Sindacalismo universale

 

Nasce la Carta dei diritti universali del lavoro. Il nuovo Statuto. Un patrimonio di dignità e libertà. Una sfida da vincere insieme. Vieni in tutte le piazze d’Italia e sostienila con la CGIL.  Carta dei Diritti Universali del Lavoro: è tua, firmala“.

Così recita uno dei tanti spot diffusi dalla CGIL, che ha redatto una proposta di di legge di iniziativa popolare per una Carta dei diritti universali del lavoro.

A prima vista si direbbe un progetto ambizioso, troppo. Soprattutto se si pensa che a proporlo è un soggetto, il Sindacato, che negli ultimi decenni si è distinto per avere permesso il graduale smantellamento delle conquiste realizzate con le lotte sindacali dei trent’anni succeduti al dopoguerra.
In effetti suona abbastanza incongrua la pretesa di scrivere una Carta universale dei diritti del lavoro quando non si è stati in grado di difendere quella, più prosaicamente locale, rappresentata dallo Statuto dei lavoratori, com’è noto abrogato di recente in via definitiva da un PD ormai omologato senza remore al liberalismo,  a brillante esito di un processo di demolizione  intrapreso diversi governi fa.

Una riflessione più attenta, tuttavia, porta a conclusioni diverse.
A pensarci bene, infatti, quanto più universali sono i principi tanto meno diventano impegnativi, dato che è la loro stessa genericità a renderli innocui: nemmeno il più cinico fra gli uomini si rifiuterebbe di gridare “viva la mamma”.

Di converso è proprio la loro traduzione in norme concrete e cogenti, come appunto quelle dell’ormai defunto Statuto, a disturbare i manovratori,  i quali – si sa – non devono essere disturbati.

Sta quindi nell’ordine logico delle cose che il Sindacato, nello specifico la CGIL, scelga di impegnarsi in una battaglia di forma, alla portata della sua debolezza politica, piuttosto che nelle tangibili lotte a oltranza che le circostanze richiederebbero, ma che farebbero emergere l’insignificanza in cui si è lasciato relegare nel corso degli anni.

Pubblicato in Società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Pensierino del 25 aprile

Liberazione
Davvero singolare questa Europa che non si fa problemi delle proprie strutture autoritarie, dove il potere si concentra in poche istituzioni al riparo da qualsiasi controllo democratico; né di appoggiare regimi a ispirazione fascio-nazista, come quello ucraino, o amoreggiare con regimi repressivi come quello turco; ma si straccia le vesti quando al proprio interno regolari elezioni sanciscono la vittoria di partiti dell’estrema destra.

Sorge spontaneo il sospetto che questa schizofrenia democratica non dipenda tanto dalla collocazione ideologica di questi movimenti, come si pretende, quanto dalla loro deplorevole inclinazione all’euroscetticismo.
Pubblicato in Società | Contrassegnato , , , , | 2 commenti

Non andate al mare

Stop Trivelle

Su Liberthalia  il blogger Sendivogious scrive un gustoso e utile promemoria delle ragioni per cui sarebbe buona cosa, nonostante il parere contrario del caro leader, andare a votare domenica prossima, e cosa ancora migliore votare per il SI.

§

“C’era una volta la “questione ambientale”… che poi in Italia si riduce sostanzialmente a tre o quattro variabili indipendenti: l’interdizione alla circolazione per chiunque non possa permettersi di cambiare vettura ogni due anni, al passo coi nuovi lanci “ecologici” del mercato automobilistico (vi ricordate le panzane sul diesel?!?); gli inutili blocchi del traffico (ed i riscaldamenti accesi fino ad aprile inoltrato); qualche immancabile tassa “verde”, i cui introiti per tutto vengono usati tranne che per il motivo della sua introduzione. E per (non) concludere, ricordiamo pure il cospicuo aiutino pubblico di categoria, in quella costosa farsa che chiamano “revisione” (auto e caldaia) e che ogni due anni si abbatte sulle tasche degli italiani. […]”

“Capita così che si faccia una legge che vieta le trivellazioni a dodici miglia dalla costa, ma poi si conceda una proroga alle piattaforme interessate, in deroga alla normativa e col rilascio di una concessione eterna, rinnovata fino ad esaurimento dei pozzi e con la possibilità di sforacchiare il fondale marino ad libitum, preferibilmente a canone invariato (tra i più bassi d’Europa) per tacito rinnovo […]”

“D’altronde, una volta esauriti, i pozzi hanno un formidabile valore d’uso come discariche illegali per l’occultamento dei rifiuti di scarto altamente tossici […]”

“È il caso dell’impianto petrolifero Vega, la più grande piattaforma italiana per l’estrazione di petrolio, compartecipata al 60% dalla Edison ed al 40% dall’ENI…
«L’Edison tra il 1989 e il 2007 avrebbe iniettato illegalmente nel pozzo sterile V6, a 2.800 metri di profondità, ingenti quantità di rifiuti petroliferi altamente inquinanti: 147mila metri cubi di acque di strato, liquidi che si trovano nel sottosuolo insieme agli idrocarburi, contenenti alte concentrazioni di metalli pesanti e idrocarburi; 333mila metri cubi di acque di lavaggio delle cisterne della nave di vagaoilstoccaggio del greggio denominata Vega Oil; e persino 14mila metri cubi di acque di sentina. In totale quasi mezzo milione di metri cubi di liquidi altamente inquinanti, definiti dalla legge “rifiuti speciali”. Mezzo miliardo di litri, l’equivalente del contenuto di 12.500 autocisterne. Secondo Ispra, se Edison avesse smaltito questi rifiuti seguendo le indicazioni di legge, avrebbe dovuto spendere ben 69milioni di euro. Secondo la Procura: “gli imputati si sono resi responsabili di gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino”, mettendo in pratica “per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti pericolosi”. Inoltre, specifica la Procura, gli imputati avrebbero immesso “negli strati geologici profondi sostanze, tra cui acido cloridrico, che hanno modificato le caratteristiche morfologico-strutturali” del sottosuolo marino, con l’obiettivo di aumentare la ricettività del pozzo.»  (Cfr qui) […]”

§

Trovate l’articolo completo a questo indirizzo.
Non andate al mare, per favore.

