Teach me to dance.

Teach me to dance, will you?…

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Narrazioni

Quando sono in macchina mi capita di ascoltare la radio. Giovedì mattina mi è toccato in sorte il giornale di Radio 3 delle 8:45.

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GR3:
Berlino mette fine al gioco delle tre carte di Atene. Dopo l’ennesimo piano proposto dal premier greco la cancelliera tedesca getta la spugna e davanti al Bundestag afferma che nuovi aiuti alla Grecia saranno sì decisi, ma solo dopo il referendum.
Fino all’ultimo la Merkel aveva difeso la Grecia“Se fallisce l’euro fallisce l’europa”, aveva detto. Ma dopo mesi di estenuanti trattative e con la pressione di paesi come Irlanda, Portogallo, e Spagna divenuti virtuosi dopo pesanti sacrifici e il varo di notevoli riforme non si poteva più cedere. Starà al popolo greco ora a decidere se continuare ad accettare ulteriori aiuti dall’Europa o proseguire sulla linea isolazionista del premier greco.
Ma intanto a dare manforte alla posizione tedesca ieri è andato a Berlino il presidente del consiglio Renzi che  dalla Merkel ha ricevuto anche delle lodi per l’impressionante lavoro di riforme. Ascoltiamo il premier:libro_fascista
Renzi: Personalmente avrei evitato il referendum. L’ho detto in tutte le sedi. Adesso vedremo quale sarà lo scenario che si verificherà. Certo è che appena finiremo di parlare dell’economia in Grecia potremo finalmente parlare dell’economia in Europa.

Inviato da Berlino:
Prima ancora di incontrare Angela Merkel, parlando alla Humbold Universitaet di Berlino Matteo Renzi non aveva fatto sconti alla Grecia. “Se le baby pensioni sono sparite da noi, ha ribadito, non possono essere consentite ad Atene. Ci sono temi più importanti di cui parlare, dai profughi al terrorismo internazionale, ha detto il premier, dobbiamo tornare a discutere di sviluppo e investimenti per guardare al futuro”.
Angela Merkel loda i progressi fatti in Italia: “Le riforme sono andate avanti in maniera impressionante, dice la cancelliera, con il jobs-act si è imboccata la direzione giusta e vedo che si sta proseguendo su questa strada”.
Il cammino delle riforme in Italia, conferma Matteo Renzi, non è finito: “Oggi io non sono soddisfatto, però le riforme sono partite. La data chiave sarà quella del giugno 2016 con il referendum costituzionale. C’è ancora molto molto molto da fare ma l’Italia è tornata in pista e ha voglia di correre più veloce di tutti”.

 

Vignetta

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Spagna, entra in vigore la legge museruola.

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Da oggi in Spagna è operativa la Ley Orgànica de Seguridad Ciudadana (Legge Organica di Sicurezza Cittadina), altrimenti conosciuta come Ley Mordaza (Legge Museruola), fortemente voluta dal Governo di Rajoy per ovviare al problema del dissenso e delle manifestazioni.

Lo ha ricordato ieri, fra gli altri,  (non a caso un giorno prima dell’entrata in vigore della legge) il blog Strambotic,  con un utile dodecalogo (più un bonus track) che propongo per opportuna nostra edificazione e conoscenza.

§

[30 giugno 2015]
Stanotte a mezzanotte non dimenticatevi di spostare indietro al 1954 le lancette del vostro orologio […] Nel caso dal dicembre scorso foste stati distratti da impegni mondani, vi segnaliamo che dalle 24 entra in vigore l’inquietante Legge di Sicurezza Cittadina, meglio conosciuta come Legge Museruola dalle sue vittime, cioè voi e io.
Per ogni evenienza, preferiamo uscire con questo articolo un giorno prima che la libertà di espressione abbia ufficialmente termine.
Abbiamo pensato di illustrare un dodecalogo delle conseguenze dell’infame legge, con le vignette che riteniamo più significative fra quelle pubblicate dai vignettisti fino a oggi (quando ancora potevano disegnare impunemente).

1) Cercare di ostacolare un provvedimento di sfratto: da 6.000 a 30.000 Euro

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Stavo pensando… SHHH! Che ti multano.

