Paolo Savona: lettera aperta al Presidente (che non c’è)

Paolo Savona scrive una lettera aperta al Presidente Mattarella sull’incombente accordo europeo di “Gestione in comune“, un progetto che prevede la creazione di un Fondo Comune Europeo per affrontare le crisi degli Stati membri, da finanziare tramite la cessione di una quota delle entrate fiscale di ogni stato (o in alternativa con tasse addizionali).

La gestione del Fondo verrebbe delegata a una nuova figura di alto dirigente comunitario, una specie di superministro delle Finanze dell’Eurozona, che si incaricherebbe di reperire e gestire i fondi con le stesse modalità operative che caratterizzano l’agire di tutti gli alti tecnocrati europei: indipendenza, discrezionalità, nessuna sindacabilità a cui sottostare, soprattutto se di tipo democratico. (Questo vale solo ovviamente nei confronti degli Stati privi di significativo peso politico-economico, a spanne 18 su 19).

Uno degli aspetti inquietanti è che questa nuova figura di superministro sta assumendo le sembianze minacciose di Mario Monti – ebbene sì, chi se lo immaginava a godersi serenamente lo stipendio di senatore a vita dovrà ricredersi. Lo storico e giornalista Nico Perrone ci fa sapere infatti su Barbadillo che la nomina è stata democraticamente concordata all’unanimità fra il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker, e il Ministro dell’economia tedesco, Wolfgang Schäuble, addirittura dal passato febbraio.

Non a caso dunque l’ineffabile Mario, in un’intervista a Repubblica del 15 luglio, dichiarava fra le priorità europee quella di “… creare qualche forma di fiscalità accentrata, se si vuole un’Europa più compatta e forte che eviti un altro corto circuito. Si può declinare in vari modi, quali tasse conferire, quali interventi di interesse comune pianificare. L’area euro può servire da battistrada per estendere poi la riforma a tutta l’Unione”.
A chi si chiedesse, magari con una punta di malizia, come mai tutto ciò sia ancora una volta trascurato dai media – ridotto  a notizia-trafiletto da qualche parte nelle sezioni specializzate – e quindi ignorato dalla gente, faccio presente che l’intera informazione nazionale è stata oberata da altre più impellenti questioni e analisi, tipo il funerale Casamonica.

[Enfasi mie]

Savona

Presidente_Sergio_Mattarella

Caro Presidente,

per il rispetto che porto all’Istituzione che presiede e a Lei personalmente, è con molta ansia che Le indirizzo questa lettera aperta riguardante una scelta che considero fondamentale per il futuro dell’Italia: la cessione della sovranità fiscale per far funzionare la sovranità monetaria europea, dato che questa è stata ceduta dagli Stati-membri senza stabilire quando e come si dovesse pervenire all’indispensabile unione politica necessaria per rendere irreversibile l’euro, né attribuire alla Banca Centrale Europea il potere di svolgere la funzione  di lender of last resort in caso di attacchi speculativi come quelli che abbiamo vissuto dopo la crisi finanziaria americana del 2008.

Invece di affrontare questi due problemi vitali per il futuro dell’Europa si chiede di sottoscrivere un accordo per cedere la sovranità fiscale residua che, per pudore, viene chiamata “gestione in comune”. Il Presidente della Bundesbank ne ha riproposto e precisato i contenuti in un recente discorso.

Leggo sui giornali che Lei avrebbe concordato con il Presidente della BCE e il Ministro dell’economia e finanza italiano una strategia in attuazione del previsto accordo. Non credo di dovere spiegare a Lei perché nomino istituzioni e non persone. Penso che queste notizie siano suggerimenti di persone scriteriate (l’aggettivo è di un Suo illustre predecessore, Luigi Einaudi) che, non fidandosi più del Paese, ammesso che mai se ne siano fidate, lo vogliono colonizzare; una sorta di fastidio per i disturbi che provengono per i loro interessi.
Spero che la notizia sia infondata, perché se non lo fosse, sarebbe Suo dovere smentirla, secondo un insegnamento che mi ha dato Ugo La Malfa: se un notizia è falsa, non si smentisce, se è vera, si deve farlo; e, aggiungeva che, se i contenuti della notizia erano particolarmente importanti – come sarebbe la cessione della sovranità fiscale che marcherebbe la fine della democrazia italiana senza che ne nasca un’altra – non si doveva solo smentire, ma farlo in modo energico.

A ogni buon conto, se una tale scelta maturasse, Lei non potrebbe ratificarla, perché  l’art. 11 della Costituzione dice chiaramente che l’Italia  “…consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Naturalmente diranno che la decisione risponde a queste condizioni (pace, giustizia e parità con altri Stati) ma, sulla base dell’esperienza fatta con la cessione all’Unione Europea della sovranità di regolare i mercati e di battere moneta, queste sono pure ipotesi, una vera truffa per taluni e un’ingenuità per altri, che né la scienza economica (mi passi il termine), né la politica, che pretese di scienza non ha mai avuto, possono asseverare.
I trattati internazionali sono contratti giuridici tra nazioni e l’oggetto del Patto stipulato a Maastricht in attuazione dell’Atto unico e ribadito a Lisbona nel 2000 parla chiaro: all’art. 2, punto 3, afferma che L’Unione “…Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri”.

Le chiedo, caro Presidente, se Lei ritiene che questo impegno sia stato adempiuto e quali siano, anche dopo l’esperienza della crisi greca, le probabilità che lo possa essere anche ipotizzando di cedere la parte residua della sovranità nazionale in cambio (il termine è già un eufemismo) di un’assistenza finanziaria accompagnata da vincoli che violano il dettato della nostra Costituzione che Lei è deputato da tutelare.
Invece di uscire dal paradosso di un non-Stato europeo formato da non-Stati nazionali si intende approfondire questa strana configurazione istituzionale, perché appare vantaggiosa a pochi paesi capeggiati dalla Germania.

