Sindacati e Confindustria, lo strano connubio.

I sindacati confederali si uniscono a Confindustria per lanciare un appello ai cittadini europei in vista delle elezioni del 26 maggio:

Esortiamo i cittadini di tutta Europa ad andare a votare per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale“.

La frase è priva di ogni senso di verità , salvo forse per una delle espressioni, quella che fa genericamente riferimento ai “valori europei”; purché si chiarisca che tali valori sono quelli ordoliberisti delle ragioni di mercato e del capitale, soprattutto finanziario, in conflitto quindi con le ragioni di solidarietà ed equità sociale che la nostra Costituzione sostiene.

Sarebbe invero più corretto parlare di “disvalori” europei, ma l’attuale processo di mistificazione semantica – necessario al sistema per la riprogrammazione cognitiva che ogni più o meno dissimulato totalitarismo esige – non può accogliere sottigliezze del genere.

Per quanto riguarda gli altri concetti – democrazia, crescita economica sostenibile, giustizia sociale – essi, nel contesto di un discorso dove il riferimento è ad un’Europa intesa come Unione europea, suonano estranei, incongruenti, grotteschi.

Richiamarli a proposito di un sistema che li ha sistematicamente elusi, compromettendo quell’idea di futuro che essi implicano, è disonesto – oltreché dolorosamente offensivo per i tanti che di quel futuro si sono visti privare.

Non sorprende che i sindacati confederali non abbiano avuto alcuna remora nel sottoscrivere un tale appello mistificatorio, per di più in comunione con un soggetto che storicamente andrebbe considerato loro naturale antagonista.

Non sorprende perché la parabola dei sindacati, del tutto analoga a quella della sinistra, descrive un percorso che si è concluso con la loro cattura nel sistema, di cui sono ormai elemento organico e funzionale.

Non sorprende, e tuttavia è sempre triste ogni volta averne la riprova, anche per chi questo lutto lo ha elaborato da tempo.

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Andarono per isolare e tornarono isolati

Propongo il riassunto di un articolo sul Venezuela scritto da Alan McLeod, professore alla Glasgow University, collaboratore del sito Fairness & Accuracy in Reporting e autore del libro Bad News from Venezuela: Twenty years of fake news and misreporting.

Enfasi e note fra parentesi quadre sono mie.

§

Non è un segreto per nessuno che gli USA tramano un cambio di regime in Venezuela da ormai molti anni. Il Presidente Trump non nasconde la tentazione di usare l’opzione militare. Recentemente ha dichiarato che “i giorni del socialismo e del comunismo in Venezuela sono contati“, aggiungendo minacciosamente che “molto presto vedremo cosa farà la gente a Caracas“.

Il Vicepresidente Mike Pence ha definito Nicolas Maduro un “dittatore” e ripetuto che l’auto-proclamato presidente Guaidò gode “dell’incrollabile appoggio” del popolo americano [ma Bernie Sanders ha dichiarato di non riconoscerlo e sostenuto la legittimità di Maduro “che non è un dittatore“]

Le arbitrarie sanzioni americane vengono sempre più inasprite, nel tentativo di distruggere l’economia venezuelana e forzare Maduro alle dimissioni. Le pesanti  pressioni sugli altri paesi perché vi si adeguino, così da isolare il Venezuela politicamente ed economicamente, ha condotto un certo numero di nazioni europee e latino-americane a “convincersi” che la versione dei fatti propagandata dagli USA sia quella corretta.
Tuttavia, nonostante gli sforzi dei media internazionali – straordinariamente compiacenti –  di descrivere il Venezuela come nazione isolata e sull’orlo del collasso, il piano USA sta malamente fallendo. La comunità internazionale ha sostanzialmente rifiutato il candidato degli americani, l’auto-proclamato presidente Juan Guaidò, con il 75% dei paesi schierati a favore di Maduro.

Nel completo silenzio degli organi d’informazione, il Consiglio ONU per i diritti umani, UNHRC, ha condannato le sanzioni, che come sempre colpiscono i più poveri e i più vulnerabili della popolazione. L’UNHCR ha esortato gli stati membri a interromperle, ed è stata persino evocata la possibilità di riparazioni che gli Stati Uniti dovrebbe pagare al Venezuela.
L’avvocato e studioso Alfred de Zayas, esperto di diritti umani ed ex funzionario ONU, ha paragonato le sanzioni ad un assedio medioevale, e accusato gli USA di crimini contro l’umanità.

