Daniel Munevar, su negoziato greco e Grexit.

Daniel Munevar è un giovane economista di Bogotà.
È stato Consigliere fiscale al Ministero delle finanze colombiano, e Consigliere speciale per gli investimenti diretti esteri al Ministero degli esteri dell’Ecuador. È considerato uno dei più autorevoli esperti nello studio del debito pubblico latinoamericano.
Ha lavorato con Yanis Varoufakis come consigliere sulle politiche di bilancio durante il periodo in cui Varoufakis è stato Ministro delle finanze in Grecia. Questo rende particolarmente interessante la sua valutazione delle trattative e dell’accordo fra Grecia e creditori.

Ne parla in un’intervista con Thomas Fazi per Social Europe,  spiegando perché gli eventi delle ultime settimane gli hanno fatto cambiare opinione a proposito della Grexit.

§

Thomas Fazi:
Cosa ne pensi dell’ultimo accordo di salvataggio fra Grecia e i suoi creditori?

Daniel Munevar:
Prima di tutto non è ancora chiaro se l’accordo sarà effettivo – ci sono parecchi parlamenti che devono approvare la partecipazione dei rispettivi paesi. Ma anche ammettendo che tutti riescano ad approvarlo, non c’è modo che funzioni. Le misure economiche del programma sono semplicemente folli. Gli obiettivi di bilancio non sono stati ancora annunciati, ma dando un’occhiata alle analisi di sostenibilità del debito (DSA) pubblicate sia dal FMI e che dalla Commissione, vediamo che entrambe indicano l’obiettivo di un avanzo primario nel medio termine del 3,5%. Negli ultimi cinque anni la Grecia ha “migliorato” il suo bilancio strutturale [ridotto la spesa] di 19 punti rispetto al PIL. Nello stesso periodo il PIL è crollato di circa il 20% [in realtà si parla del 25%] – praticamente un rapporto 1:1. Partendo dalla previsione generalmente condivisa che il PIL quest’anno scenderà di un ulteriore 1%, si rende necessario un aggiustamento superiore al 4% del PIL, vale a dire che il PIL crollerà di altri 4 punti di qui al 2018.
Questo porta a un’altra considerazione: l’accordo attuale è solo un assaggio. Il memorandum finale è destinato a contenere misure austeritarie ancora più severe, a compensazione del calo del PIL che si è verificato in questi ultimi mesi per via dello stallo con i creditori. Il problema è che questi memoranda stanno trasformando la Grecia in una colonia debitrice: sostanzialmente si stanno creando un insieme di regole che in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio – cosa che accadrà fatalmente – forzeranno il governo a ulteriori tagli che a loro volta provocheranno l’ulteriore diminuzione del PIL, il che implicherà un’austerità ancora maggiore, e così via. È un infinito circolo vizioso.
Ciò mette in luce uno dei principali problemi di tutta la situazione: le istituzioni hanno sempre separato gli obiettivi fiscali dall’analisi della sostenibilità del debito. La logica di avere una riduzione del debito è che sostanzialmente permette obiettivi fiscali più contenuti e distribuisce nel tempo l’impatto del consolidamento di bilancio. Ma nel caso greco, anche se ci fosse un alleggerimento nella misura auspicata da Atene – ciò che è improbabile – si dovrebbe ancora implementare un consolidamento massiccio, in aggiunta a ciò che è già stato fatto.

TF:
Almeno la riduzione del debito è diventato materia di aperta discussione…

DM:
Sì. questo è positivo. Ma i creditori hanno sempre saputo ciò che il FMI ha ammesso solo recentemente: la Grecia era e rimane insolvente e il suo debito era e rimane insostenibile. L’ultima DSA del FMI è estremamente chiara su questo punto. Ma anche i precedenti e non pubblicati DSA dicevano tutti la stessa cosa: il debito greco è insostenibile. Tuttavia gli europei non lo hanno mai ammesso, benché fosse chiaro a tutti che senza una ristrutturazione (che –  soprattutto – non fosse legata a obiettivi di minore spesa) non ci poteva essere alcun accordo realizzabile. Solo adesso il problema comincia a essere dibattuto, e ciò sia perché la situazione è così peggiorata che non lo si può più ignorare, sia perché quando il rischio Grexit è diventato evidente gli Stati Uniti hanno cominciato a fare pressione sul FMI perché facesse pressione a sua volta sull’Europa.

