Sussidiarietà e redistribuzione

Alla voce “Sussidiarietà” la Treccani scrive: “In generale, il principio di sussidiarietà attiene ai rapporti tra i diversi livelli territoriali di potere e comporta che, da un lato, lo svolgimento di funzioni pubbliche debba essere svolto al livello più vicino ai cittadini e, dall’altro, che tali funzioni vengano attratte dal livello territorialmente superiore solo laddove questo sia in grado di svolgerle meglio di quello di livello inferiore”.

La Treccani osserva che tale principio, di ispirazione eurocomunitaria, non era stato basilare del nostro ordinamento fino alla 2001. “Anzi, secondo alcuni studiosi il modello pluralista accolto nella Costituzione italiana sarebbe scarsamente compatibile con il principio di sussidiarietà, in ragione del diverso grado di strutturazione del potere statale e di quelli degli altri enti territoriali previsto dal modello regionale rispetto a quello federale”.

La riforma del titolo V, nel 2001, ha costituzionalizzato tale principio, laddove è scritto (art 118 1c) che “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza“.
Nell’ultimo capoverso dello stesso articolo si spinge ad affermare che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Sono in molti a sostenere che il 4 comma dell’articolo 118 implichi che i pubblici poteri, per assicurare servizi di interesse generale, possono intervenire solo se i privati, singoli o associati, si dimostrano incapaci o impossibilitati ad assicurarli autonomamente.

Sarebbe questa la ratio per cui certe lucrose attività sono state date in mano ai privati, nonostante la loro conclamata natura di monopoli naturali.

Il principio di sussidiarietà, dunque, comporta che le attività più lucrative siano lasciate al settore privato, mentre per quelle che hanno ritorno nullo o negativo (il più delle volte perché la platea degli utenti e/o la morfologia dei territori sono tali da non valere l’investimento) vengono lasciate allo Stato, ovvero a carico della comunità.

In pratica il principio di sussidiarietà è un concetto che legittima il meccanismo di privatizzazione degli utili e di socializzazione delle perdite.
Con la modifica costituzionale del 2001 il legislatore ha provveduto a sancire costituzionalmente tale principio, in ossequio alle prescrizioni eurocomunitarie e all’orientamento ideologico del pensiero economico vigente, quello neoliberista.

Nota a margine: la legge di modifica fu approvata da un governo di centro-sinistra poco prima che scadesse la XIII legislatura, a maggioranza non qualificata, e successivamente confermata in via referendaria sotto un governo di centro-destra.

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La riforma del MES e le suore missionarie

In questo video l’intervento di Claudio Borghi (Lega) in Parlamento,  dopo l’audizione di Gualtieri per la riforma MES.

All’intervento è seguita la replica di Piero De Luca, dopodiché in aula è scoppiata una rissa invereconda, a edificazione delle due scolaresche che in quel momento si trovavano in tribuna.

Per quanto mi riguarda sono convinto che la riforma del MES vada nel senso di un’ulteriore riduzione del nostro perimetro di sovranità e quindi di un ulteriore svuotamento della nostra democrazia.
Non è una novità: tutte le riforme che l’Unione Europea si è data in questi anni avevano questo obiettivo. Quindi, dal mio punto di vista, è benvenuta la posizione della Lega, per quanto legittimi siano i sospetti che la battaglia sia solo strumentale.

I giorni a venire ci diranno se e quanto hanno saputo mantenere davvero il punto.

Teoricamente tutto il Parlamento è contrario all’approvazione, a parte il PD, la cui indefettibile adesione all’euroTeismo è proverbiale.
(Nota: A dire vero, solo qualche mese fa anche questo partito vi si opponeva fermamente, apostrofando il premier Conte con veemenza: “Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l’idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano; allora, ci deve dire quale [sic] sarà quello che lei dirà, perché il capogruppo della Lega ha detto che la Lega è contraria, il suo ministro dell’Economia all’Eurogruppo, invece, ha votato a favore di questo meccanismo che penalizzerebbe pesantemente il nostro Paese. Allora, lei con chi sta, con Molinari, con Tria, con l’Italia o con chi? Ce lo dica, ce lo spieghi” [Lia Quartapelle, 19 giugno]. Ma è pur vero le prospettive cambiano radicalmente, a seconda che ci si sieda all’opposizione o al governo).