L’ONU e la Croce Rossa si sono rifiutati di partecipare alla carnevalata degli “aiuti umanitari” americani, sostenendo che non soddisfacevano i minimi requisiti per essere considerati aiuti, mentre il governo Maduro cooperava felicemente con queste istituzioni per ricevere un’assistenza più genuina. [È stato calcolato che il valore degli “aiuti” americani era di circa 20 milioni di dollari, mentre l’ammontare dei capitali venezuelani congelati all’estero per effetto delle sanzioni, e quindi indisponibili per l’acquisto di farmaci e derrate alimentari, è di circa 7 miliardi].

Tutte queste notizie, nonostante abbiano avuto eco internazionale, sono state ignorate dalla stampa occidentale e in particolare da quella statunitense.

La strategia trumpiana di regime change ha dimostrato una comica incompetenza.
I continui appelli di Marco Rubio all’esercito venezuelano per la diserzione sono caduti nel vuoto, e i militari continuano a restare fedeli a Maduro.
Il tentativo degli Stati Uniti di forzare il confine con i pretesi convogli umanitari e provocare un bagno di sangue è fallito; a dare alle fiamme i convogli sono stati gli stessi pretesi militari disertori che appoggiavano Guaidò.
Nel frattempo, anche il concerto live al confine colombiano, organizzato dal celebre miliardario Richard Branson per sostenere Guaidò, si è risolto in un fiasco propagandistico. [Il bassista e cofondatore dei PinkFloyd, Roger Waters, ha pubblicato un video  in cui accusa Branson di essere al servizio degli interessi degli Stati Uniti, che “vogliono fare del Venezuela il prossimo Iraq“, sostenendo che il concerto non aveva nulla a che fare con «i bisogni del popolo venezuelano, con la democrazia, con la libertà o con gli aiuti umanitari].

A differenza del più brillante gruppo dell’amministrazione Obama, quello dell’amministrazione Trump è molto più grossolano e tende più facilmente a lasciar cadere la maschera della retorica umanitaria.

La nomina di Elliot Abrams, famigerato in America Latina per il suo ruolo attivo nei tanti cambi di regime accompagnati da genocidi, è stata una mossa che ha reso del tutto inattendibile e grottesco, se ce ne fosse stato il bisogno,  ogni asserito obiettivo democratico-umanitario.
Il consigliere speciale John Bolton si è lasciato sfuggire il segreto di pulcinella quando ha dichiarato che vedeva nel Venezuela  “una grossa opportunità per la imprese americane“, aggiungendo che “farebbe una sostanziale differenza per gli USA se le imprese americane prendessero il controllo della produzione petrolifera di quel paese”.
Bolton ha anche rivelato che fra le opzioni esaminate vi era anche quella di spedire il Presidente Maduro a Guantanamo.
Intanto Marco Rubio scioccava il mondo intero twittando la foto di un Gheddafi massacrato accanto a quella di Maduro, tanto per non lasciare dubbi su quali erano le intenzioni.

Un altro imbarazzante incidente è accaduto poco dopo la nomina di Elliot Abrams, che nel suo palmarès può anche vantare il contrabbando  di armi in Nicaragua sotto copertura di aiuti umanitari. Il McClatchy DC Bureau [agenzia specializzata in notizie politiche da Washington DC] ha rivelato che un aereo americano era stato sorpreso a contrabbandare armi e munizioni verso il Venezuela. L’aereo aveva già fatto più di 40 viaggi solo quest’anno.

Ovviamente, niente di tutto ciò depone a favore delle buone intenzioni del governo americano.

Da parte sua, Guaidò non è stato capace di dissimulare la propria sociopatica e cruenta visione politica. Questo personaggio, di cui più dell’80% dei venezuelani non aveva sentito parlare fino a gennaio di quest’anno, ha inorridito il paese dichiarando cinicamente che le vittime degli scontri “non erano un costo” ma un “investimento nel futuro“.
L’evidente tentativo di colpo di stato è la prima ragione per cui Guaidò non è riuscito a conquistare l’opinione pubblica.