TF:
A proposito di Grexit, non è contraddittorio il fatto che la Germania si opponga alla riduzione del debito ma ammetta una soluzione che quasi certamente causerebbe il default del debito estero greco – causando quindi alla Germania la perdita del proprio credito?

DM:
Lo è se si ragiona in i termini puramente economici. Sotto questo aspetto [la posizione tedesca] non ha senso. Ma tutta questa storia non ha mai avuto a che vedere con l’economia, o con il fatto che la Germania non vuole perdere i propri soldi. Stiamo parlando di un’esposizione tedesca di 80 miliardi di euro, dopotutto – un importo nell’insieme trascurabile. Ha invece a che vedere con l’esigenza di fare di Syriza un esempio per il resto dell’Europa. Ogni cosa accaduta nei mesi scorsa era semplicemente un modo per dire ai popoli europei “Badate di non votare per partiti che hanno questo tipo di programma perche vi schiacceremo. Questo è ciò che succede quando qualcuno non si seguono le regole o si rifiuta di pagare il conto. O austerità o siete fuori”. Tsipras lo ha detto chiaramente – ha firmato l’accordo con il coltello alla gola. Questo era l’argomento di Schaeuble sulla Grexit: se i greci non vogliono pagare, cacciamoli via, guardiamoli soffrire e facciamone un esempio per spaventare a morte le altre nazioni debitrici.

TF:
Il Governo greco era consapevole che i creditori, fin dall’inizio, non avevano alcun intenzione di esaminare la questione della riduzione del debito?

DM:
Sì, ma la posizione di Varoufakis era che la Grecia, nondimeno, doveva battersi per ottenere un accordo economicamente sensato, cioè che includesse la riduzione del debito e obiettivi fiscali sostenibili. Come ha spiegato nella sua intervista al New Statesman lui ha lavorato tutto il tempo in un sistema a decisione collegiale dove si è sempre trovato in minoranza, per cui le sue possibilità erano del tutto limitate.
La maggioranza nella squadra di Tsipras ha sempre creduto che se la Grecia avesse fatto concessioni sarebbe stata in grado di ottenere un buon accordo. È la ragione per cui dopo la riunione di Riga dell’Eurogruppo Tsipras ha praticamente esautorato Varoufakis e iniziato a fare concessioni, sperando che la strategia funzionasse. È stata questa la strategia del Governo negli ultimi mesi. Se paragoniamo le proposte ora sul tavolo con quelle di marzo, vediamo che c’è stato un completo rovesciamento in senso peggiorativo. Questo perché quella gente credeva che attraverso concessioni avrebbero negoziato un buon accordo. E questo spiega anche perché, fino al referendum, la riduzione del debito non era nemmeno in agenda. Naturalmente questa strategia non ha funzionato, perché i creditori non avevano intenzione di accordare alla Grecia alcunché che potesse essere interpretato come una vittoria politica per la Grecia.

TF:
Pensi che sarebbe stato meglio, per il Governo greco, attenersi alla strategia di Varoufakis, riduzione del debito o niente?

DM:
In tutta onestà, è difficile pensare che le cose avrebbero potuto andare diversamente. I greci non hanno né soldi né potere. Le sole armi che avevano a disposizione per il negoziato erano la ragione, la logica e la solidarietà europea. Ma apparentemente viviamo in un’Europa dove nessuna di queste cose ha valore.

TF:
Quindi entrambe le strategie, quella di Varoufakis e quella di Tsipras, erano condannate al fallimento fin dall’inizio?

