Jacques Sapir, una riflessione sui Mini-bot

Sulla pagina FB dell’economista francese Jacques Sapir una sua riflessione a caldo sui Mini-bot, che trovo molto chiara. Eccone la traduzione, per chi fosse interessato all’argomento:

Riflessioni sui Mini-bot

A) Si stima che il governo italiano debba circa 50 miliardi alle imprese, le quali di converso hanno accumulato debiti fiscali e contributi sociali  in misura significativa. L’utilizzazione di Mini-bot come strumento di compensazione finanziaria avrebbe il vantaggio di alleggerire il peso delle imposte sulle imprese.

Si avrebbe il ciclo: Stato —> Impresa —> Stato

Potendo utilizzare i mini-bot emessi dallo Stato per il pagamento degli arretrati, l’impresa vedrebbe alleggerita la propria posizione finanziaria e potrebbe aumentare i propri investimenti e consumi.
Una semplice compensazione avrebbe già il vantaggio per il governo italiano di liberare una buona parte di quei 50 mld congelati e reintrodurli nell’economia.
Ma nulla assicura che l’impresa abbia dei crediti verso lo stato uguali a quanto essa deve in termini di imposte e contributi. Possono essere superiori. In questo caso l’impresa riceverebbe più mini-bot di quanti potrebbe utilizzare. Essa può dunque rifiutare l’eccedenza, a meno che essa li possa trasferire in pagamento di beni e servizi ad altre imprese che possano a loro volta utilizzarli per il pagamento delle loro imposte.
Di fatto, si vede che il sistema dei mini-bot è davvero efficiente se diventa possibile la loro circolazione non solo fra Stato e impresa  ma fra impresa e impresa.

Il ciclo sarebbe dunque: Stato —> Impresa (a) —-> Impresa (b) —> Stato

Questo implica che il mini-bot abbia potere liberatorio per i debiti fra imprese e per l’acquisto di beni e servizi.
Se si stabilisce questo potere liberatorio, si impone allora la questione del “valore” del mini-bot. Esso sarebbe lo stesso di una banconota in Euro di importo equivalente, nella misura in cui l’ammontare dei Mini-bot emessi sia inferiore o uguale all’ammontare delle imposte dovute dalle imprese. In pratica, finché 100 euro d’imposte potranno essere pagate da 100 euro in mini-bot, questi avranno lo stesso valore delle banconote: un Mini-bot di 100 euro varrebbe 100 euro.
Da notare che il Mini-bot sarebbe esclusivamente una moneta fiduciaria, mentre l’Euro resterebbe l’unica moneta scritturale.

Condizioni di equilibrio:
Volume totale dei Mini-bot = volume totale delle imposte e dei contributi sociali dovuti dalle imprese

B) La massa monetaria italiana sarà aumentata dall’ammontare delle imposte e dei contributi. Dunque, l’introduzione del Mini-bot non sarà più una compensazione tra debiti dello Stato verso le imprese e debiti delle imprese verso lo Stato, ma una creazione monetaria ex-nihilo in un’economia attualmente in recessione per il declino della domanda interna, e ciò dovrebbe dunque avere un effetto positivo sulla crescita.
Di fatto la creazione di moneta non sarà più prerogativa della BCE ma direttamente del governo.
C’è da aspettarsi perciò  che la BCE e l’Eurogruppo prendano misure di ritorsione, la più classica delle quali [vedi Grecia] potrebbe essere la restrizione di liquidità all’Italia.
La replica possibile del governo italiano sarebbe allora di estendere il potere liberatorio dei Mini-bot decretando che tutti gli agenti economici, imprese e famiglie, possano regolare le loro imposte attraverso i Mini-bot. Questo allargherebbe in modo sostanziale la circolazione dei Mini-bot, soprattutto se lo Stato decidesse di utilizzarli non solo per il pagamento delle propri debiti verso le aziende private ma anche per la corresponsione degli stipendi pubblici. Le imprese a loro volta potrebbero pagare una parte dei salari dei loro dipendenti in Mini-bot.

Condizioni di equilibrio:
Volume totale dei Mini-bot = volume totale delle imposte e dei contributi sociali di imprese e famiglie.

Si può inoltre immaginare che il governo italiano incoraggi i commercianti ad accettare i Mini-bot a pagamento dei consumi, trasformando così i Mini-bot in una moneta scritturale a tutti gli effetti.
Nei fatti, sarebbe lo stesso volume di Mini-bot in in circolazione a rendere necessaria la misura.
Una Banca nazionale potrebbe dunque ricevere i Mini-bot detenuti da imprese e salariati (linee di conto in Mini-bot) e organizzare su questa base una compensazione tra spese e ricavi. Questa banca nazionale diverrebbe la banca dei Mini-bot e potrebbe consegnare ai propri clienti libretti di assegni e carte di credito.

C) Cosa succederebbe se il governo italiano superasse i limiti di emissione, disattendendo le condizioni di equilibrio? Il Mini-bot inizierebbe a deprezzarsi in rapporto all’euro, ma in misura meno che proporzionale all’eccesso di emissione, secondo la formula:
1 x (A/B)x 1/C
dove
A = volume totale imposte e contributi
B = volume totale Mini-bot emessi
C = valore compreso fra 1 e 1/(A/B)

Beninteso, in queste condizioni ci sarebbe da aspettarsi un’accelerazione della fuga di capitali all’estero (i.e. Germania) contro la quale il governo dovrebbe prendere le misure necessarie a contenerla. Nei fatti, si entrerebbe in un periodo estremamente instabile per la politica economica, e ognuno comprenderebbe che il ritorno alla lira è la giusta soluzione.

SI vede dunque che i Mini-bot aprono nuove prospettive all’economia italiana. Nella minore delle ipotesi, appaiono come uno strumento per alleggerire la stretta monetario e fiscale che pesa sul paese.
È un peccato che France Insoumise non si pronunci in merito.

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Tibet, il mito e la storia

Segnalato da Giorgio Bianchi sulla sua pagina FB, condivido questo articolo dello storico e politologo statunitense Michael Parenti, nella traduzione pubblicata da Webalice nel 2008, che fornisce una versione non oleografica del tormentato rapporto fra Cina e Tibet.

Vale forse la pena ricordare che la condizione di vassallaggio di questa nazione conta circa 900 anni,  prima sotto l’Impero Mongolo (Cina compresa),  dal XIII al XIV secolo, e successivamente sotto le dinastie cinesi Ming e Quing fino al 1911, quando – con la nascita della Repubblica di Cina – si autoproclamò indipendente.
È anche risaputo che quello lamaista era un governo teocratico basato sulla schiavitù delle masse contadine e dei lavoratori, senza alcun diritto nei confronti delle due classi dominanti, quella teocratica e quella aristocratica: un modello ben lontano dalla rappresentazione spirituale che media e film hanno propagandato in questi decenni.

È sempre difficile esprimere un giudizio quando in gioco vi sono da un lato principi generali come l’autoderminazione dei popoli e dall’altro condizioni particolari che escludono oggettivamente la possibilità concreta di autodeterminazione. Ma ascoltare versioni alternative è sempre un buon esercizio, se non altro di consapevolezza.

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Feudalesimo amichevole: il mito del Tibet

Da un capo all’altro dei secoli è prevalsa una dolorosa simbiosi fra religione e violenza. Le storie della cristianità, del giudaismo, dell’induismo e dell’islamismo sono pesantemente legate a vendette micidiali e distruttive, persecuzioni e guerre. Più volte, gli appartenenti ad una confessione religiosa hanno rivendicato e vantato un mandato divino per terrorizzare e massacrare eretici, infedeli ed altri peccatori.

Alcuni hanno obiettato che il buddismo è diverso, che occupa una posizione antitetica rispetto alla violenza cronica delle altre confessioni religiose. In verità, così com’è praticato da molti negli Stati Uniti, il buddismo è più una disciplina “spirituale” e psicologica che non una teologia nel senso consueto del termine. Esso offre tecniche meditative e auto-terapie che si ritiene favoriscano l’ “illuminazione” e l’armonia dell’interiorità. Ma, come ogni altro sistema di valori, di convinzioni, il buddismo deve essere valutato non soltanto dalle sue dottrine, ma dall’effettivo comportamento dei suoi seguaci.

Eccezionalità del buddismo?

Un colpo d’occhio alla storia rivela che le organizzazioni buddiste non fanno eccezione alle persecuzioni violente che hanno così caratterizzato i gruppi religiosi nel corso delle epoche storiche. In Tibet, dall’inizio del diciassettesimo secolo e sino al secolo successivo inoltrato, sette buddiste in conflitto si impegnarono in ostilità armate ed esecuzioni sommarie. (1) Nel ventesimo secolo, dalla Thailandia alla Birmania alla Corea al Giappone, i buddisti si sono scontrati fra loro e con i non buddisti. In Sri Lanka, enormi battaglie in nome del buddismo sono parte integrante della storia cingalese. (2)

Soltanto pochi anni fa, in Corea del Sud, migliaia di monaci dell’ordine buddista Chogye – che, secondo l’opinione generale erano dedicati ad una ricerca meditativa alla ricerca dell’illuminazione spirituale – si combatterono con pugni, pietre, bombe incendiarie, e randelli, in battaglie campali che continuavano per settimane. Stavano rivaleggiando per il controllo dell’ordine monastico, il maggiore della Corea del Sud, con il suo budget annuo di 9.2 milioni di dollari, i suoi milioni di dollari aggiuntivi in proprietà, e il privilegio di nominare 1700 monaci per mansioni varie. Le risse distrussero in parte i principali santuari buddisti e lasciarono dozzine di monaci feriti, alcuni dei quali in maniera seria.

Entrambe le fazioni che lottavano per la supremazia ricercavano il sostegno della nazione. In effetti, i cittadini coreani sembravano disdegnare entrambe le parti, essendo dell’opinione che non aveva importanza quale consorteria avrebbe preso controllo di un ordine, poiché avrebbe comunque impiegato le donazioni dei fedeli per accumulare ricchezze, comprese case ed auto costose. Secondo un notiziario di cronaca, la confusione all’interno dell’ordine buddista Chogye (molta della quale portata sugli schermi televisivi coreani) : “ha mandato in frantumi l’immagine dell’Illuminismo Buddista”. (3)

Ma molti buddisti odierni negli Stati Uniti farebbero obiezione, affermando che nulla di ciò si applicherebbe al caso del Dalai Lama e del Tibet da lui presieduto prima della spaccatura cinese del 1959. Il Tibet in cui credono, quello del Dalai Lama, era un mondo orientato verso un orizzonte spirituale, scevro da stili di vita egoistici, libero dal vuoto materialismo, da inutili ricerche e dai vizi corrotti che assediano la società moderna industrializzata. I media occidentali, insieme a uno stuolo di libri di viaggi, romanzi e film di Hollywood hanno dipinto la teocrazia tibetana come una vera Shangri-La e il Dalai Lama come un santo saggio, “il più grande essere umano vivente”, come lo ha descritto con grandissimo entusiasmo l’attore Richard Gere. (4)

Lo stesso Dalai Lama ha dato adito a tali immagini idealizzate sul Tibet, mediante affermazioni come: “La civiltà tibetana ha una ricca e lunga storia. L’influenza persuasiva del buddismo e le asperità di una vita fra gli ampi spazi aperti di un ambiente incorrotto, ha avuto come risultato una società dedicata alla pace e all’armonia. Provavamo diletto nella libertà e nella contentezza, nell’essere paghi.” (5)

Ma la storia del Tibet appare un po’ diversa. Nel tredicesimo secolo, l’imperatore Kublai Khan creò il primo Grande Lama, che avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, così come farebbe un papa con i suoi vescovi. Parecchi secoli dopo, l’imperatore della Cina inviò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama, un’ ambizioso venticinquenne che si autoconferì il titolo di Dalai (Oceano) Lama, signore di tutto il Tibet. Ecco un’ironia storica: il primo Dalai Lama fu investito della propria carica da un esercito cinese. Per elevare la sua autorità oltre la sfida mondana, temporale, il primo Dalai Lama confiscò monasteri che non appartenevano alla sua setta, e si crede anche che abbia distrutto scritti buddisti contrastanti con la sua pretesa di divinità.