Pubblicato in Società, Uncategorized | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Il mailgate di Hillary Clinton

 Hillary Clinton

I peggiori disastri umanitari e geopolitici dell’interventismo americano degli ultimi anni vedono fra i protagonisti l’attuale più autorevole aspirante alla candidatura democratica per la presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton. Si parte dall’Honduras, con il colpo di stato del 2009 che ha dato luogo all’attuale dittatura fascista, per arrivare alla Siria odierna, passando per la Libia e l’Ucraina: in ognuna di queste tragiche crisi, questa virago si è distinta come ispiratrice e sostenitrice del “fare ciò che va fatto” senza esitazioni.

Come riassume Oliver Stone: ” Il curriculum di Hillary include l’appoggio ai barbari “contras” contro il popolo del Nicaragua negli anni ’80 del secolo scorso, l’appoggio ai bombardamenti NATO sulla Yugoslavia, quello alla guerra di Bush in Iraq, tutt’ora in corso, e al disastro afghano, tutt’ora in corso; come Segretario di stato la distruzione della Libia, il colpo di stato militare in Honduras, il tentativo di cambio di regime in Siria. Ognuna di queste situazioni ha prodotto più estremismo, più caos nel mondo e maggior pericolo per il nostro Paese”.

 Eppure, in questo mondo a vocazione orwelliana, se mai la signora Clinton verrà processata non sarà per crimini contro l’umanità, ma per una ben più banale storia di mail transitate sul suo server personale anziché su quello ufficiale e più sicuro della Segreteria di Stato, come è tenuto a fare qualunque Segretario. Una leggerezza, su cui indaga l’FBI,  che disattendeva le procedure di sicurezza e che potrebbe teoricamente comportare l’incriminazione per alto tradimento.

Si parla di ben 30.322 mail, spedite e ricevute nel periodo dal 2010 al 2014,  desecretate in febbraio 2016 dal Dipartimento di Stato in forza del Freedom Information Act.
Wikileaks le ha recentemente pubblicate in un di archivio dotato di motore di ricerca, consultabile a questa pagina. Una documentazione imponente da cui gli storici potranno ricavare significative conferme a illazioni che fino a ieri venivano derubricate nella categoria del complottismo, e gli psicologi abbastanza materiale per analizzare le dissonanze cognitive – tutt’altro che rassicuranti – di una delle persone politicamente più influenti degli ultimi vent’anni e che rischia di esserlo ancor più nel prossimo decennio.

Su dedefensa.org Philippe Grasset ha ripreso  una di queste mail. Si tratta di una dettagliata analisi della politica americana in Medio-oriente, che già da sola offre ampi squarci sulla personalità dell’autrice. Come dice Grasset, il mito dell’eccezionalismo americano e il bellicismo a esso connaturato sono talmente introiettati da produrre una fabulazione sostitutiva della realtà che inganna in primo luogo lei stessa, impedendole una coerente interpretazione dei fatti. Un’improntitudine ideologica che le fa liquidare come “senza conseguenze a lungo termine per la regione” il rovesciamento di Gheddafi nel 2011; o affermare che la Russia non reagirà all’abbattimento di Bashar al Assad in Siria, sulla semplice base del fatto che nella crisi del Kosovo, (1999!) il Cremlino si era limitato a protestare. La stessa cecità che non le permette di chiedersi perché mai il monopolio nucleare nella regione dovrebbe spettare solo a Israele, della cui visione politica generale, del resto, è risoluta e indefettibile sostenitrice.

La mail è priva di data, ma da alcuni accenni (“la ribellione in Siria dura ormai da più di un anno”) si può presumere che sia stata scritta verso la seconda metà del 2012.
Il testo non ha bisogno di commenti, mi sono solo limitato a enfatizzare alcuni passaggi.

§

 Il miglior modo di aiutare Israele a controllare la capacità nucleare dell’Iran è aiutando il popolo siriano a rovesciare il regime de Bachar al Assad.

I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il problema della sicurezza di Israele. Non impediranno nemmeno all’Iran perfezionamenti cruciali al suo programma di sviluppo nucleare, cioè l’arricchimento dell’uranio. Tutt’al più, le discussioni in corso fra Iran e le principali potenze mondiali, che sono iniziate in aprile e che proseguiranno in maggio a Baghdad, non faranno che indurre Israele a ritardare di qualche mese la decisione di attaccare l’Iran, decisione che potrebbe provocare una guerra generale in Medio Oriente.

Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria non sembrerebbero connessi fra loro, eppure lo sono.

Per i dirigenti israeliani, la minaccia reale proveniente da un Iran in possesso dell’arma nucleare non è tanto dovuta al timore che un qualche dirigente iraniano fuori di senno lanci un attacco nucleare contro israele senza essere provocato, ciò che porterebbe all’annichilazione dei due paesi. Quello che inquieta veramente i dirigenti militari israeliani, che però non possono esplicitamente ammettere, è di perdere il loro monopolio nucleare. Un’arma nucleare iraniana metterebbe fine non soltanto a questo monopolio ma spingerebbe anche gli altri avversari [dell’Iran], come l’Egitto e l’Arabia Saudita, a diventare anch’essi potenze nucleari. Ciò porterebbe a un equilibrio nucleare precario nel quale Israele non potrebbe più rispondere alle provocazioni con mezzi militari convenzionali sulla Siria o sul Libano, come si può permettere oggi. Se l’Iran dovesse superare il limite e diventare potenza nucleare, Tehran non esiterebbe più a spingere i suoi alleati, Siria e Hezbollah, a colpire Israele, sapendo che le armi nucleari impedirebbero a Israele di ritorcersi contro l’Iran.

Riveniamo alla Siria.
È la relazione strategica fra Iran e Siria che permette all’Iran di mettere in pericolo la sicurezza israeliana, non per un attacco diretto che non si è mai verificato in trent’anni di ostilità, ma grazie ai suoi alleati del Libano come Hezbollah, sostenuti, armati e addestrati dall’Iran tramite a Siria. La fine del regime di Assad comporterebbe la fine di questa pericolosa alleanza. I dirigenti israeliani capiscono perfettamente perché la disfatta di Assad è nel loro interesse. Nel corso di un’intervista alla CNN, la settimana scorsa, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha dichiarato che il rovesciamento d’assad sarebbe un colpo importante all’asse radicale e nel loro interesse. “La Siria è il solo avamposto d’influenza iraniano nel mondo arabo. Questo indebolirà considerevolmente sia Hezbollah in Libano che Hamas e la Jihad islamica a Gaza”.

