Riflessioni su un’intervista a Olin Wright: capitalismo, classi, lotta di classe.

Su Micromega un’intervista al sociologo Erik Olin Wright. Nella prima parte analizza i concetti di classe e lotta di classe, che oggi è di moda ritenere superati per prossima estinzione di uno dei contendenti, il ceto operaio; nella seconda spiega la sua visione strategica per  “la democratizzazione e il controllo del capitalismo”.
Condivisibile la prima parte dell’intervista, meno la seconda.

Fino al secolo scorso l’identificazione del ceto operaio con la classe subordinata era giustificata dal fatto che esso ne costituiva la parte prevalente e trainante. Omogeneità (socio-economica) e aggregazione (nei luoghi di lavoro) erano i fattori che agevolavano il discorso identitario.
Oggi è vero che il ceto operaio è in fase di forte regressione, sia numericamente che dal punto di vista politico; ma ciò non significa che altrettanto stia succedendo alla classe subordinata, la quale è anzi in aumento a causa del progressivo smottamento dei ceti intermedi.  Il problema, semmai,  è che a questo aumento quantitativo  (la classe “in sé” marxiana) non ne corrisponde ancora uno qualitativo (la classe “per sé”): manca cioè della consapevolezza necessaria a trasformarla in classe dal punto di vista politico, a causa della sua disomogeneità e grazie alla manipolazione culturale della narrazione di sistema (1).

Questa nuova e fluida classe subordinata comprende ciò che resta del vecchio ceto operaio, i lavoratori cognitivi, gli artigiani, la legione dei precari e quella dei disoccupati,  piccoli imprenditori, agricoltori, immigrati, popolo delle partite IVA, i sotto-occupati delle nuove attività di sharing e gig economy (altri modi di chiamare il lavoro a cottimo, secondo il collaudato metodo della mistificazione semantica).
Comprende insomma il popolo dolente di tutti coloro che la crisi ha emarginato e continua a  emarginare.

Secondo la definizione marxiana, infatti, a definire una classe (cioè un gruppo di individui che condividono un’analoga situazione politico-economica)  è lo specifico tipo di relazione sociale all’interno di una particolare struttura economica: “la classe a cui appartieni – dice Wright –  non è determinata dal tipo di occupazione/attività produttiva che svolgi, ma dal tipo di relazione sociale” che ti trovi a interpretare all’interno della struttura economica data.

Dal punto di vista economico ciò che caratterizza e prevale nella relazione sociale sono i rapporti di potere; e nella struttura economica capitalistica il potere si avvera attraverso il tipo e la quantità di risorse possedute e/o controllate.
È questo criterio chiave a collocare oggettivamente gli individui nella classe dominante o nella classe subordinata (classi in sé), a prescindere da quanto ne siano consapevoli; ed è la relazione a determinare il conflitto, dato lo squilibrio di potere fra le due classi.
Nella società capitalistica il conflitto è sempre presente, per quanto latente o sedato possa apparire oggi.

Se poi si accetta la bella definizione di democrazia data da Jacques Rancière (ispirata credo da Tocqueville), secondo il quale essa “non è un regime di governo, ma la manifestazione conflittuale del principio egualitario“, si può affermare che il conflitto di classe altro non è che conflitto per la democrazia; e in tempi di conflitto latente o sedato abbiamo una latenza o sedazione della democrazia.

Dal momento che i rapporti di potere capitalistici sono il problema, la soluzione è loro democratizzazione, intesa come controllo del capitalismo e redistribuzione del potere.

Il primo scoglio da superare è di nuovo la trasformazione dei ceti subordinati da classe in sé a classe per sé. Ciascuno dei  componenti vive il proprio disagio sociale in termini individuali – o al più cetuali o corporativi; questo, insieme alla narrazione di sistema,  impedisce  il processo aggregativo, identitario, necessario all’azione collettiva da cui partire per affrontare il secondo scoglio, l’avveramento della democratizzazione.

 L’orizzonte temporale che Wright immagina è di lungo periodo, tanto lungo che al termine “transizione” preferisce quello geologico di “erosione”. “Preferisco parlare di un orizzonte temporale imprecisato, ma che punta nella giusta direzione, che abbia dinamiche che generino nel tempo più solidarietà e non meno, più democrazia e non meno, più uguaglianze e non meno. Il termine “transizione” tende a dare l’idea che ciò possa avvenire in un lasso di tempo breve, e credo che invece ci dobbiamo immaginare un processo di erosione, questo è il termine geologico che uso: un processo che eroda il capitalismo“.

 Qui il sociologo ipotizza una cauta strategia riformista di piccoli passi, in merito alla quale mi sento scettico. Si ama ripetere che il socialismo reale ha perso, ma ci si dimentica ogni volta che anche la socialdemocrazia riformista è stato sconfitta. Se c’è qualcosa che gli ultimi quarant’anni hanno dimostrato è che scendere a patti con il neoliberismo capitalistico comporta alla lunga esserne sopraffatti, data la straordinaria reattività di cui ha dato prova.
Mentre si negoziano dinamiche che vadano nella direzione della solidarietà, della democrazia e dell’uguaglianza, il sistema, nelle cui mani nel frattempo rimane il potere, ha buon gioco ogni volta a dotarsi di tutti gli strumenti – culturali, politici ed economici – per sedare il conflitto, inficiare il processo e disfare quanto è stato fatto.

La classe dominante, fra gli altri lussi, può permettersi anche quello della pazienza e della tolleranza democratica se il contesto, come quello oligarchico delle democrazie occidentali, le è favorevole (in caso contrario, come i paesi latino-americani insegnano da sempre e il Venezuela dimostra oggi, non esita ad adottare sistemi più sbrigativi).

Perfino le Costituzioni nazionali sono insufficienti a garantire stabilmente gli onorevoli compromessi che esse stabiliscono, perché è la classe dominante a gestirle, interpretarle, e se necessario “riformarle” quando diventano troppo ingombranti: a volte con successo, vedi articolo 81, altre volte fallendo – vedi il referendum del 4 dicembre 2016.
I tentativi infruttuosi, tuttavia, vengono letti non come sconfitte definitive ma come prove generali per aggiustare il tiro in vista di successivi colpi di mano, lasciando all’intellettualità compradora il compito di preparare opportunamente il terreno.
È solo di un mese fa la pubblicazione di un articolo sul Corsera etichettato “proposte per il futuro” [sic], in cui l’autore si interroga retoricamente se non è arrivato il momento di “intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi” (notare il linguaggio sprezzante), visto che i tanti falliti tentativi di riforma “hanno sempre puntato a cambiare solo la seconda parte, quella che riguarda l’assetto dei poteri dello Stato“.