Il Dalai Lama che gli successe ricercò una vita sibaritica ( ndt: termine che indica un eccesso di lusso e mollezza, “degno di un sibarita”), da individuo raffinato e dedito ai piaceri, godendo di molte concubine, organizzando feste, scrivendo poesie erotiche e comportandosi in altri modi, che dovrebbero sembrare sconvenienti per una incarnazione degli dei.

Per questo la sua figura, in seguito è stata “oscurata” dai suoi monaci. In 170 anni, malgrado il loro stato riconosciuto come dei, cinque Lama di Dalai sono stato assassinati dai loro gran sacerdoti o da loro altri cortigiani non violenti buddistici. (7)

Shangri-La (per signori e Lama)

Le religioni hanno sempre avuto una stretta correlazione non soltanto con la violenza, ma anche con lo sfruttamento economico. In realtà, è spesso la strumentalizzazione economica che conduce necessariamente alla violenza. Tale è stato il caso della teocrazia tibetana. Fino al 1959, quando il Dalai Lama presiedette l’ultima volta il Tibet, la maggior parte della terra arabile era ancora organizzata attorno a proprietà feudali religiose o secolari lavorate da servi della gleba. Addirittura uno scrittore come Pradyumna Karan, solidale con il vecchio ordine, riconosce che “una grande quantità di proprietà apparteneva ai monasteri, la maggioranza di essi accumulava notevoli ricchezze….Inoltre, monaci e Lama riuscirono ad ammassare individualmente notevoli ricchezze tramite la partecipazione attiva negli affari, nel commercio e nell’usura.” (8)

Il monastero di Drepung era uno delle più estese proprietà terrestri del mondo, con i suoi 185 feudi, 25.000 servi della gleba, 300 grandi pascoli e 16.000 guardiani di gregge. La ricchezza dei monasteri andava ai Lama di più alto rango, molti dei quali rampolli di famiglie aristocratiche, mentre invece la maggior parte del clero più basso era povero come la classe contadina dalla quale discendeva. Questa disuguaglianza economica classista all’interno del clero tibetano, è strettamente paragonabile a quella del clero cristiano dell’Europa medievale. Insieme al clero superiore, i leaders secolari facevano la loro parte. Un esempio considerevole fu il comandante in capo dell’esercito tibetano, che possedeva 4.000 chilometri quadrati di terra e 3.500 servi. Egli era anche un membro del Consiglio terriero del Dalai Lama. (9)

L’Antico Tibet è stato rappresentato da alcuni dei suoi ammiratori occidentali come “una nazione che non necessitava forze di polizia perché il suo popolo osservava spontaneamente le leggi del karma.” (10) In realtà era dotato di un esercito professionale, sebbene di piccole dimensioni, che era al servizio dei proprietari terrieri come gendarmeria, con l’incarico di mantenere l’ordine e catturare i servi della gleba fuggitivi. (11)

I ragazzini tibetani venivano regolarmente sottratti alle loro famiglie e condotti nei monasteri per essere educati come monaci. Una volta laggiù, erano vincolati per tutta la vita. Tashì-Tsering, un monaco, riferisce che era pratica comune per i bambini contadini essere abusati sessualmente nei monasteri. Egli stesso fu vittima di ripetute violenze sessuali perpetrate durante l’infanzia, non molto tempo dopo che fu introdotto nel monastero, all’età di nove anni. (12)

Nell’Antico Tibet vi era un piccolo numero di agricoltori il cui stato sociale era una sorta di contadino libero, e forse un numero aggiuntivo di 10.000 persone, le quali costituivano la “classe media”, famiglie di mercanti, bottegai e piccoli commercianti. Migliaia di altri erano mendicanti. Una piccola minoranza erano poi schiavi, di solito servi domestici, che non possedevano nulla. La loro prole nasceva già in condizioni di schiavitù. (13)

Nel 1953, la maggioranza della popolazione rurale – circa 700.000 su una popolazione totale stimata 1.250.000 – era composta da servi della gleba. Vincolati alla terra, veniva loro assegnata soltanto una piccola parcella fondiaria per poter coltivare il cibo atto al sostentamento. I servi della gleba e il resto dei contadini dovevano in genere fare a meno dell’istruzione e dalle cure mediche. Trascorrevano la maggioranza del loro tempo sgobbando per i monasteri e per i singoli Lama di alto rango, e per un’aristocrazia secolare, laica, che non contava più di 200 famiglie. Essi erano in effetti proprietà dei loro signori, che gli comandavano quali prodotti della terra coltivare e quali animali allevare. Non si potevano sposare senza il consenso del loro signore o Lama. Se il suo signore lo avesse inviato in un luogo di lavoro lontano, un servo avrebbe potuto essere facilmente separato dalla sua famiglia. I servi potevano essere venduti dai loro padroni, o sottoposti a tortura e morte. (14)

Se dobbiamo dar credito al racconto di una donna ventiduenne, ella stessa serva fuggiasca, il signore tibetano era solito selezionare fra il meglio della popolazione femminile di servitù della gleba: “Tutte le ragazze graziose della servitù erano solitamente prese dal proprietario come domestiche e trattate come lui desiderava.” Esse “erano soltanto schiave senza alcun diritto.” (15) La servitù necessitava di un permesso per recarsi ovunque. I proprietari terrieri avevano l’autorità legale di catturare e impiegare metodi coercitivi, sino alla violenza, nei confronti di quelli che tentavano di fuggire, obbligandoli a tornare indietro. Un servo di ventiquattro anni, anch’egli fuggiasco, intervistato da Anna Louise Strong, accoglieva con favore l’intervento cinese come una “liberazione”. Nel corso del suo periodo di servitù sostiene di non avere ricevuto un trattamento molto diverso da un animale da traino, sottoposto a un incessante lavoro, fame e freddo, incapace di leggere o scrivere, senza conoscere nulla, né sapere nulla. Egli racconta il suo tentativo di fuga: la prima volta che [gli uomini del padrone] mi agguantarono mentre stavo cercando di sfuggire, ero molto piccolo, e mi diedero soltanto un buffetto imprecando contro di me. La seconda volta mi picchiarono. La terza volta avevo già quindici anni e mi diedero quindici frustate pesanti, violente, con due uomini seduti sopra di me, uno sulla mia testa e uno sui miei piedi. Il sangue mi uscì allora dal naso e dalla bocca. Il sorvegliante disse: “Questo è soltanto sangue dal naso; forse prenderai bastonate più forti, e perderai sangue dal cervello.” Mi picchiarono poi con bastonate più intense, versando alcool e acqua con soda caustica sulle ferite, per aumentare il dolore. Persi i sensi per due ore…” (16)

Oltre a ritrovarsi in un vincolo lavorativo che li obbligava a lavorare la terra del signore – oppure quella del monastero – per tutta la durata della vita e senza salario, i servi della gleba erano costretti a riparare le case del signore, trasportarne la messe e raccoglierne la legna da ardere. Si esigeva anche che provvedessero a trasportare gli animali e al trasporto su richiesta, a seconda delle pretese del padrone. “Era un efficiente sistema di sfruttamento economico, che assicurava alle élites laiche e religiose del paese una forza lavoro sicura e permanente per coltivare i loro appezzamenti di terreno, che li esonerava dall’accollarsi qualsiasi responsabilità quotidiana diretta circa la sussistenza del servo, e senza la necessità di competere per la manodopera in un contesto di mercato.” (17)

La gente comune sgobbava sotto il doppio fardello della corvée (lavoro forzato non retribuito in favore del padrone) e delle decime onerose. Ogni aspetto della vita era gravato da tributi: il matrimonio, la nascita di ogni figlio, ogni morte in famiglia. Erano soggetti a imposta per aver piantato un nuovo albero nel loro cortile, per tenere animali domestici o dell’aia, per il possesso di un vaso di fiori, o per l’aver messo un campanello ad un animale. C’erano tasse per le festività religiose, per cantare, ballare, far rullare il tamburo e suonare il campanello. La gente veniva tassata per quando veniva mandata in prigione e quando la si rilasciava. Addirittura i mendicanti erano soggetti alla pressione fiscale. Quelli che non riuscivano a trovare lavoro erano tassati a causa della loro disoccupazione, e se si spostavano in un altro villaggio nella loro ricerca di un’occupazione, pagavano una tassa di transito. Quando la gente non poteva pagare, i monasteri prestavano loro denaro ad un interesse oscillante fra il 20% e il 50%. Alcuni debiti venivano tramandati di padre in figlio sino al nipote. I debitori che non potevano evadere i loro debiti, rischiavano la riduzione in schiavitù per un periodo di tempo stabilito dal monastero, a volte per il resto delle loro vite. (18)

Le dottrine pedagogiche della teocrazia ne appoggiarono e rafforzarono l’ordine sociale classista. Si insegnava ai poveri e agli afflitti che i propri guai erano su di loro a causa del loro comportamento sciocco e immorale nel corso delle loro vite precedenti. Dovevano quindi accettare l a miseria della loro esistenza presente come un’espiazione e in anticipo, solo così il loro destino, la loro sorte sarebbero migliorati se fossero rinati, se si fossero reincarnati. I ricchi e potenti consideravano naturalmente la loro buona fortuna come una ricompensa e una dimostrazione tangibile di virtù nelle vite passate e presenti.