Le critiche agli Stati Uniti si fanno sempre più serrate.
In una recente seduta del Consiglio di Sicurezza sul Venezuela, gli USA sono stati accusati dal Sud Africa di “calpestare la legge e i diritti costituzionali del Venezuela” e di “privare i venezuelani del diritto fondamentale all’autodeterminazione”. La Bolivia ha accusato gli Stati Uniti di calpestare il principio di non ingerenza e di violare la sovranità nazionale del Venezuela. La Russia ha descritto Guaidò come un “impostore”.

Peggio ancora, persino la compattezza del Gruppo di Lima – l’organizzazione latino-americana dei paesi governati dalle destre, allestita dall’amministrazione Trump con l’obiettivo dichiarato di isolare il Venezuela – comincia a scricchiolare.
Il Presidente fascista Bolsonaro, che in precedenza aveva dichiarato che avrebbe fatto qualunque cosa per sbarazzarsi di Maduro, ha poi preso le distanze, dichiarando che il Brasile in nessuna circostanza avrebbe preso parte ad una invasione.
Analoghe dichiarazioni sono state espresse da altri membri chiave come Colombia, Cile e Perù.
In Europa, Spagna e Germania si sono categoricamente espresse contro l’opzione militare. Ad Haiti, la decisione del governo di accettare l’obiettivo USA di cambio regime in Venezuela ha provocato vasti disordini che minacciano di farlo cadere.

L’inedito isolamento degli Stati Uniti in questa avventura  non significa necessariamente la fine del loro attacco alla sovranità venezuelana: lo status di prima superpotenza consente loro di agire unilateralmente.  Ma se la loro battaglia contro il Venezuela continua, quella che combattono per conquistare l’opinione pubblica è persa.

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Il Metodo Ciampi e la Costituzione

Nel suo libro di memorie Paolo Savona a un certo punto racconta della sua esperienza ai vertici della BNL, primi anni ’90.

“Le cose filarono lisce fino all’arrivo di Giampiero Cantoni, designato dal PSI alla presidenza della Banca. […] a Cantoni interessava ribadire il suo potere per esercitarlo a favore del PSI di Craxi, che lo aveva voluto a quel posto, e dei suoi personali interessi. […] Usava nei miei confronti parole volgari […] dato che contrastavo le sue decisioni di concedere credito al di fuori delle competenze statutarie e delle procedure interne di valutazione del merito di credito. Informai Carli, titolare del Ministero del Tesoro e [in quanto tale] azionista di maggioranza della BNL, il quale mi disse che per regolarizzare le violazioni statutarie del presidente avrebbe esteso a lui le mie competenze.
Avvertii anche Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, ma mi disse che non poteva proteggermi […] dato che i suoi rapporti con il Presidente del consiglio Craxi erano già molto tesi.
Alle mie obiezioni sulle violazioni statutarie compiute aggiunse che “gli statuti vanno letti e messi nel cassetto.”
(P. Savona: Come un Incubo, Come un Sogno – Rubbettino 2018, pagine 204 e 205).

L’autobiografia di Savona mi è sembrata meno interessante di quella scritta da Carli (Cinquant’anni di Vita Italiana, Laterza, 1993), ma offre comunque significativi spunti di riflessione, come testimonia la chicca che ho citato.

Da trent’anni a questa parte il metodo Ciampi ha fatto scuola, fino a essere recepito e applicato perfino nei confronti del nostro Statuto per eccellenza – la Costituzione Italiana – da tutti i vertici istituzionali, a cominciare da quelli che hanno occupato e occupano la più alta carica dello Stato.
Relegata nel cassetto delle dimenticanze,  la nostra Costituzione viene ormai occasionalmente evocata da costoro solo per ricordare l’intangibilità di alcuni specifici articoli, tipo l’art. 81,  improvvidamente manomessi (volendo essere generosi) per ottemperare alle prescrizioni eurocomunitarie, sebbene confliggano con i più importanti articoli della prima parte, quella dei Principi Fondamentali, sistematicamente disattesi.

