Dell’euro e dei suoi miracoli retroattivi.

Intervista al direttore del Corriere, Luciano Fontana, non ricordo su quale TG, un paio di giorni fa. Ascolto pensando ad altro, finché a richiamare la mia attenzione arriva la domanda sulle prospettive euro-comunitarie, ultimamente un po’ affannate: “Lei pensa che l’euro possa davvero implodere?”

La risposta di Fontana è un pistolotto desolante, appiattito com’è sull’affabulazione corrente: è vero che l’euro sta passando un momento di difficoltà perché è vero che ha avuto ricadute anche negative per alcuni paesi; MA (il maiuscolo esprime l’enfasi avversativa) non bisogna dimenticare i vantaggi che ci ha procurato. E giù ad elencare i primi che gli vengono in mente: interessi bassi (il famoso dividendo dell’euro), i mutui regalati, l’immancabile Erasmus, e infine, ciliegina, un mercato unico di 500 milioni di persone.

 Nella narrazione del Fontana si avvertono lievi anacronismi, ma né lui né il suo interlocutore sembrano accorgersene.

Basterebbe che il giornalista facesse presente che i tassi d’interesse – dopo le fiammate degli anni ’70 e ’80 che avevano colpito l’universo mondo e quindi anche l’Italia – avevano  preso a scendere sistematicamente già a partire dai primi anni ’90, in Italia come nell’universo mondo, quando ancora l’euro non c’era. E se  in questi anni ultimi anni sono addirittura precipitati, ciò è in virtù delle politiche deflazionistiche che ci vengono imposte attraverso l’euro, grazie alle quali c’è stato il crollo dei tassi di interesse, certo, ma è crollata anche la produzione industriale, si è impennato il tasso di disoccupazione ed è raddoppiato quello della popolazione che si trova vicina alla soglia di povertà o l’ha già varcata; per cui se è vero che i mutui sono più allettanti, è anche vero che la platea di chi può permetterseli si è ristretta drammaticamente.

Basterebbe che il giornalista facesse presente che l’euro non ha nulla a che fare con l’Erasmus, il quale è stato istituito (ohibò!) nel 1987, cinque anni prima di Maastricht e ben nove anni prima di Schengen.
Senza trascurare il fatto che in epoca non sospetta, nel Basso Medioevo, i clerici vaganti (clericus vagans) già si spostavano in tutta Europa per poter seguire le lezioni universitarie dei docenti più prestigiosi, in una peregrinatio academica che li vedeva spostarsi da Bologna a Parigi, da Oxford a Salamanca o a Padova. Un’Erasmus ante litteram, anche se allora non c’erano i voli low-cost e bene che andasse si viaggiava a dorso di mula.

Basterebbe che il giornalista facesse presente che oggi, dei 500 milioni di persone che partecipano al Mercato comune, ben 160 milioni appartengono a paesi fuori dall’eurozona, da cui intendono mantenersi alla larga avendo capito che con una propria moneta nazionale non si è soggetti ai ricatti della BCE e della Commissione, o perlomeno non quanto lo sono i paesi che vi hanno aderito (cfr Grecia).
E magari aggiungere che l’attuale Mercato comune è la risultante di una Comunità economica nata nel 1958, quando l’euro era quarant’anni di là da nascere.

Basterebbe.
Ma non succede perché le interviste sono spesso condotte da intervistatori incompetenti e troppo presi a seguire la scaletta delle domande per preoccuparsi di ascoltare le risposte. Il meccanismo perverso che ne consegue permette al personaggio di turno di emettere qualunque flatulenza verbale di cui gli punga vaghezza, sicuro che grazie al prestigio mediatico la massa degli utenti accorderà a questo genere di emissioni ogni credito e riverenza, manco fossero una lezione accademica.
Nel caso specifico il personaggio di turno è un signore chiamato alla direzione di uno dei giornali più influenti d’Italia.

Così non c’è da stupirsi se nello sprovveduto immaginario collettivo si creano distorsioni astoriche dove le qualità taumaturgiche della moneta unica hanno effetti addirittura retroattivi, e dove qualunque accenno a ipotesi di uscita suscita il terrore di calamità ancestrali, dalle carriole di banconote svalutate alla morìa delle vacche.

Poi però si legge di coraggiose battaglie di civiltà (sic), come il disegno di legge della senatrice Adele Gambaro: “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica“. E allora ci sentiamo rinfrancati, sapendo che qualcuno si preoccupa di proteggere la nostra verginità mentale assumendosi l’onere di decidere al nostro posto che cosa sul web è informazione e che cosa mistificazione.
Sul web. Dato che sui media tradizionali l’informazione è sempre, per definizione, veritativa – ci mancherebbe.

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Moriremo ordoliberisti? (2a parte)

(Qui la prima parte)

Dai conservatori ai liberali, fino ai socialdemocratici e ai verdi, passando per il partito di estrema destra Afd, tutti i partiti tedeschi allignano nei loro ranghi molti nipotini di Eucken, ognuno dei quali denuncia il travisamento della dottrina da parte degli avversari. “Sono un ordoliberista, ma di sinistra“, dice di sé il deputato dei verdi Gerhard Schick, che in nessun caso si dichiarerebbe neoliberista: “Tra i Verdi, la locuzione ‘economia sociale di mercato’ fa consenso, anche se noi vi aggiungeremmo il termine ‘ecologico’. Trovo importante che lo stato stabilisca le regole perché la concorrenza funzioni“.