Per non dare adito a equivoci sul suo orientamento, l’autore non esita a riprendere un concetto, “ideologie socialisteggianti“, già espresso da JP Morgan in una sua famosa analisi del 2013,  in cui le costituzioni dei paesi europei periferici sono indicate come elemento di disturbo alle riforme perché “The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence…“.

Purtroppo stiamo parlando di un signore, Angelo Panebianco, il quale – oltre che rinomato politologo e opinion maker su titolati quotidiani – è docente di Scienze politiche all’Università di Bologna, dove dal 1989 ha il compito di formare le giovani menti che da lì hanno la (s)ventura di passare prima di assurgere a nuovo ceto dirigente. (Va detto se non altro che l’articolo ha l’involontario merito di rendere giustizia a chi veniva gabellato di complottismo perché sosteneva che le riforme costituzionali alla seconda parte erano mirate in realtà a vanificare la prima).

In linea con la sua visione riformistica, alla domanda sulla democratizzazione dell’Unione Europea, Olin Wright risponde che “Uscire dall’Europa renderebbe le cose ancora peggiori:avremmo più possibilità di controllare il capitalismo se democratizzassimo l’Unione Europea che se semplicemente democratizzassimo gli stati membri e ci liberassimo dell’UE. Abbiamo bisogno di istituzioni politiche sovranazionali che rispondano democraticamente alle persone per risolvere davvero il problema di come limitare il potere del capitalismo“.

Anche qui non mi trova d’accordo. L’idea per cui è più efficiente lavorare sul tutto anziché sulle parti, per quanto possa apparire lapalissiana, è una fallacia dovuta all’equivoco di considerare l’Unione europea alla stregua di uno Stato-nazione a tutti gli effetti.
Non è così. Per cambiare anche solo un articolo dei Trattati che reggono l’Unione, costruiti intorno all’ideologia ordoliberista tedesca, occorre l’adesione di tutti gli ormai 27 Stati membri. Bisognerebbe quindi in ogni caso passare dalla democratizzazione di TUTTI quei paesi, compresa la Germania e i suoi satelliti, che per un fenomeno di osmosi culturale spesso si rivelano più teutonici degli stessi tedeschi: auguri.

(D’altra parte, il sociologo si smentisce poco dopo affermando giustamente che “l’idea che non si possa trasformare nessun luogo finché non li si sono trasformati tutti è una ricetta per non trasformare nulla“).

In un libro-intervista del 2001 (2) Ralf Dahrendorf spiega che “Ci sono pochi dubbi che quando la Comunità Economica Europea […] fu costruita, la democrazia non costituì la prima preoccupazione di coloro che progettarono ed edificarono il nuovo edificio. […] Due categorie di interessi dovevano essere conciliate, quello europeo da un lato, quelle nazionale dall’altro. Dunque c’era il bisogno di due istituzioni, una che rappresentasse l’interesse europeo, incaricata di avanzare proposte; l’altra che rappresentasse gli interessi nazionali, incaricata di decidere. Perciò furono inventati la Commissione e il Consiglio. Un’idea alquanto brillante ma non certo democratica. L’Europa fu costruita in modo tale che gli interessi europei potessero trovare una sede per il compromesso nella Commissione, ma che le decisioni fossero prese alla fine nel rispetto degli interessi nazionali, comunque prevalenti; e questo era garantito dal ruolo del Consiglio. Ecco perché fin dall’inizio, ha sempre funzionato la regola dell’unanimità, e tuttora la mancanza di unanimità resta un trauma“.

Aggiungerei che all’interno del Consiglio il peso politico-economico dei diversi componenti non è esattamente uguale, e che l’unanimità – quando accade – si realizza sempre e invariabilmente intorno alla linea propugnata dalla Nazione di maggiore stazza. Se vi viene in mente la Germania non è per caso.

 Stupisce poi, per la sua ingenuità,  l’auspicio di Wright di  “Istituzioni politiche sovranazionali che rispondano democraticamente alle persone per risolvere davvero il problema di come limitare il potere del capitalismo“. L’esperienza dimostra che quanto più le istituzioni si allontanano dai territori tanto più la delega di potere è ampia e non controllabile; tanto più inoltre sono portate ad adottare dispositivi autoreferenziali che le mettano “al riparo dal processo elettorale” (cfr Mario Monti), con la conseguenza di aprirsi a canali di influenza del tutto estranei alla dialettica democratica.

Gli esempi sono tanti e palesi: dall’ONU al FMI alla Banca Mondiale.

Ma per restare nel nostro cortile, l’esempio migliore è proprio l’Unione Europea, dove tutte le istituzioni sono al riparo dal processo elettorale salvo una, il Parlamento europeo, che non a caso è investito di poteri assolutamente risibili.

Non per niente Mario Draghi, a chi nel 2013 gli chiedeva un commento sulle incombenti elezioni in Italia dopo l’esperienza Monti, aveva risposto che il risultato non era importante perché esiste (testuale) “un pilota automatico” che impedisce a qualunque governo, quale che sia l’orientamento,  di adottare politiche economiche in contrasto con quelle stabilite a livello sovranazionale.
E un anno prima, maggio 2012, Mario Monti confessava candidamente alla CNN che “We’re actually destroying domestic demand through fiscal consolidation”, cioè la politica economica del suo governo era finalizzata all’abbattimento della domanda interna attraverso la svalutazione del potere acquisto dei consumatori italiani.  Non credo si possa discutere il fatto che Monti agisse su mandato europeo anziché del popolo italiano.