È vero che tali principi, da quando furono concepiti, sono sempre rimasti un obiettivo ideale, forse troppo ambizioso per poterlo interamente realizzare; ma c’è stato un periodo della nostra storia repubblicana in cui essi orientavano una forte e trasversale aspirazione politica, nei limiti di un possibile che per molti era ampio quanto il futuro.
Ciò avveniva prima che ci facessimo convincere che non esistono alternative, prima che venisse decretata la fine della storia, prima che metodi come quello di Ciampi facessero scuola. Da quel momento in poi quei principi sono stati dismessi dall’orizzonte delle possibilità e sostituiti da un’ideologia economicistica tanto cinica quanto pretestuosa, il cui determinismo ha svuotato di senso la dialettica politica e precluso ogni possibilità di democrazia che non sia puramente formale.

Qui di seguito la lista degli articoli fondamentali che giacciono abbandonati in qualche cassetto:

Articolo 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Articolo 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Articolo 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Articolo 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Articolo 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Articolo 10
L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Articolo 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

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La smemoratezza dei giorni del ricordo.

Ho scritto altrove che il problema, con i giorni della memoria o del ricordo, è che ciascuno di essi dimentica le memorie altrui.
Forse basterebbe un unico giorno della memoria, ma celebrato in tutto il pianeta, che ricordasse le infamità di cui tutti i popoli, nel corso della loro storia, prima o poi si sono macchiati, e ammonisse che il confine tra umanità e disumanità, è sempre molto labile e attraversa pericolosamente la coscienza di ognuno: così che ognuno sappia che la certezza di essere immune dal commettere efferatezze  può dimostrarsi fallace in qualunque momento, se messa davanti a prove estreme.
Così come vengono celebrati, invece, mi pare che i giorni della memoria stabiliscano – forse inconsapevolmente – una gerarchia nelle sofferenze, con il sottinteso che la propria è più assolutoria di tutte le altre, perché quantitativamente e qualitativamente più alta.
Ma se ricordando ci si ostina a piangere solo i propri morti e le proprie sofferenze, senza saper fare del dolore di ognuno il proprio dolore – allora la celebrazione serve solo a mantenere in quiescenza proprio quel meccanismo di rivalsa che è all’origine di quelle morti e di quelle sofferenze, pronto ad esprimere tutta la sua virulenza non appena un’altra occasione gli venga data.

Condivido qui una lettera aperta al nostro Presidente della Repubblica, che purtroppo  sempre più si dimostra apertamente schierato in favore del pensiero egemone ignorandone con ostinazione le pur evidenti problematicità.
La lettera, pubblicata sul portale del Partito Comunista Italiano e riproposta sulla pagina FB dell’autore, è scritta da Spetic Stojan, già senatore della Repubblica in un epoca in cui la parola “compagno” scaldava ancora il cuore.
Rispetto a quella del nostro Presidente, si tratta di una ricostruzione storica che cerca di essere equilibrata, che cerca cioè di ristabilire una più equa scala di valori fra le ragioni (i dolori) di ognuno, e che in quanto tale vuole disattivare quel meccanismo di auto-assoluzione/rivalsa che le narrazioni semplificanti delle celebrazioni tendono (non so quanto inconsapevolmente) ad alimentare.

§

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione.

Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre, partito dall’isola quarnerina di Arbe dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler.
In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente. Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”.

Poi si istituì per legge la Giornata del Ricordo, sostanziale contrappeso alla Giornata della Memoria, ridotta a semplice occasione per qualche sbrigativa cerimonia. Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.

A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce.

Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico? Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili.

L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli  “Santa messa per i miei fucilati”.

In Montenegro fu peggio. Ma li decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio.

In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone.

Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati.

Ma i partigiani nel frattempo avevano anche salvato molte vite italiane. Pochi ne parlano, ma i partigiani sloveni, croati ed italiani fermarono a Pisino un treno bestiame pieno di soldati italiani diretto nei lager in Germania. Furono liberati, circa 600, e vestiti dalla popolazione con abiti civili affinché potessero raggiungere le loro case. Lo stesso successe in tutta la penisola istriana.

Poi arrivarono i tedeschi chiamati dai fascisti locali. La “Prinz Eugen Division” bruciò una ventina di paesi ed uccise 2500 persone. Mio padre, partigiano in Istria, venne ferito e curato dalla famiglia di colui che poi divenne il primo ambasciatore croato a Roma.

