Chiamparino e la TAV



Un esagitato Presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, a proposito della TAV di cui è acceso sostenitore, strepita:

Prima il governo decida. Se decide per il SI va bene, se decide per il no io posso decidere di far pronunciare i cittadini piemontesi con una consultazione popolare come previsto dallo statuto“. 

Al di là della valenza meramente simbolica che avrebbe il referendum, trovo singolare che Chiamparino lo voglia indire solo in caso di decisione a lui avversa: democrazia vorrebbe che se referendum dev’essere, esso andrebbe indetto qualunque fosse la decisione del Governo. Esiste infatti una cospicua parte della popolazione piemontese che non la pensa come lui, e che su un’eventuale decisione favorevole avrebbe da ridire quanto ne avrebbe lui nel caso opposto.

In quanto Presidente di Regione, Chiamparino rappresenta tutti i cittadini piemontesi, pro o contro TAV che siano.
Come tale dovrebbe aver cura che i dispositivi di cui può avvalersi in virtù della carica siano disponibili per l’intera comunità, non solo per la parte  che condivide il suo orientamento.
Sembrerebbe un’ovvietà, ma a quanto pare ha bisogno che qualcuno gliela spieghi.

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Marchette

Nella puntata del 12 dicembre di “Quante Storie”, Corrado Augias ha esordito in un modo da lui stesso definito “un po’ anomalo”.
Prima di presentare l’oggetto della marchetta quotidiana (il libro di turno da reclamizzare sotto il pretesto della critica culturale), Augias ha voluto mandare in onda il videoclip del lungo applauso che gli spettatori della Scala, all’apertura dell’anno lirico, hanno tributato al Presidente Mattarella.

A dire il vero, l’immagine della sontuosa platea scaligera in piedi ad applaudire, alternata a quella del Presidente in piedi a ricevere l’ovazione, se pensata in relazione a più numerose e meno confortanti realtà italiane sembrava appartenere ad un mondo parallelo. Ma per l’anziano conduttore è stata una scena “bella”, meritevole di chiosa appropriata:

“Un applauso insistito, significativo, non rituale, non solamente istituzionale, nei confronti del Presidente della Repubblica Mattarella. Un applauso che ha avuto, ha acquisito un connotato politico, chiaramente, tale la sua intensità e il tempo prolungato. Chi dicesse ‘ma era una platea fatta di signori in smoking e di signore in abito da sera, dunque borghesia e alta borghesia’ – sì, coglierebbe un aspetto della cosa ma non tutto, perché poi il Presidente Mattarella è stato applaudito anche fuori dal teatro, mentre attraversava un tratto della piazza – applausi accompagnati dalle grida ‘bravo! bravo!’. Ora tutto questo ha un senso politico, che cogliamo con facilità. Se avrà anche delle conseguenze prima o poi altrettanto politiche resta da vedere“.

Non vogliamo qui interrogarci sull’eticità di un programma televisivo che millantando scopi culturali si traduce nello spot del libro di turno, il cui unico titolo di merito, presumibilmente, è l’entità della sponsorizzazione che l’editore ha investito nella trasmissione. (E sorvoliamo sulla patetica pantomima del libro sapientemente sciupato e zeppo di note, a far intendere che il conduttore l’ha davvero letto: leggere ed elaborare un libro al giorno – come il programma implica – è impresa eccessiva anche per le doti di Augias. Molto più plausibile è il sospetto che la pretesa famigliarità con il libro si riduca alle poche sparse righe che il team dell’editore gli ha sottolineato come traccia per la presentazione).
La marchetta culturale è una pratica che quasi tutte le trasmissioni di intrattenimento esercitano più o meno regolarmente, a cui siamo serenamente assuefatti e a cui convenzionalmente attribuiamo un valore aggiunto rispetto allo spot pubblicitario, anche se siamo intimamente consapevoli della loro sostanziale equivalenza.

Ciò che trovo singolare è il fatto che Augias abbia pensato stavolta di aggiungere alla marchetta culturale anche la propaganda politica.
Ed è ancora più singolare che a tale scopo abbia ritenuto di coinvolgere una figura, quella del Capo dello Stato, che a nessun titolo dovrebbe poter essere arruolata da alcuna parte politica, quale che sia, dal momento che egli, secondo quanto prescrive quella Costituzione alla quale ha giurato osservanza, rappresenta l’unità nazionale.

Tuttavia va riconosciuto che l’operazione di Corrado Augias, per quanto discutibile, non è affatto arbitraria: sono le posizioni non esattamente neutrali assunte negli ultimi tempi dall’attuale Presidente (in continuità con il suo predecessore, del resto) che in qualche modo autorizzano certe deplorevoli inferenze.
È dai giorni convulsi della formazione di questo governo che il Presidente Mattarella ha scelto in modo plateale di schierarcisi contro, poiché a suo modo di vedere non offre sufficienti garanzie di conformità europeista. Ricordiamo il clamoroso veto alla candidatura di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, non per dubbia idoneità morale ma per le riserve che lo stesso esprimeva sulle disfunzioni del sistema (in quell’occasione imparammo che non è lecito avanzare obiezioni anti-europeiste, e che da un funzionario di governo – oltre alle qualità di disciplina e onore richieste ai parlamentari – si esige provata fede nell’Unione).

Da allora non c’è stato discorso in cui, qualunque fosse l’argomento, il nostro Presidente non abbia trovato il modo di inserire un richiamo alle magnifiche sorti e progressive dell’eurozona, incurante delle sempre più vistose falle e contraddizioni che il sistema manifesta e dei suoi drammatici fallimenti: sia in termini socio-economici – il crollo della nostra capacità produttiva, la vulnerabilità alle acquisizioni straniere e agli attacchi speculativi, la precarietà, la disoccupazione e la radicale diminuzione dei diritti sociali (ma non erano queste le criticità da cui l’euro doveva salvaguardarci?); sia in termini politici – la plateale soggezione a una governance autoritaria che ignora la dialettica democratica e per sua propria ammissione accetta solo esiti elettorali che esprimano indirizzi conformi agli orientamenti stabiliti (il “pilota automatico”, vi ricorda qualcosa?).

Quindi il buon Augias ha probabilmente ragione a leggere nel lungo applauso un senso politico, che in quanto tale è stato tributato più alla persona Mattarella che al Presidente della Repubblica – ancorché dubito che chi applaudiva avesse chiara in mente la differenza.
Augias però probabilmente sbaglia auspicando che il messaggio possa andare oltre il ceto rappresentato da quella platea, in misura tale da comportare “prima o poi conseguenze altrettanto politiche”.
È chiaro che i fallimenti dell’Europa di Maastricht, quelli che nelle sue concioni il Presidente Mattarella si ostina a dare per inesistenti, non hanno toccato in questi anni quella fascia di popolazione che può permettersi fra le altre cose di acquistare – al prezzo di un paio di stipendi del lavoratore medio – un prestigioso ingresso alla prima della Scala.
Purtroppo per Augias questa fascia di popolazione è piuttosto esigua, e l’unica egemonia che può esercitare è quella che gli deriva dal controllo dei mezzi finanziari e di comunicazione. Che non è poco, certo.
Ma il resto della popolazione – quella parte che ha sofferto e soffre le conseguenze economiche e sociali delle politiche europee – ha dalla sua la possibilità di costituirsi in massa critica, di fronte a cui anche le limitazioni imposte alla democrazia finiscono prima o poi per saltare.
Basta che ne prenda consapevolezza: gli eventi di questi giorni in Francia sono solo un esempio.