Torture e mutilazioni in Shangri-La

Nel Tibet del Dalai Lama, la tortura e la mutilazione – comprese l’asportazione dell’occhio e della lingua, l’azzoppamento e l’amputazione delle braccia e delle gambe – erano le punizioni principali inflitte ai ladri, ai servi fuggiaschi, e ad altri “criminali”. Viaggiando attraverso il Tibet negli anni ’60, Stuart e Roma Gelder ebbero un colloquio con un antico servo, Tsereh Wang Tuei, che aveva rubato due pecore che appartenevano ad un monastero. Per questo ebbe entrambi gli occhi strappati e le mani mutilate. Spiega che non è più un buddista: “Quando un sacro Lama disse loro di accecarmi, pensai che non c’era alcun bene nella religione.” (19)

Alcuni visitatori occidentali nell’Antico Tibet hanno fatto notare l’elevato numero di amputati. Dato che è contro la dottrina buddista sottrarre la vita, alcuni delinquenti furono severamente frustati e poi “abbandonati a Dio” nella gelida notte a morire. “I paralleli fra il Tibet e l’Europa medievale sono impressionanti,” conclude Tom Grunfeld nel suo libro sul Tibet. (20)

Alcuni monasteri avevano le proprie prigioni private, riporta Anna Louise Strong. Nel 1959, visitò una mostra di apparecchiature da tortura che erano state impiegate dai signori feudatari tibetani. C’erano manette di tutte le taglie, comprese quelle di piccola misura per bambini, e strumenti per mozzare nasi e orecchie, e spezzare mani. Per strappare gli occhi, c’era uno speciale copricapo di pietra, provvisto di due fori, che veniva premuto sul capo, così che gli occhi potessero gonfiarsi e deformarsi fuoriuscendo dalle orbite, facilitandone l’asportazione. C’erano congegni per tagliare le rotule e i talloni, o per azzoppare. C’erano tizzoni ardenti, scudisci e strumenti speciali per sventrare. (21)

L’esposizione presentava fotografie e testimonianze di vittime che erano state accecate o storpiate o che avevano patito amputazioni per furto. C’era il pastore il cui padrone vantava un debito nei suoi confronti in denaro e grano, ma che si rifiutava di pagare. Così il pastore si impossessò di una delle mucche del padrone; e per questo gli furono troncate le mani. Ad un altro guardiano di gregge, che si opponeva al dover concedere la moglie al suo signore, furono staccate le mani. C’erano fotografie di attivisti comunisti dai nasi e dalle labbra superiori troncati, e una donna che era stata violentata e che poi ebbe il naso mozzato. (22)

Il dispotismo teocratico era stato per anni il principio informatore. Nel 1895, un visitatore inglese in Tibet, il dr. A. L. Waddell scrisse che i tibetani erano assoggettati all’ “intollerabile tirannia dei monaci” e alle superstizioni diaboliche che essi avevano modellato al fine di terrorizzare le persone. Perceval Landon descrisse nel 1904 la regola del Dalai Lama come una “macchina da sopraffazione” e un “ostacolo ad ogni progresso umano.” Più o meno a quel tempo, un altro viaggiatore inglese, il Capitano W.F.T. O’Connor notava che “ i grandi proprietari terrieri e i sacerdoti… esercitano ciascuno all’interno del proprio dominio un potere dispotico dal quale non c’è appello,” mentre il popolo è “oppresso dalla più mostruosa crescita di monachesimo e clericalismo che il mondo abbia mai visto.” I governatori tibetani, come quelli europei durante il medioevo, “forgiarono innumerevoli armi per asservire il popolo, inventarono leggende umilianti e stimolarono uno spirito di superstizione” fra la gente comune. (23)

Nel 1937, un altro visitatore, Spencer Chapman, scrisse: “…il monaco buddista tibetano non trascorre il proprio tempo provvedendo alle persone o ad istruirle, e nemmeno i laici prendono parte ai servizi dei monasteri o li frequentano. Il mendicante sul ciglio della strada non è nulla per il monaco. La conoscenza è una prerogativa dei monasteri custodita gelosamente, ed è strumentalizzata per aumentare la loro influenza e ricchezza…” (24)

Occupazione e rivolta

I comunisti cinesi occuparono il Tibet nel 1951, rivendicando la sovranità sul paese. Il trattato del 1951 stabiliva un apparente autogoverno sotto l’autorità del Dalai Lama, ma conferiva di fatto alla Cina il controllo militare e il diritto esclusivo di condurre le relazioni estere. Si rilasciava anche ai cinesi un ruolo diretto nell’amministrazione interna “per promuovere le riforme sociali.” Inizialmente, procedevano cautamente facendo affidamento per lo più sulla persuasione, tentando di attuare processi di cambiamento. Tra le prime riforme varate ci fu quella che riduceva i tassi d’interesse da usuraio, e costruirono alcuni ospedali e strade.

Mao Tze Tung e i suoi quadri comunisti non intendevano semplicemente occupare il Tibet. Desideravano la cooperazione del Dalai Lama nel trasformare l’economia feudale del Tibet in conformità con gli obiettivi socialisti. Perfino Melvyn Goldstein, che è solidale con il Dalai Lama e con la causa dell’indipendenza tibetana, ammette che “contrariamente all’opinione corrente in Occidente”, i cinesi “perseguivano una politica moderata. Avevano cura di mostrare rispetto per la cultura e la religione tibetane” e “permettevano ai vecchi sistemi monastico e feudali di continuare immutati. Fra il 1951 e il 1959, non solo non venne confiscata alcuna proprietà aristocratica o monastica,ma venne permesso ai signori feudali di esercitare una continua autorità giudiziaria nei confronti dei contadini a loro vincolati ereditariamente.” (25)

Non più tardi del 1957, Mao Tze Tung cercò ancora di rafforzare una politica progressiva. Ridusse il numero di quadri cinesi e delle truppe in Tibet, e promise al Dalai Lama che la Cina non avrebbe portare a termine riforme terriere in Tibet per i sei anni successivi e oltre, se le condizioni non fossero ancora maturate. (26)

Nondimeno però, l’autorità cinese in Tibet arrecava grandi disagi ai signori e ai Lama. Ciò che li infastdiva più di ogni altra cosa non era che gli intrusi fossero cinesi. Nel corso dei secoli avevano visto cinesi andare e venire, godendo di buone relazioni con il Generalissimo e il regime reazionario del Kuomintang in Cina. (27) Effettivamente, l’approvazione del governo reazionario del Kuomintang era necessaria, per ratificare la scelta dell’attuale Dalai Lama e del Lama Panchen. Quando il giovane Dalai Lama fu investito della sua carica a Lhasa, ciò avvenne con un scorta armata di truppe di Chiang Kaishek e di un ministro cinese in carica, in conformità con una tradizione secolare. (28) Quel che preoccupava i signori tibetani e i Lama era che questi cinesi recenti erano comunisti. Si sarebbe trattato soltanto di una questione di tempo, ne erano certi, poi i comunisti avrebbero iniziato ad imporre le loro soluzioni ugualitarie e collettiviste sulla loro teocrazia altamente privilegiata.

Nel 1956-57 bande armate tibetane tesero un’imboscata al convoglio dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese (EPL). La sommossa ricevette il sostegno esteso e materiale della CIA,comprendente armi, provviste e l’addestramento militare per le unità di commando del Tibetan. È ormai di conoscenza pubblica che fu la CIA a impiantare le basi di sostegno in Nepal, compiendo numerosi ponti aerei per le operazioni di guerriglia condotte all’interno del Tibet. (29)

Nel frattempo negli Stati Uniti, la Societá Americana per un’Asia Libera, un ramo della CIA, propagandava in modo dispiegato la causa di resistenza del Tibetan. Il fratello maggiore del Dalai Lama, Thubtan Norbu, ha giocato un notevole ruolo in questo gruppo. Molti dei commando del Tibetan e gli agenti che la CIA aveva paracadutato nel paese, erano dei capi di clan aristocratici o i figli dei capi. Il novanta per cento di loro non li conosceva nessuno nel paese, secondo una relazione della CIA . (30)

La ridotta guarnigione dell’EPL in Tibet non avrebbe mai potuto catturare tutti loro, se non avesse ricevuto il sostegno dei tibetani che non sostennero la rivolta. Questo dimostra che la resistenza ha avuto una base piuttosto stretta dentro il Tibet. “Molti Lama e molti membri laici dell’elite e molti dell’esercito del Tibetan hanno sostenuto la rivolta, ma la maggioranza della popolazione non l’ha fatto e questo ha sancito il suo fallimento,” scrisse Hugh Deane. (31)

Nel loro libro sul Tibet, Ginsburg e Mathos raggiungono una conclusione simile: “Gli insorti del Tibetan non sono mai riusciti a raccogliere nei loro ranghi anche solo una consistente parte della popolazione, per non dire niente della maggioranza di essa. Per quanto può essere constatato, la gran parte della popolazione di Lhasa e della campagna contigua, non aderirono nonostante il tentativo di unirle nella lotta contro il cinese…” (32)

Alla fine la resistenza si sgretolò.

I Comunisti rovesciano il Feudalesimo

Qualunque presunta ingiustizia e qualunque presunta nuova oppressione furono introdotte dai cinesi in Tibet dopo 1959, essi di fatto hanno abolito la schiavitù ed il sistema di servi della gleba e l’utilizzo di mano d’opera non pagata. Hanno eliminato il sistema delle tasse, creato piani di nuovi lavoro, ridotto in gran parte la disoccupazione e la miseria. Hanno costruito i soli ospedali che esistono nel paese, e un nuovo sistema educativo, rompendo perciò il monopolio educativo dei monasteri. Hanno costruito i sistemi d’irrigazione per l’acqua e portato l’energia elettrica in Lhasa.Abolito il sistema delle flagellazioni pubbliche, le mutilazioni e le amputazioni come criminali forme di punizione. (33)

Il governo cinese ha espropriato anche le proprietà terriere e ha riorganizzato i contadini in centinaia di comuni. Heinrich Harrer ha scritto un libro di successo delle sue esperienze in Tibet che è diventato un film di Hollywood. ( Solo dopo si è saputo che Harrer era stato un sergente nazista sotto Hitler. (34)

Egli narra che i tibetani resisterono orgogliosamente contro i cinesi e “che hanno difeso nobilmente la loro indipendenza. . . Erano predominantemente i nobili, i proprietari ed i Lama; sono poi stati puniti utilizzandoli per eseguire i lavori più bassi, come lavorare alla costruzione di strade e ponti. Furono poi ulteriormente umiliati, essendo usati per la pulizia delle città prima dell’arrivo dei turisti…” Dovevano anche vivere in un accampamento originalmente abitato da mendicanti e vagabondi. (35)

Dal 1961 centinaia di migliaia di acri precedentemente posseduti dai signori e dai Lama furono distribuiti agli affittuarii ed ai contadini senza terra. Nelle zone pastorali, le greggi che erano state possedute una volta dai nobili furono date alle comuni dei poveri e dei pastori. Miglioramenti ed investimenti furono apportati nell’allevamento del bestiame e per le nuove coltivazioni di verdure e di frumento e orzo, che furono introdotti per la prima volta; fu pianificato il sistema di irrigazione, che hanno portato ad un notevole incremento della produzione contadina. (36)

Molti rimasero religiosi come sempre, e liberi di dare le elemosine al clero. Ma la gente non fu più costretta a omaggiare o fare regali obbligati ai monasteri ed ai signori. I molti monaci che erano stati costretti negli ordini religiosi da bambini senza poter scegliere ora erano liberi di rinunciare alla vita monastica e così migliaia di essi, particolarmente quelli più giovani, tornarono alla vita civile. Il clero restante può vivere contando su minimi stipendi governativi ed un reddito supplementare guadagnato officiando ai servizi di nozze ed ai funerali. (37)

Le denunce fatte dal Dalai Lama circa le sterilizzazioni di massa e la deportazione forzata dei tibetani, fatte dai cinesi non hanno mai trovato conferme da alcuna prova.

