Blatte e Costituzione.

Da Sandro Arcais, su Pensieri Provinciali, una riflessione sul cripto-progetto in corso di metter mano all’articolo 38 della Costituzione. Un argomento di cui  non troverete alcuna traccia in nessuno dei tanti salottini compiacenti dell’informazione politica televisiva o nella articolesse dei quotidiani di sistema.
Lettura fortemente raccomandata.

 

Il governo delle blatte neoliberali.

Non lo possono fare apertamente. Così lo fanno di nascosto. Come dei ladri. Oppure come delle blatte, che si muovono solo al buio, e quando accendi la luce si rifugiano in qualche angolo nascosto alla vista.

Lontano dai riflettori e dal clamore profuso attorno alla proposta dello ius soli o alla nuova legge contro la propaganda fascista, le blatte neoliberali – di sinistra di centro e di destra, ma soprattutto di sinistra – che infestano i due rami del parlamento italiano lavorano al sodo: cambiare l’art. 38 della Costituzione.

L’art. 38 detta le norme che inquadrano il diritto del cittadino in difficoltà all’assistenza da parte dello Stato. È un articolo breve e lapidario:

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.

Le blatte neoliberali vogliono cambiare questo articolo, perché è un ostacolo al loro progetto di ulteriore attacco alle pensioni. Lo vogliono cambiare aggiungendo alcune paroline al penultimo comma:

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti preposti o integrati dallo Stato secondo principi di equità, ragionevolezza e non discriminazioni tra le generazioni.

oppure aggiungendone un quinto dopo il quarto:

Il sistema previdenziale è improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà e l’equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria.

Come si vede non esattamente la stessa minestra, ma quasi: equità intergenerazionale, adeguatezza/ragionevolezza. Il secondo però porta l’indelebile marchio della blatteria neoliberista e austeritaria di marca piddina, laddove aggiunge il principio del rispetto della sostenibilità finanziaria (insomma, finché l’avanzo di bilancio lo consente).

Ma cosa c’è dietro gli altisonanti valori della equità e solidarietà (a parte il solito stravolgimento neoliberista di parole un tempo nobili e umane: l’esempio più famoso è “riforma“)?
Semplice: c’è la possibilità data al blattislatore neoliberista futuro di approntare una legge che permetta di prelevare forzosamente dalle pensioni più alte per travasare il maltolto in quelle più basse. Ora non possono farlo, con l’articolo 38 emendato potrebbero.
Nella sporcizia mentale in cui le blatte neoliberiste amano vivere, il principio di equità non dà luogo alla spinta a sollevare chi sta in basso, ma ad abbassare chi sta in alto.
Voi penserete a chissà quali altezze. Ma vi sbagliate. Ragioniamo insieme: se il mio obiettivo è racimolare una bella somma, la raggiungerò colpendo le poche pensioni d’oro o partendo dalle molte pensioni medio basse? E infatti Yoram Gutgeld, commissario alla spending review nonché ex consigliere economico del governo Renzi, in una intervista del giugno del 2017 al Corriere della Serva, indica la soglia dei 2000-2500 euro lordi, vale a dire all’incirca i 1500 euro netti. Ecco le parole di Gutgeld:

… per avere un impatto significativo sulla spesa pensionistica bisognerebbe arrivare a toccare anche i diritti acquisiti delle pensioni medie da 2000-2500 euro lordi/mese, quando non sono sostenute da contributi adeguati.

Ad alcuni di voi l’ultima precisazione avrà fatto tirare un sospiro di sollievo e magari anche un pensierino maligno pensando a quel vicino carabiniere così giovane e già in pensione. Le blatte neoliberiste ci sguazzano e godono un mondo di queste successioni di paure-sollievo per lo scampato pericolo, e di queste divisioni nel mondo degli umani. Mentre gli umani si concentrano sul piccolo privilegio del carabiniere andato in pensione a 57 anni, le blatte neoliberiste possono lavorare indisturbate al loro grande progetto di trasformarci tutti in blatte come loro.
Ma non è tutto. Le blatte neoliberiste sono anche bugiarde e amano la confusione mentale. Nella relazione di accompagnamento alla proposta di legge scrivono:

Nel quinquennio 2010-2015 la spesa per le pensioni pubbliche ha in media assorbito il 15,7 per cento del prodotto interno lordo (PIL).

Di contro la media europea è dell’11,5%.
Di fronte a questa discrepanza uno sarebbe propenso ad abbracciare il mantra della insostenibilità del nostro sistema pensionistico, della sua eccessiva generosità, dell’egoismo dei vecchi nei confronti dei poveri giovani, del fatto che in Italia viviamo al di sopra delle nostre possibilità, ecc. ecc. ecc.
Peccato che quelle due percentuali misurano cose diverse: l’11,5% europeo misura le prestazioni pensionistiche al netto delle imposte, il 15,7% italiano misura le prestazioni pensionistiche al lordo delle imposte più una serie di prestazioni che con le pensioni non c’entrano nulla e hanno piuttosto a che fare con l’assistenza.
Se le blatte neoliberiste facessero i conti come andrebbero fatti (per es. sommando mele con mele e non mele con pere per poi dire che la somma ottenuta consiste solo di mele) noi arriveremmo alla “scandalosa” (per le blatte) conclusione che nel 2015 (per esempio) il bilancio previdenziale era in attivo, di 3,713 miliardi. Scrive in proposito Felice Roberto Pizzuti (docente di Politica Economica e di Economia e Politica del Welfare State  presso l’Università La Sapienza di Roma, non un Pinco Pallino qualsiasi, insomma)

… il nostro sistema pensionistico da molti anni non ha più problemi di sostenibilità finanziaria; sono state sufficienti le riforme del 1992 (governo Amato) e del 1995 (governo Dini) per riportare in attivo, già nel 1996, il saldo annuale tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali, il cui valore è arrivato a superare il 2% del Pil (nel 2008) e attualmente è intorno ai 20 miliardi di euro.

Sorpresi? Anche io, quando ho letto queste parole. E la mia conclusione è stata che le blatte neoliberiste che infestano gli interstizi tra gli scranni del Parlamento italiano barano sapendo di barare. Perché non è difficile capire che basterebbe separare la previdenza dall’assistenza, anche solo mentalmente, per trasformare gli italiani da cicale sprecone in previdenti formiche.

Prima di passare all’ultima crucialissima domanda, perché lo fanno?, seguiamo la interessantissima e illuminante logica delle blatte neoliberiste.

Torniamo alla relazione di accompagnamento alla legge. Dopo aver dato i numeri, sommando mele con pere e trattando il risultato come se fossero tutte mele, i nostri rappresentanti blattoidei in parlamento ci svelano la loro intima preoccupazione per le giovani generazioni (quasi mi sono commosso, leggendo queste parole, e pensando che anche le blatte, per giunta neoliberiste, hanno un cuore):

Come avverte l’OCSE, è forte il rischio che i lavoratori più esposti al rischio di una carriera instabile, a una bassa remunerazione in lavori precari non riescano a maturare i requisiti minimi per la pensione contributiva anche dopo anni di contributi elevati.