Nel maggio del ’45 le truppe jugoslave della IV Armata dalmata e del IX Korpus locale aiutarono i battaglioni di Unità operaia, lavoratori armati delle principali fabbriche e dei cantieri, a liberare Trieste assieme agli alleati neozelandesi. In quell’occasione alcune migliaia di persone vennero fermate per accertamenti. Gli elenchi erano stati evidentemente preparati dalla Resistenza locale. La gran parte venne rilasciata, mentre alcune centinaia accusate di vari crimini vennero passate per le armi. Nelle foibe del Carso triestino vennero inumati anche moltissimi soldati tedeschi caduti nelle battaglie attorno la città e che in seguito furono recuperati e trasportati al cimitero militare di Costermanno.

Sia a Trieste che a Gorizia vi furono, nella resa dei conti, anche vittime innocenti tra cui persino aderenti ai CLN italiani. Così come vi furono uccisioni da parte di criminali comuni che si fecero passare per partigiani. Scoperti vennero poi giustiziati dagli stessi jugoslavi.

E’ vero. La fine della guerra in tutt’Europa vide momenti di atrocità e di vendetta, ma non si può parlare di pulizia etnica o di uccisi “soltanto perché italiani”.

E’ inutile parlare di pace ed Europa se poi la complessità storica viene ridotta a semplificazioni spesso funzionali alla progressiva riabilitazione del fascismo ed attraverso questa dei suoi nuovi fenomeni razzisti, nazionalisti e revanscisti.

Io condanno le violenze gratuite e lo spirito di vendetta che si cerca di rinnovare in questi momenti difficili in cui il continente europeo è attraversato da rigurgiti pericolosi quanto antistorici.

Mi permetta, Signor Presidente, di osservare che le sue parole non aiutano certamente la collaborazione tra i popoli del Nord Adriatico, né la conciliazione che può rafforzarsi soltanto nel ricordo della comune lotta contro il nazifascismo e per la libertà. Vicino a Fiume operò un battaglione di partigiani italiani, croati e sloveni che significativamente si chiamava “Fratellanza”. Vicino c’è il paese di Lipa dove tedeschi e fascisti uccisero, come a Sant’Anna di Stazzema, tutti gli abitanti, circa trecento, bambini compresi.

Non le chiedo di recarsi a Lipa o alle fosse ardeatine di Lubiana, e nemmeno all’isola quarnerina di Arbe.
Per capire meglio la storia del confine orientale basterebbe che Lei visitasse il cimitero di Gorizia, dove giace Lojze Bratuž, mite cattolico e musicista, che nel 1936 a Podgora diresse canti in lingua slovena durante la messa natalizia. Due giorni dopo i fascisti gli fecero bere olio di macchina mescolato con benzina e frammenti di vetro per cui morì dopo un’atroce agonia durata settimane. Lasciò due bambini e la moglie, nota poetessa, che durante la guerra venne sadicamente torturata dai poliziotti dell’ ispettorato speciale di PPSS diretto dal commissario Gaetano Collotti, giustiziato dai partigiani veneti e poi decorato dalla Repubblica Italiana con medaglia d’argento per i “meriti acquisiti nella difesa dell’italianità del confine orientale”. L’on. Corrado Belci cercò inutilmente di farla revocare. La decorazione è ancora valida come quella al carabiniere che a Trieste uccise una ragazza, la staffetta partigiana Alma Vivoda. In compenso nessun riconoscimento andò al maresciallo dei carabinieri del comune di Dolina, vicino a Trieste, che durante un rastrellamento tedesco si rifiutò di indicare le famiglie di sentimenti partigiani. Venne caricato per primo sul camion che lo portò in Germania, da dove non fece ritorno. Venne respinta persino la proposta di intitolargli la locale caserma dell’Arma…

Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi nel 1947 quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia perse i territori conquistati nella Grande guerra. Nei due paesi rimasero minoranze slovena ed italiana.

L’esodo degli italiani dall’Istria venne regolato anch’esso dal Trattato di pace. Fu comunque una tragedia per molti, come lo fu per gli sloveni ed i croati che nel primo dopoguerra dovettero emigrare per salvarsi la vita dalla violenza iniziata già coll’incendio della Casa nazionale degli sloveni a Trieste nel luglio 1920 cui seguì una dura repressione fascista.

