Autoritratto da esterno a interno

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2016 – S. Quirico d’Orcia

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Di Olimpiadi e mancate candidature.

Confesso che la vicenda della candidatura romana alle olimpiadi del 2024 non mi appassiona. Sono contrario alle grandi opere in generale, e in particolare a quelle legate a eventi sportivi planetari: mondiali di calcio, olimpiadi… Sospetto che si tratti di un mio limite, dovuto a idiosincrasia per lo sport inteso come spettacolo mediatico, quando l’inverecondo turbinio di interessi privati che solleva diventa insopportabile.

Ricordo che l’unica volta in cui mi è capitato di apprezzare una decisione del Governo Monti è stata quando ha cassato la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020, tanto per dire. Per lo stesso motivo ho registrato con distratta soddisfazione la scelta della signora Raggi.

Oggi però mi ha colpito un’intervista di RaiNews24 a tale Sig. Marcel Vulpis, il quale stigmatizzava la gravità dell’accaduto, sostenendo  che il sindaco non ha il diritto di porre il veto a una questione che riguarda  2,5 milioni di cittadini, e che prima di pronunciarsi avrebbe dovuto indire un referendum.

Impeti di democrazia. O crucci pretestuosi.

Due domande sarebbero dovute sorgere spontanee:

1) Se il sindaco si fosse pronunciato a favore, il Sig Vulpis avrebbe comunque sostenuto la necessità del referendum?

2) Secondo il Sig Vulpis, la decisione di candidare Roma, annunciata il 15/12/2014 a cura dei sigg Renzi e Malagò, è stata presa in base all’esito di una qualche consultazione referendaria di cui non abbiamo avuto notizia?

Non sapremo mai la risposta: il giornalista che lo intervistava non ha ritenuto fossero domande pertinenti, o più probabilmente non sono nemmeno affiorate al suo livello di consapevolezza. Le interviste di questo tipo seguono una precisa scaletta, e il giornalista non ascolta la risposta perché si sta focalizzando sulla domanda successiva, visto che l’obiezione non è mai prevista.

Sempre a proposito di Olimpiadi, ho trovato interessante  – anche se non sorprendente – uno studio dell’Università di Oxford, pubblicato da Social Science Research Network, sui costi delle opere connesse a questi eventi (credits: Thomas Fazi).
Cito due interessanti conclusioni, per chi non avesse voglia di leggere l’intero testo:

[…] Fra tutti i tipi di grandi opere, le Olimpiadi hanno il più alto indice medio di sforamento costi (+ 156%).

[…] I risultati dell’analisi fanno concludere che ospitare i Giochi olimpici, per una città e una nazione, equivale ad assumere uno dei rischi economico-finanziari tra i più elevati rispetto a qualunque altro mega-progetto; qualcosa che molte città e nazioni hanno imparato a loro spese.

http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2804554

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L’atélier.

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Gondar, Etiopia – 2011

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A proposito di riforme e di appuntamenti referendari.

Gli imbarazzanti argomenti con cui i sostenitori del SI giustificano la loro posizione è pari alla superficialità, o irresponsabilità, con cui la riforma è stata portata avanti. Alcuni esempi: il filosofo Cacciari la definisce “una puttanata di riforma” ma la voterà comunque, “in mancanza d’altro“; il giullare Benigni la vota per lo stesso motivo, pur avendo ribadito che per lui la nostra Costituzione è la più bella del mondo; Enrico Rossi, Presidente della regione Toscana, vota SI perché essendo “un amministratore locale, uno che va alla ricerca delle soluzioni ai problemi” detesta vedere buttato via “il lavoro di tre anni e mezzo“: senza avvertire la necessità di interrogarsi sulla qualità del lavoro stesso, tanto “poi magari, si correggono alcuni passaggi in fase di implementazione; del resto, la riforma costituzionale è un processo, non un evento“.

Altrove si parla di riforme “attese da settant’anni“, e si accusa di immobilismo chi ne denuncia le implicazioni autoritarie, l’approccio abborracciato e l’illegittimità.