Più semplicemente, come ha affermato il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, i trentenni potrebbero essere costretti ad andare in pensione a 75 anni per ricevere, se matureranno i requisiti, una pensione inferiore del 25 per cento rispetto a quanto ricevono i pensionati di oggi.

E ancora:

Il 26,9 per cento dei giovani tra 16 e 29 anni non sono infatti occupati né coinvolti nel sistema educativo o di formazione. Inoltre, il rischio di povertà si è di fatto già trasferito dagli anziani ai giovani: è povero il 15 per cento dei giovani tra 18 e 25 anni, mentre la percentuale tra gli over 65 è pari al 9 per cento.

Conclusione?

… viviamo in un Paese a misura dei vecchi di oggi. Se si va avanti così, le generazioni future avranno pensioni enormemente più basse di quelle di chi in pensione ci è già andato, se le avranno.

Quindi? Che si fa? Si cambia registro? Si abbandonano le politiche neoliberiste e austeritarie? Si toglie ai mercati il ruolo di regolare (annullare) le politiche economiche dello stato? Si ricomincia a programmare lo sviluppo? Si recupera la sovranità monetaria? Si crea lavoro buono, di qualità, sicuro per i giovani?
No.
Si eliminano

le discriminazioni e le situazioni di privilegio, che già oggi sottraggono risorse alle pensioni più basse e che, soprattutto, si scaricheranno sulle spalle delle generazioni future.

Che, tradotto, significa: pensione da fame per tutti.

Quindi, in veloce sequenza:

Prima le nostre blatte neoliberiste impoveriscono un paese e in special modo le sue giovani generazioni, condannandole a una esistenza precaria, incerta, povera, alienata.

In un primo tempo si accaniscono solo su di loro, sulle giovani generazioni. Non premono eccessivamente sulle adulte e vecchie. Ci sono i diritti acquisiti e la Costituzione che li difende. E poi non è salutare rendere consapevole un’intera popolazione del grande progetto di impoverire un intero popolo. Quest’ultimo potrebbe ribellarsi. Del resto, le vecchie generazioni servono anche per tenere a galla (e buone) le giovani generazioni con vitto, alloggio e paghetta.

Infine, le blatte neoliberiste passano alla terza e ultima fase, quella di espropriare dei diritti acquisiti anche le vecchie generazioni per operare una perequazione al ribasso. Tutti poveri. Le poche risorse del paese impoverito vanno equamente distribuite tra tutti, vecchi e giovani. E immigrati.

Perché lo fanno? Perché le blatte neoliberiste sono gli agenti del capitale: il nostro impoverimento è il loro (del capitale) arricchimento. Insomma, è sempre la solita banalissima lotta di classe, quella che ci siamo illusi fosse finita così da poterci non affaticare troppo su di essa. E per condurla meglio e con maggior successo ci devono convincere che le risorse sono scarse e che in un mondo di risorse scarse “equità” significa “poco a tutti”.

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La Storia è maestra.

In Polonia il Ministro dell’educazione, signora Anna Zalewska,  ha insignito lo storico Tomasz Panfili di medaglia al merito per il suo “speciale contributo all’educazione”.
Panfili gode di certa fama nel suo paese per aver recentemente sostenuto che la situazione degli ebrei in Polonia, dopo l’invasione nazista del 1939, non era poi così male: è vero che li obbligarono a portare la stella di David cucita addosso e la loro libertà di movimento al di fuori dei ghetti era severamente regolamentata, “tuttavia i nazisti permisero loro di istituire organi di autogoverno come i Consigli ebraici (Judenraete)”. “La politica nazista […] introdusse la discriminazione legalizzata della popolaziona ebraica, intensificò la repressione e i pogrom, ma nello stesso tempo Hitler e i suoi collaboratori incentivarono, come strumento di pulizia etnica, l’emigrazione”.

La Storia è maestra, diceva Gramsci, ma non ha scolari.

 
fonte: Defend Democracy Press

 

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La storia

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Leonardo Mazzei: Otto punti sul referendum catalano

Da P101 un’analisi di Leonardo Mazzei:

Ci sarà tempo per riflettere più a fondo sui possibili sviluppi della crisi catalana. Intanto però il referendum è alle nostre spalle e alcune cose già le possiamo dire.

1. L’autoritarismo centralista del governo di Madrid ha finito per rafforzare l’indipendentismo filo-eurista di quello di Barcellona.
Non era un esito difficile da prevedere. Aver mandato la polizia a disturbare il referendum, senza peraltro riuscire ad impedirlo, è stato un segno di grande debolezza, un atto repressivo figlio di una concezione parafranchista. Fondamentalmente un atto stupido, sia in considerazione del fatto che i sondaggi davano gli indipendentisti in minoranza, sia perché la contestazione della legalità del voto avrebbe potuto essere comunque sostenuta politicamente senza bisogno di ricorrere alla magistratura ed alla polizia. Ma la stupidità ha da sempre un certo ruolo nella storia. Vedremo alla fine quale sarà stato il suo peso stavolta. Intanto, però, la gestione della vicenda da parte di Rajoy ha regalato agli indipendentisti catalani un indubbio successo propagandistico.

2. Un successo che non c’è stato nelle urne.
Il sì all’indipendenza è fermo ai valori del 2015. Certo, quello di ieri è stato un referendum del tutto anomalo, ma le autorità catalane hanno comunque diffuso dei dati ufficiali che, a loro avviso, legittimerebbero un’imminente “dichiarazione d’indipendenza”.
Proviamo allora a prendere questi dati per buoni. Essi ci dicono due cose: primo, i votanti sono stati solo il 42,5% degli aventi diritto (2 milioni e 260mila su oltre 5 milioni e 300mila); secondo – visto che i sostenitori del No non hanno partecipato al voto – i Sì hanno raggiunto oltre il 92% dei voti espressi, ma si sono fermati a 2 milioni e 20mila, cioè solo 24mila voti in più di quel che ottennero le forze indipendentiste (Junt per Sì e Cup) alle elezioni del parlamento catalano nel 2015. In quella occasione queste due formazioni ottennero la maggioranza dei seggi ma non quella dei voti, visto che si fermarono esattamente ad una percentuale del 48%. Le urne di ieri parlano dunque chiaro: in Catalogna non c’è stato nessun plebiscito per l’indipendenza, anzi l’indipendentismo è probabilmente ancora in minoranza. Al massimo è attorno ad un 50%, un po’ poco per correre verso la separazione dalla Spagna.