DM:
Sì, era una trappola. In passato, ogni volta che le Istituzioni europee sono state sfidate da un governo nazionale hanno fatto ricorso alle intimidazioni: innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di stato, minaccia di chiusura del sistema bancario ecc. In passato questa linea ha sempre funzionato, i governi hanno sempre ceduto. Quindi partivano dal presupposto che Syriza si sarebbe comportato nello stesso modo. Ma la Grecia non ha ceduto, ed è questa la ragione per cui hanno reagito in modo così brutale.

TF:
Pensi che l’introduzione di IOU (pagherò governativi) – come suggerito da Varoufakis e Schaeuble – fosse un’alternativa praticabile?

DM:
Il problema è che una volta che incominci a introdurre gli IOU per pagare salari e pensioni finisci su una china scivolosa, perché la gente suppone che è il primo passo verso l’abbandono dell’euro e si comporta di conseguenza, tesaurizzando gli euro disponibili. Come conseguenza, l’attività economica declina ulteriormente e una considerevole quota di introiti fiscali dev’essere ridenominata in IOU. Ciò a sua volta obbliga il governo all’emissione di ulteriori IOU per finanziare la spesa, e alla fine ci si ritrova in un circolo vizioso che porta di fatto all’uscita dal sistema.
È per questo che il Governo greco ha rifiutato questo metodo di finanziamento, perché il rischio era quello di iniziare un processo da cui non si poteva tornare indietro. Basta osservare quello che sta accadendo oggi con i depositi bancari greci: in un certo senso la Grecia ha già un piede fuori dall’euro perché è in una situazione in cui i depositi bancari non sono scambiati alla pari con la moneta: un euro nel sistema bancario ha effettivamente meno valore di un euro contante. Questo perché il solo parlare di Grexit ha creato un rischio differenziale tra contante e depositi, dal momento che sarebbero i depositi a essere convertiti in dracme in caso di uscita. Ciò spiega anche la ragione per cui molte attività ad Atena non accettano le carte di credito. Con gli IOU accadrebbe verosimilmente lo stesso: si metterebbe in moto un meccanismo auto-alimentato che porterebbe facilmente all’uscita, a prescindere dagli obiettivi del governo.

TF:
Che è probabilmente quello che Schaeuble sperava…

DM:
Esattamente. E che alla fine probabilmente otterrà. Perché questo accordo non risolve nulla, né per la Grecia, né per l’Eurozona. In realtà peggiora i problemi. Come ho detto prima, anche se si ottiene tutta la riduzione del debito in discussione, se questa non è accompagnata da obiettivi fiscali più sostenibili si resta comunque sulla strada del declino ecoomico. Il che significa che sarebbe solo una questione di tempo, poi l’economia greca tornerebbe in recessione e il problema si ripresenterebbe.

TF:
Pensi che la Grecia dovrebbe optare per l’uscita dall’euro?

DM:
Sono sempre stato contrario alla Grexit, come Varoufakis. Ma ora, dopo l’accordo di salvataggio, la Grecia si trova in una situazione dove i costi per restare nell’euro sono aumentati al punto che è possibile pensare che sia più vantaggioso andarsene – affrontando tutti i costi a breve termine dell’addio all’euro – piuttosto che rimanere in circostanze che implicano la rinuncia alla propria sovranità senza alcuna contropartita economica. Penso che Tsipras abbia soppesato le opzioni e deciso che sia meglio per la Grecia rimanere nell’euro, a prescindere dai costi. È una decisione che rispetto. Ma quando si comincia a considerare la logica economica e tutto quello che è successo, non si può far altro che concludere che la Grecia nell’euro non ha futuro.
Questo accordo semplicemente posticipa l’inevitabile. Perché a questo punto è chiaro che nell’Eurozona non esiste la volontà politica di risolvere i problemi strutturali dell’euro. Che guarda caso è proprio ciò che l’ultimo DSA del FMI essenzialmente implica: o si fa una ristrutturazione del debito o si stabilisce un sistema di trasferimenti fiscali per la Grecia – di fatto, creando un’Europa federale. Sappiamo tutti qual è il peccato originale dell’euro: avere stabilito una moneta comune senza prevedere un sistema di trasferimenti. Ma la volontà politica di risolvere questo punto non esiste. Per cui dobbiamo prendere atto che il sistema non funziona.
Questo, dopo quanto successo in Grecia, non dovrebbe essere più un tabù.