2) Riprendere un poliziotto e diffondere le immagini sul web: da 100 a 600 Euro.
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3) Consumare droga in pubblico, anche senza spacciarla: da 600 a 30.000 Euro.

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4) Manifestare davanti alle sedi del Congresso, del Senato o dei Parlamenti delle autonomie, se si “turba la sicurezza”: da 601 a 30.000 Euro.Ley Mordaza 05
5) Rifiutare l’identificazione: da 100 a 600 Euro.

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[Penitenti della Semana Santa] – Accidenti, così non c’è più gusto.

6) Danni a beni mobili e immobili sulla pubblica via: da 100 a 600 Euro.

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[Rajoy in TV]: Tutti radicali!

7) L’organizzazione di manifestazioni attraverso i social networks è assimilata al reato di terrorismo.

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Se non ammettete proteste otterrete rivolte.

8) Manifestazioni non autorizzate o proibite davanti a infrastrutture critiche: da 30.000 a 600.000 Euro.

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9) Insultare la polizia durante una manifestazione: da 100 a 600 Euro.

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“SI PROIBISCE TUTTO” – Non staremo esagerando? – Sshhh, è proibito lamentarsi!

10) Piratare software: da 6 mesi a 3 anni di carcere.

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– Per cortesia, la prima cosa che chiedo è che non la chiamiate “legge museruola”. – … Bensì “legge merdaruola”.

11) Rifiuto di sciogliere un assembramento o una manifestazione: da 600 a 30.000 Euros.

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– Che paese! – 30.000 Euro!

12) Scalare edifici o monumenti, quando vi è rischio di danni: da 100 a 600 Euro.

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– Veramente io andavo a salvare una persona. – Già. Però questa multa non gliela toglie nemmeno dio.

E per finire: il bonus track!

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Arriba, 11 febbraio 1954. Il Governo userà il rigore della legge contro chi direttamente o indirettamente turbi l’ordine, la pace e l’unità.

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Varoufakis, la questione democratica e un problema di leadership

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Sul suo blog, Yanis Varoufakis commenta  il suo intervento all’ultima riunione dell’Eurogruppo (mie le enfasi e le parentesi quadre):
§

La riunione Eurogruppo del 27/6/2015 non sarà un evento nella storia dell’Europa di cui andare fieri. I Ministri hanno rifiutato la richiesta del Governo greco di garantire ai cittadini ellenici una settimana [di dilazione] durante la quale essi potessero esprimere il loro Sì o No alle proposte delle Istituzioni [Troika], proposte cruciali per il futuro della Grecia nell’Eurozona. 
La sola idea che che il Governo consulti i propri cittadini su un tema così critico ha suscitato incomprensione, ed è stata trattata con uno sdegno che rasentava il disprezzo.
Mi è stato persino chiesto: “Come può aspettarsi che la gente comune possa capire problemi così complessi?
Davvero non è stato un momento felice per la democrazia la riunione dell’Eurogruppo di ieri! Ma nemmeno lo è stato per le Istituzioni  europee. Dopo aver rifiutato la nostra richiesta, il Presidente dell’Eurogruppo [l’olandese Jeroen Dijsselbloem] è venuto meno alla convenzione che richiede l’unanimità e rilasciato una dichiarazione [a nome dell’Eurogruppo] senza il mio consenso. Ha persino preso la dubbia decisione di convocare un successivo incontro senza il Ministro greco, ostentatamente per discutere “i prossimi passi”.
Possono coesistere democrazia e unione monetaria? O la prima dev’essere subordinata alla seconda? 
È questo il problema fondamentale a cui l’Eurogruppo ha deciso di rispondere, accantonando la questione democratica. Almeno per il momento, spero.

