Il drago che verrà

Ci aveva già provato nel 2018 con l’esiguo Cottarelli, ora pare che il presidente Mattarella ci voglia riprovare con il ben più sontuoso Draghi in odore di quirinalato.
Al di là della pretestuosità della motivazione ufficiale (la crisi economico-sanitaria), a impedire la naturale soluzione elettorale è la consapevolezza che l’esito segnerebbe un tracollo per i partiti che hanno sostenuto il Governo Conte 2 e “consegnerebbe il Paese alla destra”. Ne seguirebbe un governo inviso all’Europa, con prevedibili ritorsioni su Recovery Fund e spread.
Un concetto espresso in tutte le salse da vari autorevoli commentatori, ognuno incurante del fatto che questo modo di ragionare sancisce l’impressionante declino della ragione democratica, iniziato da quando il Paese si consegnò anima e corpo alle ragioni europeiste.

È probabile che l’ipotesi di un governo tecnico presieduto da Draghi goda già di ampio consenso in Parlamento: sarebbe strano che il Presidente della Repubblica commettesse lo stesso errore del 2018, quando cercò di imporre un nome che alla prova dei fatti nessuno voleva.
Sarebbe anche strano che uno smaliziato frequentatore abituale dei luoghi di potere come Draghi accettasse l’incarico senza garanzie di buon fine dell’investitura.
Dandola quindi per scontata, si tratta di capire quale sarà l’azione di governo che porterà avanti, e qui le cose si fanno complicate.
Draghi, come tutti i tecnocrati, esercita la sua competenza non per affermare idee proprie ma per realizzare gli obiettivi che di volta in volta gli vengono indicati. Detto in altro modo: obbedisce agli ordini.
Ha obbedito nel 2011, quando concorse a rovesciare il legittimo governo Berlusconi lasciando che la mannaia dello spread strangolasse il Debito pubblico italiano, salvo intervenire l’anno successivo con il what ever it takes che rimise in riga i mercati, ma guarda caso solo dopo che Monti (altro fedele esecutore) aveva realizzato gran parte del lavoro per il quale era stato insediato.
Ha obbedito nel 2015, quando la BCE fu determinante nel punire la riottosa Grecia, precipitata in una tragedia sociale della quale i responsabili saranno chiamati a rispondere, purtroppo, solo davanti al Tribunale della Storia, e non davanti a un Tribunale internazionale.
Senza menzionare le gesta degli anni ’90, quando fu artefice insieme a Prodi delle privatizzazioni selvagge ed entusiasta sottoscrittore di derivati per la riduzione artificiale del debito pubblico.

Ultimamente, stando a un suo articolo sul Financial Time del marzo 2020, il nostro sembra convertito a un riapprezzamento di sapore keynesiano del ruolo del disavanzo:

La sfida che affrontiamo è quella di agire con sufficiente energia e rapidità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di fallimenti che lascerebbero un danno irreversibile. È già chiaro che la risposta deve prevedere un significativo incremento del debito pubblico. La perdita di reddito sofferta dal settore privato e ogni debito contratto per farvi fronte alla fine dovranno essere assorbiti, in tutto o in parte, dal bilancio dello stato. Più alti livelli di debito pubblico diventeranno la norma permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione di debito privato.È ruolo appropriato dello Stato usare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro traumi di cui il settore privato non è responsabile e non può assorbire. Gli Stati lo hanno fatto da sempre davanti ad emergenze nazionali. Le guerre … sono sempre state finanziate attraverso l’incremento del debito pubblico“.

Draghi le cose le sa, non per niente è stato allievo di Federico Caffè: seppure omette di precisare alcune cose (tipo il fatto che in tempi di moneta fiduciaria non è poi così necessario ricorrere ai mercati per finanziare le spesa pubblica); e se qualche tempo dopo l’articolo, in una lectio al raduno di CL a Rimini ha voluto distinguere tra “debito buono e debito cattivo”, rincuorando in parte gli immarcescibili dell’austerità.

Cosa farà una volta al governo, dunque, dipende da chi sono i suoi mandanti. Non è azzardato pensare che sono gli stessi che misero in sella Mario Monti a fine 2011, e che la sua agenda sarà scritta sotto dettatura di costoro, anche se probabilmente, nell’immediato, sembrerà meno feroce di quella che all’epoca dettarono al suo omonimo.

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Letture vintage

Ho finito di rileggere “Diario di un Curato di Campagna“, di Bernanos, nell’edizione del 1954 della Medusa.
La collana è quella con copertina rigida verde, caratteri in oro impressi a incavo; ha sovracopertina con cornice verde, caratteri nero in campo bianco e logo che rappresenta il volto stilizzato di Medusa.
Avevo trovato il libro un paio di anni fa, in una bancarella del Centro storico di Genova, tenuta da un signore di colore che mi sorprese quando, chiesto il prezzo, mi rispose che i libri esposti erano a disposizione di chi li volesse, ma che se lo ritenevo potevo lasciare un contributo a piacere.
Presi quel volume insieme a un secondo libro, sempre della stessa collana ma in brossura: “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale“, di Remarque, edizione 1950.
Non sono un collezionista di libri vintage, ma non so resistere quando mi capita di ritrovare qualche titolo o edizione che in anni lontani accesero le mie voglie adolescenti di accanito lettore e aspirante bibliofilo.

Altri volumi che ho trovato rovistando nelle bancarelle di libri usati:
“Resurrezione” di Tolstoi,  (Barion, Casa Per Edizioni Popolari, anno X-1933, dove X sta evidentemente per decimo dell’era fascista). La fragilità degli anni e della rilegatura americana ne sconsigliano la lettura: già solo una cauta ispezione mostra diverse pagine sciolte e altre precarie.  Peccato, perché la traduzione di Luigi Ermete Zalapy è di tutto rispetto.
“I Miserabili” di Hugo, editore Carlo Simonetti (1881) unica edizione “autorizzata dall’editore Carlo Barbini proprietario del diritto della traduzione italiana“; edizione “riveduta e riccamente illustrata“. È un grosso tomo rilegato secondo il gusto del tempo con copertina in cartone telato e dorso in pelle a caratteri dorati. Tra le pagine avevo trovato due stelle alpine, messe lì a essiccare più di un secolo fa (mi piace pensare da una mano di fanciulla), e lì dimenticate. Non vi si trova nessuna indicazione né del traduttore (Carlo Barbini è indicato solo come proprietario dei diritti di traduzione), né dell’autore delle numerose tavole ben disegnate.

Il Diario di un Curato di Campagna viene nella traduzione del poeta genovese Adriano Grande (1897-1972). 
Il romanzo è una sorta di “Cognizione del dolore” in chiave religiosa. Precede l’opera di Gadda di qualche hanno ed è altrettanto prolisso, ma privo di tutte quelle ghiotte invenzioni lessicali che animano l’opera gaddiana rendendone la lettura così stimolante.
Confesso che ho fatto fatica a finirlo. Sono quasi certo di averlo già letto, in passato, e se è così allora dev’essere accaduto durante gli anni della mia giovinezza, diciamo tra i quindici e i venticinque anni: ci sono letture possibili solo durante quell’età eroica, o sconsiderata – dove il tempo da consumare è inesauribile – e che a volte, molti anni più tardi, diventano riletture per una questione di nostalgia.
Tuttavia, anche se mi è famigliare e ho riconosciuto alcuni passaggi, non ne conservo la memoria percettiva, a differenza di altri libri di cui è rimasta ben chiara la sensazione tattile della consistenza e delle pagine sfogliate.

Leggendo, sono incappato in un paio di sottolineature di altri che su quelle pagine mi hanno preceduto:
La prima, a biro rossa, è stata tirata ordinatamente con il righello. Riguarda una frase del curato di Curcy, in amichevole visita al pretino: “Il medioevo l’aveva ben compreso, il medioevo ha capito tutto” che arriva al termine di una digressione sulla Vergine Maria all’interno di un suo lungo discorso.
La seconda è una sciatta sottolineatura a matita, tirata a mano libera: “Quei mattini, quelle strade… quelle strade mutevoli, misteriose, quelle strade piene del passo degli uomini“.
Il diverso stile delle sottolineature, induce a pensare che si tratti di due lettori diversi. Mi chiedo (ma senza particolare curiosità, in modo diciamo accademico), quali particolari interessi abbiano indotto quelle persone a sottolineare quelle due specifiche frasi.
La frase che avrei sottolineato io invece è questa: “L’unico eroismo alla mia portata è quello di non averne; e poiché mi manca la forza, vorrei, adesso, che la mia morte fosse piccola, piccola quanto è possibile; che non si distinguesse dagli altri avvenimenti della mia vita“.
Lo struggente eroismo di chi ne è privo…

Mi ha ricordato il personaggio di una canzone di Brassens, quel pauvre Martin che dopo aver vangato i campi degli altri per tutta la vita, quando si sente chiamato dalla Morte se ne va a scavare la propria tomba, per non disturbare la gente con l’impiccio della sua sepoltura:

Et quand la Mort lui a fait signe
de labourer son dernier champ,
il s’en alla creuser sa tombe,
pour ne pas déranger le gens.

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Gualtierate

Su Sky TG24 il professore di storia e attuale Ministro economico, signor Roberto Gualtieri, a proposito delle ipotesi di cancellazione o neutralizzazione del debito pubblico afferma:

Sono proposte sbagliate. Anche perché non sono previste dai trattati europei. Il Governo ha delineato una strategia di riduzione del debito pubblico che per la prima volta definisce una curva realistica e sostenibile di riduzione del debito“.

Analisi del testo:

a) “Sono proposte sbagliate”:

Va bene, ma sarebbe bello che ci spiegasse il perché. Sono proposte immorali? Ontologicamente erronee? Tecnicamente irrealizzabili? 
Niente: si tratta di enunciato che fonda la sua auto-evidenza nell’immaginario collettivo cresciuto a suon di dogmi neoliberisti, e tanto ci deve bastare.

b) “Anche perché non sono previste dai trattati europei”.

Nella (teo)logica gualteriana, i trattati europei (anzi: i Trattati Europei) sono le nuove Tavole della Legge, immutabili ed eterni: una volta scritti e sottoscritti non possono essere rivisti o corretti poiché sono stati dettati da Dio agli uomini (anzi: agli europeisti) e quindi nascono perfetti e per sempre validi. Poco importa se si sono rivelati e sempre più si stanno rivelando un coacervo di insensatezze giuridiche che hanno dato luogo a mostruosità istituzionali. L’enunciato è l’equivalente di quello molto più in voga fino ad alcuni anni fa ma oggi usato con più cautela per le reazioni avverse che potrebbe suscitare: “ce lo chiede l’Europa”.

c) “La strategia di riduzione del debito pubblico realistica e sostenibile”

fa riferimento a una curva discendente che presuppone un avanzo medio di bilancio (nota bene: non avanzo primario, ma avanzo di bilancio) del 2,5% del PIL dall’anno prossimo e fino al 2031, quando la strategia “realistica e sostenibile” dovrebbe aver riportato il rapporto debito/PIl ai livelli pre-covid. (A meno che non si ipotizzi un’impetuosa crescita del PIL; ma per il Nadef  gli anni 2024-2026 avranno una crescita stimata di circa 1,1 % all’anno, e negli anni successivi andrà a decrescere fino allo 0,6 % nel 2030-2031).
La strategia insomma è la stessa dei dieci anni trascorsi, con la differenza, in peggio, che stavolta invece di limitarci ad accumulare avanzi primari accumuleremo avanzi di bilancio. Praticamente, , dopo 10 anni di politiche austeritarie devastanti si propone un decennio di maggiore austerità, con la stessa logica per cui se l’Europa non funziona è segno che ci vuole  più Europa.

Conclusione: con un Ministro dell’economia di questo spessore, e con un Governo che anziché cacciarlo a calci lo sostiene, abbiamo ottime prospettive di default e commissariamento. Ma per Gualtieri, e per l’insieme dei piccoli quisling che affollano il nostro ceto politico, esercitare il potere vicario in nome del podestà straniero è la migliore delle opzioni fin dai tempi di Guido Carli (cfr: G. Carli, Cinquant’anni di vita italina), che vedeva nel vincolo esterno eurocomunitario e dei mercati finanziari la soluzione finale alle nostre manchevolezze.

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Riflessioni post referendum.



I pentastellati, dopo le tante che hanno smarrito strada facendo, avevano urgente bisogno di una medaglietta da appuntarsi sul petto.
Peccato che, fra tutte, quella di cui si fregiano oggi è la meno pregnante e la più suscettibile di conseguenze negative.

Ora non ci resta che sperare in una decente riforma elettorale, ma visti gli attori e la proposta in campo , non mi pare che le condizioni possano indurre ai facili ottimismi che alcuni, dalla parte del sì, manifestano: un “proporzionale” con alta soglia di sbarramento (negli effetti un maggioritario dissimulato) e il mantenimento delle liste bloccate vanificherebbe quella maggiore rappresentanza compensativa che la diminuzione dei parlamentari richiederebbe.

Tuttavia, alleluja!, dalla prossima legislatura – secondo logica grillina – il Parlamento si troverà con 600 parlamentari di specchiata onestà, non più paralizzati da quei 345 infingardi e corrotti che la riforma ha eliminato.
Auguri.

Rimane, per quanto mi riguarda, la forte preoccupazione per un dispositivo perverso, dove il quorum più facilmente raggiungibile, da un lato, e la probabile ancor maggior dipendenza dalle segreterie dei partiti, dall’altro, rendono la Costituzione ulteriormente sguarnita, aprendo autostrade di possibilità a chiunque voglia intraprendere le “riforme organiche” che allineino e subordinino una volta per tutte la nostra Carta fondamentale ai dispositivi ordoliberisti dell’Unione Europea.

Spero sinceramente di sbagliarmi.

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Buonafede e stupidità.




Nel 2016, all’indomani della sconfitta della riforma Renzi, non occorreva essere profeti per avvertire che ci avrebbero riprovato.

Oggi, (sia detto per per tutti quelli che “Si tratta solo di una riforma costituzionale mirata e circoscritta”) questa riforma – con l’abbassamento del quorum necessario e il maggior controllo dell Parlamento da parte delle segreterie – apre inesperate praterie di possibilità alle future riforme “organiche”, che non per niente il PD ha già annunciato di avere in progetto.

Magari i promotori della riforma non se ne rendono conto, voglio ammettere che sono in perfetta buonafede.

Però occorre ricordare che, in politica, la buonafede è solo un modo più educato di definire la stupidità.

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Riforme costituzionali e dintorni.


Sono contrario al taglio dei parlamentari per varie ragioni di merito, che in quanto tali possono non essere condivise, così come io non condivido le ragioni di merito del sì.

Però, al di là delle ragioni di merito, mi chiedo:

Ma davvero c’è qualcuno che in tutta coscienza possa dirsi convinto che l’attuale classe politica abbia la statura culturale e morale per essere legittimata (parlo di legittimità, non di legalità) a cambiare anche solo una virgola della nostra Carta Fondamentale?

Eppure, le precedenti riforme, perpetrate o tentate, dovrebbero ormai averci edotto circa i disastri che mani insipienti, o peggio eterodirette, possono fare.

La pretesa inattualità della Costituzione, che non sarebbe più grado di rappresentare un realistico stato di cose, è del tutto fallace. La Costituzione non ha mai preteso di rappresentare uno stato di cose, ma piuttosto prescrivere un indirizzo verso cui deve tendere il nostro convivere dentro lo Stato nazionale che ci appartiene. Basta leggerne la parte dei Principi Fondamentali per rendersene conto.
Se negli anni ce ne siamo allontanati, non è la Costituzione a essere obsoleta ma è la nostra classe politica che si è sottratta al compito di realizzarla, in obbedienza agli imperativi ordoliberisti che si sono andati affermando e di cui l’Unione europea è l’espressione più compiuta.
Altrettanto fallace è l’idea che una riforma di tipo mirato e circoscritto non avrebbe conseguenze significative. La Costituzione è un tutto organico, i cui vari Titoli in gran parte sono (erano) lo sviluppo coerente degli imperativi espressi dai Principi Fondamentali, per cui anche una modifica limitata può avere conseguenze vanificanti di quei capisaldi.
L’esempio più eclatante è la modifica dell’art. 81 (e collegati) realizzata dal Governo Monti su indicazioni eurocomunitarie, che da sola ha invalidato di fatto gli articoli 3, 4 e 9 dei Principi Fondamentali.

Anche l’attuale riforma, descritta come mirata, non si limiterà ad avere un mero effetto di riduzione dei parlamentari, ma – per esempio – abbasserà la soglia del quorum necessario all’elezione del Presidente della Repubblica, o alla sua messa in stato di accusa; o quello per le revisioni costituzionali – che potranno passare sopra la testa dei cittadini evitando più facilmente la necessità del referendum confermativo.

Ogni revisione costituzionale, insomma, dovrebbe rispondere a comprovate esigenze di maggiore efficacia nella realizzazione dei Principi Fondamentali, e sempre dopo un ampio dibattito nel Paese, indipendentemente dalle situazioni contingenti.
Mai dovrebbe essere realizzata per conferirsi una medaglietta di revisione per risibili motivi di risparmio o indimostrabili motivi di generica efficienza (efficienza per cosa?).
Peggio ancora, non certo per motivi eterodiretti finalizzati all’invalidazione di quegli stessi Principi.
La riforma dell’art 81 è un esempio del secondo caso. Quella per cui voteremo fra un paio di giorni è un esempio del primo.

È per questo che al di là delle ragioni di merito, io voto NO.





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Recovery Fund, sovranità, democrazia

Su Repubblica Alberto D’Argenio scrive:

“… Tuttavia il freno d’emergenza strappato dall’olandese Rutte è un duro monitoraggio politico sulle riforme e una sorta di clausola di garanzia anti-Salvini. Se in Italia dovesse arrivare un governo antiliberale e antieuropeo, Germania e Francia avrebbero il peso per spingere Bruxelles a bloccare i fondi”.

Perfino Repubblica, non si capisce bene se felicitandosene o deprecandolo, si accorge del vulnus democratico che l’accordo comporta.

Qualcuno potrà rallegrarsi dell’esistenza di uno “scudo antifascista”, ma la realtà di fatto è che in Europa i risultati delle elezioni –  quelli italiani in particolare data la ricattabilità del paese e la subalternità culturale dei nostri politici –  valgono solo se conformi alle aspettative di Bruxelles e dei paesi egemoni, e ciò che vale oggi per Salvini & C potrà valere domani per l’indesiderato di turno (uno di questi, fino a poco prima del voto alla Van der Leyen, era il M5S).

Questo scudo, che già esisteva sotto le mentite spoglie dello spread, con le nuove cogenze del Recovery Fund acquisisce ancor più efficacia, a riprova che l’accordo rappresenta un’ulteriore cessione di sovranità e dunque un’ulteriore passo verso un regime di democrazia meramente nominale.
Nulla di nuovo sotto il sole: è prassi normale dell’eurozona di approfittare delle grandi crisi per consolidare la propria vocazione autoritaria, come raccomandato dalla shock doctrine, senza nemmeno farne troppo mistero. Lo spiegava con eloquenza anni fa un europeista come Mario Monti, la cui algida chiarezza è pari solo all’imperturbabile faccia tosta:

Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata.

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Complottismi e crisi epidemiche.

Esistono termini che possono essere definiti come “inibitori del discorso”, in quanto capaci di bloccare il sereno dibattito non appena branditi, generalmente a mo’ di clava retorica, contro l’interlocutore.
La connotazione negativa, conferita loro dal pensiero egemone e dunque collettivamente accettata, li dota infatti di un forte potere intimidatorio. Di grande genericità o indeterminatezza, questi termini sono in realtà contenitori eterogenei in cui gli elementi più ridicoli o biasimevoli sono accomunati agli elementi più meditati, così da accomunarli nello stigma; quindi di scarso valore semantico ma di grande potenza polemica.

A titolo di esempio non esaustivo citiamo: sovranista, populista, no-vax, no-global, negazionista (del riscaldamento globale di origine antropica, che richiama il negazionismo dell’olocausto), rossobruno e via dicendo. Tutte etichette generiche che il mainstream ha caricato di senso spregiativo, ridicolizzante o annichilente; efficaci anatemi a chi obbietta il quadro cognitivo egemone, a prescindere dal contenuto dell’obiezione.

Un’etichetta particolarmente gettonata è quella di “complottismo”, o “cospirazionismo”. Pare che a farne uso per la prima volta sia stata la CIA, che tentò di arginare le tante obiezioni alla versione ufficiale dell’omicidio di JFK suggerendo ai media di liquidarle come tesi cospirazioniste cui opporre sarcasmo anziché risposte. Eppure non possiamo non constatare che spesso e volentieri, ogni volta che l’accesso a documenti desecretati o lasciati trapelare ha reso possibile stabilire i fatti, le tesi dei complottisti si sono rivelate più fondate di quelle ufficiali.

Le cronache degli ultimi cinquant’anni sono piene di questi casi, sia a livello Italia che internazionale; basta fare mente locale per trovare esempi a iosa.

La stessa costruzione europea è tutta fondata sul complotto, se per complotto si intende un disegno politico che si realizza attraverso la sistematica dissimulazione degli obiettivi reali. A confermarlo, oltre che la clamorosa discordanza fra la realtà del sistema e la stucchevole narrazione mitopoietica a uso e consumo dell’opinione pubblica, è l’antologia di esternazioni – o voci dal sen fuggite – di tanti autorevoli padri dell’europatria (Junker, Amato, Attali, Monti, Prodi e via dicendo).

Senza parlare della Grecia del 2015, o i siparietti nazionalistici emersi in questi ultimi mesi; eventi che non lasciano più – o non dovrebbero più lasciare – alcun margine di dubbio sull’inganno narrativo che ci propinano da anni.

Dunque, ogni volta che il nostro senso critico ci segnala strane opacità o incongruenze, non dovremmo farci scrupolo di esprimere dubbi per timore dell’etichettatura. Di questi tempi, fra paranoia e fideismo la prima opzione sembra essere la più saggia.

A maggior ragione dovremmo astenerci per quanto possibile dall’usare a nostro pro queste stesse etichette, classico prodotto della strategia di ghettizzazione del pensiero alternativo da parte del pensiero egemone, perché così facendo ci adeguiamo, legittimandole, alle sue logiche di egemonia – dove il discorso di verità, quando presente, è solo accidentale, essendo subordinato al discorso di potere.

Tra l’altro, è’ stato anche plausibilmente ipotizzato (si veda qui, Wood, Douglas, Hoffman e altri) che lo stereotipo negativo del complottista descrive altrettanto bene, se non meglio, coloro che difendono le versioni ufficiali. Gli individui avversi alle teorie cospirative sarebbero soggetti a un forte pregiudizio di conferma, né più nemmeno dei complottisti: dopotutto il meccanismo per cui le uniche informazioni recepite sono quelle che soddisfano il quadro delle proprie convinzioni è una delle sindromi più diffuse.

La resistenza a esaminare ipotesi alternative dipende dalla nostra predilezione per le confortevoli certezze di un quadro cognitivo ampiamente condiviso (se mai esiste un “effetto gregge“, eccolo); rispetto al quale l’eccessiva dissonanza, sempre destabilizzante, va rifiutata: e non confutandola attraverso la riflessione, anch’essa foriera di destabilizzazione, ma più comodamente dismettendola con il sarcasmo e/o il biasimo dell’etichetta.

Ma se un’ipotesi – per quanto dissonante – è in grado di accampare una propria verosimiglianza (ovvero essere plausibile sotto gli aspetti della fattibilità, del movente e degli obiettivi) allora sarebbe intellettualmente un dovere valutarla con attenzione critica prima di dismetterla.

In questo periodo le accuse di “complottismo” piovono con particolare veemenza sulle varie ipotesi eterodosse che accompagnano la presente epidemia. Se ci atteniamo al criterio della verosimiglianza, mi pare che esse siano abbastanza plausibili dal punto di vista della fattibilità, ma debolissime quanto a movente e obiettivi, ciò che le rende al momento non sostenibili: stando a quanto se ne sa oggi, mi sentirei di affermare con ragionevole tranquillità che l’epidemia è di origine spontanea e che le misure adottate per contrastarla, giuste o sbagliate che le si ritengano, sono state prese in coerenza con la volontà di superarla.

Nondimeno, non possiamo trascurare il fatto che siamo nel pieno di una crisi, e di notevoli proporzioni; e le crisi, siano esse di origini indotte o risultato di eventi non controllabili, hanno tutte l’elemento comune di richiedere misure eccezionali per governare l’emergenza che determinano. Quanto più grave è l’emergenza, tanto più eccezionali sono le misure per governarla; e quanto più l’emergenza incide sulla quotidianità tanto più quelle misure tendono ad affermarsi come nuova norma.

Anche qui gli esempi non mancano:

la legge USA-Patriot-Act, varato dall’amministrazione Bush Jr sulla scia del trauma del settembre 2001 – che “rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, intaccando di conseguenza la privacy dei cittadini” (cfr Wiki) – a distanza di vent’anni è ancora vigente per quattordici delle sedici disposizioni iniziali;

La crisi dei sub-prime del 2008  ha comportato un’enorme redistribuzione della ricchezza a vantaggio della classe sovraordinata, attraverso la deflazione salariale e la demolizione del welfare e dei diritti, che continuerà a incidere sul tenore di vita delle classi subordinate anche per le prossime generazioni.

L’attuale crisi epidemica ha aperto orizzonti di possibilità distopiche fino a poco prima impensabili. Si parla di chip sottocutanei, sistemi di tracciamento permanente, istruzione telematica, patentini sanitari per spostarsi; obbligatorietà del vaccino anti-influenzale per gli ultra sessantacinquenni (Zingaretti, Regione Lazio), anche se inutile per il Covid-19; sono stati sospesi importanti diritti costituzionali con semplici decreti amministrativi (i famosi DPCM) cui è stata attribuita cogenza di legge; si è ammessa la sacrificabilità dei più deboli, accampando la scarsità delle risorse sanitarie, peraltro determinata da scelte politiche.

Quanto alla crisi economica che ne è conseguenza, non occorre essere particolarmente pessimisti per immaginare che essa potrebbe consolidare quel processo di demolizione dei diritti delle classi subordinate iniziato nel 2008 e non ancora concluso.

Overton insegna che nel processo di accettazione di nuove idee, la fase più cruciale è il passaggio dall’impensabile/indicibile al pensabile/dicibile: dal momento in cui se ne inizia a parlare, anche solo per rifiutarle, nella finestra delle possibilità incomincia ad aprirsi uno spiraglio. E quando, come spesso accade, queste idee sono sostenute dai padroni del discorso, difficilmente lo spiraglio tornerà a richiudersi.

Estote parati.

LA FINESTRA DI OVERTON come strumento di manipolazione delle masse ...

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Di millantate vittorie e di sconfitte rimosse

Il fallimento al Consiglio europeo dello scorso 23 aprile in sé ci starebbe pure: dato lo stato di manifesta subordinazione – culturale prima ancora che politica – in cui versano i nostri decisori, non potevamo oggettivamente aspettarci di meglio.

Quello che disturba e preoccupa è il volerlo fare passare per un grandioso successo.
Raccontarsi la disfatta come se fosse una vittoria significa che non ci si prepara a reagire di conseguenza, e dunque che ci si dispone a essere sconfitti anche per le occasioni a venire.

È il modo peggiore di perdere. Ed è disperante la ragionevole certezza che le cose non sarebbero cambiate se al posto dell’attuale compagine al governo ci fosse stata quella attualmente all’opposizione.

È lì – nella narrazione che rifiuta la realtà – che ci sentiamo presi per le terga; ed è lì che si capisce come con questo ceto politico non potremo mai uscirne.
Perché è lì che si capisce che la condizione di sottomissione psicologica non è circostanziale, ma frutto di una consolidata tradizione di ossequio al podestà straniero, grazie alla quale tanti piccoli quisling – alcuni inconsapevoli, altri in piena consapevolezza – hanno trovato l’ideale brodo di coltura dove prosperare.

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Nuove crisi, vecchi strumenti, compradores e quinsling.

Il FMI prevede per quest’anno un crollo del PIL mondiale del -3%.
Fra le economie avanzate, spicca il -7,5% dell’Eurozona, dove Francia e Germania sono intorno al -7% e l’Italia al -9,1%.

In questo scenario da apocalisse bellica, ciò che dovrebbe preoccupare di più non sono tanto i numeri in sé quanto il fatto che la nostra classe politica, in questo ancora appoggiata da buona parte dell’opinione pubblica e senz’altro dalla maggior parte del ceto dirigente (intellettuali, accademici, imprenditori), si appresta ad affrontare questa nuova crisi con gli stessi strumenti cognitivi con cui affrontò la crisi dieci anni fa.

Tali strumenti sono il frutto di un atteggiamento mentale di subordinazione che si esprime a base di sconcezze del tipo:

1) Non possiamo farcela da soli.
2) Non possiamo permetterci di irritare/spaventare la Germania/i mercati.
3) Dobbiamo pretendere la/contare sulla solidarietà europea.
4) Fuori dell’euro, solo cavallette e moria delle vacche.
5) Riformare l’Europa dal di dentro (nelle sue diverse declinazioni: sbattere i pugni sul tavolo – oggi in declino di popolarità; lavorare ai fianchi con una paziente ma tenace opera di diplomazia, quasi vivessimo in un’epoca di ricchezza diffusa dove il fattore tempo non ha rilevanza).
6) Il livello del nostro debito pubblico limita la nostra capacità di spesa.
7) La Banca centrale non può stampare moneta.
8) Lo spread ci massacrerà.
9) Con la liretta non andremmo da nessuna parte.
10) …

Così a seguire. Ognuno può aggiungere alla lista la banalità che meglio crede, tanto ci siamo capiti.

Questi schemi mentali hanno condizionato le politiche degli ultimi dieci anni, le quali, in un decennio, non hanno saputo risolvere una crisi – quella del 2008 – che rispetto alla crisi che incombe ci sembrerà retrospettivamente una passeggiata.

Sono schemi mentali castranti, che impediscono di esaminare seriamente le alternative, le quali pure esistono anche senza ipotizzare necessariamente una traumatica uscita dall’euro (vedere il recente “Piano di salvezza nazionale”, o l’articolo sul FT di un insospettabile come Mario Draghi, o l’appello dei 101 accademici di qualche giorno fa: tutti elementi di riflessione che non hanno avuto nessuna eco e su cui nessuno ha riflettuto).
Sono schemi mentali desolanti, che spingono all’inazione in un contesto in cui sarebbe vitale reagire con la massima rapidità. Un esempio eloquente: fra quando Conte all’ultimo Consiglio europeo pretese una risposta entro dieci giorni, “altrimenti faremo da soli”, e il prossimo Consiglio che verosimilmente non darà alcuna risposta soddisfacente, sarà passato un mese.

Come Paese, siamo evidentemente affetti da un’atavica mancanza di propensione al rischio: preferiamo la familiarità di strade che, per quanto si rivelino ogni volta dei vicoli ciechi, hanno il conforto psicologico di essere già state percorse.
“Non Esistono Scorciatoie” è la versione più recente del vecchio “There Is No Alternative”.

I numerosi compradores del nostro ceto dirigente, coadiuvati dagli altrettanto numerosi quisling del nostro ceto politico (vedi in queste ore l’invereconda fioritura di dichiarazioni a favore dell’utilizzo del MES) contano molto su questa caratteristica.
Sanno benissimo che la mancanza di propensione al rischio è anche la condizione psicologica su cui si basano tutte le strategie che si rifanno al principio della rana bollita.

Loro, in questi dieci anni, lo hanno imparato a meraviglia. Noi no.

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