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Jean-Claude Michéa: lettera ai Gilets Jaunes

Jean-Claude Michéa prende spunto da un articolo di Lieux Communs per scrivere una lettera aperta sui Gilet Jaunes, per i quali esprime apprezzamento senza riserve.
Il movimento – nato originariamente dalla protesta per una delibera governativa che di questi tempi potrebbe sembrare banale (l’aumento delle tasse sul gasolio),  si sta trasformando in una più generale contestazione contro le politiche vessatorie dei governi ordoliberisti eurocomunitari, di portata tale da turbare i beati sonni dell’establishment francese (e probabilmente non solo).
Anche se lo stile di Michéa è sempre un po’ involuto, come accade alla maggior parte degli intellettuali transalpini, le sue considerazioni sono sempre degne di interesse, specie nel caso di argomenti di grande attualità come questo.

Eccone la traduzione:

§

[…] Il movimento dei Gilets Jaunes (bell’esempio di quell’inventiva popolare che annunciavo ne “I misteri della sinistra”) è in un certo modo l’esatto contrario del movimento Nuit Debout.
Quello, semplificando, era prima di tutto la conseguenza di un tentativo – incoraggiato da una gran parte dalla stampa borghese – dei 10% (cioè di coloro che sono destinati all’inquadramento tecnico, politico e culturale del capitalismo moderno) per depotenziare la critica radicale al Sistema dirigendo l’attenzione solo sul potere di Wall Street e del famoso 1%. Una rivolta dunque di quei metropolitani iper-itineranti e iper-diplomati (di cui una frazione minoritaria comincia a conoscere qua e là una certo grado di precarizzazione) che  dall’era di Mitterand in poi costituiscono il vivaio principale da cui vengono recrutati i quadri della sinistra e dell’estrema sinistra liberale (e in particolare di quei settori più apertamente contro-rivoluzionari e anti-popolari: Regards, Polits, Università di Parigi VIII ecc).

I Gilets Jaunes, al contrario, sono quelli che si rivoltano dal basso, con sufficiente consapevolezza rivoluzionaria da rifiutarsi di dover scegliere fra sfruttatori di sinistra e sfruttatori di destra. (Tra l’altro è proprio così che Podemos aveva esordito nel 2011, prima che le Clémentine Autain e i Benoit Hamon locali non riuscissero a seppellire questo promettente movimento recidendo progressivamente le sue radici popolari).

L’argomento degli “ecologisti” da giardino – quelli che preparano questa “transizione energetica” che consiste prima di tutto in delocalizzare la polluzione dai paesi occidentali a quelli meridionali (cfr G. Pitron “La Guerre des Mètaux Rares”) – secondo  i quali questo movimento spontaneo non sarebbe che il risultato di “un’ideologia del catorcio” di “gente che fuma sigarette e gira con i diesel” – è tanto assurdo quanto indecente.
È chiaro che i Gilets Jaunes non provano alcun piacere nel dover prendere l’auto per recarsi ogni giorno al lavoro a 50 Km da casa, o fare spesa nell’unico centro commerciale della loro regione situato generalmente a 20 km e in mezzo al nulla, o ancora farsi visitare dal solo medico che non è ancora andato in pensione e il cui studio si trova a 10 km da dove abitano. (Questi esempi sono presi dalla mia esperienza landese: ho persino un vicino che vive con 600 euro mensili, costretto a calcolare il giorno del mese in cui può ancora fare la spesa a Mont-de_Marsan senza restare in panne per mancanza del gasolio – questa benzina dei poveri – che può ancora permettersi).

Siate certi che i Gillet Jaunes sono i primi ad aver capito che il vero problema è la sistematica realizzazione del programma liberista, perseguito dai governi di destra e di sinistra negli ultimi quarant’anni, che ha progressivamente trasformato il loro villaggio o il loro quartiere in un deserto privo di assistenza medica e di un minimo commercio di prima necessità, dove la prima impresa ancora capace di offrire loro un lavoro mal pagato si trova lontana dozzine di chilometri. Se è vero che esiste – e meno male – un “piano periferie”, è anche vero che non c’è mai stato nulla del genere per questi villaggi e comuni (dove tuttavia vive la maggioranza della popolazione francese), ufficialmente votati all’estinzione dal “senso della storia” e dalla “costruzione europea”.

Non è dunque l’automobile in quanto tale,  segno di integrazione nella società dei consumi,  che i Gilet Jaunes difendono oggi. (Non sono lionesi o parigini!). La loro vettura diesel d’occasione (che la Commissione europea cerca già di sottrargli inventando senza sosta nuove norme di “controllo tecnico”) rappresenta l’ultima possibilità di sopravvivenza (avere ancora un tetto, un impiego, e di che nutrire loro stessi e la loro famiglia) in un sistema capitalista oggi disegnato per l’esclusivo vantaggio dei vincenti della globalizzazione.

E pensare che i primi a impartire loro la lezioncina sono quelli della”sinistra kerosene” – coloro che viaggiano da un aeroporto all’altro per portare nelle università di tutto il mondo (e in tutti i “Festival de Cannes”) la buona novella “ecologica” e “associativa”!
Decisamente, chi non conosce altro che il proprio palazzo metropolitano non avrà mai neppure un centesimo della decenza che si può ancora trovare nelle “chaumières” [case rurali con tetto di paglia]. È ancora la mia esperienza landese a parlare.

La sola domanda che mi faccio, dunque, è fin dove può arrivare un tale movimento rivoluzionario (che si ricollega per la sua nascita, per il suo programma aggregatore  e per le sue modalità di sviluppo, con la grande rivolta del Vignaioli del 1907), tenuto conto delle tristi condizioni politiche attuali.
Non dobbiamo dimenticare infatti che ha davanti a sé un governo thatcheriano di sinistra (non per niente il principale consigliere di Macron è Mathieu Laine – uomo d’affari della City, prefatore in Francia delle opere della strega Maggie), vale a dire un governo cinico e impavido, chiaramente pronto (ed è questa la grande differenza con i suoi predecessori) ad arrivare fino ai peggiori estremi pinochetisti (come Maggie con i minatori gallesi o gli scioperanti della fame irlandesi) per imporre la propria “società della crescita” e il potere antidemocratico dei giudici che ne è corollario.
Ovviamente, senza aver nulla da temere da parte del servilismo mediatico francese.
Si contano già tre morti e centinaia di feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. Se la memoria non mi inganna, bisogna risalire al Maggio ’68 per ritrovare un bilancio analogo in seguito a manifestazioni popolari, perlomeno in territorio metropolitano. Ciononostante, il clamore mediatico non è stato affatto proporzionale alla gravità di un tale dramma. Cosa avrebbero detto i cani  da guardia di France Info se questo bilancio (peraltro provvisorio) fosse stato opera, per esempio, di un Vladimir Putin o di un Donald Trump?