§

La domanda, retorica, trova già una prima risposta nell’obiezione a proposito del referendum: la gente non è in grado di capire problemi così complessi, quindi la gente non ha diritto di esprimersi – anche se la soluzione passa sulla loro pelle. La frase riportata da Varoufakis non è un infortunio verbale occorso in una situazione concitata, ma un preciso modo di pensare paternalistico che viene da lontano e ha conformato lo spirito comunitario sin dagli esordi, condizionandone tutta la costruzione fino agli esiti autoritari che conosciamo oggi.
Jean Monnet, uno dei padri fondatori, ammetteva candidamente di pensare che era un errore “consultare i cittadini europei su un sistema comunitario di cui non hanno alcuna esperienza pratica“.
L’eurocrate fondamentalista Mario Monti, il capostipite dei Primi ministri italiani non eletti ma nominati, considerava con favore e una buona dose di invidia il fatto che le istituzioni che contano in Europa fossero “al riparo dal processo elettorale“.
L’attuale presidente della Commissione europea, l’etilista Junker, spiega senza remore la tecnica usata dai nostri decisori: ” ” Prima decidiamo qualcosa, poi la lanciamo nello spazio pubblico. In seguito aspettiamo un po’ e guardiamo cosa succede. Se non fa scandalo o non provoca sommosse, perché la maggior parte delle persone non si sono neanche rese conto di ciò che è stato deciso, continuiamo, passo dopo passo, fin quando non sia più possibile tornare indietro“. Più ultimamente ha dichiarato che “non si possono cambiare le regole ogni volta che cambia un governo“.
Tommaso Padoa Schioppa, l’uomo che deprecava lo stato sociale perché disabitua la gente alla “durezza del vivere“, diceva che la costruzione europea è stata una rivoluzione, operata non da cospiratori pallidi e magri ma da funzionari e banchieri. “L’Europa non nasce da un movimento democratico […ma] seguendo un metodo che potremmo definire dispotismo illuminato“.
Si potrebbe proseguire per pagine e pagine.
È la stessa sensibilità democratica che gli eurotecnocrati hanno dimostrato  conferendo a Bruxelles  con i leader dell’opposizione greca (l’ex premier Samaras di Nuova Democrazia, Gennimata del Pasok e Theodorakis di To Potami), per sondare le loro disponibilità a formare un governo di unità nazionale disposto a sottostare al memorandum di intenti stabilito dalla Troika (Cfr Paul Mason, ed Thomas Fazi).

Ho sempre avuto la convinzione che la pretesa di Syriza di riformare l’Europa dall’interno, attraverso il dialogo, fosse un tentativo velleitario destinato a fallire; ma da sempre mi auguro di avere torto e non posso fare a meno di provare una forte simpatia e tifare per l’attuale compagine del Governo greco.
Tuttavia mi dispiace che Varoufakis ponga solo ora la questione democratica.
Le sue riserve nei confronti dell’Eurozona, prima di diventare Ministro delle finanze e scontrarsi personalmente con il muro autoritario del sistema, erano limitate ai soli aspetti tecnici. Fino a qualche anno fa lamentava un insufficiente impegno della Germania, come stato egemone, nella governance europea; e la sua “modest proposal”, formulata nel 2013 con il collega Galbraith, proponeva una soluzione per superare alcune delle rigidità tecniche ma non affrontava la grave anomalia della mancanza di rappresentatività: con l’effetto – ammesso che venisse presa in considerazione, come poi non è stato – di cambiare qualcosa per non cambiare nulla. (Diversi suoi lettori, fra cui il sottoscritto, gli avevano sollevato l’obiezione, e ricordo che mentre sulle questioni tecniche aveva accettato il confronto profondendosi in spiegazioni e precisazioni, sull’aspetto politico non aveva ritenuto di ribattere – almeno per quanto mi risulta).

È la stessa sgradevole sensazione che provo ascoltando il nostro caro leader, Matteo Renzi, quando davanti alle chiusure degli altri paesi al problema dell’immigrazione, scopre che l’Europa non è né solidale né comunitaria, e prorompe in un inusuale “Se questa è la vostra idea di Europa, tenetevela!”.
Come se l’Europa, finora, non avesse dato altre eloquenti prove di sé.

Se per scoprire le insufficienze del sistema i leader hanno bisogna di sperimentarle da vicino, allora oltre a un macroscopico problema Europa i cittadini europei hanno anche un macroscopico problema di leadership.
Il che, lo ammetto, dopotutto non è affatto una novità.

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Sotto dettatura: la Relazione della Banca di Grecia e la morìa delle vacche.