La madonnina ascesa alla dignità di Ministro per le riforme costituzionali, per virtù insondabili dogmaticamente attestate, come la verginità di Maria, sostiene che la riforma permetterà di rilanciare l’economia italiana, oltreché salvarci dal terrorismo; mentre chi l’ha elevata a tanto incarico millanta 500 milioni di risparmi sul Senato con cui rimpinguare il fondo per la povertà (sarebbero meno di 100 euro all’anno a persona, stante i sei milioni di cittadini che vivono sotto quella soglia), pur sapendo che la Ragioneria dello stato ha valutato quei risparmi in nemmeno 60 milioni.

Trattandosi di persone tutte culturalmente equipaggiate, mi è difficile non pensare che se gli argomenti sono questi è perché non ne esistono di migliori. Mi è difficile pensare che il messaggio che vogliono trasmettere non sia quello manipolatorio della mancanza di alternativa, il there is no alternative di thatcheriana memoria che in questi anni è diventato il mantra attraverso cui sono stati fatti passare lo smantellamento dello stato sociale, la deflazione salariale, le politiche di delocalizzazione e disimpiego, e con cui ora si vuole perseguire una post-democrazia disegnata sulle esigenze della finanza globale.

Un mantra che declinato nelle sue subdole varianti  (“abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, “il nostro debito ricadrà sulle spalle delle generazioni future”) ha generato  una gigantesca sindrome di Stoccolma nella gran parte dei cittadini, lasciandoli inermi e fiacchi alle prevaricazioni dei nostri decisori: posso testimoniare a questo proposito il caso, temo non isolato, di un mio conoscente che a domanda ha risposto che lui il testo della riforma non l’ha letto né intende farlo, dal  momento che ha comunque deciso di votare a favore “perché altrimenti non si va mai da nessuna parte”.

Condivido qui di seguito lappassionata riflessione che Elettra Deiana ha postato sulla sua bacheca Facebook a proposito del prossimo appuntamento referendario (fra parentesi quadre postille mie), e aggiungo in calce i link ad alcuni articoli che considero utili a chi voglia chiarirsi le idee. Continuo a sperare che, al contrario del mio conoscente, la maggioranza delle persone – prima di andare purchessia – desideri legittimamente sapere dove ci stanno portando.

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Di Elettra Deiana: Costituzione a rischio dissolvenza?

Il grande circo politico-mediatico, in queste settimane, parla molto – sia pure quasi sempre a sproposito – della Costituzione e della riforma costituzionale.

Nel negativo caso di conferma referendaria, la riforma […] apporterà mutamenti di sostanza all’intera seconda parte della Carta – ben quaranta articoli – con conseguenze non irrilevanti, costituzionalmente parlando, a vari livelli. Confermando intanto, e in modo decisivo, la già di fatto esistente preminenza dell’esecutivo sulle rappresentanze parlamentari, che diventerebbe pressoché assoluta se la riforma andasse a braccetto con l’Italicum.

Ma occorre anche insistere sul fatto che è la tendenza di fatto il vero rischio in atto, anche a prescindere dalla legge elettorale; e che la controriforma sancirebbe come ormai assodata, senza che neanche lontanamente si prevedano meccanismi di contenimento e bilanciamento del potere dell’esecutivo.

Anche sulla famosa prima parte, quella dei “Principi fondamentali”, bisogna mettere in chiaro le cose.

Perché se tutti, a cominciare dall’attuale capo del governo, dichiarano che, “ovviamente”, la prima parte non è toccabile, sappiamo invece che proprio quella parte è già ridotta a pura rimanenza letteraria di astratti principi, che non trovano nessun riscontro nella vita concreta delle persone né, politicamente parlando, nell’attivazione di meccanismi di reale contrasto alla continua svalorizzazione del lavoro, alle variegate ingiustizie sociali che assillano il Paese, alla crescente pauperizzazione di vaste fasce della popolazione. E mettiamoci anche l’articolo 11, affinché qualcuno ricordi che il “ripudio della guerra” ancora sta scritto in quella pregnante ma ormai dimenticata prima parte [quello stesso articolo che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, laddove in questi anni abbiamo assistito alle cessione sostanziale della nostra sovranità e in condizione di totale subordinazione per assicurare non la pace e la giustizia ma la prosperità dei mercati finanziari globali].