3. Indipendenza o solo la sua dichiarazione?
Vedremo nelle prossime ore, o al massimo nei prossimi giorni, se alle parole seguiranno i fatti. Vedremo cioè se una dichiarazione d’indipendenza vedrà davvero la luce. E soprattutto vedremo le sue conseguenze. Cosa succederà a Madrid? Andrà avanti la linea intransigente di Rajoy, o si aprirà una crisi nello stesso governo spagnolo? Difficile a dirsi, ma in un caso come nell’altro è possibile che si avvii in qualche modo una trattativa. Di certo ne ha bisogno il governo catalano, perché l’indipendenza (con referendum o senza) si conquista di norma per due vie, o attraverso un percorso concordato tra le parti (come sarebbe successo in Scozia nel 2014 se il Sì avesse vinto) o con una lotta di liberazione includente lo scontro armato. Gli indipendentisti catalani hanno chiusa attualmente la prima via e sono del tutto impreparati alla seconda.

4. Appello al popolo o all’oligarchia eurista?
Questo è davvero un punto dirimente ai fini del giudizio politico. Come sbloccare la situazione davanti all’irremovibilità di Madrid, con una chiamata alla mobilitazione popolare o con un appello all’oligarchia eurista? Carles Puigdemont, presidente della Generalitat de Catalunya, guarda ovviamente all’Europa. Ma come, dice, abbiamo attuato appieno la politica d’austerità e dei tagli sociali, siamo liberisti e per l’euro, abbiamo fatto un giuramento di servile fedeltà all’UE (1) e voi non ci venite incontro? In tanti, nell’élite eurista, gli risponderebbero volentieri di sì, ma – piccolo problema – al momento non possono proprio farlo, mica possono mettersi contro alla Spagna. Piccole contraddizioni in casa unionista…

5. «Senza sovranità economica l’indipendenza è pura finzione».
Questo ci ha ricordato (vedi nota 1) Diosdado Toledano al recente convegno di Chianciano, nella sessione dedicata alla questione catalana. Che senso ha l’indipendenza dalla Spagna se non si conquista quella dall’Unione Europea? E’ questa la domanda posta anche da un recente articolo di Mimmo Porcaro ed Ugo Boghetta che condividiamo. In realtà un senso ce l’ha, quello di ricercare (magari illusoriamente) un posto a tavola tra le regioni più ricche d’Europa, fregandosene di tutto il resto. Insomma, una prospettiva piuttosto meschina quella delle forze borghesi e liberiste che guidano l’indipendentismo catalano.

6. Il pericolo dell’«Europa delle regioni», che riguarda anche l’Italia.
Difficile, di fronte alla vicenda catalana, non vedere il risorgere di una potente tentazione delle classi dominanti. Quella di farla finita una volta per tutte con gli Stati nazionali, per procedere verso un super-Stato europeo fatto di una moltitudine di regioni prive di vera sovranità.
Chi non è troppo giovane si ricorderà quanto fosse in voga questa teoria nei primi anni novanta del secolo scorso. E si ricorderà anche chi e perché (la Lega Nord) se ne faceva paladina in Italia.
L’idea era fondamentalmente quella di dare attuazione all’egoismo sociale delle regioni più ricche del Paese, andando al contempo in pasto al dominio tedesco sull’Europa. E’ un’idea che si riproporrà nei due referendum del prossimo 22 ottobre in Veneto e Lombardia.
Ma c’è qualcosa di più, come confessò il candido Romano Prodi nel 2014. L’intervistatore gli chiede: «Lei crede che sia possibile un’Europa delle Regioni in un momento in cui la crisi economica, almeno in Italia, sembra gonfiare le vene di un nuovo centralismo statale?». Ecco la sua illuminante risposta: «Oggi c’è un’Europa degli Stati. Attenzione però: la contrapposizione vera non è tra Europa degli Stati e Europa delle Regioni, ma tra un’Europa guidata da un’autorità sovranazionale molto forte, cioè un’Europa federale, e un’Europa delle nazioni. Non vedo le Regioni in contrapposizione a un’Europa federale, due regioni non fanno uno Stato nuovo». Traduzione: gli Stati nazionali sono il problema, l’Europa disgregata delle regioni è invece la strada maestra per portare a termine la costruzione del mostro eurista. Chi vuole davvero opporsi a quel mostro antisociale ha di che riflettere.

7. La Catalogna, la crisi della globalizzazione, il risorgere delle nazioni.
C’è però un altro aspetto di cui ci parla la vicenda catalana. Ed è la multiforme rinascita della nazione come risposta ad una globalizzazione distruttiva e comunque in crisi. Non sempre questa rinascita può avere le forme a noi più simpatiche, ma il fenomeno rimane. Ed esso ci segnala appunto quanto sia potente la crisi del disegno delle èlite globaliste. Nella devastazione sociale prodotta dal liberismo pienamente dispiegato; di più, nel cuore di un’Unione Europea pensata e realizzata proprio a tal fine, la rinascita del nazionalismo – sia pure in forme così diverse tra loro – è fondamentalmente una risposta della società ad un dominio delle oligarchie che può essere sconfitto solo con la costruzione di comunità resistenti. Il fatto che nello specifico caso catalano questa spinta sia stata raccolta principalmente da forze liberiste, interessate pure a nascondere gli effetti della loro stessa politica, non cambia la sostanza di un fenomeno profondo quanto potente. Farci i conti, facendolo evolvere verso un’idea ed una prospettiva di patriottismo costituzionale, è esattamente il compito che abbiamo in Italia. Pensare invece di esorcizzarlo – magari a corrente alternata, come fanno alcuni nella sinistra italiana – è il modo sicuro per esserne travolti.

8. Infine l’Unione Europea, con un altro elemento di crisi in più.
Si è detto al punto 4 che tanti nella UE aprirebbero volentieri le porte a Puigdemont e compagnia. E si è detto anche (vedi il punto 6) quanto l’Europa delle regioni piacerebbe a lorsignori. Questo dal punto di vista della dottrina. Ma dottrina e politica non sempre possono coincidere. Ed a Bruxelles hanno proprio una bella gatta da pelare. Paradosso dei paradossi: non hanno contro né Madrid né Barcellona, ma mentre queste paiono destinate ad uno scontro ancor più duro tra di loro, entrambe alimentano un problema pressoché irrisolvibile nell’ottica dell’Unione Europea.
Ogni apertura a Barcellona sarebbe la guerra con Madrid, ed a Bruxelles non se lo possono permettere.
D’altra parte, trincerarsi solo dietro al formale rispetto della costituzione spagnola, impedirebbe l’assunzione di un qualsivoglia ruolo negoziale. Come ne verranno fuori non si sa. In apparenza sia Madrid che Barcellona sembrano portare acqua alla retorica del «più Europa». Ma, attenzione, anche le indigestioni possono far male, al punto che talvolta se ne può anche morire. Ed a forza di dire tutti «più Europa», è assai probabile che si finisca per mostrane invece l’impotenza, l’incapacità di gestire questa ennesima crisi. Mettendo così in luce, in altre parole, l’insostenibilità stessa di un’Unione che prima crolla meglio è.