Ultima considerazione,  ma non meno importante: non bisogna dimenticare che se il movimento dei Gilet Jaunes crescesse ulteriormente (o se conservasse, come succede oggi,  il sostegno della grande maggioranza della popolazione) l’amministrazione “benalla_macroniana” non esiterebbe un istante a inviare ovunque i suoi Black Blocs e i suoi “antifascisti” (come le famose “brigate rosse” della grande epoca) per screditarli in ogni modo od orientarli verso politiche suicidarie.

Si è già visto come il governo di Macron ha operato  con l’esperienza zadista di Notre-Dame_des Landes per toglierle in breve tempo l’originario sostegno popolare.

Ma anche se questi coraggiosi fossero provvisoriamente rintuzzati dal PMA – Parti des Média e de l’Argent, il Partito dei Media e dei Soldi – ciò vorrebbe dire, nel peggiore dei casi, che si tratta di una prova generale e dell’inizio di una lunga lotta a venire.
Perché la collera di quelli che sono in basso (sostenuti, vale la pena ripeterlo, dal 75% della popolazione e dunque logicamente stigmatizzati dal 95% dei cani da guardia mediatici) non si spegnerà più, per il semplice fatto che quelli che sono in basso non possono né vogliono più sopportare. Il popolo è definitivamente in marcia e non intende rientrare nei ranghi.
Per parafrasare la formula dei proscritti della Comune di Parigi: che le Versailles di sinistra e di destra si tengano per avvertite.

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Commissione europea Vs Governo italiano: una scelta obbligata.

Negli ultimi quarant’anni il panorama politico progressista si è andato omologando alle logiche vincenti del neoliberismo e della globalizzazione sgovernata, confinando il contro-pensiero dell’istanza socialista entro nicchie atomizzate ed incomunicanti.
In questo modo, il nuovo momento Polanyi che si sta manifestando sia in Europa che negli USA non trova altra offerta politica che quella della destra populista. Questa è infatti l’unica forza significativa che – strumentalmente o no,  ha saputo dare voce al disagio  popolare per un sistema che sempre più si rivela essere fondato sull’avvilimento della dialettica democratica e sulla predazione delle classi non tutelate a favore dei ceti privilegiati.

In queste condizioni sarebbe fatale per ciò che resta della sinistra (e per l’opposizione tutta, del resto) che,  di fronte all’attacco scatenato in questi giorni dalla Commissione europea contro la sovranità democratica del Paese, non affermasse la propria solidarietà al governo. Sarebbe lo stesso errore compiuto nel 2011, quando l’ansia di liberarsi di un avversario politico portò il PD ad avallare – complice l’allora Presidente della Repubblica – l’insediamento del podestà forestiero  Mario Monti, e l’avvio di quel massacro sociale che ancora oggi si vorrebbe continuare a imporre.

Per la verità,  la tentazione è già riaffiorata nelle settimane successive alle elezioni di marzo, quando l’attuale Presidente fece fallire una prima volta il tentativo di formazione dell’esecutivo e tentò di imporre un “governo presidenziale” riedizione di quello montiano, visto chi era chiamato a farsene carico.
Se l’operazione non ha avuto successo è grazie al fatto che stavolta il Parlamento era opportunamente presidiato e gran parte dell’opinione pubblica, nonostante la generale compiacenza mediatica, era allertata dalla precedente esperienza.

Non lascia ben sperare nemmeno il tripudio per il riemergere “dell’allarme spread”, mal dissimulato da pensosi atteggiamenti di responsabile preoccupazione: la stessa narrazione con la quale si giustificò l’insediamento di Monti, e che successivamente (quando Draghi lanciò l’ormai famoso “what ever it takes“) si dimostrò essere solo una variabile controllata a piacimento dalla BCE.

Dobbiamo dire a chiunque voglia ascoltare che la vertenza con la Commissione europea non è economica, ma squisitamente politica. Le tecnicità sotto le quali si dissimula tale natura dipendono da algoritmi basati su presunzioni arbitrarie dal punto di vista scientifico e inaccettabili dal punto di vista sociale (in proposito, l’articolo dell’economista Marcello Minenna sul WSJ, qui tradotto da Voci dall’Estero, è molto eloquente); mentre appare decisamente grottesca la pretesa di sindacare su decimali di punto che l’accuratezza della contabilità nazionale e la razionalità farebbero piuttosto ascrivere al margine dell’errore statistico.
Dobbiamo dire a chiunque voglia ascoltare che lo spread è l’arma impropria per il delitto di lesa sovranità di cui i mercati sono solo sicari, e mandanti la BCE e la Commissione europea.

Assodato che una forza progressista non può sentirsi rappresentata da questo governo, e al di là del giudizio sul DEF (che con tutti i suoi limiti rappresenta comunque una novità coraggiosa rispetto al passato, con il tentativo di affermare una propria autonomia politica contro le prescrizioni della Commissione), rimane il fatto che esso è l’espressione di una maggioranza parlamentare democraticamente eletta, ciò che ne fa il governo legittimo degli italiani – una legittimità che nessuno dei governi che lo hanno preceduto negli ultimi sette anni poteva accampare con altrettanta serenità.

In quanto tale, sta a tutti noi difenderlo e sostenerlo contro tutti i tentativi autoritari di destabilizzazione operata con metodi e meccanismi che non siano quelli stabiliti dalla nostra Costituzione.

Leggo con piacere che in questo senso si sono espressi esponenti della sinistra europea più consapevole: in Francia, Jean Luc Mélenchon con questo comunicato, afferma: “Io preferisco difendere la sovranità popolare e il governo italiano. Per la prima volta la Commissione se la prende con il budget votato dal Parlamento di uno Stato che rispetta i trattati. Dal momento che non si tratta di rispettare i trattati, ma di una scelta di budget, si capisce che è una espropriazione della sovranità dei popoli, qualunque cosa pensiamo delle scelte che hanno fatto. Possiamo condannare le scelte politiche degli italiani, ma hanno il diritto di decidere quello che è il bene del loro Paese“; in Germania, Sahra Wagenknecht (dell’ala radicale della Linke e promotrice – insieme al marito Oskar Lafontaine – del movimento Aufstehen) dichiara: “… non ho molta simpatia per il signor Salvini. Ma non è questo il punto. Questo è un governo democraticamente eletto. La legge di bilancio riguarda la sovranità dei parlamenti. E se vuoi distruggere l’UE, allora devi fare esattamente quello che sta facendo Bruxelles. Inoltre bisogna anche parlare di quanto possa essere sensato costringere a fare ulteriore austerità un paese che da dieci anni attraversa una lunga crisi economica, un paese in cui il reddito pro capite è inferiore a quello precedente l’introduzione dell’euro, ovviamente ciò contribuisce a far crollare l’economia. Ecco perché penso si tratti di una decisione priva di senso“.

L’auspicio è che il variegato arcipelago progressista (dove sempre più difficilmente è possibile annoverare il PD)  si pronunci allo stesso modo, anche se le premesse non ispirano ottimismo.

Conforta intanto l’intervento in questo senso di Mimmo Porcaro, tra i promotori – insieme a Formenti e Boghetta – del recentemente costituito movimento Rinascita! Per un’Italia Sovrana e Socialista, il cui portale ospita già numerosi articoli di sicuro interesse per chi sta ancora cercando tracce di vita intelligente nella galassia della sinistra, per la maggior parte dei casi ormai appiattita su paradigmi  che ne hanno stravolto la natura.

