Green pass


Ai Magazzini del Cotone, nel Porto Antico di Genova, inizia oggi il congresso Meet in Italy for Life Sciences, “principale appuntamento nazionale di matchmaking [sic] e di aggiornamento nell’ambito delle Scienze della Vita”.
Nel darne notizia, il TG regionale di ieri sera informava che sono state prese severe misure di sicurezza, con cecchini strategicamente piazzati, precisando in particolare che per l’accesso non vale il green pass ma è obbligatorio sottoporsi a tampone.

A quanto pare, dunque, tale procedura è adottata non solo a livello governativo – dove l’accesso a conferenze stampa o alla riunioni con le parti sociali è ammesso solo previo tampone e la certificazione vaccinale non conta – ma va diffondendosi anche negli eventi dove è prevista la partecipazione di autorità e maggiorenti di varia natura.

Ora, se i primi a non fidarsene sono proprio i nostri decisori, è chiaro che il green pass, come misura sanitaria, è una presa per i fondelli. E se una misura non serve allo scopo per cui ufficialmente è stata messa in atto, allora è lecito pensare che debba servire a qualcos’altro.
A parte l’evidente scopo ricattatorio e punitivo (cfr Brunetta), se fossi un complottista sarei portato a credere che si tratta di un test sociale per valutare l’arrendevolezza di un’intera collettività a soluzioni farlocche se opportunamente sottoposta a condizioni di stress prolungato.
Fortunatamente non sono complottista e posso dormire sonni tranquilli.

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Draghi, il tautologico

Il Primo ministro Draghi, ogni volta che gli capita di esprimere un concetto, rivela il grigio funzionario che è in lui. Ne è ultima conferma la frase “Le cose vanno fatte perché si devono fare”, pronunciata ricordando Beniamino Andreatta (curatore insieme a Ciampi del malaugurato divorzio fra Tesoro e Bankitalia).

La frase, un po’ tautologica, sorvola sul fatto che le “cose che si devono fare” generalmente non sono tali per vincolo di natura, ma dipendono da scelte il più delle volte squisitamente politiche, e in quanto tali conseguenza del compromesso fra interessi divergenti e rapporti di forza più o meno asimmetrici.
Un processo che potrebbe perfino definirsi democratico, se anche il popolo ne venisse coinvolto qualche volta.

È probabile invece che il Nostro (la cui deformazione professionale di ligio esecutore è maturata nei numerosi anni trascorsi al servizio di poteri al riparo dal processo elettorale), per “cose che si devono fare” intenda la lista delle disposizioni che ha ricevuto con il mandato.
Il quale mandato, è superfluo ricordarlo, non gli deriva dall’esito di una normale consultazione elettorale dove ciascuno dei concorrenti illustra il proprio programma.

Anzi, a pensarci bene nessuno è in grado di dire qual è il programma di questo esecutivo. Esiste certo l’obiettivo generale di superare l’attuale emergenza economico-sanitaria e ambientale (vaste programme, direbbe qualcuno), ma le misure particolari di cui intende avvalersi per realizzarlo (“le cose che si devono fare”, appunto) non sono mai state oggetto di discussione nel Paese, né è dato sapere quali sono i criteri secondo i quali verranno ripartiti i costi fra le diverse componenti sociali.

Anche se qualche indizio, a dire il vero, in questi mesi è già trapelato.

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Storia vecchia

L’attuale deriva autoritaria e anti-sociale, di cui siamo testimoni impotenti, non è la conseguenza di un virus cinico e baro che ha travolto le nostre esistenze da poco meno di due anni. Si tratta piuttosto dell’ulteriore tappa di un processo in corso da quarant’anni, portato avanti con scientifica acribia e una meticolosa attenzione a sfruttare ogni circostanza favorevole.

È ovvio che buona parte della sua straordinaria riuscita si deve alla scodinzolante collaborazione dei mezzi di informazione e alla subordinazione cognitiva dell’intellettualità (il famoso “tradimento dei clerici”); ma se ci fate caso,  i principi strategici su cui questo processo fondamentalmente si basa si riducono agli elementari soliti due: il principio della rana bollita e quello del divide et impera.

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Credibilità e potenza.