§

Pubblicato in Economia e finanza, Geopolitca | Contrassegnato , , | 1 commento

Memento

grosz-06

Dalla bacheca FB di Andrea Zhok, un utile promemoria:

§

L’intero debito pubblico greco ammonta a circa 320 miliardi di euro (370 miliardi di dollari). Uno haircut del 40% (130 miliardi) sarebbe sufficiente a renderlo sostenibile nel lungo periodo.

Il salvataggio della banca d’affari Citigroup è costata 2.513 miliardi di dollari.
Quello di Morgan Stanley è costata 2.041 miliardi di dollari.
Quello di Barclays 868 miliardi.
Quello di Goldman Sachs 814 miliardi.
Quello di JP Morgan 391 miliardi.

Se andiamo a banche europee salvate da stati europei a scapito degli erari pubblici europei, il salvataggio di Bnp Paribas è costato 175 miliardi e quello della Dresdner Bank 135 miliardi.

D’altra parte, se per l’intero “piano Juncker”, di rilancio anticiclico, sono stati raggranellati 20 miliardi, non mi pare ci sia molto da interpretare circa le priorità dell’attuale politica europea.

§

grosz-14

Pubblicato in Economia e finanza, Società | Contrassegnato , , , , | 11 commenti

Altri tedeschi.

Marcello Foa sulla sua pagina Facebook segnala questo video degli attori-cabarettisti tedeschi Claus von Wagner e Max Uthoff, per la TV pubblica  ZDF.

Il video è una spietata satira della posizione ufficiale dei governi tedeschi sulle riparazioni di guerra, e una denuncia senza mezzi termini della loro ipocrisia perbenista dietro cui  avanzano pretese di superiorità morale. Tanto più coraggioso in tempi di contrapposizione dura tra formiche e cicale.
Nove minuti da vedere fino alla fine, con una conclusione a sorpresa da non perdere.

Pubblicato in Società | Contrassegnato , , , , | 3 commenti

Teach me to dance.

Teach me to dance, will you?…

Pubblicato in Società | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Narrazioni

Quando sono in macchina mi capita di ascoltare la radio. Giovedì mattina mi è toccato in sorte il giornale di Radio 3 delle 8:45.

73a0dc96-2b68-4aad-981b-b37fceb45770_minculpop

GR3:
Berlino mette fine al gioco delle tre carte di Atene. Dopo l’ennesimo piano proposto dal premier greco la cancelliera tedesca getta la spugna e davanti al Bundestag afferma che nuovi aiuti alla Grecia saranno sì decisi, ma solo dopo il referendum.
Fino all’ultimo la Merkel aveva difeso la Grecia“Se fallisce l’euro fallisce l’europa”, aveva detto. Ma dopo mesi di estenuanti trattative e con la pressione di paesi come Irlanda, Portogallo, e Spagna divenuti virtuosi dopo pesanti sacrifici e il varo di notevoli riforme non si poteva più cedere. Starà al popolo greco ora a decidere se continuare ad accettare ulteriori aiuti dall’Europa o proseguire sulla linea isolazionista del premier greco.
Ma intanto a dare manforte alla posizione tedesca ieri è andato a Berlino il presidente del consiglio Renzi che  dalla Merkel ha ricevuto anche delle lodi per l’impressionante lavoro di riforme. Ascoltiamo il premier:libro_fascista
Renzi: Personalmente avrei evitato il referendum. L’ho detto in tutte le sedi. Adesso vedremo quale sarà lo scenario che si verificherà. Certo è che appena finiremo di parlare dell’economia in Grecia potremo finalmente parlare dell’economia in Europa.