L’ex deputato della Linke e professore di economia Herbet Schui sottolinea che l’economia sociale di mercato “è un concetto suggestivo, inventato nel dopoguerra per allontanare la popolazione dalle idee socialiste. La formula ha funzionato così bene che molti a sinistra se ne lasciano affascinare.

La confederazione sindacale tedesca (DGB) l’ha adottata nel 1996. “L’economia sociale di mercato ha prodotto un alto livello di prosperità materiale” e rappresenta “un grande progresso storico nei confronti del capitalismo selvaggio” come viene dichiarato nel loro programma fondativo, mai cambiato da allora. Tuttavia riconosce che questo sistema “non ha impedito né la disoccupazione di massa né lo spreco delle risorse, e non ha prodotto l’uguaglianza sociale“.

Mentre una parte della sinistra tedesca vede nella dottrina ordoliberista una forma di interventismo da opporre al neoliberismo, la confederazione industriale l’associa a un’economia di mercato strettamente liberista. Una serie di organismi che condividono questa visione forniscono al pensiero ordoliberista una camera di risonanza polifonica. Il think tank Iniziativa per una Nuova Economia Sociale di Mercato, già presieduto da Tietmeyer, si batte contro il sostegno pubblico alle energie rinnovabili, contro l’imposta patrimoniale o ancora contro il salario minimo legale introdotto nel 2015. L’istituto continua a influenzare il pensiero economico sessant’anni dopo la sua creazione. Un istituto più recente,  l’Alleanza di Jena offre ogni anno un premio per l’innovazione nell’ordopolitica, mentre il Kronberger Kreis, circolo di economisti di ispirazione ordoliberista, si vanta di fornire ai governi “il pensiero per le rifome indispensabili“.

L’ordopolitica dispone di appoggi anche nella Chiesa, nella persona dell’arcivescovo di Monaco e presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Reinhard Marx.

Ma la voce più influente dell’ordopolitica è il Consiglio Tedesco degli Esperti Economici, creato nel 1963 da Erhard per corroborare le scelte del suo governo. Oggi, l’unico keynesiano dei cinque membri, Peter Bofinger, lamenta di trovarsi sempre solo contro quattro, qualunque sia l’argomento discusso. I suoi colleghi si dicono prima di tutto pragmatici. “Vediamo i vantaggi della teoria ordopolitica, ma a guardare meglio il nostro è un modello molto più articolato“, spiega Lars feld, professore all’università di friburgo e presidente dell’Istituto Walter Eucken. “L’ordoliberismo in sè non comporta necessariamente austerità. Nel 2008, con il mio collega Clemens Fuest, abbiamo per esempio raccomandato di allestire un programma di sostegno alla crescita dopo la crisi finanziaria. Ma abbiamo aggiunto ‘se temete che queste misure penalizzino in seguito le vostre condizioni di rifinanziamento sui mercati, allora introducete un fredo all’indebitamento’, la regola budgetaria. Il governo ha seguito le nostre raccomandazioni alla lettera”.

Quale che sia l’interpretazione tedesca, l’ideologia ordoliberista si è trasmessa per fatale osmosi nelle strutture dell’Unione Europea nella sua forma più autentica. “Tutto il quadro di Maastricht rifrette i principi centrali dell’ordoliberismo e dell’economia sociale di mercato“, riconosce volentieri il presidente della Bundesbank Jens Weidemann (11 febbraio 2013, conferenza di Friburgo). E in effetti, con il suo riferimento allo “sviluppo durevole dell’Europa fondato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi in un’economia sociale di mercato fortemente competitiva” , l’articolo 2.3 del trattato di Lisbona, in vigore dal 2009, sembra copiato da un discorso di Ehrard.

Non è un caso: la maggior parte dei politici e funzionari tedeschi che hanno partecipato alla istituzione del Mercato comune negli anni 50 aderivano al pensiero di Eucken. Gli alti funzionari delle istituzioni europee hanno riprodotto a scala comunitaria le strategie di Erhard e del suo comitato di esperti della Germania Federale occupata. Attori di un organismo privo di legittimità, si sono concentrati sull’elaborazione di un quadro giuridico della concorrenza e della stabilità monetaria, una preoccupazione che le potenze occupanti, in tempi di piena guerra fredda, giudicavano politicamente secondaria.

Agli esordi, nel 1950, l’edificio europeo nasceva fra due visioni dottrinali antitetiche.

Una, quella francese, intervenzionista e pianificatrice, che prevedeva la sovvenzione di larghe zone d’eccezione nel quadro della concorrenza (la politica agricola comunitaria, le eccellenze nazionali), e vedeva nel mercato interno europeo una protezione nei confronti del libero scambio mondiale.

L’altra, tedesca ordoliberale, spingeva non solo per stabilire un mercato unico comunitario ma anche per procedere all’abbattimento delle barriere doganali a livello di “mondo libero”. Nel 1956, il cancelliere Erhard auspicava l’avvio di un grande mercato transatlantico.

L’approccio francese, dominante negli anni 1960 e 1970, non resiste alla deregolamentazione degli scambi internazionali, che implica rigore fiscale e competitività. Il 23 marzo 1983 François Mitterrand rinuncia in modo clamoroso alla politica di rottura per la quale è stato eletto, e decide di mantenere il franco legato allo SME e alla Germania. Questa scelta implica la messa in opera da parte della sinistra di un piano d’austerità simbolicamente paragonabile a quello che Alexis Tsipras ha dovuto ratificare nel luglio 2015.