Ecco quindi alcuni stralci dell’articolo, che potrete legger nella sua interezza a questo link.

[…] Nonostante questa sua esplicita motivazione classista, l’europeismo di Guido Carli non era però senza discernimento […] La sua Europa era classista ma non stupida. E infatti il nostro definiva letteralmente abominevole la mania teutonica di stabilire capziosi limiti quantitativi alla politica economica, validi in ogni stagione ed in qualunque punto del ciclo economico.

E letteralmente abominevole è ciò che sta accadendo oggi, che un governo legittimato dal voto popolare (un voto che, ricordiamolo, è in gran parte quello dei perdenti della globalizzazione) si vede respingere da burocrati privi di qualunque legittimazione una manovra che, quanto a livello di indebitamento, è di puro buonsenso ed anzi inferiore alla bisogna, e quanto alla forma non fuoriesce nemmeno così tanto dalla logica liberista che domina in UE. […]

Ora, quel che noi di Rinascita! pensiamo del governo è chiaro: una coalizione popolare dominata dalla piccola e media impresa che asseconda alcuni bisogni popolari, che per questo confligge con l’Unione ma che non sa costruire una vera alternativa.

Qui però si tratta di difendere non tanto il governo quanto due principi elementari che dovrebbero informare anche l’azione di un governo “veramente progressista”, “veramente socialista”, che sarebbe trattato dai mercati e dalla Commissione Europea ancor peggio di questo.

Un principio di logica economica, per il quale “debito” non è né brutto, né bello: dipende (e per noi, oggi, è comunque necessario).

E un principio di logica democratica, per cui alla fine, Unione o non Unione, la decisione di un governo parlamentare è più importante di quella di una burocrazia che è stata nominata proprio per far sì che le cruciali scelte economiche siano attuate, come voleva il prof. Monti, “al riparo dal processo elettorale”.

Se questa burocrazia, per quanto insediata dai governi degli stati membri, si trova una o più volte in conflitto con le decisioni democratiche di un paese su questioni essenziali, o cambia, o prima o poi salta. […]

Non sappiamo quale sarà l’iter dello scontro: mediazione, pateracchio, precipitazione… data l’assenza di una vera guida politica europea, tutto è possibile. E non mancheremo di incalzare il governo e di criticarlo duramente in caso di cedimenti immotivati.

Ma sappiamo qual è la posizione da prendere adesso: nella scelta tra la Commissione (e gli immancabili mercati) ed il governo noi stiamo col governo perché stiamo con la democrazia italiana.

[…] I “sinceri democratici” dovrebbero finalmente capire che l’Unione Europea è il contrario della democrazia perché non sposta la sovranità popolare ad un livello più “alto” e quindi più efficace, ma semplicemente la cancella privando il parlamento europeo di ogni potere ed autonomizzando la Banca centrale da tutto tranne che dal liberismo.

I “veri antifascisti” che oggi offrono l’ultimo ossigeno a quel PD che è stato l’artefice dei più grandi misfatti ai danni della nostra Costituzione, dovrebbero chiedersi se non sia un tantino antidemocratico l’auspicare l’intervento punitivo dei mercati contro chi, per amore o per forza, tenta una pur blanda redistribuzione del reddito.
Qualcuno liberi finalmente, se ne è capace, la democrazia e l’antifascismo dal connubio mortale col liberismo!
Qualcuno torni a guardare i fatti e a capire la differenza tra nemico principale e nemico secondario!

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DEF, dipedenze e indipendenze.

Puntuali, ogni anno in questo periodo si ripetono le stucchevoli diatribe intorno al DEF, e come ogni anno alla fine la domanda è la stessa: chi paga?
Ieri, in uno dei tanti salottini del dibattito televisivo, ho sentito uno degli ospiti, la signorina Serena Sileoni, vicedirettrice generale dell’Istituto Bruno Leoni, esclamare giuliva e trionfante: “i soldi mica si trovano per terra!”.
Il livello del dibattito è questo.
(Per la cronaca, l’Istituto Bruno Leoni è quello che a inizio anno si è preso la briga di finanziare l’esposizione di un tabellone luminoso alle stazioni di Milano Centrale, Roma Termini e Roma Tiburtina, per informare in tempo reale i viaggiatori di quanto stava inesorabilmente crescendo ogni tot secondi il debito pubblico. La loro pagina ci informa che l’organizzazione, nata nel 2003, promuove le idee per il “libero mercato” [virgolette loro]. “La nostra filosofia viene associata a diverse etichette: liberale, liberista, mercatista”.)

La signorina Sileoni dovrebbe sapere che i soldi, da quando la moneta è diventata fiduciaria, vengono creati dalle Banche centrali o tramite il credito bancario, per lo più attraverso scritture di dare e avere per una creazione ex nihilo, un termine dotto per dire che vengono fuori da un gioco di prestigio contabile. Letteralmente. Il che, se ci pensate, è più sorprendente che trovarli per strada.

La nostra Banca centrale, per esempio, cioè la Banca Centrale Europea, in questi anni di “facilitazione quantitativa” ha creato liquidità per 3 mila miliardi di euro, centesimo più centesimo meno, e lo ha fatto senza andarli a cercare per strada né tanto meno prelevarli dalle tasche dei cittadini europei. Purtroppo per noi, la BCE – di cui le banche centrali nazionali sono diventate una succursale locale – è per statuto politicamente indipendente, e delle sue decisioni, buone o cattive che siano, non deve rispondere a nessuno.
L’indipendenza della Banca centrale dal potere politico è un vecchio cavallo di battaglia del neoliberismo, che vede nello Stato minimo la migliore garanzia per il funzionamento ottimale del mercato, considerato ontologicamente il miglior sistema autoregolato per i rapporti economici e sociali.
Mentre altrove questa indipendenza, nonostante l’egemonia del pensiero neoliberista, è assente o molto relativa (penso alla FED, alla Banca d’Inghilterra o alla Banca del Giappone), in Europa è stata portata ai massimi livelli, godendo la BCE addirittura dello statuto di extra-territorialità – per cui non solo non è soggetta al potere politico, ma nemmeno alla magistratura è consentito di sindacare sul suo operato.

Il problema è dunque squisitamente democratico, poiché l’indipendenza della Banca centrale dal potere politico comporta la dipendenza dello Stato dalla finanza. Lo Stato è obbligato a reperire sui mercati, alle condizioni che questi stabiliscono, la quota di fabbisogno che la tassazione o altre entrate non riescono a coprire.
Per ottenere tali risorse – e alle migliori condizioni possibili – il Governo non può fare a meno di tener conto delle presunte esigenze dei mercati , a prescindere dal mandato per cui è stato eletto.

Il problema democratico è doppio, perché se da una parte i mercati condizionano il Governo, dall’altra il Governo può invocare la cogenza dei mercati (lo spread, vi dice qualcosa?) per deresponsabilizzarsi politicamente ogni volta che le circostanze lo obbligano a disattendere il programma per cui è stato eletto o a prendere misure impopolari.