Che fa la politica se non sta alla Costituzione? Che può fare la Repubblica senza la politica? Un bella domanda, mai come oggi attuale, di fronte alla crisi della politica istituzionale, dei partiti, delle rappresentanze parlamentari.

Leggi e meccanismi di contrasto, dunque, di cui ci parla lo straordinario articolo 3 della Costituzione italiana, e che la Repubblica, se ci fosse una politica costituzionalmente orientata, potrebbe e dovrebbe mettere in atto e invece non può più garantire. Perché non basta un testo, ancorché cristallino su questi problemi, come è la nostra Costituzione. Da tempo la Legge fondamentale non costituisce più un vincolo e un riferimento per la politica.

La politica l’ha abbandonata, se n’è andata per conto suo. Con la “riforma” boschiana sarà confermata non solo questa mortifera tendenza – già resa evidente e confermata dalle ultime riforme su lavoro, scuola e altro, che l’attuale governo è riuscito a mettere all’incasso – ma risulterà anche evidente che qualsiasi nuovo governo, mai come oggi, mai dopo la prova di forza voluta da Renzi, potrà fare come vuole con quel che rimarrà della Carta. Per adattarla via via alle esigenze sempre nuove del momento, per rispondere a nuove richieste dell’Europa o far finta di niente di fronte a allusioni e sollecitazioni di stampo neoliberale che società finanziarie come JP Morgan, hanno fatto e fanno, circa l’eccesso di democrazia di cui la Costituzione italiana e altre di tipo antifascista, soffrirebbero. Una ardita ingerenza sempre pudicamente taciuta, lasciata passare – rimossa e dunque banalizzata – dal dibattito pubblico. Hanno probabilmente paura di dover ammettere che sì effettivamente il problema che hanno i governanti italiani, complice il sistema mediatico che ruota loro interno, è proprio di dover “ridimensionare” la democrazia. E dunque non si può dire, ma JP Morgan, vedi un po’, ha ragione.

Un esempio illuminante di questa ormai consolidata tendenza, che il nuovo governo ha solo portato alle estreme conseguenze, è stata la modifica dell’art. 81 della Costituzione, avvenuta sotto i governi di Berlusconi (il quarto) e Monti, nella seconda metà della XVI Legislatura, proprio nel bel mezzo della crisi dello spread e dell’invocato stato di emergenza, che è stata una tappa decisiva nell’affermare la tendenza alla premineza – senza regole, se non quelle dello stato di emergenza – dell’esecutivo.

In quell’occasione non colpì affatto, ma avrebbe dovuto invece colpire fortemente, la leggerezza con cui una modifica costituzionale di tal peso fu adottata dal legislatore( 90% circa dei consensi), e tutto avvenne in tempi da record, alla faccia degli ingombri insormontabili del bicameralismo perfetto che ci vengono continuamente ammanniti per spiegarci la giustezza della, per altro falsa, cancellazione del Senato nonché l’egualmente falsa riduzione delle spese che dalla cancellazione deriverebbe. Tempi da record per la modifica costituzionale dell’articolo 81, dunque e, soprattutto, disponibilità della classe politica italiana ad andare ben oltre le stesse richieste di Bruxelles. L’Ue infatti imponeva all’Italia sì di adeguare i bilanci di spesa al Fiscal Compact ma non prevedeva certo che un tale vincolo dovesse essere adottato addirittura a livello costituzionale. Roba da matti, per dirla chiara, una scelta scriteriata che è passata nell’opinione pubblica come acqua fresca, grazie alla grancassa mediatica, ai ricatti politici del baratro che si apriva, all’ignavia delle classi dirigenti. E al depotenziamento ormai avvenuto del significato politico e sociale di avere una Costituzione a impedimento che i poteri costituiti facciano quello che vogliono. Punto essenziale da mettere in chiaro: non amiamo i governi costituenti. Di questi tempi, poi.