“Sono diviso fra due ambizioni: quella della costruzione dell’Europa e quella della Giustizia sociale” dirà Mitterand il 10/2/1983 [riconoscendo implicitamente che le due opzioni erano incompatibili fra loro. La parabola di Mitterand è anche simile a quella di Hollande, salito al potere con la promessa di rivoltare l’Europa come un calzino e in breve rivoltato come un calzino dall’Europa].

Venticinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, la dottrina ordoliberista continua a esercitare la sua influenza sulle istituzioni europee. Ma il fortino ordoliberale più inespugnabile si trova a Francoforte: “La costituzione monetaria della BCE è fermamente ancorata nei principi dell’ordoliberismo“, riconosce Mario Draghi (conferenza di Gerusalemme, 18/06/2013).
[Nota di colore: Mario Draghi è stato allievo del grande economista ed euroscettico Federico Caffè, con il quale si è laureato discutendo una tesi di laurea critica nei confronti del progetto europeo].

Il funzionamento della BCE, la sua indipendenza nei confronti delle istituzioni democratiche e degli Stati, la sua missione fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi, ricalcano in effetti i principi della Bundesbank. Non per niente il precedente presidente della BCE, Jean Claude Trichet, benché enarca francese, veniva presentato come “il più autentico rappresentante dello spirito e della pratica che ha retto la Bundesbank dalla sua creazione nel 1949 alla costituzione del sistema euro“.

La battaglia ideologica è stata vinta in mancanza di avversari. In Europa, la bassa marea della sovranità popolari lascia apparire nella loro fredda efficacia le strutture del pilota automatico pazientemente messe in essere negli ufficio di Bruxelles e nelle torri di Francoforte, attraverso i trattati e i vari “compacts”.

Dieci giorni dopo il referendum greco, Hans-Werner Sinn, uno degli economisti più influenti della Germania, consigliere del ministro delle finanze e inflessibile rappresentante dell’ortodossia ordoliberista, affermava: “La crisi europea esclude le ricette keynesiane. Non si tratta di ordoliberismo, si tratta di economia“.

Il modello ideologico di Eucken si è trasformato in una gabbia di ferro.

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Moriremo ordoliberisti? (1a parte)

Le Monde Diplomatique pubblica un buon articolo sull’ordoliberismo, l’ideologia socioeconomica neoliberista  di matrice teutonica che sta alla base del sistema europeo e ne conforma tutta la logica. È un articolo piuttosto lungo, anche a volerlo riassumere come ho cercato di fare. Nonostante ciò, è una lettura che raccomando: conoscere quali sono i postulati in base a cui ci vengono imposte oggi le politiche che riguardano il nostro quotidiano può essere un buon tonico per  rinvigorire il nostro spirito critico, infiacchito dalla lunga crisi che quelle stesse politiche hanno prodotto.
Inoltre, è sempre utile constatare che i sostenitori del pensiero unico, quelli che rimproverano agli irriducibili del primato della politica di voler risolvere i problemi di oggi con strumenti culturali vecchi di mezzo secolo, alla fin fine propongono soluzioni basate su teorie nate novant’anni fa.

Sperando di incentivare chi va di fretta, l’ho diviso in due parti. La seconda seguirà a giorni.

§

Se c’era ancora bisogno della prova del pericolo che i referenda rappresentano per il funzionamento delle democrazie moderne, eccola“. (Der Spiegel, il 6 luglio 2015, commentando la vittoria dell’OXI al referendum greco).

Questa reazione esprime il contrasto fra due concezioni di governo: la prima,  propriamente politica, per cui il suffragio popolare dovrebbe prevalere sulle regole contabili e il potere eletto dovrebbe poter scegliere di cambiare le regole se è questo che il popolo gli chiede; la seconda, tecnico-burocratica, che  al contrario subordina l’azione di governo e la volontà popolare alla stretta osservanza di un ordine.

Nella seconda visione,  ravvisabile nella stizza espressa dal settimanale tedesco, i politici possono agire come credono purché la loro azione non esca dal quadro prestabilito, che per essere asseritamente “oggettivo” esula dal processo democratico.

Questa ideologia ha un nome e una nazionalità: è l’ordoliberismo tedesco.

Come i neoliberisti anglosassoni, gli ordoliberali rifiutano che lo Stato intervenga a falsare il libero gioco del mercato. Ma a differenza dei primi essi non ritengono che la libera concorrenza si possa sviluppare spontaneamente. Lo Stato è tenuto ad organizzarla, costruendo le condizioni giuridiche, tecniche, sociali e culturali che la rendono possibile.

La Ordnungspolitik, questa elaborazione liberista dell’intervento statale, nasce a Friburgo, nell’inquieto periodo che va dalla fine della Grande Guerra alla Seconda Guerra Mondiale, con la grande crisi del 1929 e l’affermazione del partito nazista del 1933. Tre professori universitari, gli economisti Walter Eucken (1891-1950) e  Franz Boehm (1895-1977) e il giurista  Hans Grossmann-Doerth (1894-1944), si trovano a riflettere sul problema dei monopoli e degli accordi di cartello. Insieme elaborano un programma di ricerca articolato intorno alla nozione di Ordine (Ordnung), inteso come costituzione economica e regola del gioco. Per neutralizzare i cartelli ed evitare che la guerra economica degeneri, dicono, occorre uno Stato: abbastanza forte per assicurare le strutture, il quadro istituzionale, l’ordine entro cui l’economia di mercato possa funzionare; abbastanza saggio da evitare la tentazione di intromettersi nel processo economico.