Concludo citando di nuovo Dahrendorf, quando nel libro menzionato ricorda una battuta che circolava all’epoca dell’allargamento all’est:  se l’Unione Europea chiedesse di diventare essa stessa membro dell’Unione non potrebbe essere ammessa, perché la sua struttura non corrisponde ai criteri basilari di democrazia che l’Unione impone per l’adesione di un paese.
Ma era solo una battuta…

Nota (1)

Il sistema tende a mantenere la frammentazione della classe subordinata attraverso un’ampia gamma di narrazioni distraenti e/o divisive:

a) Alimentazione del conflitto orizzontale (pensionati/lavoratori, lavoratori/disoccupati, autoctoni/immigrati, conflitto di genere…)
b) Spostamento del dibattito politico sui diritti civili (gratuiti per il sistema) a scapito di quelli sociali (onerosi per il sistema)
c) Promozione dei contratti di lavoro aziendali o individuali a sfavore di quelli nazionali
d) Criminalizzazione del sindacalismo di base
d) Esaltazione del mito dell’auto-imprenditorialità
e) Colpevolizzazione dei perdenti
f) Promozione del tele-lavoro
g) Screditamento morale del conflitto, svilito a “invidia sociale”

… Aggiungere a piacere qualunque altro esempio fra gli ancora tanti a disposizione.

Nota (2)

Ralf Dahrendorf: Dopo la democrazia (Economica Laterza, 2003 – pag 34).

 

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Shock economy, un ripasso.

Nonostante sia stato scritto  una decina di anni fa, il libro di Naomi Klein, “Shock economy”, fornisce alcune preziose chiavi di lettura del nostro presente.
Dal libro è stato tratto un documentario diretto da Michael Winterbottom e Mat Whitecross, premiato al Festival del Cinema di Berlino nel 2009.
Ripropongo qui la versione sottotitolata in italiano, disponibile su You Tube, per chi non avesse tempo di cimentarsi con il libro.

https://www.youtube.com/watch?v=joT-JJNC24k

Le lettura del libro, a mio avviso, è comunque altamente raccomandabile.

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Sostiene Boeri: immigrazione e previdenza

Questa mattina a Tutta la Città ne Parla, su Radio3, il fine economista nonché presidente INPS Boeri ha spiegato il mistero per cui un esercito di sottoccupati o questuanti genererebbe negli anni un introito netto di 38 miliardi che aiuterebbe a pagare le nostre pensioni.

– Gli immigrati, ha osservato astutamente, hanno una minore aspettativa di vita rispetto a noi.

I naturali limiti della radio mi hanno impedito di vedere l’impercettibile rictus di soddisfazione che immagino gli ha contratto il volto mentre proferiva l’acuta analisi, ma nella voce ho avvertito chiaramente il rimpianto che tale condizione, ahimè, non sia  condivisa dai pensionati e pensionandi di italica stirpe.
Al momento.

 

 

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Zoccarato-Borzelli: I partiti e la rappresentanza.

Chiara Zoccarato, in un articolo scritto a due mani con Gian Luca Borzelli su Il Paese, si interroga sulla mutazione dei partiti rispetto alla forma tradizionale del secolo scorso. Un fenomeno che negli ultimi decenni ha comportato la progressiva perdita del loro ruolo – di rappresentanza, identificazione e indirizzo popolare sancito dalla Costituzione – con la conseguente cesura  fra cittadini e istituzioni e dunque  con il conseguente inaridirsi della normale dialettica democratica.

L’articolo risale a novembre dell’anno scorso, ma è ancora più attuale oggi dopo che con il referendum del 4 dicembre la grande maggioranza dei cittadini ha rintuzzato il tentativo di piegare la Costituzione alla condizione post-democratica che si sta cercando di imporre ovunque nell’Europa ordoliberista.
Un tentativo, non dubitiamone,  che verrà reiterato non appena le condizioni dovessero apparire più favorevoli: la riforma costituzionale, infatti,  non era l’esigenza estemporanea dell’allora Governo Renzi ma l’obiettivo dichiarato del sistema Eurocomunitario, delle cui disposizioni quel Governo, come tutti quelli che si sono succeduti dall’inizio della crisi a oggi, era l’esecutore.

La mutazione dei partiti coincide con il declino della politica nazionale. Come si osserva nell’articolo, a partire dagli anni ’80 la funzione politica si riduce a semplice mediazione tra istanze sociali e istante terze dettate del vincolo esterno europeo e dei mercati. Aggiungerei che essa  degrada ulteriormente a mano a mano che si consolida il progetto europeista, fino a ridursi a mera esecutrice ancillare di quelle istanze, qual è oggi.
L’eventuale incapacità o renitenza della classe politica viene sanzionata dal sistema con rimozioni e sostituzioni di dubbia conformità democratica (vedi il susseguirsi di governi non legittimati dal voto, peraltro ormai ininfluente stante il “pilota automatico”), mentre i massimi organi di garanzia tacciono o collaborano attivamente  (Corte costituzionale, Presidenza della Repubblica).
Un Parlamento di dilettanti allo sbaraglio (M5S) o di nominati (partiti istituzionali) perde autorevolezza e ragione d’essere sotto il peso della propria mediocrità e ben percepita insignificanza. L’Esecutivo costruisce pretestuosamente il mito della governabilità, che privilegia l’efficienza rispetto all’efficacia, appellandosi al quale tenta poi di imporre la soluzione autoritaria: vedi Italicum e riforma costituzionale.

In questo contesto, è fondamentale il ruolo che hanno avuto e hanno i media: non divulgatori di conoscenza politica ma propalatori di una narrazione colpevolizzante che induce all’adesione acritica alle ragioni sostenute dalle istanze terze, quelle ordoliberiste a trazione teutonica. La crisi, il debito pubblico sulle spalle delle prossime generazioni, la vita vissuta al di sopra dei nostri mezzi, sono fenomeni interpretati come  frutto delle nostre manchevolezze antropologiche da cui dobbiamo redimerci espiando con l’austerità e la distruzione dello Stato sociale.

Sfortunatamente per il Sistema, la “durezza del vivere” a lungo andare provoca rigetto, a dispetto del principio della rana bollita (cfr l’ineffabile Prodi: “”Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga…“).
Il 4 dicembre 2016 ha dimostrato che il popolo è pronto a scuotersi di dosso l’apatia in cui è sprofondato se solo gli si offre l’opportunità di esprimersi in modo sostanziale e non solo formale, salvo poi ritornare a immergersi nel grande bacino dell’astensione quando si ritorna ai logori rituali del voto soporifero che impone la scelta non fra alternative reali ma fra tanti meno peggio equivalenti fra loro.
In quel bacino c’è un patrimonio politico che aspetta solo di poter partecipare ed esprimersi.
I partiti che riscopriranno il ruolo che viene loro assegnato dalla Costituzione, tornando  a radicarsi nei territori anziché nei salotti televisivi, potranno sperare di intercettare questa esigenza, che è poi un’esigenza di democrazia sostanziale  di cui da tempo abbiamo perso traccia.