Poiché la tesi del vantaggio che potremmo ricavarne è priva di fondamento, da tempo si insiste nello spargere terrore su quello che avverrebbe se l’euro crollasse, trascinando il mercato unico, aggiungendo la ciliegina della speranza che in futuro le cose andranno meglio e che si va facendo di tutto affinché ciò avvenga.

Vivere nel terrore del dopo e nelle speranze che le cose cambino, senza attivare gli strumenti adatti affinché ciò avvenga, non è posizione politica dignitosa. L’Italia non si è tirata indietro quando è stato chiesto di pagare un costo elevato in termini di vite umane per giungere all’unità e per uscire dalla dittatura nazifascista, perché sapeva valutare il costo di rimanere nelle condizioni in cui si trovava. Spero che la nuova classe dirigente non si tiri indietro e sappia chiedere e far accettare un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.

Per l’Italia non esiste alternativa al chiedere il rispetto congiunto del dettato costituzionale e dell’oggetto del Trattato europeo vigente e Lei ne è garante.

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Invasori

Giorgos Tyrìkos-Ergàs è un membro di Ankalià (Abbraccio), la ONG fondata dal sacerdote ortodosso Efstratios Dimou – conosciuto da tutti come Papa Stratis – che si occupa di aiuti ai rifugiati.

Atenecolling.org ha pubblicato sulla bacheca FB alcuni degli appunti che Giorgos scrive nel corso della giornata, frammenti di un’esperienza che forse preludono a un libro futuro, o che forse servono semplicemente a fotografare l’istante che lo ha colpito, per conservarne la memoria.

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Offro 50 euro a un rifugiato siriano e lui non li accetta: “Io sto da solo – spiega, ce la farò. È meglio dare i soldi a una famiglia”.

Ad Ankalià, al buio perché ci è stata staccata la luce, mi ritrovo a discutere del romanzo “Cuore di Tenebra” di Conrad con un pachistano, professore universitario di letteratura inglese all’Università di Lahore.

Un giovane afgano recita Saffo. Dice che gli dispiace essere arrivato a Lesbo da rifugiato, sporco.

Un giovane palestinese, ingegnere meccanico, mi lascia a bocca aperta parlandomi di Erostrato e dei suoi studi idrici.

Sbaragliato senza attenuanti a scacchi (ben quattro volte di seguito) ad opera di un quindicenne dello Sri Lanka.

Con la posta arrivano decine di pacchetti da ogni parte del mondo. Ci sono vestiti piegati e stirati ordinatamente. I bigliettini che li accompagnano: “Pazienza”, “Tenete duro”…

“È solo una goccia nell’oceano”. “Sì, ma è sempre qualcosa”.

Arriva uno della mia stessa età. Ha un lavoro che gli fa guadagnare quattro soldi. Mi consegna una busta piena di antidolorifici, che ha comprato facendo una colletta sul lavoro alla quale hanno contribuito tutti i compagni.

Alle sette del mattino passa un Disc Jokey. Ha appena finito di lavorare. Mi dà 70 euro, il suo guadagno della nottata. “Per aiutare quelle persone”, dice, e si allontana sorridente.

C’è un signore anziano di Aleppo a cui non so spiegare in inglese che quella cosa che ha pestato scendendo dalla barca è un riccio di mare. Ecco che una ragazzina cicciottella interviene umiliandomi: “sea urchin”, dice.

Arriva di fretta un signore greco mentre me ne sto andando. Lavora in Germania, dice, e va a pagare anticipatamente la frutta. Più tardi mi rendo conto che l’ha lasciata pagata  per un intero mese e mezzo. Non so nemmeno come si chiama, non posso nemmeno dirgli grazie.

Dal siriano che con la sua meravigliosa famiglia è passato da Ankalià un mese fa ricevo un messaggio: “Siamo in Germania. Ce l’abbiamo fatta, siamo vivi”.

Pensavo di non postare nulla questa settimana, ma non posso non condividere cose del genere… Situazioni che non avrei mai immaginato. Non ho il diritto di tacere quanto stiamo vivendo. Nel bene e nel male, non ho questo diritto.

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Grecia, gli inascoltati auspici degli Esperti Indipendenti.

Il Parlamento greco ha  approvato stamani – dopo una notte di discussione – i termini dell’accordo dell’11 agosto sul terzo “salvataggio” del paese, con  222 voti  a favore, 64 contrari, 11 astenuti.  Dei 162 deputati che compongono la maggioranza di governo, solo 118 hanno votato in favore: a sancire la profonda spaccatura che si è creata all’interno di Syriza dopo la decisione del governo di disattendere il risultato del referendum del 5 luglio.

Può essere utile, anche se adesso suona un po’ surreale – o forse proprio per questo motivo,  tornare a leggere ora le considerazioni che alcuni Esperti Indipendenti ONU avevano espresso alla vigilia del referendum greco.

Il Consiglio delle Speciali Procedure per i Diritti Umani, è il maggiore organismo di esperti indipendenti nel sistema ONU dei Diritti Umani,  con incarichi di inchiesta e monitoraggio sia per specifiche situazioni nazionali sia per tematiche generali a livello mondiale. Gli esperti che che lo compongono lo fanno  su base volontaria, non sono parte dello staff ONU e non ricevono alcuna retribuzione. Sono indipendenti da ogni organizzazione o governo e sono nominati sulla base della loro specifica formazione.

Il 2 giugno 2015 l’Esperto indipendente per il debito sovrano e i diritti umani Juan Pablo Bohoslavsky affermava che i diritti umani non dovrebbero fermarsi davanti alla soglia delle istituzioni internazionali:

§

Senza  un [giusto] compromesso la Grecia dovrà prima o poi fallire, peggiorando la sua crisi. I diritti sociali ed economici subiranno un ulteriore inasprimento a causa della mancanza di coraggio e flessibilità che ostacola un accordo reciprocamente soddisfacente e rispettoso dei diritti umani.
La posta in gioco non è solo il rimborso del debito, ma le stesse fondamenta su cui poggia [dovrebbe poggiare] l’Unione Europea: un’unione di nazioni che ha [dovrebbe avere] come principale obiettivo i diritti umani, la dignità delle persone, la giustizia e la solidarietà.