 

NOTE
(1) Diosdado Toledano – Dalla relazione tenuta a Chianciano il 1° settembre scorso:
«L’indipendentismo catalano prosegue il suo cammino verso l’incoerenza alla frustrazione. Nella recente proposta di legge di “Transitorietà giuridica e fondativa della Repubblica” [16], presentata insieme da PDeCAT, ERC e CUP, l’articolo 13 del “regime giuridico della continuità” si stabilisce che “le leggi organiche dello Statuto di autonomia e della Costituzione spagnola vigenti al momento dell’entrata in vigore della presente legge, assumono rango di legge ordinaria se non sono state incorporate nella presente legge e purché non la contravvengano”.
Ci si chiede allora perché non si rifiuta esplicitamente la legge organica di stabilità o l’articolo 135 della Costituzione spagnola. La risposta implicita a questo viene dall’articolo 14 che ha come titolo “Continuità del diritto dell’Unione europea”. L’articolo stabilisce:
1) Le norme dell’Unione europea vigenti in Catalogna al momento dell’entrata in vigore della presente legge continueranno ad applicarsi per gli obblighi che riguardano le istituzioni catalana e di quelli che si applicano nel territorio catalano da parte delle istituzioni dell’amministrazione centrale dello Stato spagnolo, nelle stesse condizioni stabilite dal diritto dell’Unione europea.
2) Le norme dell’Unione europea che entrino in vigore posteriormente all’entrata in vigore della presente legge si integreranno automaticamente nell’ordinamento giuridico della Catalogna, per quanto riguarda gli obblighi che siano di applicazione in Catalogna, nelle stesse condizioni stabilite dal diritto dell’Unione europea.
Siamo davanti a una confessione di servilismo nei confronti della Ue e delle sue istituzioni, di rinuncia alla sovranità economica. Gli indipendentisti di Catalogna sono bravi ragazzi e la Signora Merkel non tema: continueranno ad applicare le politiche di tagli sociali necessarie per raggiungere gli obiettivi di deficit pubblico e garantire la restituzione del debito».

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Aggiornamenti di sistema.

Alcuni giorni fa ho aggiornato il sistema alla versione 70.0.

Troppo presto per dare un giudizio, ma se mi devo basare sui precedenti aggiornamenti temo che anche stavolta il risultato sarà un ulteriore peggioramento della qualità generale.
Sono anni ormai che ad ogni aggiornamento devo constatare una progressiva perdita di efficienza: aumento delle criticità, risposte più lente, maggiore instabilità e vulnerabilità a virus di vario tipo.

Non riesco a capire questa ostinazione a imporre ogni anno una nuova, pessima release.
Continuo a pensare che le migliori release sono state quelle comprese fra la 20.0 e la 30.5: allora sì che ogni aggiornamento apportava sensibili miglioramenti!
Dipendesse da me, a quelle sarei rimasto.

Purtroppo gli aggiornamenti sono tassativamente obbligatori, pena l’immediato, totale e irreversibile arresto del sistema: una prospettiva che al momento non trovo allettante.

Nella foto sotto: il sistema dopo l’ultimo aggiornamento.

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Riflessioni su un’intervista a Olin Wright: capitalismo, classi, lotta di classe.

Su Micromega un’intervista al sociologo Erik Olin Wright. Nella prima parte analizza i concetti di classe e lotta di classe, che oggi è di moda ritenere superati per prossima estinzione di uno dei contendenti, il ceto operaio; nella seconda spiega la sua visione strategica per  “la democratizzazione e il controllo del capitalismo”.
Condivisibile la prima parte dell’intervista, meno la seconda.

Fino al secolo scorso l’identificazione del ceto operaio con la classe subordinata era giustificata dal fatto che esso ne costituiva la parte prevalente e trainante. Omogeneità (socio-economica) e aggregazione (nei luoghi di lavoro) erano i fattori che agevolavano il discorso identitario.
Oggi è vero che il ceto operaio è in fase di forte regressione, sia numericamente che dal punto di vista politico; ma ciò non significa che altrettanto stia succedendo alla classe subordinata, la quale è anzi in aumento a causa del progressivo smottamento dei ceti intermedi.  Il problema, semmai,  è che a questo aumento quantitativo  (la classe “in sé” marxiana) non ne corrisponde ancora uno qualitativo (la classe “per sé”): manca cioè della consapevolezza necessaria a trasformarla in classe dal punto di vista politico, a causa della sua disomogeneità e grazie alla manipolazione culturale della narrazione di sistema (1).

Questa nuova e fluida classe subordinata comprende ciò che resta del vecchio ceto operaio, i lavoratori cognitivi, gli artigiani, la legione dei precari e quella dei disoccupati,  piccoli imprenditori, agricoltori, immigrati, popolo delle partite IVA, i sotto-occupati delle nuove attività di sharing e gig economy (altri modi di chiamare il lavoro a cottimo, secondo il collaudato metodo della mistificazione semantica).
Comprende insomma il popolo dolente di tutti coloro che la crisi ha emarginato e continua a  emarginare.

Secondo la definizione marxiana, infatti, a definire una classe (cioè un gruppo di individui che condividono un’analoga situazione politico-economica)  è lo specifico tipo di relazione sociale all’interno di una particolare struttura economica: “la classe a cui appartieni – dice Wright –  non è determinata dal tipo di occupazione/attività produttiva che svolgi, ma dal tipo di relazione sociale” che ti trovi a interpretare all’interno della struttura economica data.

Dal punto di vista economico ciò che caratterizza e prevale nella relazione sociale sono i rapporti di potere; e nella struttura economica capitalistica il potere si avvera attraverso il tipo e la quantità di risorse possedute e/o controllate.
È questo criterio chiave a collocare oggettivamente gli individui nella classe dominante o nella classe subordinata (classi in sé), a prescindere da quanto ne siano consapevoli; ed è la relazione a determinare il conflitto, dato lo squilibrio di potere fra le due classi.
Nella società capitalistica il conflitto è sempre presente, per quanto latente o sedato possa apparire oggi.

Se poi si accetta la bella definizione di democrazia data da Jacques Rancière (ispirata credo da Tocqueville), secondo il quale essa “non è un regime di governo, ma la manifestazione conflittuale del principio egualitario“, si può affermare che il conflitto di classe altro non è che conflitto per la democrazia; e in tempi di conflitto latente o sedato abbiamo una latenza o sedazione della democrazia.

Dal momento che i rapporti di potere capitalistici sono il problema, la soluzione è loro democratizzazione, intesa come controllo del capitalismo e redistribuzione del potere.

Il primo scoglio da superare è di nuovo la trasformazione dei ceti subordinati da classe in sé a classe per sé. Ciascuno dei  componenti vive il proprio disagio sociale in termini individuali – o al più cetuali o corporativi; questo, insieme alla narrazione di sistema,  impedisce  il processo aggregativo, identitario, necessario all’azione collettiva da cui partire per affrontare il secondo scoglio, l’avveramento della democratizzazione.