§

Partiti, potere e rappresentanza – Di Chiara Zoccarato e Gian Luca Borzelli (mie le enfasi)

 

Capita di sentire sempre più spesso affermare che i Partiti sono superati a causa di una irrecuperabile deriva morale o di una mutazione sociale che li rende inadeguati, addirittura che la stessa “forma partito” sia superata.

Al fine di capire come questi giudizi siano maturati, bisogna osservare come, sin dall’inizio degli anni ’90, si è assistito ad una progressiva de-ideologizzazione dei partiti, i quali hanno rinunciato a sistemi valoriali organici.

Le destre, assumendo il modello Berlusconiano di partito, hanno realizzato questo processo attraverso un’azione politica incentrata su temi non-politici, che funzionano da catalizzatori di consenso semi-inconsapevole.

Le sinistre, basando la propria azione più che altro sull’anti-Berlusconismo, hanno smesso di promuovere sistemi alternativi di società spostando la propria attenzione dalla difesa dei diritti sociali alla difesa dei diritti civili. Sembrano aver dimenticato le proprie origini storiche, ma crediamo che vada fatta un’analisi più radicale.

Lo svuotamento ideologico, lo scadimento della classe dirigente e la crisi di rappresentatività dei partiti vanno, a nostro avviso, individuati nella perdita di potere degli stessi nelle istituzioni Repubblicane. Per quanto forte possa sembrare questa affermazione, una valutazione approfondita del partito non può prescindere dal ruolo assegnatogli all’interno del sistema parlamentare: “art.49:  tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La capacità di determinare la politica nazionale è una condizione imprescindibile per dare significato sostanzialea questa istituzione.

A dimostrazione di quanto sopra, grazie alla rappresentatività dei Partiti e alla loro azione, tra il 1948 e la fine degli anni ’70, l’ Italia fu attraversata da un imponente avanzamento sociale ed economico, tanto da renderla il quinto paese più industrializzato del mondo.
E’ dall’inizio degli anni ottanta che la Politica italiana mostra un costante calo di autorevolezza e non riesce più a proporre paradigmi culturali capaci di rappresentare le istanze di progresso economico, culturale e sociale presenti nella società.
E’ ragionevole pensare che, a partire dall’inizio degli anni ottanta, sopraggiunsero condizioni che vincolarono l’attuazione di queste istanze, relegando la Politica all’amministrazione meramente contabile di decisioni prese altrove e marginalizzandone il ruolo. Il difetto di rappresentatività dei Partiti deriverebbe quindi dal fatto che essi non possono più accogliere le istanze provenienti dalla società poiché non danno alcun posizionamento su un fronte politico che è di fatto pre-stabilito.

In questa logica, se non è possibile sostenere determinate opzioni sociali, il massimo che la politica può produrre è una mediazione tra le istanze provenienti dalla società e vincoli posti da terzi. E’ nostra opinione che il nostro intero sistema politico sia stato assorbito all’interno di una altro sistema, antagonista nei principi e nelle finalità della Repubblica, e lo Stato sia stato privato di iniziativa in materie chiave quali la regolamentazione del mercato e la discrezionalità sulle politiche monetarie e fiscali. I partiti maggiormente rappresentativi di quella parte antagonista, sono stati decurtati della loro capacità di determinare politiche in contrasto con le direttive della nuova galassia: l’Unione Europea.

I trattati europei hanno reso quei partiti inutili e impotenti determinandone una reale crisi di potere. La forma partito in questo contesto è effettivamente superata, perché non conta nulla. Né conterebbero eventuali forme alternative, liquide o multilivello. L’unico luogo legittimo dove esercitare il potere democratico è il Parlamento nazionale, poiché, a livello europeo, ci sono luoghi di partecipazione e discussione ma non di potere effettivo.

Il Popolo è Sovrano nella Repubblica, come svelò Giuliano Amato nel 2000 su La Stampa: “denudando gli Stati Nazione della Sovranità questa non trasloca ai piani superiori. La verità è che il Potere Sovrano, spostandosi, evapora. Scompare”.

Ma questo era chiaro a molti fin dall’inizio degli anni ‘70 e, per esempio, i dibattiti politici avvenuti in occasione dell’adesione dell’Italia allo SME lo testimoniano. La Corte Costituzionale stessa, chiamata a rispondere sulla legittimità della firma del Trattato di Roma, dichiarò che questo non poteva implicare la violazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione (Sentenza CC 183 del 1973*). Ebbene, l’interpretazione “aberrante” cui fa riferimento, si è manifestata in tutta la sua concretezza e pervasività all’interno del sistema paese con norme e principi, che hanno stravolto il modello sociale che era il risultato del processo costituente. Questo nuovo modello è il risultato di trattati che non sono stati decisi in modo collettivo né democratico, ma sono stati calati dall’alto.

E’ necessario ristabilire il concetto di Partito come strumento di partecipazione dei cittadini per concorrere a determinare la Politica dello Stato ribadendo che essi, e solo essi, la possono determinare. La selezione della classe dirigente interna dovrà essere fatta, ma avverrà in modo quasi automatico, data la gravità che un tale impegno comporta in un contesto tanto complesso e drammatico, tra coloro effettivamente in grado di affrontare con responsabilità e competenza il governo del Paese.

Un partito oggi che voglia davvero rappresentare, difendere e promuovere gli interessi dei propri cittadini riparte da questo assunto cardine, che non ammette ulteriori cedimenti di potere ad interessi altri, né giustificazioni oltre il ragionevole senso del pudore, intellettuale e morale.

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Solidarietà pelose: Suis-je Teheran?

Il “cordoglio” espresso dalla Presidenza della Casa Bianca all’Iran a seguito dei due attacchi terroristici che Teheran ha subito il 7 giugno. Chissà se il prossimo 11 settembre l’attuale POTUS formulerà un’analoga riflessione.

Dichiarazione del Presidente sugli attacchi terroristici in Iran.

Siamo addolorati e preghiamo per le vittime innocenti degli attacchi terroristici in Iran, e per il popolo iraniano che sta attraversando questo grave momento.
Sottolineiamo che gli stati che sponsorizzano il terrorismo rischiano di cadere vittime del male che essi stessi promuovono.