Contrariamente ai liberisti classici, gli ordoliberali non considerano il mercato o la proprietà privata delle risultanze naturali, ma costruzioni umane, dunque fragili. Dovere dello Stato è creare il quadro che favorisca il normale sviluppo del processo: formazione dei lavoratori, infrastrutture, incentivo al risparmio, leggi sulla proprietà, sui contratti, sui brevetti ecc. Fra quadro e processo si inserisce la moneta. Eucken insiste sul primato della politica monetaria e sulla necessità di sottrarla alle pressioni politiche e popolari. Non soltanto una buona costituzione monetaria deve evitare l’inflazione, ma, al pari dell’ordnung concorrenziale, essa deve funzionare il più automaticamente possibile, altrimenti l’influenza dei gruppi di interesse e dell’opinione pubblica costringerebbe i responsabili monetari a deviare dal loro obiettivo più sacro: la stabilità monetaria.

I lavori del circolo ordoliberista di Friburgo ispirarono due economisti Wilhelm Roepke (1899-1966) et Alexander Ruestow (1885-1963), che aggiunsero alla nuova dottrina riferimenti storici e sociologici e una forte dose di conservatorismo. Essi individuarono l’epicentro della crisi del 1929 non tanto nella sfera economica in sé, quanto piuttosto nella disintegrazione dell’ordine sociale che il laisser-faire provocava.
La modernità aveva generato un proletariato disumanizzato, uno Stato sociale obeso, un deleterio fervore collettivista.

Roepke oppone la rivolte delle élite alla rivolta delle masse. Per restituire ai lavoratori l’antica dignità, essi dovrebbero tornare alle diverse comunità pre-democratiche pensate come naturali ( la famiglia, il comune, la chiesa), mentre la cultura dell’egualitarismo andrebbe sradicata.

Ruestow scrive: “sacrificando al culto del Moloch liberale si sono negati i principi dello scaglionamento sociale sostituendoli con l’ideale, falso e sbagliato, dell’uguaglianza e quello, parziale e insufficiente, della fratellanza; poiché nella piccola come nella grande famiglia più importante che il rapporto da fratello a fratello è quello da padre a figlio, che assicura la continuazione delle generazioni e il mantenimento della tradizione culturale”.

Roepke e Ruestow, di cultura cristiana come i loro colleghi di Friburgo, caricano la nozione d’ordine del senso che gli dà Sant’Agostino: l’ordine come regola di disciplina ordinatrice della vita comune.

Lo slancio dell’ordoliberismo si inscrive in un vasto movimento internazionale di rinnovamente del pensiero liberali, che si sviluppa negli anni 30 sotto l’etichetta di neo-liberismo. In questo quadro gli ordoliberisti si oppongono ai nostalgici del laisser-faire  (Ludwig von Mises e il suo alunno Friedrich Hayek) che non trovano nulla da criticare o cambiare al liberismo tradizionale.

A fine 1930 i propugnatori dell’ordoliberismo restano marginali. Non dispongono di entrature nella Germania nazista, anche se molti di essi partecipano a cerchi di riflessione economica del regime – come Ludwig Erhard (1897-1977) e d’Alfred Müller-Armack (1901-1978). Röpke et Rüstow devono espatriare, altri possono continuare a insegnare solo rinunciando alle loro idee.

La riscossa arriva con la caduta del nazismo.

In Germania Ovest, a differenza che in Francia, Italia o Regno Unito, la ricostruzione avviene su basi liberiste piuttosto che socialdemocratiche. La potenza occupante più influente, gli USA, impedisce le nazionalizzazioni. Gli Usa facilitano in vario modo la transizione verso un’economia aperta, ideale per le esportazioni tedesche.

Si favorisce (1948-49) la costruzione di un sistema che fonde l’ordoliberismo e la dottrina sociale cristiana in quella che viene chiamata “economia sociale di mercato” [locuzione che verrà ripresa dai trattati di Maastricht con l’aggiunta della puntualizzazione “fortemente competitiva”].

Espressione felice ma ingannevole: “Il suo carattere sociale – precisa nel 1948 l’inventore della formula, Müller-Armack – consiste nel fatto che il sistema è in grado di offrire una massa diversificata di beni a prezzi che il consumatore contribuisce a determinare attraverso la domanda“.

Una serie di misure cercano di palliare l’ineguaglianza che il modello competitivo genera: mantenimento del sistema di assicurazione sociale edificato da Bismak, imposta sui redditi, alloggi sociali, aiuto alle piccole imprese… In breve, il “sociale” nella misura in cui lo Stato deve assicurare all’economia di mercato la società confacente alle sue esigenze di funzionamento.

La Germania del dopoguerra è un laboratorio neoliberista, in cui il capo-laboratorio, Ludwig Erhard, è prima responsabile dell’amministrazione economica della zona occupata da Stati Uniti e Regno Unito (la Bizona), poi Ministro dell’economia sotto Konrad Adenauer (1949-1963) e finalmente cancelliere (1963-1966). Sotto la sua direzione viene introdotta la maggior parte delle riforme strutturali associate al “miracolo economico” tedesco, in particolare la liberalizzazione dei prezzi e la creazione del Deutsche Mark (1948), rimasta nella memoria collettiva come il momento della rifondazione tedesca.
Come l’arbitro non partecipa al gioco, allo stesso modo lo Stato è escluso dallo stadio dell’economia. In ogni buona partita di calcio c’è una costante: le precise regole che presidiano il gioco. La mia politica liberale è appunto quella di creare le regole del gioco.
In conformità ai precetti di Eucken, Erhard era riluttante a intervenire per mitigare gli effetti delle crisi economiche. “Temeva che una politica congiunturale, focalizzata sul pieno-impiego a discapito di ogni altro aspetto, sarebbe andata a detrimento della stabilità monetaria e a prezzo di una minore libertà individuale” (Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank tra il 1993 e il 1999).