Le rigide condizionalità del programma di aggiustamento greco hanno prodotto severi tagli alla spesa sociale, alla sanità e all’educazione, sollevando dubbi sulla capacità del Governo greco di assicurare i diritti sociali ed economici di base. L’austerità e le politiche di riforme implementate dal 2010 ad oggi non hanno saputo rimettere in carreggiata la Grecia. Al contrario hanno approfondito la crisi sociale, e chiaramente non hanno stimolato l’economia nazionale a beneficio della popolazione. 
La disoccupazione è rimasta al 25% […] La percentuale di persone a rischio povertà ed esclusione sociale è salita al 35,7%, la più alta in Europa. […]

Considero favorevolmente l’iniziativa del Parlamento greco di creare una Commissione per la verifica del debito. È necessario far luce su chi ha tratto vantaggio, e in quale misura, dai prestiti e indebitamenti sconsiderati e dai salvataggi delle banche, e chi è il responsabile della presente situazione finanziaria.

In aprile 2015 è stata varata una legge per dare un po’ di sollievo alle persone che vivono in povertà estrema: indennità di alloggio, buoni pasto, accesso all’erogazione di energia elettrica [si riferisce a quei provvedimenti a seguito dei quali il Consiglio europeo aveva invitato il Governo greco ad “astenersi da iniziative unilaterali“] […] È tuttavia necessario un approccio più globale […] Il peso delle riforme dovrebbe essere suddiviso in modo più equo, coerente con gli impegni che la Grecia e gli Stati creditori hanno assunto sottoscrivendo la Convenzione Internazionale dei Diritti Economici e Sociali, la Carta Sociale Europea e le altre convezioni internazionali sui diritti umani. Si dovrebbero prevedere misure di redistribuzione sociale per mitigare le disuguaglianze […] Implementare meccanismi di controllo per prevenire situazioni di eccessivo indebitamento,  mentre a livello europeo dovrebbero essere approvate direttive che impediscano finanziamenti sconsiderati. 
[…] È forse tempo di riconoscere che un ulteriore alleggerimento del debito, presto o tardi, sarà necessario, piuttosto che lasciare che la Grecia, per diversi decenni ancora, dipenda in modo economicamente e politicamente malsano dalle istituzioni creditrici.

I diritti umani non dovrebbero fermarsi davanti alla soglia delle istituzioni internazionali. […]

[Testo completo originale]

§

Il 30 giugno Alfred de Zayas,  esperto per la  promozione i un ordine internazionale democratico e giusto, e  Virginia Dandan, esperta per i diritti umani e la solidarietà internazionale,  scrivevano:

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Tutte le istituzioni che si occupano di diritti civili dovrebbero salutare positivamente il referendum greco come l’eloquente espressione di autodeterminazione del popolo, in conformità all’art 1 e in attuazione dell’articolo 25  dell’Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Un ordine internazionale equo e democratico richiede la partecipazione di tutte le parti interessate al processo decisionale e il rispetto del processo stesso, il cui buon esito si realizza attraverso i principi della solidarietà internazionale e dei diritti civili per la soluzione di ogni problema, incluse le crisi finanziarie. 

È deludente che il FMI e l’Unione Europea non abbiano saputo trovare altre soluzioni che ulteriori misure di austerità regressiva.
Alcuni leader hanno espresso irritazione all’idea di un referendum in Grecia. Perché? I referenda fanno parte della migliore tradizione dei governi democratici.

Nessuno può aspettarsi che il Primo ministro greco rinunci agli impegni che ha preso con il suo popolo, che lo ha eletto con il chiaro mandato di negoziare una soluzione equilibrata che non smantelli la democrazia greca portando ulteriore disoccupazione e miseria sociale.
La capitolazione a un ultimatum che impone ulteriori misure alla popolazione greca sarebbe incompatibile con la fiducia democratica che il Primo ministro ha ricevuto dall’elettorato.
Per sua natura, ogni Stato ha la responsabilità di proteggere il benessere di tutte le persone che vivono sotto la sua giurisdizione.
Ciò presuppone la sovranità fiscale e di bilancio, e  uno spazio normativo che non può essere prevaricato da attori esterni, siano essi Stati, organizzazioni intergovernamentali o creditori. 

L’articolo 103 dello Statuto delle Nazioni Unite stabilisce che le sue prescrizioni prevalgono su tutti i trattati. Quindi nessun trattato o accordo di finanziamento può forzare un paese a violare i diritti del proprio popolo, siano essi civili, culturali, economici, politici o sociali. Né un accordo finanziario può negare la sovranità di uno Stato. Qualunque accordo che implichi tali violazioni, o la violazione dei diritti umani o del diritto internazionale consuetudinario, è ‘contra bonos mores’, dunque nullo ai sensi dell’Art. 53 della Convenzione di Vienna.

Un ordine internazionale  democratico e giusto richiede un regime commerciale e finanziario che agevoli la realizzazione dei diritti umani. Le organizzazioni inter-governative devono sviluppare, e sotto nessun pretesto mai ostacolare, la realizzazione dei diritti umani nella loro pienezza.

Il debito estero non può essere una giustificazione per derogare o violare i diritti umani o infliggere una recessione economica, in contravvenzione agli articoli 2 e 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali.

[Testo completo originale]

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Breve guida al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki

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Di Jonah Walters, su Jacobin

Settant’anni fa gli Stati uniti fecero esplodere una bomba atomica al plutonio sopra la città giapponese di Nagasaki, uccidendo fra le 40 mila e le 80 mila persone.
Era la seconda volta che un’arma nucleare veniva usata in tempo di guerra. La prima volta era stata tre giorni prima, quando gli Stati Uniti avevano fatto esplodere su Hiroshima una bomba all’uranio. In quell’attacco erano morte fra le 90 mila e le 170 mila persone.
Si tratta di una delle maggiori atrocità mai perpetrate in tempo di guerra. Il sistema politico e militare statunitense scatenò tutto il potere distruttivo della più potente arma mai creata sulla popolazione inerme di due città la cui importanza strategica era a dir poco  scarsa.
Fu una brutale dimostrazione di forza che annunciava al mondo il nuovo superpotere americano, stabilendo la posta in gioco dell’incipiente Guerra Fredda.