Solidarietà a Teheran

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Siria, le realtà suscitate

La notizia del forno crematorio in Siria, diffusa dal Dipartimento di Stato americano sulla base di foto satellitari di una struttura accanto al carcere militare di Saydnaya, è stata ripresa con immediata e compiaciuta indignazione da tutti i media occidentali. In Italia i media di regime (da Repubblica al Corriere, passando per il Fatto Quotidiano) con grande solerzia si sono affrettati a strillare, dai titoli, di esecuzioni di massa e forni crematori, enfatizzando ciò che nella parole di Stuart Jones, Assistente al Segretario di Stato per il Medio oriente,  veniva indicato come il nuovo livello di depravazione in cui era sprofondato il regime di Bashar Al Assad.

 Poco importa se il “nuovo livello di depravazione” veniva desunto da prove un tanto al chilo: le foto di un tetto che rispetto a quello degli edifici adiacenti presenta zone libere da innevamento, foto di impianti di aerazione e canne fumarie. Tutto questo sarebbe coerente con l’ipotesi del forno crematorio, e tanto basta perché forno crematorio sia.

Donatella Di Cesare, che insegna filosofia alla Sapienza di Roma, benché per formazione dovrebbe praticare la virtù del dubbio, non manifesta alcuna incertezza e sul Corriere scrive:

” Non avremmo voluto più né pronunciare né scrivere queste due parole «forni crematori», se non per tenere a mente e ricordare alle nuove generazioni il crimine efferato compiuto dai nazisti nei lager dello sterminio. Giustamente abbiamo detto tante volte «mai più». Perché il forno crematorio è l’apice della disumanizzazione. […]  E invece in questa età in cui i campi di internamento sono diventati quasi la norma, in cui si torturano e si seviziano i nemici, in cui si ripetono le esecuzioni di massa, in cui si ricorre ai gas tossici contro le popolazioni inermi, contro donne, anziani, bambini, giunge la notizia di «forni crematori». Il responsabile del Dipartimento di Stato per il Medio Oriente Stuart Jones accusa apertamente Bashar Assad. Le immagini satellitari diffuse per supportare questa terribile accusa mostrano la costruzione, vicino alla prigione di Sednaya, a nord di Damasco, adibita a cremare i corpi dei detenuti”.
E  via hitlerum-izzando fino a: “Non avremmo mai immaginato che un camino funzionasse di nuovo nel mondo. Auspichiamo che l’Europa, che nella sua storia recente porta la macchia indelebile dei forni crematori, non resti inerte. Le istituzioni e il popolo europeo hanno, più degli altri, il dovere di mobilitarsi”.

In che termini debba avvenire l’auspicata mobilitazione delle istituzioni e del popolo la nostra filosofa non lo dice, e forse è meglio non chiedere.

 Pare tuttavia che le prove addotte, oltre che con un forno crematorio, siano coerenti (per usare l’ambigua espressione di Stuart Jones) anche con un locale caldaie. Inoltre è significativo che il discutibile e discusso rapporto di Amnesty International del febbraio scorso, nelle sue quaranta pagine di vaghezze e incongruenze ad mentula canis, non ne fa alcuna menzione.

Lo stesso Stuart Jones, nella conferenza stampa del 15 maggio, incalzato ammette con riluttanza che si potrebbe trattare semplicemente di una parte più calda dell’edificio (qui la trascrizione ufficiale completa, dal sito del Dipartimento di Stato USA ) :

 QUESTION:
Can I just – one very – extremely briefly? What makes you so sure that this is a crematorium and not just some other building? Is it this thing with the snowmelt? Because, I mean, people are going to look at this – the regime in particular or – and the Russians, who you’re – are going to look at this and say: Well, all this proves is that there is a building there and that that part where there’s – snow is melted is simply warmer than the rest of the building. It looks…

MR JONES:
So if you look – so obviously, these photos date over several years from 2013 to 2017. If you look at the earliest photo, the August 13 photo, this is during the construction phase, and these HVAC facilities, the discharge stack, the probable firewall, the probable air intake, this is in the construction phase. This would be consistent if they were building a crematorium.
Then we look at the January 15 and we’re looking at snowmelt on the roof that would be consistent with a crematorium. So…

QUESTION:
Or just a warmer part of a building, right?

MR JONES:
Possibly.

(A questo punto la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, chiama l’ultima domanda e interrompe la conferenza, a scanso di ulteriori interventi scomodi. Il giorno dopo una nota della Reuters informa che Stuart Jones, che ha 57 anni,  ha deciso di ritirarsi in pensione, “per ragioni personali e per intraprendere una nuova carriera“).

 Il sospetto che le analisi dell’intelligence USA siano finalizzate più alla costruzione del consenso che all’accertamento della verità è tanto antico quanto giustificato. Ma i dubbi dovrebbero essere diventati certezze da quando Colin Powel, nel 2003, si esibì all’ONU con la famosa provetta di antrace per giustificare quell’invasione dell’Iraq che da un disastro all’altro ha portato all’attuale catastrofe. L’eccezionalismo americano è eccezionale soprattutto nell’invenzione dei pretesti e delle mistificazioni che ne corroborano le strategie geopolitiche.

Continua a sorprendere quindi il cieco credito che i media si ostinano a dare a queste iniziative di propaganda, che tra l’altro nella loro ripetitività si dimostrano ogni volta più rozze.

Forse la riflessione di Stefano Azzarà, che riprendo da Contropiano, aiuta almeno in parte a capire il fenomeno:
Nell’ordine democratico-umanitario chi impone i nomi suscita la realtà. […] l’assenza di prove documentali non è dovuta solo al fatto che probabilmente queste prove non esistono perché non esistono i forni: l’Impero, infatti, per definizione non è tenuto a portare prove. La sua stessa parola coincide immediatamente con quella realtà che istituisce e di conseguenza nessuno nell’ambito del “Mondo Libero” solleva la questione dell’onere della prova perché nessuno ne sente il bisogno. La Voce del Padrone è di per sé l’orizzonte di tutto ciò che è percepibile e valido.

 

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Massimo Rocca: Il regno di ID

Un magistrale Massimo Rocca, dal suo blog Il Contropelo:

Secondo l’immortale striscia del Mago Wiz:
– Maestà come va la guerra alla povertà?
– La sto vincendo.
– E tutti quei poveri là fuori?
– Loro l’hanno persa.