“Credibilità: Prestigio personale, stima acquisita con una condotta irreprensibile”. (Dal dizionario Oxford Language, fonte di Google Dictionary)

Sono numerosi in questi giorni i commenti – per lo più afflitti, altri compiaciuti – sulla “totale perdita di credibilità” degli Stati Uniti.
Tuttavia la domanda che sorge spontanea è: quando mai la credibilità è stata alla base di un’egemonia? Quando mai una Nazione è stata egemone perché credibile?

Un’egemonia si fonda sulla potenza militare ed economico-finanziaria.
È per questo che l’ultima delle preoccupazioni degli USA è perdere credibilità (un capitale ormai dissipato da anni), sapendo che all’interno della propria sfera di influenza ogni paese che vi appartenga sarà festosamente ansioso di riconoscergliela fintanto che riusciranno a conservare tale supremazia.

Del resto, è proprio per riaffermarla ogni volta che negli ultimi settant’anni gli americani si sono intruppati in guerre disastrose, pretendendo ogni volta – con supremo sprezzo del ridicolo, enorme faccia di tolla e contro ogni evidenza  –  che erano  finalizzate all’esportazione della democrazia o alla  risoluzione di emergenze umanitarie.
E quanto a loro importi della credibilità, lo misura il fatto che ogni volta che è stato necessario non hanno esitato ad abbandonare al loro destino gli alleati locali (ne sanno qualcosa i curdi, in Iraq e Siria). Anche i paesi partner/vassalli, peraltro, avrebbero di che lagnarsi, visto che – coinvolti tramite NATO in una pesante cooperazione militare durata due decenni – alla fine sono stati esclusi dai negoziati che gli USA hanno condotto per svariati anni con i nemici talebani.
Il primo esempio dimostra l’infimo valore attribuito alla credibilità come asset strategico; il secondo è una dimostrazione di potenza ( Marchese del Grillo docet).

Perciò – finché riusciranno a mantenere la supremazia – è evidente che ogni futuro intervento americano troverà comunque lo scodinzolante plauso e l’indefettibile adesione delle nazioni sottomesse, pronte a giurare ancora una volta sulla bontà delle ragioni  addotte ed incuranti della “totale perdita di credibilità” della volta precedente.

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La gratificazione del benaltrismo

Giorni fa, sulla sua pagina, un mio contatto FB – commentando la manifestazione a Firenze per la vertenza GKN in parallelo con le proteste per il certificato sanitario – osservava con sarcasmo che mentre sbloccano i licenziamenti, concentrano i capitali nel grande gioco della geopolitica e si prospetta un autunno caldo di lotte per il lavoro, salta fuori un grande tema irrinunciabile: “il diritto di andare al bar, grande libertà liberale”.

Si tratta a mio avviso di una visione piuttosto miope.
A parte il bar, ci sono segnali, legati alla logica del lasciapassare, che dovrebbero preoccupare: le mense aziendali vengono assimilate ai ristoranti (con i limiti di accesso che ciò comporta per i lavoratori); a bambini e adolescenti senza green-pass è preclusa la possibilità di attività extra-scolastiche; circolano allarmanti ipotesi su lasciare a casa dal lavoro e senza stipendio i non vaccinati, impedire loro l’accesso ai seggi elettorali, escluderli  dalle candidature politiche, non riconoscere l’indennità di malattia a chi è costretto in quarantena.
Tutto ciò con il risibile pretesto di contenere i contagi creando ambienti sicuri (ciò che perfino protagonisti autorevoli della stessa narrazione ansiogena hanno definito “una bufala pazzesca”), quando in realtà le misure sono finalizzate a rendere obbligatorio qualcosa di cui lo Stato non intende assumersi la responsabilità, e in pratica – visto che vaccinati e e no sono ugualmente suscettibili di contagio e trasmissibilità – stabilendo chi è autorizzato a contagiare e chi no.

Il DL 105 non si riduce al divieto per una determinata categoria di persone di “andare al bar” (e se anche così fosse, stante la pretestuosità, già ci sarebbe di che allarmarsi).
L’incoerenza con i fini dichiarati ne inficiano a priori la legittimità; di fatto sembrerebbe piuttosto un test per saggiare l’arrendevolezza della popolazione, la disponibilità ad accettare arbitrarietà e prevaricazione sotto il condizionamento della narrazione terroristica della pandemia.
È già successo con la precedente “emergenza” economica dello scorso decennio, grazie alla quale sono stati demoliti i diritti sociali e del lavoro in misura impensabile fino a qualche anno prima.
L’odierna crisi pandemica è un’ulteriore occasione di riscrittura autoritaria dei rapporti sociali.