Sia il Dalai Lama che il suo fratello più giovane e consigliere, Tendzin Choegyal, hanno sostenuto che “più di 1.2 milione tibetani sarebbero morti come conseguenza dell’”occupazione cinese”.(38)

Ad essi non importa come spesso nelle loro dichiarazioni, che i numeri dati siano sconcertanti e lasciano completamente perplessi.

Il censimento ufficiale del 1953 sei anni prima dell’arrivo dei cinesi, aveva registrato l’intera popolazione del Tibet, stabilendo la cifra di 1.274.000 abitanti.

Altre valutazioni avevano conteggiato circa due milioni di tibetani abitanti il paese. (39)

Se i cinesi avessero ucciso 1.2 milioni, città intere dell’inizio degli anni 60 e parti enormi della campagna, effettivamente quasi tutto il Tibet, sarebbe stato spopolato, trasformato in un enorme campo di concentramento, pieno di fosse comuni e cimiteri, di cui però non abbiamo trovato prove. La forza militare cinese nel Tibet non era abbastanza grande come numero, non avrebbe potuto sterminare materialmente tutta quella gente anche se avesse speso tutto il proprio tempo e attività, senza fare nient’altro. Le autorità cinesi ammettono ” errori” nel passato, specialmente durante la rivoluzione culturale 1966-76 quando le persecuzioni religiose raggiunsero un’alto livello sia in Cina che nel Tibet. Dopo la rivolta verso la fine degli anni 50, furono migliaia i tibetani incarcerati. Durante il “grande balzo in avanti”, la collettivizzazione dell’agricoltura, la coltivazione forzata del grano furono imposte ai contadini, a volte con effetti disastrosi. Verso la fine degli anni 70, la Cina aveva ottenuto la completa pacificazione della situazione nel Tibet “ed ha provato a modificare e correggere alcuni errori commessi durante i due decenni precedenti.” (40)

Nel 1980 il governo cinese iniziava una serie di riforme destinate ad assegnare al Tibet un grado sempre più grande di autonomia e del auto amministrazione. Ai tibetani venne permesso coltivare propri appezzamenti di terra, vendere le eccedenze della raccolta, scegliere le coltivazioni più adatte al proprio sostentamento e per mantenere il bestiame e le pecore. Vennero ripristinate le comunicazione con il mondo esterno ed i controlli di frontiera furono facilitati per permettere ai tibetani di visitare i parenti in India e Nepal. (41)

Le Elites, gli Emigrati ed il denaro della CIA

Per i Lama dell’alta società tibetana ed i signori, l’intervento comunista fu una calamità. La maggior parte di loro fuggirono all’estero, come il Dalai Lama, che scappò in un operazione organizzata direttamente dalla CIA. Alcuni scoprirono con orrore che avrebbero dovuto lavorare per vivere. Quelle elite feudali che rimasero in Tibet e decisero di cooperare col nuovo regime, si trovarono davanti a nuove situazioni di vita non certo facili.

Eccone alcuni esempi: nel 1959, la giornalista Anna Louise Strong visitò l’Istituto Centrale delle Minoranze Nazionali a Pechino, che addestrava le varie minoranze etniche per il servizio civile o preparava per l’entrata nelle scuole agricole e mediche. Dei 900 studenti del Tibetan presenti, la maggior parte erano il servi in fuga e ex schiavi. Ma circa 100 erano di famiglie agiate del Tibetan, inviate dai loro genitori in modo che avrebbero potuto ottenere posti favorevoli nella nuova amministrazione. Il divario di classe che divideva tra questi due gruppi di studenti era fin troppo evidente. Una nota di direttore dell’istituto diceva: “ Quelli provenienti dalle famiglie nobili ritengono che in tutte le cose essi sono superiori. Si risentono di dover portare le proprie valige, fare i propri letti, badare alla propria stanza. Questo, pensano, è un incarico da schiavi; si ritengono insultati perché pretendiamo che facciano questo. Alcuni non l’accettano e tornano a casa; altri alla fine l’accettano.

Il servo all’inizio ha paura degli altri e non può sedere con facilità nella stessa stanza con essi. In periodi successivi prossimo cominciano ad avere meno paura ma tuttavia continuano a sentire differenze e non riescono a mescolarsi.

Soltanto con il tempo e la discussione continua raggiungono il momento in cui si mescolano facilmente e si sentono come studenti e persone, criticandosi o aiutandosi l’un l’altro, con normalità. (42)

Intanto un nauseante patto fu fatto dagli emigrati tibetani con l’Occidente ed il sostegno sostanzioso di agenzie americane per il mantenimento di un mondo fondato sulla disuguaglianza economica. Dall’inizio del 1960 la comunità tibetana in esilio ha intascato segretamente 1,7 milioni di dollari all’anno dalla CIA, come accertato dalla documentazione rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri USA nel 1998. Quando questo fatto è stato pubblicizzato, l’organizzazione del Dalai Lama ha emesso un comunicato ammettendo che aveva ricevuto alcuni milioni di dollari dalla CIA durante gli anni 1960 per inviare squadre armate di esiliati in Tibet per contrastare la rivoluzione maoista. Il Dalai Lama riceveva per sé 186.000 dollari, rendendolo così di fatto un agente ufficiale pagato dalla CIA. Anche i servizi segreti indiani l’hanno finanziato e anche altri esiliati tibetani. (43)

Egli si è sempre rifiutato di dire se egli o suoi fratelli hanno lavorato per la CIA. Anche l’agenzia si è rifiutata di commentare. (44)

Nonostante ha sempre presentato sé stesso come il difensore di diritti umani, e per questo vinse il Premio Nobel per la pace nel 1989, il Dalai Lama ha sempre continuato a frequentare e avuto come consiglieri l’émigrazione aristocratica ed ogni altro reazionario, durante il suo esilio. Nel 1995, il Raleigh, il N.C. News e Observer ha messo in prima pagina una fotografia a colori del Dalai Lama mentre abbracciava il famoso reazionario senatore Repubblicano Jesse Helms, sotto il titolo : “Buddista Affascina l’Eroe della Destra Religiosa.” (45)

Nel mese di aprile del 1999, con Margaret Thatcher, il papa Giovanni Paolo II ed il primo George Bush, il Dalai Lama ha fatto appello al governo britannico per liberare Augusto Pinochet, l’ex dittatore fascista del Cile e un cliente da molto tempo della CIA arrestato mentre visitava l’Inghilterra. Ha sollecitato che a Pinochet sia permesso ritornare alla sua patria e non costringerlo ad andare è in Spagna dove era ricercato dai giudici spagnoli per crimini contro umanità.

Oggi, principalmente attraverso il “Fondo per lo sviluppo della democrazia” ed altri canali che sono rami della CIA, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnare i 2 milioni di dollari annuali per i tibetani in India, con altri milioni supplementari per “le attività di democrazia” all’interno della Comunità tibetana in esilio. Il Dalai Lama inoltre ottiene i soldi dal finanziere George Soros, che sovvenziona la creatura della CIA Radio Free Europa/ Radio Liberty e altri istituti. (46)

La questione culturale

Ci è stato detto che quando il Dalai Lama governava il Tibet, la gente viveva in simbiosi armoniosa con i loro signori monastici e secolari, in un ordine sociale costituito da una cultura profondamente spirituale e nonviolenta. La relazione profonda del contadino al sistema di credenza sacra avrebbe loro dato una tranquilla stabilità, ispirata da insegnamenti religiosi umanitari e pacifici. Uno di questi è paragonato, nell’immagine idealizzata dell’Europa feudale, come presentato dai cattolici conservatori quali G. K. Chesterton e Hilaire Belloc. Per loro, la cristianità medioevale era un mondo di contadini contenti che vivono nel legame profondo dello spirito con la loro chiesa, sotto la protezione del loro signori. (47)

Siamo invitati ancora ad accettare una cultura particolare relativemente alle proprie condizioni, che significa accettarla come presentata dalle classi dominanti, da coloro che da essa ne traggono i maggiori profitti.

L’immagine della Shangri-La del Tibet non ha nessuna rassomiglianza con la realtà storica, poi trasformata in un immagine romanticizzata dell’Europa medioevale. Si potrebbe dire che come cittadini del mondo moderno non possiamo afferrare le equazioni di felicità e dolore, contentezza ed abitudini, che caratterizzano di più “lo spirituale” e le società “tradizionali”. Ciò può essere comprensibile e può spiegare perchè alcuni di noi idealizzano tali società. Ma ancora, un occhio sgorbiato è un occhio sgorbiato; una fustigazione è una fustigazione; e lo sfruttamento opprimente dei servi e degli schiavi è ancora una brutale ingiustizia di classe qualunque abbellimento culturale si tenti. C’è una differenza fra un legame spirituale e la schiavitù umana, anche quando entrambi esistono parallelamente.

Sicuramente ci sono molte cose da deplorare circa l’intervento cinese. Negli anni 90, l’etnia Han, il più grande gruppo etnico che rappresenta oltre il 95 per cento della popolazione generale della Cina, ha cominciato a muoversi in numero notevole verso il Tibet e varie province occidentali. (48)

Questi riassestamenti demografici hanno avuto sicuramente effetti sulle culture indigene della Cina e del Tibet occidentali….Alcuni dirigenti cinesi nel Tibet hanno assunto troppo spesso un atteggiamento di superiorità verso la popolazione indigena. Alcuni osservano i loro vicini tibetani come retrogradi e pigri, necessitanti di sviluppo economico e “educazione patriottica.”

… Durante gli anni 90 diversi tibetani secondo molte informazioni sono stati arrestati, per attività separatiste e legami con la “sovversione politica.”…(49)

… Nel frattempo, la storia, la cultura e la religione tibetane sono trascurate nelle scuole. I materiali didattici, sono comunque ancora in tibetano, anche se molto è indirizzato verso la storia cinese e le sue culture… (50)

Il nuovo ordine ha molti sostenitori

Un’articolo del Washington Post del 1999 scriveva che il Dalai Lama continua ad essere riverito nel Tibet, ma. . . pochi tibetani accoglierebbero favorevolmente un ritorno dei clan aristocratici corrotti che sono fuggiti con lui nel 1959 e che compongono la massa dei suoi consiglieri. Molti contadini tibetani, per esempio, non hanno interesse nella cessione della terra che avevano ottenuto durante la riforma fondiaria della Cina, espropriata ai clan aristocratici feudali. Gli ex schiavi del Tibet dicono anche, che non desiderano che i loro precedenti padroni tornino al potere.

“Già ho vissuto una volta quella vita prima,” ha detto Wangchuk, un ex schiavo di 67 anni con indosso i suoi vestiti migliori per il suo pellegrinaggio annuale a Shigatse, uno dei luoghi più sacri del buddismo tibetano. Ha detto che adorava il Dalai Lama, ma ha aggiunto, “non posso essere libero sotto comunismo cinese, ma la mia vita è migliore di quando ero uno schiavo.” (51) Nel sostenere il rovesciamento cinese della teocrazia feudale del Dalai Lama non devo approvare ogni cosa fatta circa il ruolo cinese nel Tibet. Questo punto è capito raramente dagli odierni aderenti della Shangri-La nell’occidente.