Rovesciare Assad non sarebbe soltanto una benedizione per la sicurezza israeliana, ma diminuirebbe anche la comprensibile paura che ha Israele di perdere il proprio monopolio nucleare. Allora, Israele e Stati Uniti dovrebbero sviluppare lo stesso punto di vista per determinare quando il programma iraniano diventa così pericoloso da rendere necessaria un’azione militare. Per il momento, è la combinazione tra l’alleanza strategica tra Iran e Siria, e il progresso costante del programma di arricchimento nucleare iraniano che ha spinto i dirigenti israeliani a contemplare un attacco a sorpresa se necessario, malgrado le obiezioni di Washington. Una volta che Assad abbia sgomberato il campo e che l’Iran sia diventato incapace di minacciare Israele attraverso i suoi alleati, diventa possibile per gli Stati Uniti e Israele accordarsi sulla linea rossa che il programma iraniano non deve superare. Ricapitolando, la Casa Bianca può alleggerire le tensioni che sono apparse nelle nostre relazioni con Israele, a proposito dell’Iran, facendo ciò che bisogna fare in Siria.

La ribellione in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione è sempre là è il regime non accetterà alcuna soluzione diplomatica che arrivi dall’esterno. Con in gioco la sua vita e quella della sua famiglia, solo la minaccia o l’utilizzo della forza farà cambiare attitudire al dittatore siriano.

Comprensibilmente, impegnarsi in operazioni aeree in Siria, come avevamo fatto in Libia, inquietava l’amministrazione Obama per tre ragioni essenziali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non erano uniti e non avevano territori. La lega Araba non aveva domandato l’intervento militare come era successo in Libia. E i russi si opponevano. La Libia era un caso più semplice. Ma oltre al lodevole obiettivo di salvare civili libici dal prevedibile attacco del regime di Gheddafi, l’operazione libica non ha avuto conseguenze di lungo termine sulla regione. Per la Siria è più complicato. Ma un successo in Siria sarebbe un avvenimento di trasformazione per il Medio-Oriente. Non solo un altro dittatore brutale soccomberebbe a manifestazioni di piazza dell’opposizione, ma la regione cambierebbe in meglio e l’Iran non avrebbe un’entratura in Medio-Oriente da dove minacciare Israele e destabilizzare la regione.

A differenza della Libia, un’intervento di successo in Siria richiederà la leadership sostanziale degli Stati Uniti. Washington dovrebbe cominciare con esprimere la sua determinazione a lavorare con i suoi alleati nella regione, come la Turchia, l’Arabia saudita e il Qatar, per organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. Basterebbe questo annuncio per provocare diserzioni importanti nell’esercito siriano. Utilizzando il territorio turco e possibilmente quello giordano, i diplomatici americani e gli ufficiali del Pentagono potranno cominciare a rinforzare l’opposizione. Questo prenderà del tempo. Ma la ribellione è partita per durare a lungo, con o senza l’intervento degli Stati Uniti.

La seconda tappa sarà sviluppare il sostegno internazionale per un intervento aereo della coalizione. La russia non sosterra mai un tale intervento, quindi non serve a nulla passare attraverso il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Alcuni sostengono che l’intervento americano rischia di provocare una guerra allargata contro la Russia. Ma l’esempio del Kosovo mostra il contrario. In quel caso, la Russia aveva dei legami etnici e politici con i Serbi, come non ne esistono tra Russia e Siria; e tuttavia all’epoca la Russia non ha fatto altro che protestare. Gli ufficiali russi hanno già riconosciuto che non si metterebbero di traverso in caso di intervento.

Armare i ribelli siriani e utilizzare la potenza aerea occidentale per impedire agli elicotteri e agli aerei siriani di decollare è un approccio non costoso e con grandi benefici. Finché i dirigenti politici di Washington restano fermi sul fatto che nessuna truppa americana sarà spiegata, come hanno fatto per il Kosovo e la Libia, i costi per gli stati uniti resteranno limitati. La vittoria non sarà nè rapida nè facile, ma arriverà, e i benefici saranno sostanziali. L’Iran sarà strategicamente isolata, impossibilitata a esercitare la propria influenza sul Medio Oriente. Il nuovo regime siriano vedrà gli stati uniti come un alleato e non come un nemico. Washington guadagnerà una forte riconoscenza per la sua lotta a favore del popolo e contro i regimi corrotti del mondo arabo.
Per Israele, la logica di un attacco a sorpresa contro le istallazioni nucleari iraniani dovrebbe perdere senso. E un nuovo regime siriano potrebbe essere aperto a nuovi negoziati di pace con Israele. Hezbollah sarebbe separato dal suo sponsor iraniano poiché la Siria non sarà più una zona di transito per l’addestramento, l’assistenza e la consegna di missili iraniani.

Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare dagli omicidi di Assad migliaia di civili (10.000 sono già stati uccisi nel corso del primo anno della guerra civile) [periodo incompiuto].

Sollevato da questo velo di paura, il popolo siriano sembra determinato a battersi per la propria libertà. L’America può e deve aiutare, e agendo in questo modo aiuterà anche Israele e ridurrà i rischi di una guerra più estesa.

§

Fonti:

http://www.huffingtonpost.com/oliver-stone/why-im-for-bernie-sanders_b_9576984.html?1459369253=

https://wikileaks.org/clinton-emails/emailid/18328#efmADMAFf

https://wikileaks.org/clinton-emails/?q=Sid+Blumenthal&mfrom=&mto=&title=&notitle=&date_from=&date_to=&nofrom=&noto=&count=50&sort=0

http://www.globalresearch.ca/hillary-clintons-six-foreign-policy-catastrophes/5509543

http://www.dedefensa.org/article/notes-sur-une-note-dhillary-clinton

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Madeira, marzo 2016

Con mia moglie Francisca ci siamo regalati una settimana di escursioni a Madeira.

Qui il link della pagina dove ho caricato alcune delle foto scattate.
Buona visione.