La pace ed il riconoscimento dei rispettivi confini col Trattato di Osimo del 1975 gettarono le basi per una convivenza pacifica e la collaborazione in tutti i settori dell’economia, della scienza e della cultura con prospettive di sviluppo inattese, che il rivangare dei sentimenti di revanscismo e di odio possono inficiare.

Spero di averla fatta riflettere. Ossequi.

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Andrea Zhok: da una prospettiva più ampia.

Il professor Andrea Zhok, è insegnante di antropologia filosofica all’Università degli Studi di Milano, titolare del pregevole blog Antropologia Filosofica e autore di diversi saggi.  Leggo oggi nella sua pagina facebook una riflessione sulla logica mercantilistica alla base del sistema eurozona, esemplare per la chiarezza con cui descrive  il meccanismo spiegandone le criticità che comporta per il nostro Paese.
Copio il testo su questa pagina, autorizzato dall’autore, raccomandandone la lettura.

Grande disappunto, stupore, rimproveri incrociati e scaricabarile a cascata sui dati di ieri che certificano la recessione italiana.
Nella tempesta del nostro bicchiere di politica interna sembra quasi una distrazione mettersi a parlare del problema complessivo di cui siamo solo un ingranaggio.
Ora, tutta l’Europa va maluccio e l’Italia, come sempre accade, un po’ peggio dei migliori.
Orpolina, come mai?
Il tema richiede una digressione.

L’Unione Europea ha adottato strutturalmente un modello di politica economica tutto puntato sull’export, a scapito del mercato interno; nella lotta per i margini di esportazione tra paesi europei, quelli che traggono comparativamente più vantaggi da moneta unica e mercato unico preservano un vantaggio relativo rispetto agli altri.
L’intera concezione della politica economica europea, promossa dalla Germania, punta su una crescita alimentata dalle esportazioni a scapito del mercato interno, e questo deve valere per ciascun paese europeo e per l’Unione Europea nel suo complesso.
Nei rapporti tra l’Europa e i paesi extraeuropei l’idea è quella di limitare consumi interni e redditi rispetto a quanto la produttività consentirebbe, e così facendo di abbassare i costi di produzione, per conservare una bilancia dei pagamenti in attivo.
A livello intraeuropeo, l’idea è di drenare risorse dai paesi che hanno una produttività comparata inferiore, e che, nell’impossibilità di correggere il valore della moneta o di porre barriere doganali, finiscono per dover ridurre ulteriormente i propri consumi e le proprie risorse pubbliche.

L’intero sistema è congegnato per avere come vincitore assoluto il paese dell’Unione Europea con la maggiore produttività e il minor debito, e a scalare gli altri, lasciando progressivamente sprofondare la coda del treno.
I paesi comparativamente meno produttivi rispetto alle spese (spese di sistema, che includono le spese per interessi sul debito) risultano sempre meno in grado di intervenire per correggere i deficit sistemici di produttività; essi perciò divengono, nel migliore dei casi produttori sussidiari delle economie dominanti (contoterzisti), nel peggiore protettorati di fatto.

Il sistema dunque è congegnato per consegnare un vincitore economico, la Germania, è un codazzo di vassalli, valvassini, valvassori, mezzadri e servi della gleba.
Questa cosa la chiamiamo “Unione Europea”.

Il problema di questo sistema, a prescindere dai problemi dei mezzadri, come l’Italia, o dei servi della gleba, come la Grecia, è che confida nella disponibilità del resto del mondo di essere un recipiente passivo costante dei surplus europei.
Solo che questo è un giochino che non riguarda più quella cosa, proverbialmente pacifica, che è il famoso ‘libero scambio’, ma riguarda i desiderata di politica estera degli attori in campo.
Un paese può anche accettare di avere una bilancia commerciale in deficit per un lungo periodo (gli USA lo hanno fatto spesso, e non solo verso l’UE, ma prima ancora verso il Giappone); questo finché pensa di avere tutti i mezzi per compensare politicamente questo drenaggio di risorse in altre forme.