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Il 17 giugno scorso, mercoledì, la Banca di Grecia ha presentato la sua Relazione sulle politiche monetarie del paese per il periodo 2014-2015. Il testo esprime senza mezzi termini una presa di posizione in favore della conclusione purchessia dei negoziati in corso fra Grecia e “Istituzioni”. Presa di posizione tanto netta quanto anomala, considerando l’organismo istituzionale da cui proviene, la delicatezza del momento e le pressioni negoziali che il governo ellenico  subisce già.

Al punto che Ambrose Evans-Pritchard, su The Telegraph, si chiede se è possibile dubitare del fatto che quella relazione sia stata scritta sotto dettatura della BCE,  e che costituisca un vero e proprio invito ai cittadini greci perché assaltino gli sportelli delle loro banche:

Does anybody dispute that the ECB – via the Bank of Greece – is actively inciting a bank run in a country where it is also the banking regulator by issuing this report on Wednesday?” (Qualcuno dubita che la BCE – pubblicando questa relazione mercoledì tramite la Banca Centrale Greca, non stia attivamente incitando a una corsa agli sportelli, in un paese dove essa svolge anche la funzione di vigilanza bancaria?)

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Leggendo l’incipit della Relazione, in effetti, sorge il sospetto che lo scopo sia, più che informativo, destabilizzatore.

Eccovene una traduzione:

§

Oggi, conformemente al suo Statuto, la Banca di Grecia presenta il suo rapporto di politica monetaria  2014-2015 al Portavoce del Parlamento Greco e al Gabinetto.

Al momento della stesura del presente rapporto, le notizie si susseguono, specie per quanto riguarda i negoziati per l’accordo di aiuto finanziario. A oggi, i negoziati sono ancora in corso. Secondo la valutazione già espressa nella Relazione del Governatore per l’anno 2014, la conclusione di un nuovo accordo con i nostri partner è della massima importanza per allontanare i rischi immediati che minacciano la nostra economia, ridurre l’incertezza e assicurare un sostenibile previsione di crescita per la Grecia.

Un fallimento, al contrario, segnerebbe l’inizio di una penosa corsa che porterebbe inizialmente a un default greco, e infine all’uscita del Paese dall’Eurozona e – molto probabilmente – dall’Unione europea. Una gestibile crisi del debito, come quella che stiamo affrontando con l’aiuto dei nostri partner, si trasformerebbe in una crisi incontrollabile, con grande rischio per sistema bancario e la stabilità finanziaria. Un’uscita dal’euro non farebbe che aggravare una già sfavorevole situazione, poiché la crisi valutaria che seguirebbe provocherebbe un’impennata dell’inflazione.

Tutto ciò implicherebbe una profonda recessione, il drammatico abbassamento del livello dei redditi, una crescita esponenziale della disoccupazione e il collasso di tutto ciò che l’economia greca ha conseguito nel corso degli anni di appartenenza all’Unione europea, specie in quanto membro dell’Eurozona. Dalla sua posizione di membro del nucleo dell’Europa, la Grecia si vedrebbe relegata al rango di paese povero dell’Europa meridionale.

Perciò la Banca di Grecia crede fermamente che chiudere un accordo con i nostri partner è un imperativo storico che non ci possiamo permettere di ignorare. […] Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è un praticabile accordo sul debito, che risparmi alle future generazioni un fardello che non abbiamo il diritto di lasciargli.

§

A questo punto mi sono meravigliato che le notizie in arrivo dalla Grecia segnalino assalti agli sportelli bancari tutto sommato solo moderati.
Poi ho capito: il relatore, nell’elenco delle calamità, ha responsabilmente omesso di citare quella che avrebbe scatenato il panico definitivo: la grande  morìa delle vacche.


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To Grexit or not to Grexit

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John Weeks è professore emerito alla University of London’s School of Oriental and African Studies, autore del bel libro “Economics of the 1%“, dove sostiene che l’egemone dottrina economica neoliberista ignora deliberatamente le proprie contraddizioni logiche per potere sostenere teorie vergognosamente reazionarie a favore dei ceti privilegiati.