Teoricamente dunque dovremmo dare per scontato che il Parlamento boccerà la riforma proposta. Teoricamente.

Tuttavia, chissà perché, mi viene in mente una vecchia barzelletta belga che circolava nello Zaire di fine anni ’60, dove mi trovavo a lavorare. Eccola:

Durante l’attacco di una banda di ribelli tutte le suore di una missione vengono stuprate senza pietà, nonostante oppongano una disperata resistenza. Tutte tranne una. “E lei, ma soeur, com’è riuscita a salvarsi?”, le chiedono i soccorritori. “Io ho detto di no”.

Ecco, ho paura che  tutti questi oppositori si limiteranno a opporre una “disperata resistenza”.

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Il dissenso come patologia mentale. Storie di ordinario totalitarismo.

Post muto.
(Non è un fake. Qui il link alla pagina).

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Sardine e pesci rossi

 

Risultati immagini per pesciolini rossi

 

La lettura del “Manifesto delle sardine”, disponibile qui, è imbarazzante per la pochezza politica che palesa. Ognuna delle “tesi” (?) sostenute potrebbe essere presa a esempio dell’orientamento culturale espresso, ma un paragrafo in particolare mi è sembrato rappresentativo, laddove si afferma:

Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”.

Questo paragrafo secondo me descrive plasticamente il ceto sociale di provenienza dei redattori: la nicchia privilegiata che negli ultimi dieci anni ha avuto la fortuna di vedere la crisi dal di fuori ed è convinta di averla scampata per intrinseci meriti. Il suprematismo morale che trasuda la colloca direttamente nell’area della sinistra rosée: quella politicamente corretta, compassionevole “quando e come può” e comunque quanto basta per sentirsi in pace con la propria coscienza; convinta che la propria bolla di riferimento sia accessibile a chiunque, purché dotato di buona volontà e merito.

Al di là della stucchevolezza, da concorso Miss Italia, lo trovo offensivo: per tutti i disoccupati e i precari che riempiono questo paese, per gli indigenti che si sono triplicati, per tutti coloro che la “durezza del vivere” di questa eurocomunità costringe a fare i conti ogni giorno con il rischio di precipitare nella povertà da un momento all’altro. In breve, la vasta umanità di disagiati che l’ordoliberismo eurocomunitario ha creato, e che guarda caso è del tutto assente nell’orizzonte cognitivo che il manifesto illustra.

E allora mi chiedo se queste sedicenti sardine non siano poi solo dei pesciolini rossi, che immemori nuotano in tondo nella loro boccia di vetro presumendo di essere in mare aperto.

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Il miglior schiavo.

 

Il quadro politico-culturale italiano, specchio peraltro di quello occidentale, è sempre più desolante.

Esiste una potente macchina di fabbricazione del consenso che sta cercando di livellare ogni divergenza cognitiva per costringerla dentro la cornice del pensiero unico.
I padroni del discorso controllano quasi tutto, e da tempo stanno cercando di controllare, dietro virtuosi pretesti,  anche l’ultima ridotta dell’informazione divergente, la rete.