Un rapporto del Dipartimento di stato scritto sotto l’amministrazione Carter spiegava: “I sovietici sanno che questa terribile arma è stata usata due volte nella storia, e che entrambe le volte la decisione è stata presa da un Presidente americano. Devono quindi tenerlo ben presente nei loro calcoli”.

L’attacco nucleare su Hiroshima e Nagasaki resta uno dei momenti più vergognosi della storia americana. Forse proprio per questo è anche uno dei momenti meno studiati. Spesso è stata accantonato come atto di semplice ingenuità – quasi che il Presidente Truman fosse inconsapevole delle micidiali conseguenze – oppure come crudele insensibilità, svuotando così questi eventi del loro contenuto politico.

Gli Stati Uniti dovevano bombardare Hiroshima e Nagasaki per finire la guerra?

No. I leader di allora avevano chiaramente compreso che esistevano altre opzioni. Truman ne fa menzione nelle sue memorie, rammentando la sua preoccupazione che se il test atomico fosse fallito l’invasione sovietica del territorio giapponese avrebbe fatto precipitare la resa del Giappone, amplificando l’influenza sovietica in Asia.  I Capi di Stato Maggiore dell’esercito americano avevano perciò preparato un loro proprio piano di invasione terrestre, una strategia sviluppata espressamente per evitare l’uso delle armi nucleari nel Pacifico.
Ma ancora più importante, il Giappone era profondamente isolato dopo la sconfitta della Germania nazista. Lo Stato giapponese aveva iniziato a collassare, con l’esercito e le burocrazie di governo alle sbando. La dichiarazione di guerra sovietica, che avvenne l’8 agosto, tra la bomba di Hiroshima e quella di Nagasaki, lasciò in preda al panico il Primo ministro giapponese Kantarō Suzuki. Quando gli fu consigliato di non pianificare una risposta militare all’imminente invasione, si racconta che abbia risposto: “Allora il gioco è finito”.

Qualunque sia la cinica agenda che indusse i leader americani a distruggere centinaia di migliaia di vite giapponesi con la nuova apocalisse tecnologica, essa non mirava a prevenire ulteriori sofferenze. Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki fu un barbaro e catastrofico messaggio dimostrativo di forza militare all’Unione Sovietica e altre potenze ostili all’egemonia globale americana. Non fu per finire la guerra. Fu per annunciare la determinazione americana ad usare armi apocalittiche su popolazioni civili. Nell’agosto del 1945, il Presidente Truman e il sistema di potere americano puntarono una pistola alla tempia del resto del mondo.
Questa pistola è puntata ancora oggi.

Quali furono gli effetti del bombardamento?

Alle 11 del mattino, il 9 agosto 1945, la bomba fu sganciata sopra Nagasaki. Quando esplose, 46 secondi dopo lo sganciamento, ci fu un accecante lampo di luce seguito dieci secondi dopo da un boato assordante.
Alcuni anni dopo, il pilota Kermit Beahan avrebbe descritto l’esplosione in questi termini: “Vidi ribollire una nuvola a forma di fungo con lampi arancione, rossi e verdi. Sembrava una foto dell’ inferno. Il terreno era coperto da fumo nero che rotolava in ogni direzione“.

La temperatura dell’esplosione è stata stimata a 3000 gradi, abbastanza calda da incenerire corpi umani. Gli aguzzi raggi di calore trasportavano enormi quantità di radiazioni , impercettibili sul momento, ma con devastanti effetti. Si stima che il 46% di chi ne fu esposto ha sviluppato in seguito forme di leucemia.

L’oscenità dell’attacco nucleare è vividamente illustrato dai testimoni che sopravvissero, conosciuto come hibakusha.

La signora Emiko Fukahori aveva sette anni quando l’esplosione lo sorprese mentre giocava in un boschetto di bambù nei pressi di Nagasaki:image29-1 “Ero totalmente assorta a giocare, quando ho sentito il suono di un aeroplano (un B-29). In qualche modo ho capito immediatamente che doveva essere un aereo nemico… Io e le altre bambine abbiamo cominciato a correre verso un rifugio vicino. Quando la bomba è esplosa, la prima a entrare nel rifugio è stata Sumi-chan, poi io, e dietro veniva un’altra bambina. La bambina morì sul colpo, incenerita. Mentre entravo ho sentito l’ondata di calore sulla schiena, non ho fatto la stessa fine della terza bambina per un soffio.
Quando ho lasciato il rifugio, c’erano adulti con bruciature in tutto il corpo che respiravano a fatica. Intorno era cambiato tutto, i grandi bambù erano stati abbattuti. Una donna coperta di sangue è spuntata dal basso, spaventandomi, gridando che la aiutassero. Avevo dimenticato che la mia casa era davanti a me, e mi sono messa a correre verso un grande rifugio antiaereo. Mentre correvo, vedevo gli amici che vivevano nella casa sotto la mia morire uno dopo l’altro. Non ero triste o spaventata. Pensavo che fosse perfettamente naturale che la gente morisse dopo un bombardamento“.

Anche il fratello maggiore di Fukaori sopravvisse all’esplosione. Ma come tanti che subirono le radiazioni, la sua salute incominciò a deteriorarsi subito dopo.
Cominciò a soffrire di emorragie nasali circa una settimana dopo il bombardamento. Fu chiamato un dottore. Mia zia mise una bacinella accanto lui e lo vegliò tutta l anotte. Ma l’emorragia dalle gengive e dal naso diventava sempre più grave, e il 22 morì.
Poco prima di morire si lamentava di forti dolori allo stomaco e alle gambe. Io gli dormivo accanto, e lui mi chiese di portargli un coltello perché aveva una bomba atomica nello stomaco. Non potevo sopportare di vederlo soffrire a quel modo, così gli portai un coltello, ma mio zio mi ha sgridato.
Il corpo di mio fratello non aveva più sangue. Era bianco come un manichino di cera. Mia madre morì a Nagasaki più o meno lo stesso giorno, e mia sorella e il mio fratello più piccolo morirono piangendo sul suo corpo. Mi è stato detto che sono stati seppelliti lo stesso giorno
“.