Mario Draghi ci ha annunciato qualche giorno fa che la crisi è finita.
Ha ragione. E’ finita. Nel senso che con il voto in Francia sono finite, nel ragionevole futuro, le possibilità che la costruzione dell’Euro entrasse in crisi dal punto di vista politico.
Qualche anno fa, al culmine della crisi dei debiti sovrani, Paul Krugman da economista si stupiva della sopravvivenza dell’Euro, una insensatezza economica. Ma poi ammetteva, quello che lo tiene in piedi è l’immenso investimento politico che ha comportato. Come si è visto la diagnosi era corretta. Solo una perdita catastrofica sul piano politico avrebbe potuto eliminare l’errore economico (che poi errore non è visto che la crisi da esso parzialmente indotta è servita allo scopo che l’inventore della teoria delle aree valutarie ottimali gli attribuiva, quello di essere il reaganismo che avrebbe demolito l’Europa del welfare).
Questa perdita politica c’è stata, ma non in misura sufficiente.
In Francia oltre il 40% degli elettori sui due rami dello schieramento si è schierata contro la struttura vigente, ma al ballottaggio non si è sommata. Non voleva, e se anche avesse voluto tutto è stato fatto per renderlo impossibile. E Marine Le Pen nei giorni successivi alla sconfitta non ha mostrato maggior spessore di Tsipras dopo la vittoria. Gli orizzonti quindi si allontanano politicamente di un quinquennio, il secondo dall’inizio della crisi europea, quasi il terzo dallo scoppio di quella globale. Potrebbero accorciarsi ma solo al prezzo di una nuova scossa economica che, francamente, nemmeno un tantopeggista come me riesce ad augurarsi e ad augurarvi anche se in parte ce la meriteremmo.
Il sistema è dunque riuscito a inglobare e digerire la più potente malattia dai tempi del 68. Lo ha fatto in buona parte grazie a noi.
Dalla Grecia agli Stati Uniti le varie sinistre, dai portuali del Pireo agli attori di Hollywood, hanno tremato sull’ultimo scalino.
Ad Atene, quindi, la società civile ha fatto un salto indietro di mezzo secolo.
A Washington il salto è temporalmente irrilevante, l’America fa esattamente lo stesso che ha sempre fatto (guardate i traffici di armi con i Sauditi alla faccia del 11 settembre e delle sue povere vittime), ma il lavoro dei globuli bianchi di CIA e FBI ad ogni minimo contatto di Trump con i russi è l’equivalente moderno dei tre proiettili di Dallas. Nemmeno dalla Casa Bianca si può sfidare il complesso militar industriale. […]
Ma adesso tocca tornare alla striscia di Parker e Hart. E’ finita, d’accordo. Ma quegli straccioni nel cortile del castello? Quell’Italia, per stare nel nostro piccolo, disegnata dai vignettisti dell’Istat. Impoverita, proletarizzata visto che si fatica a rintracciare il ceto medio gemma del nostro miracolo economico. Spaventata e incattivita.
Uno spazio sociologico immenso per una sinistra che tornasse a fare il suo mestiere di pedagogia delle masse. Dato che le masse anche se ridotte ad una infinità di individui continuano ad esistere, così come continua ad esistere la pietra anche se noi sappiamo della sua struttura atomica.
Una sinistra pedagogica per la buona causa degli sconfitti della crisi, invece che la sua versione corifea dei vincenti ha bisogno, oltre che di idee nuove e del recupero di quelle vecchie, di tempo. Ma oggi è totalmente preda dell’orizzonte corto delle elezioni.
Un Marx, un Lenin, un Togliatti o un Berlinguer, oggi, non avrebbero una seconda chance. Tutto si deve prostituire al miraggio del governo. E’ quello che con strazio vedo accadere in Gran Bretagna. Un programma come quello di Corbyn, for the many not for the few, assolutamente condivisibile e probabilmente capace di invertire il pendolo avvelenato del tatcherismo, sarà accusato di essere il responsabile della possibile sconfitta, che invece sta nella sottovalutazione della rabbia sociale che ha portato alla Brexit, tema che doveva essere dei laburisti e non di quel pagliaccio di Farage, e – con grande piacere del Re di Id – messo da parte invece di stare lì ad attendere la prossima, inevitabile, crisi come pietra di paragone di quello che si può fare di diverso e migliore. E avremo perso davvero.

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Darwin, Hunger Games e nuovo ordine globale.

Dalla rivista on-line dell’associazione culturale Interesse Nazionale, condivido questa riflessione di Alessandro Montanari:

                                                                §

Capita sempre più spesso che le tornate elettorali, in Europa e nel resto del mondo, producano esiti sorprendenti. Tuttavia la Brexit, il referendum costituzionale italiano, l’affermazione di Trump e il tonfo dei partiti tradizionali in Francia non sono accidenti della storia ma tendenze che la storia sta gradualmente imboccando.

Così come la bellezza, infatti, lo stupore è negli occhi di chi guarda e, guardando, impiega categorie di giudizio sfocate. Da tempo, in effetti, l’offerta politica non si articola più sull’asse orizzontale “destra-sinistra”, quanto piuttosto su un asse verticale “sopra-sotto” che separa i pochi vincitori del modello globale da coloro i quali, invece, ne sono stati sommersi e sopraffatti. Concepita come disegno economico, la globalizzazione è stata rapidamente eretta al rango di ideologia e, allo stesso modo delle illustri antenate otto-novecentesche, pretenderebbe di accreditarsi come traguardo finale dell’umanità. Più che di umanità, tuttavia, sarebbe il caso di parlare di disumanità.

Liberamente ispirato alle teorie darwiniane sulla selezione naturale, lo schema globalista impone infatti a individui, imprese e nazioni di partecipare ad una gara per la sopravvivenza regolata esclusivamente dai principi primordiali della forza e della competizione per i quali il grande mangia il piccolo, il forte prevarica il debole e lo spregiudicato sfrutta l’onesto. La tua morte per la mia vita.

I sostenitori della globalizzazione non spiegano come una società tanto carica di conflitti, tensioni e frustrazioni possa perpetuare se stessa democraticamente; ma se non lo fanno, forse, è perché il modello conduce alla degenerazione della democrazia in oligarchia. I dati di Oxfam descrivono bene la dinamica darwiniana del modello, confermando che concentra la ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di super-ricchi mentre espelle progressivamente ultimi e penultimi dopo averli aizzati gli uni contro gli altri. Come nel racconto distopico di Hunger Games.