Mi sono imbattuto in Weeks un paio di anni fa, guardando un video di The Real News della raccapricciante intervista in inglese di Mario Monti al programma di Fareed Zaakaria. L’allora Primo ministro italiano confessava, in buona sostanza e con faccia tosta inenarrabile, che gli obiettivi di consolidamento fiscale e riforme strutturali, per i quali era stato nominato al governo, ancorché pienamente realizzati non potevano produrre miglioramenti economici a meno che la Germania non avesse provveduto ad espandere la propria domanda interna per consentire l’aumento delle esportazioni italiane, giacché con la politica economica in atto (testuale) “in effetti stiamo distruggendo la nostra domanda interna“.
Chiamato a commentare le affermazioni di Monti sui concetti di riforme strutturali e consolidamento fiscale, Weeks – prima di entrare nel dettaglio, aveva esordito con  un giudizio sintetico: “Rubbish, spazzatura”. (Vale la pena ascoltare sia l’intervista di Monti che quella di Weeks nel video che ho linkato, entrambe – ciascuna per il suo verso, significative).

Naturalmente ne sono stato subito conquistato, e da allora seguo con una certa continuità il lavoro dell’arzillo professore della London School.

Recentemente si è occupato della Grecia in un paio di articoli su Social Europe e Open Democracy e in un’intervista sempre su The Real News. L’intervista ripete le considerazioni degli articoli, che sintetizzo in seguito, quindi non starò a riproporla se non nella prima parte dove descrive una circostanza che negli articoli non viene citata.

§

 Intervistatrice:
[Riferendosi al G7] Uno degli argomenti di discussione è stato ovviamente la Grecia. La settimana scorsa sembrava che Il FMI volesse ristrutturare il debito greco, ma la decisione è stata annullata durante un incontro segreto fra i leader europei e la Troika, a cui Tsipras non è stato invitato. Dopodiché i creditori hanno annunciato una posizione comune con il solito messaggio: attenersi ai memoranda che i precedenti governi ellenici avevano sottoscritto, obbligando con ciò il governo di Syriza a prendere dure decisioni politiche che tradirebbero il mandato per cui è stato eletto.
Tuttavia c’è stata un piccolo allentamento della pressione, o almeno così sembra, dal momento che la Troika ha concesso alla Grecia di consolidare i pagamento dovuti nel mese in un unica soluzione a fine giugno. Tecnicamente, questo significa che la Grecia non è ancora in default, ma la scadenza di fine mese incombe.

 John Weeks:
La verità è che a guidare la posizione della Troika è il governo tedesco, tutti gli altri sono attori minori, e nessuno ha intenzione di arrivare a un accordo con la Grecia. Recentemente (8 giugno) ero in una trasmissione con un membro della Commissione per la Verità sul Debito Greco, la professoressa Ozlem Onaran. La professoressa ha detto di avere informazioni da una talpa del Ministero delle finanze tedesco secondo cui è già stato stabilito che se in qualunque momento il governo ellenico sembrasse sul punto di accettare un accordo sarebbe messa sul tavolo una nuova condizione per farlo saltare.
Per cui penso che non ci sarà nessuna intesa. La possibilità di compattare i debiti in scadenza nel mese in un’unica soluzione alla fine del mese stesso è una clausola contrattuale, non una concessione. Si tratta di un falso alleggerimento,  una mera proroga.
Le ragioni per cui il problema si trascina è che il motivo del contendere non è economico ma politico. Come hai accennato, il FMI ammette che il debito greco non potrà mai essere ripagato. E sono sicuro che anche il Ministro delle finanze tedesco lo sa.
La posta in gioco è l’impianto neoliberista europeo. Il governo greco è il solo nell’Eurozona, o nell’intera Comunità europea, ad opporsi all’agenda neoliberista della Commissione e del governo tedesco. E sia l’una che l’altro non hanno alcuna intenzione di cambiare le loro politiche solo perché a chiederlo è un piccolo paese ai margini dell’Europa che pretende alternative progressiste.

 §
 

Per il professore, la versione propalata dai media durante gli ultimi cinque mesi, secondo la quale il negoziato verteva sui termini di restituzione del debito – cioè in che misura e in che tempi – è una falsa rappresentazione della realtà. Fin dall’inizio le alternative, per la Troika, erano solo due: a) la rinuncia del Governo greco ad onorare il mandato ricevuto, sottoscrivendo il programma già accettato dal precedente Governo Samaras; oppure b) l’abbandono dell’Eurozona da parte della Grecia.