20160327_Madeira_Grotta-vulcanica-e-Cabo-Girao_031

Pubblicato in Uncategorized | 5 commenti

Hillary e Donald, la padella e la brace.

Snowden 2016

Edward Snowden sintetizza nel suo tweet le opzioni disponibili nella corsa alla presidenza della nazione più potente al mondo. Da un lato, un miliardario populista  accusato di simpatie per il fascismo e pulsioni razziste. Dall’altro una sociopatica militarista, che al pari del marito ha costruito la propria carriera politica sulla commistione con gli apparati finanziari e l’industria militare.

In un’epoca dove l’offerta di dirigenti politici in occidente ha raggiunto livelli di mediocrità generalizzata quali non si erano mai visti, e dove leader come Putin o Xi Jimping hanno buon gioco a giganteggiare rispetto ai colleghi occidentali,  la logica che necessariamente viene a prevalere in una scelta elettorale è quella del male minore, (cfr Andrew Levine “lesser-evilism logic“).

Ma anche così le cose non sono tanto più facili, perché non è poi così scontato capire qual è il male minore.

Paul Craig Roberts  racconta con qualche cifra gli stretti rapporti che legano la Clinton al mondo della finanza.
Nel periodo 2013-2015 Hillary ha tenuto dodici conferenze nel corso di convegni organizzati dai banchieri di Wall Street. I compensi ricevuti a questo titolo sono stati pari a $ 2.935.000, in media $ 245.000 a botta. Deutsche Bank ha pagato $ 485.000 e Goldman Sachs $ 675.000.
In totale, nello stessa periodo le conferenze sono state ben 92, tutte presso organizzazioni private variamente portatrici di interessi del sistema finanziario. Dalle sue dichiarazioni dei redditi risulta che ha guadagnato a questo titolo $ 21.667.000.
Anche con tutta la buona volontà, non riesco proprio a immaginare una qualunque lectio magistralis il cui contenuto sia tale da giustificare tariffe così esorbitanti. Meno che mai se il conferenziere si chiama Hillary Clinton. È più facile pensare che a fronte di ognuna di queste donazioni travestite da compensi professionali ci sia un voucher virtuale che il donatore passerà a riscuotere al momento opportuno. Quanto più cospicuo l’assegno, tanto più sontuosa la riscossione.

Trump se non altro è miliardario di famiglia e di suo: in quanto tale fa parte del sistema, ma dal sistema è meno condizionabile. Presumo (spero) che i voucher che dovrà onorare siano meno cogenti. È rozzo, politicamente scorretto, ma sembra che per buona parte dell’elettorato repubblicano questi non siano difetti.

Clinton al confronto è un modello di raffinatezza, ma quando emerge la sua vera natura l’immagine che lascia intravvedere di sé è inquietante. La battuta impietosa e l’oscena risata nell’intervista all’indomani della morte di Gheddafi sembrano il prodotto di una mente psicopatica, il che, per un candidato alla presidenza della più grande potenza del globo, non è esattamente il requisito più auspicabile:

In politica estera, che è poi quanto ci tocca più da vicino, Donald Trump esprime posizioni di buon senso che sono fumo negli occhi per la maggior parte dell’apparato politico americano, trasversalmente orientato alla missione manifesta degli Stati Uniti nel mondo. Si oppone a ulteriori interventi in Medio Oriente e ha dichiarato pubblicamente che l’invasione in Iraq era fondata su “deliberate menzogne al popolo americano”; una realtà di fatto che tutti sanno ma che pochi hanno denunciato ufficialmente: non Obama e non certo Hillary Clinton, che quell’invasione ha a suo tempo appoggiato.

La Clinton “ha sostenuto più guerre che qualunque altro Segretario di stato nella storia degli Stati Uniti”. I bombardamenti sulla Libia, la scalata militare in Iraq, il colpo di stato in Ucraina, la dottrina del “perno asiatico” ostile alla Cina, la presenza militare permanente dei soldati americani in Afghanistan, l’isolamento della Russia – e scusate se dimentico qualcosa: in ognuna di queste vicende si è prodigata affinché si sviluppassero esattamente come si sono sviluppate, secondo una sua visione geopolitica che ha sposato senza riserve la dominante visione imperialista americana. Nel conflitto israelo-palestinese la sua adesione alle politiche sioniste è totale, assicura a Netanhyau “tutto il sostegno militare, diplomatico, economico e morale per vincere Hamas” e considera qualunque critica alle politiche israeliane una manifestazione di antisemitismo. Se c’è qualcosa che rimprovera a Israele, è di “non avere dato una lezione sufficientemente dura ad Hamas (Gaza) l’anno scorso“,

Trump, dal momento che se lo può permettere,  ha rifiutato ogni finanziamento di fonte sionista ed evitato di schierarsi nel conflitto israelo-palestinese, proponendosi come il mediatore neutrale fra le due parti. Per quanto riguarda la Russia, ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero allearvisi nella lotta contro il terrorismo e auspica una collaborazione commerciale con quel paese. Puro buon  senso, appunto.

Su Global Research James Petras esamina in parallelo le caratteristiche di questi due ormai probabili candidati,  e alla fine la conclusione non è incoraggiante: ” Se Clinton, l’avvocato psicopatico della guerra, riceve l’investitura dal Partito democratico, non c’è alcuna ragione per considerarla il minore dei mali rispetto a Donald Trump. Al più, è un male uguale”.

Certo, il candidato progressista progressista Bernie Sanders non è ancora del tutto fuori dai giochi, ma la potente macchina elettorale della Clinton non lascia molte speranze.
Inoltre, dopo l’esperienza del progressista e premio nobel preventivo Obama, più che mai viene alla mente l’antico monito: attenzione a ciò che desideriamo, gli dèi potrebbero esaudirci.

Pubblicato in Geopolitca | Contrassegnato , , , | 3 commenti

Human

 

Composizione

Yann Arthus-Bertrand (1946) è un fotografo e documentarista francese, specializzato in riprese aeree, che si occupa soprattutto di ambiente . Ha realizzato libri e documentari ed è fondatore e presidente della fondazione Good Planet. Il suo primo lungometraggio, lo splendido Home del 2009, è disponibile su Youtube in varie lingue; la versione italiana che ho linkato a oggi ha avuto quasi 2 milioni di visualizzazioni.