Su questa esiziale dipendenza i numerosi esempi di questi anni dovrebbero averci tolto ogni dubbio. Chi tuttavia ne nutrisse ancora dovrebbe andare a riascoltarsi la conferenza del Presidente della repubblica, il 27 maggio scorso, quando si presentò alle telecamere per giustificare il fallimento del primo tentativo di governo giallo-verde.
Il discorso è tutto una confessione in tal senso.

In quell’occasione il Presidente, dopo avere affermato che il ruolo di garanzia che la sua figura istituzionale svolge “non ha mai subito ne può subire imposizioni”, giustificò la bocciatura della candidatura di Paolo Savona con il fatto che “la designazione del ministro dell’economia costituisce sempre un messaggio immediato di fiducia o di allarme per gli operatori economici e finanziari”, per cui c’era l’esigenza di un profilo che “al di là della stima e della considerazione per la persona [di Savona], non sia visto [dai mercati] come sostenitore di una linea più volte manifestata, che potrebbe provocare probabilmente o addirittura inevitabilmente la fuoriuscita dell’Italia dall’euro”.
Praticamente, ci disse che il suo ruolo istituzionale non può subire imposizioni da una maggioranza democraticamente costituita, quelle che vengono dai mercati sì.
Ci fece anche notare, en passant, che l’euro non è materia di legittima discussione democratica. Ma questa non è una novità.

Mattarella rincarò poi la dose, insistendo sul fatto che “L’incertezza della nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori italiani e stranieri che hanno investito nei nostri titoli di stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread giorno dopo giorno aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in borsa giorno dopo giorno bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito, e configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane”. Seguì un empatico richiamo al suo “dovere di essere attento alla tutela del risparmio degli italiani” (gli indigenti assoluti e quelli relativi, 5 e 10 milioni rispettivamente nel 2017, sono probabilmente il risultato di una lunga distrazione).
Incurante del rigor di logica e con supremo sprezzo del ridicolo, concluse infine con la grottesca affermazione “In questo modo si riafferma concretamente la sovranità italiana”.
La sovranità che si riafferma attraverso la subordinazione, ossimoro interessante.

La dipendenza dello Stato dai mercati, quindi il deterioramento del processo democratico come conseguenza della perdita della sovranità monetaria, è un obiettivo politico che chi teorizzava questo assetto ha perseguito con determinazione e piena consapevolezza. Un processo che ha portato a Maastricht e all’eurozona, e che da noi è iniziato nel 1981, con il famoso divorzio fra Tesoro e Bankitalia ad opera di Beniamino Andreatta e del suo sodale Carlo Azeglio Ciampi.
Dubito che i due non avessero chiare in mente le conseguenze dell’operazione. Andreatta, commentando dieci anni dopo quel che era stata definita la “lite delle comari” – ovvero lo scontro istituzionale fra lui e l’allora Ministro delle finanze Rino Formica, ammetteva candidamente:
“… Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu’ difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato.”.

Ho sentito spesso invocare le attenuanti della buona fede.
La buona fede, ammesso che ci sia, in politica è difficilmente spendibile come titolo giustificativo: ho il sospetto anzi che l’espressione non sia altro che un modo più educato per definire la stupidità. E comunque gli esiti disastrosi rimangono tali, quand’anche le cause che li hanno prodotti non fossero dovute a dolo.

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Atlantia, il ponte, la nave, le procure.

Suggerisco questa lettura dal blog  Il Simplicissimus:

§

Dunque vediamo come vanno le cose in Italia: la Nave Diciotti attracca a Catania e immediatamente un pm di Agrigento, famelico di telecamere, si precipita sull’imbarcazione per poi indagare Matteo Salvini per sequestro di persona tra il giubilo dei piddini. I colleghi pm di Genova invece hanno aspettato la bellezza di otto giorni prima di sequestrare computer e telefonini dei dirigenti di Autostrade, dando loro tutto il tempo di cancellare qualsiasi cosa senza nemmeno dover rinunciare al week end perché dopotutto è estate.

Insomma sembra quasi che la rapidità delle indagini dipenda dagli input dello stato ombra e/o dal patrimonio dei possibili colpevoli: quando si verificano incidenti mortali nei cantieri o nelle piccole aziende nel giro di 24 ore vengono indagati come atto dovuto i possibili responsabili, siano essi proprietari, gestori, progettisti o manutentori; mentre in questo caso sembra proprio che i magistrati non sappiano nemmeno che esista una società chiamata Autostrade su cui necessariamente pende l’onere di rispondere in prima istanza del disastro.
Il fatto è che durante il ventennio berlusconiano, quando la lotta contro il cavaliere non era condotta sul piano politico, vista l’affinità letale tra maggioranze e opposizioni, ma su quello giudiziario, è maturata un’idea manichea della magistratura demonizzata o santificata a seconda dei casi, ma del tutto fittizia. Ecco che in pochi giorni siamo posti di fronte alla dura realtà che per tanti anni è stata tenuta nascosta nel cassetto delle illusioni e che impedisce di mettere mano a una profonda revisione della struttura giurisdizionale. O quanto meno di salvare le forme, sanzionando i protagonismi strumentali o le incomprensibili e opache lentezze di reazione.

Una realtà che è ancora peggiore di quanto ci si aspetti perché l’assoluzione preventiva di Autostrade, dando ad essa tempo e agio di far scomparire qualsiasi documentazione eventualmente compromettente, ha fatto rialzare la testa a Benetton che adesso fa la vittima e vorrebbe grottescamente chiedere i danni allo Stato, con la connivenza delle opposizioni e di quei confusi personaggi le cui animule palpitano per le migrazioni provocate proprio dagli stessi padroni del vapore.
La cosa raggiunge il paradosso metafisico se si pensa che lo studio legale newyorkese Bronstein, Gewirtz & Grossman sta esaminando potenziali rivendicazioni per conto di acquirenti di azioni Atlantia in relazione a una possibile revoca della concessione e di una sanzione per la caduta del prezzo delle azioni. Comunque vada – e una questione di questo genere potrebbe finire nel nulla che merita, come anche portare allo scioglimento di Atlantia e al suo trasferimento in Usa – certamente i parenti delle vittime non avranno nel migliore dei casi nient’altro che una miserabile elemosina mentre Genova e il suo porto saranno di fatto condannati visto che quel ponte non sarà mai ricostruito se le atmosfere del dopo disastro sono queste.

Certo il complesso finanz-reazionario esprime appieno l’intollerabile verminaio contemporaneo, ma non si può dimenticare che Benetton e compagni hanno comprato Autostrade con i soldi di Autostrade, cioè senza metterci un soldo, con un’operazione piratesca grazie alla quale essi hanno messo i proprio debiti in una società , successivamente fusa con Autostrade, in modo da ripagarli con i soldi dei pedaggi. Questa brillante operazione per il Paese porta la firma di Romano Prodi e del governo di centro sinistra, a dimostrazione ulteriore del ruolo catastrofico che ha avuto in questo Paese l’alleanza tra ex comunisti immediatamente neo liberalizzanti dopo la caduta del muro e cattolici doppio moralisti impegnati a costruire crune dell’ago per farci passare altro che i cammelli più ricchi, entrambi impegnati a sfruttare l’ingombrante e mefitica presenza di Berlusconi per fare scempio del Paese, come se non bastasse la mummia biopolitica di Arcore.
Lo dico perché si tratta dello stesso impasto di incomprensioni, equivoci, disonestà intellettuale, ossessivo quanto pretestuoso attaccamento a feticci senza vita e totale mancanza di visione che si avverte nel dibattito di questi giorni. Del resto questo miscuglio non è di per sé in grado di generare evoluzioni, ma soltanto involuzioni e semplicismi infantili.