Esasperazioni? Provocazioni? Giudizi parziali? Probabilmente sì, ma senza una fionda e qualche sassata il piccolo Davide non avrebbe potuto contrastare il gigante Golia. E i sassi in fondo sono armi leali: si raccolgono da terra e sono a disposizione di chiunque, come i dati oggettivi e le storie drammaticamente vere dei vinti della nostra era. Ecco perché i voti oggi infrangono le luccicanti vetrine del prevedibile. Perché in realtà sono sassi.

 

 

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Una lezione boliviana sulla crisi in Siria

A proposito della crisi siriana, vale la pena ascoltare l’intervento dell’ambasciatore ONU della Bolivia, Sacha Llorenti, al Consiglio di Sicurezza, all’indomani dell’aggressione americana alla base aerea di Shayrat: una breve lezione di diritto internazionale e una rapida  rassegna  storica delle menzogne propalate dagli USA per giustificare il loro imperialismo.

Come osserva The Durand,  che segnala il video, l’ambasciatore ha parlato in un modo che solo un socialista latino-americano poteva fare, come figlio di un continente dove le tensioni anti-americane hanno profonde radici storiche. E tuttavia mi pare che nulla di quanto ha detto potrebbe essere sostanzialmente eccepito. Ogni tanto la verità riesce a farsi strada fra le pastoie della diplomazia e delle sudditanze.

So che pretendere altrettanto per quanto ci riguarda è fuori da ogni orizzonte di possibilità, ma non ho potuto fare a meno di pensare, con rimpianto,  a quanto orgoglioso mi sarei sentito del mio Paese se per una volta a pronunciare quel discorso fosse stato il nostro ambasciatore.

Ho tradotto in italiano il testo dell’intervento, che nel video è di non agevole comprensione per via della fastidiosa sovrapposizione della voce dell’oratore con quella del traduttore simultaneo.
Ne raccomando comunque la visione, soprattutto al minuto 3:40 quando Llorenti mostra la famigerata foto di un Colin Powel, anno 2003, mentre esibisce una provetta che asserisce contenere antrace, come prova delle armi di distruzione di massa che l’Iraq avrebbe posseduto.
Imperdibile.

Ecco il testo tradotto:

La Bolivia ha sollecitato la convocazione di questa riunione preoccupata per quanto accaduto nelle ultime ore. Mentre il Consiglio di Sicurezza esaminava le proposte di procedura di indagine sugli orribili attacchi con armi chimiche; mentre discutevamo progetti di risoluzione; mentre ci sforzavamo di trovare alternative, arrivare a soluzioni condivise e dimostrare l’unità del Consiglio di Sicurezza,  gli Stati Uniti non solo hanno attaccato unilateralmente, ma quando tutti eravamo qui a discutere ed esigere la necessità di un’investigazione indipendente, imparziale, completa e concludente, essi si sono auto-nominati investigatore, pubblico ministero, giudice e boia.

Dove sono le indagini che permettono determinare oggettivamente chi è il responsabile di quegli attacchi?

Si tratta di una violazione gravissima del Diritto internazionale.

Non è la prima volta che succede. La storia è piena di episodi in cui diverse potenze, non solo gli Stati Uniti, hanno agito unilateralmente violando la Carta delle Nazioni Unite, ma il fatto che succeda una volta di più non significa che dobbiamo accettarlo.

Nel settembre del 2013 gli Stati Uniti avevano già minacciato di attaccare la Siria, e vi ricordo ciò che disse in quell’occasione l’allora Segretario generale Ban Ki-moon: “Il Consiglio di Sicurezza ha una responsabilità primaria per la pace e la sicurezza internazionali. Questo è il mio appello: che ogni disputa dovrebbe essere affrontata nelle regole della Carta delle Nazioni Unite. L’uso della forza è legale solo quando è esercitata in autodifesa, in accordo con l’articolo 51, o quando il Consiglia di Sicurezza approva tale uso“.

La posizione dell’allora Segretario Generale contribuì a evitare un’azione unilaterale in una situazione molto simile a quella odierna.

Questo attacco rappresenta una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale perché rappresenta una minaccia ai processi negoziali di Ginevra e Astana. Lo ha detto benissimo il signor Feltman poco fa: è necessario evitare una escalation delle tensioni, per non interrompere i progressi di quei negoziati, per quanto deboli essi siano.

 Dicevo che non è la prima volta che questo succede.

Vorrei rammentare ciò che successe in questo stesso Consiglio alcuni anni fa, per essere precisi il 5 febbraio 2003, quando l’allora Segretario di stato americano ci presentava, secondo le sue stesse parole, “prove irrefutabili” che esistevano armi di distruzione di massa in Iraq.

Io credo sia indispensabile ricordare questa immagine [minuto 3:46 – mostra la foto di Colin Powel mentre sventola la provetta], quando in questa stessa sala ci fu detto che esistevano armi di distruzione di massa in Iraq, e che questo giustificava l’invasione.

Questa invasione ha causato un milione di morti, e scatenato innumerevoli di atrocità nella regione.

Potremmo parlare oggi di ISIS se non ci fosse stata quell’aggressione?

Potremmo parlare dei gravissimi e orrendi attentati nelle diverse località del mondo senza quell’invasione illegale?

Io credo che sia imperativo ricordare quello che la storia ci insegna. In quella circostanza gli Stati Uniti affermavano perentoriamente che erano in possesso di tutte le prove che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa.
Ma non furono mai trovate.

Voglio ripetere ciò che ha detto il Presidente Evo Morales, questa mattina: ” Spero di sbagliare, ma penso e temo che le armi chimiche in Siria siano un pretesto per l’intervento militare. Le azioni unilaterali sono azioni imperialistiche. Agli Stati Uniti non interessa il Diritto internazionale. Quando non gli conviene lasciano da parte l’ONU. I problemi interni dei paesi devono risolversi con il dialogo e non con i bombardamenti. Questa azione minaccia la sicurezza internazionale e la pace mondiale“.

Credo che sia importante parlare del doppio standard che viene usato a secondo che vi troviate nella sala delle Nazioni Unite o nel mondo reale. Il mio popolo, i popoli latino-americano e caraibico ne hanno sofferto durante tutta la loro storia.

Ci parlate di diritti umani, ma quando i diritti umani sono di intralcio ai vostri interessi allora  essi vengono sistematicamente ignorati.