 L’orizzonte temporale che Wright immagina è di lungo periodo, tanto lungo che al termine “transizione” preferisce quello geologico di “erosione”. “Preferisco parlare di un orizzonte temporale imprecisato, ma che punta nella giusta direzione, che abbia dinamiche che generino nel tempo più solidarietà e non meno, più democrazia e non meno, più uguaglianze e non meno. Il termine “transizione” tende a dare l’idea che ciò possa avvenire in un lasso di tempo breve, e credo che invece ci dobbiamo immaginare un processo di erosione, questo è il termine geologico che uso: un processo che eroda il capitalismo“.

 Qui il sociologo ipotizza una cauta strategia riformista di piccoli passi, in merito alla quale mi sento scettico. Si ama ripetere che il socialismo reale ha perso, ma ci si dimentica ogni volta che anche la socialdemocrazia riformista è stato sconfitta. Se c’è qualcosa che gli ultimi quarant’anni hanno dimostrato è che scendere a patti con il neoliberismo capitalistico comporta alla lunga esserne sopraffatti, data la straordinaria reattività di cui ha dato prova.
Mentre si negoziano dinamiche che vadano nella direzione della solidarietà, della democrazia e dell’uguaglianza, il sistema, nelle cui mani nel frattempo rimane il potere, ha buon gioco ogni volta a dotarsi di tutti gli strumenti – culturali, politici ed economici – per sedare il conflitto, inficiare il processo e disfare quanto è stato fatto.

La classe dominante, fra gli altri lussi, può permettersi anche quello della pazienza e della tolleranza democratica se il contesto, come quello oligarchico delle democrazie occidentali, le è favorevole (in caso contrario, come i paesi latino-americani insegnano da sempre e il Venezuela dimostra oggi, non esita ad adottare sistemi più sbrigativi).

Perfino le Costituzioni nazionali sono insufficienti a garantire stabilmente gli onorevoli compromessi che esse stabiliscono, perché è la classe dominante a gestirle, interpretarle, e se necessario “riformarle” quando diventano troppo ingombranti: a volte con successo, vedi articolo 81, altre volte fallendo – vedi il referendum del 4 dicembre 2016.
I tentativi infruttuosi, tuttavia, vengono letti non come sconfitte definitive ma come prove generali per aggiustare il tiro in vista di successivi colpi di mano, lasciando all’intellettualità compradora il compito di preparare opportunamente il terreno.
È solo di un mese fa la pubblicazione di un articolo sul Corsera etichettato “proposte per il futuro” [sic], in cui l’autore si interroga retoricamente se non è arrivato il momento di “intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi” (notare il linguaggio sprezzante), visto che i tanti falliti tentativi di riforma “hanno sempre puntato a cambiare solo la seconda parte, quella che riguarda l’assetto dei poteri dello Stato“.

Per non dare adito a equivoci sul suo orientamento, l’autore non esita a riprendere un concetto, “ideologie socialisteggianti“, già espresso da JP Morgan in una sua famosa analisi del 2013,  in cui le costituzioni dei paesi europei periferici sono indicate come elemento di disturbo alle riforme perché “The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence…“.

Purtroppo stiamo parlando di un signore, Angelo Panebianco, il quale – oltre che rinomato politologo e opinion maker su titolati quotidiani – è docente di Scienze politiche all’Università di Bologna, dove dal 1989 ha il compito di formare le giovani menti che da lì hanno la (s)ventura di passare prima di assurgere a nuovo ceto dirigente. (Va detto se non altro che l’articolo ha l’involontario merito di rendere giustizia a chi veniva gabellato di complottismo perché sosteneva che le riforme costituzionali alla seconda parte erano mirate in realtà a vanificare la prima).

In linea con la sua visione riformistica, alla domanda sulla democratizzazione dell’Unione Europea, Olin Wright risponde che “Uscire dall’Europa renderebbe le cose ancora peggiori:avremmo più possibilità di controllare il capitalismo se democratizzassimo l’Unione Europea che se semplicemente democratizzassimo gli stati membri e ci liberassimo dell’UE. Abbiamo bisogno di istituzioni politiche sovranazionali che rispondano democraticamente alle persone per risolvere davvero il problema di come limitare il potere del capitalismo“.

Anche qui non mi trova d’accordo. L’idea per cui è più efficiente lavorare sul tutto anziché sulle parti, per quanto possa apparire lapalissiana, è una fallacia dovuta all’equivoco di considerare l’Unione europea alla stregua di uno Stato-nazione a tutti gli effetti.
Non è così. Per cambiare anche solo un articolo dei Trattati che reggono l’Unione, costruiti intorno all’ideologia ordoliberista tedesca, occorre l’adesione di tutti gli ormai 27 Stati membri. Bisognerebbe quindi in ogni caso passare dalla democratizzazione di TUTTI quei paesi, compresa la Germania e i suoi satelliti, che per un fenomeno di osmosi culturale spesso si rivelano più teutonici degli stessi tedeschi: auguri.

(D’altra parte, il sociologo si smentisce poco dopo affermando giustamente che “l’idea che non si possa trasformare nessun luogo finché non li si sono trasformati tutti è una ricetta per non trasformare nulla“).

In un libro-intervista del 2001 (2) Ralf Dahrendorf spiega che “Ci sono pochi dubbi che quando la Comunità Economica Europea […] fu costruita, la democrazia non costituì la prima preoccupazione di coloro che progettarono ed edificarono il nuovo edificio. […] Due categorie di interessi dovevano essere conciliate, quello europeo da un lato, quelle nazionale dall’altro. Dunque c’era il bisogno di due istituzioni, una che rappresentasse l’interesse europeo, incaricata di avanzare proposte; l’altra che rappresentasse gli interessi nazionali, incaricata di decidere. Perciò furono inventati la Commissione e il Consiglio. Un’idea alquanto brillante ma non certo democratica. L’Europa fu costruita in modo tale che gli interessi europei potessero trovare una sede per il compromesso nella Commissione, ma che le decisioni fossero prese alla fine nel rispetto degli interessi nazionali, comunque prevalenti; e questo era garantito dal ruolo del Consiglio. Ecco perché fin dall’inizio, ha sempre funzionato la regola dell’unanimità, e tuttora la mancanza di unanimità resta un trauma“.

Aggiungerei che all’interno del Consiglio il peso politico-economico dei diversi componenti non è esattamente uguale, e che l’unanimità – quando accade – si realizza sempre e invariabilmente intorno alla linea propugnata dalla Nazione di maggiore stazza. Se vi viene in mente la Germania non è per caso.