L’accidioso spirito del tempo, il contagioso, dilagante senso comune, alimentato dalle facili demagogie del potere, nonché l’ignavia dei chierici, mi piace dire con lessico antico, tutto insomma lavora da tempo a un processo di rarefazione e banalizzazione del nocciolo duro della Costituzione. Processo che si rafforza grazie alla potenza performativa del sistema politico-mediatico, che spinge e convince ad accettare su tutto la vulgata dominante. Che è quella di chi ha in mano Palazzo Chigi. La vulgata delle continue tiritere di cui ci dilettano governo e entourage. Non è un caso che Berlusconi e Renzi abbiano così tanti tratti in comune. Il nuovismo, in primis, che è cosa assai diversa dal rinnovamento. Il nuovismo ti fa dire tutte le sciocchezze che vuoi, tanto dietro a te non c’è nulla e nessuno. Il rinnovamento ti fa fare i conti con il passato e i suoi fantasmi. Che ancora affollano il presente.

Domina ormai nel discorso pubblico, una sorta di cattedra unica del pensiero – il conformismo rispetto a come oggi stanno le cose. Conformismo che divarica il linguaggio politico tra l’adattamento su tutto al mainstream narrativo dominante, da una parte, e la facile demagogia di chi sdogana tutto per occupare il suo posto al sole, dall’altra. Non c’è invece spazio per il pensiero critico, l’azione critica, un’idea di sottrazione al conformismo e di proposta di cambiamento che abbia la forza di sparigliare e dare un ordine diverso alle cose. Un distanziamento e un guardare le cose da un altro punto di vista. Farsi altre domande.
Gli unici che ci hanno provato, almeno a sparigliare – con l’uso della rete, col concetto – per altro rimasto confuso – dei rappresentanti/cittadini, con l’idea anch’essa non chiarita della democrazia diretta, ma suggestiva, oggi, per i guasti smisurati da cui è segnata la democrazia rappresentativa – sono i Cinque stelle. Ma si sa in realtà sempre meno su che cosa vogliano davvero fare né, soprattutto, sembrano disposti a discuterne seriamente fuori dal loro ambito. Come a me invece piacerebbe che avvenisse, perché da alcune delle istanze di cui sono portatori non si può prescindere.

Il modo di costruire il confronto – che in realtà è scontro – secondo le prevalenti ricette della ministra Boschi e di altri del governo o della maggioranza, si riverbera sul dibattito e lo assoggetta, svilendolo, nel gioco tutto politicista di contendenti in campo protesi alla vittoria.
Così si perde di vista il nocciolo duro della questione, che è poi il cuore del costituzionalismo democratico del Novecento, quello che fa la differenza tra una costituzione embedded, su cui il potere costituito può mettere le mani come vuole, e una Costituzione che ha la sua bussola nel nesso inscindibile tra se stessa e la sovranità popolare – articolo 1 – quindi nello stabilire con rigore millimetrico i limiti e le regole del potere e dei poteri, cioè il fatto che i poteri stessi non facciano altro, rispetto a quello a cui sono destinati a fare, che non prevarichino, che non rimescolino le carte invadendo il campo altrui. E stiano, ognuno per quello che gli compete, al rispetto della dialettica democratica tra le diverse posizioni che il Paese esprime, alla difesa del dissenso, secondo Costituzione e leggi della Repubblica, alla tutela dei diritti delle minoranze, della libertà del pensare non conforme, dell’esprimere dissenso, anche organizzandolo, vedete un po’, sia con i “no” irrispettosi di molti di noi alla riforma, sia con forme varie di conflitto che anche in Italia per fortuna continuano a darsi.
Ma vengono trattate come vicende solo irritanti, fuori norma, sempre scandalose e senza senso. Fanno solo perdere tempo. D’altra parte il silenzio tombale che politica e circo mediatico hanno costruito intorno ai due mesi e passa di durissime lotte in Francia contro la Loi travail la dice lunga sullo stato del dibattito italiano. E sulla paura che qualcosa di impensabile prenda vita e sparigli il confronto. Anche la sinistra su questo non ha certo brillato ed è quindi un problema anche nostro.