Ennesimo e ultimo tentativo in ordine di tempo: l’iniziativa di pochi giorni fa – auspice la senatrice Liliana Segre – che istituisce una commissione parlamentare per identificare e contrastare in rete gli hate-speech e le fake-news. Ovvero, tradotto in mandarino, i discorsi d’odio e le notizie fraudolente.
L’aura morale che circonda la Segre, scampata alla Shoah, ha lasciato ben poco spazio alla possibilità di obiezioni ragionevoli contro una misura di per sé ambigua, foriera – se portata a coerenti conseguenze – di mordacchie varie e pesanti alla libertà di espressione.
La quale peraltro è regolamentata da dispositivi legali (la querela per diffamazione o ingiurie) che già le impongono una certa autoregolamentazione.
C’è un problema di anonimato, è vero, ma i commenti anonimi (quelli di coloro che si nascondo dietro pseudonimi) dovrebbero essere trattati alla stessa stregua delle lettere anonime; e in ogni caso sarebbero più opportune misure che evitino l’anonimato in rete, così che ognuno si assuma la responsabilità di ciò che scrive e si conceda un attimo di riflessione prima di scriverlo.

La verità è che i veri diffonditori seriali di notizie fraudolente sono proprio i media ufficiali, TV e giornali.
L’elenco degli esempi è lungo, anche solo a limitarci al primo scorcio di questo secolo, e le conseguenze sono state e sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: milioni di morti, paesi devastati, atrocità (vedi tra l’altro alle voci Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Yemen…).
Non mi risulta che la propalazione in rete dell’allarme per le scie chimiche o altre amenità sia mai stata altrettanto letale. Eppure, fra coloro che si preoccupano della salute mentale degli internauti, nessuno che denunci la più grave questione della manipolazione operata dall’informazione di sistema.

Sentivo ieri in TV, ancora una volta, parlare dei tentativi russi di influenzare il voto in Occidente, tema che riemerge immancabilmente alla vigilia o all’indomani di elezioni.
A fronte di questa ipotetica e mai provata attività, non ho mai visto nessuno scandalizzarsi per le ingerenze americane, quelle sì concrete, conclamate e grevi: Obama che appoggia Renzi a proposito del referendum sulla riforma costituzionale, o sostiene i bremainer contro i brexiter, o ancora foraggia la rivoluzione colorata ucraina Trump che invita Farage ad allearsi con Johnson, contro il partito del bremainer e per evitare che Corbyn instauri il “socialismo” in UK…

Sono discrasie non ascrivibili a psicopatologie intellettive ma a precisi disegni di pesante orientamento della consapevolezza popolare. Il Sistema sa bene che nei limiti del possibile è sempre più economica ed efficiente la manipolazione cognitiva che la costrizione fisica.

Parafrasando Goethe: per il Sistema non esiste miglior schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo.

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(Pseudo) Nobel economia 2019

Premiati Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, a motivo del loro “approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale”.

Nell’annunciare i vincitori dell’edizione 2019, il Comitato per i Nobel sottolinea come i risultati delle ricerche dei tre vincitori “hanno migliorato enormemente la nostra capacità di lottare in concreto contro la povertà”.

Può sembrare una motivazione progressista, ma in realtà il messaggio che si vuol far passare è  che per combattere la povertà occorrono soluzioni tecniche.
Si deresponsabilizza  così la Politica, unica avente titolo per affrontare il problema con possibilità concrete di successo, dispensandola dall’agire su questo piano.

Conformemente, del resto, all’egemone visione neoliberista, di cui lo pseudo Nobel per l’economia è zelante espressione.

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Greta e dintorni: lettera aperta da manifestante a manifestante

Articolo di Enzo Pennetta, dal suo sito Critica Scientifica, sulla montatura mediatica del fenomeno Greta Thunberg e le varie manifestazioni Friday for Future. 

§

Voglio scambiare un paio riflessioni con voi che scenderete in piazza il 27 settembre, da manifestante a manifestante, voglio raccontarvi come si vede la manifestazione “Global Strike for Future” da qui, con gli occhi dei ragazzi degli anni ’70, quel periodo turbolento in cui nelle nostre strade si respirava l’aria della contestazione e le formazioni extraparlamentari nascevano come i funghi apparendo con nomi che avrebbero fatto la storia, bella o brutta, del nostro paese.