Tatsuichiro Akizuki all’epoca era un giovane dottore al Centro Ospedaliero di Nagasaki,  a meno di due chilometri dall’epicentro dell’esplosione. Rammenta il fumo giallo che fluttuava attraverso gli edifici crollati.

image10-1Dopo 10 o 15 minuti, una folla di gente ferita incominciò a fluire su per la collina dell’ospedale. Le persone nei campi e nella strade sembravano bruciate al calor bianco e avevano perduto i loro vestiti. Si trascinavano barcollando verso di noi, le mani alla testa, chiedendo aiuto.
Quelli che vennero dopo erano differenti. Le facce erano nerastre e gonfie come zucche. Non si potevano distinguere gli uomini dalle donne. Si fermavano a lavarsi nel fiume, ricominciavano a camminare e poi si fervamano di nuovo a lavarsi… Poi cadevano a faccia in giù e non si muovevano più. La riva era cosparsa di corpi anneriti….
Alcuni corpi avevano la testa squarciata, o l’intestino che usciva dall’addome. La maggior parte aveva bruciature alla schiena e sulla faccia, alle gambe e ai polpacci, al petto e all’addome. La gente che si era trovata nei campi e nelle risaie si era girata a guardare quando era arrivato il lampo della bomba, così furono ustionate davanti e dietro contemporaneamente“.

Gli effetti del bombardamento si sono protratti per ancora molto tempo. Amnesty International ha stimato che alla fine di quell’anno 70 mila persone erano morte a Nagasaki per le conseguenze tossiche delle radiazioni. Nei 40 anni che sono seguiti  ne morirono altre 24 mila.
Il 2 novembre 1945, il Giappone firmava la resa cedendo il controllo dello stato e della propria economia all’occupazione americana.

Qual’è l’opinione del pubblico americano?

L’orrore senza precedenti di una guerra nucleare – così incautamente scatenata della dirigenza americana senza alcun riguardo per il democratico processo decisionale o per la  vita umana – riuscì a dividere perfino la spavalderia patriottica del fronte interno della guerra. Anche se gli elementi conservatori del pubblico e la maggior parte dell’apparato militare approvarono l’uso della bomba lodando la scelta di Truman, gli americani in generale ne furono profondamente scossi.
Perfino Truman sentì la necessità di fare un po’ di marcia indietro quando le dimensioni della devastazioni divennero chiare. Invece del petto gonfio tipico dei presidenti di guerra, egli si produsse in alcune tiepide dichiarazioni:
Mi rendo conto della tragica valenza che riveste la bomba atomica… È una terribile responsabilità… Ringraziamo Dio che questa responsabilità sia toccata a noi anziché ai nostri nemici, e preghiamo che Egli possa guidarci ad usarla nella Sua via e per i Suoi scopi“.
Ma perfino l’Organizzazione Cristiana americana, famosa per la sua scarsa propensione a contraddire il Presidente o criticare l’esercito, non si dimostrò troppo soddisfatta di questa pseudo-teologica giustificazione per una tale incurante distruzione di vite umane. Nel 1946 il Consiglio Federale delle Chiese emise un comunicato:
Come cristiani americani, siamo profondamente pentiti dell’uso irresponsabile che è stato fatto della bomba atomica. Conveniamo che qualunque sia il giudizio in linea di principio della guerra, i bombardamenti a sorpresa su Hiroshima e Nagasaki sono moralmente indifendibili“.

Dal punto di vista internazionale la risposta fu ancora più negativa. Pochissimo il supporto fra i milioni di persone delle nazioni del Terzo mondo, che ora potevano costatare il grado di crudeltà bellica degli Stati Uniti. Anche l’Europa, indebolita dalla guerra e con le proprie città demolite,  fu profondamente impressionata dall’incurante ferocia della macchina bellica americana. Le conseguenze dei bombardamenti erano così sconvolgenti che nessuno poteva esprimere un’approvazione senza attirarsi le critiche da ogni schieramento, di sinistra, di destra e del centro.

Tuttavia, fedele a se stesso, la seduzione sciovinistica degli americani per la potenza militare statunitense si è dimostrato abbastanza forte da trasformare in eroi di casa alcuni dei partecipanti all’attacco nucleare, incluso il navigatore del bombardiere di Hiroshima Enola Gay, che è stato acriticamente celebrato da un giornale della sua città non più tardi dell’anno scorso.

Quali sono stati gli effetti del bombardamento sulla politica globale?

Dopo l’introduzione delle armi nucleari negli arsenali militari delle grandi potenze mondiali, emerse un un forte movimento internazionale per il disarmo che accusava i leader globali di cinismo per aver messo l’umanità sulla strada dell’annichilimento. Con l’orrore di Hiroshima e Nagasaki ancora vivo nella mente di molti, il movimento rapidamente andò acquisendo una reale forza politica internazionale, che contribuì a stabilire quel clima culturale che portò al Trattato di Non-proliferazione del 1970.

Nel 1982 un milione di persone scesero a dimostrare al Central Park di New York, chiedendo la fine bilaterale dei test nucleari per ridurre la Guerra fredda. È  ricordata come la più grande manifestazione politica della storia americana.

Nonostante la pressione dell’opinione pubblica, la minaccia nucleare continua a essere una potente merce di scambio nei negoziati diplomatici.
Ironicamente, gli Stati Uniti si sono attribuiti il ruolo di guardiani della tecnologia nucleare mondiale – come se la spettacolare dimostrazione del 1945 avesse garantito loro il diritto storico di stabilire chi è autorizzato a possederla e chi no. Ciò ha in qualche modo mascherato il continuo interesse degli USA a sviluppare sempre maggiori capacità nucleari facendosi beffe dei loro stessi trattati di non proliferazione.
Più recentemente, la comunità internazionale ha assistito alle dimostrazioni di forza americane in risposta alle ambizioni nucleari dell’Iran, e lo spettro della guerra nucleare è stato sollevato due volte per giustificare l’Intervento militare USA in Iraq.