Tramite la fondazione Good Planet, da anni va raccogliendo migliaia di testimonianze in giro per il mondo, in un progetto intitolato “7 Miliardi di Altri“. index
Arthus-Bertrand spiega: “Tutto è cominciato da un’avaria all’elicottero, un giorno, nel Mali. Mentre aspettavamo il pilota, ho discusso con un uomo del villaggio durante l’intera giornata. Parlò del suo quotidiano, delle sue speranze e dei suoi timori: la sua sola ambizione era nutrire la sua famiglia, i suoi figli. Per me fu un tuffo nei bisogni più elementari. Mi guardava diritto negli occhi, senza lamentarsi, senza domande, senza risentimento. Ero partito per fotografare dei paesaggi e sono stato catturato da quel viso, da quelle parole“.
Da allora le testimonianze raccolte sono oltre 6.000, provenienti da 84 paesi.

mujicaQuesto enorme archivio ha trovato nel 2015 parziale espressione nel documentario Human : “Una raccolta di storie e immagini del nostro mondo, che vuole offrire un’immersione nel cuore di ciò che significa essere umani. Attraverso queste storie, piene di amore e felicità, ma anche di odio e violenza, Human ci mette faccia a faccia con l’Altro, e ci fa riflettere sulle nostre vite. Dalle storie di esperienze quotidiane ai racconti di vite incredibili, questi coinvolgenti incontri condividono una rara autenticità e sottolineano chi siamo – la nostra parte più buia, ma anche quanto vi è di più nobile in noi, e quanto vi è di universale “.
Nel documentario 110 persone, dei più svariati paesi e delle più diverse condizioni, raccontano qualcosa di sé e della propria particolare visione del mondo. L’amore, il senso della vita, il rapporto con la terra, l’immigrazione, l’omosessualità, la povertà e la pulsione alla violenza, l’intolleranza, le disabilità: i grandi temi pregnanti della nostra epoca vengono declinati secondo le esperienze individuali, che per la loro immediatezza finiscono per assumere una forza di verità collettiva in cui ognuno di noi si può riconoscere, nel bene e nel male.
A ciò si alternano riprese dall’alto dei luoghi della terra, con immagini di bellezza davvero straordinaria. Chi ha già visto Home non ne sarà sorpreso.
human-11

Human in questi giorni è in programmazione nei cinema d’essai, almeno per quanto riguarda la provincia di Genova. Raccomando senz’altro di vederlo al cinema, anche se le tre ore di proiezione non sono un’impegno da poco: la sua sontuosa fotografia può essere veramente apprezzata solo sul grande schermo. Per chi non ne avesse l’occasione, anche in questo caso il documentario è disponibile gratuitamente su Youtube nella versione estesa; un’ora e mezza in più, ma più comodamente suddivisa nelle tre parti che seguono:

Human extended version, volume 2

Human extended version, volume 3

 

Pubblicato in Documenti Video, Società | Contrassegnato , , | 2 commenti

Keynes, le missioni militari e gli stanziamenti rispettabili

Alcune persone ciniche che hanno seguito fin qui il ragionamento concluderanno che soltanto una guerra può far cessare una grande depressione economica. Perché fin qui la guerra è stata l’unico oggetto di stanziamenti statali su larga scala giudicato rispettabile dai governi. In pace, invece, essi sono timidi, iperprudenti, irresoluti, privi di perseveranza o decisione. Uno stanziamento in pace è visto come come una passività e non come un anello nella trasformazione in utili capitali fissi delle risorse in eccesso della comunità, risorse che altrimenti andrebbero sprecate“.
Le guerre sono l’unica forma di spesa in deficit su grande scala ritenuta giustificabile dagli statisti“.
(Keynes, citato da Nicholas Wapshot in Keynes o Hayek, Feltrinelli 2015, pagg. 127 e 138).

L’opuscolo da cui è tratto il primo passaggio, The Means to Prosperity, raccoglie una serie di articoli apparsi sul Times,  preludio –  in termini accessibili al grande pubblico – ai temi che Keynes stava trattando nel suo lavoro più importante, la Teoria Generale, da cui è tratta la seconda citazione.

L’opuscolo uscì nel 1933, poco meno di un secolo fa. I cinici di allora sono presumibilmente tutti morti, ma la logica per cui gli stanziamenti bellici sono gli unici che i governi giudicano rispettabili (e insindacabili) è viva e vegeta.

Penso a Barack Obama, premio nobel preventivo per la pace, che nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione ha affermato orgogliosamente che “The United States of America is the most powerful nation on Earth. Period. It’s not even close. We spend more on our military than the next eight nations combined“. (Gli Stati Uniti d’America sono la più potente nazione al mondo. Punto. [Le altre] non ci si avvicinano nemmeno. Spendiamo per il nostro esercito più di quanto spendono le otto nazioni successive messe insieme).

Niente male per un paese dove le diseguaglianze socioeconomiche sono drammatiche e in crescendo, la classe media sprofonda e l’ascensore sociale è fuori servizio per la maggioranza delle persone.

USA divisione ricchezza

Così sarebbe ripartito il territorio USA in base alla distribuzione della ricchezza. Notare la quota spettante al primo 1% più ricco, e il puntino rosso che rappresenta quella dell’ultimo 40% più povero.

 

Ma anche l’Italia, nel suo piccolo, non è da meno.
Da noi la regola imperativa è ridurre la spesa sociale (ridurre, si badi bene, non riqualificare). Sapienti campagne mediatiche propedeutiche ai tagli ci indottrinano quotidianamente sugli sprechi della sanità, l’inefficienza della scuola pubblica, l’iniquità del sistema pensionistico e via cantando. Per ogni stanziamento pubblico si centellina ogni euro o si penalizzano altre sacrosante voci di spesa (a meno che non si tratti di stanziamenti clientelari, tipo la TAV, o l’Expo, o l’incombente olimpiade a Roma).
La regola è questa, dal momento che ce lo chiede l’Europa; ma le spese militari e in particolare le missioni militari all’estero sono una felice eccezione.