Una cosa univa tutti noi, manifestavamo contro il “sistema”, contro un potere detenuto dalla politica, da organizzazioni internazionali e da tutte quelle autorità che ad ogni livello hanno la loro espressione nella grande finanza, nelle banche, i governi con i loro ministri dell’istruzione, i provveditorati, i presidi per finire ai singoli professori, infine, ma non ultimi, c’erano anche i genitori che ovviamente non erano d’accordo.
Insomma quando andavi a manifestare sapevi che avresti avuto tutti contro, ed era ovvio perché era quel sistema che andavi ad accusare e solo l’idea di avere un preside che ti abbuonava l’assenza avrebbe fatto pensare che lui fosse impazzito o che fossi tu ad essere finito a combattere per la parte avversa.
Ecco, la prima cosa che vedo chiaramente osservandola da qui, dagli anni ’70, è che la manifestazione “Gobal Strike for Future” non è una ‘cosa’ dei ragazzi, è un prodotto delle autorità che incitano i giovani a protestare parlando attraverso una ragazza quindicenne che se non fosse da loro supportata non avrebbe le prime pagine dei giornali e le aperture dei TG.
Lo sciopero è sostenuto da tutte le autorità, a partire dai potenti di Davos per proseguire con l’ONU, la BCE, la UE, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro Fioramonti per finire con Presidi, Professori e genitori, questi ultimi pentiti freudianamente di qualunque cosa, qui da quasi cinque decenni di distanza la puzza di bruciato si sente molto chiaramente.
Qualcuno ha scritto in questi giorni una frase che chiarisce di che puzza si tratti: una manifestazione organizzata dalle autorità non è una protesta, è una parata.
E le parate celebrano ed esaltano il potere, non lo contrastano.

La seconda cosa che noto (che a sua volta è conseguenza della prima) è che non è chiaro contro chi sia la protesta, sui vostri cartelloni vedo la CO2, protestate contro un gas… Il punto è che protestare contro i cambiamenti climatici è come protestare contro il male nel mondo, in poche parole chi è il soggetto contro cui si protesta se tutti, ma proprio tutti, sono d’accordo?
Il dubbio è che se non si capisce contro chi si protesta forse si protesta contro noi stessi.Ragazzi del Global Strike, chiedete che si produca meno CO2 e temo che vi accontenteranno, aumenteranno i prezzi di tutte quelle cose che voi, molto più delle generazioni precedenti, amate tanto, dalla corrente elettrica per alimentare i vostri dispositivi tecnologici ai viaggi low cost che non saranno più low cost, le automobili che da sempre sono state la nostra libertà di movimento, l’aria condizionata (della quale noi facevamo a meno), i costi del web e così via. Diciamo una cosa, tra di noi che tanto non ci sente nessuno, quanti di voi hanno rinunciato l’estate scorsa all’aria condizonata, ai viaggi in auto o con Rayanair, quanti potrebbero fare a meno del riscaldamento in casa d’inverno o ridurrebbero l’uso di apparecchi elettronici? Per questo mi sorge il dubbio che stiate protestando contro voi stessi, quando limiteranno o renderanno costose tutte queste cose non potrete dire nulla perché l’avete chiesto voi.

Vedo inoltre confondere l’inquinamento con le emissioni di CO2, legano le devastanti conseguenze dell’immissione di sostanze di rifiuto tossiche moltiplicate dalle dinamiche consumistiche del capitalismo con l’innocua anidride carbonica così indispensabile per la fotosintesi clorofilliana.

Ho sentito Greta Thundberg gridare che le hanno rubato i sogni, a proposito di sogni io a 15 anni una traversata dell’Atlantico in barca a vela la sognavo, non so quali sogni le siano stati rubati, ma questo non ha importanza, l’ho sentita dire queste parole:
Le persone soffrono, le persone muoiono e interi ecosistemi stanno collassando… e voi mi parlate di soldi?
Ma sono le stesse parole che si sentivano nei nostri scioperi, solo che se ci avessero detto che la colpa di tutto questo era della CO2 o del clima ci saremmo sentiti presi in giro: questi problemi sono le conseguenze del capitalismo, smettetela di chiamarlo emergenza climatica.