L’ordopolitica conosce l’apoteosi nel 1957, quando Erhard fa votare due leggi decisive: quella sull’indipendenza della Bundesbank e quella contro le limitazioni alla concorrenza. Stabilità monetaria e concorrenza perfetta, due assiomi che – in quanto tali – nel modello dell’economia sociale di mercato si sottraggono al dibattito democratico.

Dal 1948 Erhard si circonda di esperti ordoliberisti (Eucken, Boehm, Mueller-Armack). Il Ministero dell’economia è loro riserva di caccia. L’ordoliberismo dispone inoltre di potenti casse di risonanza. Una rivista teorica, Ordo; una lobby incaricata di promuovere la dottrina attraverso i giornali, primo fra tutti l’influente FAZ; un movimento industriale cattolico che si autodefinisce “Comunità per la promozione dell’uguaglianza sociale” e che per diversi anni finanzierà campagne d’opinione in occasione delle elezioni.

Con la nozione di economia sociale di mercato e lo slogan “prosperità per tutti” offre alla giovane Unione Cristiano-Democratica (CDU) l’occasione di confrontarsi sullo stesso terreno dei socialdemocratici. A partire dal 1949 la CDU diventa alfiere di una società “il cui ordine si realizza grazie alla libertà e al rispetto degli impegni che si esprimono nell’economia sociale di mercato, attraverso la concorrenza autentica e il controllo dei monopoli

Alcuni intellettuali  del Partito Socialdemocratico (SPD) iniziano a subirne la cattura cognitiva. Nel 1955 Karl Schiller pubblica “Socialismo e concorrenza”, dove appare il celebre aforisma “concorrenza quanto possibile, pianificazione quanto necessario“. La formula viene ripresa dallo stesso SPD al momento della grande svolta del novembre 1959, quando al congresso di Bad Godesberg la maggioranza dei delegati riconosce che la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’economia di mercato sono alla base del progresso economico e del benessere sociale.

La caduta di Erhard nel 1966 segna una ripresa d’attenzione verso l’aspetto sociale, che si accentua con l’arrivo al potere del socialdemocratico Willy Brandt. Alle influenze ordoliberiste e bismarkiane si aggiunge una prospettiva keynesiana: pianificazione a medio termine, innalzamento dei salari, rinforzamento della cogestione, investimenti in eduzione e salute. La Repubblica Federale degli anni 1970-1980 segue un modello che proclama la sua adesione all’economia sociale di mercato ma incorpora una buona dose di interventismo statale.

La parentesi viene chiusa nel 1982, con l’ascesa al potere della CDU di Helmut Kohl. È di nuovo il tempo degli equilibri di bilancio, ma i costi dell’unificazione tedesca impediranno negli anni ’90 il ritorno ai fondamentali dell’ordoliberismo. Tocca al socialdemocratico Schroeder, 1998, di restaurare l’ordine degli anni ’50 con la massiccia deregolamentazione del diritto del lavoro e l’indebolimento dello stato sociale.
Misure poi confermate dall’attuale cancelliere, Angela Merkel, che nel 2014 ha tenuto a ricordare che “l’economia sociale di mercato è molto più di un ordine economico e sociale. I suoi principi sono intramontabili“.

(segue)

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Marco Zanni: la formalizzazione della Troika.

Marco Zanni è un europarlamentare ex 5 Stelle, passato come indipendente al gruppo anti-europeista ENL di Marine Le Pen,  dopo l’abortito e ambiguo tentativo del suo partito di entrare nell’ALDE di Guy Verhofstadt.

In questo articolo ci racconta cosa bolle nella pentola dei nostri decisori europei, spiegando il contenuto di una relazione d’iniziativa del Parlamento europeo che dovrebbero indirizzare le proposte future della Commissione Europea: la “Proposta di risoluzione sulla capacità di bilancio della zona euro“.

La relazione, con il bel pretesto di conferire all’eurozona strumenti che la rendano meno instabile agli shock asimmetrici, indica le linee guida su cui basare la strategia di rafforzamento delle istituzioni europee a ulteriore scapito delle sovranità nazionali e della democrazia.
Prevede che ingenti quantità di denaro siano trasferite dagli stati membri a Bruxelles affinché gli eurocrati di laggiù ne possa disporre per erogarle ai paesi in difficoltà, ovviamente previa accettazione da parte di questi ultimi delle famigerate condizionalità (un termine che non per caso ricorre ed è particolarmente enfatizzato nel testo): riforme strutturali e aggiustamenti macroeconomici secondo la ricetta che ha già così brillantemente funzionato in Grecia: distruzione del welfare, taglio dei salari, privatizzazioni e altre amenità del genere.

In pratica, la formalizzazione della Troika come politica di coercizione nei confronti dei paesi membri che non vogliono o non possono allinearsi ai deliri austeritari dell’euroTeismo a trazione ordoliberista e tedesca.

Riassumo per chi va di fretta le raccomandazioni della relazione, quale viene spiegata da Zanni nel suo articolo:

1) Istituzione di un bilancio per l’Eurozona, finanziato attraverso i contributi degli Stati Membri. Non si specificano cifre precise, ma discussioni interne fanno pensare a una cifra intorno ai 500 miliardi di euro.
Significa che l’Italia, terza economia dell’eurozona, sarebbe chiamata a contribuire ogni anno con una cifra di circa 70-80 miliardi, a cui il dovrebbe far fronte o con maggiori entrate tributarie, aumentando il prelievo ai cittadini, o con minori spese di bilancio, riducendo ulteriormente la qualità dei servizi. In entrambi i casi, è facile capire chi ne pagherebbe il conto.
Per avere un ordine di grandezza: l’attuale bilancio dell’Unione Europea ammonta a circa €155 miliardi annui, e il contributo lordo dell’Italia è di circa €17 miliardi annui).