Il contrario è inoltre allineare. Criticare l’invasione cinese non significa che dobbiamo romanticizzare il regime feudale precedente. Una protesta comune fra i seguaci buddisti nell’ovest è che la cultura religiosa del Tibet sta per essere distrutta dalle autorità cinesi. Questo potrebbe essere.

Ma ciò che tratto qui è la presunta natura spirituale, ammirevole e primitiva di quella cultura pre-invasione. In breve, possiamo sostenere la libertà e l’indipendenza religiose per il Tibet senza dovere abbracciare la mitologia di un paradiso perduto. Per concludere, vorreisottolineare che la critica proposta qui non è intesa come attacco personale al Dalai Lama. Egli appare sempre come un individuo abbastanza piacevole, che parla spesso di pace, di amore e di nonviolenza. Nel 1994, in un’intervista con Melvyn Goldstein, ha voluto ricordare che fin da giovane egli era sempre stato per la costruzione di scuole, “macchine” e strade nel suo paese. Sostenne che aveva pensato che gli obblighi e le tasse imposti ai contadini “siano stati estremamente difettosi.” Ed ha provato antipatia per il fatto che la gente era stata strozzata con i vecchi debiti, a volte passati di generazione in generazione. (52)

Inoltre ha creato “un governo in esilio” con una Costituzione scritta, un assemblea rappresentativa ed altri aspetti democratici. (53)

Come molti sovrani di un tempo, il Dalai Lama dà l’impressione di essere più più preparato a parlare di potere invece che di esercitarlo. Se si tiene conto che ci ha messo quarant’anni di esilio, un ‘occupazione cinese per arrivare a proporre la democrazia per il Tibet e a criticare l’autocrazia feudale di cui lui stesso era la massima apoteosi.

Ma la sua critica del vecchio ordine arriva troppo in ritardo per convincere i tibetani. Molti di loro desiderano che possa tornare nel paese, ma sembra che relativamente pochi desiderino un ritorno all’ordine sociale che lui ha rappresentato.

In un libro pubblicato nel 1996, il Dalai Lama profferì una clamorosa dichiarazione che fece venire i brividi alla Comunità dell’esilio. Si legge in un capitolo: di tutte le teorie economiche moderne, il sistema economico marxista è fondato su principi morali, mentre il capitalismo è interessato soltanto al guadagno e al profitto. Il marxismo è indirizzato alla distribuzione della ricchezza su una base uguale e alla giusta utilizzazione dei mezzi di produzione. Inoltre esso è anche concepito sugli interessi della classe lavoratrice che è la maggioranza della popolazione, così come per il destino degli sfruttati e di quelli che hanno più bisogno, inoltre si preoccupa del destino di chi non è privilegiato e per le vittime dello sfruttamento imposto dalla minoranza. Per questi motivi il sistema fa appello a me e mi sembra giusto. . .. Per questo motivo penso a me come mezzo marxista e mezzo buddista. (54)

E più recentemente nel 2001, mentre visitava la California, ha sottolineato che “il Tibet, è materialmente molto, molto indietro. Spiritualmente è abbastanza ricco. Ma la spiritualità non può riempire i nostri stomaci.”

Questo è un messaggio a cui dovrebbero fare attenzione i ricchi e benestanti proseliti occidentali del buddismo che ritengono che esso non può essere confuso con considerazioni materiali, mentre romanticizzano il Tibet feudale. Al di là del buddismo e del Dalai Lama, quello che ho provato a sfidare è il mito del Tibet, l’immagine di un paradiso perduto, un ordine sociale che era poco più di un teocrazia dispotica e retrograda, fondata sulla schiavitù e sulla povertà, danneggiando così lo spirito dell’uomo, dove le più grandi ricchezze sono state accumulate da pochi potenti che vivevano al di sopra degli altri, approfittando del lavoro, del sangue e del sudore della maggioranza.

Per a maggior parte degli aristocratici tibetani in esilio, quello è il mondo a cui vorrebbero ardentemente ritornare.

§

Riferimenti bibliografici:

1. Melvyn C. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon: China, Tibet, and the Dalai Lama (Berkeley: University of California Press, 1995), 6-16.
2. Mark Juergensmeyer, Terror in the Mind of God, (Berkeley: University of California Press, 2000), 113.
3. Kyong-Hwa Seok, “Korean monk gangs battle for temple turf,” San Francisco Examiner, December 3, 1998.
4. Gere quoted in “Our Little Secret,” CounterPunch, 1-15 November 1997.
5. Dalai Lama quoted in Donald Lopez Jr., Prisoners of Shangri-La: Tibetan Buddhism and the West (Chicago and London: Chicago University Press, 1998), 205.
6. Stuart Gelder and Roma Gelder, The Timely Rain: Travels in New Tibet (New York: Monthly Review Press, 1964), 119.
7. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 123.
8. Pradyumna P. Karan, The Changing Face of Tibet: The Impact of Chinese Communist Ideology on the Landscape (Lexington, Kentucky: University Press of Kentucky, 1976), 64.
9. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 62 and 174.
10. As skeptically noted by Lopez, Prisoners of Shangri-La, 9.
11. See the testimony of one serf who himself had been hunted down by Tibetan soldiers and returned to his master: Anna Louise Strong, Tibetan Interviews (Peking: New World Press, 1929), 29-30 90.
12. Melvyn Goldstein, William Siebenschuh, and Tashì-Tsering, The Struggle for Modern Tibet: The Autobiography of Tashì-Tsering (Armonk, N.Y.: M.E. Sharpe, 1997).
13. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 110.
14. Strong, Tibetan Interviews, 15, 19-21, 24.
15. Quoted in Strong, Tibetan Interviews, 25.
16. Strong, Tibetan Interviews, 31.
17. Melvyn C. Goldstein, A History of Modern Tibet 1913-1951 (Berkeley: University of California Press, 1989), 5.
18. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 175-176; and Strong, Tibetan Interviews, 25-26.
19. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 113.
20. A. Tom Grunfeld, The Making of Modern Tibet rev. ed. (Armonk, N.Y. and London: 1996), 9 and 7-33 for a general discussion of feudal Tibet; see also Felix Greene, A Curtain of Ignorance (Garden City, N.Y.: Doubleday, 1961), 241-249; Goldstein, A History of Modern Tibet 1913-1951, 3-5; and Lopez, Prisoners of Shangri-La, passim.
21. Strong, Tibetan Interviews, 91-92.
22. Strong, Tibetan Interviews, 92-96.
23. Waddell, Landon, and O’Connor are quoted in Gelder and Gelder, The Timely Rain, 123-125.
24. Quoted in Gelder and Gelder, The Timely Rain, 125.
25. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 52.
26. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 54.
27. Heinrich Harrer, Return to Tibet (New York: Schocken, 1985), 29.
28. Strong, Tibetan Interview, 73.
29. See Kenneth Conboy and James Morrison, The CIA’s Secret War in Tibet (Lawrence, Kansas: University of Kansas Press, 2002); and William Leary, “Secret Mission to Tibet,” Air & Space, December 1997/January 1998.
30. Leary, “Secret Mission to Tibet.”
31. Hugh Deane, “The Cold War in Tibet,” CovertAction Quarterly (Winter 1987).
32. George Ginsburg and Michael Mathos Communist China and Tibet (1964), quoted in Deane, “The Cold War in Tibet.” Deane notes that author Bina Roy reached a similar conclusion.
33. See Greene, A Curtain of Ignorance, 248 and passim; and Grunfeld, The Making of Modern Tibet, passim.
34. Los Angeles Times, 18 August 1997.
35. Harrer, Return to Tibet, 54.
36. Karan, The Changing Face of Tibet, 36-38, 41, 57-58; London Times, 4 July 1966.
37. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 29 and 47-48.
38. Tendzin Choegyal, “The Truth about Tibet,” Imprimis (publication of Hillsdale College, Michigan), April 1999.
39. Karan, The Changing Face of Tibet, 52-53.
40. Elaine Kurtenbach, Associate Press report, San Francisco Chronicle, 12 February 1998.
41. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 47-48.
42. Strong, Tibetan Interviews, 15-16.
43. Jim Mann, “CIA Gave Aid to Tibetan Exiles in ’60s, Files Show,” Los Angeles Times, 15 September 1998; and New York Times, 1 October, 1998.
44. Reuters report, San Francisco Chronicle, 27 January 1997.
45. News & Observer, 6 September 1995, cited in Lopez, Prisoners of Shangri-La, 3.
46. Heather Cottin, “George Soros, Imperial Wizard,” CovertAction Quarterly no. 74 (Fall 2002).
47. The Gelders draw this comparison, The Timely Rain, 64.
48. The Han have also moved into Xinjiang, a large northwest province about the size of Tibet, populated by Uighurs; see Peter Hessler, “The Middleman,” New Yorker, 14 & 21 October 2002.
49. Report by the International Committee of Lawyers for Tibet, A Generation in Peril (Berkeley Calif.: 2001), passim.
50. International Committee of Lawyers for Tibet, A Generation in Peril, 66-68, 98.
51. John Pomfret, “Tibet Caught in China’s Web,” Washington Post, 23 July 1999.
52. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 51.
53. Tendzin Choegyal, “The Truth about Tibet.”
54. The Dalai Lama in Marianne Dresser (ed.), Beyond Dogma: Dialogues and Discourses (Berkeley, Calif.: North Atlantic Books, 1996).

 

 

 

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Il giornalismo di Don Abbondio

Federico Fubini, grande firma del Corriere e in precedenza di Repubblica, confessa in un’intervista di aver rinunciato scrivere un articolo sul drammatico aumento della mortalità infantile in Grecia provocato dalle politiche austeritarie imposte dall’Unione Europea.
La ragione addotta: perché nella diatriba pro/contro UE, “temeva” di essere strumentalizzato da una delle parti e ostracizzato dall’altra.

Praticamente, da buon vaso di coccio fra i due vasi di ferro della discussione, ha ritenuto che la migliore strategia era quella di farsi i cazzi suoi, con rispetto parlando.

Io ero rimasto all’idea che l’imperativo deontologico di un bravo giornalista fosse quello di dare la notizia, una volta accertata, senza riguardo a chi piaccia o dispiaccia. Ma so di non essere al passo con i tempi.

Quindi ho il dubbio: o è superato l’imperativo deontologico che ho in mente, o Fubini non è un bravo giornalista.
Voi che dite?

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Greta Thunberg e dintorni

Discussione sulla sempre interessante pagina FB di Pierluigi Fagan a proposito del fenomeno Greta Thunberg.

Il post del padrone di casa e la maggior parte dei successivi commenti fanno bella mostra di erudizione: citazioni, dotti riferimenti, linguaggio tendenzialmente esoterico, incursioni nel territorio della filosia analitica. In breve: un dibattito autoreferenziale.

Fra i tanti, il commento di Giorgio Bianchi (fotogiornalista free-lance autore di splendide immagini sul Donbass che meriterebbero di essere raccolte in un libro) si distingue a mio avviso per la concretezza e la chiarezza con cui mette a fuoco i termini di riferimento cruciali che occorre avere presenti per un giudizio.

Lo trascrivo nelle righe che seguono. Le note in parentesi quadre sono mie.