La Costituzione fu concepita e elaborata per tenere insieme una società con le sue differenze e i suoi contrasti, le sue talvolta prodigiose,convergenze e le sue spesso acute distonie. Anche di classe, si diceva una volta, concetto che oggi è solo una misera questione di povertà – mentre il capitalismo si mangia la vita delle nuove generazioni – da risolversi, quando c’è un tornaconto elettorale con le graziose elargizioni del governo. Come un volta facevano i Re.

Su questo, sul nesso tra Costituzione, vita delle persone e soprattutto diritti sociali delle persone, che è oggi la vera questione in gioco, siccome non se ne parla, dobbiamo essere noi a parlarne. Dire no per recuperare la Costituzione alla politica, e rilanciarla non solo come bene del cuore – è per molti e molte anche tale ma non servirebbe davvero a nulla se tutto si risolvesse in questo – ma come insostituibile riferimento della politica.

L’appuntamento referendario non è una partita che riguarda le cosiddette classi dirigenti: la svolta tanto attesa per l’Italia, il cambio di passo necessario per “efficientare” il sistema rimasto inceppato da troppo tempo, il farsi valere anche con le riforme istituzionali in Europa. E via così.

Se ne deve invece parlare radicalmente da un altro punto di vista. Oltre ad affermare le ragioni di ogni tipo, anche tecnico funzionale, del no, che devono essere ben spiegate per convincere il numero più alto possibile di elettori, bisogna puntare anche, per quel che è nelle nostre mani, a far rinascere, fra tutti, e far nascere tra i giovani, una rinnovata passione democratica di tipo costituzionale, e una di nuovo forte consapevolezza del rapporto positivo che deve esserci tra Costituzione e politica, tra Costituzione e vita delle persone, tra Costituzione e democrazia. E dunque un desiderio popolare e una volontà popolare anche di interrogarsi su come quel nocciolo duro di cui sopra possa essere meglio valorizzato e reso un obbligo per la politica, anche cominciando a riflettere sugli eventuali cambiamenti al testo del ’48, utili perché tutto meglio funzioni in questo senso. Perché difendere la Costituzione non deve significare in nessun momento un ripiegamento nostalgico né un atteggiamento conservatore. E’ il cuore del costituzionalismo democratico che deve parlare e fare la differenza. E deve per questo essere quel cuore a essere strenuamente difeso. Non solo in Italia e non solo, ovviamente, per i nativi autoctoni. Ma questo è, per il momento, un altro discorso. #iovotono è intanto la priorità.

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Per approfondire:

Riforma: testo a fronte con la Costituzione vigente

Zagreblesky: Preferiremmo di no

Comitato per il NO: trenta ragioni

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Fondamentalismi

“I realize the tragic significance of the atomic bomb … It is an awful responsibility which has come to us … We thank God that it has come to us, instead of to our enemies; and we pray that He may guide us to use it in His ways and for His purposes”.

“Capisco il tragico significato della bomba atomica… È una terribile responsabilità quella che ci è toccata… Ringraziamo Dio che è toccata a noi invece che ai nostri nemici; e preghiamo che Egli ci possa guidare per usarla in conformità ai suoi disegni e ai suoi scopi”.

Harry Truman a proposito delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, il 6 e 9 agosto 1945.

Solo settant’anni fa il Presidente degli Stati Uniti postulava che un qualunque ordigno, e un ordigno nucleare in particolare, possa essere usato in conformità ai voleri di Dio.

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Afghanistan: una guerra drogata

Dal blog di Marcello Foa un’analisi sulla guerra dimenticata dell’Afghanistan, che procede da quindici anni con un orizzonte di soluzione via via più lontano (l’ultimo stabilito da un recente vertice NATO è fissato al 2020), fra droni, vittime collaterali, defezioni di alleati, il prospero traffico d’oppio, un trilione di dollari speso e le sempre ghiotte opportunità per l’industria bellica.

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E’ davvero incomprensibile come l’Occidente possa continuare a mandare i propri soldati in Afghanistan. La Seconda Guerra mondiale durò sei anni, quella per sconfiggere la terribile armata dei talebani è in corso dal 2001, ovvero da 15 e all’ultimo vertice della Nato è stata prorogata fino al 2020.