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Il populismo di destra e le analisi della sinistra

Segnalo qui l’articolo del prof Michele Prospero, letto oggi con un certo imbarazzo, che mi appare la plastica rappresentazione sia della reticenza della sinistra a fare i conti con i propri limiti attuali, sia della povertà propositiva che ne consegue.

Due affermazioni che trovo esemplari:

“La mistificazione cognitiva in Italia ha vinto, e il populismo è lo strumento di classe per la conservazione-restaurazione”.
“Vincere nelle vecchie zone rosse servirebbe come un incentivo per riorganizzare le forze contro la minacciosa marea nera oggi trionfante”.

Alcune domande:

1) Si può parlare di mistificazione cognitiva senza cadere nel grottesco, quando la base a cui presumibilmente ci si rivolge è stata vittima di un gigantesco raggiro cognitivo operata dai suoi vertici politici, che della sinistra hanno rovesciato valori e prospettive abbracciando la matrice neoliberista, millantata come espressione più moderna, progressiva e vincente?

2) Quale sarebbe oggi il soggetto che dovrebbe vincere per “riorganizzare le forze contro la marea nera trionfante”? (Per favore non mi si risponda LeU o analoghi accrocchi elettorali, per non parlare del PD).

3) È ammissibile che di nuovo si ricorra al vecchio trucco della legittimazione politica in termini oppositivi (oggi contro il populismo di destra, così come ieri contro il berlusconismo – e abbiamo visto dove ci ha portati), per ovviare all’incapacità propositiva di un modello sociale che sia alternativo a quello socio-darwiniano esistente?

La ricostruzione del pensiero progressivo richiederà tempi tanto più lunghi quanto più tarderanno a emergere i soggetti capaci di farsene carico. Ci attende una lunga traversata del deserto: rassegnamoci e soprattutto lasciamo perdere le scorciatoie. Sappiamo dove portano.

L’articolo del Prof Prospero su Il Manifesto.

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Il dadaismo euroTeista

A Omnibus, stamattina, ascolto sbigottito dieci minuti buoni di discussione dadaista sul fatto che l’esistenza di un piano d’emergenza (il famoso “Piano B”), scoraggerebbe gli investitori perché presupporrebbe automaticamente la volontà politica – o anche solo la la possibilità – di uscire dall’eurozona.

È sorprendente come nell’immaginario degli euroTeisti de noantri – abbandonata ogni velleità di consenso basato sull’ormai insostenibile narrazione delle magnifiche sorti e progressive della moneta unica – l’esistenza dell’euro debba essere garantita da meccanismi blindati (in sostanza fondati sul ricatto finanziario) che escludano qualunque altra opzione.

Se perfino in Germania, fino a oggi la maggiore beneficiaria del sistema, si discute di Piani B e della necessità politica di prevedere una procedura di uscita dall’Unione monetaria, così come già esiste uno specifico articolo che regolamenta l’uscita dall’Unione europea, non si capisce perché una nazione penalizzata come l’Italia sia tenuta ad escludere questa eventualità.

Qui da noi tuttavia si preferisce la logica surreale del “non-allarmismo” a prescindere.
È la logica per cui (per usare la stessa metafora del povero Antonio Maria Rinaldi, che nel dibattito cercava inutilmente di spiegarne la ratio) se vedo che un palazzo è dotato di dispositivi antincendio, o che una nave è dotata di scialuppe, decido di non entrare perché so che potrebbe andare a fuoco o di non imbarcarmi perché potrebbe affondare.

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Articolo 92 Cost. e dintorni

Articolo 92
Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

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Costantino Mortati: Istituzioni di diritto pubblico, ed. 1975,  pagina 568
“‘la proposta dei ministri [del Pres. Cons. incaricato] …deve ritenersi strettamente vincolante pel capo dello Stato”.
(citato da Roberto Calderoli sulla sua pagina FB)

Temistocle Martines: Diritto Costituzionale (Giuffrè Editore, 2011), pagina 235
[…] In base a tali principi, il Presidenta della Repubblica dovrà procedere, salvo casi eccezionali, alla nomina di un governo che abbia le maggiori probabilità di ottenere e mantenere la fiducia delle Camere, di modo che esso acquisti una certa stabilità e siano evitate frequenti crisi governative.
Discende dall’anzidetto che – secondo il modello costituzionale e nel fisiolofico funzionamento del sistema politico – Il Presidente della Repubblica ha un ristretto margine di discrezionalità nella scelta del presidente del Consiglio (mentre non ne ha alcuno nella scelta dei ministri, formalmente demandata al presidente del Consiglio).

Punto.

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La Grecia, oltre la realtà parallela

Iniziativa Laica ripropone un intenso articolo sulla Grecia del giornalista olandese Edward Geelhoed, corrispondente da Atene per De Groene Amsterdammer e De Correspondent, già apparso il 18/2/2018 su l’Internazionale.