§

Giorgio Bianchi

La cartina di tornasole per giudicare un movimento asseritamente antisistema è la risposta che ad esso rivolge il sistema stesso.
Lasciando l’ironia sul fenomeno Greta, dove è giusto che resti, ciò su cui ci dobbiamo essenzialmente concentrare è la reazione dei cosiddetti poteri forti [i padroni del discorso] al fenomeno.
Gli esempi citati nell’articolo [Rosa Parker e M. L. King]  obbligarono il sistema a reagire in maniera isterica e furibonda.
Attorno alla giovane ragazza invece notiamo una convergenza tra potenti della terra, istituzioni e media di regime, che non può non far sospettare sulla genuinità del caso.
Sorvolando sull’efficacia o meno della riduzione della CO2 come panacea per risolvere le problematiche relative al clima (ci troviamo in un’epoca interglaciale pertanto è difficile quantificare la componente antropica e quella fisiologica del riscaldamento… Magari, ammesso che saremo ancora su questa terra, tra 10000 anni avremo la necessità di una Greta che ci inviti a immettere CO2 a manetta) ritengo che questo sia solo uno dei tanti modi per far uscire un po’ di pressione dalla pentola, unito ad una concreta possibilità di business.
Mi spiego meglio.
Il problema del clima e più generalmente dell’ambiente non è inerente alla sopravvivenza del pianeta bensì alla nostra.
Il nostro pianeta ne ha viste di ben peggiori della presenza dell’uomo e se l’è cavata sempre egregiamente.
Quindi il problema centrale è la nostra sopravvivenza o quantomeno il nostro benessere e il nostro equilibrio con il pianeta.
Questi due ultimi fattori sono minacciati sicuramente dal surriscaldamento, ma soprattutto dal sovrappopolamento (Claude Lévi-Strauss era solito dire di essere nato in un mondo con poco più di un miliardo di esseri umani, e di essere sul punto di andarsene da un mondo di quasi 6 miliardi), da un ritorno alla proliferazione degli ordigni nucleari (uscita dal trattato IDF), dalla competizione sfrenata spinta dal concetto di crescita, dalle guerre e dall’inquinamento [entrambi i fenomeni riconducibili alla competizione sfrenata].

Mentre i potenti sono ben disposti a dare ascolto alla piccola Greta, sono completamente ciechi e sordi rispetto a tutte le altre istanze.
Non sarà forse che il loro ruolo è neutrale rispetto alle problematiche sollevate dalla ragazza (magari ci sono anche ottime prospettive di guadagno e di egemonia sui paesi emergenti) mentre sarebbe gravemente messo in discussione dalle altre istanze?

E’ un po’ come la questione dei diritti individuali e quelli sociali.
Si apre il coperchio per abbassare la pressione cedendo sui diritti individuali, per poi richiuderlo sui diritti sociali (che sono anch’essi diritti umani inseriti nella carta).

Insomma il potere si mostra sempre magnanimo quando non è intaccato (figuriamoci poi quando viene favorito), mentre reagisce alla minima richiesta che lo possa minacciare.
Abbiamo una vaga idea di quanto inquini una guerra?
Ricordo ancora con orrore i pozzi petroliferi dati alle fiamme in Iraq e il petrolio sversato nei corsi d’acqua; e questa è solo la punta dell’iceberg.
Vogliamo parlare dei poligoni militari, dell’uranio impoverito o dei test nucleari?
Mi sto occupando del caso Alpi: avete idea delle tonnellate di rifiuti industriali e ospedalieri e di scorie chimiche sversate in Somalia in cambio di armi? In quel periodo si spiaggiò addirittura una nave con tutto l’equipaggio deceduto a causa delle radiazioni.
All’epoca si potè parlare del traffico di armi mentre il tabù era la questione ambientale, cui tutto il mondo stava contribuendo (In Somalia sversavano Francia, Germania, Italia, USA, più chi sa chi altri).
Le armi sono dicibili, mentre le scorie sono indicibili.
Questo perchè le scorie mettono implicitamente in dubbio il modello di sviluppo.
Sono il costo della competizione globale.

In tutto questo dibattito c’è un grande assente che è appunto il modello di sviluppo:  una riedizione del “chicken game” di “Rebel without a cause” dove nessuno vuole tirare il freno a mano prima del precipizio per paura che i competitor si fermino un metro più avanti;  per questo stiamo finendo tutti nel burrone.
La differenza però tra noi e i paesi emergenti è che noi abbiamo un benessere diffuso superiore a loro e pertanto ci possiamo permettere determinati discorsi (in più siamo sempre pronti a soffiare sui dissensi interni delle altre realtà, a maggior ragione non offrendogli scelta) e secondariamente abbiamo ancora in mano il pallino del gioco.
Ogni movimento che non rimetta in discussione il modello di sviluppo è destinato ad essere la pillola di zucchero data al malato terminale di cancro.
La risposta del sistema e dei media è il segnale che indica la direzione.
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Sindacati e Confindustria, lo strano connubio.

I sindacati confederali si uniscono a Confindustria per lanciare un appello ai cittadini europei in vista delle elezioni del 26 maggio:

Esortiamo i cittadini di tutta Europa ad andare a votare per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale“.

La frase è priva di ogni senso di verità , salvo forse per una delle espressioni, quella che fa genericamente riferimento ai “valori europei”; purché si chiarisca che tali valori sono quelli ordoliberisti delle ragioni di mercato e del capitale, soprattutto finanziario, in conflitto quindi con le ragioni di solidarietà ed equità sociale che la nostra Costituzione sostiene.

Sarebbe invero più corretto parlare di “disvalori” europei, ma l’attuale processo di mistificazione semantica – necessario al sistema per la riprogrammazione cognitiva che ogni più o meno dissimulato totalitarismo esige – non può accogliere sottigliezze del genere.

Per quanto riguarda gli altri concetti – democrazia, crescita economica sostenibile, giustizia sociale – essi, nel contesto di un discorso dove il riferimento è ad un’Europa intesa come Unione europea, suonano estranei, incongruenti, grotteschi.

Richiamarli a proposito di un sistema che li ha sistematicamente elusi, compromettendo quell’idea di futuro che essi implicano, è disonesto – oltreché dolorosamente offensivo per i tanti che di quel futuro si sono visti privare.

Non sorprende che i sindacati confederali non abbiano avuto alcuna remora nel sottoscrivere un tale appello mistificatorio, per di più in comunione con un soggetto che storicamente andrebbe considerato loro naturale antagonista.

Non sorprende perché la parabola dei sindacati, del tutto analoga a quella della sinistra, descrive un percorso che si è concluso con la loro cattura nel sistema, di cui sono ormai elemento organico e funzionale.

Non sorprende, e tuttavia è sempre triste ogni volta averne la riprova, anche per chi questo lutto lo ha elaborato da tempo.

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Andarono per isolare e tornarono isolati

Propongo il riassunto di un articolo sul Venezuela scritto da Alan McLeod, professore alla Glasgow University, collaboratore del sito Fairness & Accuracy in Reporting e autore del libro Bad News from Venezuela: Twenty years of fake news and misreporting.

Enfasi e note fra parentesi quadre sono mie.

§

Non è un segreto per nessuno che gli USA tramano un cambio di regime in Venezuela da ormai molti anni. Il Presidente Trump non nasconde la tentazione di usare l’opzione militare. Recentemente ha dichiarato che “i giorni del socialismo e del comunismo in Venezuela sono contati“, aggiungendo minacciosamente che “molto presto vedremo cosa farà la gente a Caracas“.

Il Vicepresidente Mike Pence ha definito Nicolas Maduro un “dittatore” e ripetuto che l’auto-proclamato presidente Guaidò gode “dell’incrollabile appoggio” del popolo americano [ma Bernie Sanders ha dichiarato di non riconoscerlo e sostenuto la legittimità di Maduro “che non è un dittatore“]

Le arbitrarie sanzioni americane vengono sempre più inasprite, nel tentativo di distruggere l’economia venezuelana e forzare Maduro alle dimissioni. Le pesanti  pressioni sugli altri paesi perché vi si adeguino, così da isolare il Venezuela politicamente ed economicamente, ha condotto un certo numero di nazioni europee e latino-americane a “convincersi” che la versione dei fatti propagandata dagli USA sia quella corretta.
Tuttavia, nonostante gli sforzi dei media internazionali – straordinariamente compiacenti –  di descrivere il Venezuela come nazione isolata e sull’orlo del collasso, il piano USA sta malamente fallendo. La comunità internazionale ha sostanzialmente rifiutato il candidato degli americani, l’auto-proclamato presidente Juan Guaidò, con il 75% dei paesi schierati a favore di Maduro.

Nel completo silenzio degli organi d’informazione, il Consiglio ONU per i diritti umani, UNHRC, ha condannato le sanzioni, che come sempre colpiscono i più poveri e i più vulnerabili della popolazione. L’UNHCR ha esortato gli stati membri a interromperle, ed è stata persino evocata la possibilità di riparazioni che gli Stati Uniti dovrebbe pagare al Venezuela.
L’avvocato e studioso Alfred de Zayas, esperto di diritti umani ed ex funzionario ONU, ha paragonato le sanzioni ad un assedio medioevale, e accusato gli USA di crimini contro l’umanità.

L’ONU e la Croce Rossa si sono rifiutati di partecipare alla carnevalata degli “aiuti umanitari” americani, sostenendo che non soddisfacevano i minimi requisiti per essere considerati aiuti, mentre il governo Maduro cooperava felicemente con queste istituzioni per ricevere un’assistenza più genuina. [È stato calcolato che il valore degli “aiuti” americani era di circa 20 milioni di dollari, mentre l’ammontare dei capitali venezuelani congelati all’estero per effetto delle sanzioni, e quindi indisponibili per l’acquisto di farmaci e derrate alimentari, è di circa 7 miliardi].

Tutte queste notizie, nonostante abbiano avuto eco internazionale, sono state ignorate dalla stampa occidentale e in particolare da quella statunitense.

La strategia trumpiana di regime change ha dimostrato una comica incompetenza.
I continui appelli di Marco Rubio all’esercito venezuelano per la diserzione sono caduti nel vuoto, e i militari continuano a restare fedeli a Maduro.
Il tentativo degli Stati Uniti di forzare il confine con i pretesi convogli umanitari e provocare un bagno di sangue è fallito; a dare alle fiamme i convogli sono stati gli stessi pretesi militari disertori che appoggiavano Guaidò.
Nel frattempo, anche il concerto live al confine colombiano, organizzato dal celebre miliardario Richard Branson per sostenere Guaidò, si è risolto in un fiasco propagandistico. [Il bassista e cofondatore dei PinkFloyd, Roger Waters, ha pubblicato un video  in cui accusa Branson di essere al servizio degli interessi degli Stati Uniti, che “vogliono fare del Venezuela il prossimo Iraq“, sostenendo che il concerto non aveva nulla a che fare con «i bisogni del popolo venezuelano, con la democrazia, con la libertà o con gli aiuti umanitari].

A differenza del più brillante gruppo dell’amministrazione Obama, quello dell’amministrazione Trump è molto più grossolano e tende più facilmente a lasciar cadere la maschera della retorica umanitaria.