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Nativi


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“Nel 1988, alla vigilia del bicentenario della colonizzazione bianca [dell’Australia], l’antropologo Peter White e il più famoso studioso australiano di preistoria, il professor Mulvaney, fecero una scoperta sensazionale. Riferirono che nel 1788 la popolazione indigena assommava a 750.000 individui, cioè tre volte più di quanto considerato fino a quel momento.
Ne concludevano che negli anni immediatamente successivi all’invasione [bianca] fossero morte più di 600.000 persone.
La notizia venne pubblicata a pagina 16 del Sunday Morning Herald, in un trafiletto che il giornale riservava alle questioni ambientali e firmato dal ‘nostro corrispondente per l’ambiente’Aborigeni - catene
La scoperta di Mulvaney e White venne sostenuta dalle nuove storiografie di H. Reynolds, R. Fitzgerald, N. Butlin e altri che, letteralmente, scrissero la storia degli aborigeni sulle pagine bianche di una storia dell’Australia che fino a quel momento era stata la favola eroica dell’uomo bianco che combatte contro la natura ostile, una conquista nazionale priva di neri, donne o altri fattori di disturbo.
Inserendo gli aborigeni, il racconto veniva fuori completamente diverso. Diventava una storia di furto, sfruttamento e guerra, una storia di massacri e resistenza. Diventava una storia di rapina simile a quella degli Stati Uniti, dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia coloniali. Diventava soprattutto una storia politica “.

Aborigeni -  John Pilger

(John Pilger, “I nuovi padroni del mondo” – Capitolo “I prescelti”)

Aborigeni - Pilger

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Daniel Munevar, su negoziato greco e Grexit.

Daniel Munevar è un giovane economista di Bogotà.
È stato Consigliere fiscale al Ministero delle finanze colombiano, e Consigliere speciale per gli investimenti diretti esteri al Ministero degli esteri dell’Ecuador. È considerato uno dei più autorevoli esperti nello studio del debito pubblico latinoamericano.
Ha lavorato con Yanis Varoufakis come consigliere sulle politiche di bilancio durante il periodo in cui Varoufakis è stato Ministro delle finanze in Grecia. Questo rende particolarmente interessante la sua valutazione delle trattative e dell’accordo fra Grecia e creditori.

Ne parla in un’intervista con Thomas Fazi per Social Europe,  spiegando perché gli eventi delle ultime settimane gli hanno fatto cambiare opinione a proposito della Grexit.

§

Thomas Fazi:
Cosa ne pensi dell’ultimo accordo di salvataggio fra Grecia e i suoi creditori?

Daniel Munevar:
Prima di tutto non è ancora chiaro se l’accordo sarà effettivo – ci sono parecchi parlamenti che devono approvare la partecipazione dei rispettivi paesi. Ma anche ammettendo che tutti riescano ad approvarlo, non c’è modo che funzioni. Le misure economiche del programma sono semplicemente folli. Gli obiettivi di bilancio non sono stati ancora annunciati, ma dando un’occhiata alle analisi di sostenibilità del debito (DSA) pubblicate sia dal FMI e che dalla Commissione, vediamo che entrambe indicano l’obiettivo di un avanzo primario nel medio termine del 3,5%. Negli ultimi cinque anni la Grecia ha “migliorato” il suo bilancio strutturale [ridotto la spesa] di 19 punti rispetto al PIL. Nello stesso periodo il PIL è crollato di circa il 20% [in realtà si parla del 25%] – praticamente un rapporto 1:1. Partendo dalla previsione generalmente condivisa che il PIL quest’anno scenderà di un ulteriore 1%, si rende necessario un aggiustamento superiore al 4% del PIL, vale a dire che il PIL crollerà di altri 4 punti di qui al 2018.
Questo porta a un’altra considerazione: l’accordo attuale è solo un assaggio. Il memorandum finale è destinato a contenere misure austeritarie ancora più severe, a compensazione del calo del PIL che si è verificato in questi ultimi mesi per via dello stallo con i creditori. Il problema è che questi memoranda stanno trasformando la Grecia in una colonia debitrice: sostanzialmente si stanno creando un insieme di regole che in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio – cosa che accadrà fatalmente – forzeranno il governo a ulteriori tagli che a loro volta provocheranno l’ulteriore diminuzione del PIL, il che implicherà un’austerità ancora maggiore, e così via. È un infinito circolo vizioso.
Ciò mette in luce uno dei principali problemi di tutta la situazione: le istituzioni hanno sempre separato gli obiettivi fiscali dall’analisi della sostenibilità del debito. La logica di avere una riduzione del debito è che sostanzialmente permette obiettivi fiscali più contenuti e distribuisce nel tempo l’impatto del consolidamento di bilancio. Ma nel caso greco, anche se ci fosse un alleggerimento nella misura auspicata da Atene – ciò che è improbabile – si dovrebbe ancora implementare un consolidamento massiccio, in aggiunta a ciò che è già stato fatto.

TF:
Almeno la riduzione del debito è diventato materia di aperta discussione…

DM:
Sì. questo è positivo. Ma i creditori hanno sempre saputo ciò che il FMI ha ammesso solo recentemente: la Grecia era e rimane insolvente e il suo debito era e rimane insostenibile. L’ultima DSA del FMI è estremamente chiara su questo punto. Ma anche i precedenti e non pubblicati DSA dicevano tutti la stessa cosa: il debito greco è insostenibile. Tuttavia gli europei non lo hanno mai ammesso, benché fosse chiaro a tutti che senza una ristrutturazione (che –  soprattutto – non fosse legata a obiettivi di minore spesa) non ci poteva essere alcun accordo realizzabile. Solo adesso il problema comincia a essere dibattuto, e ciò sia perché la situazione è così peggiorata che non lo si può più ignorare, sia perché quando il rischio Grexit è diventato evidente gli Stati Uniti hanno cominciato a fare pressione sul FMI perché facesse pressione a sua volta sull’Europa.