Alla Troika, i cinque mesi di negoziato sono serviti a raggiungere due obiettivi: allungare i tempi fino al prosciugamento della casse pubbliche greche, lasciando il governo in una posizione negoziale senza speranza; creare l’illusione che l’alternativa Grexit fosse una scelta di Syriza, per non farsi carico della responsabilità della rottura.

Che la strategia fosse questa, appare chiaro dalla riunione segreta che si è tenuta a Berlino all’inizio di giugno assente la Grecia: “Christine Lagarde – direttore operativo del FMI, e Mario Draghi – Presidente della BCE, sono arrivati segretamente a Berlino lunedì 1 giugno per raggiungere il presidente francese François Hollande e  il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, che si trovavano già a Berlino per un pre-meeting con la Cancelliera tedesca“. Così il Financial Time.
Da questa riunione segreta ne è scaturito un documento di alcune pagine poi consegnato ufficialmente al governo di Atene. Il succo del messaggio era: fate le riforme che noi avevamo prescritto al precedente governo e che il precedente governo aveva accettato.

Per analizzare l’ipotesi Grexit e le sue conseguenze, Weeks parte da poche ovvie premesse:
1) Il debito greco è insostenibile, a meno di una sua ristrutturazione in termini che la Troika ha escluso;
2) La troika è impegnata attivamente in un processo neoliberista europeo che implica: deregolamentazione del mercato del lavoro, privatizzazioni e costituzionalizzazione delle politiche di austerità e pareggio di bilancio;
3) Il Governo Tsipras ha un programma di tipo socialdemocratico (definito “radicale” o talvolta “di estrema sinistra” dai media anglosassoni).

Questi tre elementi renderebbero inevitabile, secondo Weeks, l’uscita della Grecia dall’Eurozona,  e il differimento dei pagamenti in scadenza durante il mese in un’unica soluzione a fine giugno sarebbe non tanto il tentativo disperato del governo ellenico di rimandare il default, quanto una tattica per accumulare euro, che al momento della transizione alla moneta nazionale diventerebbero preziosa riserva valutaria.

Quanto al costo della transizione, occorre analizzare fino a che punto l’economia può sostenere lo shock di una conversione valutaria. Il pericolo maggiore durante la transizione sarebbe la possibilità di iperinflazione generata da un incontrollato deprezzamento della nuova moneta a seguito di attacco speculativo. Tradizionalmente le difese consistono in forti riserve valutarie e in un avanzo delle partite correnti.

A maggio 2015 le riserve in euro della Banca Centrale Greca erano di 5,2 miliardi. Supponendo che le importazioni di aprile e maggio siano sostanzialmente in linea con quelle di marzo, i 5,2 miliardi di riserve coprirebbero due mesi di importazioni. In assenza di pesanti manovre speculative,  si tratta di un livello che consentirebbe un margine di manovra non brillante ma accettabile.

La posizione delle partite correnti è migliorata tra la fine del 2014 e marzo 2015, arrivando quasi al pareggio (- 83 milioni). Il problema non sono tanto le importazioni quanto il livello delle esportazioni. Dall’inizio del programma, più di quattro anni fa, la stagnazione delle esportazioni prosegue, incurante del fatto che le politiche di deflazione salariale avrebbero dovuto favorire la competitività.

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Riserve e partite correnti indicano che sarà un processo condotto sul filo del rasoio. Se la troika assumesse una posizione benevola e cooperativa la transizione valutaria potrebbe rivelarsi ordinata e non troppo penosa; ma se creditori e monitori a Berlino, Bruxelles e Washington decidessero che la Grecia “ha bisogno di una lezione”, allora il popolo greco dovrebbe prepararsi ad affrontare un breve/medio periodo di sofferenze – di cui peraltro già hanno avuto e stanno avendo esperienza sotto il salvifico euro.

 Le misure che il governo dovrebbe implementare rapidamente sono ovvie:
1) stretto controllo dei capitali, forse sostenuto da una temporanea amministrazione pubblica del sistema bancario
2) intervento della BCG per finanziare il bilancio statale
3) sospensione del servizio del debito pubblico
Misure speciali per speciali circostanze,  ma non inconsuete.