La nomina di Elliot Abrams, famigerato in America Latina per il suo ruolo attivo nei tanti cambi di regime accompagnati da genocidi, è stata una mossa che ha reso del tutto inattendibile e grottesco, se ce ne fosse stato il bisogno,  ogni asserito obiettivo democratico-umanitario.
Il consigliere speciale John Bolton si è lasciato sfuggire il segreto di pulcinella quando ha dichiarato che vedeva nel Venezuela  “una grossa opportunità per la imprese americane“, aggiungendo che “farebbe una sostanziale differenza per gli USA se le imprese americane prendessero il controllo della produzione petrolifera di quel paese”.
Bolton ha anche rivelato che fra le opzioni esaminate vi era anche quella di spedire il Presidente Maduro a Guantanamo.
Intanto Marco Rubio scioccava il mondo intero twittando la foto di un Gheddafi massacrato accanto a quella di Maduro, tanto per non lasciare dubbi su quali erano le intenzioni.

Un altro imbarazzante incidente è accaduto poco dopo la nomina di Elliot Abrams, che nel suo palmarès può anche vantare il contrabbando  di armi in Nicaragua sotto copertura di aiuti umanitari. Il McClatchy DC Bureau [agenzia specializzata in notizie politiche da Washington DC] ha rivelato che un aereo americano era stato sorpreso a contrabbandare armi e munizioni verso il Venezuela. L’aereo aveva già fatto più di 40 viaggi solo quest’anno.

Ovviamente, niente di tutto ciò depone a favore delle buone intenzioni del governo americano.

Da parte sua, Guaidò non è stato capace di dissimulare la propria sociopatica e cruenta visione politica. Questo personaggio, di cui più dell’80% dei venezuelani non aveva sentito parlare fino a gennaio di quest’anno, ha inorridito il paese dichiarando cinicamente che le vittime degli scontri “non erano un costo” ma un “investimento nel futuro“.
L’evidente tentativo di colpo di stato è la prima ragione per cui Guaidò non è riuscito a conquistare l’opinione pubblica.

Le critiche agli Stati Uniti si fanno sempre più serrate.
In una recente seduta del Consiglio di Sicurezza sul Venezuela, gli USA sono stati accusati dal Sud Africa di “calpestare la legge e i diritti costituzionali del Venezuela” e di “privare i venezuelani del diritto fondamentale all’autodeterminazione”. La Bolivia ha accusato gli Stati Uniti di calpestare il principio di non ingerenza e di violare la sovranità nazionale del Venezuela. La Russia ha descritto Guaidò come un “impostore”.

Peggio ancora, persino la compattezza del Gruppo di Lima – l’organizzazione latino-americana dei paesi governati dalle destre, allestita dall’amministrazione Trump con l’obiettivo dichiarato di isolare il Venezuela – comincia a scricchiolare.
Il Presidente fascista Bolsonaro, che in precedenza aveva dichiarato che avrebbe fatto qualunque cosa per sbarazzarsi di Maduro, ha poi preso le distanze, dichiarando che il Brasile in nessuna circostanza avrebbe preso parte ad una invasione.
Analoghe dichiarazioni sono state espresse da altri membri chiave come Colombia, Cile e Perù.
In Europa, Spagna e Germania si sono categoricamente espresse contro l’opzione militare. Ad Haiti, la decisione del governo di accettare l’obiettivo USA di cambio regime in Venezuela ha provocato vasti disordini che minacciano di farlo cadere.

L’inedito isolamento degli Stati Uniti in questa avventura  non significa necessariamente la fine del loro attacco alla sovranità venezuelana: lo status di prima superpotenza consente loro di agire unilateralmente.  Ma se la loro battaglia contro il Venezuela continua, quella che combattono per conquistare l’opinione pubblica è persa.

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Il Metodo Ciampi e la Costituzione

Nel suo libro di memorie Paolo Savona a un certo punto racconta della sua esperienza ai vertici della BNL, primi anni ’90.

“Le cose filarono lisce fino all’arrivo di Giampiero Cantoni, designato dal PSI alla presidenza della Banca. […] a Cantoni interessava ribadire il suo potere per esercitarlo a favore del PSI di Craxi, che lo aveva voluto a quel posto, e dei suoi personali interessi. […] Usava nei miei confronti parole volgari […] dato che contrastavo le sue decisioni di concedere credito al di fuori delle competenze statutarie e delle procedure interne di valutazione del merito di credito. Informai Carli, titolare del Ministero del Tesoro e [in quanto tale] azionista di maggioranza della BNL, il quale mi disse che per regolarizzare le violazioni statutarie del presidente avrebbe esteso a lui le mie competenze.
Avvertii anche Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, ma mi disse che non poteva proteggermi […] dato che i suoi rapporti con il Presidente del consiglio Craxi erano già molto tesi.
Alle mie obiezioni sulle violazioni statutarie compiute aggiunse che “gli statuti vanno letti e messi nel cassetto.”
(P. Savona: Come un Incubo, Come un Sogno – Rubbettino 2018, pagine 204 e 205).

L’autobiografia di Savona mi è sembrata meno interessante di quella scritta da Carli (Cinquant’anni di Vita Italiana, Laterza, 1993), ma offre comunque significativi spunti di riflessione, come testimonia la chicca che ho citato.

Da trent’anni a questa parte il metodo Ciampi ha fatto scuola, fino a essere recepito e applicato perfino nei confronti del nostro Statuto per eccellenza – la Costituzione Italiana – da tutti i vertici istituzionali, a cominciare da quelli che hanno occupato e occupano la più alta carica dello Stato.
Relegata nel cassetto delle dimenticanze,  la nostra Costituzione viene ormai occasionalmente evocata da costoro solo per ricordare l’intangibilità di alcuni specifici articoli, tipo l’art. 81,  improvvidamente manomessi (volendo essere generosi) per ottemperare alle prescrizioni eurocomunitarie, sebbene confliggano con i più importanti articoli della prima parte, quella dei Principi Fondamentali, sistematicamente disattesi.

È vero che tali principi, da quando furono concepiti, sono sempre rimasti un obiettivo ideale, forse troppo ambizioso per poterlo interamente realizzare; ma c’è stato un periodo della nostra storia repubblicana in cui essi orientavano una forte e trasversale aspirazione politica, nei limiti di un possibile che per molti era ampio quanto il futuro.
Ciò avveniva prima che ci facessimo convincere che non esistono alternative, prima che venisse decretata la fine della storia, prima che metodi come quello di Ciampi facessero scuola. Da quel momento in poi quei principi sono stati dismessi dall’orizzonte delle possibilità e sostituiti da un’ideologia economicistica tanto cinica quanto pretestuosa, il cui determinismo ha svuotato di senso la dialettica politica e precluso ogni possibilità di democrazia che non sia puramente formale.

Qui di seguito la lista degli articoli fondamentali che giacciono abbandonati in qualche cassetto:

Articolo 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Articolo 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Articolo 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Articolo 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Articolo 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Articolo 10
L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Articolo 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

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La smemoratezza dei giorni del ricordo.

Ho scritto altrove che il problema, con i giorni della memoria o del ricordo, è che ciascuno di essi dimentica le memorie altrui.
Forse basterebbe un unico giorno della memoria, ma celebrato in tutto il pianeta, che ricordasse le infamità di cui tutti i popoli, nel corso della loro storia, prima o poi si sono macchiati, e ammonisse che il confine tra umanità e disumanità, è sempre molto labile e attraversa pericolosamente la coscienza di ognuno: così che ognuno sappia che la certezza di essere immune dal commettere efferatezze  può dimostrarsi fallace in qualunque momento, se messa davanti a prove estreme.
Così come vengono celebrati, invece, mi pare che i giorni della memoria stabiliscano – forse inconsapevolmente – una gerarchia nelle sofferenze, con il sottinteso che la propria è più assolutoria di tutte le altre, perché quantitativamente e qualitativamente più alta.
Ma se ricordando ci si ostina a piangere solo i propri morti e le proprie sofferenze, senza saper fare del dolore di ognuno il proprio dolore – allora la celebrazione serve solo a mantenere in quiescenza proprio quel meccanismo di rivalsa che è all’origine di quelle morti e di quelle sofferenze, pronto ad esprimere tutta la sua virulenza non appena un’altra occasione gli venga data.

Condivido qui una lettera aperta al nostro Presidente della Repubblica, che purtroppo  sempre più si dimostra apertamente schierato in favore del pensiero egemone ignorandone con ostinazione le pur evidenti problematicità.
La lettera, pubblicata sul portale del Partito Comunista Italiano e riproposta sulla pagina FB dell’autore, è scritta da Spetic Stojan, già senatore della Repubblica in un epoca in cui la parola “compagno” scaldava ancora il cuore.
Rispetto a quella del nostro Presidente, si tratta di una ricostruzione storica che cerca di essere equilibrata, che cerca cioè di ristabilire una più equa scala di valori fra le ragioni (i dolori) di ognuno, e che in quanto tale vuole disattivare quel meccanismo di auto-assoluzione/rivalsa che le narrazioni semplificanti delle celebrazioni tendono (non so quanto inconsapevolmente) ad alimentare.

§

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione.

Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre, partito dall’isola quarnerina di Arbe dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler.
In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente. Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”.

Poi si istituì per legge la Giornata del Ricordo, sostanziale contrappeso alla Giornata della Memoria, ridotta a semplice occasione per qualche sbrigativa cerimonia. Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.

A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce.

Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico? Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili.

L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli  “Santa messa per i miei fucilati”.

In Montenegro fu peggio. Ma li decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio.

In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone.

Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati.

Ma i partigiani nel frattempo avevano anche salvato molte vite italiane. Pochi ne parlano, ma i partigiani sloveni, croati ed italiani fermarono a Pisino un treno bestiame pieno di soldati italiani diretto nei lager in Germania. Furono liberati, circa 600, e vestiti dalla popolazione con abiti civili affinché potessero raggiungere le loro case. Lo stesso successe in tutta la penisola istriana.

Poi arrivarono i tedeschi chiamati dai fascisti locali. La “Prinz Eugen Division” bruciò una ventina di paesi ed uccise 2500 persone. Mio padre, partigiano in Istria, venne ferito e curato dalla famiglia di colui che poi divenne il primo ambasciatore croato a Roma.

Nel maggio del ’45 le truppe jugoslave della IV Armata dalmata e del IX Korpus locale aiutarono i battaglioni di Unità operaia, lavoratori armati delle principali fabbriche e dei cantieri, a liberare Trieste assieme agli alleati neozelandesi. In quell’occasione alcune migliaia di persone vennero fermate per accertamenti. Gli elenchi erano stati evidentemente preparati dalla Resistenza locale. La gran parte venne rilasciata, mentre alcune centinaia accusate di vari crimini vennero passate per le armi. Nelle foibe del Carso triestino vennero inumati anche moltissimi soldati tedeschi caduti nelle battaglie attorno la città e che in seguito furono recuperati e trasportati al cimitero militare di Costermanno.

Sia a Trieste che a Gorizia vi furono, nella resa dei conti, anche vittime innocenti tra cui persino aderenti ai CLN italiani. Così come vi furono uccisioni da parte di criminali comuni che si fecero passare per partigiani. Scoperti vennero poi giustiziati dagli stessi jugoslavi.