2) Trasformazione del MES, il fondo salva-stati o Meccanismo Europeo di Stabilità, in un Fondo Monetario Europeo, che avrà l’obbligo di erogare aiuti condizionati e “suggerire” al Paese beneficiario le riforme strutturali da approvare. Un’istituzione che sul modello del FMI, erogherà aiuti in cambio dell’imposizione di politiche e riforme neoliberiste, per sancire l’assoggettamento dello Stato che si trovasse a dover chiedere aiuto.

Quello greco rimane il laboratorio sociale di riferimento.

3) Creazione di un super-ministro delle finanze e del tesoro dell’eurozona, fondendo le figure del presidente dell’eurogruppo e del commissario europeo agli affari economici e sociali (uno dei nomi più gettonati è quello dell’ahimè ben da noi conosciuto Mario Monti).
Questa nuova figura avrebbe enormi poteri sugli Stati membri senza peraltro essere soggetta a nessun controllo democratico, come già accade ai fuzionari della BCE e ai membri della Commissione. (Il sogno di Monti, appunto: una funzione squisitamente politica che, una volta messa al riparo dal processo elettorale, può agire secondo linee guida decise al di fuori del contesto democratico e spacciate come inevitabili soluzioni tecniche: There Is No Alternative).
Una figura che, testualmente, “dovrebbe essere equipaggiata con i mezzi necessari per far rispettare le attuali regole della governance economica dell’eurozona”, cioè il patto di stabilità e crescita, il fiscal compact e la svalutazione interna a carico dei salari.

4) Formalizzazione di un Unione Europea a due velocità.
Ci saranno da una parte i (fortunati) Paesi UE che non adottano l’euro, sempre più lontani, distaccati e autonomi perché non ricattibili; dall’altra i Paesi euro, ricattabili e quindi sempre più sottomessi alle politiche socioeconomiche espresse dall’ottuso azionista di maggioranza di questo sistema ormai distopico, la Germania.

Auguri.

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L’Onorevole Boccia e l’uovo di Colombo

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È noto che l’idea di Colombo di raggiungere il Cipango navigando verso occidente fu accolta con molto scetticismo.

C’è un aneddoto famoso, variamente declinato, che racconta di queste difficoltà. Una delle versioni narra che Colombo, durante l’ennesima udienza alla corte di Isabella, si sentì obiettare da un cortigiano che l’idea non poteva essere giusta, perché se lo fosse stata davvero allora qualcuno l’avrebbe pensata prima.
Si sa come andò: Colombo chiese che gli venisse portato un uovo e sfidò i presenti a farlo stare dritto in equilibrio. Quando tutti si arresero, con un leggero colpetto sul tavolo egli ne incrinò la base, appiattendola quanto basta perché l’uovo restasse in piedi, e alle proteste stizzite dei presenti che in quel modo erano capaci tutti, lui replicò: “Sì, ma il solo ad averci pensato sono io”.

Si noti che secondo la periodizzazione storica in quel momento il mondo occidentale convenzionalmente non era ancora uscito dal medioevo, dal momento che l’epoca moderna inizia nel 1492 con la scoperta dell’America.

Ebbene, nonostante i cinque secoli trascorsi, guardando in TV il dibattito a Omnibus, su La7, stamattina ho scoperto che per molti quella soglia non è ancora stata superata.
Il giornalista Armando Siri, area Lega, a proposito della necessità di far ripartire la domanda afferma che i modi sono due: o stampare soldi con i quali rilanciare l’economia attraverso opere pubbliche, o ridurre le tasse in modo che i contribuente abbiano maggiori disponibilità e le aziende ritrovino la convenienza di investire in Italia.
Ora, è possibile criticare queste ricette in tanti modi più o meno pertinenti, ma ecco che la locuzione “stampare soldi” fa scattare un inesorabile riflesso condizionato nell’interlocutore, l’onorevole piddino Francesco Boccia, che allarga le braccia in un gesto desolato e fra le tante obiezioni possibili sceglie di scegliere quella più pre-moderna: “Se fosse così semplice, qualcuno ci avrebbe già pensato!”.

Con tanti saluti alla logica, al post-modernismo, al pensiero complesso.

Volendo, si potrebbe rispondere all’onorevole Boccia che sì, qualcuno in effetti ci ha già pensato e sta stampando soldi ormai da alcuni anni: solo che l’operazione non è definita stampare soldi ma quantitative easing, un’espressione che essendo inglese fa più professionale, non è così rozza e soprattutto è meno immediatamente comprensibile (per maggiori informazioni chiedere a Fed, BoE, BoJ e pure a BCE).

Difficile però che una risposta del genere potrebbe sortire alcun effetto. Quarant’anni di pervasiva e puntigliosa campagna ideologica hanno zavorrato l’intelligenza collettiva di certezze mistificanti, con l’effetto di proiettare i più in una specie di medioevo post-moderno dove il pensiero alternativo non è previsto semplicemente perché “non ci sono alternative“.

Sfortunatamente non esistono più continenti sconosciuti dalla cui scoperta aspettarci il salutare cambio di paradigma che ci (re)introduca nella modernità. Il trauma, purtroppo, dovrà arrivare in qualche altro modo, e non promette di essere divertente.