Inviato da Berlino:
Prima ancora di incontrare Angela Merkel, parlando alla Humbold Universitaet di Berlino Matteo Renzi non aveva fatto sconti alla Grecia. “Se le baby pensioni sono sparite da noi, ha ribadito, non possono essere consentite ad Atene. Ci sono temi più importanti di cui parlare, dai profughi al terrorismo internazionale, ha detto il premier, dobbiamo tornare a discutere di sviluppo e investimenti per guardare al futuro”.
Angela Merkel loda i progressi fatti in Italia: “Le riforme sono andate avanti in maniera impressionante, dice la cancelliera, con il jobs-act si è imboccata la direzione giusta e vedo che si sta proseguendo su questa strada”.
Il cammino delle riforme in Italia, conferma Matteo Renzi, non è finito: “Oggi io non sono soddisfatto, però le riforme sono partite. La data chiave sarà quella del giugno 2016 con il referendum costituzionale. C’è ancora molto molto molto da fare ma l’Italia è tornata in pista e ha voglia di correre più veloce di tutti”.

 

Vignetta

Pubblicato in Economia e finanza, Società | Contrassegnato , , , , | 7 commenti

Spagna, entra in vigore la legge museruola.

Ley Mordaza 1

Da oggi in Spagna è operativa la Ley Orgànica de Seguridad Ciudadana (Legge Organica di Sicurezza Cittadina), altrimenti conosciuta come Ley Mordaza (Legge Museruola), fortemente voluta dal Governo di Rajoy per ovviare al problema del dissenso e delle manifestazioni.

Lo ha ricordato ieri, fra gli altri,  (non a caso un giorno prima dell’entrata in vigore della legge) il blog Strambotic,  con un utile dodecalogo (più un bonus track) che propongo per opportuna nostra edificazione e conoscenza.

§

[30 giugno 2015]
Stanotte a mezzanotte non dimenticatevi di spostare indietro al 1954 le lancette del vostro orologio […] Nel caso dal dicembre scorso foste stati distratti da impegni mondani, vi segnaliamo che dalle 24 entra in vigore l’inquietante Legge di Sicurezza Cittadina, meglio conosciuta come Legge Museruola dalle sue vittime, cioè voi e io.
Per ogni evenienza, preferiamo uscire con questo articolo un giorno prima che la libertà di espressione abbia ufficialmente termine.
Abbiamo pensato di illustrare un dodecalogo delle conseguenze dell’infame legge, con le vignette che riteniamo più significative fra quelle pubblicate dai vignettisti fino a oggi (quando ancora potevano disegnare impunemente).

1) Cercare di ostacolare un provvedimento di sfratto: da 6.000 a 30.000 Euro

Ley Mordaza 02

Stavo pensando… SHHH! Che ti multano.

2) Riprendere un poliziotto e diffondere le immagini sul web: da 100 a 600 Euro.
Ley Mordaza 03

3) Consumare droga in pubblico, anche senza spacciarla: da 600 a 30.000 Euro.

Ley Mordaza 04

4) Manifestare davanti alle sedi del Congresso, del Senato o dei Parlamenti delle autonomie, se si “turba la sicurezza”: da 601 a 30.000 Euro.Ley Mordaza 05
5) Rifiutare l’identificazione: da 100 a 600 Euro.

Ley Mordaza 06

[Penitenti della Semana Santa] – Accidenti, così non c’è più gusto.

6) Danni a beni mobili e immobili sulla pubblica via: da 100 a 600 Euro.

Ley Mordaza 07

[Rajoy in TV]: Tutti radicali!

7) L’organizzazione di manifestazioni attraverso i social networks è assimilata al reato di terrorismo.