I sogni rubati alla vostra generazione esistono ma sono quelli che le generazioni precedenti vi avevano regalato, non rubato.
Sono quei sogni si chiamavano lavoro, da svolgere con orari umani e ben retribuito, assistenza sanitaria gratis per tutti, scuole curate e gratuite, una pensione dignitosa prima di diventare decrepiti, stabilità e possibilità di programmare una famiglia. Poter fare programmi: questo è il vero futuro.
E questo è il futuro che oggi quelli che vi incitano a scioperare vi stanno rubando, vi nascondono la loro ideologia neoliberista e puntando l’indice verso un gas.

Io, un contestatore che vi parla dagli anni ’70, vedo una strada per essere rivoluzionari venerdì prossimo e per tutto il tempo a venire, vedo che la vera trasgressione è quella che porta ad essere additati come cattivi ragazzi dalle autorità, la trasgressione è dire “della tua giustificazione non so che farne, tientela, io entro a scuola e studio tutte quelle materie che non volete più farmi studiare, cominciando da storia e filosofia, voglio mandare a quel paese tutte le vostre tre C e le tre I con tutto l’INVALSI.” Provateci e vedrete i disprezzo dei presidi: quello è il segno che siete contro il sistema.

Da contestatore degli anni ’70 non voglio l’autorizzazione di nessuno, non mi metto nelle mani di chi mi ruba il futuro, se fossi un contestatore degli anni duemila venerdì studierei.
La protesta e la rivoluzione passano attraverso tre compiti:

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza»

Studiare, dirigere l’entusiasmo verso i nostri obiettivi, non quelli di altri, organizzarsi, non farsi organizzare.
Questi sono i consigli di un certo Antonio Gramsci che di rivoluzioni se ne intendeva, anche lui un ragazzo di un po’ di anni fa, uno studente vicino a voi che vi dice qualcosa che vale la pena ascoltare.

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Democrazia, sovranità, sinistra.

Propongo una breve ma densa riflessione di Tommaso Nencioni sul tema della sovranità.

La faccio precedere dalla chiosa che mi ha suggerito:

La sovranità non è un’opzione politica, ma la condizione necessaria affinché la politica possa realizzarsi; quindi è preliminare a essa. È solo nello spazio sovrano che le opzioni politiche cessano di essere astrazioni ed entrano nell’orizzonte delle possibilità; non sono pensabili opzioni politiche fuori da questo spazio.

All’interno dello spazio sovrano si determina: chi esercita la sovranità (ovvero qual è il regime che la presiede: democratico o non-democratico nelle loro varie declinazioni); quali sono gli obiettivi socio-economici.

È corretto pensare che uno spazio sovrano, per essere tale, debba essere caratterizzato da un certo grado di omogeneità socio-culturale; ciò che caratterizza di norma lo spazio nazionale.

Uno spazio disomogeneo, composto da più identità, comporta l’egemonia di un’identità sulle altre. Imperi e colonizzazioni ne sono l’esempio storico; l’egemonia tedesca nello spazio sovranazionale euro-comunitario ne è l’esempio più recente.

Lo spazio euro-comunitario è anche l’esempio di come la politica nazionale in assenza di sovranità cessa di essere tale e si trasforma in mera governance, mentre la rappresentatività democratica si riduce a rappresentazione formale.
Nel contesto comunitario lo Stato nazionale conserva solo il potere coercitivo (sia esso della forza o del consenso creato attraverso il monopolio del discorso mediatico), che esercita per realizzare le direttive socio-economiche sancite dalle istituzioni extra-nazionali  (BCE, Commissione…).  Tali direttive, in quanto espressione di istituzioni non sfiduciabili, derivano la loro legittimità da un preteso ordine di natura tecnica, ovvero oggettivo e insindacabile: l’ordine neoliberista.