Oggi le missioni militari all’estero sono 25, con impegnati 9153 militari. Il grosso, circa il 70%, da un paio di decenni è di stanza nei Balcani, sparso fra Kossovo, Macedonia, Boznia-Herzegovina e Albania. Un altro 25% è impegnato in iniziative contro il terrorismo internazionale, principalmente in Afghanistan. Il rimanente 25% è variamente distribuito, non si sa bene a quale scopo e con quale utilità, visti i numeri: 48 militari a Malta, 4 in Marocco, 7 in Israele e 12 a Hebron, 78 in Egitto, 51 in Libano eccetera.
Il costo totale, che estrapolo dal decreto di proroga per l’ultimo trimestre 2015, è di circa 1,2 miliardi l’anno, a spanne 130.000 euro annue per ogni militare impegnato.

Questo per quanto riguarda l’esistente, ma l’immediato futuro ci riserva nuove chicche: una missione in Iraq, per presidiare la diga di Mosul, e l’intervento in Libia.

Per la protezione dell’area intorno alla diga di Mosul, i cui lavori di risistemazione sono stati appaltati a un’impresa italiana, si prevedono 450 uomini. Prendendo per buono il costo  medio pro-capite (ma trattandosi di area calda è probabile che sia più alto) saremmo intorno ai 60 milioni di euro all’anno. Leggo che il valore dell’appalto è di oltre 2 miliardi di dollari e mi chiedo se nel formulare l’offerta la Trevi abbia tenuto conto del costo della protezione militare, che teoricamente dovrebbe pagare allo Stato Italiano per il tempo dei lavori, dato che – per quanto italiana – è pur sempre un’impresa privata. (Se non fosse così, saremmo davanti a un ulteriore salto qualitativo del dispositivo neoliberista: da “socializzare le perdite e privatizzare i guadagni” a “privatizzare i ricavi e socializzare i costi”).

Mosul è comunque in secondo piano rispetto alla missione in Libia, per la quale abbiamo autorevolmente posto la questione della nostra leadership.
Di primo acchito si parla di un contingente di cento uomini, tra forze speciali e agenti dei servizi segreti, per i quali non è prescritto al governo l’obbligo di passare per il Parlamento. Questo però non basta per una posizione di comando quale l’Italia ha rivendicato: tramite il proprio ambasciatore a Roma gli Stati Uniti ci fanno sapere che in cambio del loro appoggio si aspettano la bellezza di 5000 uomini.
Sempre sulla base di un costo medio pro-capite di 130.000 euro (in questo caso davvero molto ottimista), avremmo altri 650 milioni annui. Ma quello libico è un teatro di conflitto aperto, dove la pace, prima di pensare a mantenerla, è da conquistare, per cui non è irragionevole il dubbio che i costi raddoppino o triplichino, a seconda delle circostanze.

E tuttavia,  dal momento che le guerre continuano a essere l’unica voce di spesa in deficit che i nostri decisori considerano giustificata e insindacabile, il problema – qualunque sia l’entità – non si pone.

PS: Quanto precede prescinde dai costi in vite umane, che in termini economici sono poco significativi: per ogni caduto bastano una bara e la bandiera con cui avvolgerla (il costo del rimpatrio si sosterrà comunque, che si tratti di vivi o di morti).
La profonda commozione e riconoscenza del Paese, espressa attraverso le sue più Alte Cariche, è gratis.

Pubblicato in Geopolitca, Società | Contrassegnato , , , , | 1 commento

Spagna: il no di Podemos nell’analisi di Vicenç Navarro

Il professor Navarro (1937) è una delle personalità intellettuali di maggior rilievo nel panorama della sinistra spagnola e più in generale europea. Medico, sociologo e politologo, economista, attualmente è professore di Scienze politiche e sociali all’Università Pompeu Fabra di Barcellona e professore di Politiche sociali alla Johns Hopkins University di Baltimora. In esilio durante gli anni del franchismo, ha vissuto a lungo all’estero dove oltre all’insegnamento ha ricoperto incarichi di consulenza sociale, sia presso organismi internazionali come l’ONU e l’OMS, sie presso vari governi (USA, Cuba, Cile, Svezia…).

In un articolo apparso sul suo blog reagisce alla campagna di stampa  contro Podemos per il mancato appoggio a un governo di coalizione a guida PSOE. Eccone il riassunto:

Vincenzo Navarro

C’è un’errata percezione nell’opinione pubblica spagnola – esordisce Navarro – secondo la quale i due maggiori partiti delle sinistra, PSOE e Podemos, non riuscirebbero a trovare un accordo a causa dei rispettivi interessi particolari anteposti a quelli del Paese. In questa percezione le colpe vengono più o meno equamente attribuite a entrambi i partiti, anche se i media tendono a indicare in Podemos il principale responsabile, per la supposta rigidità nel sostenere la richiesta di referendum in Catalogna come base di intesa preliminare agli altri punti di un programma comune.

Si tratta di un sentimento ampiamente promosso dall’apparato politico-mediatico del paese, che viene ripreso anche da politologi di sinistra i quali dovrebbero invece avere una miglior conoscenza di quanto avviene in Spagna e nella direzione del PSOE. A costoro dovrebbe apparire ovvio che il PSOE non desidera una coalizione di sinistra che lo costringa a cambiare la sua politica economica; la questione del  referendum catalano, indicata mediaticamente come la linea rossa che nessuno dei due partiti intende superare, è in realtà un pretesto.

Oggi il maggior problema che la Spagna (inclusa la Catalogna) deve affrontare è quello della  Grande Recessione in cui si trova da ormai otto anni, diventata per milioni di spagnoli  una vera e propria Grande Depressione. La pretesa propagandistica che questa recessione è finita si scontra con la dura realtà espressa dai dati sulla disoccupazione, sulla precarietà e sulla deflazione salariale, che mostrano l’enorme dramma vissuto dalle classi popolari.

Le cause di questa situazione sono conseguenza delle  politiche neoliberiste, in particolare:

1) Le riforme del lavoro, che hanno prodotto il deterioramento del mercato del lavoro, la discesa dei salari, l’aumento della disoccupazione e della precarietà, il crollo dell’occupazione. Questi risultati erano largamente previsti e perseguiti dai promotori delle riforme, i governi prima del PSOE e poi del PP.
2) Le riforme fiscali e tributarie che hanno favorito sistematicamente i redditi di capitale e penalizzato i redditi di lavoro.
3) I tagli alla spesa pubblica, inclusa quella sociale, che hanno imposto una pesante austerità e penalizzato lo stato sociale: sanità, educazione, asili nido, servizi agli anziani, case popolari, programmi di contrasto alla povertà eccetera.