Ley Mordaza 08

Se non ammettete proteste otterrete rivolte.

8) Manifestazioni non autorizzate o proibite davanti a infrastrutture critiche: da 30.000 a 600.000 Euro.

GE DIGITAL CAMERA

GE DIGITAL CAMERA

9) Insultare la polizia durante una manifestazione: da 100 a 600 Euro.

Ley Mordaza 10

“SI PROIBISCE TUTTO” – Non staremo esagerando? – Sshhh, è proibito lamentarsi!

10) Piratare software: da 6 mesi a 3 anni di carcere.

Ley Mordaza 11

– Per cortesia, la prima cosa che chiedo è che non la chiamiate “legge museruola”. – … Bensì “legge merdaruola”.

11) Rifiuto di sciogliere un assembramento o una manifestazione: da 600 a 30.000 Euros.

Ley Mordaza 12

– Che paese! – 30.000 Euro!

12) Scalare edifici o monumenti, quando vi è rischio di danni: da 100 a 600 Euro.

Ley Mordaza 13

– Veramente io andavo a salvare una persona. – Già. Però questa multa non gliela toglie nemmeno dio.

E per finire: il bonus track!

Ley Mordaza 14

Arriba, 11 febbraio 1954. Il Governo userà il rigore della legge contro chi direttamente o indirettamente turbi l’ordine, la pace e l’unità.

Pubblicato in Uncategorized | 14 commenti

Varoufakis, la questione democratica e un problema di leadership

Varoufakis 2
Sul suo blog, Yanis Varoufakis commenta  il suo intervento all’ultima riunione dell’Eurogruppo (mie le enfasi e le parentesi quadre):
§

La riunione Eurogruppo del 27/6/2015 non sarà un evento nella storia dell’Europa di cui andare fieri. I Ministri hanno rifiutato la richiesta del Governo greco di garantire ai cittadini ellenici una settimana [di dilazione] durante la quale essi potessero esprimere il loro Sì o No alle proposte delle Istituzioni [Troika], proposte cruciali per il futuro della Grecia nell’Eurozona. 
La sola idea che che il Governo consulti i propri cittadini su un tema così critico ha suscitato incomprensione, ed è stata trattata con uno sdegno che rasentava il disprezzo.
Mi è stato persino chiesto: “Come può aspettarsi che la gente comune possa capire problemi così complessi?
Davvero non è stato un momento felice per la democrazia la riunione dell’Eurogruppo di ieri! Ma nemmeno lo è stato per le Istituzioni  europee. Dopo aver rifiutato la nostra richiesta, il Presidente dell’Eurogruppo [l’olandese Jeroen Dijsselbloem] è venuto meno alla convenzione che richiede l’unanimità e rilasciato una dichiarazione [a nome dell’Eurogruppo] senza il mio consenso. Ha persino preso la dubbia decisione di convocare un successivo incontro senza il Ministro greco, ostentatamente per discutere “i prossimi passi”.
Possono coesistere democrazia e unione monetaria? O la prima dev’essere subordinata alla seconda? 
È questo il problema fondamentale a cui l’Eurogruppo ha deciso di rispondere, accantonando la questione democratica. Almeno per il momento, spero.

