Atlantia, il ponte, la nave, le procure.

Suggerisco questa lettura dal blog  Il Simplicissimus:

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Dunque vediamo come vanno le cose in Italia: la Nave Diciotti attracca a Catania e immediatamente un pm di Agrigento, famelico di telecamere, si precipita sull’imbarcazione per poi indagare Matteo Salvini per sequestro di persona tra il giubilo dei piddini. I colleghi pm di Genova invece hanno aspettato la bellezza di otto giorni prima di sequestrare computer e telefonini dei dirigenti di Autostrade, dando loro tutto il tempo di cancellare qualsiasi cosa senza nemmeno dover rinunciare al week end perché dopotutto è estate.

Insomma sembra quasi che la rapidità delle indagini dipenda dagli input dello stato ombra e/o dal patrimonio dei possibili colpevoli: quando si verificano incidenti mortali nei cantieri o nelle piccole aziende nel giro di 24 ore vengono indagati come atto dovuto i possibili responsabili, siano essi proprietari, gestori, progettisti o manutentori; mentre in questo caso sembra proprio che i magistrati non sappiano nemmeno che esista una società chiamata Autostrade su cui necessariamente pende l’onere di rispondere in prima istanza del disastro.
Il fatto è che durante il ventennio berlusconiano, quando la lotta contro il cavaliere non era condotta sul piano politico, vista l’affinità letale tra maggioranze e opposizioni, ma su quello giudiziario, è maturata un’idea manichea della magistratura demonizzata o santificata a seconda dei casi, ma del tutto fittizia. Ecco che in pochi giorni siamo posti di fronte alla dura realtà che per tanti anni è stata tenuta nascosta nel cassetto delle illusioni e che impedisce di mettere mano a una profonda revisione della struttura giurisdizionale. O quanto meno di salvare le forme, sanzionando i protagonismi strumentali o le incomprensibili e opache lentezze di reazione.

Una realtà che è ancora peggiore di quanto ci si aspetti perché l’assoluzione preventiva di Autostrade, dando ad essa tempo e agio di far scomparire qualsiasi documentazione eventualmente compromettente, ha fatto rialzare la testa a Benetton che adesso fa la vittima e vorrebbe grottescamente chiedere i danni allo Stato, con la connivenza delle opposizioni e di quei confusi personaggi le cui animule palpitano per le migrazioni provocate proprio dagli stessi padroni del vapore.
La cosa raggiunge il paradosso metafisico se si pensa che lo studio legale newyorkese Bronstein, Gewirtz & Grossman sta esaminando potenziali rivendicazioni per conto di acquirenti di azioni Atlantia in relazione a una possibile revoca della concessione e di una sanzione per la caduta del prezzo delle azioni. Comunque vada – e una questione di questo genere potrebbe finire nel nulla che merita, come anche portare allo scioglimento di Atlantia e al suo trasferimento in Usa – certamente i parenti delle vittime non avranno nel migliore dei casi nient’altro che una miserabile elemosina mentre Genova e il suo porto saranno di fatto condannati visto che quel ponte non sarà mai ricostruito se le atmosfere del dopo disastro sono queste.

Certo il complesso finanz-reazionario esprime appieno l’intollerabile verminaio contemporaneo, ma non si può dimenticare che Benetton e compagni hanno comprato Autostrade con i soldi di Autostrade, cioè senza metterci un soldo, con un’operazione piratesca grazie alla quale essi hanno messo i proprio debiti in una società , successivamente fusa con Autostrade, in modo da ripagarli con i soldi dei pedaggi. Questa brillante operazione per il Paese porta la firma di Romano Prodi e del governo di centro sinistra, a dimostrazione ulteriore del ruolo catastrofico che ha avuto in questo Paese l’alleanza tra ex comunisti immediatamente neo liberalizzanti dopo la caduta del muro e cattolici doppio moralisti impegnati a costruire crune dell’ago per farci passare altro che i cammelli più ricchi, entrambi impegnati a sfruttare l’ingombrante e mefitica presenza di Berlusconi per fare scempio del Paese, come se non bastasse la mummia biopolitica di Arcore.
Lo dico perché si tratta dello stesso impasto di incomprensioni, equivoci, disonestà intellettuale, ossessivo quanto pretestuoso attaccamento a feticci senza vita e totale mancanza di visione che si avverte nel dibattito di questi giorni. Del resto questo miscuglio non è di per sé in grado di generare evoluzioni, ma soltanto involuzioni e semplicismi infantili.

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Il populismo di destra e le analisi della sinistra

Segnalo qui l’articolo del prof Michele Prospero, letto oggi con un certo imbarazzo, che mi appare la plastica rappresentazione sia della reticenza della sinistra a fare i conti con i propri limiti attuali, sia della povertà propositiva che ne consegue.

Due affermazioni che trovo esemplari:

“La mistificazione cognitiva in Italia ha vinto, e il populismo è lo strumento di classe per la conservazione-restaurazione”.
“Vincere nelle vecchie zone rosse servirebbe come un incentivo per riorganizzare le forze contro la minacciosa marea nera oggi trionfante”.

Alcune domande:

1) Si può parlare di mistificazione cognitiva senza cadere nel grottesco, quando la base a cui presumibilmente ci si rivolge è stata vittima di un gigantesco raggiro cognitivo operata dai suoi vertici politici, che della sinistra hanno rovesciato valori e prospettive abbracciando la matrice neoliberista, millantata come espressione più moderna, progressiva e vincente?

2) Quale sarebbe oggi il soggetto che dovrebbe vincere per “riorganizzare le forze contro la marea nera trionfante”? (Per favore non mi si risponda LeU o analoghi accrocchi elettorali, per non parlare del PD).

3) È ammissibile che di nuovo si ricorra al vecchio trucco della legittimazione politica in termini oppositivi (oggi contro il populismo di destra, così come ieri contro il berlusconismo – e abbiamo visto dove ci ha portati), per ovviare all’incapacità propositiva di un modello sociale che sia alternativo a quello socio-darwiniano esistente?

La ricostruzione del pensiero progressivo richiederà tempi tanto più lunghi quanto più tarderanno a emergere i soggetti capaci di farsene carico. Ci attende una lunga traversata del deserto: rassegnamoci e soprattutto lasciamo perdere le scorciatoie. Sappiamo dove portano.

L’articolo del Prof Prospero su Il Manifesto.

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Il dadaismo euroTeista

A Omnibus, stamattina, ascolto sbigottito dieci minuti buoni di discussione dadaista sul fatto che l’esistenza di un piano d’emergenza (il famoso “Piano B”), scoraggerebbe gli investitori perché presupporrebbe automaticamente la volontà politica – o anche solo la la possibilità – di uscire dall’eurozona.

È sorprendente come nell’immaginario degli euroTeisti de noantri – abbandonata ogni velleità di consenso basato sull’ormai insostenibile narrazione delle magnifiche sorti e progressive della moneta unica – l’esistenza dell’euro debba essere garantita da meccanismi blindati (in sostanza fondati sul ricatto finanziario) che escludano qualunque altra opzione.

Se perfino in Germania, fino a oggi la maggiore beneficiaria del sistema, si discute di Piani B e della necessità politica di prevedere una procedura di uscita dall’Unione monetaria, così come già esiste uno specifico articolo che regolamenta l’uscita dall’Unione europea, non si capisce perché una nazione penalizzata come l’Italia sia tenuta ad escludere questa eventualità.

Qui da noi tuttavia si preferisce la logica surreale del “non-allarmismo” a prescindere.
È la logica per cui (per usare la stessa metafora del povero Antonio Maria Rinaldi, che nel dibattito cercava inutilmente di spiegarne la ratio) se vedo che un palazzo è dotato di dispositivi antincendio, o che una nave è dotata di scialuppe, decido di non entrare perché so che potrebbe andare a fuoco o di non imbarcarmi perché potrebbe affondare.

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Articolo 92 Cost. e dintorni

Articolo 92
Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

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Costantino Mortati: Istituzioni di diritto pubblico, ed. 1975,  pagina 568
“‘la proposta dei ministri [del Pres. Cons. incaricato] …deve ritenersi strettamente vincolante pel capo dello Stato”.
(citato da Roberto Calderoli sulla sua pagina FB)

Temistocle Martines: Diritto Costituzionale (Giuffrè Editore, 2011), pagina 235
[…] In base a tali principi, il Presidenta della Repubblica dovrà procedere, salvo casi eccezionali, alla nomina di un governo che abbia le maggiori probabilità di ottenere e mantenere la fiducia delle Camere, di modo che esso acquisti una certa stabilità e siano evitate frequenti crisi governative.
Discende dall’anzidetto che – secondo il modello costituzionale e nel fisiolofico funzionamento del sistema politico – Il Presidente della Repubblica ha un ristretto margine di discrezionalità nella scelta del presidente del Consiglio (mentre non ne ha alcuno nella scelta dei ministri, formalmente demandata al presidente del Consiglio).

Punto.

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La Grecia, oltre la realtà parallela

Iniziativa Laica ripropone un intenso articolo sulla Grecia del giornalista olandese Edward Geelhoed, corrispondente da Atene per De Groene Amsterdammer e De Correspondent, già apparso il 18/2/2018 su l’Internazionale.

Il fatto che la Grecia sia scomparsa dai radar dell’informazione non significa affatto che sia superata l’emergenza umanitaria scatenata da anni di cieche (o forse fin troppo mirate) politiche austeritarie a marchio Troika.
È vero  che ciò di cui i media non parlano tende a smettere di esistere nella percezione comune, ma accanto alla realtà parallela della bolla mediatica entro cui siamo soliti agire c’è sempre una realtà reale che si ostina colpevolmente a sussistere, e addirittura riaffiorare di tanto in tanto.
Il servizio di Geelhoed, corrispondente ad Atene – e quindi testimone diretto, dà la misura non solo del dramma che il popolo greco tuttora vive, ma anche dell’indifferenza bovina con cui il resto dei cittadini europei ha accettato che ciò accadesse e continua ad accadere. A dimostrazione dell’estrema facilità che ha il sistema di controllare e manipolare l’opinione pubblica, la cui indignazione è di volta in volta sedata o distratta con tecniche tutto sommato rozze e ripetitive, ma sempre efficaci.
Non ci si può spiegare altrimenti come sia possibile che l’Unione Europea continui a godere di un consenso ancora significativo, ancorché in costante diminuzione, nonostante le sempre più evidenti carenze di democrazia e le iniquità delle politiche socio economiche, ostinatamente perseguite a spese della maggioranza dei cittadini per il favore di una  minoranza privilegiata.
Anche se per gli standard della rete l’articolo è piuttosto lungo,  è raccomandabile la lettura per intero. Eccone comunque alcuni stralci significativi:
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… Ad agosto scade l’ultimo dei piani di salvataggio imposti alla Grecia a partire dal 2010. La sovranità del paese è stata azzerata, la situazione sociale è disastrosa e la fine della crisi è ancora lontana.
Due anni fa la Commissione europea scriveva: “Il governo greco deve garantire a tutti l’accesso alla sanità, anche a chi non è assicurato” e “una società più giusta richiede un sistema di assistenza sociale”. [Eppure oggi] negli ospedali mancano lenzuola, garze e medicinali. Il numero di aborti clandestini è in forte aumento, la psichiatria è stata praticamente cancellata. Il 20 marzo del 2017 l’ospedale di Volos ha esaurito il suo budget mensile e ha cominciato a rifiutare i malati di cancro, su ordine del Ministero, che secondo la troika dev’essere più “parsimonioso”.
… Questa è la Grecia sette anni dopo l’arrivo della troika.
…Le manifestazioni sono finite, la rabbia si è trasformata in disperazione, molti si sono chiusi in casa. Le notizie sulla Grecia sono sparite dai mezzi d’informazione internazionali, ma la crisi c’è ancora.
… La troika, a quanto pare, preferisce lavorare dietro le quinte. Non deve rendere conto ai cittadini, ha un potere immenso e incontrollato.
… quello in corso in Grecia dal 2010 non è altro che un progressivo colpo di stato, un golpe europeo mascherato.
… Una ricerca dell’istituto tedesco Esmt mostra che il 95 per cento dei 216 miliardi di euro dei primi due pacchetti di emergenza andò al pagamento di debiti e interessi, all’Fmi e alle banche tedesche, francesi ed elleniche, mentre lo stato greco ottenne una percentuale minima. Il terzo accordo ha funzionato allo stesso modo: gli 8,5 miliardi di euro sbloccati dalla troika a giugno del 2017 non sono finiti “ai greci”, ma soprattutto all’Fmi e alla Bce. Per “guadagnarseli” Atene ha dovuto tagliare le pensioni per la tredicesima volta. Allo stesso tempo, secondo una stima del Leibniz Institute for Economic Research, fino al 2015 Berlino ha risparmiato qualcosa come cento miliardi di euro in interessi sui titoli di stato perché gli investitori cercavano in Germania un porto sicuro e vi depositavano il proprio denaro a tassi molto bassi. La Bce ha guadagnato più di otto miliardi di euro grazie agli interessi greci, l’Fmi più di tre miliardi.
… Il ricatto funziona così: il governo greco deve pagare i debiti e cerca di mitigare le richieste troppo dure della troika. La troika rifiuta, il tempo passa, la bancarotta si avvicina e alla fine Atene accetta tutte le richieste, per quanto impossibili, e la troika versa parte del denaro. È quello che successe nel luglio 2013, quando Dijsselbloem bloccò una tranche da due miliardi di euro perché Atene aveva soddisfatto solo 21 delle 22 condizioni. L’obiettivo non rispettato era il licenziamento di 4.200 funzionari: sulla lista fornita dal governo c’erano solo 4.120 nomi. Il ministro dell’istruzione voleva risparmiare gli insegnanti che avevano ottenuto un master. Quando furono mandati a casa anche loro, i soldi furono versati.
… La troika aveva presentato la sua politica nei minimi dettagli in tre memorandum, tutti in inglese, che di fatto esautoravano completamente il governo greco. Nel 2010 i ministri greci ammisero di non aver avuto il tempo di leggere il primo corposo documento prima di firmarlo. Per quanto riguarda il terzo accordo, nel 2015, il parlamento ebbe un giorno e mezzo di tempo per accettare 977 pagine di legislazione senza cambiare neanche una parola.
… Se il governo non rispetta ogni desiderio della troika, il prestito non arriva: è questo il colpo di stato silenzioso, e l’asservimento di Syriza è un golpe minore al suo interno.
… Varoufakis ha raccontato che una volta chiese all’allora ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble: “Lei accetterebbe questo accordo?”. Dopo un attimo di silenzio, Schäuble rispose: “No, sarà terribile per i vostri cittadini”. Varoufakis: “E allora perché mi costringe ad accettarlo?”. Schäuble: “Non capisce? L’ho già fatto in Irlanda, in Portogallo e negli stati baltici. A noi interessa la disciplina, e io voglio portare la troika a Parigi”.
… È un’idea che Varoufakis ha sentito spesso: tutto ruota intorno a Parigi e Roma. La Grecia serve da spauracchio, da “laboratorio di crudeltà”. La troika e i paesi dell’eurozona agiscono in base a un intreccio d’interessi. Al centro ci sono le banche e il controllo sull’Europa meridionale, ma anche ideologia, profitto economico e il rifiuto di ammettere gli errori. E sete di vendetta.
… Nella primavera del 2010, all’epoca del primo accordo, la Grecia aveva più di cinquanta tra quotidiani e settimanali. La maggior parte era in perdita, ma questo non era un problema per i ricchi proprietari, perché garantivano influenza politica. Sui mezzi d’informazione si trovavano solo lodi alla troika. In occasione del referendum sul piano di salvataggio del luglio 2015, lo schieramento favorevole all’accordo con la troika ottenne sei volte più spazio rispetto a quello per il no. Gli oligarchi sostennero la troika senza indugio, e la ricompensa non si fece attendere.
… Il giornalista investigativo Nikolas Leontopoulos spiega che ogni anno la troika fa un’eccezione: “Gli accordi prevedono una tassa del 20 per cento sulle inserzioni pubblicitarie, ma finora non è mai stata introdotta, è stata l’unica eccezione”. Gli oligarchi non hanno pagato le loro licenze televisive, cosa che il consiglio di stato greco ha definito illegale. Ma la troika è rimasta a guardare.
… La Grecia era già in mano agli oligarchi, ma il sistema è stato consolidato nel maggio del 2016, quando il parlamento ha accettato, dopo il solito ricatto, la creazione del superfondo preteso da Schäuble, che mette all’asta quasi tutte le proprietà statali. [Ndr: si tratta di un organismo creato sul modello della famigerata Treuhand, l’agenzia che all’indomani dell’unificazione si incaricò di privatizzare a prezzi di liquidazione tutte le attività di stato dell’ex RDT; ne parla ampiamente Vladimiro Giacché nel suo”Anschluss, l’annessione”]. Nel catalogo digitale ci sono porti turistici, aeroporti, spiagge, isole, aziende dell’acqua e del gas, castelli e ville, uffici postali, centri scommesse, viadotti, ferrovie, sorgenti termali, stadi, tutto in saldo.
… il porto del Pireo è stato acquistato da un’azienda statale cinese e le ferrovie greche dalle Ferrovie dello stato italiane, in entrambi i casi per una cifra bassissima. Anche la Germania ha avuto la sua parte: l’azienda pubblica Fraport ha rilevato quattordici aeroporti regionali. Syriza si era opposta alla vendita, ma poi Berlino l’ha fatta inserire nel terzo memorandum. Fraport ci ha guadagnato miliardi di euro.
… La maggior parte dei vantaggi va comunque agli oligarchi. Dimitris Melissanidis, per esempio, ha rilevato insieme a un consorzio greco-ceco l’Opap, l’azienda statale delle scommesse, per due terzi del valore di mercato.
… I dirigenti del fondo di privatizzazione godono dell’immunità: una decisione della troika con valore retroattivo, nascosta in un voluminoso dossier intitolato “Misure per la crescita dell’economia greca”. Gli inquirenti hanno quindi spostato l’attenzione su sei consulenti, fra cui tre membri del gruppo di lavoro dell’eurogruppo: uno spagnolo, uno slovacco e un italiano. Il processo è cominciato, ma secondo il quotidiano greco Kathimerini durante la riunione dell’eurogruppo del 24 maggio 2016 Dijsselbloem ha gridato al ministro greco: “Questo è inaccettabile!”. Una settimana dopo la Commissione europea ha minacciato di bloccare una tranche del prestito se lo spagnolo, l’italiano e lo slovacco non fossero stati prosciolti. Il giorno stesso è arrivata l’assoluzione. Leontopoulos ha scoperto che un mese dopo la troika ha aggiunto un paio di frasi a una legge sul crimine informatico, ancora una volta ben nascoste: da quel momento nessun esperto o consulente era più imputabile. “La troika non deve rendere conto a nessun parlamento”, dice Leontopoulos, “e a nessun tribunale”.
… Noi riduciamo la disuguaglianza”, scrive la troika. Nel 2017 l’istituto tedesco Imk ha reso noto che nei primi anni della crisi le imposte sui redditi greci più bassi erano aumentate del 337 per cento, contro il nove per cento di quelle sui più alti. Poi si è aggiunto l’11 per cento dell’iva, e ora anche le imprese individuali devono versare le tasse in anticipo
… Quasi un greco su due deve al fisco somme fino a cinquemila euro. “Quanto basta per distruggere le loro vite”, dice Nadia Valavani, che se n’è occupata in qualità di viceministra di Varoufakis. “Migliaia di persone sono finite in cella per questo motivo, ma noi avevamo introdotto una modifica”. Per rendere l’estinzione di questi debiti più sopportabile fu stabilito che si potevano pagare in cento rate: venti, trenta euro al mese erano cifre più ragionevoli. “La troika aveva un’avversione per le rate”, dice Valavani, “insisteva sulla ‘consapevolezza fiscale’. Se non paghi tutto subito perdi anche la casa e altre minacce del genere. Per loro il pragmatismo non esiste”. Valavani tirò avanti per la sua strada. Il suo programma ottenne un milione di adesioni, per un totale di 7,5 miliardi di euro. “Mi dicevano che avevano ricominciato a respirare. Ma con il terzo accordo la troika ha abolito la norma”. Le classi più ricche invece possono contare sull’indulgenza della troika per i loro “peccati fiscali”.
… Il 1 gennaio 2017 è nata l’Autorità indipendente per le entrate pubbliche, nel cui comitato direttivo siede un rappresentante della Commissione europea. In caso di divergenze sulla legislazione fiscale è l’autorità a decidere, non il ministro.
… “Passo dopo passo viene cancellata ogni forma di potere decisionale greco”, dice Valavani, che definisce l’autorità per le entrate una “macchina di riciclaggio per una frode miliardaria”.
… “Più di trentamila grandi casi di evasione decadono”, osserva Valavani, “l’autorità li ignora di proposito. L’evasione fiscale delle élite vale miliardi di euro. Avevamo tutti in pugno, ma secondo la troika le nostre indagini ‘non dovevano andare indietro di troppi anni, non aveva senso’. Una scusa bella e buona. E nessuno può chiedere niente all’autorità, perché è ‘indipendente’. C’erano seicento dossier già pronti, il fisco poteva riscuotere, ma la troika li ha dichiarati nulli”.
… L’università di Atene ha già accettato il futuro: tonnellate di spazzatura sono eliminate regolarmente da studenti e docenti.
… [ali Eurogruppo] a parte quello tedesco, i ministri sono quasi decorativi”. In privato i ministri di Francia e Italia erano spesso “molto comprensivi”, ma “al tavolo stavano sempre con la troika”… racconta Yanis Varoufakis.
… “Il 25 giugno a Bruxelles”, continua Varoufakis, “cinque giorni prima che le nostre banche chiudessero, la troika mi presentò un accordo. Tagli ancora più pesanti e una revisione del debito pubblico. Era un accordo talmente sbagliato che fu respinto anche dall’Fmi. Quando spiegai perché non potevo accettarlo, Dijsselbloem m’interruppe: ‘Deve dire adesso se accetta’. Se avessi detto di no, secondo lui sarebbe stata una dichiarazione di guerra”. Tsipras decise di indire un referendum sull’accordo. L’eurogruppo si riunì d’urgenza. Il 30 giugno scadeva il vecchio accordo, ma il referendum si sarebbe tenuto solo il 5 luglio, quindi Varoufakis chiese una breve proroga. “Così le banche sarebbero rimaste aperte e si sarebbe potuto votare senza timore. Ma l’Eurogruppo sperava che la paura favorisse il sì, così rifiutò”.
.. Nei giorni del referendum, il disastro imminente era quasi palpabile. Banche chiuse, famiglie e amici divisi su “sì” e “no”. La troika presentava il voto come una scelta tra restare nell’euro o uscirne. Ma quasi due terzi dei votanti si espressero contro l’austerità. Quando Varoufakis arrivò a casa di Tsipras il primo ministro non era felice ma impaurito: sapeva che la troika non avrebbe accettato il risultato. Varoufakis voleva insistere, ma Tsipras era stanco di combattere. La mattina dopo Varoufakis presentò le dimissioni. Tsipras cedette una settimana più tardi, dopo una riunione a Bruxelles durata diciassette ore. A ogni ora che passava, Schäuble alzava la posta. Tsipras fu “crocifisso”, disse una fonte interna, in un “teatro di crudeltà”, secondo qualcun altro. Varoufakis vide comparire davanti alle telecamere il premier spagnolo Mariano Rajoy che sventolava il “documento di resa” dicendo: “Questo è ciò che succederà se voterete il Syriza della Spagna”, cioè Podemos.
… Paul Krugman scrisse sul New York times: “La lista di richieste è folle. Si tratta di puro rancore e annientamento della sovranità. È un tradimento grottesco di tutto ciò che il progetto europeo rappresentava”.
… Varoufakis non ha ancora sbollito la rabbia. “Non c’è niente di più ideologico che fingere che questo programma sia solo una questione tecnica”, dice. “Quando ho detto che dopo la crisi economica sarebbe arrivata una crisi umanitaria, Dijsselbloem mi accusò di usare un linguaggio ‘troppo politico’. Ma cosa c’è di più politico che rifiutarsi di definire la fame, la povertà e un’ondata di suicidi una crisi umanitaria?”.
… Nasos Iliopoulos, funzionario del ministero del lavoro: in tutti questi anni il messaggio della troika è sempre stato lo stesso, segui le riforme e l’economia migliorerà. “È come parlare con dei cardinali: esiste un’unica, sacra visione delle cose. La liberalizzazione è positiva: se la realtà è diversa, la colpa è della realtà. Finché il datore di lavoro trionfa sul lavoratore, questo è il suo modello, per tutta l’Europa”…  “Questo disastro è stato compiuto perché la Grecia doveva diventare più competitiva, ma non è stato ottenuto neanche quello. solo il bilancio commerciale è ‘migliorato’, perché le importazioni diminuiscono a causa della crisi. Che bel risultato! si potrebbero anche uccidere i disoccupati per abbassare la disoccupazione, ma per fortuna non l’ha ancora proposto nessuno”.
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Il nonnino, il diritto globale e quello costituzionale.

Sabino Cassese
Fra i nomi che circolano a vario titolo nel vortice di queste consultazioni per la formazione del nuovo governo mi è capitato di ascoltare un paio di volte quello di Sabino Cassese.
Classe 1935,  Cassese è un giurista e accademico italiano, nonché giudice emerito della Corte costituzionale.
La sua biografia è quella tipica dell’aristocrazia di sistema: una carriera maturata in ambito prima democristiano e successivamente in area PD; costellata da miriadi di incarichi, molti dei quali assunti in contemporanea grazie alle trascendenti doti di ubiquità e meraviglioso eclettismo  che caratterizzano questi personaggi.
Avevo già avuto un assaggio della sua caratura intellettuale e accademica quando, nel 2016, si era schierato a favore del SI nel referendum sulla riforma costituzionale proposta dalla coppia più bella del mondo, sostenendo che la funzione di contrappeso del Senato era ormai superata perché “efficacemente svolta dai consigli regionali e [sic] dal Parlamento europeo”.
Più recentemente in un salottino televisivo l’ho sentito dichiarare con estrema serietà che l’Unione europea “ci aveva regalato 70 anni di pace”.
Ora la lettura di un suo editoriale apparso giorni fa sul Corsera – scritto a proposito della Siria – mi fornisce ulteriori elementi di giudizio che confortano le mie perplessità. Si tratta di un breve articolo che vale la pena leggere nella sua interezza. Per chi va di fretta, comunque, ecco gli stralci più ineffabili:
… Il meccanismo di prevenzione e gestione delle crisi internazionali, più volte utilizzato, non sempre con successo [sic], per i casi di Panama, Iraq, Somalia, Haiti, Bosnia, Liberia, Sierra Leone, Sudan, Afghanistan, Jugoslavia, sembra ora inceppato, a causa dei fallimenti degli interventi in Iraq, Afghanistan e Libia (dove non è bastato l’intervento militare per riportare pace ed ordine [sic], e ristabilire  l’autorità dello Stato [sic]); e della reazione delle opinioni pubbliche nazionali, meno propense [sic] ad impegnare i propri Paesi in sanguinosi conflitti armati all’estero.
Tuttavia, nel caso della Siria, vi sono due buone ragioni per intervenire.
La prima è che, sotto la pressione congiunta di Usa e Russia, la Siria ha nel 2013 aderito alla convenzione sulla proibizione delle armi chimiche. L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha fatto la sua parte, ma non ha la forza di far rispettare il programma di disarmo chimico siriano. 

La seconda è che si è fatto strada, a partire dal 2000, il principio definito «responsabilità di proteggere». Secondo questo principio del diritto globale, già applicato nei casi del Darfur e della Somalia, vi è una responsabilità collettiva di intervenire per proteggere le popolazioni in caso di crimini contro l’umanità, di genocidio, di catastrofi naturali, e questa responsabilità supera il divieto di interferenza negli affari interni di altri Stati.

Le lezioni che si possono trarre da questo “sviluppo del diritto globale“, secondo il nostro costituzionalista, sono:

a)… anche la sovranità degli Stati va tenuta sotto controllo… gli Stati sono sempre meno sovrani, perché la sovranità è controllata, condivisa, limitata (si potrebbe quindi dire [sic] che non è più una sovranità piena).

b) la globalizzazione è un fenomeno composito: va oltre gli Stati, ma si serve degli Stati. Nel caso della Siria, ad esempio, sono i tre Stati che intervengono, ma agendo per la realizzazione di principi globali.

 

Le foto e le comparsate televisive del professor Sabino Cassese restituiscono l’immagine di un mite vecchietto, circondato dall’aura di prestigio che la sua formazione, i suoi trascorsi di giudice costituzionale e la sua notorietà mediatica gli conferiscono.  Eppure questo simpatico nonnino discetta di “diritto globale” e di “principi globali” che asseverano l’alibi e la prassi con cui l’imperialismo occidentale ha giustificato e continua a giustificare le proprie guerre in giro per il mondo. Cassese lo fa senza interrogarsi sulla scia di morti e devastazioni che quelle guerre comportano; né se questa sua visione “globale” mantenga un minimo di coerenza con il dettato costituzionale (e in particolare con lo spirito e la lettera dell’articolo 11, che nel pezzo citato – del resto – si guarda  bene dal considerare). Tanto meno, infine, si pone il problema di chi può legittimamente decidere quando e se i “principi globali” entrano in gioco: probabilmente dà per scontato che tale diritto spetti – per destino manifesto – all’Occidente, allineato sotto l’egida statunitense, obviously.

Dal 2003 in avanti, nell’opinione pubblica,  concetti come “intervento umanitario” o “esportazione della democrazia” hanno una capacità di presa emotiva sempre più labile, anche perché vi si è fatto pretestuosamente ricorso fino alla sazietà,   per cui forse è arrivato il momento di sostituirli con locuzioni più asettiche. Espressioni come “Diritto globale” o “Principi globali” potrebbe essere appunto quelle più idonee per una cultura di massa dove i tecnicismi, veri o apparenti che siano, hanno un effetto seducente e sedante.
Dopotutto, una delle prerogative che hanno decretato il successo della neolingua – lo sappiamo, è la creatività più sfrenata.
 Elenco guerre americane
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Affari correnti.

Da un dispaccio ANSA di ieri sera leggo, con un certo disagio:

Vincenzo Amendola, PD, sottosegretario agli Esteri, a nome del Governo.

«A chi, come Matteo Salvini, chiede strumentalmente una presa di posizione contro interventi militari dell’Occidente in Siria, ricordiamo che l’Italia ha sempre condannato nella maniera più ferma qualsiasi utilizzo di armi chimiche: il loro uso costituisce un crimine di guerra e una gravissima violazione del diritto internazionale. Posto questo, il Governo italiano è a fianco dei tradizionali alleati del nostro Paese: Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Se Salvini la pensa diversamente, lo dica con chiarezza».

Anche qui la logica è un optional.

L’unica cosa ad emergere con chiarezza è che questo governo, in carica solo per il disbrigo degli affari correnti, sembra determinato ad appoggiare la smania guerriera dei tradizionali alleati, forse per ricambiarli dell’ampia prova di sostegno agli interessi italiani che hanno sempre dato costoro (vedi Libia 2011).
La condanna nella maniera più ferma di qualsiasi utilizzo di armi chimiche evidentemente comporta la necessità di restare al loro fianco – non fosse che a titolo di mosca cocchiera – a prescindere dal fatto che esistano o meno attendibili prove che ci sia stato quest’uso e da parte di chi. Basta la parola, perché fra alleati la fiducia è tutto e infatti non è mai stata tradita.
E poi al giorno d’oggi una bella guerra umanitaria, per un governo occidentale che si rispetti, è il minimo sindacale.

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Siria, l’ennesima follia da fermare

Abbiamo già dato, e ora è tempo di non ricaderci più.  Per quel poco che può servire, condivido il comunicato di Pandora:

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La situazione militare in Siria e attorno ha ormai raggiunto il livello di guardia.
Il presidente americano si accinge a prendere decisioni la cui portata e la cui pericolosità sono inimmaginabili.

Le accuse ad Assad di avere bombardato con armi chimiche il centro di Douma non sono provate. Il rischio di uno scontro diretto con la Russia, su qualcuno degli scenari che sono già da tempo in fibrillazione, è imminente. La Russia ha già messo in stato di allarme tutte le sue difese, su tutti i fronti.

Di fronte al silenzio e alla compiacenza del mainstream italiano e occidentale, noi blogger italiani facciamo appello, tutti insieme, ai partiti italiani, affinché si esprimano immediatamente chiedendo al nostro alleato principale di attendere il risultato di una commissione internazionale che accerti le responsabilità.

Nessuno può ergersi a giudice supremo. Né vogliamo correre il rischio di essere trascinati in guerra senza sapere il perché.

Per questo pubblichiamo, tutti insieme, questo comunicato. Abbiamo ormai la forza informativa congiunta non meno grande di un grande quotidiano nazionale.
Facciamola valere.

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La sconfitta a sinistra.

Dalle parti di Liberi e Uguali le analisi della sconfitta si susseguono, più o meno pertinenti. Anche questo è elaborazione del lutto. Tuttavia la mia impressione, per quello che vale, è che le autocritiche – quando ci sono – siano dettate più dalla contingenza del risultato che dall’esigenza obiettiva di superare gli specifici nodi che preesistevano al voto, ma che sul momento si era preferito ignorare in nome della priorità elettorale.
Temo che tali nodi, se il voto fosse stato meno mortificante, oggi non verrebbero neppure presi in considerazione .
Questo fa sorgere il sospetto che in generale si tratta di autocritiche strumentali, non elaborative, – più tattiche che strategiche – e che i limiti culturali che hanno portato all’attuale disastro permangono tutti, pronti a dispiegare i loro effetti perversi alla prossima occasione.

“… Hanno pesato gli errori di comunicazione (la dichiarazione di disponibilità di Grasso, a tre giorni dal voto, a un governo di scopo con Renzi e Berlusconi), l’arroganza nella composizione delle liste (in Umbria, nella notte prima del deposito delle candidature, da Roma è venuto l’ordine di cancellare la lista che si apriva con il nome di uno tra i più autorevoli costituzionalisti, solo per soddisfare equilibri astrusi), l’insensibilità politico-culturale (di un appello promosso da Asor Rosa e firmato da 150 docenti universitari non si è ritenuto di fare nulla), il rifiuto in origine di dotarsi di un nome e di un simbolo che risultassero più coerenti con l’ambizione di rappresentare la sinistra rimasta nel bosco.” (Michele Prospero).

Qual’è la novità? Tutt’al più si potrebbe obiettare che l’insensibilità politico-culturale non è stata una delle concause ma LA CAUSA, da cui sono poi discese tutte le altre (lasciando però perdere la pietosa categoria degli “errori di comunicazione”: un alibi per non riconoscere che non c’era nulla da comunicare).
Tutto questo era di solare evidenza anche prima che venisse sanzionato dal voto, ma lo si è preferito rimuovere, con la speranza che un successo elettorale a dispetto di tutto avrebbe in qualche modo emendato ogni manchevolezza. Una vera e propria sindrome piddina: le critiche alla debolezza del progetto e dei personaggi che lo proponevano erano considerate intempestive e controproducenti (ricordo l’infiammato thread delle reazioni alla lettera aperta dei 150 docenti sulla pagina facebook di Network per il Socialismo Europeo), e accolte con manifesta ostilità.

L’eventuale ripartenza da zero dovrebbe necessariamente passare attraverso due fasi: ritrovare prima una coerente idea di sinistra; poi costituire un coerente movimento politico che la concretizzi. Ma mi chiedo, molto retoricamente, se è possibile pensare di affidare il processo agli stessi attori che nella trascorsa tornata hanno smarrito il senso dell’una e adulterato di conseguenza l’altro, il cui agire continua oggi anche grazie all’apparente torpore di una base che fin qui ha preferito il compiacente appoggio identitario alla contestazione.

 

 

 

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Il caso Skripal, ovvero: di scempiaggini e sottomissioni

In un mondo razionale, in mancanza di prove si dovrebbero poter fare solo congetture, le quali però per esser prese in considerazione – sia pure con riserva, dovrebbero almeno soddisfare minimi requisiti di sensatezza.
Nel caso Skripal non esistono prove, e la logica è assente: esistono solo dichiarazioni apodittiche da accettare sulla fiducia, anche se chi ha la sfrontatezza di chiedercela ha già dimostrato  di non farsi scrupolo alcuno nell’abusarne (ad esempio: Iraq, Libia, Siria…).
L’unanimità con cui l’Occidente si allinea alla condanna della Russia sulla base di una nuova categoria giuridica, l’asserita “alta probabilità”, dove la presunzione di colpevolezza si sostituisce a quella di innocenza – dimostra non tanto l’incapacità di giudizio critico dei vari leader nazionali quanto la loro subordinazione alle esigenze americane di egemonia planetaria. Al cui declino, tra l’altro, gli americani cercano da tempo di far fronte con iniziative belliche tanto più azzardate quanto più crescono le potenze emergenti, coma la Cina, o riemergenti, come la Russia.
Sta di fatto che il nanismo politico delle nazioni subordinate, frutto non di una condizione ma di scelta, rimane un pericoloso incentivo per gli USA a proseguire la politica che il “destino manifesto” impone loro, e che rischia di trascinare il pianeta verso un destino manifestamente infausto per tutti. Nel contesto si distingue ancora una volta il ceto politico italiano per la sottomissione ai desiderata atlantici, anche quando vanno a nostro svantaggio. Del resto siamo ormai abituati all’indifferenza degli “alleati” per i nostri interessi, a meno che questi non coincidano con i loro:  vedi il fenomeno migratorio, vedi l’invasione della Libia nel 2011, vedi il caso Regeni o il recente blocco della piattaforma petrolifera ENI da parte della Turchia.

A questa corsa compulsiva all’assoggettamento prendono parte con zelo ed entusiasmo i media: ricordiamo commossi gli ineffabili servizi TV in stile Goracci o Botteri, o le pensose articolesse del Corriere o Repubblica.

Tra le tante voci all’unisono, trovarne qualcuna fuori dal coro, come quelle che seguono,  è sempre consolante.

Alberto Negri, su “Il Manifesto”.

[…] Non bastava la bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein nel 2003, non erano sufficienti i disastri delle primavere arabe con la guerra per procura contro l’Iran in Siria e il bombardamento di Gheddafi in Libia: bisognava fare un salto di qualità mettendo alle strette la Russia che ha vinto la guerra in Ucraina con l’annessione della Crimea nel 2014 ed è diventata dal settembre 2015 il player decisivo a Damasco.
Ci voleva una nuova guerra fredda, perché gli Stati Uniti e la Nato sono usciti strategicamente a pezzi dal confronto con Mosca, in particolare proprio in quel conflitto al terrorismo iniziato nel 2001 dopo le Torri Gemelle. […]
Spicca in questo quadro la posizione dell’Italia che persevera nella sua dabbenaggine atlantica. Non paga di avere visto distruggere il suo più importante alleato nel Mediterraneo, di avere accolto maree di rifugiati dall’Africa – con la conseguenza che l’immigrazione è diventato il tema che ha ribaltato il quadro politico interno – si è accodata alle espulsioni dei diplomatici russi con un governo Gentiloni che neppure all’ultimo è stato capace di emettere un sussulto [di dignità]. Ci vogliono così: docili.
E Di Maio e Salvini, i «nuovi», sono subito corsi dall’ambasciatore americano a Roma mentre si stava facendo ancora il nuovo esecutivo: come se non bastasse per andare al governo la legittimazione del voto del popolo italiano, dimostrando che l’anelito di sudditanza dei nostri politici non conosce salti e vuoti generazionali.
[…] La Turchia ha cambiato campo ma non si può certificare perché ospita dozzine di basi Nato e i missili Usa puntati contro Mosca e Teheran.
Per mascherare questi fallimenti la Gran Bretagna, in concorso con gli Usa e la Nato, non ha esitato a strumentalizzare l’oscura vicenda dell’agente russo Skipral e del gas nervino. In mano però non abbiamo nessuna prova come pure sottolineava non un foglio particolarmente radicale ma il cattolico Avvenire, quotidiano moderato, puntuale nel rivelare le pesanti discrepanze che agitano l’Occidente. […]
[…] I punti che non tornano sono questi:
Primo. Qual è il movente? […]  Da tempo sappiamo che gli Stati Uniti (i quali trainano l’Europa) sono impegnati in un’operazione di logoramento del Cremlino volto a ottenerne un riallineamento su posizioni filoamericane, che potrà essere ottenuto con certezza solo attraverso un cambio di regime ovvero con l’uscita di scena di Putin. Siccome una rivolta colorata è inattuabile, lo scenario è quello di rendere insostenibile il peso delle sanzioni e dell’isolamento internazionale, inducendo le élite russe a ribellarsi al presidente appena rieletto. […] Conoscendo l’obiettivo finale, bisogna chiedersi: ma che interesse aveva il presidente russo a tentare di eliminare un’ex spia, peraltro fuori dai giochi, ricorrendo al più spettacolare dei tentativi di omicidio, l’unico che – dopo la vicenda del polonio – tutto il mondo avrebbe attribuito al Cremlino? Ne converrete: non ha senso. Diplomaticamente sarebbe stato un suicidio, perché avrebbe offerto all’Occidente lo spunto per un’ulteriore campagna antirussa, che infatti si è puntualmente verificata, fino all’ultimo atto, l’espulsione coordinata dei diplomatici, a cui l’Italia dell’uscente Gentiloni si è accodata benchè  avrebbe potuto – e proceduralmente dovuto – astenersi.
[…] Secondo: il rumore mediatico e il furore delle accuse.  Non dimentichiamolo, la comunicazione è uno strumento fondamentale nell’ambito delle guerre asimmetriche […]. Quando il rumore mediatico è assordante, univoco, esasperato, le possibilità sono due: le prove sono incontrovertibili (ad esempio l’invasione irachena del Kuwait) o non lo sono ma chi accusa ha interesse a sfruttarle politicamente, il che può avvenire solo se le  fonti supreme – ovvero i governi – affermano la stessa cosa e con toni talmente urlati e assoluti da inibire qualunque riflessione critica.
[…] Se analizziamo attentamente le dichiarazioni del governo britannico, notiamo come la stessa premier May continui a dire che “è altamente probabile” che l’attentato sia stato sponsorizzato dal Cremlino. Altamente probabile non significa sicuro, perché per esserne certi bisognerebbe provare l’origine del gas, cosa che è impossibile in tempi brevi. E nel comunicato congiunto diffuso ieri da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania si ribadisce che si tratta di «agente nervino di tipo militare sviluppato dalla Russia»[…]. Ma sviluppato non significa prodotto in Russia. Se non è stato usato questo verbo – o un sinonimo, come fabbricato – significa che gli stessi esperti britannici non hanno prove concrete a sostegno della tesi della responsabilità russa, che pertanto andrebbe considerata come un’ipotesi investigativa. Non come un verdetto.
Anche la semantica, in frammenti ad alta emotività come questi, è indicatrice e dovrebbe allertare la stampa, che invece non mostra esitazioni.
[…]
In un suo libro meraviglioso Yuval Noah Harari, docente di Storia alla Hebrew University di Gerusalemme, analizza la funzione dei miti nell’organizzazione delle società complesse. E scrive: “Crediamo in un particolare ordine non perché sia oggettivamente vero ma perché crederci ci permette di cooperare efficacemente”. Oggi basta guardarsi intorno, con la tensione tra Russia, Usa ed Europa che sale di settimana in settimana, per trovare evidente conferma dell’intuizione di Harari.
[…] Si parla di un vecchio arnese dello spionaggio, un doppiogiochista fuori dai giochi da vent’anni che si arrabattava con un po’ di consulenze. Già è curioso che di colpo Vladimir Putin (perché gli inglesi hanno detto che l’ordine veniva dal Cremlino) si ricordi di Skripal. Ancor più curioso che gli venga di colpo voglia di ucciderlo. Straordinariamente curioso, poi, è che si pensi di ammazzarlo con gas nervino. […] si vuole lasciare un’impronta così grossa da far gridare a tutti “aiuto, arrivano i russi!”? E poi si parla dl gas nella valigia, ma forse non è più vero. E poi si scopre che Skripal padre e figlia avevano spento per quattro ore i rilevatori satellitari dei cellulari, e chissà che avevano fatto in quelle ore. E chissà come stanno i due Skripal, che non sono morti ma nemmeno riapparsi: non una foto, una notizia, un bollettino medico. Tutto questo, per dirlo con la filosofia di Theresa May, è “highly likely”, altamente probabile?
[…] Stesso discorso per l’hacker russo (sempre Cremlino, sempre Putin, ovvio) che avrebbe rubato le mail di Hillary Clinton. Siete andati oltre i titoli, avete letto gli articoli? Sarebbe successo questo: l’hacker del Gru (servizi segreti militari russi) riesce a violare i server della Clinton. Poi, compiuta l’intrusione, con lo stesso computer e dalla stessa sede centrale del Gru a Mosca, ma dimenticando di usare il programma che cela la sua identità elettronica, si mette a surfare su Internet e addirittura entra in Twitter (Twitter, mica nel dark web) dove si fa pescare dall’Fbi. Secondo voi è “highly likely” che un militare-informatico esperto dei servizi segreti russi e impegnato in una simile missione faccia una coglionata di questo genere?
Certo che no. […] tutti, i russi come gli americani, gli inglesi e anche noi italiani, spiano, intrigano, trafugano, origliano ovunque possono. Però sui russi le raccontano. Perché tutto ciò serve a tenere in piedi quello che Harari chiama “ordine” e che, a sua volta, è l’architrave di questo nostro mondo.
Per andare avanti con la globalizzazione, il dominio dei mercati finanziari e il controllo delle risorse naturali del pianeta, abbiamo bisogno di raccontarci che siamo il centro del mondo. E che lo siamo non perché siamo i più forti ma perché siamo i migliori, i “buoni”. E che se rischiamo di non essere più il centro del mondo (con la sgradevole conseguenza di dominare e controllare un po’ meno, e di rimetterci qualche soldino) è perché i “cattivi” complottano contro di noi. Traduzione: poiché la Russia ci manda un po’ di carte a quarantotto, dal Medio Oriente all’Ucraina, è chiaro che complotta. Russiagate, Skripal, Brexit, Catalogna, vittoria di Lega Nord e M5S in Italia, no? Dunque va combattuta, in nome ovviamente del bene.
È la funzionalità per il sistema a tenere in piedi una narrazione che, di per sé, in piedi non starebbe.
[…] Basta osservare quanto avviene in queste ore in Italia, dove un Governo in carica solo per l’ordinaria amministrazione (come il premier Gentiloni ha voluto chiarire anche su Twitter) prende un provvedimento straordinario espellendo due diplomatici e giudicandoli spie. Cosa che lo pone in rotta di collisione con un partner economico e commerciale storico come la Russia, che infatti lo definisce un “atto ostile”. Cosa che, almeno in teoria, ci mette nel mirino dei missili russi, visto che noi abbiamo in casa decine di testate atomiche Usa e Nato. E il Governo defunto che prende una simile decisione ai propri cittadini come unica spiegazione dice che bisognava stare con gli altri, gli americani, gli europei, l’Alleanza Atlantica. Di fatto ammettendo che non ci crede nemmeno lui ma che non poteva (o non aveva le palle per) tirarsi indietro.
[…] A sentir parlare di armi di distruzione di massa (gas nervino) tornano alla mente ricordi nemmeno tanto vecchi. Di quando gli stessi giornali, e spesso gli stessi “esperti”, tali armi le avevano localizzate per certo in Iraq. Di quando un ex generale, in quel momento segretario di Stato Usa, andava sventolando all’Onu provette di borotalco spacciandole per antrace. E di quando la Casa Bianca faceva circolare la lista dei “Paesi canaglia”: Afghanistan, Siria, Iraq, Libia e Iran. Paesi che, guarda combinazione, nel frattempo sono stati distrutti. Ecco, non si vorrebbe che il can can attuale servisse da distrazione di massa per spuntare l’unica voce di quella lista che ancora non è stata piallata.
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