 Stupisce poi, per la sua ingenuità,  l’auspicio di Wright di  “Istituzioni politiche sovranazionali che rispondano democraticamente alle persone per risolvere davvero il problema di come limitare il potere del capitalismo“. L’esperienza dimostra che quanto più le istituzioni si allontanano dai territori tanto più la delega di potere è ampia e non controllabile; tanto più inoltre sono portate ad adottare dispositivi autoreferenziali che le mettano “al riparo dal processo elettorale” (cfr Mario Monti), con la conseguenza di aprirsi a canali di influenza del tutto estranei alla dialettica democratica.

Gli esempi sono tanti e palesi: dall’ONU al FMI alla Banca Mondiale.

Ma per restare nel nostro cortile, l’esempio migliore è proprio l’Unione Europea, dove tutte le istituzioni sono al riparo dal processo elettorale salvo una, il Parlamento europeo, che non a caso è investito di poteri assolutamente risibili.

Non per niente Mario Draghi, a chi nel 2013 gli chiedeva un commento sulle incombenti elezioni in Italia dopo l’esperienza Monti, aveva risposto che il risultato non era importante perché esiste (testuale) “un pilota automatico” che impedisce a qualunque governo, quale che sia l’orientamento,  di adottare politiche economiche in contrasto con quelle stabilite a livello sovranazionale.
E un anno prima, maggio 2012, Mario Monti confessava candidamente alla CNN che “We’re actually destroying domestic demand through fiscal consolidation”, cioè la politica economica del suo governo era finalizzata all’abbattimento della domanda interna attraverso la svalutazione del potere acquisto dei consumatori italiani.  Non credo si possa discutere il fatto che Monti agisse su mandato europeo anziché del popolo italiano.

Concludo citando di nuovo Dahrendorf, quando nel libro menzionato ricorda una battuta che circolava all’epoca dell’allargamento all’est:  se l’Unione Europea chiedesse di diventare essa stessa membro dell’Unione non potrebbe essere ammessa, perché la sua struttura non corrisponde ai criteri basilari di democrazia che l’Unione impone per l’adesione di un paese.
Ma era solo una battuta…

Nota (1)

Il sistema tende a mantenere la frammentazione della classe subordinata attraverso un’ampia gamma di narrazioni distraenti e/o divisive:

a) Alimentazione del conflitto orizzontale (pensionati/lavoratori, lavoratori/disoccupati, autoctoni/immigrati, conflitto di genere…)
b) Spostamento del dibattito politico sui diritti civili (gratuiti per il sistema) a scapito di quelli sociali (onerosi per il sistema)
c) Promozione dei contratti di lavoro aziendali o individuali a sfavore di quelli nazionali
d) Criminalizzazione del sindacalismo di base
d) Esaltazione del mito dell’auto-imprenditorialità
e) Colpevolizzazione dei perdenti
f) Promozione del tele-lavoro
g) Screditamento morale del conflitto, svilito a “invidia sociale”

… Aggiungere a piacere qualunque altro esempio fra gli ancora tanti a disposizione.

Nota (2)

Ralf Dahrendorf: Dopo la democrazia (Economica Laterza, 2003 – pag 34).

 

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Shock economy, un ripasso.

Nonostante sia stato scritto  una decina di anni fa, il libro di Naomi Klein, “Shock economy”, fornisce alcune preziose chiavi di lettura del nostro presente.
Dal libro è stato tratto un documentario diretto da Michael Winterbottom e Mat Whitecross, premiato al Festival del Cinema di Berlino nel 2009.
Ripropongo qui la versione sottotitolata in italiano, disponibile su You Tube, per chi non avesse tempo di cimentarsi con il libro.

https://www.youtube.com/watch?v=joT-JJNC24k

Le lettura del libro, a mio avviso, è comunque altamente raccomandabile.

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Sostiene Boeri: immigrazione e previdenza

Questa mattina a Tutta la Città ne Parla, su Radio3, il fine economista nonché presidente INPS Boeri ha spiegato il mistero per cui un esercito di sottoccupati o questuanti genererebbe negli anni un introito netto di 38 miliardi che aiuterebbe a pagare le nostre pensioni.

– Gli immigrati, ha osservato astutamente, hanno una minore aspettativa di vita rispetto a noi.

I naturali limiti della radio mi hanno impedito di vedere l’impercettibile rictus di soddisfazione che immagino gli ha contratto il volto mentre proferiva l’acuta analisi, ma nella voce ho avvertito chiaramente il rimpianto che tale condizione, ahimè, non sia  condivisa dai pensionati e pensionandi di italica stirpe.
Al momento.

 

 

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Zoccarato-Borzelli: I partiti e la rappresentanza.

Chiara Zoccarato, in un articolo scritto a due mani con Gian Luca Borzelli su Il Paese, si interroga sulla mutazione dei partiti rispetto alla forma tradizionale del secolo scorso. Un fenomeno che negli ultimi decenni ha comportato la progressiva perdita del loro ruolo – di rappresentanza, identificazione e indirizzo popolare sancito dalla Costituzione – con la conseguente cesura  fra cittadini e istituzioni e dunque  con il conseguente inaridirsi della normale dialettica democratica.

L’articolo risale a novembre dell’anno scorso, ma è ancora più attuale oggi dopo che con il referendum del 4 dicembre la grande maggioranza dei cittadini ha rintuzzato il tentativo di piegare la Costituzione alla condizione post-democratica che si sta cercando di imporre ovunque nell’Europa ordoliberista.
Un tentativo, non dubitiamone,  che verrà reiterato non appena le condizioni dovessero apparire più favorevoli: la riforma costituzionale, infatti,  non era l’esigenza estemporanea dell’allora Governo Renzi ma l’obiettivo dichiarato del sistema Eurocomunitario, delle cui disposizioni quel Governo, come tutti quelli che si sono succeduti dall’inizio della crisi a oggi, era l’esecutore.

La mutazione dei partiti coincide con il declino della politica nazionale. Come si osserva nell’articolo, a partire dagli anni ’80 la funzione politica si riduce a semplice mediazione tra istanze sociali e istante terze dettate del vincolo esterno europeo e dei mercati. Aggiungerei che essa  degrada ulteriormente a mano a mano che si consolida il progetto europeista, fino a ridursi a mera esecutrice ancillare di quelle istanze, qual è oggi.
L’eventuale incapacità o renitenza della classe politica viene sanzionata dal sistema con rimozioni e sostituzioni di dubbia conformità democratica (vedi il susseguirsi di governi non legittimati dal voto, peraltro ormai ininfluente stante il “pilota automatico”), mentre i massimi organi di garanzia tacciono o collaborano attivamente  (Corte costituzionale, Presidenza della Repubblica).
Un Parlamento di dilettanti allo sbaraglio (M5S) o di nominati (partiti istituzionali) perde autorevolezza e ragione d’essere sotto il peso della propria mediocrità e ben percepita insignificanza. L’Esecutivo costruisce pretestuosamente il mito della governabilità, che privilegia l’efficienza rispetto all’efficacia, appellandosi al quale tenta poi di imporre la soluzione autoritaria: vedi Italicum e riforma costituzionale.