Diciannove anni per sconfiggere i terribili talebani? E pagando un trilione di dollari? Un po’ troppi, ne converrete. Non è un caso che spagnoli, inglesi e francesi abbiano deciso di ritirarsi unilateralmente. Non vedono più l’utilità di una missione che in termini militari ha fallito ma che l’America di Obama intende prolungare. Secondo un osservatore attento come il generale italiano Mario Arpino, la verità è che l’occupazione militare è diventata permanente sebbene nessuno lo ammetta. Secondo altri osservatori ci sarebbero altre ragioni, tra cui le pressioni dell’establishment e dell’industria militare per continuare a beneficiare degli ingenti finanziamenti.

Di certo la guerra in Afghanistan è stata un fallimento. Non è servita a sradicare un regime indicato come uno dei principali sostenitori del terrorismo neosalafita. Non ha portato democrazia, nè benessere alle popolazioni locali, che sono sempre più povere. In compenso ha generato immensi benefici ai trafficanti di droga. E’ la verità taciuta su questo conflitto, sebbene ci riguardi da vicino perché l’eroina finisce anche in Europa. A svelarne il lato nascosto e imbarazzante è un giornalista indipendente, Enrico Piovesana, in un saggio breve e convincente “Afghanistan 2001-2016 – La nuova guerra dell’oppio”, Arianna Editrice. Piovesana frequenta da anni Kabul e la sua denuncia nasce proprio dall’esperienza personale.

La tesi è tanto forte quanto scomoda: le truppe della Nato hanno di fatto favorito i narcotrafficanti. Fantasie? Non proprio: nel 2000, prima dell’intervento militare, la produzione di oppio in Afghanistan era azzerata, oggi rappresenta il 92% di quella mondiale.

In teoria, la Nato condanna la produzione di oppio e infatti i villaggi sono disseminati di cartelli che la scoraggiano, cartelli che però tutti ignorano; nella realtà la produzione e il traffico sono ampiamente tollerati. Per una ragione molto semplice: oggi l’oppio è diventato la principale fonte di sostentamento per la popolazione afghana. E di un business da decine di miliardi di euro a cui i potentati locali, che poi garantiscono la stabilità di alcune zone del Paese, non sono insensibili.

Risultato: per controllare l’Afghanistan bisogna venire a patti con questi Signori, autentici criminali, che godono di fatto di impunità e che talvolta ricoprono anche alte cariche istituzionali, vedi il fratello del presidente Karzai.

Il tutto ovviamente nella più straordinaria opacità mediatica. Di questo tema non parla nessuno. Certo, la Dea, l’agenzia americana che lotta contro il narcotraffico è presente ed è agguerrita ma dispone solo di 13 collaboratori, mentre la Nato dichiara che la lotta al narcotraffico non rientra fra gli obiettivi della propria missione. Nel 2005 gli inglesi e la Dea pretesero l’allontanamento di Akhundzada, il governatore della regione di Helmand, che nascondeva 9 tonnellate di oppio addirittura nei suoi uffici , il quale si vendicò cedendo i propri miliziani ai talebani che trasformarono quella zona nel fronte più caldo della resistenza. L’Helmand divenne un Vietnam per le truppe di Sua Maestà. Da allora la Nato lascia correre, mentre la Cia, secondo le qualificate testimonianze raccolte da Piovesana, stringe accordi con i più pericolosi narcotrafficanti.

Il quadro che emerge è sordido. I militari a fine missione lucrano sull’oppio che portano in grande quantità in Europa e in America sapendo di non dover passare alcun controllo doganale. I direttori delle agenzie internazionali presenti a Kabul sanno tutto, ma sono costretti a tacere. Obama, in un sussulto, apparente, di dignità, nel 2009 decise di abbandonare la linea del disinteresse, e approvò un intervento “selettivo” ovvero volto a colpire solo i signori della droga legati ai talebani, che però rappresentano appena circa il 10% del totale. Per gli altri, ovvero per il 90% dei trafficanti, tutto come prima.