Queste politiche hanno provocato un incremento senza precedenti della disuguaglianza (fra le maggiori nei paesi OCSE): un aumento molto consistente dei redditi alti a spese di una severa diminuzione di quelli medio bassi, con la drammatica riduzione della capacità d’acquisto delle classi popolari, quindi dei consumi, quindi dell’attività economica. Questo fenomeno e quello concomitante dell’indebitamento sono la causa della Grande Recessione. Ma nonostante l’evidente fallimento, le politiche neoliberiste continuano a essere propugnate dagli apparati economico-finanziari e dai maggiori organi di informazione e persuasione.

Se si ammette che è questo il problema più urgente in Spagna, allora bisogna convenire che la vera linea rossa non è quella che separa chi difende il referendum catalano e chi non lo appoggia, ma quella tra chi propone di continuare  queste politiche e chi vi si oppone.

Al primo gruppo appartengono il PP, Ciudadanos e la direzione del PSOE; nel secondo si trovano Podemos, En Comù Podem, En Marea, Compromìs e Izquierda Unida, a cui si potrebbero aggiungere altre formazioni di sinistra come ERC e EH Bildu, la cui opposizione all’approccio uninazionale dello Stato spagnolo dipende dall’identificazione che essi fanno dello Stato centrale con le politiche neoliberiste. Di fatto, lo Stato post-franchista spagnolo non ha saputo svincolarsi dall’egemonia dei grandi gruppi economico-finanziari, i quali negli ultimi anni, complice la crisi, hanno perso ogni freno inibitorio.

Elemento chiave di questo stato post-franchista è stato il bipartitismo, di cui il PSOE ha costituito uno dei due corni.

L’alleato prioritario del segretario del PSOE è stato fin dal principio Rivera e il suo partito Ciudadanos (espressione di IBEX-35, il potere finanziario), che si oppone al referendum e che soprattutto difende il neoliberismo.  Ciò è evidente nei punti chiave del patto PSOE/Ciudadanos:

1) Nessun aumento delle imposte, né individuali né societarie, con appena marginali ritocchi a un sistema di imposizione fortemente regressivo.
2) Riduzione dell’imposta di successione, a chiaro vantaggio delle classi più ricche.
3) Nessun aumento della spesa sociale e i servizi pubblici.
4) Opposizione a politiche espansive di stimolo alla domanda.
5) Conferma del patto centrale di modifica dell’articolo 135 della Costituzione, con la clausola che stabilisce come prioritario il pagamento degli interessi sul debito.

 Il PSOE chiede ora alla propria base di approvare questo patto.

Che cosa resta dunque alla sinistra, quando i punti più qualificanti di politica economica sono già stati decisi in continuità con il neoliberismo?

Non si capisce allora il perché dell’insistenza sulle pari responsabilità di Podemos e PSOE [o meglio si capisce bene: l’obiettivo è delegittimare Podemos –  Ndr]. Come se non si sapesse che la direzione del PSOE è in mano a economisti che difendono senza riserve la politica neoliberista che ha portati al disastro la Spagna. La base del PSOE dovrebbe ribellarsi contro il proprio gruppo dirigente e contro le politiche di austerità che esprime.

Il maggior pericolo oggi in Spagna non è che Rajoy e il PP si mantengano al potere. Questo pericolo è tramontato. Il grande pericolo è che continuino le disastrose politiche neoliberali, come appare ormai probabile. Lo dimostra quanto dichiarato da Ciudadanos al termine dei colloqui che hanno portato all’accordo: “Il PSOE ha incluso l’80% di quello che noi chiedevamo”.
Si dia un occhiata al blog Nada es Gratis, (fondado da Garicano, l’economista di riferimento di Ciudadanos, e finanziato da IBEX-35) o a siti analoghi per costatare l’allegria che serpeggia fra i neoliberisti spagnoli: per quanto difficile possa sembrare, Ciudadanos è ancora più neoliberista del PP.

Nonostante tutto ciò, si continuerà a spiegare il mancato appoggio di Podemos con le categorie della rigidità e del bieco personalismo.

Pubblicato in Geopolitca | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Profezie

The Phoenix_phixr2

Il 19 ottobre 1987  è ricordato come il peggior lunedì nero delle borse mondiali. L’indice Down Jones di Wall Street perse in una sola seduta oltre il 22%. Tuttavia la borsa di New York non fu nemmeno fra le peggiori: Hong Kong lasciò sul terreno il 46%, Londra il 26%, Madrid 31% e via dicendo.

Un anno dopo sull’Economist, giornale finanziario della famiglia Rotschild, uscì un curioso articolo in cui si prevedeva che nel giro di trent’anni (quindi entro il 2018) la maggior parte delle principali valute – americana, giapponese, europee e buona parte di altre minori – sarebbe stata sostituita da una moneta unica (il Phoenix) capace finalmente di mettere fine alle ricorrenti crisi economiche. L’implementazione del nuovo ordine monetario avrebbe comportato la cessione della sovranità monetaria da parte degli stati nazionali.

Ciò che l’articolo non diceva esplicitamente è che essendo la sovranità monetaria una delle prerogative più qualificanti di uno stato sovrano, questa cessione non potrebbe che preludere a un nuovo ordine politico mondiale, dove gli stati nazionali sarebbero solo delle entità amministrative territoriali. Un po’ come sta avvenendo con gli stati dell’Eurozona.

A chi e come verrebbe attribuito il potere sovrano in questo nuovo ordine non è dato sapere.

Nell’articolo saltano all’occhio le somiglianze  tra Euro e Phoenix, tanto che potrebbe benissimo essere letto come la prefigurazione del progetto europeo. Le salvifiche qualità del phoenix replicano quelle della  nostra moneta unica quale ci era stata rappresentata: l’assenza di rischio cambio stimola il commercio, gli investimenti e l’occupazione; una Banca centrale mondiale controlla l’inflazione planetaria come  la BCE controlla quella europea; la necessità per gli Stati di ricorrere ai mercati finanziari per i loro fabbisogni sprona i governi a comportamenti virtuosi (nell’accezione che il neo-liberismo dà al termine “virtuoso”): come nella narrazione eurocomunitaria, tutti poi vivrebbero felici e contenti.