Siamo di fronte a una situazione sanitaria compromessa da decenni di scelte austeritarie,  dallo smantellamento dei presìdi territoriali e lo svilimento della funzione del medico di base; nonché da strategie deliranti (come l’aver puntato tutto su vaccini frettolosamente autorizzati e aver bloccato la ricerca di terapie alternative prescrivendo il demenziale protocollo “tachipirina con vigile attesa”). Ora si tratta di addossare l’onere del disastro alla sparuta schiera di coloro che, in assenza di obbligo di legge, esercitano legittimamente un diritto di scelta; additare il capro espiatorio ( i no-vax! i negazionisti!) su cui convogliare la censura e il risentimento sociali.

Questa crisi sanitaria non è che la prosecuzione di quella economica che l’ha preceduta, e come la precedente comporterà la trasformazione in senso profondamente regressivo della nostra concezione di convivenza sociale.

Il benaltrismo, con la piacevole autogratificazione che comporta, è la cartina di tornasole della sinistra pensosa: quella  si ritiene antagonista e pura,  ma che in realtà è solo schizzinosa, sempre pronta ad alzare il ditino pedagogico contro tutte le reazioni popolari che siano ree di spontaneismo  e di obiettivi al di sotto dello standard qualitativo richiesto. E in quanto tali, per definizione, indegne di figurare nel palmarès progressista.
Un atteggiamento culturalmente rinunciatario: a farsi carico, a interpretare, a rappresentare, per un lato; e per l’altro a farsi opposizione al sistema, che come al solito ringrazia.

Se oggi non riusciamo a dare una risposta corale e decisa ai tanti casi GKN che si vanno drammaticamente proponendo, è proprio perché abbiamo sottovalutato tutte le finestre di Overton che in questi anni si sono aperte, di cui il lasciapassare sanitario o le comunicazioni di licenziamento di massa via whatsup sono solo l’ultimo esempio.

Prima o poi dovremo pure renderci conto che il problema non è un altro: il problema è uno solo ed è sempre lo stesso.

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La prima fase del lutto

Enrico Letta, che si dichiara “soddisfatto” della riforma Cartabia definendola “un grande passo avanti per la giustizia”, è l’epitome della definitiva resa senza condizioni dei Piddini (intesi come PD e – per quello che conta – LEU) alle ragioni della destra berlusconiana e al neoliberismo comunitario.

La sua soddisfazione dovrebbe rendere palese, anche ai più riluttanti, che l’anti-berlusconismo dei decenni trascorsi, l’anti-salvinismo odierno e il radicalismo strumentale dei diritti civili, sono solo un generico collante identitario inalberato a dissimulare la totale assenza di identità ideologica e l’incapacità di produrre progetti culturali e politici autonomi.

Sono ancora troppi quelli che non hanno ancora iniziato a elaborare il lutto per la scomparsa della sinistra, e rimangono sterilmente ancorati alla fase della negazione; ma senza questo necessario processo saranno preclusi orizzonti alternativi a quelli iniqui e arbitrari che oggi ci vengono proposti come gli unici concepibili.

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Il drago che verrà

Ci aveva già provato nel 2018 con l’esiguo Cottarelli, ora pare che il presidente Mattarella ci voglia riprovare con il ben più sontuoso Draghi in odore di quirinalato.
Al di là della pretestuosità della motivazione ufficiale (la crisi economico-sanitaria), a impedire la naturale soluzione elettorale è la consapevolezza che l’esito segnerebbe un tracollo per i partiti che hanno sostenuto il Governo Conte 2 e “consegnerebbe il Paese alla destra”. Ne seguirebbe un governo inviso all’Europa, con prevedibili ritorsioni su Recovery Fund e spread.
Un concetto espresso in tutte le salse da vari autorevoli commentatori, ognuno incurante del fatto che questo modo di ragionare sancisce l’impressionante declino della ragione democratica, iniziato da quando il Paese si consegnò anima e corpo alle ragioni europeiste.