Il paradosso è che queste ciniche liberalità, che riflettono il lato oscuro della real politik, non bastano per vincere una guerra che dura da 15 anni, di cui non si capisce più la necessità ma che di certo finisce per danneggiare noi europei: l’eroina che dopo i flagelli degli anni Ottanta si pensava scomparsa, continua a diffondersi nella nostra società, soprattutto tra i giovani, con le conseguenze che ben conosciamo: la dipendenza, l’aumento della criminalità, l’annientamento fisico. Quell’eroina che viene coltivata ed esportata sotto gli occhi distratti della Nato.

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Fotografia: Etiopia 2011

Nel villaggio di Ambikwa, Parco Nazionale dei Monti Simien

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Mini-vocabolario post Brexit

 

Small minded

Appellativo riservato agli elettori che esprimono voto contrario all’opzione caldeggiata dal ceto dominante.

Il fatto che tali individui non l’approvino – nonostante l’opzione sia di norma largamente supportata dai media ufficiali durante i mesi che precedono il momento elettorale – legittima il sospetto che gli small minded siano, oltretutto, analfabeti funzionali.

Per  tale categoria di elettori, specie all’indomani di esiti elettorali particolarmente avversi,  ogni volta vengono giustamente  auspicate misure limitative del loro immeritato privilegio.

L’aspetto più interessante, sociologicamente parlando, è che questi auspici sono formulati non solo da esponenti del ceto dominante,  ma anche da soggetti che pur appartenendo allo stesso ceto subalterno degli small minded si autocertificanoopen-minded dotati”, sulla base della percezione che ognuno di essi coltiva di sé.

'He has a very open mind. Everything goes in one ear and out the other.'

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Brexiterrorismo

A mano a mano che l’appuntamento referendario inglese si avvicina le grida d’allarme sugli effetti dell’eventuale Brexit diventano sempre più numerose, sempre più scomposte, sempre più apocalittiche. Gli scenari evocati hanno tutti un accento millenarista, che siano di tipo economico o politico-ideologico.

Per questi ultimi si va dalla fine della civiltà occidentale al rischio di guerre europee, quando non mondiali, e davanti ad affermazioni così deliranti la logica resta spiazzata, il pensiero ammutolisce.
La formula “civiltà occidentale” esprime un concetto troppo generico per poterla utilmente usare in un discorso, se il discorso vuol essere serio. Una civiltà è caratterizzata da un insieme disomogeneo di valori e disvalori, spesso in conflitto fra di loro, e la prevalenza degli uni rispetto agli altri a un dato momento ne definisce la qualità e la vocazione regressiva o progressiva.

Per esempio sono valori la solidarietà sociale e la democrazia parlamentare sanciti dalle costituzioni antifasciste del dopoguerra, e consolidati durante i “gloriosi trenta” a dispetto di un capitalismo che in quel momento da un lato non poteva disconoscere il prezzo che le classi popolari avevano pagato in termini di vite umane e sofferenza; dall’altro era costretto dalla competizione con il modello comunista sovietico a tenere a bada la propria natura predatoria.
A partire da metà anni settanta del secolo scorso questi valori hanno subito un processo di erosione di cui il Sistema Europa si è fatto poi diligente ed efficace esecutore attraverso i trattati e dispositivi di controllo politico che si è dato: la Commissione europea, la BCE e i due Consigli (con il contributo esterno del Fondo Monetario Internazionale e quello – più che altro sedativo – del Parlamento europeo).

È un disvalore, per esempio, la pulsione imperialista che riaffiora ogni volta, come un fenomeno carsico, dal pacifismo retorico con cui lo si vorrebbe dissimulare, e che – data l’irrilevanza bellica degli attori – si sfoga sia attraverso le annessioni economiche all’Est sia con l’adesione sistematica e subordinata a tutte le iniziative dell’alleato americano, avventure che spingono il mondo (quelle sì!) verso un baratro di cui nessuno è in grado di sondarne la profondità.

Se si accettano questi punti di vista, si conclude necessariamente che la civiltà europea è minacciata, più che dal paese che abbandona l’Unione, da tutti gli altri che vi rimangono contribuendo a perpetuare un sistema che distrugge i valori ed esalta i disvalori.