TF:
A proposito di Grexit, non è contraddittorio il fatto che la Germania si opponga alla riduzione del debito ma ammetta una soluzione che quasi certamente causerebbe il default del debito estero greco – causando quindi alla Germania la perdita del proprio credito?

DM:
Lo è se si ragiona in i termini puramente economici. Sotto questo aspetto [la posizione tedesca] non ha senso. Ma tutta questa storia non ha mai avuto a che vedere con l’economia, o con il fatto che la Germania non vuole perdere i propri soldi. Stiamo parlando di un’esposizione tedesca di 80 miliardi di euro, dopotutto – un importo nell’insieme trascurabile. Ha invece a che vedere con l’esigenza di fare di Syriza un esempio per il resto dell’Europa. Ogni cosa accaduta nei mesi scorsa era semplicemente un modo per dire ai popoli europei “Badate di non votare per partiti che hanno questo tipo di programma perche vi schiacceremo. Questo è ciò che succede quando qualcuno non si seguono le regole o si rifiuta di pagare il conto. O austerità o siete fuori”. Tsipras lo ha detto chiaramente – ha firmato l’accordo con il coltello alla gola. Questo era l’argomento di Schaeuble sulla Grexit: se i greci non vogliono pagare, cacciamoli via, guardiamoli soffrire e facciamone un esempio per spaventare a morte le altre nazioni debitrici.

TF:
Il Governo greco era consapevole che i creditori, fin dall’inizio, non avevano alcun intenzione di esaminare la questione della riduzione del debito?

DM:
Sì, ma la posizione di Varoufakis era che la Grecia, nondimeno, doveva battersi per ottenere un accordo economicamente sensato, cioè che includesse la riduzione del debito e obiettivi fiscali sostenibili. Come ha spiegato nella sua intervista al New Statesman lui ha lavorato tutto il tempo in un sistema a decisione collegiale dove si è sempre trovato in minoranza, per cui le sue possibilità erano del tutto limitate.
La maggioranza nella squadra di Tsipras ha sempre creduto che se la Grecia avesse fatto concessioni sarebbe stata in grado di ottenere un buon accordo. È la ragione per cui dopo la riunione di Riga dell’Eurogruppo Tsipras ha praticamente esautorato Varoufakis e iniziato a fare concessioni, sperando che la strategia funzionasse. È stata questa la strategia del Governo negli ultimi mesi. Se paragoniamo le proposte ora sul tavolo con quelle di marzo, vediamo che c’è stato un completo rovesciamento in senso peggiorativo. Questo perché quella gente credeva che attraverso concessioni avrebbero negoziato un buon accordo. E questo spiega anche perché, fino al referendum, la riduzione del debito non era nemmeno in agenda. Naturalmente questa strategia non ha funzionato, perché i creditori non avevano intenzione di accordare alla Grecia alcunché che potesse essere interpretato come una vittoria politica per la Grecia.

TF:
Pensi che sarebbe stato meglio, per il Governo greco, attenersi alla strategia di Varoufakis, riduzione del debito o niente?

DM:
In tutta onestà, è difficile pensare che le cose avrebbero potuto andare diversamente. I greci non hanno né soldi né potere. Le sole armi che avevano a disposizione per il negoziato erano la ragione, la logica e la solidarietà europea. Ma apparentemente viviamo in un’Europa dove nessuna di queste cose ha valore.

TF:
Quindi entrambe le strategie, quella di Varoufakis e quella di Tsipras, erano condannate al fallimento fin dall’inizio?

DM:
Sì, era una trappola. In passato, ogni volta che le Istituzioni europee sono state sfidate da un governo nazionale hanno fatto ricorso alle intimidazioni: innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di stato, minaccia di chiusura del sistema bancario ecc. In passato questa linea ha sempre funzionato, i governi hanno sempre ceduto. Quindi partivano dal presupposto che Syriza si sarebbe comportato nello stesso modo. Ma la Grecia non ha ceduto, ed è questa la ragione per cui hanno reagito in modo così brutale.

TF:
Pensi che l’introduzione di IOU (pagherò governativi) – come suggerito da Varoufakis e Schaeuble – fosse un’alternativa praticabile?

DM:
Il problema è che una volta che incominci a introdurre gli IOU per pagare salari e pensioni finisci su una china scivolosa, perché la gente suppone che è il primo passo verso l’abbandono dell’euro e si comporta di conseguenza, tesaurizzando gli euro disponibili. Come conseguenza, l’attività economica declina ulteriormente e una considerevole quota di introiti fiscali dev’essere ridenominata in IOU. Ciò a sua volta obbliga il governo all’emissione di ulteriori IOU per finanziare la spesa, e alla fine ci si ritrova in un circolo vizioso che porta di fatto all’uscita dal sistema.
È per questo che il Governo greco ha rifiutato questo metodo di finanziamento, perché il rischio era quello di iniziare un processo da cui non si poteva tornare indietro. Basta osservare quello che sta accadendo oggi con i depositi bancari greci: in un certo senso la Grecia ha già un piede fuori dall’euro perché è in una situazione in cui i depositi bancari non sono scambiati alla pari con la moneta: un euro nel sistema bancario ha effettivamente meno valore di un euro contante. Questo perché il solo parlare di Grexit ha creato un rischio differenziale tra contante e depositi, dal momento che sarebbero i depositi a essere convertiti in dracme in caso di uscita. Ciò spiega anche la ragione per cui molte attività ad Atena non accettano le carte di credito. Con gli IOU accadrebbe verosimilmente lo stesso: si metterebbe in moto un meccanismo auto-alimentato che porterebbe facilmente all’uscita, a prescindere dagli obiettivi del governo.

TF:
Che è probabilmente quello che Schaeuble sperava…

DM:
Esattamente. E che alla fine probabilmente otterrà. Perché questo accordo non risolve nulla, né per la Grecia, né per l’Eurozona. In realtà peggiora i problemi. Come ho detto prima, anche se si ottiene tutta la riduzione del debito in discussione, se questa non è accompagnata da obiettivi fiscali più sostenibili si resta comunque sulla strada del declino ecoomico. Il che significa che sarebbe solo una questione di tempo, poi l’economia greca tornerebbe in recessione e il problema si ripresenterebbe.