§

La domanda, retorica, trova già una prima risposta nell’obiezione a proposito del referendum: la gente non è in grado di capire problemi così complessi, quindi la gente non ha diritto di esprimersi – anche se la soluzione passa sulla loro pelle. La frase riportata da Varoufakis non è un infortunio verbale occorso in una situazione concitata, ma un preciso modo di pensare paternalistico che viene da lontano e ha conformato lo spirito comunitario sin dagli esordi, condizionandone tutta la costruzione fino agli esiti autoritari che conosciamo oggi.
Jean Monnet, uno dei padri fondatori, ammetteva candidamente di pensare che era un errore “consultare i cittadini europei su un sistema comunitario di cui non hanno alcuna esperienza pratica“.
L’eurocrate fondamentalista Mario Monti, il capostipite dei Primi ministri italiani non eletti ma nominati, considerava con favore e una buona dose di invidia il fatto che le istituzioni che contano in Europa fossero “al riparo dal processo elettorale“.
L’attuale presidente della Commissione europea, l’etilista Junker, spiega senza remore la tecnica usata dai nostri decisori: ” ” Prima decidiamo qualcosa, poi la lanciamo nello spazio pubblico. In seguito aspettiamo un po’ e guardiamo cosa succede. Se non fa scandalo o non provoca sommosse, perché la maggior parte delle persone non si sono neanche rese conto di ciò che è stato deciso, continuiamo, passo dopo passo, fin quando non sia più possibile tornare indietro“. Più ultimamente ha dichiarato che “non si possono cambiare le regole ogni volta che cambia un governo“.
Tommaso Padoa Schioppa, l’uomo che deprecava lo stato sociale perché disabitua la gente alla “durezza del vivere“, diceva che la costruzione europea è stata una rivoluzione, operata non da cospiratori pallidi e magri ma da funzionari e banchieri. “L’Europa non nasce da un movimento democratico […ma] seguendo un metodo che potremmo definire dispotismo illuminato“.
Si potrebbe proseguire per pagine e pagine.
È la stessa sensibilità democratica che gli eurotecnocrati hanno dimostrato  conferendo a Bruxelles  con i leader dell’opposizione greca (l’ex premier Samaras di Nuova Democrazia, Gennimata del Pasok e Theodorakis di To Potami), per sondare le loro disponibilità a formare un governo di unità nazionale disposto a sottostare al memorandum di intenti stabilito dalla Troika (Cfr Paul Mason, ed Thomas Fazi).

Ho sempre avuto la convinzione che la pretesa di Syriza di riformare l’Europa dall’interno, attraverso il dialogo, fosse un tentativo velleitario destinato a fallire; ma da sempre mi auguro di avere torto e non posso fare a meno di provare una forte simpatia e tifare per l’attuale compagine del Governo greco.
Tuttavia mi dispiace che Varoufakis ponga solo ora la questione democratica.
Le sue riserve nei confronti dell’Eurozona, prima di diventare Ministro delle finanze e scontrarsi personalmente con il muro autoritario del sistema, erano limitate ai soli aspetti tecnici. Fino a qualche anno fa lamentava un insufficiente impegno della Germania, come stato egemone, nella governance europea; e la sua “modest proposal”, formulata nel 2013 con il collega Galbraith, proponeva una soluzione per superare alcune delle rigidità tecniche ma non affrontava la grave anomalia della mancanza di rappresentatività: con l’effetto – ammesso che venisse presa in considerazione, come poi non è stato – di cambiare qualcosa per non cambiare nulla. (Diversi suoi lettori, fra cui il sottoscritto, gli avevano sollevato l’obiezione, e ricordo che mentre sulle questioni tecniche aveva accettato il confronto profondendosi in spiegazioni e precisazioni, sull’aspetto politico non aveva ritenuto di ribattere – almeno per quanto mi risulta).

È la stessa sgradevole sensazione che provo ascoltando il nostro caro leader, Matteo Renzi, quando davanti alle chiusure degli altri paesi al problema dell’immigrazione, scopre che l’Europa non è né solidale né comunitaria, e prorompe in un inusuale “Se questa è la vostra idea di Europa, tenetevela!”.
Come se l’Europa, finora, non avesse dato altre eloquenti prove di sé.

Se per scoprire le insufficienze del sistema i leader hanno bisogna di sperimentarle da vicino, allora oltre a un macroscopico problema Europa i cittadini europei hanno anche un macroscopico problema di leadership.
Il che, lo ammetto, dopotutto non è affatto una novità.

Pubblicato in Geopolitca, Società | Contrassegnato , , , , | 4 commenti