È probabile che l’ipotesi di un governo tecnico presieduto da Draghi goda già di ampio consenso in Parlamento: sarebbe strano che il Presidente della Repubblica commettesse lo stesso errore del 2018, quando cercò di imporre un nome che alla prova dei fatti nessuno voleva.
Sarebbe anche strano che uno smaliziato frequentatore abituale dei luoghi di potere come Draghi accettasse l’incarico senza garanzie di buon fine dell’investitura.
Dandola quindi per scontata, si tratta di capire quale sarà l’azione di governo che porterà avanti, e qui le cose si fanno complicate.
Draghi, come tutti i tecnocrati, esercita la sua competenza non per affermare idee proprie ma per realizzare gli obiettivi che di volta in volta gli vengono indicati. Detto in altro modo: obbedisce agli ordini.
Ha obbedito nel 2011, quando concorse a rovesciare il legittimo governo Berlusconi lasciando che la mannaia dello spread strangolasse il Debito pubblico italiano, salvo intervenire l’anno successivo con il what ever it takes che rimise in riga i mercati, ma guarda caso solo dopo che Monti (altro fedele esecutore) aveva realizzato gran parte del lavoro per il quale era stato insediato.
Ha obbedito nel 2015, quando la BCE fu determinante nel punire la riottosa Grecia, precipitata in una tragedia sociale della quale i responsabili saranno chiamati a rispondere, purtroppo, solo davanti al Tribunale della Storia, e non davanti a un Tribunale internazionale.
Senza menzionare le gesta degli anni ’90, quando fu artefice insieme a Prodi delle privatizzazioni selvagge ed entusiasta sottoscrittore di derivati per la riduzione artificiale del debito pubblico.

Ultimamente, stando a un suo articolo sul Financial Time del marzo 2020, il nostro sembra convertito a un riapprezzamento di sapore keynesiano del ruolo del disavanzo:

La sfida che affrontiamo è quella di agire con sufficiente energia e rapidità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di fallimenti che lascerebbero un danno irreversibile. È già chiaro che la risposta deve prevedere un significativo incremento del debito pubblico. La perdita di reddito sofferta dal settore privato e ogni debito contratto per farvi fronte alla fine dovranno essere assorbiti, in tutto o in parte, dal bilancio dello stato. Più alti livelli di debito pubblico diventeranno la norma permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione di debito privato.È ruolo appropriato dello Stato usare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro traumi di cui il settore privato non è responsabile e non può assorbire. Gli Stati lo hanno fatto da sempre davanti ad emergenze nazionali. Le guerre … sono sempre state finanziate attraverso l’incremento del debito pubblico“.

Draghi le cose le sa, non per niente è stato allievo di Federico Caffè: seppure omette di precisare alcune cose (tipo il fatto che in tempi di moneta fiduciaria non è poi così necessario ricorrere ai mercati per finanziare le spesa pubblica); e se qualche tempo dopo l’articolo, in una lectio al raduno di CL a Rimini ha voluto distinguere tra “debito buono e debito cattivo”, rincuorando in parte gli immarcescibili dell’austerità.

Cosa farà una volta al governo, dunque, dipende da chi sono i suoi mandanti. Non è azzardato pensare che sono gli stessi che misero in sella Mario Monti a fine 2011, e che la sua agenda sarà scritta sotto dettatura di costoro, anche se probabilmente, nell’immediato, sembrerà meno feroce di quella che all’epoca dettarono al suo omonimo.

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Letture vintage

Ho finito di rileggere “Diario di un Curato di Campagna“, di Bernanos, nell’edizione del 1954 della Medusa.
La collana è quella con copertina rigida verde, caratteri in oro impressi a incavo; ha sovracopertina con cornice verde, caratteri nero in campo bianco e logo che rappresenta il volto stilizzato di Medusa.
Avevo trovato il libro un paio di anni fa, in una bancarella del Centro storico di Genova, tenuta da un signore di colore che mi sorprese quando, chiesto il prezzo, mi rispose che i libri esposti erano a disposizione di chi li volesse, ma che se lo ritenevo potevo lasciare un contributo a piacere.
Presi quel volume insieme a un secondo libro, sempre della stessa collana ma in brossura: “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale“, di Remarque, edizione 1950.
Non sono un collezionista di libri vintage, ma non so resistere quando mi capita di ritrovare qualche titolo o edizione che in anni lontani accesero le mie voglie adolescenti di accanito lettore e aspirante bibliofilo.