 

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Patriottiche manipolazioni

Europa a due velocità.
Dopo Letta e Prodi, ora Calenda. Si moltiplicano gli appelli per prepararci a restare nel gruppo di testa, dove i vincoli saranno ancora più cogenti.
L’Italia, si afferma, deve aspirare al ruolo di primo piano che le spetta.
In pratica vogliono indurci ad accettare  ulteriori e probabilmente definitive cessioni di sovranità nazionale facendo leva sull’orgoglio di patria. Una contraddizione in termini, ma tant’è a questo siamo…
Ad averne ancora voglia ci sarebbe perfino da ridere.
Con l’ottimismo della volontà, confido che stavolta non ci manipoleranno: dopotutto lo scorso 4 dicembre non ci sono riusciti.
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Neo-vergini

Ho finito di ascoltare per intero l’intervento di D’Alema al convegno per il suo nuovo movimento, ConSenso, e devo dire che è ancor peggio di quanto mi aspettassi rispetto all’impressione avuta leggendone alcuni brani sulla stampa.

Pietosa in particolare tutta l’analisi Globalizzazione/Unione Europea/Nazionalismo e desolanti le ricette contro il “populismo” nazionalista.
Davanti alla sciagura neoliberista dell’Unione europea e della globalizzazione propone al solito più Europa e più globalizzazione,  bien sûr riformate e governate in modo che siano meglio socialmente tollerabili.

D’Alema è uomo di sistema, e la  sua proposta di riforma e governance in senso progressista, di cui lui per primo conosce l’oggettiva inconsistenza, è unicamente finalizzata al mero deponteziamento della montante marea euroscettica e no-global,  che quelli come lui vorrebbero distratta verso strade tanto più consolatorie quanto meno praticabili.

Sul fronte italiano, ovviamente, non ci sono tracce di autocritica per le enormi responsabilità che la vecchia classe dirigente a cui appartiene condivide con la nuova (a meno di non considerare autocritica l’unico fuggevole accenno: “Abbiamo rotto con quello che fu il nostro popolo. Un processo che non è iniziato ora ma che la politica del governo di questi ultimi due anni ha fortemente accelerato“. Bontà sua).

Tanta, tanta minestra riscaldata.

Quella che è in corso all’interno del PD non è una nobile battaglia di principi ma una squallida lotta di potere, e D’Alema è solo uno dei tanti duellanti, anche se probabilmente fra i meglio equipaggiati per questo tipo di tenzoni.

Prepariamoci ad assistere nelle prossime settimane a  innumerevoli tentativi, più o meno patetici, di imenoplastica.

E ricordiamoci che questa schiera di aspiranti neo-vergini da almeno venticinque anni si assoggetta con entusiasmo a ripetute deflorazioni.

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Sanità ammalata

All’ospedale di Nola tre dirigenti sono stati sospesi in via cautelativa ed è in corso un’indagine interna per accertare le eventuali responsabilità della situazione che ha portato a sistemare due malati sul pavimento per i primi soccorsi.

Il Ministro della salute Lorenzin ha inviato i NAS, mentre Vincenzo De Luca, Governatore della Campania e di passo Commissario per la sanità,  ha fermamente auspicato licenziamenti come se piovesse.

È possibile che dalle indagini emerga che al pronto soccorso i posti letto disponibili fossero in quel momento ottimi e abbondanti, e che il trattamento riservato ai due pazienti sia dovuto in realtà al sadismo degli operatori sanitari.

È possibile; ma di primo acchito la riflessione è un’altra.

Buffo il paese dove lo Stato prima sottrae risorse ai servizi sociali, tanto da impedire che siano adeguatamente operativi, e poi vuole licenziare il personale perché non è in grado di operare adeguatamente.
In un mondo dove premiasse il buon senso, mi aspetterei che a finire sotto inchiesta e a essere dimissionati fossero i due solerti e scandalizzati Ministro e Commissario anzidetti, non chi si sbatte per fare andare avanti le cose a dispetto di tutto.

Ma già, questa sarà l’ennesima dimostrazione che l’unico modo per dare efficienza a un servizio pubblico è privatizzarlo.

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Utili idioti?

big-brother

La provocazione di Grillo è servita a focalizzare l’attenzione sulle sue sparate, a proposito delle quali c’è tutto un clamore di evocazioni a pronta presa emotiva: fascismo, libertà di stampa, tribunali del popolo, querele.

Nel frattempo i messaggi degli Orlando, dei Petruzzelli o delle Boldrini, -quelli sì davvero preoccupanti perché prefigurano l’intenzione di irregimentare la rete secondo una logica orwelliana da Ministero della Verità – nella coscienza dell’opinione pubblica scivolano a un livello di dormienza, dove  messaggi del genere attecchiscono più facilmente.

Utile idiotismo o collaborazione?

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Aleppo, la persistenza della bugia.

Qualcuno, mi sembra Eschilo, ha detto che in ogni guerra la prima vittima è la verità.

Se era vero ai suoi tempi, figuriamoci ai giorni nostri. La propaganda  di guerra non ha bisogno di essere particolarmente verosimile o sofisticata, le basta disporre della compiacente cassa di risonanza dei grandi media di sistema: per quanto lo si possa confutare ogni volta, il messaggio viene inevitabilmente prima della confutazione, e una volta trasmesso, si deposita nella coscienza delle persone  come un sedimento emozionale che ottunde il pensiero critico.