Ogni qualvolta i decisori giustificano le proprie scelte evocando fattori di vincolo come lo spread, i mercati, il debito pubblico e quant’altro, sappiamo che si richiamano alla pretesa insindacabilità di quest’ordine; tuttavia dovremmo sempre tener presente che l’avervi aderito non è il risultato di una fatalità ma frutto di precise scelte politico-ideologiche.

La sinistra, intesa come area di pensiero che faceva riferimento a istanze sociali di ispirazione socialdemocratica più o meno progressive (e dove aveva finito per collocarsi anche il Partito Comunista Italiano), a partire dagli anni ’70 ha subito una “cattura cognitiva” di adesione all’ideologia neoliberista, con un ribaltamento del paradigma ideologico che a tutti gli effetti l’ha resa indistinguibile dalla destra, se non per irrilevanti dettagli di cosmesi retorica.

Non è per caso che essa si iscrive oggi fra i più solerti sostenitori dell’ordine euro-comunitario, nonostante i fatti abbiano più che confermato le lucide  ragioni di diffidenza che suoi autorevoli esponenti avevano manifestato all’inizio del processo (vedi gli interventi di Luigi Spaventa e di Giorgio Napolitano al dibattito alla Camera sull’adesione italiana allo SME,  atti parlamentari del 12 e 13/12/1978, pagine 24892 e 24992 rispettivamente; o alcuni articoli di Eugenio Scalfari di quegli stessi giorni).

Una ribaltamento di visione per ritornare a una cornice di ispirazione socialista e costituzionale, quale si augura l’autore in conclusione dell’articolo, è auspicabile ma nell’immediato non plausibile. Il cambio di paradigma è stato violento e pervasivo: l’area sociale dei partiti che a vario titolo si definiscono di sinistra è profondamente mutata, mentre la base di massa che li sosteneva è in gran parte migrata verso le più alettanti alternative offerte dalle destre social-populiste.

Ci attende una lunga traversata nel deserto. La notizia peggiore è che ancora non si vede all’orizzonte qualcuno che sappia indicarci non dico una scorciatoia, ma la strada.

§

Tommaso Nencioni: Perché la sinistra è contro la sovranità?

Le ultime elezioni hanno sancito il deficit di iniziativa politica della sinistra italiana. Tanto il PD quanto i “cespugli” scontano l’incapacità di portare a termine un profondo rinnovamento programmatico, comunicativo e dei gruppi dirigenti. Ma anche dal punto di vista teorico da anni ormai si naviga a vista. Le ragioni sono molteplici, ma una colpisce più di tutte: come si può pretendere di avere iniziativa politica se si rifugge l’orizzonte della sovranità? Se della sovranità, addirittura, si fa un -ismo come tanti, oltretutto da combattere? Una tautologia (lo spazio della politica è lo spazio della sovranità) è così trasformata in uno spauracchio.

La sovranità, infatti, non è un’opzione politica tra le tante, ma costituisce l’arena stessa del politico, il luogo della lotta per il potere. A meno certo di non voler pensare che sia dietro l’angolo la trasformazione del Paese in una libera federazione di comuni, prospettiva comunque già superata 150 anni fa da Andrea Costa nella celebre Lettera agli amici di Romagna, il manifesto fondativo della sinistra politica del nostro Paese.

Il sovranismo non può dunque essere affiancato al socialismo, al liberalismo o al nazionalismo come ideologia. Socialismo, liberalismo e nazionalismo costituiscono modi diversi di declinare la sovranità – l’ultimo inteso come volontà di stabilire la sovranità di un popolo a discapito di quella di altri popoli.

Il problema è dunque quello di che fare all’interno dell’orizzonte della sovranità, e prima ancora, a monte, stabilire chi la sovranità la debba esercitare. Si può preferire – e questo è riflesso nell’impianto istituzionale che formalmente regge l’Unione europea – che la sovranità popolare sia contemperata, se non sostituita, da quella dei mercati. La dottrina neoliberale di von Hayek lo teorizza apertamente, ed in Italia questo concetto è stato spesso declinato a sinistra col ricorso al “vincolo esterno”. Il federalismo europeo presupporrebbe dal canto suo il pieno dispiegarsi di una sovranità continentale, prospettiva che pare di là da venire, sostituita dall’egemonia nazionale tedesca.