In questo contesto, è fondamentale il ruolo che hanno avuto e hanno i media: non divulgatori di conoscenza politica ma propalatori di una narrazione colpevolizzante che induce all’adesione acritica alle ragioni sostenute dalle istanze terze, quelle ordoliberiste a trazione teutonica. La crisi, il debito pubblico sulle spalle delle prossime generazioni, la vita vissuta al di sopra dei nostri mezzi, sono fenomeni interpretati come  frutto delle nostre manchevolezze antropologiche da cui dobbiamo redimerci espiando con l’austerità e la distruzione dello Stato sociale.

Sfortunatamente per il Sistema, la “durezza del vivere” a lungo andare provoca rigetto, a dispetto del principio della rana bollita (cfr l’ineffabile Prodi: “”Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga…“).
Il 4 dicembre 2016 ha dimostrato che il popolo è pronto a scuotersi di dosso l’apatia in cui è sprofondato se solo gli si offre l’opportunità di esprimersi in modo sostanziale e non solo formale, salvo poi ritornare a immergersi nel grande bacino dell’astensione quando si ritorna ai logori rituali del voto soporifero che impone la scelta non fra alternative reali ma fra tanti meno peggio equivalenti fra loro.
In quel bacino c’è un patrimonio politico che aspetta solo di poter partecipare ed esprimersi.
I partiti che riscopriranno il ruolo che viene loro assegnato dalla Costituzione, tornando  a radicarsi nei territori anziché nei salotti televisivi, potranno sperare di intercettare questa esigenza, che è poi un’esigenza di democrazia sostanziale  di cui da tempo abbiamo perso traccia.

§

Partiti, potere e rappresentanza – Di Chiara Zoccarato e Gian Luca Borzelli (mie le enfasi)

 

Capita di sentire sempre più spesso affermare che i Partiti sono superati a causa di una irrecuperabile deriva morale o di una mutazione sociale che li rende inadeguati, addirittura che la stessa “forma partito” sia superata.

Al fine di capire come questi giudizi siano maturati, bisogna osservare come, sin dall’inizio degli anni ’90, si è assistito ad una progressiva de-ideologizzazione dei partiti, i quali hanno rinunciato a sistemi valoriali organici.

Le destre, assumendo il modello Berlusconiano di partito, hanno realizzato questo processo attraverso un’azione politica incentrata su temi non-politici, che funzionano da catalizzatori di consenso semi-inconsapevole.

Le sinistre, basando la propria azione più che altro sull’anti-Berlusconismo, hanno smesso di promuovere sistemi alternativi di società spostando la propria attenzione dalla difesa dei diritti sociali alla difesa dei diritti civili. Sembrano aver dimenticato le proprie origini storiche, ma crediamo che vada fatta un’analisi più radicale.

Lo svuotamento ideologico, lo scadimento della classe dirigente e la crisi di rappresentatività dei partiti vanno, a nostro avviso, individuati nella perdita di potere degli stessi nelle istituzioni Repubblicane. Per quanto forte possa sembrare questa affermazione, una valutazione approfondita del partito non può prescindere dal ruolo assegnatogli all’interno del sistema parlamentare: “art.49:  tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La capacità di determinare la politica nazionale è una condizione imprescindibile per dare significato sostanzialea questa istituzione.

A dimostrazione di quanto sopra, grazie alla rappresentatività dei Partiti e alla loro azione, tra il 1948 e la fine degli anni ’70, l’ Italia fu attraversata da un imponente avanzamento sociale ed economico, tanto da renderla il quinto paese più industrializzato del mondo.
E’ dall’inizio degli anni ottanta che la Politica italiana mostra un costante calo di autorevolezza e non riesce più a proporre paradigmi culturali capaci di rappresentare le istanze di progresso economico, culturale e sociale presenti nella società.
E’ ragionevole pensare che, a partire dall’inizio degli anni ottanta, sopraggiunsero condizioni che vincolarono l’attuazione di queste istanze, relegando la Politica all’amministrazione meramente contabile di decisioni prese altrove e marginalizzandone il ruolo. Il difetto di rappresentatività dei Partiti deriverebbe quindi dal fatto che essi non possono più accogliere le istanze provenienti dalla società poiché non danno alcun posizionamento su un fronte politico che è di fatto pre-stabilito.

In questa logica, se non è possibile sostenere determinate opzioni sociali, il massimo che la politica può produrre è una mediazione tra le istanze provenienti dalla società e vincoli posti da terzi. E’ nostra opinione che il nostro intero sistema politico sia stato assorbito all’interno di una altro sistema, antagonista nei principi e nelle finalità della Repubblica, e lo Stato sia stato privato di iniziativa in materie chiave quali la regolamentazione del mercato e la discrezionalità sulle politiche monetarie e fiscali. I partiti maggiormente rappresentativi di quella parte antagonista, sono stati decurtati della loro capacità di determinare politiche in contrasto con le direttive della nuova galassia: l’Unione Europea.

I trattati europei hanno reso quei partiti inutili e impotenti determinandone una reale crisi di potere. La forma partito in questo contesto è effettivamente superata, perché non conta nulla. Né conterebbero eventuali forme alternative, liquide o multilivello. L’unico luogo legittimo dove esercitare il potere democratico è il Parlamento nazionale, poiché, a livello europeo, ci sono luoghi di partecipazione e discussione ma non di potere effettivo.

Il Popolo è Sovrano nella Repubblica, come svelò Giuliano Amato nel 2000 su La Stampa: “denudando gli Stati Nazione della Sovranità questa non trasloca ai piani superiori. La verità è che il Potere Sovrano, spostandosi, evapora. Scompare”.

Ma questo era chiaro a molti fin dall’inizio degli anni ‘70 e, per esempio, i dibattiti politici avvenuti in occasione dell’adesione dell’Italia allo SME lo testimoniano. La Corte Costituzionale stessa, chiamata a rispondere sulla legittimità della firma del Trattato di Roma, dichiarò che questo non poteva implicare la violazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione (Sentenza CC 183 del 1973*). Ebbene, l’interpretazione “aberrante” cui fa riferimento, si è manifestata in tutta la sua concretezza e pervasività all’interno del sistema paese con norme e principi, che hanno stravolto il modello sociale che era il risultato del processo costituente. Questo nuovo modello è il risultato di trattati che non sono stati decisi in modo collettivo né democratico, ma sono stati calati dall’alto.

E’ necessario ristabilire il concetto di Partito come strumento di partecipazione dei cittadini per concorrere a determinare la Politica dello Stato ribadendo che essi, e solo essi, la possono determinare. La selezione della classe dirigente interna dovrà essere fatta, ma avverrà in modo quasi automatico, data la gravità che un tale impegno comporta in un contesto tanto complesso e drammatico, tra coloro effettivamente in grado di affrontare con responsabilità e competenza il governo del Paese.