Ma può anche cambiare idea, come ha fatto Trump recentemente, sollevando problemi sia verso la Cina che verso la Germania.
Questi ‘cambiamenti di orientamento’ non sono ‘incidenti di percorso’, dovuti meramente a questa o quella personalità eccentrica. Essi accadono necessariamente quando un paese come gli USA, il più grande mercato del mondo unificato in uno Stato, decide che il gioco è durato troppo e che non gli conviene più.
In quel momento basta una decisione politica e, puff, l’intero castello di carte mercantilista va in frantumi: decenni di sacrifici richiesti ai lavoratori, di riduzione dei servizi pubblici, di abbattimento delle pensioni, ecc. si sbriciolano in un istante.

Questo è precisamente ciò che è accaduto recentemente; in quel momento i tedeschi hanno scoperto, con loro grande disappunto, di poter spartire bacchettate solo in Europa, perché gli altri paesi si sono legati mani e piedi al masso della BCE, ma di non poter fare altrettanto gli spacconi a livello internazionale, dove restano politicamente dei nanerottoli.

Naturalmente, la prima idea che potrebbe venire a qualcuno, in termini di buon senso sarebbe quello di correggere il sistema, convertendolo in un sistema orientato sul consumo interno e non sull’export, dunque un sistema privo di ‘vincoli economici esterni’, incapace perciò di disciplinare la ‘forza lavoro’ e pericolosamente prossimo a tendenze socialdemocratiche, quando non socialiste.

Ma politicamente niente di tutto ciò può avvenire: la Germania, coerente con l’ultimo secolo di storia, preferisce tentare di gonfiarsi come la proverbiale rana rispetto al bue statunitense, prendendo l’improbabile strada di un rafforzamento militare, dapprima chiedendo la costituzione di un esercito europeo, e poi, visti gli sguardi di incredulità di valvassini e mezzadri, firmando il Trattato di Aquisgrana, che dovrebbe consegnarle un posto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e un’alleanza militare significativa.

Pensando che gli USA staranno a guardare.

In sostanza quella cosa che noi stiamo ora discutendo dottamente in termini di zero virgola e di ‘chi è stata la colpa’ è un semplice effetto collaterale minore di un sistema intraeuropeo e internazionale che ci limitiamo a guardare da lontano e con sufficienza, come se una volta stabilito che fosse meglio il ‘jobs act’ o il ‘reddito di cittadinanza’ avessimo il pallino in mano.

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Venezuela

L’esperienza chavista in Venezuela è stata raccontata vari modi, con narrazioni che oscillano fra l’entusiasmo più celebrativo e la critica più feroce.
Il chavismo ha indubbiamente realizzato importanti progressi sociali per l’immensa quota di popolazione che si è sempre barcamenata nell’indigenza, in particolare sotto i profili dell’istruzione e sanitari; e tuttavia i limiti del regime – per le politiche economiche, la corruzione, l’incerta democrazia – sono evidenti.
Difficile dal di fuori dare un giudizio oggettivo, e capire quanto l’attuale rivolta rappresenti un autentico e maggioritario sentire popolare o non sia piuttosto l’ennesimo tentativo di destabilizzazione eterodiretta.
Però c’è un indicatore che in prima approssimazione può aiutare: il fatto che gli USA, e a seguire molti dei paesi satelliti, si sono immediatamente premurati di dare sostegno a Gualdò riconoscendone le pretese presidenziali.
Tenuto conto che gli Stati Uniti sono il paese che si è sempre trovato dietro tutti i colpi di stato e le destabilizzazioni avvenuti nell’universo mondo dal secondo dopo-guerra in poi (un elenco sarebbe superfluo, immagino), ci sono ottime ragioni per ritenere che la parte per cui essi si schierano in un conflitto di questo tipo non è mai quella legittima; dunque, in caso di dubbio, è l’altra che va appoggiata.
Nel caso specifico, quindi, per il momento tendo a simpatizzare per Maduro (con il quale tra l’altro ho maggiori affinità ideologiche rispetto a Gualdò), anche se capisco che la mia è una semplificazione un po’ sbrigativa.