Il fatto che la Grecia sia scomparsa dai radar dell’informazione non significa affatto che sia superata l’emergenza umanitaria scatenata da anni di cieche (o forse fin troppo mirate) politiche austeritarie a marchio Troika.
È vero  che ciò di cui i media non parlano tende a smettere di esistere nella percezione comune, ma accanto alla realtà parallela della bolla mediatica entro cui siamo soliti agire c’è sempre una realtà reale che si ostina colpevolmente a sussistere, e addirittura riaffiorare di tanto in tanto.
Il servizio di Geelhoed, corrispondente ad Atene – e quindi testimone diretto, dà la misura non solo del dramma che il popolo greco tuttora vive, ma anche dell’indifferenza bovina con cui il resto dei cittadini europei ha accettato che ciò accadesse e continua ad accadere. A dimostrazione dell’estrema facilità che ha il sistema di controllare e manipolare l’opinione pubblica, la cui indignazione è di volta in volta sedata o distratta con tecniche tutto sommato rozze e ripetitive, ma sempre efficaci.
Non ci si può spiegare altrimenti come sia possibile che l’Unione Europea continui a godere di un consenso ancora significativo, ancorché in costante diminuzione, nonostante le sempre più evidenti carenze di democrazia e le iniquità delle politiche socio economiche, ostinatamente perseguite a spese della maggioranza dei cittadini per il favore di una  minoranza privilegiata.
Anche se per gli standard della rete l’articolo è piuttosto lungo,  è raccomandabile la lettura per intero. Eccone comunque alcuni stralci significativi:
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… Ad agosto scade l’ultimo dei piani di salvataggio imposti alla Grecia a partire dal 2010. La sovranità del paese è stata azzerata, la situazione sociale è disastrosa e la fine della crisi è ancora lontana.
Due anni fa la Commissione europea scriveva: “Il governo greco deve garantire a tutti l’accesso alla sanità, anche a chi non è assicurato” e “una società più giusta richiede un sistema di assistenza sociale”. [Eppure oggi] negli ospedali mancano lenzuola, garze e medicinali. Il numero di aborti clandestini è in forte aumento, la psichiatria è stata praticamente cancellata. Il 20 marzo del 2017 l’ospedale di Volos ha esaurito il suo budget mensile e ha cominciato a rifiutare i malati di cancro, su ordine del Ministero, che secondo la troika dev’essere più “parsimonioso”.
… Questa è la Grecia sette anni dopo l’arrivo della troika.
…Le manifestazioni sono finite, la rabbia si è trasformata in disperazione, molti si sono chiusi in casa. Le notizie sulla Grecia sono sparite dai mezzi d’informazione internazionali, ma la crisi c’è ancora.
… La troika, a quanto pare, preferisce lavorare dietro le quinte. Non deve rendere conto ai cittadini, ha un potere immenso e incontrollato.
… quello in corso in Grecia dal 2010 non è altro che un progressivo colpo di stato, un golpe europeo mascherato.
… Una ricerca dell’istituto tedesco Esmt mostra che il 95 per cento dei 216 miliardi di euro dei primi due pacchetti di emergenza andò al pagamento di debiti e interessi, all’Fmi e alle banche tedesche, francesi ed elleniche, mentre lo stato greco ottenne una percentuale minima. Il terzo accordo ha funzionato allo stesso modo: gli 8,5 miliardi di euro sbloccati dalla troika a giugno del 2017 non sono finiti “ai greci”, ma soprattutto all’Fmi e alla Bce. Per “guadagnarseli” Atene ha dovuto tagliare le pensioni per la tredicesima volta. Allo stesso tempo, secondo una stima del Leibniz Institute for Economic Research, fino al 2015 Berlino ha risparmiato qualcosa come cento miliardi di euro in interessi sui titoli di stato perché gli investitori cercavano in Germania un porto sicuro e vi depositavano il proprio denaro a tassi molto bassi. La Bce ha guadagnato più di otto miliardi di euro grazie agli interessi greci, l’Fmi più di tre miliardi.
… Il ricatto funziona così: il governo greco deve pagare i debiti e cerca di mitigare le richieste troppo dure della troika. La troika rifiuta, il tempo passa, la bancarotta si avvicina e alla fine Atene accetta tutte le richieste, per quanto impossibili, e la troika versa parte del denaro. È quello che successe nel luglio 2013, quando Dijsselbloem bloccò una tranche da due miliardi di euro perché Atene aveva soddisfatto solo 21 delle 22 condizioni. L’obiettivo non rispettato era il licenziamento di 4.200 funzionari: sulla lista fornita dal governo c’erano solo 4.120 nomi. Il ministro dell’istruzione voleva risparmiare gli insegnanti che avevano ottenuto un master. Quando furono mandati a casa anche loro, i soldi furono versati.
… La troika aveva presentato la sua politica nei minimi dettagli in tre memorandum, tutti in inglese, che di fatto esautoravano completamente il governo greco. Nel 2010 i ministri greci ammisero di non aver avuto il tempo di leggere il primo corposo documento prima di firmarlo. Per quanto riguarda il terzo accordo, nel 2015, il parlamento ebbe un giorno e mezzo di tempo per accettare 977 pagine di legislazione senza cambiare neanche una parola.
… Se il governo non rispetta ogni desiderio della troika, il prestito non arriva: è questo il colpo di stato silenzioso, e l’asservimento di Syriza è un golpe minore al suo interno.
… Varoufakis ha raccontato che una volta chiese all’allora ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble: “Lei accetterebbe questo accordo?”. Dopo un attimo di silenzio, Schäuble rispose: “No, sarà terribile per i vostri cittadini”. Varoufakis: “E allora perché mi costringe ad accettarlo?”. Schäuble: “Non capisce? L’ho già fatto in Irlanda, in Portogallo e negli stati baltici. A noi interessa la disciplina, e io voglio portare la troika a Parigi”.
… È un’idea che Varoufakis ha sentito spesso: tutto ruota intorno a Parigi e Roma. La Grecia serve da spauracchio, da “laboratorio di crudeltà”. La troika e i paesi dell’eurozona agiscono in base a un intreccio d’interessi. Al centro ci sono le banche e il controllo sull’Europa meridionale, ma anche ideologia, profitto economico e il rifiuto di ammettere gli errori. E sete di vendetta.
… Nella primavera del 2010, all’epoca del primo accordo, la Grecia aveva più di cinquanta tra quotidiani e settimanali. La maggior parte era in perdita, ma questo non era un problema per i ricchi proprietari, perché garantivano influenza politica. Sui mezzi d’informazione si trovavano solo lodi alla troika. In occasione del referendum sul piano di salvataggio del luglio 2015, lo schieramento favorevole all’accordo con la troika ottenne sei volte più spazio rispetto a quello per il no. Gli oligarchi sostennero la troika senza indugio, e la ricompensa non si fece attendere.
… Il giornalista investigativo Nikolas Leontopoulos spiega che ogni anno la troika fa un’eccezione: “Gli accordi prevedono una tassa del 20 per cento sulle inserzioni pubblicitarie, ma finora non è mai stata introdotta, è stata l’unica eccezione”. Gli oligarchi non hanno pagato le loro licenze televisive, cosa che il consiglio di stato greco ha definito illegale. Ma la troika è rimasta a guardare.
… La Grecia era già in mano agli oligarchi, ma il sistema è stato consolidato nel maggio del 2016, quando il parlamento ha accettato, dopo il solito ricatto, la creazione del superfondo preteso da Schäuble, che mette all’asta quasi tutte le proprietà statali. [Ndr: si tratta di un organismo creato sul modello della famigerata Treuhand, l’agenzia che all’indomani dell’unificazione si incaricò di privatizzare a prezzi di liquidazione tutte le attività di stato dell’ex RDT; ne parla ampiamente Vladimiro Giacché nel suo”Anschluss, l’annessione”]. Nel catalogo digitale ci sono porti turistici, aeroporti, spiagge, isole, aziende dell’acqua e del gas, castelli e ville, uffici postali, centri scommesse, viadotti, ferrovie, sorgenti termali, stadi, tutto in saldo.