Un partito oggi che voglia davvero rappresentare, difendere e promuovere gli interessi dei propri cittadini riparte da questo assunto cardine, che non ammette ulteriori cedimenti di potere ad interessi altri, né giustificazioni oltre il ragionevole senso del pudore, intellettuale e morale.

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Solidarietà pelose: Suis-je Teheran?

Il “cordoglio” espresso dalla Presidenza della Casa Bianca all’Iran a seguito dei due attacchi terroristici che Teheran ha subito il 7 giugno. Chissà se il prossimo 11 settembre l’attuale POTUS formulerà un’analoga riflessione.

Dichiarazione del Presidente sugli attacchi terroristici in Iran.

Siamo addolorati e preghiamo per le vittime innocenti degli attacchi terroristici in Iran, e per il popolo iraniano che sta attraversando questo grave momento.
Sottolineiamo che gli stati che sponsorizzano il terrorismo rischiano di cadere vittime del male che essi stessi promuovono.

Solidarietà a Teheran

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Siria, le realtà suscitate

La notizia del forno crematorio in Siria, diffusa dal Dipartimento di Stato americano sulla base di foto satellitari di una struttura accanto al carcere militare di Saydnaya, è stata ripresa con immediata e compiaciuta indignazione da tutti i media occidentali. In Italia i media di regime (da Repubblica al Corriere, passando per il Fatto Quotidiano) con grande solerzia si sono affrettati a strillare, dai titoli, di esecuzioni di massa e forni crematori, enfatizzando ciò che nella parole di Stuart Jones, Assistente al Segretario di Stato per il Medio oriente,  veniva indicato come il nuovo livello di depravazione in cui era sprofondato il regime di Bashar Al Assad.

 Poco importa se il “nuovo livello di depravazione” veniva desunto da prove un tanto al chilo: le foto di un tetto che rispetto a quello degli edifici adiacenti presenta zone libere da innevamento, foto di impianti di aerazione e canne fumarie. Tutto questo sarebbe coerente con l’ipotesi del forno crematorio, e tanto basta perché forno crematorio sia.

Donatella Di Cesare, che insegna filosofia alla Sapienza di Roma, benché per formazione dovrebbe praticare la virtù del dubbio, non manifesta alcuna incertezza e sul Corriere scrive:

” Non avremmo voluto più né pronunciare né scrivere queste due parole «forni crematori», se non per tenere a mente e ricordare alle nuove generazioni il crimine efferato compiuto dai nazisti nei lager dello sterminio. Giustamente abbiamo detto tante volte «mai più». Perché il forno crematorio è l’apice della disumanizzazione. […]  E invece in questa età in cui i campi di internamento sono diventati quasi la norma, in cui si torturano e si seviziano i nemici, in cui si ripetono le esecuzioni di massa, in cui si ricorre ai gas tossici contro le popolazioni inermi, contro donne, anziani, bambini, giunge la notizia di «forni crematori». Il responsabile del Dipartimento di Stato per il Medio Oriente Stuart Jones accusa apertamente Bashar Assad. Le immagini satellitari diffuse per supportare questa terribile accusa mostrano la costruzione, vicino alla prigione di Sednaya, a nord di Damasco, adibita a cremare i corpi dei detenuti”.
E  via hitlerum-izzando fino a: “Non avremmo mai immaginato che un camino funzionasse di nuovo nel mondo. Auspichiamo che l’Europa, che nella sua storia recente porta la macchia indelebile dei forni crematori, non resti inerte. Le istituzioni e il popolo europeo hanno, più degli altri, il dovere di mobilitarsi”.

In che termini debba avvenire l’auspicata mobilitazione delle istituzioni e del popolo la nostra filosofa non lo dice, e forse è meglio non chiedere.

 Pare tuttavia che le prove addotte, oltre che con un forno crematorio, siano coerenti (per usare l’ambigua espressione di Stuart Jones) anche con un locale caldaie. Inoltre è significativo che il discutibile e discusso rapporto di Amnesty International del febbraio scorso, nelle sue quaranta pagine di vaghezze e incongruenze ad mentula canis, non ne fa alcuna menzione.

Lo stesso Stuart Jones, nella conferenza stampa del 15 maggio, incalzato ammette con riluttanza che si potrebbe trattare semplicemente di una parte più calda dell’edificio (qui la trascrizione ufficiale completa, dal sito del Dipartimento di Stato USA ) :

 QUESTION:
Can I just – one very – extremely briefly? What makes you so sure that this is a crematorium and not just some other building? Is it this thing with the snowmelt? Because, I mean, people are going to look at this – the regime in particular or – and the Russians, who you’re – are going to look at this and say: Well, all this proves is that there is a building there and that that part where there’s – snow is melted is simply warmer than the rest of the building. It looks…

MR JONES:
So if you look – so obviously, these photos date over several years from 2013 to 2017. If you look at the earliest photo, the August 13 photo, this is during the construction phase, and these HVAC facilities, the discharge stack, the probable firewall, the probable air intake, this is in the construction phase. This would be consistent if they were building a crematorium.
Then we look at the January 15 and we’re looking at snowmelt on the roof that would be consistent with a crematorium. So…

QUESTION:
Or just a warmer part of a building, right?

MR JONES:
Possibly.

(A questo punto la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, chiama l’ultima domanda e interrompe la conferenza, a scanso di ulteriori interventi scomodi. Il giorno dopo una nota della Reuters informa che Stuart Jones, che ha 57 anni,  ha deciso di ritirarsi in pensione, “per ragioni personali e per intraprendere una nuova carriera“).

 Il sospetto che le analisi dell’intelligence USA siano finalizzate più alla costruzione del consenso che all’accertamento della verità è tanto antico quanto giustificato. Ma i dubbi dovrebbero essere diventati certezze da quando Colin Powel, nel 2003, si esibì all’ONU con la famosa provetta di antrace per giustificare quell’invasione dell’Iraq che da un disastro all’altro ha portato all’attuale catastrofe. L’eccezionalismo americano è eccezionale soprattutto nell’invenzione dei pretesti e delle mistificazioni che ne corroborano le strategie geopolitiche.

Continua a sorprendere quindi il cieco credito che i media si ostinano a dare a queste iniziative di propaganda, che tra l’altro nella loro ripetitività si dimostrano ogni volta più rozze.

Forse la riflessione di Stefano Azzarà, che riprendo da Contropiano, aiuta almeno in parte a capire il fenomeno:
Nell’ordine democratico-umanitario chi impone i nomi suscita la realtà. […] l’assenza di prove documentali non è dovuta solo al fatto che probabilmente queste prove non esistono perché non esistono i forni: l’Impero, infatti, per definizione non è tenuto a portare prove. La sua stessa parola coincide immediatamente con quella realtà che istituisce e di conseguenza nessuno nell’ambito del “Mondo Libero” solleva la questione dell’onere della prova perché nessuno ne sente il bisogno. La Voce del Padrone è di per sé l’orizzonte di tutto ciò che è percepibile e valido.

 

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