La sinistra dovrebbe ribaltare questa visione, in nome del pieno ripristino della sovranità popolare ed una sua declinazione in termini che non possiamo non dire socialisti, di sviluppo equilibrato, di un’economia piegata a questo obiettivo primario e non ultimo di cooperazione internazionale.

Se si rifugge la sovranità si rifugge la politica e si cade necessariamente nell’irrilevanza.

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Quisling democratici

A me sembra che quanti si dolgono o si sorprendono della sconfitta di Tsipras non abbiano la più pallida idea di quanto è successo in Grecia in questi anni.

Tsipras ha svolto in Grecia lo stesso ruolo di Monti in Italia, però elevato a potenza.
Con la differenza, aggravante, che mentre Monti era stato NOMINATO espressamente per fare lo sporco lavoro austeritario preteso dall’Unione Europea (quindi non il risultato di un mandato popolare, ma espressione di un collaborazionismo che trovava nel Presidente Napolitano il più alto patrocinatore e nella sinistra PD la più fedele fiancheggiatrice ),  Tsipras era stato ELETTO per opporvisi – come il disatteso referendum del 2015 gli aveva confermato.

Anche volendo immaginare tutte le circostanze attenuanti del caso, l’unico categoria che mi viene in mente per definire il suo governo è quello del tradimento (con tutto il rispetto per chi sostiene che il tradimento non è una categoria politica).

Che i cittadini greci lo abbiano punito è segno della stessa maturità politica che sembra crescere anche in altri paesi: il voto è sempre meno manifestazione di appartenenza e sempre più giudizio di merito. Da qui la sua inedita “liquidità”, benché i tentativi da parte dei padroni del discorso di stabilizzarlo all’interno della cornice di sistema per ora incidano su una parte ancora rilevante dell’elettorato.

A prima vista può sorprendere come, a fronte di questa crescita di consapevolezza politica nei cittadini europei, faccia riscontro un sempre più vistoso deterioramento delle condizioni democratiche dell’Unione. Ma si può ipotizzare, e personalmente me lo auguro, che i due fenomeni siano in stretta relazione – il primo in quanto salutare reazione al secondo e segnale di montante opposizione a tale deriva.

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Apnea eurocomunitaria.

Condivido da Il Semplicissimus

Europa senza respiro:

Non saprei se l’Europa che ci minaccia di procedura d’inflazione per qualche decimale in più di spesa, precisamente lo 0,7 sia più patetica, più assurdamente maligna o più fuori del mondo: ignara del fatto che ci troviamo in una condizione di straordinaria tensione mondiale dopo il golfo del Tonchino 2 messo in piedi da Washington, attraversata da incessanti guerre di lobby, da lotte al coltello per le poltrone e da uno scontro durissimo tra Francia e Germania, non si accorge di imbarcare acqua da tutte le parti e di stare affondando cercando un ossigeno che non c’è più.
Di fatto l’Eurogruppo delle sanzioni  dei giorni scorsi è stato un fallimento come ha detto Wolfgang Munchau, forse il più noto e autorevole editoralista di FT:
“L’eurogruppo non manca mai di deludere. Il bilancio della zona euro ora è essenzialmente morto. E non ci sono progressi nemmeno sull’unione bancaria”.
La situazione è tale che persino la Spagna di solito ubbidiente nella sua qualità di semicolonia industriale e turistica tedesca, rialza la testa e per bocca del Ministro delle finanze di Madrid, Nadia Calvino, dice che se non ci sarà un bilancio di stabilità e anti ciclico, allora dirà no.