… il porto del Pireo è stato acquistato da un’azienda statale cinese e le ferrovie greche dalle Ferrovie dello stato italiane, in entrambi i casi per una cifra bassissima. Anche la Germania ha avuto la sua parte: l’azienda pubblica Fraport ha rilevato quattordici aeroporti regionali. Syriza si era opposta alla vendita, ma poi Berlino l’ha fatta inserire nel terzo memorandum. Fraport ci ha guadagnato miliardi di euro.
… La maggior parte dei vantaggi va comunque agli oligarchi. Dimitris Melissanidis, per esempio, ha rilevato insieme a un consorzio greco-ceco l’Opap, l’azienda statale delle scommesse, per due terzi del valore di mercato.
… I dirigenti del fondo di privatizzazione godono dell’immunità: una decisione della troika con valore retroattivo, nascosta in un voluminoso dossier intitolato “Misure per la crescita dell’economia greca”. Gli inquirenti hanno quindi spostato l’attenzione su sei consulenti, fra cui tre membri del gruppo di lavoro dell’eurogruppo: uno spagnolo, uno slovacco e un italiano. Il processo è cominciato, ma secondo il quotidiano greco Kathimerini durante la riunione dell’eurogruppo del 24 maggio 2016 Dijsselbloem ha gridato al ministro greco: “Questo è inaccettabile!”. Una settimana dopo la Commissione europea ha minacciato di bloccare una tranche del prestito se lo spagnolo, l’italiano e lo slovacco non fossero stati prosciolti. Il giorno stesso è arrivata l’assoluzione. Leontopoulos ha scoperto che un mese dopo la troika ha aggiunto un paio di frasi a una legge sul crimine informatico, ancora una volta ben nascoste: da quel momento nessun esperto o consulente era più imputabile. “La troika non deve rendere conto a nessun parlamento”, dice Leontopoulos, “e a nessun tribunale”.
… Noi riduciamo la disuguaglianza”, scrive la troika. Nel 2017 l’istituto tedesco Imk ha reso noto che nei primi anni della crisi le imposte sui redditi greci più bassi erano aumentate del 337 per cento, contro il nove per cento di quelle sui più alti. Poi si è aggiunto l’11 per cento dell’iva, e ora anche le imprese individuali devono versare le tasse in anticipo
… Quasi un greco su due deve al fisco somme fino a cinquemila euro. “Quanto basta per distruggere le loro vite”, dice Nadia Valavani, che se n’è occupata in qualità di viceministra di Varoufakis. “Migliaia di persone sono finite in cella per questo motivo, ma noi avevamo introdotto una modifica”. Per rendere l’estinzione di questi debiti più sopportabile fu stabilito che si potevano pagare in cento rate: venti, trenta euro al mese erano cifre più ragionevoli. “La troika aveva un’avversione per le rate”, dice Valavani, “insisteva sulla ‘consapevolezza fiscale’. Se non paghi tutto subito perdi anche la casa e altre minacce del genere. Per loro il pragmatismo non esiste”. Valavani tirò avanti per la sua strada. Il suo programma ottenne un milione di adesioni, per un totale di 7,5 miliardi di euro. “Mi dicevano che avevano ricominciato a respirare. Ma con il terzo accordo la troika ha abolito la norma”. Le classi più ricche invece possono contare sull’indulgenza della troika per i loro “peccati fiscali”.
… Il 1 gennaio 2017 è nata l’Autorità indipendente per le entrate pubbliche, nel cui comitato direttivo siede un rappresentante della Commissione europea. In caso di divergenze sulla legislazione fiscale è l’autorità a decidere, non il ministro.
… “Passo dopo passo viene cancellata ogni forma di potere decisionale greco”, dice Valavani, che definisce l’autorità per le entrate una “macchina di riciclaggio per una frode miliardaria”.
… “Più di trentamila grandi casi di evasione decadono”, osserva Valavani, “l’autorità li ignora di proposito. L’evasione fiscale delle élite vale miliardi di euro. Avevamo tutti in pugno, ma secondo la troika le nostre indagini ‘non dovevano andare indietro di troppi anni, non aveva senso’. Una scusa bella e buona. E nessuno può chiedere niente all’autorità, perché è ‘indipendente’. C’erano seicento dossier già pronti, il fisco poteva riscuotere, ma la troika li ha dichiarati nulli”.
… L’università di Atene ha già accettato il futuro: tonnellate di spazzatura sono eliminate regolarmente da studenti e docenti.
… [ali Eurogruppo] a parte quello tedesco, i ministri sono quasi decorativi”. In privato i ministri di Francia e Italia erano spesso “molto comprensivi”, ma “al tavolo stavano sempre con la troika”… racconta Yanis Varoufakis.
… “Il 25 giugno a Bruxelles”, continua Varoufakis, “cinque giorni prima che le nostre banche chiudessero, la troika mi presentò un accordo. Tagli ancora più pesanti e una revisione del debito pubblico. Era un accordo talmente sbagliato che fu respinto anche dall’Fmi. Quando spiegai perché non potevo accettarlo, Dijsselbloem m’interruppe: ‘Deve dire adesso se accetta’. Se avessi detto di no, secondo lui sarebbe stata una dichiarazione di guerra”. Tsipras decise di indire un referendum sull’accordo. L’eurogruppo si riunì d’urgenza. Il 30 giugno scadeva il vecchio accordo, ma il referendum si sarebbe tenuto solo il 5 luglio, quindi Varoufakis chiese una breve proroga. “Così le banche sarebbero rimaste aperte e si sarebbe potuto votare senza timore. Ma l’Eurogruppo sperava che la paura favorisse il sì, così rifiutò”.
.. Nei giorni del referendum, il disastro imminente era quasi palpabile. Banche chiuse, famiglie e amici divisi su “sì” e “no”. La troika presentava il voto come una scelta tra restare nell’euro o uscirne. Ma quasi due terzi dei votanti si espressero contro l’austerità. Quando Varoufakis arrivò a casa di Tsipras il primo ministro non era felice ma impaurito: sapeva che la troika non avrebbe accettato il risultato. Varoufakis voleva insistere, ma Tsipras era stanco di combattere. La mattina dopo Varoufakis presentò le dimissioni. Tsipras cedette una settimana più tardi, dopo una riunione a Bruxelles durata diciassette ore. A ogni ora che passava, Schäuble alzava la posta. Tsipras fu “crocifisso”, disse una fonte interna, in un “teatro di crudeltà”, secondo qualcun altro. Varoufakis vide comparire davanti alle telecamere il premier spagnolo Mariano Rajoy che sventolava il “documento di resa” dicendo: “Questo è ciò che succederà se voterete il Syriza della Spagna”, cioè Podemos.
… Paul Krugman scrisse sul New York times: “La lista di richieste è folle. Si tratta di puro rancore e annientamento della sovranità. È un tradimento grottesco di tutto ciò che il progetto europeo rappresentava”.
… Varoufakis non ha ancora sbollito la rabbia. “Non c’è niente di più ideologico che fingere che questo programma sia solo una questione tecnica”, dice. “Quando ho detto che dopo la crisi economica sarebbe arrivata una crisi umanitaria, Dijsselbloem mi accusò di usare un linguaggio ‘troppo politico’. Ma cosa c’è di più politico che rifiutarsi di definire la fame, la povertà e un’ondata di suicidi una crisi umanitaria?”.
… Nasos Iliopoulos, funzionario del ministero del lavoro: in tutti questi anni il messaggio della troika è sempre stato lo stesso, segui le riforme e l’economia migliorerà. “È come parlare con dei cardinali: esiste un’unica, sacra visione delle cose. La liberalizzazione è positiva: se la realtà è diversa, la colpa è della realtà. Finché il datore di lavoro trionfa sul lavoratore, questo è il suo modello, per tutta l’Europa”…  “Questo disastro è stato compiuto perché la Grecia doveva diventare più competitiva, ma non è stato ottenuto neanche quello. solo il bilancio commerciale è ‘migliorato’, perché le importazioni diminuiscono a causa della crisi. Che bel risultato! si potrebbero anche uccidere i disoccupati per abbassare la disoccupazione, ma per fortuna non l’ha ancora proposto nessuno”.
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