La serie di colpi di stato in America latina sono stati organizzati e finanziati dalla CIA. Questa è una realtà storica; non è retorica, non sono discorsi: è la verità.

Ricordiamo il colpo di stato del 1973 finanziato dalla CIA contro il governo costituzionale di Salvador Allende. Ricordiamo i centri di addestramento dove ai soldati si insegnava la tortura. I manuali di tortura… È questo che veniva insegnato ai soldati latino-americani nel quadro della cosiddetta “dottrina di sicurezza nazionale”.

Quando il discorso dei diritti umani vi è vantaggioso, allora va bene; ma quando cessa di essere funzionale a precisi interessi non importa più.

Lo stesso succede con la democrazia. Quando vi conviene, allora ne siete paladini, quando non vi conviene finanziate colpi di stato.

Disgraziatamente succede lo stesso con l’Organizzazione delle Nazioni Unite e con questo Consiglio di Sicurezza: quando è di ostacolo alle vostre politiche allora il multilateralismo non importa. Per alcune cose di vostra convenienza il multilateralismo va bene, vanno bene le Nazioni Unite, ma quando i vostri interessi non collimano allora non vanno bene né le Nazioni Unite, né i diritti umani, né la democrazia.

Quando abbiamo condannato in modo inequivocabile gli attacchi chimici, abbiamo detto che il Consiglio di Sicurezza non deve essere usato come cassa di risonanza della propaganda di guerra o dell’interventismo. Il consiglio di Sicurezza non deve essere usato come una pedina da sacrificare in una scacchiera bellica.

Questo Consiglio e le Nazioni Unite sono alla fin fine l’ultima speranza che abbiamo per garantire la pace e la sicurezza internazionale, basate su principi e norme, su uno stato di diritto internazionale.

Mi permetto inoltre segnalare che, malauguratamente, nel Consiglio esistono membri di prima classe e membri di seconda.
Ci sono i Membri permanenti, che non solo hanno diritto di veto, ma controllano le procedure e le decisioni; e poi gli altri dieci, che partecipano incidentalmente e quando vengono consultati  o convocati  non è per contribuire ma per sottoscrivere certe decisioni.

La Bolivia vuole riaffermare la sua energica condanna all’uso di armi chimiche, che considera un fatto ingiustificabile e criminale indipendentemente dalle motivazioni, da dove e quando sono usate e indipendentemente da chi ne faccia uso.
Esigiamo che quando casi del genere accadono si dia luogo a indagini indipendenti, imparziali, complete e concludenti.

Disgraziatamente gli attacchi di ieri hanno inferto un colpo mortale al processo di indagine per determinare con certezza quello che è successo qualche giorno fa in Siria.

Ripetiamo che i responsabili di questo attacco devono essere debitamente processati e sanzionati con il maggior rigore della legge, ma che lo stesso rigore dev’essere applicato per tutte le azioni che violano il diritto internazionale mettendo a repentaglio la sicurezza internazionale.

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Assad, Trump e gli applausi corali

No more war for a lie

È desolante il plauso corale che si è levato dall’Europa a sostegno dell’azione punitiva scatenata contro una nazione sovrana, la Siria,  da parte  di un’altra nazione, gli USA.

Sono ormai trent’anni che il vezzo americano dell’essere portatori di un “destino manifesto” giustifica politiche  che di fatto hanno pregiudicato il ruolo delle Organizzazioni internazionali e precluso la fruibilità del Diritto internazionale.

La discutibile base etica su cui sembra fondarsi l’appoggio occidentale all’ultima iniziativa USA sta nel ragionamento per cui se lo hanno fatto, vorrà dire che hanno le prove che a commettere i crimine è stato l’odiato Assad. Come se in passato non avessimo già avuto ampia esperienza di prove farlocche,  non frutto di errore nella ricerca della verità ma conseguenza della volontà di prevaricazione.

E comunque, anche ammettendone l’attendibilità, la vera domanda rimane: stabilire le responsabilità e quali e quante sanzioni comminare non dovrebbe spettare a un consesso internazionale (che so io, l’ONU?) piuttosto che alla superpotenza americana?

In Italia il governo, nelle parole del Primo ministro,  con supremo sprezzo del ridicolo prima ancora che del diritto, trasforma l’aggressione a uno stato sovrano in un atto di giustizia: “L’azione ordinata dal Presidente Trump questa notte è una risposta motivata da un crimine di guerra. Crimine di guerra di cui è responsabile Bashr al Assad.  Lo scialbo Gentiloni si adegua alla narrazione americana trascurando un particolare non insignificante: l’ondivago Potus non ha fornito uno straccio di prova a suffragio delle  accuse. Gentiloni certifica così – ce ne fosse stato ancora bisogno – il livello di qualità di un esecutivo che in altri tempi avremmo definito a vocazione balneare.

Un’occhiata ai fatti consiglierebbe maggiore cautela. Ma in epoca di post-verità (che poi altro non è che  la manipolazione cognitiva per la costruzione del consenso pubblico necessario all’esecuzione dei lavori sporchi della politica) ciò che prevale non sono i fatti ma i fattoidi.
I fatti, come qualcuno ha già osservato, possiedono una loro arcigna durezza; i fattoidi invece godono di proprietà più evasive, e in quanto tali sfuggono alla persistenza della memoria, che già di per sé è altamente selettiva.

La manipolazione cognitiva induce a indignazioni programmate: 100 vittime civili a Idlib, modalità Indignazione-On; 200 vittime civili a Mosul, modalità Indignazione-Off. Migliaia di bambini uccisi dai bombardamenti o a seguito dell’embargo, in Yemen: nessuna modalità in quanto non pervenuto.

Così oggi – come nel 2003 –  l’adesione unanime alle pretese buone ragioni umanitarie, sostenute da fantomatiche prove inconfutabili, è un meccanismo acquisito, un riflesso pavloviano che cinque lustri di guerre in Medio Oriente, con milioni di morti e milioni di sfollati, non sono serviti a superare.

Ascoltavo stamattina un’intervista su RaiNews24 al generale Leonardo Tricarico, che  faceva notare con una certa amarezza come – nonostante l’Italia schieri in quella regione significativi contingenti militari a fianco degli alleati americani – nessuno abbia ritenuto opportuno avvisarci di quanto stava per accadere.
Anche questo dà la misura dell’insignificanza a cui ci costringe l’appiattimento sistematico della nostra politica estera ai canoni e alle esigenze altrui.

They Lied and are lying

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