Insomma uno spettacolo veramente desolante che da una parte vede all’opera senza alcuna mascheratura i massacratori sociali a mezzo euro e non nasconde più di tanto il fatto che i conflitti nazionali vengano coperti con un falso europeismo.
Ad assistere allo spettacolo anche Christine Lagarde, direttore dell’Fmi, un altro strumento che sta perdendo via via di senso dopo aver imperversato per decenni e sempre dalla parte del torto: ora risente dello sfilacciarsi quel mondo occidentale a guida Usa che era alla base del sua creazione. E non c’è solo questo, ma anche una progressiva perdita di capacità di intervento : ancora nel 2000, ultimo anno del XX° secolo  le economie avanzate che di fatto gestiscono il fondo,  avevano generato il 57% della produzione globale, misurata a parità di potere d’acquisto, mentre oggi siamo al di sotto del 40%: entro il 2024 la quota cinese arriverà al 21% , contro il 14% degli Stati Uniti e il 15% dell’Unione europea. In più occorre tenere conto che i Pil occidentali hanno la voce di gran lunga più ampia nei servizi, molti dei quali hanno significato solo in sede locale: se si tenesse conto solo delle attività agricole e manifatturiere che hanno un effettivo valore reale planetario, le percentuali sarebbero molto più sbilanciate. In un contesto nel quale crescono sia la fragilità finanziaria che la stagnazione commerciale, nonché la perdita di supremazia tecnologica – non si fa fatica a comprendere come lo stesso Fmi, almeno come è strutturato oggi, sia  diventato un pesce fuor d’acqua, privo delle condizioni nelle quali è nato e costretto a vedere svanire man mano le sue capacità di imperio in un mondo multipolare che è in fuga dal dollaro imperiale.

Dunque anche qui come nei meccanismi della governance europea, ci troviamo di fronte a un mondo ormai confuso e in epocale trasformazione nel quale i personaggi si muovono come Don Ferrante al tempo della peste pensando ad influssi astrali che perturbano ciò che di per sé è vero e immutabile. Così, nonostante il loro spirito vendicativo e la spinta reazionaria ed elitaria nella quale sono immersi, appaiono frastornati e incapaci di riconoscere la strategia migliore.
Naturalmente i maggiori responsabili della situazione, la Germania e i suoi satelliti, attribuiscono tutto questo al recalcitrare di Roma e di altri straccioni di fronte a schemi finanziari che del resto altri Paesi come la Francia sforano tranquillamente. Una leggenda di comodo che va incontro a radicati e facili pregiudizi, ma che offre anche la possibilità di sfilarsi dall’unione se le cose dovessero implicare una sorta di riequilibrio del sistema europeo.
A ben vedere tutti sono con un piede dentro e un’altro pronto ad essere messo fuori perché le condizioni e le situazioni nelle quali e per le quali è stata costruita l’Europa ordoliberista non esistono più. La Germania ha cercato l’egemonia in maniera così maldestra che ora rischia di perdere il suo piccolo impero e di essere oltretutto trascinata in una situazione di semiconflitto con gli Usa a causa della Russia; la Francia, grazie ad Hollande ma anche al suo innato sciovinismo, ha rifiutato la guida dell’Europa mediterranea considerandola una posizione di serie B senza peraltro riuscire a tenere il passo con la Germania, ed è oggi ècompletamente isolata,  fa la parte dell’amica brutta invitata solo perché c’è quella bella; la Gran Bretagna ha ribadito poche settimane fa la ferma volontà di andarsene; il Belgio è di fatto scomparso; la Grecia è stata massacrata in maniera indegna e il resto del corpaccione non è che ex Paesi dell’Est che hanno tutto da guadagnare dalle delocalizzazioni grazie al fatto di avere monete proprie e gestibili, ma la cui aspirazione europea è puramente strumentale e occasionale.

Insomma l’Ue è così immersa nel proprio tramonto che si comporta in maniera del tutto irrazionale, pensando di uscirne fuori inasprendo i propri diktat: se fosse ancora vitale lo zero virgola non sarebbe di certo un problema, lo diventa quando si ha così poco fiato e così poco spirito che anche un soffio può turbarla.

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