Solo alcuni giorni fa il FMI ha annunciato che continuerà il programma di finanziamento all’Ucraina anche se il governo di Kiev dovesse sospendere il servizio del debito, a conferma che quello del debito sovrano è sempre un problema politico, mai economico.

Gli ultimi abboccamenti con Russia e Cina, e l’invito dei BRICS  alla partecipazione di Atene nella loro Banca di Sviluppo, hanno reso non più così scontata la collocazione della Grecia.  Questo, alla fine (lunedì 29 giugno?), potrebbe indurre la Troika a considerare il caso ellenico con altrettanta benevolenza che quello ucraino.
Anche se John Weeks è convinto che l’esito Grexit è il più probabile, non è ancora da scartare la possibilità che le valutazioni geopolitiche riescano a prevalere su quelle più squisitamente ideologiche.

 

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I G7 e l’autismo occidentale

Si è conclusa alcuni giorni fa la prima riunione 2015 del Gruppo dei Sette, il vertice delle nazioni più industrializzate: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada (più Commissione Europea e FMI). Il G7 è tornato a essere tale dopo che l’allargamento alla Russia, in vigore dal 1998, è stato sospeso a seguito della politica putiniana che mira a “ricreare i fasti dell’impero sovietico”, secondo le parole di  Obama alla conferenza di chiusura. Sentire il Presidente degli stati Uniti accusare altri paesi di imperialismo ha sempre un effetto estraniante, il proverbiale bue che dice cornuto all’asino, ma così devono stare le cose se a dirle è un Nobel per la pace.

L’assenza di Russia e Cina la dice lunga sulla sostanziale autoreferenzialità del vertice.

Ciao Vladimir. Avevamo detto che non c'era più bisogno di te, ma...

Ciao Vladimir. Avevamo detto che non c’era più bisogno di te, ma…

Brian McDonald, un giornalista irlandese che scrive per diverse testate, ha osservato su RT – Russia Today, che se la partecipazione al vertice fosse legata al PIL espresso a parità di potere d’acquisto della popolazione, la composizione sarebbe ben diversa: Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Russia, Germania e Brasile. I paesi membri conterebbero per il 53% della ricchezza mondiale, anziché per il 32% attuale, e le tre superpotenze militari vi sarebbero rappresentate.
Ma in questo caso Washington avrebbe il problema di doversi confrontare sui reali problemi mondiali con interlocutori meno compiacenti.
Molto più comoda la situazione attuale, dove invece partecipano unicamente paesi allineati al verbo americano, alcuni dei quali, per di più – come Canada, Italia o la stessa Francia – di relativamente modesto peso politico ed economico. Qui il consenso è assicurato e il Presidente degli Stati Uniti può serenamente denunciare l’imperialismo altrui senza dover arrossire o preoccuparsi di rispondere a eventuali obiezioni.

In cambio, gli altri partecipanti godono di una vetrina espositiva di prim’ordine e per un paio di giorni possono contare sull’accondiscendenza del giornalismo accreditato per avere e dare  l’illusione che il loro apporto sia fondamentale.

Ecco una delle immagini circolate da noi:

Panchina 2Ed ecco il contesto in cui è stata scattata:

German Chancellor Angela Merkel sits with U.S. President Barack Obama on a bench outside the Elmau castle in Kruen near Garmisch-Partenkirchen, Germany, June 8, 2015. Leaders of the Group of Seven (G7) industrial nations vowed at a summit in the Bavarian Alps on Sunday to keep sanctions against Russia in place until President Vladimir Putin and Moscow-backed separatists fully implement the terms of a peace deal for Ukraine.          REUTERS/Michael Kappeler/Pool

Durante il vertice si è fatto un gran parlare di aggressione russa e inasprimento delle sanzioni per obbligare Putin a desistere dalla sua deplorevole condotta. Nota Brian McDonald: non è venuto in mente a quei signori che affrontare il problema direttamente con l’interessato, anziché escluderlo dalla discussione, sarebbe un metodo più efficace e razionale? Certo, lo svantaggio è quello di doversi confrontare con le altrui ragioni, una sgradevole situazione inedita per chi preferisce trascurare la complessità del reale.  Forse il vertice avrebbe avuto un esito altrettanto anodino, ma almeno non si sarebbe risolto nell’ennesima celebrazione dell’autismo geopolitico di cui soffre il blocco occidentale.
Ciò che ha spiegato Putin nell’intervista al Corriere della Sera, alla vigilia della sua visita in Italia, si sarebbe allora potuto ascoltare e discutere in modo certamente più profittevole, fra una passerella e l’altra, durante la due-giorni bavarese:

§

“[…] La Russia non parla in tono conflittuale con nessuno e in queste questioni, come diceva Otto von Bismarck, “non sono importanti i discorsi, ma il potenziale”. Cosa dicono i potenziali reali? Le spese militari degli Stati Uniti sono superiori alle spese militari di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Quelle complessive della Nato sono 10 volte superiori a quelle della Federazione Russa. La Russia praticamente non ha più basi militari all’estero. La nostra politica non ha un carattere globale, offensivo o aggressivo. Pubblicate sul vostro giornale la mappa del mondo, indicando tutte le basi militari americane e vedrete la differenza.
[…] Vicino alle coste della Norvegia ci sono i sommergibili americani in servizio permanente. Il tempo che ci mette un missile a raggiungere Mosca da questi sottomarini è di 17 minuti. E volete dire che ci comportiamo in modo aggressivo? Lei ha menzionato l’allargamento della Nato a Est. Ma noi non ci muoviamo da nessuna parte, è l’infrastruttura della Nato che si avvicina alle nostre frontiere.
[…] Infine gli Stati Uniti sono unilateralmente usciti dall’Accordo sulla difesa antimissile, l’Abm, la pietra angolare su cui si basava gran parte del sistema di sicurezza internazionale. Un’altra prova della nostra aggressività?
Tutto quello che noi facciamo è semplicemente rispondere alle minacce nei nostri confronti. E lo facciamo in misura limitata, ma tale da garantire la sicurezza della Russia. O qualcuno forse si aspettava un nostro disarmo unilaterale? Un tempo avevo proposto ai nostri partner americani di costruirlo insieme in tre il sistema di difesa anti-missile: Russia, Stati Uniti, Europa. Questa proposta è stata rifiutata.
[…] Solo una persona non sana di mente o in sogno può immaginare che la Russia possa un giorno attaccare la Nato. […] Forse qualcuno può essere interessato ad alimentare queste paure. […] Ad esempio gli americani non vogliono tanto il ravvicinamento tra la Russia e l’Europa. Non lo affermo, lo dico solo come ipotesi: supponiamo che gli USA vogliano mantenere la propria leadership nella comunità atlantica; hanno bisogno di una minaccia esterna, di un nemico per garantirla. E l’Iran chiaramente non è una minaccia in grado di intimidire abbastanza. Con chi mettere paura? Improvvisamente sopraggiunge la crisi ucraina. La Russia è costretta a reagire. Forse tutto è fatto apposta, non lo so. Ma non siamo noi a farlo. Voglio dirvi: non bisogna aver paura della Russia. Il mondo è talmente cambiato, che oggi le persone ragionevoli non possono immaginare un conflitto militare su scala così vasta.
Noi abbiamo altre cose da fare, ve lo posso assicurare.
[…] Ora bisogna cominciare a realizzare gli accordi di Minsk. Concretamente, bisogna fare una riforma costituzionale garantendo i diritti d’autonomia ai rispettivi territori delle Repubbliche non riconosciute. Poi bisogna votare una legge per le elezioni municipali e una per l’amnistia. E tutto questo, com’è scritto negli accordi, in coordinazione con la Repubblica Popolare di Donetsk e di Lugansk. Il problema è che le autorità di Kiev non vogliono nemmeno sedersi allo stesso tavolo negoziale con loro. E su questo non abbiamo influenza, solo i nostri partner europei e americani ce l’hanno.

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Obama invece dalla Baviera ha parlato di “forte consenso sul fatto che dobbiamo continuare a spingere e fare pressione sulla Russia perché si attenga agli accordi di Minsk”, ed evocato ulteriori passi “che dovremmo intraprendere se la Russia dovesse rafforzare la sua aggressione”,

Non un dialogo a distanza. Un dialogo fra sordi.

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