Ma di tutte le miracolose implicazioni, l’unica che trova davvero riscontro nella realtà dell’eurozona è la cessione della sovranità nazionale, senza contropartite, a favore di organismi tecno-burocratici che non vantano alcuna legittimazione popolare.

Questo processo di alienazione dei poteri nazionali subirà una prossima ulteriore accelerazione con la chiusura dell’accordo TTIP, prevista entro quest’anno, e la successiva ratifica da parte dei parlamenti. Qui la cessione  sarà direttamente a favore delle multinazionali, senza nemmeno il tramite dei tecno-burocrati.
Vista la prossimità della data, viene allora da chiedersi se non sia proprio questo il nuovo ordine Phoenix profetizzato dall’articolo.

§

[Economist, 01/09/1998 – Vol 306 pag 9-10]

[Fra trent’anni] I prezzi saranno quotati non in dollari, yen o marchi tedeschi, bensì in una nuova valuta – che potremmo chiamare provvisoriamente Phoenix. Il phoenix sarà preferito da imprese e consumatori perché più conveniente delle valute nazionali, che per allora saranno viste come essere state la causa della maggior parte delle perturbazioni economiche del XX secolo.

Agli inizi del 1988 questa può sembrare una predizione azzardata. Le proposte di un’unione monetaria negli ultimi dieci anni hanno proliferato, ma nessuna di esse aveva previsto la battuta d’arresto del 1987. I governi delle grandi economie hanno cercato di avvicinarsi a un sistema più gestibile di cambi, preliminare a una radicale riforma monetaria. Per mancanza di cooperazione hanno fatto terribili pasticci e provocato l’innalzamento dei tassi di interesse che hanno portato al crollo borsistico dell’ottobre scorso. Il crollo ha insegnato ai fautori dei cambi fissi che una finta cooperazione può essere peggiore di una rivalità esplicita; finché una vera cooperazione non sarà possibile (cioè finché i governi non cederanno parte della loro sovranità economica) ulteriori tentativi di agganciare le valute falliranno.

Il più grande novità nell’economia planetaria dall’inizio degli anni ’70 è data dal fatto che i flussi di denaro hanno rimpiazzato i flussi di merce come forza di determinazione dei valori di cambio. A seguito della crescente integrazione del mercato finanziario mondiale, le differenti politiche economiche nazionali riescono solo marginalmente a influenzare i tassi di interesse o le loro aspettative, ma possono scatenare enormi trasferimenti finanziari da un paese all’altro. Questi trasferimenti prevalgono sui flussi commerciali nel determinare la domanda e l’offerta di valuta, e quindi nella determinazione dei cambi. Con il progredire delle tecnologie, le transazioni finanziarie diventano più rapide e più e a buon mercato. Senza politiche economiche coordinate, la volatilità dei cambi non può che aumentare.

In questo contesto i vincoli economici nazionali si stanno lentamente dissolvendo. A mano a mano che questo processo si consolida, una moneta unica per almeno i principali paesi industrializzati diventerà auspicabile per chiunque, eccetto i cambia-valute e i governi. Nell’area Phoenix gli aggiustamenti economici si ripercuoterebbero sui prezzi in modo automatico e graduale, al contrario di quel che succede oggi. L’assenza di ogni rischio nel cambio stimolerebbe il commercio, gli investimenti e l’occupazione.

La zona Phoenix imporrebbe stretti vincoli ai governi nazionali. Non esisterebbero più le politiche monetarie nazionali. L’offerta mondiale di moneta sarebbe stabilita da una nuova Banca centrale globale, derivata forse dal Fondo Monetario Internazionale, che gestirebbe l’inflazione mondiale e quindi – salvo piccoli margini – quella dei singoli stati.

Ogni paese, per le proprie politiche economiche, potrebbe agire su tasse e spesa pubblica, ma dovrebbe ricorrere ai mercati per coprire il proprio deficit eventuale. Sia i governi che i loro creditori sarebbero costretti a valutare con molta più attenzione i bilanci statali.

Questo comporta una grossa perdita di sovranità per gli Stati nazionali, che comunque la vedono ridimensionata dalla tendenza generale che rende il Phoenix: in un mondo di cambi più o meno fluttuanti, l’indipendenza dei governi nazionali è costantemente minacciata da un mondo ostile.

Con l’avvicinarsi del nuovo secolo, le forze naturali che spingono il mondo verso l’integrazione economica offrono ai governi ampie opportunità. Essi possono seguire la corrente o costruire barricate.  Aprire la strada al Phoenix produrrà minori accordi formali e maggiori accordi sostanziali. Significherà permettere e promuovere attivamente l’uso privato della moneta comune in parallelo con quelle nazionali. A questo punto sarà la gente, con il proprio portafoglio, ad esprimersi sul passaggio alla definitiva unione monetaria. Il Phoenix rappresenterà inizialmente una combinazione di monete nazionali, un po’ come i Diritti Speciali di Prelievo oggi; ma col tempo il suo valore in relazione alle diverse valute non avrà più alcuna importanza perché la gente lo avrà scelta per la sua convenienza e stabilità di potere d’acquisto.

L’alternativa – preservare una propria autonoma politica economica – condurrebbe alla proliferazioni di controlli draconiani sui commerci e sui flussi di capitale. I governi  potrebbero [continuare a] manipolare i movimenti di cambio, adottare politiche monetarie e fiscali senza freni, affrontare l’inflazione che ne deriverebbe con politiche di controllo dei prezzi e dei redditi: una prospettiva di crescita economica paralizzata.

Segnatevi l’arrivo del Phoenix per il 2018, e preparatevi a dargli il benvenuto quando sarà il momento.

Fonti:

https://socioecohistory.wordpress.com/2014/07/26/flashback-1988-get-ready-for-a-world-currency-by-2018%E2%80%B3-the-economist-magazine/

http://lesakerfrancophone.net/la-chute-de-lamerique-signale-la-montee-du-nouvel-ordre-mondial/

http://www.newdawnmagazine.com/Article/A_Global_Central_Bank_Global_Currency_World_Government.html

Pubblicato in Economia e finanza, Società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento