Di Anniversari, Ricorrenti menzogne e Unintended consequences

Dodici anni fa, il 20 marzo 2003 gli Stati Uniti – a capo di una coalizione di ossequienti  “volenterosi” e con il mandato delle ossequienti Nazioni Unite – iniziavano l’attacco all’Iraq per distruggere le “armi di distruzione di massa” di cui quel paese era dotato, bloccarne la politica di “appoggio al terrorismo islamico”, fargli dono della democrazia.
Nel giro di quaranta giorni Baghdad fu “liberata”, la statua del dittatore immancabilmente abbattuta. Di fronte ai soldati schierati sulla portaerei Lincoln, il presidente Bush poté trionfalmente dichiarare: “Missione compiuta”.

Busch missione compiuta

La campagna mediatica per “vendere” alla manipolabile opinione pubblica (americana e internazionale) l’inevitabilità di quella guerra preventiva, si appoggiava su un documento prodotto dall’Intelligence nell’ottobre del 2002 che per ovvi motivi di sicurezza doveva rimanere secretato. A detta dei vertici dell’amministrazione, il documento dimostrava oltre ogni dubbio la grave minaccia costituita dall’Iraq per la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo occidentale: i programmi di fabbricazione degli ordigni nucleari non erano stati abbandonati, gli arsenali di armi chimiche e biologiche non erano stati distrutti, l’appoggio attivo al terrorismo alqaidista non era stato interrotto.
Condoleeza Rice, di fronte all’insaziabile e continua richiesta di prove provate che gli ispettori ONU non riuscivano a trovare, affermò stizzita e con efficace metafora che gli Stati Uniti non potevano aspettare che la “pistola fumante” si trasformasse in un fungo atomico.

La CIA consegnò copia di quel documento al Comitato per la Sicurezza del Senato – che lo aveva reclamato in base al Freedom Information Act – una prima volta nel 2004, con 72 pagine completamente censurate su un totale di 93. In seguito il Comitato poté disporre di un testo più esaustivo, in base al quale nel settembre 2006 – a disastro avvenuto e Bush rieletto –  arrivò alla conclusione che Washington aveva “esagerato” la minaccia irachena e che il rapporto non confermava in alcun modo le accuse.
Il documento è stato definitivamente desecretato a fine gennaio di quest’anno.

Che i pretesti fossero inconsistenti  era già risultato palese fin dai primi mesi dell’occupazione, quando nonostante le accanite ricerche sul campo non era stata trovata alcuna traccia di armi chimico-batteriologiche o di impianti per la fabbricazione di ordigni nucleari. Tuttavia le conclusioni del Comitato erano importanti, o avrebbero dovuto esserlo, perché inchiodavano  i vertici della Casa Bianca alle loro reponsabilità: non erano stati indotti in errore da un rapporto sbagliato, ma ne avevano anzi deliberatamente falsificato le indicazioni per rafforzare la loro menzogna, di fatto mentendo due volte.Statua Saddam Hussein abbattuta

Migliaia di morti nella coalizione dei volenterosi, centinaia di migliaia fra gli iracheni, milioni di profughi, miliardi di dollari spesi e dodici anni più tardi le conseguenze dell’inganno sono ancora tutte da risolvere. La previsione del generale William Odom, secondo il quale l’invasione dell’Iraq si sarebbe rivelata “il più grande disastro strategico nella storia degli Stati Uniti”, si è puntualmente avverata. La rinascita irachena e il risveglio sunnita, su cui gli strateghi americani avevano contato per la normalizzazione del paese, non sono mai avvenuti. Al contrario, le violenze settarie scatenate con l’invasione hanno alimentato la crescita di al Qaida, da cui le ancora più radicali milizie dello Stato Islamico hanno origine.

In un mondo ideale, gli psicopatici che si sono resi colpevoli di un simile disastro sarebbero processati e condannati. Nel nostro mondo imperfetto, al contrario, pare che il loro sia un esempio da seguire.

Barack Obama ne prende le distanze, a parole, quando in una recente intervista ammette che l’ISIS è una derivazione di al Qaida, che a sua volta ha potuto crescere in Iraq grazie all’invasione americana. “È un esempio di conseguenze non intenzionali  [unintended consequences], dice. Ed è la ragione per cui, in linea di massima, dovremmo prendere la mira prima di sparare“.
Nei fatti adotta la stessa tattica – manipolazione della realtà e noncuranza delle conseguenze umanitarie – che ha caratterizzato il suo predecessore, dal quale diventa sempre più difficile distinguerlo, per imbarcarsi anch’egli in avventure di esito catastrofico per l’intera comunità mondiale.

Libia – il bagno di sangue evitato
È il caso della Libia, di cui ricorre in questi giorni il quarto anniversario dell’inizio dei bombardamenti aeronavali a opera della NATO (19 marzo 2011). John Pilger ricorda che l’assassinio di Gheddafi e la distruzione del suo paese fu giustificato dalla solita menzogna dell’intervento umanitario: il dittatore stava pianificando un genocidio contro il suo popolo. “Sapevamo – disse Obama – che se avessimo aspettato ancora un giorno Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe patito un massacro che si sarebbe ripercosso sull’intera regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.avvoltoi libia
L’autorevole fonte di questa informazione era un portavoce delle forze ribelli, che stavano subendo pesanti rovesci e spingevano per l’intervento occidentale. In un’intervista alla Reuters costui dichiarò che ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Rwanda” (14/03/2011). Questo fornì la giustificazione morale all’intervento umanitario della Nato: 9700 incursioni aeree, un terzo delle quali su obiettivi civili; l’uso di uranio impoverito; Misurata e Sirte bombardate a tappeto; migliaia di morti, il paese nel caos.
“Il bagno di sangue che lui  aveva promesso di infliggere alla città assediata di Bengasi è stato evitato”, affermò Obama un mese dopo. “Lui” sottintendeva Gheddafi, anche se il solo a parlare di bagno di sangue era stato il portavoce delle forze ribelli (molte delle quali, segretamente addestrate ed equipaggiate dai corpi speciali inglesi, sarebbero poi confluite nelle file dello Stato Islamico).
Il vero crimine di Gheddafi, ovviamente indicibile, era il suo progetto di una valuta africana comune, sostenuta da riserve in oro e greggio, che tramite una Banca continentale affrancasse il continente dall’egemonia finanziaria del petrodollaro. Garikai Chengu, membro del DuBois Institute for African Reserach Harvard University,  in un articolo su Global Research, sostiene che in agosto 2011 gli Stati Uniti confiscarono alla Banca centrale libica 30 miliardi di dollari che Gheddafi aveva destinato alla creazione di di un Fondo Monetario Africano.
L’obiettivo più verosimile delle potenze occidentali era dunque quello di sbarazzarsi di un leader recalcitrante alla soggezione politica ed economica, metterne uno più docile e acquisire il controllo delle risorse del sottosuolo libico. Ma detta così non suona bene.

Siria – la linea rossa
In agosto 2012 Obama tracciò la linea rossa che il presidente siriano Bashar al Assad non avrebbe mai dovuto superare, quella dell’uso di armi chimiche: una linea rossa che di nuovo si richiamava al potente topos dell’intervento umanitario, perfetta per preparare il successivo passo verso un confronto armato contro il regime siriano. Le accuse ad Assad di averla ripetutamente superata si sprecavano, e l’eccidio avvenuto alla periferia di Damasco nell’agosto 2013 sembrò segnare il punto di non ritorno. La confusione sul campo di battaglia avrebbe consigliato prudenza nell’attribuire l’uso di armi chimiche all’una o all’altra parte; molti indizi anzi portavano a ritenere che l’uso del sarin potesse essere stato cinicamente usato dai ribelli come false flag  perché l’Occidente intervenisse.

crocodile_tears_for_syriaBarack Obama era perfettamente al corrente di queste riserve, espresse peraltro da buona parte degli analisti della sua stessa Intelligence; e tuttavia non perse occasione per parlarne come se fosse provata la colpevolezza del regime, fino al suo discorso davanti alle Nazioni Unite del 24 settembre 2013, quando dichiarò: “È un insulto alla ragione umana e alla legittimità di questa assemblea ipotizzare che siano stati altri e non il regime siriano a condurre questo attacco”.

Fortunatamente, la volontà di Obama di rovesciare il regime siriano si scontrò contro quella dei russi di sostenerlo, stavolta molto più determinati di quanto non avevano dimostrato con la Libia. E sfortunatamente per i falchi, un’intervista di John Kerry produsse una “unintended consequence” che inceppò il meccanismo di intervento bellico. Oggi lo stesso Kerry – dopo duecentomila vittime, 11 milioni di profughi e uno Stato Islamico che occupa buona parte del paese – è costretto ad ammettere che sì, per trovare una soluzione alla guerra in Siria, si dovrà necessariamente negoziare con il Presidente Bashar al Assad. Scusate, avevamo scherzato.

Ucraina – l’invasione russa
Il 24 settembre 2014, esattamente un anno dopo il suo discorso sulla Siria, Obama si rivolgeva di nuovo all’Assemblea delle Nazioni Unite dando la seguente personale rappresentazione della crisi in Ucraina e dell’atteggiamento geopolitico russo:

“Le recenti azioni della Russia in Ucraina mettono a repentaglio l’ordine mondiale quale si è delineato nel dopoguerra. Questi sono i fatti. A seguito delle mobilitazioni di protesta del popolo ucraino che chiedeva riforme, il loro corrotto presidente è fuggito. Contro la volontà del governo di Kiev, la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa. La Russia ha riversato armi nell’Ucraina orientale appoggiando le violenze dei separatisti e un conflitto che ha ucciso migliaia di persone.
Quando un aereo civile è stato abbattuto da un’area controllata da questi emissari, costoro rifiutarono per giorni l’accesso ai relitti. 
Quando l’Ucraina ha cominciato a riaffermare il suo controllo sul territorio, la Russia ha abbandonato ogni finzione di sostenere i separatisti e ha inviato proprie truppe oltre il confine.

Questa è una visione del mondo in cui la forza crea il diritto, un mondo in cui i confini di una nazione possono essere ridisegnati da un’altra, e per evitare che la verità sia rivelata i civili non hanno il permesso di recuperare i resti dei loro cari. L’America sostiene qualcosa di diverso.
Noi crediamo che sia il diritto a dare la forza, che le grandi nazioni non dovrebbero prevaricare quelle piccole e che ognuno dovrebbe essere in grado di scegliere il proprio futuro. Sono semplici verità, ma devono essere difese. L’America, con i suoi alleati, appoggerà il popolo ucraino nello sviluppo della loro democrazia ed economia. Noi rinforzeremo i nostri alleati nella NATO e sosterremo il nostro impegno di autodifesa collettiva. La Russia dovrà pagare il costo dell’aggressione, e contrasteremo le menzogne con la verità.
Chiediamo ad altri di unirsi a noi dalla parte giusta della storia – perché i piccoli vantaggi che si possono estorcere puntando una pistola alla fine si ritorceranno contro,  se saranno abbastanza le voci che si levano per la libertà delle nazioni e dei popoli di decidere autonomamente.

Ho già commentato altrove le affermazioni dei primi tre capoversi: alla fine del post “Il fascino discreto dei neocons” e nel post “Un Boeing insabbiato” – a cui rimando chi avesse voglia e tempo.
Quanto ai capoversi successivi mi chiedo se anche voi, come me, avvertite una sensazione di grottesca ipocrisia, o di cieca negazione della realtà come quella proverbiale del bue quando dà del cornuto all’asino.
Ecco allora un breve elenco, probabilmente incompleto, delle nazioni che direttamente o indirettamente  hanno goduto della traboccante passione americana per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli nel corso degli ultimi 35 anni:

Iran (1980, 1987-1988)
Libia (1981, 1986, 1989, 2011)
Libano (1983)
Kuwait (1991)
Iraq (1991-2011, 2014)
Somalia (1992-1993, 2007-)
Bosnia (1995)
Saudi Arabia (1991, 1996)
Afghanistan (1998, 2001-)
Sudan (1998)
Kosovo (1999)
Yemen (2000, 2002-)
Venezuela (2002)
Pakistan (2004-)
Honduras (2009)
Siria (2011-)
Ucraina (2013-)

imagesIl filosofo Georges Santayana diceva che colui che non impara dalla Storia è condannato a riviverla. Gramsci, meno possibilista, sosteneva che la Storia è maestra, ma non ha allievi.

Se invece di dedicarsi a migliorare la mira, che comunque presuppone la volontà di sparare, Obama e chi gli succederà si preoccupassero di imparare dalla Storia, forse le ragioni per lamentarsi di unintended consequences si ridurrebbero significativamente, a tutto vantaggio dell’America e soprattutto del mondo intero.

Documenti per approfondire:

 

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Grecia: la sovranità ai tempi dell’Eurozona

Paul Mason è un giornalista inglese che segue da tempo e con molta attenzione l’evolversi delle trattative fra Grecia ed Eurozona. Oggi sulla sua bacheca Facebook ha pubblicato la seguente notizia:

§

At less than 24 hours notice the European Commission has vetoed a key law set to be passed by the Greek parliament tomorrow. The so-called “humanitarian crisis bill” was set to provide free electricity for some households, and address poverty among pensioners and homeless families.
But in a communication seen by Channel 4 News, Decland Costello, director at the EC’s directorate for economic and financial affairs has ordered the radical left-led coalition governemnt in Greece to stop. A planned law to allow tax arrears to be paid in instalments, set before the Greek parliament on Thursday, has also been vetoed.
The move comes as Alexis Tsipras, the Greek PM, called for 5-party talks at Thursday’s summit, and ahead of a critical decision by the European Central Bank over restoring borrowing facilities to Greek banks.
Mr Costello’s letter says:
“During our teleconference last night, you mentioned the planned parliament passage tomorrow of the ‘humanitarian crisis’ bill. We also understand that other policy initiatives, including the instalment scheme law, are in train that are to go to parliament shortly.
We would strongly urge having the proper policy consultations first, including consistency with reform efforts. There are several issues to be discussed and we need to do them as a coherent and comprehensive package.
Doing otherwise would be proceeding unilaterally and in a piecemeal
manner that is inconsistent with the commitments made, including to the Eurogroup as stated in the February 20 communiqué.”
The European Commission had been seen as the most concilatory of the bodies formerly known as the Troika. Mr Costello’s letter effectively says that if the Greek parliament votes on the new law tomorrow, it is a violation of the compromise deal signed by finance minister Yanis Varoufakis on 20 February in Brussels.

§

La traduzione più o meno è quella che segue, e si commenta da sola:

Con un preavviso di meno di 24 ore, la Commissione Europea ha posto il proprio veto su una legge chiave che doveva essere approvata dal Parlamento greco domani. La “Legge per la crisi umanitaria” prevedeva la fornitura gratuita di elettricità ad alcune famiglie e affrontava la condizione di indigenza di pensionati e famiglie senza tetto.
In una comunicazione – di cui Channel 4 News ha avuto conoscenza – Decland Costello, funzionario della Direzione per gli affari economici e finanziari della Commissione Europea, ha intimato al Governo greco di fermarla.
Un veto è stato posto anche alla legge sul pagamento rateale delle tasse arretrate, che doveva essere presentata giovedì.
La mossa arriva nello stesso momento in cui il Primo ministro Greco Tsipras chiede un incontro a cinque al vertice di giovedì prossimo, in vista della critica decisione da parte della BCE sul ripristino o meno delle agevolazioni di prestito alle banche greche.

La lettera di Costello dice:
“Durante la teleconferenza di ieri sera, Lei ha accennato alla programmata presentazione della “Legge per la crisi umanitaria” davanti al Parlamento domani. Siamo inoltre al corrente che altre iniziative legislative, inclusa la legge per la rateazione, sono in procinto di essere deliberate.
La esortiamo vivamente a previe e adeguate consultazioni politiche, per valutarne la congruenza con gli sforzi delle riforme. Ci sono molteplici aspetti da discutere, ed è necessario affrontarli in modo coerente e globale.
Fare altrimenti significherebbero procedere in modo unilaterale e frammentario, in contraddizione con gli impegni presi, inclusi quelli con l’Eurogruppo come stabilito dal comunicato del 20 febbraio”.

La Commissione Europea era considerata come la più conciliante fra le tre componenti dell’organismo prima conosciuto come Troika. La lettera di Costello praticamente avverte che se il Parlamento greco domani voterà la nuova legge, sarà in violazione degli accordi firmati dal Ministro Varoufakis il 20 febbraio.

Rana bollita

 

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Netanyahu, i Sionisti Cristiani e l’Armageddon

Lo scorso 3 marzo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto un discorso davanti ai membri del Congresso americano. Netanyahu era stato invitato (meglio: si era fatto invitare)  dal repubblicano John Boehner, presidente della Camera, che contrariamente alla prassi non aveva consultato né il dipartimento di Stato né la Casa Bianca. L’iniziativa era finalizzata a convincere i parlamentari a fare pressioni perché il governo americano riveda i termini dell’imminente accordo sul programma nucleare iraniano, che Netanyahu ritiene del tutto insufficienti a impedire che l’Iran possa dotarsi di ordigni atomici. L’iniziativa non ha contribuito a rasserenare i rapporti fra il Presidente degli Stati Uniti e il Primo ministro israeliano. Nessun membro del governo ha assistito al discorso, Netanyahu non è stato invitato alla Casa Bianca e la maggior parte dei democratici ha disertato l’aula.
In compenso, il discorso è stato interrotto diverse volte dagli applausi entusiasti dei parlamentari repubblicani, che hanno sottolineato il loro apprezzamento anche con frequenti standing ovations.

Intervento Netanyahu – dal minuto 25.

Ecco alcuni significativi passaggi:

[…] Durante i nostri quasi 4.000 [sic] anni di storia, molti hanno cercato di distruggere il popolo ebreo. Domani sera, con l’inizio della festività ebrea del Purim, noi leggeremo il Libro di Ester. Vi leggeremo del potente ministro persiano Aman che complottò per distruggere il popolo ebreo circa 2.500 anni fa. Ma una coraggiosa donna ebrea, la regina Ester, svelò il complotto e ottenne per gli ebrei il diritto di difendere se stessi contro i loro nemici. Il complotto fu sventato. Il nostro popolo fu salvo.
Oggi il popolo ebreo deve affrontare di nuovo la minaccia di un’altra potenza persiana. Il leader supremo dell’Iran, Ayatollah Khamenei, vomita l’odio più antico, quello dell’antisemitismo, con nuove tecnologie. Egli twitta che Israele dev’essere distrutta […] Il regime iraniano non è solo un problema ebreo, come non era un problema solo ebreo il regime nazista. I 6 milioni di ebrei assassinati dal regime nazista erano solo una frazione dei 60 milioni di persone uccise nella Seconda Guerra Mondiale […] Allo stesso modo il regime iraniano non è solo una minaccia per Israele ma per il mondo intero.
[…] Nel 1979 [il popolo iraniano] è stato sequestrato da fanatici religiosi [il termine usato è zealots, zeloti: abbastanza curioso, gli  zeloti dovrebbero avere una connotazione positiva nell’immaginario ebraico ] che hanno imposto una dittatura buia e brutale.
[…] i guardiani della rivoluzione non dovevano solo proteggere i loro confini, ma impegnarsi nella missione ideologica della jihad.
[…] La costituzione iraniana auspica morte, tirannia e la ricerca della jihad. […] I suoi agenti a Gaza, i suoi lacché in Libano, le sue guardie della rivoluzione sulle Alture del Golan sono i tre tentacoli di terrore con cui soffocano Israele. Sostenuto dall’Iran, Assad sta macellando i siriani. Sostenute dall’Iran, le milizie sciite si scatenano in Iraq. Sostenuti dall’Iran gli houthis si stanno impossessando dello Yemen e minacciano gli stretti strategici all’imboccatura del Mar Rosso.
[…] l’Iran prese dozzine di ostaggi americani a Tehran, ha assassinato centinaia di soldati americani a Beirut, ed è responsabile dell’uccisione o ferimento di migliaia di soldati americani in Iraq e in Afghanistan.

[…] l’Iran si dedica a divorare le nazioni.
[…] Il regime iraniano è profondamente radicato nell’islamismo militante, e questa è la ragione per cui questo regime  sarà sempre un nemico dell’America.
[…] Non fatevi ingannare. Il conflitto fra Iran e ISIS non trasforma l’Iran in un amico dell’America. Iran e ISIS sono in competizione per il titolo di militante islamico. […] Entrambi vogliono imporre un impero islamico militante, prima nella regione, poi nel mondo intero […] in questo game of thrones non c’è posto per l’America o Israele […] Quindi, per quanto riguarda Iran e ISIS, il nemico del tuo nemico è il tuo nemico. 
[…] Vincere l’ISIS ma lasciare all’Iran la possibilità di avere armi nucleari vuol dire vincere una battaglia ma perdere la guerra.
[…] Chi ritenesse che l’Iran minacci lo Stato ebraico ma non il Popolo ebraico, ascolti Hassan Nazrallah – il leader di Hezbollah, braccio terrorista dell’Iran. Ha detto: Se tutti gli ebrei si riunissero in Israele, questo ci risparmierebbe il disturbo di doverli cacciare uno per uno in giro per il mondo.
[…] Se l’accordo che si sta negoziando viene accettato dall’Iran, esso non impedirà all’Iran di sviluppare armi nucleari. L’accordo non farà altro che garantire che l’Iran costruisca quelle armi. Molte armi.
[…] Attualmente l’Iran potrebbe nascondere impianti nucleari di cui noi, Israele e stati Uniti, non sappiamo nulla. Come disse il precedente capo della delegazione IAEA [International Atomic Energy Agency]: se non ci fossero impianti non-dichiarati in Iran, sarebbe la prima volta che ciò accade in 20 anni.

 §

La rappresentazione che Netanyahu vorrebbe dare del proprio paese è quella di uno stato democratico, moderno e razionale, che si batte per la propria sopravvivenza contro gli stati violenti, autoritari e medioevali che lo circondano. Questa rappresentazione è tuttavia contraddetta dagli argomenti irrazionali che adotta per sostenerla, con il richiamo alla Bibbia come documento di storia reale e l’audace parallelo dell’Iran attuale con il biblico Impero Persiano per renderne efficace la demonizzazione. Ma l’incoerenza non è casuale: si tratta di una scelta precisa, che solletica un certo clima culturale – fondamentalista, anti-scientifico, apocalittico – che pervade importanti strati della società americana, e non necessariamente gli strati più umili. Da una parte si rivolge a una platea – quella dei cristiani sionisti – molto sensibile e ricettiva a una rappresentazione che rientra nella loro visione teologica del mondo; dall’altra eccita la cospicua componente islamofobica del paese. In entrambi i casi Netanyahu fa leva su contenuti emotivi che escludono l’analisi razionale.

A questo proposito, riassumo qui un articolo dello storico israeliano Ilan Pappé, dal libro “Ultima fermata Gaza”.

Pappé sostiene che i principali gruppi di pressione interni della politica americana in Medio Oriente sono due.
Il primo è l’AIPACAmerican Israel Public Affairs Commitee,  che conta su 100.000 soci (di area sia repubblicana che democratica) e su un “vasto bacino di donatori”, considerata la più influente organizzazione lobbistica per i rapporti fra Washington e Israele.

AIPAC
Il secondo è la setta millenarista dei Sionisti cristiani, per i quali la seconda e finale venuta di Cristo avverrà solo dopo che gli ebrei avranno interamente recuperato la loro patria biblica e si saranno convertiti al cristianesimo, realizzando così il pieno adempimento delle profezie apocalittiche. La dottrina sarebbe riconducibile all’irlandese John Darby e allo scozzese Edward Irving, entrambi del XIX secolo, ma è negli Stati Uniti che è andata radicalizzandosi.

Fino alla fine della prima guerra mondiale, negli Stati Uniti la posizione pro-sionista dei millenaristi era controbilanciata da una visione arabista che avversava l’idea del ritorno degli ebrei in patria. Mentre il predicatore Blackstone  chiedeva venisse riconosciuta “la condizione degli israeliti e la rivendicazione della Palestina come loro antica patria”, l’ambasciatore americano a Gerusalemme Merril sosteneva che il sionismo non era un fenomeno religioso ma un progetto colonialista.

Con il passare del tempo, i millenaristi prevalsero. Il favore verso il sionismo venne rafforzato dalle crescenti frizioni fra istituzioni religiose islamiche e missionari, che avevano sperato in un’emancipazione dei paesi arabi condotta dal cristianesimo americano e non dall’Islam.
I missionari orientalisti si erano dimostrati del tutto incapaci di comprendere le realtà con cui si confrontavano: “interpretando la storia secondo l’avanzata del Cristianesimo, essi hanno fornito un quadro inadeguato, distorto e talvolta persino grottesco dei musulmani e dell’Islam” (Edward Earle, 1929). In Palestina, poi, furono sconvolti dal divario fra ciò che le scritture li avevano indotti a immaginare e la realtà che avevano incontrato: gli abitanti di quella terra vennero percepiti non come un popolo dotato di diritti, ma come un accidente storico. Una visione che coincideva con quella adottata dal sionismo, a cui finirono col dare il loro sostegno, avviando un processo che portò alla solida alleanza destinata nel tempo a condizionare tutta la politica americana del Medio Oriente.

La creazione dello Stato di Israele nel 1948 fu per i cristiani messianici la prova provata che i disegni apocalittici divini  stavano per avverarsi. Superata una prima fase di diffidenza per le implicazioni antisemite della dottrina (date le alternative che essa prevede per gli ebrei: convertirsi o bruciare all’inferno), il governo israeliano decise di cogliere l’opportunità di un’alleanza comunque preziosa, e nel 1980 autorizzò l’apertura di un’ambasciata cristiana internazionale a Gerusalemme. Da allora sionisti cristiani si affollano in pellegrinaggio ogni anno davanti alle rovine di  Tel Megiddo, il sito archeologico dove si crede che la battaglia finale – l’Armageddon –  avrà luogo, per celebrarne l’imminenza ed esprimere l’appoggio incondizionato a un Israele bellicoso per legge divina, che deve portare avanti la politica di espansione nei territori occupati per recuperare l’indispensabile integrità territoriale: “Ciò che vuole Israele lo vuole Dio” (Cfr “Addio Terra ultimo pianeta“, Hal Lindsey, Battista 1974).megiddo1
Non stupisce che le loro delegazioni siano ogni volta  ricevute dal Governo israeliano con tutti gli onori.
Con il diffondersi del mezzo televisivo, inoltre, si sono moltiplicati i canali che predicano la dottrina millenarista attraverso messaggi iper-semplificati del tipo “Chi si mette contro Israele si mette contro Dio”, annunciati da pastori spesso sgargianti, talvolta esagitati, sempre popolarissimi.

Oggi si stima che la setta millenarista può contare su circa quaranta milioni di adepti, con abbastanza denaro da permettersi di finanziare l’insediamento di uno di loro, George W. Bush, alla Casa Bianca e piazzare propri membri in tutte le commissioni importanti di Washington.

Il che porta a concludere mestamente che se nel grande gioco medio-orientale la razionalità degli altri attori è di pari livello (e più o meno siamo lì), le probabilità che un Armageddon  prima o poi scoppi davvero sono più elevate di quanto non vorremmo.
Solo che non sarà quello che i millenaristi si aspettano.
apocalisse

Per approfondire:
– Chomsky/Pappé: Ultima fermata Gaza (Ponte alle Grazie, 2010) – Cap II
– Netanyahu invokes biblical Armageddon in US Congress

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Grecia: gli ottimisti della volontà, i pessimisti della ragione

Grecia Ottimismo pessimismo 3

In molti, anche fra gli scettici, hanno seguito con grande simpatia e aspettazione la battaglia greca al tavolo eurocomunitario. Non sono sicuro che tutti fossero pienamente consapevoli del fatto che per la prima volta veniva esplicitamente posto il tema della democrazia,  ma in generale credo che tutti avessero la consapevolezza che a quel tavolo ciò di cui si discuteva trascendeva la mera situazione economica e finanziaria di uno Stato membro.

L’accordo che ne è seguito è stata oggetto di valutazioni divergenti, che variano dalla soddisfazione moderata alla profonda delusione.

Alcuni, come Jacques Sapir, lo considerano un “successo limitato”, che ha procurato al governo greco quattro mesi di tempo di cui profittare per prepararsi (a un’uscita dall’Euro nel modo più ordinato possibile, o a una diversa strategia negoziale).
Frances Coppola vede in questo tempo guadagnato l’opportunità per la Grecia di recuperare credibilità: “Perciò [nonostante non abbia ottenuto sostanzialmente nulla di quanto chiedeva]  la Grecia ha conseguito qualcosa di molto più importante, l’opportunità di provare che è degna di fiducia. Non saprei sottolineare abbastanza quanto ciò sia fondamentale […]  Coincide con la richiesta di Syriza  ricostruire la dignità del popolo greco, perché i popoli che non godono di fiducia non hanno dignità”.
Sapir e Coppola appartengono al gruppo degli ottimisti della volontà.

Altri, i pessimisti della ragione, vi leggono una grave sconfitta. Manolis Glezos, l’icona della resistenza greca al nazismo, è stato ferocemente critico: “L’accordo all’Eurogruppo è una vergogna. Avevamo fatto delle promesse e non le abbiamo mantenute. Chiedo scusa al popolo greco. Dobbiamo reagire e subito. E tra la libertà e l’oppressione, io scelgo la libertà”. Panagiotis Lafazanis, ministro allo sviluppo economico e leader della Piattaforma di sinistra, l’ala più radicale di Syriza, ha detto che “le linee rosse tracciate prima delle trattative non possono essere superate…”. Per Martin Armstrong “la Grecia ha firmato la sua condanna a morte”.

Stathis Kouvelakis, professore di teoria politica al King’s College di Londra e membro del Comitato centrale di Syriza, si iscrive al gruppo dei pessimisti e spiega le ragioni per cui l’accordo dev’essere letto come una sconfitta, sostenendo che una rappresentazioni edulcorata o capovolta del risultato tende solo a legittimare retrospettivamente le decisioni, e preparare il terreno a ulteriori e irreparabili sconfitte, dal momento che diluisce i criteri per distinguere la resa dal successo.

Grecia Ottimismo pessimismo 1

La sostanza dell’accordo del 20 febbraio sembra dargli ragione.

Il governo greco si era presentato al negoziato con una serie di rivendicazioni per le quali aveva ricevuto l’investitura popolare: ricusazione del memorandum; sei mesi di transizione senza misure di austerità, con un programma-ponte che assicurasse la liquidità necessaria per le misure sociali promesse; il riconoscimento che il debito non è sostenibile; la necessità di una nuova tavola rotonda sul debito.

L’accordo finale non contempla nulla di tutto questo. Al contrario stabilisce una serie di vincoli che impediscono al governo Tsipras di assumere qualunque misura in contrasto con le linee del memorandum. La Grecia riceverà la quota di finanziamento che aveva inizialmente rifiutato,  alle condizioni che gli accordi dei precedenti governi avevano stabilito. E benché il termine “Troika” sia stato sostituito da “Istituzioni”, il testo ribadisce che questo organismo di supervisione sarà composto da funzionari del FMI, della BCE e del Consiglio Europeo.
Quanto al debito, “le autorità greche si impegnano inequivocabilmente a onorare i loro obblighi verso i creditori, in modo pieno e puntuale”: vale a dire che ogni velleità di ridiscutere il debito, ristrutturalo o eliminarlo è stata accantonata. Il rimborso del debito rimane nei termini concordati con il precedente governo di Samaras, e include gli impegni dell’avanzo primario al 4,5% per il 2016, le privatizzazioni accelerate e l’istituzione di un fondo speciale a servizio del debito, dove far confluire tutte le entrate da privatizzazioni, gli avanzi primari, nonché il 30% di ogni eventuale quota di avanzo primario eccedente il 4,5%.
In pratica: nulla da destinare a favore della crescita o dell’emergenza sociale.

Secondo Kouvelakis (e trovo tristemente difficile eccepire) è stato dato un chiaro segnale a chiunque pensi che una legittimazione elettorale sia di per sé titolo sufficiente per cambiare le politiche economiche del proprio paese: gli unici ad averne diritto sono i tedeschi. Nelle parole del Presidente della Commissione europea, Claude Junker: “Non ci possono essere scelte democratiche che vadano contro i trattati”.

Per tornare agli ottimisti della volontà, cito un brano della bella lettera che il professor Riccardo Bellofiore ha ricevuto da un suo amico greco e pubblicato sulla sua bacheca facebook il 27/2:

“[…] Il governo di Syriza ha annunciato una serie di importanti misure che permetteranno alla gente di pagare le proprie pendenze fiscali e i propri debiti con le banche senza la costante minaccia del pignoramento. Queste misure sono state modulate compatibilmente con l’accordo di proroga firmato con i nostri creditori. […]Per quanto riguarda la percezione della gente comune, trovo sorprendente (e commovente!) la pazienza e la comprensione del greco medio. Benché siano grandi le speranze e le aspettative, la gente capisce che il governo sta conducendo una dura battaglia e lo appoggia. È ancora presto essere euforici o depressi circa i risultati dell’accordo raggiunto tra Grecia ed Eurozona. Non dovremo aspettare molto (credo non oltre la fine dell’anno) per capire in che misura il governo di Syriza riuscirà a realizzare del suo programma . Quel che è sicuro è che nel muro dell’austerità si è prodotta una grande crepa”.

Grecia Ottimismo pessimismo 2

Il tentativo di Syriza è stato abbastanza generoso da guadagnarsi le simpatie della gente, ma troppo velleitario per non ispirare scetticismo da parte di molti.
I presupposti negoziali da cui erano partiti sono:
a) Un debito la cui soluzione poteva seguire il modello dell’accordo di Londra del 1953 sul debito tedesco (nonostante l’evidente differenza storica ed economica fra i due contesti);
b) La convinzione che nuove e antitetiche politiche economiche (il programma di Salonicco, la cui attuazione doveva essere finanziata per metà da fondi comunitari) potessero essere adottate a prescindere dagli esiti del negoziato sul debito, senza scatenare nessuna concreta reazione da parte delle istituzioni europee.
c) La presunzione di poter contare su alleati di peso.
Tutto questo apparentemente senza un piano B, cioè senza alcuna contromisura prevista nel caso si fossero trovati davanti a un rifiuto. Ribadito a più riprese  che l’uscita dall’euro non era in discussione (Varoufakis sostiene che l’euro è stato un errore madornale, ma che una volta dentro uscire sarebbe un disastro), la Grecia si privava di quel poco di potere negoziale di cui poteva disporre. E che questa fosse l’unica arma a sua disposizione lo dimostra il fatto che subito dopo le elezioni la Germania aveva messo le mani avanti, dichiarando che questa volta, rispetto al 2010, l’eventuale uscita della Grecia non avrebbe avuto alcun effetto sistemico.

Al momento duole costatare che ognuna di queste presunzioni è si è rivelata vana.

Il debito è rimasto (e non perché qualcuno in Europa crede davvero che possa essere mai ripagato, ma perché è una formidabile arma di ricatto politico, troppo efficace perché il creditore vi possa rinunciare facilmente).
Il programma di Salonicco archiviato, almeno in gran parte e non si sa per quanto tempo.
Quanto agli alleati, già Paul Mason scriveva il 17 febbraio, che il negoziato vedeva fra i più intransigenti proprio i paesi periferici, per i quali un successo greco avrebbe comportato la sgradevole necessità di dover spiegare ai propri elettori la loro arrendevolezza verso le politiche di austerità. La palese soddisfazione con cui molti politici nostrani hanno salutato l’accordo, commentando che Tsipras e Varoufakis alla fine avevano dovuto “fare i conti con la realtà”, è molto eloquente.

La situazione ora appare piuttosto critica, ma chissà: potremmo scoprire che Tsipras e Varoufakis dopotutto un piano B ce l’avevano… Per una volta vorrei anch’io iscrivermi al gruppo degli ottimisti della volontà e augurarmi sinceramente che sia così. (Intanto la notizia che per 300.000 famiglie povere vengono assicurati cibo ed elettricità testimonia se non altro che, pur legati a vincoli di bilancio, la distribuzione delle risorse segue criteri di priorità inediti; e le dichiarazioni del Ministro dell’energia dimostrano che la partita delle privatizzazioni non è del tutto giocata).

Comunque vadano le cose, credo che da questa vicenda almeno un ritorno positivo ce lo dovremmo aspettare:
Nel caso Syriza riuscisse a imporre il suo programma, gli “euroscettici radicali” dovranno ammettere che in Europa esiste lo spazio democratico per una riforma europea in senso progressista;
Nel caso sia la linea dura della Germania a prevalere, saranno gli “eurocritici riformisti” a dover ammettere che questi spazi non esistono.
Ognuno poi trarrà le proprie conclusioni, ma in ogni modo si sarà fatta chiarezza, e la chiarezza non è un valore trascurabile, di questi tempi.

Per cominciare, l’isolamento in cui è stata lasciata Grecia durante i negoziati ha già dimostrato che l’asserita volontà degli attuali leader di far “cambiare verso” alle politiche comunitarie è pura fuffa, una millanteria che ha finalità unicamente sedative.

È  stato facile profeta C. J. Polychroniou della Levy Institute quando diceva, il 9 febbraio:
“Sia l’Italia che la Francia apparentemente spingono per politiche di crescita, ma il loro impegno reale è per la stabilità dell’Eurozona, il che significa che se il gioco dovesse farsi duro non si schiereranno contro la Germania. Syriza deve rendersi conto che i socialdemocratici europei sono peggio della loro controparte neoliberista. In passato, essi hanno usato i temi sociali per essere eletti, ma solo per rafforzare il neoliberismo e calpestare i diritti dei lavoratori.
Il loro inequivocabile appoggio al salvataggio delle banche, la liberalizzazione del lavoro e le riforme pseudo-progressiste dell’impiego rivelano chiaramente che cosa rappresenta la socialdemocrazia europea nell’era del capitalismo predatorio: un cavallo di Troia per la piena assimilazione delle società contemporanee al sistema neoliberista.”

Per approfondire:
http://russeurope.hypotheses.org/3482
http://coppolacomment.blogspot.it/search/label/Greece
https://www.jacobinmag.com/2015/02/syriza-greece-eurogroup-kouvelakis/
http://www.truth-out.org/opinion/item/29002-syriza-s-ultimate-hope-is-for-an-honorable-compromise-with-greece-s-lenders

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Democrazia e dintorni.

Dal libro di Jan-Werner Müller, L’enigma della Democrazia (Einaudi 2012), alcuni passaggi del capitolo 4 (Il Pensiero della Ricostruzione ).
Enfasi mie.

§

“Dal momento in cui lo standard assiologico generale viene accettato dalla comunità, le funzioni dello Stato diventano così tecniche che la pratica politica sembra una sorta di statistica applicata“. (Herbert Tingsten, 1955).

[…] Il consenso era giustificato dall’assoluta importanza della stabilità e quest’ultima trovava a sua volta la propria giustificazione nella necessità di sicurezza.

Nel 1966 Karl Loewenstein asseriva in conclusione che il compito di controllare l’apparato burocratico , assegnato da Weber al Parlamento, era ora svolto efficacemente dalle Corti, mentre il “parlamentarismo, che nell’Ottocento era sembrato la summa di ogni saggezza politica, viene ora a subire […] una sostanziale svalutazione”.

Le Corti costituzionali […] dovevano essere indipendenti dai parlamenti e fondate sul giusnaturalismo e altri sistemi di valori assoluti (cosa che contraddiceva direttamente uno dei maggiori postulati filosofici di Hans Kelsen, cioè che la democrazia comporta una forma di relativismo assiologico).

L’integrazione europea era parte integrante del nuovo “ethos costituzionalista“, caratterizzato da un’innata sfiducia nella sovranità popolare […].
I paesi membri della Comunità europea affidavano consapevolmente il potere a istituzioni che non erano nate da elezioni interne e a organismi sovranazionali, al solo fine di mettere al sicuro l’assetto liberal-democratico e scongiurare ogni rigurgito di autoritarismo.

Due decisioni fondamentali della Corte di giustizia europea rafforzarono questo “senso” dell’Europa, assumendo il carattere di ulteriori limiti alla democrazia elettiva.
Queste due pietre miliari, poste nel 1963 e nel 1964, stabilivano che le leggi della Comunità europea godevano della supremazia su quelle nazionali e avevano un effetto diretto sugli Stati membri, intendendo con questo che i singoli cittadini potevano appellarsi nei tribunali nazionali alla legislazione della comunità europea, che veniva così applicata nei confronti degli Stati membri.

La Corte di giustizia europea, molto sicura di sé, annunciò che “aderendo a una comunità di durata illimitata […]  gli Stati membri hanno ristretto i loro diritti sovrani, seppure in ambiti ben definiti, creando così un corpo legislativo vincolante per i singoli paesi quanto per i loro cittadini”.

Nel 1969 i giudici aggiunsero inoltre che i diritti umani fondamentali erano di fatto “inclusi nei principi generali della legge comunitaria e protetti dalla corte europea di giustizia” benché i trattati originari neppure menzionassero tali diritti. La scoperta, o piuttosto l’invenzione dei diritti umani era stata alimentata dal timore che le Corti costituzionali della Germania dell’Italia potessero opporsi alla legislazione europea in nome dei diritti fondamentali espressi nelle rispettive costituzioni nazionali.

[…] La Corte di giustizia europea era riuscita a conquistarsi una posizione di straordinario potere giuridico (riconosciuto e accettato perlopiù sia dai tribunali sia dai governi nazionali).

[…] Fatta eccezione per la Gran Bretagna, l’idea di una supremazia parlamentare praticamente illimitata cessava di considerarsi legittima. L’indebolimento dei parlamenti ebbe come rovescio della medaglia il rafforzamento del potere esecutivo.
Le motivazioni della democrazia risiedevano non tanto nel fatto che le opinioni dei cittadini fossero efficacemente rappresentate in Parlamento quanto nella garanzia di un cambio regolare delle elite al governo attraverso le consultazioni elettorali.

Era praticamente il concetto di democrazia espressa da Joseph Schumpeter, il quale sosteneva che non esisteva nulla che potesse definirsi una volontà popolare coerente; egli negava inoltre che la partecipazione la vita politica rivestisse qualche importanza per la gente comune [.…]

La competizione tra i gruppi dirigenti per accaparrarsi i voti era una buona cosa, il resto dell’ideologia democratica era pura illusione, come pure la speranza di Weber di veder in una politica che costituisse una sfera indipendente dall’economia e fosse in grado di creare un senso collettivo. Secondo il laburista Tony Crosland: “l’esperienza dimostra che soltanto un’esigua minoranza della popolazione desidera partecipare alla politica… mentre la maggioranza… preferirà sempre condurre una quiete vita familiare e coltivare il proprio giardino”.

La politica pertanto non era considerata una particolare fonte di significato, anzi non lo era considerata affatto. […] “Mancava un senso della sfera pubblica come luogo di libertà collettiva” (Hannah Arendt).

I liberali europei ponevano l’accento sulla libertà negativa, ovvero l’assenza di interferenze nella vita del singolo. Era questo l’unico genere di libertà che presumibilmente non avrebbe generato l’incubo del totalitarismo […]. Questa apparente autolimitazione finiva per dare vita a una forma ridotta di democrazia. Agli occhi di osservatori come la Arendt un simile liberalismo restrittivo rafforzava in realtà l’isolamento “dell’uomo della massa”, rendendo più probabile il risultato perverso di un ritorno al totalitarismo.

§

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USA: il fascino discreto dei neocons

Robert Parry è un giornalista investigativo americano, fondatore del Consortium for Independent Journalism. In un lungo articolo dello scorso 30 gennaio analizza la costruzione del consenso nell’opinione pubblica americana su temi di politica estera.

Il meccanismo propagandistico che viene utilizzato ad ogni crisi, fin dai tempi delle ingerenze statunitensi in America Latina, è stato “scoperto”  – sostiene Parry –  dai conservatori, e consiste nello stabilire un’equivalenza fra personale e  politico. La demonizzazione del leader di turno ha il doppio vantaggio di evitare l’analisi di una situazione nella sua complessità, e stabilire da subito il preciso confine tra buoni e cattivi secondo lo schema vetero-hollywoodiano ancora vivo nell’immaginario del pubblico americano. Chi dissente viene accusato di essere  pro-Cattivo-di-turno, a cui viene assimilato: in pratica un banale argumentum ad hominem, grossolano ma sempre efficace.

Si crea così un gruppo di pensiero ufficiale che aggrega gli allineati ed emargina chiunque esprima dissenso, e si stabilisce un clima di maccartismo, dove lo spirito patriottico di ognuno è misurato dal grado di adesione, o sottomissione, al racconto ufficiale. In questo situazione succede che la maggior parte di coloro che hanno la possibilità di influenzare l’opinione pubblica preferisce o adeguarsi o tacere, per evitare di mettere a rischio  l’impiego o le possibilità di carriera.

L’invasione irachena fu perpetrata con un vasto consenso popolare grazie a questo meccanismo. Le panzane sulle armi di distruzione di massa, la dottrina della guerra preventiva che sovvertiva il diritto internazionale, le infondate accuse di connivenza del regime con i terroristi di al-Quaeda: tutto questo poté passare perché gli scettici evitarono di esprimersi. Saddam Hussein era il dittatore sanguinario del momento, il malvagio della rappresentazione, e questo era sufficiente a conferire agli USA – i buoni per antonomasia – il diritto di farlo fuori, quali che fossero i pretesti addotti.
Il conformismo intellettuale continuò ad avere il sopravvento anche quando l’avventura irachena si dimostrò essere il fallimento che una più oggettiva analisi avrebbe lasciato facilmente prevedere. Benché le conseguenze di quel disastro siano drammaticamente avvertite ancora oggi, il sistema politico-mediatico americano ha evitato accuratamente ogni  serio sforzo di autocritica e responsabilizzazione. Nessuno fra gli appartenenti al “gruppo di pensiero” dell’Iraq fu punito, anzi continuano a essere considerati fra i più autorevoli esperti di politica estera, e  le loro analisi ponderose continuano ad apparire sulle pagine più influenti del giornalismo americano.Bush
Lo stesso presidente George W. Bush, le cui menzogne  deliberate avevano comportato  un’enorme tributo in termini di vite umane – migliaia quelle della coalizione, centinaia di migliaia quelle irachene, poté ripresentarsi alle elezioni e vincerle una seconda volta.

Dall’inizio della crisi ucraina, autunno 2013, questa schema è stato puntualmente riproposto. Si è scelto di nuovo di trascurare il contesto generale, la situazione storico-politica, per passare direttamente alla demonizzazione degli avversari, in modo che i fatti passassero in second’ordine.
E i fatti sono: un sostanziale colpo di stato ha abbattuto un governo democraticamente eletto, con l’appoggio di Stati Uniti ed Europa; l’impegno americano nei confronti della Russia di non allargare la NATO ai paesi ex blocco sovietico non è mai stato onorato.

NATO - Espansione Est

La demonizzazione dell’avversario, dice Parry,  passa per la descrizione “di un Yanukovic corrotto che si poteva permettere una costosissima sauna nel suo palazzo, e di un Putin autocrate che cavalca a torso nudo e non riconosce i diritti delle minoranze omosessuali; per cui se hai delle riserve sulla legittimità del nuovo governo ucraino in qualche modo, oltreché omofobo,  sei a favore delle saune costose e delle cavalcate a torso nudo”.

Secondo Parry, il metodo viene applicato sistematicamente da quando i neocons, dall’amministrazione Reagan in poi, si sono insediati nell’apparato di governo, dove influenzano tutte le decisioni di politica estera, oltre a buona parte delle decisioni di politica interna, qualunque sia il presidente in carica.

È la stessa tesi di Rodrigue Tremblay, di cui ho già tradotto un articolo su Clinton.
Anche per lui l’apparato di governo americano è controllato dai neocon, ed è la loro visione politica  a  condizionare l’azione del Dipartimento di stato e del Pentagono (nonché – seppure in modo più dialettico –   del Tesoro e della Banca centrale). Un’egemonia inziata sotto Reagan, quando la politica estera americana iniziò a connotarsi per “l’interventismo militare, la guerra perpetua, il rovesciamento arbitrario di governi stranieri e una gestione mondiale di tipo imperialista su ogni questione che toccasse gli interessi americani o dei loro più stretti alleati”.

Paul Wolfowitz, politico chiacchierato per uno scandaletto ai tempi della sua Presidenza alla Banca Mondiale e per aver improvvidamente indossato calzini bucati in occasione di una visita alla moschea di Edirne in Turchia,  è stato il teorico che ha sistematizzato tale politica in una dottrina coerente (!), che vede gli Stati Uniti nel ruolo di unica potenza globale. La dottrina Wolfowitz postula esplicitamente la possibilità per gli USA di conseguire i propri obiettivi di politica estera attraverso azioni unilaterali, secondo il diritto che deriverebbe loro dal fatto di essere unica potenza mondiale rimasta dopo la caduta dell’URSS. Da qui la necessità di continuare a investire negli armamenti, benché la caduta dell’impero sovietico e le prospettive di pace facessero sperare al contribuente americano in una minore pressione fiscale.
In un suo saggio del 2000, “Ricostruire le difese dell’America”, Wolfowitz ribadiva la necessità per l’America di tornare ad armarsi a supporto di una politica estera più aggressiva.
Particolare inquietante: affinché si creasse il necessario consenso dell’opinione pubblica intorno a questo progetto, scriveva, sarebbe stata auspicabile una “nuova Pearl Harbour”. L’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001, casualmente, fu la “nuova Pearl Harbour” che riuscì a coagulare quel consenso.

 Sia Tremblay che Parry sembrano convinti che la politica estera americana è neo-conservatrice perché i neocons controllano il governo americano. Il mio dubbio è che abbiano invertito i fattori: sarebbe forse più corretto dire che i neocons controllano il governo perché la politica estera americana è neo-conservatrice chiunque governi, repubblicani o liberali. Mi pare innegabile che le amministrazioni che si sono succedute da Reagan a Obama, sotto questo aspetto, sono difficilmente distinguibili fra loro. Probabilmente le uniche differenze riscontrabili fra l’attuale amministrazione Obama e quella precedente di Bush jr sono di ordine retorico: a dispetto delle dichiarazioni del debutto, che gli sono valse il primo “premio Nobel alle intenzioni” della storia, Obama ha mantenuto ed esteso la linea del predecessore.Bushbama

Nel suo discorso a West Point del 28/5/2014 gli sentiamo affermare: “Gli Stati Uniti useranno la forza militareunilateralmente se necessario, se i nostri interessi supremi lo domandassero. L’opinione pubblica internazionale è importante, ma l’America non domanderà mai il permesso […] Credo nell’eccezionalismo americano con tutte le fibre del mio essere”.

L’espressione american exceptionalism, non è una mera formula retorica, ma il riferimento a una precisa ideologia che ha radici antiche e che attribuisce agli Stati Uniti lo status di nazione qualitativamente superiore alle altre, grazie all’insieme di caratteristiche storiche, politiche, economiche e religiose che la distinguono, e per gli ideali nazionali che la animano. Nella sua forma più esasperata coincide con il jingoism, una dottrina sciovinista del XIX secolo, che pone la nazione americana come identità culturale prioritaria e postula un’aggressiva politica estera.

In nome dell’american exceptionalism i Presidenti americani non esitano a mentire quando lo ritengono necessario, perché l’eccezionalismo è per definizione assolutorio. Ha mentito Bush jr; non esita a mentire Obama. Lo ha fatto almeno in due occasioni davanti all’assemblea delle Nazioni Unite.

La prima volta accusando Bashar al-Assad di essere lui il responsabile dell’attacco con armi chimiche che nell’agosto del 2013 causò la morte di diverse centinaia di civili nei sobborghi di Damasco. Benché non potesse non conoscere i forti sospetti espressi dai suoi servizi che dietro l’uso del Sarin ci fossero i ribelli, Obama dichiarò che “è un insulto alla ragione umana e alla legittimità di questa assemblea ipotizzare che siano stati altri e non il regime siriano a condurre questo attacco“.

La seconda volta un anno dopo, a proposito della crisi Ucraina: “Le recenti azioni russe in Ucraina mettono a repentaglio l’ordine stabilito. I fatti sono questi. A seguito delle mobilitazioni di protesta del popolo ucraino che chiedeva riforme, il loro corrotto presidente è fuggito. Contro la volontà del governo di Kiev, la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa. La Russia ha riversato armi nell’Ucraina orientale appoggiando le violenze separatiste e un conflitto che ha ucciso migliaia di persone“.

Una rappresentazione dei fatti quantomeno incompleta, considerata la complessa realtà che intendeva descrivere .
Anche qui Obama non poteva non sapere dei dubbi che le manifestazioni fossero eterodirette da infiltrati neo-nazisti, o di gravi provocazioni come gli episodi di cecchinaggio di cui chiacchierano la Ashley e Paet in una famosa telefonata inopinatamente registrata, che anche lui deve avere ascoltato; o dei 5 miliardi di dollari investiti dal suo Governo “a supporto delle aspirazioni Europee del popolo ucraino”, secondo ammissione del Vice-segretario di stato, Victoria Nuland (quella del “fuck EU” – ‘fanculo l’Unione Europea); o che il corrotto Yanukovitch era stato un apprezzato interlocutore finché le trattative per l’ingresso dell’Ucraina nella UE erano rimaste in piedi. Obama non poteva non ricordare che il giorno dopo il raggiunto accordo fra Yanukovitch e i rappresentanti delle opposizioni per la formazione di un governo di coalizione, elezioni presidenziali anticipate e riforme costituzionali, le milizie neo-naziste avevano attaccato il palazzo presidenziale e costretto Yanukovitch alla fuga. Non poteva non sapere della strage di Odessa, il maggio precedente; o che la Crimea era stata annessa alla Federazione Russa dopo un referendum – la cui legittimità, per quanto opinabile, era almeno pari a quella dell’insediamento del governo provvisorio in Kiev dopo la forzata fuga del presidente eletto. E via dicendo…

 Obama Droni umanitari

Ma l’eccezionalismo americano ammette queste e altre distrazioni.

Riferimenti:
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Di Nazioni, di Banche Centrali e di Ministri

 Bandiera greca

 Un mini-glossario prima di incominciare:

C – come Collaterale
È il titolo che viene offerto a garanzia di un prestito. Per rifinanziare le banche dell’eurozona la BCE accetta in garanzia titoli di Stati aventi una valutazione sopra la tripla B. Sotto tale soglia i titoli sono considerati a rischio, ma possono essere accettati se esiste una deroga ufficiale (waiver). La deroga viene deliberata solo (?) se lo Stato a basso rating ha accettato il programma di risanamento stabilito dalla Troika (Commissione Europea, BCE e FMI).

E – come ELA (Emergency Liquidity Assistance)
Si tratta di un meccanismo di emergenza per l’erogazione di liquidità alle banche in difficoltà. È usato dalle Banche centrali nazionali dell’Eurozona, previa autorizzazione della Banca centrale europea. L’autorizzazione ha durata quindicinale rinnovabile. Rispetto alle normali operazioni di rifinanziamento contro collaterali, l’ELA comporta maggiori oneri finanziari (attualmente: 0,05% nel primo caso, 1,55% nel secondo).

 §

 Il 4 gennaio Draghi ha annunciato la sospensione della possibilità per le banche elleniche di accedere ai prestiti BCE dietro garanzia dei titoli di Stato, abolendo così la deroga concessa dal 2010, che consentiva alla Banca centrale di accettare i titoli greci nonostante non soddisfacessero i requisiti necessari. Si tratta di una decisione che era già stata anticipata giorni prima da Vítor Constâncio, vice-presidente BCE, quando aveva affermato che la deroga per una nazione con rating inferiore a quello richiesto può essere concessa purché quel paese sia sotto programma non c’è da meravigliarsi, aveva aggiunto,  se in mancanza di questo requisito la deroga viene meno.

La decisione avrà effetto dal prossimo 11 febbraio, data alla quale si riuniranno i ministri economici dell’Eurogruppo. Le banche greche potranno continuare a ricorrere al meccanismo di emergenza ELA, la cui validità quindicinale è in scadenza il prossimo 18 febbraio.

Secondo tutti i commenti per il momento la mossa della BCE dovrebbe avere più un significato politico che conseguenze finanziarie (anche se non va sottovalutata la componente emotiva che  potrebbero accelerare la fuga di capitali già in atto, o scatenare prima o poi una corsa agli sportelli difficilmente controllabile).
L’’ELA rimane provvisoriamente disponibile e subentrerà al posto del normale sistema di rifinanziamento, senza pregiudicare nell’immediato la fornitura di liquidità alle banche greche.
La decisione è tecnicamente legittima – stante la manifesta intenzione del governo greco di non voler più sottostare al memorandum della Troika. Rientra perfettamente nell’ambito delle discrezionalità della Banca centrale, come è discrezionale l’autorizzazione al rinnovo dell’ELA. Tuttavia è proprio questa discrezionalità – dal momento che non esiste una regola stabilita – che conferisce alla decisione una forte valenza politica. Il messaggio implicito è che il taglio di liquidità alla Grecia può avvenire in qualunque momento: un argomento che a suo tempo si era dimostrato determinante nel convincere gli irlandesi ad accettare i piani di austerità imposti dalla Troika per il salvataggio delle loro banche con l’accollo dei costi al debito pubblico.

Ma se i commentatori sono sostanzialmente unanimi nel considerarla più una mossa politica che finanziaria, divergono poi nell’interpretazione.  Alcuni vi leggono  la volontà di intimidire il governo di Atene e ricondurlo all’obbedienza; altri un tentativo di mettere sotto pressione  tutte le parti in causa, affinché trovino rapidamente un punto di accordo. Altri ancora ipotizzano si tratti di un segnale d’allarme per mettere la Germania di fronte alle proprie responsabilità.

Molti, come Frances Coppola e Jacques Sapir, la giudicano una mossa precipitosa, forse addirittura fuori mandato. Precipitosa perché avvenuta immediatamente dopo il colloquio tra Draghi e Varoufakis, e immediatamente prima dell’incontro fra il ministro greco e quello tedesco, secondo una tempistica singolarmente accelerata per gli standard di Francoforte; fuori mandato perché la BCE ha agito come se i negoziati fossero già conclusi, con il chiaro obiettivo di influenzarli.

L’annuncio della BCE ha oggettivamente indebolito la Grecia, ma ciò non ha impedito a Yanis Varoufakis di affrontare con lo stesso piglio determinato che lo caratterizza i colloqui del giorno successivo con il collega tedesco Schäuble.
Lo testimonia il video della conferenza stampa, interessante da seguire, non foss’altro che per la domanda posta da un  giornalista greco, il quale  – forse positivamente influenzato dallo stile diretto del suo connazionale – al minuto 41 si rivolge a Schäuble in questi termini:

“Signor Schäuble, lei parla spesso della corruzione in Grecia. Si dà il caso che dietro il 90% dei casi di corruzione ci sono aziende tedesche. Cos’ha da dire in proposito?”
Mitico.

Nella sua dichiarazione introduttiva alla conferenza stampa , Varoufakis ha rivendicato la corresponsabilità dell’Europa nella vicenda greca. Quando scoppiò la crisi nel 2010, quella che era una situazione di insolvenza venne affrontata come se si trattasse di una crisi di liquidità, e con ciò si perse l’occasione di affrontare il nocciolo del problema: “il più grande prestito della storia venne concesso alla più insolvente delle nazioni europee“, e venduto all’opinione pubblica europea con la “foglia di fico” delle riforme strutturali. “Questo non poteva finire bene. Questa è la ragione per cui noi oggi siamo qui. Questa è la ragione per cui gli elettori greci hanno spazzato via i partiti dominanti e hanno eletto noi”.
Varoufakis ha continuato dicendo che dal suo governo l’Europa può aspettarsi la massima ragionevolezza e proposte che in ogni caso saranno finalizzate a promuovere non gli interessi dei greci ma dell’Europa tutta. L’impegno è quello della chiarezza, senza “stratagemmi tattici o sotterfugi”. Ciò che il governo greco chiede in questo momento è il tempo necessario per approntare una proposta complessiva sia per il breve periodo che per il medio e lungo termine.Varoufakis
“L’Europa è a un incrocio”, ha detto. Deve trovare un equilibrio fra le esigenze di continuità e rispetto degli accordi e la necessità di regole più evolute. Il rispetto degli accordi, dei trattati e delle procedure non deve “schiacciare il fragile fiore della democrazia” con martellate verbali del tipo “Le elezioni non cambiano nulla” (qui il polemico riferimento alle dichiarazioni del collega Schäuble all’indomani del voto greco).
“Come Ministro delle finanze di un governo che affronta fin dal primo giorno l’emergenza di una feroce crisi deflazionaria, sento che la Nazione tedesca può comprenderci meglio di chiunque in Europa. Nessuno meglio del popolo di questa terra può sapere come un’economia drammaticamente depressa, l’umiliazione nazionale e la disperazione senza fine possono covare dentro la società  l’uovo del serpente. Al mio ritorno stasera, entrerò in un Parlamento dove la terza più grande forza politica non è un partito neo-nazista: è un Partito nazista […] Una delle più crudeli ironie della storia è che il Nazismo sta risorgendo proprio in Grecia, il paese che più strenuamente lo ha combattuto”.

Varoufakis esprime da sempre forti critiche all’eurosistema, ma coerentemente con il partito che lo ha eletto a Ministro, da sempre è fra quelli che credono nella sua “riformabilità”. Anche recentemente ha dichiarato di considerare l’euro un errore grave  ma irreversibile, perché una volta dentro sarebbe catastrofico uscirne.
Dal mio punto di vista questo è profondamente sbagliato.
La moneta unica è tutt’altro che un mezzo neutrale; si tratta dello strumento coercitivo attraverso cui il sistema perpetua se stesso e la sua ideologia mercatista e mercantilista, giustifica le sue strutture, teorizza le sue logiche antisociali e autoritarie che ne sono corollario. Perseguire la riforma del sistema senza prenderne atto è come cercare di rendere inoffensivo un energumeno senza tener conto della pistola che ti punta contro.
E tuttavia oggi è la Grecia sola, seppure partendo da presupposti riformisti,  a porre il problema comunitario in tutta la sua drammaticità e con apparente determinazione. Tanto mi basta per appoggiare il tentativo. Che tra l’altro potrebbe avere esiti inaspettati per il ben noto principio dell’eterogenesi dei fini.

 Se sul fronte tedesco la prima prevedibile risposta è stata di assoluta rigidità (“Siamo d’accordo sul fatto che non siamo d’accordo su nulla”, ha detto Schäuble),  dispiace che per quanto riguarda i governi periferici le reazioni siano altrettanto fredde. Al di là delle amenità per cui “a noi devono 40 miliardi, se non li pagano saremo noi a rimetterceli”, la battaglia greca riguarda tutti i popoli europei; ma è evidente ormai da tempo che per le élite comunitarie gli interessi dei cittadini sono solo una variabile dipendente (da se e quanto gli interessi dei cittadini  possono coincidere con gli interessi dei potentati finanziari). Non deve stupire allora se i governanti nazionali, con il loro fardello di pulsioni collaborazioniste e le loro sindromi di Stoccolma, mantengano una prudente distanza.

renzi-linguaMatteo Renzi, che quello stesso pomeriggio aveva incontrato Alexis Tsipras, (con dono di cravatta e dichiarazione che nelle elezioni greche si doveva leggere “il messaggio di speranza di una generazione che chiede più attenzione e riguardo per chi sta subendo la crisi”), si è affrettato a far sapere che giudicava la decisione della BCE “legittima e opportuna“.
(Chissà se ha poi lanciato l’hashtag #Alexis-stai-sereno…).

Un François Hollande in pieno orgasmo ossimorico ha dichiarato che bisogna «trovare una soluzione nel rispetto del voto dei greci e delle regole europee».
HollandeAl che, per ribadire che in fatto di ossimori nemmeno lui è un dilettante, Renzi ha aggiunto di essere per  “una soluzione dentro il rispetto delle regole, ma per uscire dall’austerità“.
Non si capisce mai se certa gente ha le idee confuse di suo o vuole solo confonderle agli altri.
Mariano Rajoy, dopo un generico telegramma di congratulazioni all’indomani del voto, con l’auspicio per “la formazione di un governo stabile e impegnato nell’integrazione europea”, risulta silenzioso. È anche vero che sinora la Spagna è stata esclusa dal giro europeo di Tsipras e Varoufakis, forse per evitare il rischio di mettere in difficoltà il partito omologo di Syriza, Podemos. Rajoy è comunque appiattito sulla linea della Germania, e il portavoce del Partido Popular al Parlamento europeo, Esteban Pons, ha già detto che una qualunque ricontrattazione del debito greco è fuori discussione. Da quella parte difficilmente potrebbe venire un appoggio se non a fine anno quando, secondo le previsioni, Podemos potrebbe vincere le elezioni.

In definitiva, la Grecia è isolata.

Dopo l’annuncio della BCE, in Atene e altre città elleniche si sono tenute delle manifestazioni di appoggio al governo. Un segnale confortante.Atene manifestazione pro governoSenza il forte appoggio popolare uno stato fragile come quello greco sarebbe facilmente vittima delle manovre destabilizzanti che puntualmente arriveranno. Probabilmente oggi Syriza può contare su una base di appoggio significativamente più ampia di quanto non abbiano detto risultati elettorali, ma è un appoggio legato a un preciso programma e al sentimento di ritrovato orgoglio che Tsipras e Varoufakis esprimono molto efficacemente. Un compromesso di basso profilo verrebbe vissuto come  l’ennesimo tradimento al popolo greco, segnerebbe la loro fine politica e spianerebbe il successo dell’estrema destra.

Perché ciò non avvenga le ragioni di Syriza dovrebbe poter contare non solo sull’appoggio della popolazione greca, ma anche su un vasto consenso dell’opinione pubblica europea, perlomeno quella del sud Europa – Francia compresa.
La manifestazione di mercoledì prossimo a Milano, a cui penso partecipare, potrebbe essere un buon inizio. Auguriamocelo.

Manifestazione milano

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