Altri volumi che ho trovato rovistando nelle bancarelle di libri usati:
“Resurrezione” di Tolstoi,  (Barion, Casa Per Edizioni Popolari, anno X-1933, dove X sta evidentemente per decimo dell’era fascista). La fragilità degli anni e della rilegatura americana ne sconsigliano la lettura: già solo una cauta ispezione mostra diverse pagine sciolte e altre precarie.  Peccato, perché la traduzione di Luigi Ermete Zalapy è di tutto rispetto.
“I Miserabili” di Hugo, editore Carlo Simonetti (1881) unica edizione “autorizzata dall’editore Carlo Barbini proprietario del diritto della traduzione italiana“; edizione “riveduta e riccamente illustrata“. È un grosso tomo rilegato secondo il gusto del tempo con copertina in cartone telato e dorso in pelle a caratteri dorati. Tra le pagine avevo trovato due stelle alpine, messe lì a essiccare più di un secolo fa (mi piace pensare da una mano di fanciulla), e lì dimenticate. Non vi si trova nessuna indicazione né del traduttore (Carlo Barbini è indicato solo come proprietario dei diritti di traduzione), né dell’autore delle numerose tavole ben disegnate.

Il Diario di un Curato di Campagna viene nella traduzione del poeta genovese Adriano Grande (1897-1972). 
Il romanzo è una sorta di “Cognizione del dolore” in chiave religiosa. Precede l’opera di Gadda di qualche hanno ed è altrettanto prolisso, ma privo di tutte quelle ghiotte invenzioni lessicali che animano l’opera gaddiana rendendone la lettura così stimolante.
Confesso che ho fatto fatica a finirlo. Sono quasi certo di averlo già letto, in passato, e se è così allora dev’essere accaduto durante gli anni della mia giovinezza, diciamo tra i quindici e i venticinque anni: ci sono letture possibili solo durante quell’età eroica, o sconsiderata – dove il tempo da consumare è inesauribile – e che a volte, molti anni più tardi, diventano riletture per una questione di nostalgia.
Tuttavia, anche se mi è famigliare e ho riconosciuto alcuni passaggi, non ne conservo la memoria percettiva, a differenza di altri libri di cui è rimasta ben chiara la sensazione tattile della consistenza e delle pagine sfogliate.

Leggendo, sono incappato in un paio di sottolineature di altri che su quelle pagine mi hanno preceduto:
La prima, a biro rossa, è stata tirata ordinatamente con il righello. Riguarda una frase del curato di Curcy, in amichevole visita al pretino: “Il medioevo l’aveva ben compreso, il medioevo ha capito tutto” che arriva al termine di una digressione sulla Vergine Maria all’interno di un suo lungo discorso.
La seconda è una sciatta sottolineatura a matita, tirata a mano libera: “Quei mattini, quelle strade… quelle strade mutevoli, misteriose, quelle strade piene del passo degli uomini“.
Il diverso stile delle sottolineature, induce a pensare che si tratti di due lettori diversi. Mi chiedo (ma senza particolare curiosità, in modo diciamo accademico), quali particolari interessi abbiano indotto quelle persone a sottolineare quelle due specifiche frasi.
La frase che avrei sottolineato io invece è questa: “L’unico eroismo alla mia portata è quello di non averne; e poiché mi manca la forza, vorrei, adesso, che la mia morte fosse piccola, piccola quanto è possibile; che non si distinguesse dagli altri avvenimenti della mia vita“.
Lo struggente eroismo di chi ne è privo…

Mi ha ricordato il personaggio di una canzone di Brassens, quel pauvre Martin che dopo aver vangato i campi degli altri per tutta la vita, quando si sente chiamato dalla Morte se ne va a scavare la propria tomba, per non disturbare la gente con l’impiccio della sua sepoltura:

Et quand la Mort lui a fait signe
de labourer son dernier champ,
il s’en alla creuser sa tombe,
pour ne pas déranger le gens.

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Gualtierate

Su Sky TG24 il professore di storia e attuale Ministro economico, signor Roberto Gualtieri, a proposito delle ipotesi di cancellazione o neutralizzazione del debito pubblico afferma:

Sono proposte sbagliate. Anche perché non sono previste dai trattati europei. Il Governo ha delineato una strategia di riduzione del debito pubblico che per la prima volta definisce una curva realistica e sostenibile di riduzione del debito“.