Sul piano economico le reazioni non sono meno catastrofiche.
La livorosa minaccia di ritorsioni economiche (qui Schaeuble, qui Junker) nei confronti di un paese che intende esercitare un diritto di recesso previsto dagli stessi trattati, dà la conferma dell’inclinazione autoritaria del sistema. Ma ne palesa anche la poca avvedutezza: l’Inghilterra non è la Grecia, non foss’altro perché ha il vantaggio di non appartenere al magico mondo dell’euro e avendo conservato la propria sovranità monetaria non può subire le rappresaglie che la BCE ha inflitto ad Atene. Come spiega il professor Alberto Bagnai, inoltre, stabilire sanzioni commerciali nei confronti di un paese le cui importazioni nette dall’UE valgono cento miliardi di euro sarebbe puro masochismo, una patologia di cui gli euroburocrati non hanno ancora dato prova, avendo adottato finora nei confronti delle popolazioni loro sottomesse solo misure sadiche.
Sul fronte della propaganda interna il Cancelliere dello scacchiere, George Osborne, ha annunciato in caso di Brexit un buco di 30 miliardi di sterline che richiederebbe una manovra di pari importo, a base manco a dirlo di aumento delle tasse e tagli a sanità e pensioni.
Nel suo blog, l’economista Jacques Sapir si interroga sulla curiosa contabilità adottata da quelle parti, dal momento che il Regno Unito  è uno dei contributori netti al bilancio europeo. Per il privilegio di far parte dell’Unione europea, infatti, il suo esborso netto oscilla fra i 7 e i 10 miliardi a seconda degli anni. Il buco di bilancio che si verrebbe a produrre, secondo Osborne, sarebbe quindi di circa 40 miliardi, visto che una decina verrebbero risparmiati proprio con la Brexit. Sarebbe auspicabile che le ragioni per cui la Brexit produrrebbe un tale disavanzo  venissero spiegate in modo più analitico e meno apodittico, ma è lecito dubitare che ciò accada.

Insomma, la propaganda europeista, non potendo oggettivamente vantare argomenti a favore del rimanere, produce minacce e cupe profezie  contro l’andarsene, tanto più catastrofiche quanto meno verificabili. Il sogno europeo, da quando si è concretizzato in incubo, è costretto ad affidarsi alla narrazione della paura e abbandonare quella ormai improponibile della speranza.
Lo spiega bene Wolfgang Münchau, autorevole giornalista del Financial Times: “Durante le conversazioni con i funzionari europei continuo a sentire ripetere un argomento rivelatore: se la Gran Bretagna votasse per uscire dall’Ue e ciò venisse visto come un successo, altri paesi membri potrebbero seguirne l’esempio. Perciò questo pericolo deve essere stroncato sul nascere. Questo modo di ragionare rivela l’implicita ammissione che la Brexit potrebbe funzionare dal punto di vista economico. Più precisamente, chi ragiona così teme che un eventuale successo post-Brexit tolga agli europeisti ciò che essi ritengono essere il proprio argomento più forte: la paura dell’ignoto” (citato da il Simplicissimus).

Una ripetitività desolante. Eppure è prevedibile che questa propaganda finirà con l’avere successo, visto che la paura è un prodotto che si vende sempre bene. Basta dare un’occhiata ai titoli dei giornali, o alla pletora di cinguettii di personaggi più o meno politici, dopo l’assassinio della deputata Jo Cox da parte di uno squilibrato: una gara oscena a chi cavalca meglio l’onda emotiva. Non è per caso che borsa e sterlina, al momento della conferma della morte della deputata, abbiano subito un’impennata: in fatto di psicologia delle masse le consorterie finanziarie hanno competenze innegabili.

Jo Cox

Ma comunque vada il prossimo 23 giugno, resta l’oggettiva disfatta di un progetto oligarchico che ha prodotto un paradiso per pochi eletti e un inferno per le moltitudini.
Di questo prima o poi dovranno rendere conto: gli appuntamenti con la storia, che poi sono gli appuntamenti con la realtà, si possono rimandare, mai eludere.

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Ponte Carlo, Praga

Ogni tanto mi ricordo che questo blog era nato per pubblicare foto.

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