E’ vero. La fine della guerra in tutt’Europa vide momenti di atrocità e di vendetta, ma non si può parlare di pulizia etnica o di uccisi “soltanto perché italiani”.

E’ inutile parlare di pace ed Europa se poi la complessità storica viene ridotta a semplificazioni spesso funzionali alla progressiva riabilitazione del fascismo ed attraverso questa dei suoi nuovi fenomeni razzisti, nazionalisti e revanscisti.

Io condanno le violenze gratuite e lo spirito di vendetta che si cerca di rinnovare in questi momenti difficili in cui il continente europeo è attraversato da rigurgiti pericolosi quanto antistorici.

Mi permetta, Signor Presidente, di osservare che le sue parole non aiutano certamente la collaborazione tra i popoli del Nord Adriatico, né la conciliazione che può rafforzarsi soltanto nel ricordo della comune lotta contro il nazifascismo e per la libertà. Vicino a Fiume operò un battaglione di partigiani italiani, croati e sloveni che significativamente si chiamava “Fratellanza”. Vicino c’è il paese di Lipa dove tedeschi e fascisti uccisero, come a Sant’Anna di Stazzema, tutti gli abitanti, circa trecento, bambini compresi.

Non le chiedo di recarsi a Lipa o alle fosse ardeatine di Lubiana, e nemmeno all’isola quarnerina di Arbe.
Per capire meglio la storia del confine orientale basterebbe che Lei visitasse il cimitero di Gorizia, dove giace Lojze Bratuž, mite cattolico e musicista, che nel 1936 a Podgora diresse canti in lingua slovena durante la messa natalizia. Due giorni dopo i fascisti gli fecero bere olio di macchina mescolato con benzina e frammenti di vetro per cui morì dopo un’atroce agonia durata settimane. Lasciò due bambini e la moglie, nota poetessa, che durante la guerra venne sadicamente torturata dai poliziotti dell’ ispettorato speciale di PPSS diretto dal commissario Gaetano Collotti, giustiziato dai partigiani veneti e poi decorato dalla Repubblica Italiana con medaglia d’argento per i “meriti acquisiti nella difesa dell’italianità del confine orientale”. L’on. Corrado Belci cercò inutilmente di farla revocare. La decorazione è ancora valida come quella al carabiniere che a Trieste uccise una ragazza, la staffetta partigiana Alma Vivoda. In compenso nessun riconoscimento andò al maresciallo dei carabinieri del comune di Dolina, vicino a Trieste, che durante un rastrellamento tedesco si rifiutò di indicare le famiglie di sentimenti partigiani. Venne caricato per primo sul camion che lo portò in Germania, da dove non fece ritorno. Venne respinta persino la proposta di intitolargli la locale caserma dell’Arma…

Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi nel 1947 quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia perse i territori conquistati nella Grande guerra. Nei due paesi rimasero minoranze slovena ed italiana.

L’esodo degli italiani dall’Istria venne regolato anch’esso dal Trattato di pace. Fu comunque una tragedia per molti, come lo fu per gli sloveni ed i croati che nel primo dopoguerra dovettero emigrare per salvarsi la vita dalla violenza iniziata già coll’incendio della Casa nazionale degli sloveni a Trieste nel luglio 1920 cui seguì una dura repressione fascista.

La pace ed il riconoscimento dei rispettivi confini col Trattato di Osimo del 1975 gettarono le basi per una convivenza pacifica e la collaborazione in tutti i settori dell’economia, della scienza e della cultura con prospettive di sviluppo inattese, che il rivangare dei sentimenti di revanscismo e di odio possono inficiare.

Spero di averla fatta riflettere. Ossequi.

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Andrea Zhok: da una prospettiva più ampia.

Il professor Andrea Zhok, è insegnante di antropologia filosofica all’Università degli Studi di Milano, titolare del pregevole blog Antropologia Filosofica e autore di diversi saggi.  Leggo oggi nella sua pagina facebook una riflessione sulla logica mercantilistica alla base del sistema eurozona, esemplare per la chiarezza con cui descrive  il meccanismo spiegandone le criticità che comporta per il nostro Paese.
Copio il testo su questa pagina, autorizzato dall’autore, raccomandandone la lettura.

Grande disappunto, stupore, rimproveri incrociati e scaricabarile a cascata sui dati di ieri che certificano la recessione italiana.
Nella tempesta del nostro bicchiere di politica interna sembra quasi una distrazione mettersi a parlare del problema complessivo di cui siamo solo un ingranaggio.
Ora, tutta l’Europa va maluccio e l’Italia, come sempre accade, un po’ peggio dei migliori.
Orpolina, come mai?
Il tema richiede una digressione.

L’Unione Europea ha adottato strutturalmente un modello di politica economica tutto puntato sull’export, a scapito del mercato interno; nella lotta per i margini di esportazione tra paesi europei, quelli che traggono comparativamente più vantaggi da moneta unica e mercato unico preservano un vantaggio relativo rispetto agli altri.
L’intera concezione della politica economica europea, promossa dalla Germania, punta su una crescita alimentata dalle esportazioni a scapito del mercato interno, e questo deve valere per ciascun paese europeo e per l’Unione Europea nel suo complesso.
Nei rapporti tra l’Europa e i paesi extraeuropei l’idea è quella di limitare consumi interni e redditi rispetto a quanto la produttività consentirebbe, e così facendo di abbassare i costi di produzione, per conservare una bilancia dei pagamenti in attivo.
A livello intraeuropeo, l’idea è di drenare risorse dai paesi che hanno una produttività comparata inferiore, e che, nell’impossibilità di correggere il valore della moneta o di porre barriere doganali, finiscono per dover ridurre ulteriormente i propri consumi e le proprie risorse pubbliche.

L’intero sistema è congegnato per avere come vincitore assoluto il paese dell’Unione Europea con la maggiore produttività e il minor debito, e a scalare gli altri, lasciando progressivamente sprofondare la coda del treno.
I paesi comparativamente meno produttivi rispetto alle spese (spese di sistema, che includono le spese per interessi sul debito) risultano sempre meno in grado di intervenire per correggere i deficit sistemici di produttività; essi perciò divengono, nel migliore dei casi produttori sussidiari delle economie dominanti (contoterzisti), nel peggiore protettorati di fatto.

Il sistema dunque è congegnato per consegnare un vincitore economico, la Germania, è un codazzo di vassalli, valvassini, valvassori, mezzadri e servi della gleba.
Questa cosa la chiamiamo “Unione Europea”.

Il problema di questo sistema, a prescindere dai problemi dei mezzadri, come l’Italia, o dei servi della gleba, come la Grecia, è che confida nella disponibilità del resto del mondo di essere un recipiente passivo costante dei surplus europei.
Solo che questo è un giochino che non riguarda più quella cosa, proverbialmente pacifica, che è il famoso ‘libero scambio’, ma riguarda i desiderata di politica estera degli attori in campo.
Un paese può anche accettare di avere una bilancia commerciale in deficit per un lungo periodo (gli USA lo hanno fatto spesso, e non solo verso l’UE, ma prima ancora verso il Giappone); questo finché pensa di avere tutti i mezzi per compensare politicamente questo drenaggio di risorse in altre forme.

Ma può anche cambiare idea, come ha fatto Trump recentemente, sollevando problemi sia verso la Cina che verso la Germania.
Questi ‘cambiamenti di orientamento’ non sono ‘incidenti di percorso’, dovuti meramente a questa o quella personalità eccentrica. Essi accadono necessariamente quando un paese come gli USA, il più grande mercato del mondo unificato in uno Stato, decide che il gioco è durato troppo e che non gli conviene più.
In quel momento basta una decisione politica e, puff, l’intero castello di carte mercantilista va in frantumi: decenni di sacrifici richiesti ai lavoratori, di riduzione dei servizi pubblici, di abbattimento delle pensioni, ecc. si sbriciolano in un istante.

Questo è precisamente ciò che è accaduto recentemente; in quel momento i tedeschi hanno scoperto, con loro grande disappunto, di poter spartire bacchettate solo in Europa, perché gli altri paesi si sono legati mani e piedi al masso della BCE, ma di non poter fare altrettanto gli spacconi a livello internazionale, dove restano politicamente dei nanerottoli.

Naturalmente, la prima idea che potrebbe venire a qualcuno, in termini di buon senso sarebbe quello di correggere il sistema, convertendolo in un sistema orientato sul consumo interno e non sull’export, dunque un sistema privo di ‘vincoli economici esterni’, incapace perciò di disciplinare la ‘forza lavoro’ e pericolosamente prossimo a tendenze socialdemocratiche, quando non socialiste.

Ma politicamente niente di tutto ciò può avvenire: la Germania, coerente con l’ultimo secolo di storia, preferisce tentare di gonfiarsi come la proverbiale rana rispetto al bue statunitense, prendendo l’improbabile strada di un rafforzamento militare, dapprima chiedendo la costituzione di un esercito europeo, e poi, visti gli sguardi di incredulità di valvassini e mezzadri, firmando il Trattato di Aquisgrana, che dovrebbe consegnarle un posto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e un’alleanza militare significativa.

Pensando che gli USA staranno a guardare.

In sostanza quella cosa che noi stiamo ora discutendo dottamente in termini di zero virgola e di ‘chi è stata la colpa’ è un semplice effetto collaterale minore di un sistema intraeuropeo e internazionale che ci limitiamo a guardare da lontano e con sufficienza, come se una volta stabilito che fosse meglio il ‘jobs act’ o il ‘reddito di cittadinanza’ avessimo il pallino in mano.

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Venezuela

L’esperienza chavista in Venezuela è stata raccontata vari modi, con narrazioni che oscillano fra l’entusiasmo più celebrativo e la critica più feroce.
Il chavismo ha indubbiamente realizzato importanti progressi sociali per l’immensa quota di popolazione che si è sempre barcamenata nell’indigenza, in particolare sotto i profili dell’istruzione e sanitari; e tuttavia i limiti del regime – per le politiche economiche, la corruzione, l’incerta democrazia – sono evidenti.
Difficile dal di fuori dare un giudizio oggettivo, e capire quanto l’attuale rivolta rappresenti un autentico e maggioritario sentire popolare o non sia piuttosto l’ennesimo tentativo di destabilizzazione eterodiretta.
Però c’è un indicatore che in prima approssimazione può aiutare: il fatto che gli USA, e a seguire molti dei paesi satelliti, si sono immediatamente premurati di dare sostegno a Gualdò riconoscendone le pretese presidenziali.
Tenuto conto che gli Stati Uniti sono il paese che si è sempre trovato dietro tutti i colpi di stato e le destabilizzazioni avvenuti nell’universo mondo dal secondo dopo-guerra in poi (un elenco sarebbe superfluo, immagino), ci sono ottime ragioni per ritenere che la parte per cui essi si schierano in un conflitto di questo tipo non è mai quella legittima; dunque, in caso di dubbio, è l’altra che va appoggiata.
Nel caso specifico, quindi, per il momento tendo a simpatizzare per Maduro (con il quale tra l’altro ho maggiori affinità ideologiche rispetto a Gualdò), anche se capisco che la mia è una semplificazione un po’ sbrigativa.

PS: Qui le attività USA limitatamente al loro “cortile di casa”.

golpe usa

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