Analisi del testo:

a) “Sono proposte sbagliate”:

Va bene, ma sarebbe bello che ci spiegasse il perché. Sono proposte immorali? Ontologicamente erronee? Tecnicamente irrealizzabili? 
Niente: si tratta di enunciato che fonda la sua auto-evidenza nell’immaginario collettivo cresciuto a suon di dogmi neoliberisti, e tanto ci deve bastare.

b) “Anche perché non sono previste dai trattati europei”.

Nella (teo)logica gualteriana, i trattati europei (anzi: i Trattati Europei) sono le nuove Tavole della Legge, immutabili ed eterni: una volta scritti e sottoscritti non possono essere rivisti o corretti poiché sono stati dettati da Dio agli uomini (anzi: agli europeisti) e quindi nascono perfetti e per sempre validi. Poco importa se si sono rivelati e sempre più si stanno rivelando un coacervo di insensatezze giuridiche che hanno dato luogo a mostruosità istituzionali. L’enunciato è l’equivalente di quello molto più in voga fino ad alcuni anni fa ma oggi usato con più cautela per le reazioni avverse che potrebbe suscitare: “ce lo chiede l’Europa”.

c) “La strategia di riduzione del debito pubblico realistica e sostenibile”

fa riferimento a una curva discendente che presuppone un avanzo medio di bilancio (nota bene: non avanzo primario, ma avanzo di bilancio) del 2,5% del PIL dall’anno prossimo e fino al 2031, quando la strategia “realistica e sostenibile” dovrebbe aver riportato il rapporto debito/PIl ai livelli pre-covid. (A meno che non si ipotizzi un’impetuosa crescita del PIL; ma per il Nadef  gli anni 2024-2026 avranno una crescita stimata di circa 1,1 % all’anno, e negli anni successivi andrà a decrescere fino allo 0,6 % nel 2030-2031).
La strategia insomma è la stessa dei dieci anni trascorsi, con la differenza, in peggio, che stavolta invece di limitarci ad accumulare avanzi primari accumuleremo avanzi di bilancio. Praticamente, , dopo 10 anni di politiche austeritarie devastanti si propone un decennio di maggiore austerità, con la stessa logica per cui se l’Europa non funziona è segno che ci vuole  più Europa.

Conclusione: con un Ministro dell’economia di questo spessore, e con un Governo che anziché cacciarlo a calci lo sostiene, abbiamo ottime prospettive di default e commissariamento. Ma per Gualtieri, e per l’insieme dei piccoli quisling che affollano il nostro ceto politico, esercitare il potere vicario in nome del podestà straniero è la migliore delle opzioni fin dai tempi di Guido Carli (cfr: G. Carli, Cinquant’anni di vita italina), che vedeva nel vincolo esterno eurocomunitario e dei mercati finanziari la soluzione finale alle nostre manchevolezze.

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Riflessioni post referendum.



I pentastellati, dopo le tante che hanno smarrito strada facendo, avevano urgente bisogno di una medaglietta da appuntarsi sul petto.
Peccato che, fra tutte, quella di cui si fregiano oggi è la meno pregnante e la più suscettibile di conseguenze negative.

Ora non ci resta che sperare in una decente riforma elettorale, ma visti gli attori e la proposta in campo , non mi pare che le condizioni possano indurre ai facili ottimismi che alcuni, dalla parte del sì, manifestano: un “proporzionale” con alta soglia di sbarramento (negli effetti un maggioritario dissimulato) e il mantenimento delle liste bloccate vanificherebbe quella maggiore rappresentanza compensativa che la diminuzione dei parlamentari richiederebbe.

Tuttavia, alleluja!, dalla prossima legislatura – secondo logica grillina – il Parlamento si troverà con 600 parlamentari di specchiata onestà, non più paralizzati da quei 345 infingardi e corrotti che la riforma ha eliminato.
Auguri.

Rimane, per quanto mi riguarda, la forte preoccupazione per un dispositivo perverso, dove il quorum più facilmente raggiungibile, da un lato, e la probabile ancor maggior dipendenza dalle segreterie dei partiti, dall’altro, rendono la Costituzione ulteriormente sguarnita, aprendo autostrade di possibilità a chiunque voglia intraprendere le “riforme organiche” che allineino e subordinino una volta per tutte la nostra Carta fondamentale ai dispositivi ordoliberisti dell’Unione Europea.

Spero sinceramente di sbagliarmi.

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