TF:
Pensi che la Grecia dovrebbe optare per l’uscita dall’euro?

DM:
Sono sempre stato contrario alla Grexit, come Varoufakis. Ma ora, dopo l’accordo di salvataggio, la Grecia si trova in una situazione dove i costi per restare nell’euro sono aumentati al punto che è possibile pensare che sia più vantaggioso andarsene – affrontando tutti i costi a breve termine dell’addio all’euro – piuttosto che rimanere in circostanze che implicano la rinuncia alla propria sovranità senza alcuna contropartita economica. Penso che Tsipras abbia soppesato le opzioni e deciso che sia meglio per la Grecia rimanere nell’euro, a prescindere dai costi. È una decisione che rispetto. Ma quando si comincia a considerare la logica economica e tutto quello che è successo, non si può far altro che concludere che la Grecia nell’euro non ha futuro.
Questo accordo semplicemente posticipa l’inevitabile. Perché a questo punto è chiaro che nell’Eurozona non esiste la volontà politica di risolvere i problemi strutturali dell’euro. Che guarda caso è proprio ciò che l’ultimo DSA del FMI essenzialmente implica: o si fa una ristrutturazione del debito o si stabilisce un sistema di trasferimenti fiscali per la Grecia – di fatto, creando un’Europa federale. Sappiamo tutti qual è il peccato originale dell’euro: avere stabilito una moneta comune senza prevedere un sistema di trasferimenti. Ma la volontà politica di risolvere questo punto non esiste. Per cui dobbiamo prendere atto che il sistema non funziona.
Questo, dopo quanto successo in Grecia, non dovrebbe essere più un tabù.

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Memento

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Dalla bacheca FB di Andrea Zhok, un utile promemoria:

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L’intero debito pubblico greco ammonta a circa 320 miliardi di euro (370 miliardi di dollari). Uno haircut del 40% (130 miliardi) sarebbe sufficiente a renderlo sostenibile nel lungo periodo.

Il salvataggio della banca d’affari Citigroup è costata 2.513 miliardi di dollari.
Quello di Morgan Stanley è costata 2.041 miliardi di dollari.
Quello di Barclays 868 miliardi.
Quello di Goldman Sachs 814 miliardi.
Quello di JP Morgan 391 miliardi.

Se andiamo a banche europee salvate da stati europei a scapito degli erari pubblici europei, il salvataggio di Bnp Paribas è costato 175 miliardi e quello della Dresdner Bank 135 miliardi.

D’altra parte, se per l’intero “piano Juncker”, di rilancio anticiclico, sono stati raggranellati 20 miliardi, non mi pare ci sia molto da interpretare circa le priorità dell’attuale politica europea.

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Altri tedeschi.

Marcello Foa sulla sua pagina Facebook segnala questo video degli attori-cabarettisti tedeschi Claus von Wagner e Max Uthoff, per la TV pubblica  ZDF.

Il video è una spietata satira della posizione ufficiale dei governi tedeschi sulle riparazioni di guerra, e una denuncia senza mezzi termini della loro ipocrisia perbenista dietro cui  avanzano pretese di superiorità morale. Tanto più coraggioso in tempi di contrapposizione dura tra formiche e cicale.
Nove minuti da vedere fino alla fine, con una conclusione a sorpresa da non perdere.

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Teach me to dance.

Teach me to dance, will you?…

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Narrazioni

Quando sono in macchina mi capita di ascoltare la radio. Giovedì mattina mi è toccato in sorte il giornale di Radio 3 delle 8:45.

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GR3:
Berlino mette fine al gioco delle tre carte di Atene. Dopo l’ennesimo piano proposto dal premier greco la cancelliera tedesca getta la spugna e davanti al Bundestag afferma che nuovi aiuti alla Grecia saranno sì decisi, ma solo dopo il referendum.
Fino all’ultimo la Merkel aveva difeso la Grecia“Se fallisce l’euro fallisce l’europa”, aveva detto. Ma dopo mesi di estenuanti trattative e con la pressione di paesi come Irlanda, Portogallo, e Spagna divenuti virtuosi dopo pesanti sacrifici e il varo di notevoli riforme non si poteva più cedere. Starà al popolo greco ora a decidere se continuare ad accettare ulteriori aiuti dall’Europa o proseguire sulla linea isolazionista del premier greco.
Ma intanto a dare manforte alla posizione tedesca ieri è andato a Berlino il presidente del consiglio Renzi che  dalla Merkel ha ricevuto anche delle lodi per l’impressionante lavoro di riforme. Ascoltiamo il premier:libro_fascista
Renzi: Personalmente avrei evitato il referendum. L’ho detto in tutte le sedi. Adesso vedremo quale sarà lo scenario che si verificherà. Certo è che appena finiremo di parlare dell’economia in Grecia potremo finalmente parlare dell’economia in Europa.

Inviato da Berlino:
Prima ancora di incontrare Angela Merkel, parlando alla Humbold Universitaet di Berlino Matteo Renzi non aveva fatto sconti alla Grecia. “Se le baby pensioni sono sparite da noi, ha ribadito, non possono essere consentite ad Atene. Ci sono temi più importanti di cui parlare, dai profughi al terrorismo internazionale, ha detto il premier, dobbiamo tornare a discutere di sviluppo e investimenti per guardare al futuro”.
Angela Merkel loda i progressi fatti in Italia: “Le riforme sono andate avanti in maniera impressionante, dice la cancelliera, con il jobs-act si è imboccata la direzione giusta e vedo che si sta proseguendo su questa strada”.
Il cammino delle riforme in Italia, conferma Matteo Renzi, non è finito: “Oggi io non sono soddisfatto, però le riforme sono partite. La data chiave sarà quella del giugno 2016 con il referendum costituzionale. C’è ancora molto molto molto da fare ma l’Italia è tornata in pista e ha voglia di correre più veloce di tutti”.

 

Vignetta

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