forte”; la seconda volta nel 1989,  terrorizzato dalla riunificazione tedesca,  quando ne condizionò l’avallo alla creazione di una moneta unica e di una BCE destinata a funzionare secondo il modello della Bundesbank.

Sono passati da allora più di vent’anni di guerra economica, e l’industria tedesca ha annientato le industrie italiane e soprattutto francesi. Oggi la guerra è finita e vinta. La quota delle esportazioni della Germania nell’Eurozona rappresenta il 10% del totale. Il resto va verso gli USA e l’Asia. La Germania non ha più bisogno dell’Eurozona. Al contrario: l’Eurozona comincia a costarle cara, a causa dei piani di sostegno alla Grecia, al Portogallo e alla Spagna; a tal punto che comincia anch’essa a pensare di uscire dall’Euro.

È evidente che né la Grecia, né il Portogallo, né la Spagna, e neppure la Francia o l’Italia potranno mai rimborsare i loro debiti con una crescita debole e una industria devastata. L’Eurozona imploderà dunque al prossimo grande attacco speculativo contro uno qualunque di questi cinque Paesi.

La Cina e gli USA contemplano incantati questa seconda interminabile guerra civile, e si preparano (per quanto riguarda gli USA, una seconda volta) a togliere le castagne dal fuoco. La Cina e gli USA praticano una politica monetaria astuta e lassista. Alla lista dei Paesi che praticano una politica monetaria intelligente si potrebbero aggiungere la Corea del Sud e, oggi, il Giappone.
La Gran Bretagna prepara sic et simpliciter un referendum per uscire dalla UE.

La scelta è tra uscire dall’Euro o morire un po’ alla volta. In altri termini, il dilemma per i Paesi dell’Eurozona è abbastanza semplice: uscita morbida e coordinata o tsunami finanziario.

Un’uscita coordinata e cooperativa  avrebbe il merito di preservare almeno in parte  la costruzione europea; uno tsunami finanziario sarebbe l’equivalente del Trattato di Versailles, con i paesi del sud nel ruolo dei vinti. E con essi, l’Europa intera.

L’uscita morbida e coordinata è abbastanza agevole, ed è già stata prospettata da molti economisti. Si tratta semplicemente di ritornare a una moneta comune, che serva da riferimento alle differenti monete nazionali. Questa moneta comune, definita da un “paniere di monete” nazionali, attenuerebbe la speculazione contro queste.

Sarebbe il ritorno allo SME (Sistema monetario europeo)? Sì. Avremmo dei margini di fluttuazione intorno alla moneta comune. Avremmo un controllo della speculazione attraverso limitazioni ai movimenti di capitale, controllo che potrebbe essere reso più efficace imponendo ai movimenti una tassa di tipo Tobin.
Ma lo SME è fallito direte voi… Sì, perché lo SME non aveva l’obiettivo di lottare contro la speculazione, e non aveva adottato una «Camera di compensazione» come auspicava Keynes nel suo progetto per Bretton Woods (abbandonato a favore del progetto americano).

Il modo migliore di rendere l’Europa odiosa per gli anni a venire e dare spazio ai nazionalismi più accesi è proseguire questa politica imbecille della moneta unica associata a una “concorrenza libera e senza distorsioni” che fa saltare di gioia coloro che ne approfittano: Cinesi, Americani,  BRICS.

 

È evidente che la prevalenza della politica sulla moneta non è sufficiente a rendere forte un’economia: la ricerca, l’istruzione, la solidarietà sono certamente altrettanto importanti. Ma lasciare che siano i “mercati” a governare  i Paesi è semplicemente una viltà vergognosa.

(traduzione dal francese di Hervé Baron e Stefano Lucarelli)

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Je suis la Grèce, je ne suis pas européiste.

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In Grecia, durante un dibattito televisivo dove partecipano alcuni membri dell’attuale governo greco, una signora interviene telefonicamente contro il deputato di Nea Demokatria Kostas Hatsidakis e in difesa di Tsipras, sul quale gli astanti hanno espresso critiche. In una breve requisitoria, manifesta la rabbia per le condizioni in cui versano milioni di greci e l’indignazione per una classe politica che se ne lava le mani.

I sottotitoli sono in spagnolo, facilmente comprensibili. A ogni buon conto li ho tradotti, anche se l’eloquenza del video è tutta nello sdegno esasperato della voce e nella maschera dei personaggi mentre ascoltano impietriti.

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[…]
Signora:
Buone feste a tutti. Per favore, vi prego… Non riusciamo a capirvi, quando parlate tutti insieme.
Conduttore:
Ha ragione, signora. La responsabilità è mia..
Signora:
No, è responsabilità di tutti. Disgraziatamente, abbiamo imparato a interromperci gli uni con gli altri.
Vorrei rivolgermi personalmente al signor Hatsidakis. Signor Hatsidakis, per caso lei si crede un buon cristiano? E pensa che il signor Tsipras sia meno cristiano di lei? Glielo chiedo, Signor Hatsidakis, perché se lei è veramente un buon cristiano e conosce il messaggio e la parola di Dio, dovrebbe metterli in pratica. Non basta farsi il segno della croce. Le è mai capitato di dover passare la notte digiuno, signor Hatsidakis? Ha mai subito la minaccia delle banche di toglierle la casa che si è costruito durante anni? Ha mai dormito su un materasso gelato?
Che cosa ha fatto per tutte le persone che hanno patito queste cose?
Vorrei una risposta.
Ho votato per anni Nea Demokatria, e adesso voterà Alexis Tsipras. Non perché credo che Alexis Tsipras mi porterà il Paradiso, no. Confido nella purezza delle sue parole e nel suo sguardo. Non ho fiducia in quell’altro ridicolo, malvagio e mascalzone… [il riferimento è a Samaras, il leader di Nea Demokratia].
Abbassate la testa? Non avete nulla da dire?
Sono vedova. Ho un figlio che studia e mi date 360 euro di pensione. Come volete che viva, con questo?
Rispondetemi, per favore! Non sono l’unica, sono tanti i greci che dormono dentro case gelate, che la sera non hanno nulla da mangiare! Le è chiaro, signor Hatsidakis? Le è ben chiaro? Questo è un grido di dolore!
Volete sapere cosa dice la parola di Dio? “Quando governano leader pietosi il popolo è felice, quando gli impuri hanno il potere il popolo è afflitto”. Riflettete su quale posto state occupando. Alexis Tsipras ha anima, purezza e forza. Grazie, ringraziamo che per Nea Demokratia la cuccagna è finita!
Conduttore:
Grazie signora Katsulis, grazie molte. Pubblicità, per favore.

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