L’assedio di Aleppo ne è l’ultimo, plastico esempio.

Il materiale propagandistico sulle atrocità della battaglia, inesistente nei primi anni – quando l’iniziativa militare era dei “ribelli”, è diventato sempre più martellante a mano a mano che le parti si invertivano. Si sono moltiplicati i video che raccontano l’ennesimo “ultimo” ospedale distrutto dai bombardamenti (qui un gustoso riassunto, segnalato da Il Simplicissimus); le gesta eroiche dei Caschi Bianchi (qui due di loro in procinto di soccorrere un “ferito”, tutti e tre immobili fino a che non arriva il “ciack si gira”; qui invece un servizio di RT a commento); i vari bambini salvati, alcuni più volte (cfr articolo The Duran); gli ultimi drammatici messaggi dei cittadini di Aleppo orientale (a proposito dei quali la giornalista Anissa Naouai, della piattaforma web InTheNowsi chiede, retoricamente, se non si tratti piuttosto di un’orchestrata campagna propagandistica).

La canadese Eva Bratlett è una giornalista indipendente che dal 2014 ha maturato in Siria diverse esperienze sul campo, quali pochi inviati possono vantare.
Nel video che segue, parte di una conferenza stampa del 9 dicembre presso le Nazioni Unite, risponde a un giornalista che non condivide la sua opinione secondo cui quelle propalate dalla stampa occidentale su Aleppo sono non informazioni ma bugie.

Trascrivo per comodità la traduzione del brano.

§

Giornalista:
Quando lei parla del popolo siriano, e di ciò che vuole, su che cosa si basa? Dispone di fonti indipendenti? In secondo luogo, lei parla dei grandi media, delle loro menzogne eccetera: potrebbe spiegare quale sarebbero secondo lei gli scopi dell’informazione occidentale, perché dovremmo mentire, perché le organizzazioni internazionali sul territorio dovrebbero mentire? Perché non dovremmo credere a tutti questi fatti assolutamente documentabili che riceviamo da lì: gli ospedali bombardati, i civili di cui lei parla, le atrocità che stanno subendo… come può definirci bugiardi?

Eva Bratlett:
[…]
Vorrei partire dalla seconda domanda, le organizzazioni internazionali sul territorio. Mi dica, sa quante sono quelle che operano nella zona orientale di Aleppo? […scena muta] Bene, glielo dico io: nessuna.

Queste organizzazioni si affidano all’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, [SOHR] che ha base a Coventry, in Inghilterra, ed è gestito da una sola persona; oppure a gruppi schierati, come i Caschi Bianchi. […] I Caschi Bianchi sono stati fondati nel 2013 da un ufficiale inglese e finanziati per  una somma pari 100 milioni di dollari da Stati Uniti, Regno Unito, Europa e altri stati. Pretendono di occuparsi del salvataggio dei civili a Idlib e ad Aleppo Orientale, eppure nessuno in quella zona ha sentito parlare di loro; e posso dire “nessuno”  dal momento che ora il 95% di Aleppo orientale è stato liberato.

I Caschi Bianchi si dichiarano neutrali, eppure li abbiamo visti, armati, in posa davanti a cadaveri di soldati siriani.

Nei loro video si vedono bambini “riciclati” in situazioni diverse. Potete trovare una bambina chiamata Aya che appare nei resoconti di salvataggio di un certo mese e poi riappare salvata nel mese successivo in un altro contesto. Perciò non sono credibili. SOHR non è credibile. Non sono credibili gli “attivisti anonimi”. Una o due volte, forse; ma ogni volta? Quindi, quali sono le vostre “fonti sul territorio”? Non ne avete.

Per quanto riguarda i vostri scopi, non il suo in particolare ma l’agenda di alcuni grandi media: il cambio di regime. Come può il New York Time, che stavo leggendo stamattina,  o come può Democracy Now, che leggevo l’altro giorno, asserire ancora oggi che quella siriana è una guerra civile? Come possono affermare ancora oggi che le proteste erano disarmate e pacifiche fino al 2012? Non è assolutamente vero. Come possono affermare che il governo siriano sta attaccando civili ad Aleppo orientale, quando ogni persona uscita da quell’area occupata dai terroristi afferma il contrario?

Per quanto riguarda l’appoggio [al regime] da parte del popolo siriano: lo valuto sulla base delle elezioni. Nel 2014 i siriani hanno votato [elezioni che gli osservatori internazionali hanno dichiarato “libere, eque,  trasparenti”]. E la stragrande maggioranza si è espressa in favore del presidente Assad.

Ci sono persone che vogliono cambi nel governo, non sto dicendo il contrario. Tutti vogliono cambiamenti. Tuttavia il punto è che per loro il problema non è Assad, che appoggiano in grande maggioranza, ma il terrorismo. […]

§

A seguire, il link dell’intera conferenza stampa e alcuni indirizzi utili  a chi volesse approfondire.

https://www.youtube.com/watch?v=ebE3GJfGhfA

http://sakeritalia.it/medio-oriente/siria/dopo-il-fiasco-della-bufala-delle-foto-caesar-amnesty-ci-prova-di-nuovo/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-al_mayadeen_i_punti_dellaccordo_sulla_partenza_dei_ribelli_da_aleppo_est/82_18262/

http://www.wired.it/attualita/media/2016/08/22/omran-lato-oscuro-foto-aleppo/

http://www.tpi.it/mondo/siria/guerra-aleppo-non-solo-come-ve-la-raccontano

http://theduran.com/crosstalk-white-helmets-really-just-because-they-wear-white-does-not-make-them-good-guys/

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