PS: Qui le attività USA limitatamente al loro “cortile di casa”.

golpe usa

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Chiamparino e la TAV



Un esagitato Presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, a proposito della TAV di cui è acceso sostenitore, strepita:

Prima il governo decida. Se decide per il SI va bene, se decide per il no io posso decidere di far pronunciare i cittadini piemontesi con una consultazione popolare come previsto dallo statuto“. 

Al di là della valenza meramente simbolica che avrebbe il referendum, trovo singolare che Chiamparino lo voglia indire solo in caso di decisione a lui avversa: democrazia vorrebbe che se referendum dev’essere, esso andrebbe indetto qualunque fosse la decisione del Governo. Esiste infatti una cospicua parte della popolazione piemontese che non la pensa come lui, e che su un’eventuale decisione favorevole avrebbe da ridire quanto ne avrebbe lui nel caso opposto.

In quanto Presidente di Regione, Chiamparino rappresenta tutti i cittadini piemontesi, pro o contro TAV che siano.
Come tale dovrebbe aver cura che i dispositivi di cui può avvalersi in virtù della carica siano disponibili per l’intera comunità, non solo per la parte  che condivide il suo orientamento.
Sembrerebbe un’ovvietà, ma a quanto pare ha bisogno che qualcuno gliela spieghi.

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Marchette

Nella puntata del 12 dicembre di “Quante Storie”, Corrado Augias ha esordito in un modo da lui stesso definito “un po’ anomalo”.
Prima di presentare l’oggetto della marchetta quotidiana (il libro di turno da reclamizzare sotto il pretesto della critica culturale), Augias ha voluto mandare in onda il videoclip del lungo applauso che gli spettatori della Scala, all’apertura dell’anno lirico, hanno tributato al Presidente Mattarella.

A dire il vero, l’immagine della sontuosa platea scaligera in piedi ad applaudire, alternata a quella del Presidente in piedi a ricevere l’ovazione, se pensata in relazione a più numerose e meno confortanti realtà italiane sembrava appartenere ad un mondo parallelo. Ma per l’anziano conduttore è stata una scena “bella”, meritevole di chiosa appropriata:

“Un applauso insistito, significativo, non rituale, non solamente istituzionale, nei confronti del Presidente della Repubblica Mattarella. Un applauso che ha avuto, ha acquisito un connotato politico, chiaramente, tale la sua intensità e il tempo prolungato. Chi dicesse ‘ma era una platea fatta di signori in smoking e di signore in abito da sera, dunque borghesia e alta borghesia’ – sì, coglierebbe un aspetto della cosa ma non tutto, perché poi il Presidente Mattarella è stato applaudito anche fuori dal teatro, mentre attraversava un tratto della piazza – applausi accompagnati dalle grida ‘bravo! bravo!’. Ora tutto questo ha un senso politico, che cogliamo con facilità. Se avrà anche delle conseguenze prima o poi altrettanto politiche resta da vedere“.

Non vogliamo qui interrogarci sull’eticità di un programma televisivo che millantando scopi culturali si traduce nello spot del libro di turno, il cui unico titolo di merito, presumibilmente, è l’entità della sponsorizzazione che l’editore ha investito nella trasmissione. (E sorvoliamo sulla patetica pantomima del libro sapientemente sciupato e zeppo di note, a far intendere che il conduttore l’ha davvero letto: leggere ed elaborare un libro al giorno – come il programma implica – è impresa eccessiva anche per le doti di Augias. Molto più plausibile è il sospetto che la pretesa famigliarità con il libro si riduca alle poche sparse righe che il team dell’editore gli ha sottolineato come traccia per la presentazione).
La marchetta culturale è una pratica che quasi tutte le trasmissioni di intrattenimento esercitano più o meno regolarmente, a cui siamo serenamente assuefatti e a cui convenzionalmente attribuiamo un valore aggiunto rispetto allo spot pubblicitario, anche se siamo intimamente consapevoli della loro sostanziale equivalenza.

Ciò che trovo singolare è il fatto che Augias abbia pensato stavolta di aggiungere alla marchetta culturale anche la propaganda politica.
Ed è ancora più singolare che a tale scopo abbia ritenuto di coinvolgere una figura, quella del Capo dello Stato, che a nessun titolo dovrebbe poter essere arruolata da alcuna parte politica, quale che sia, dal momento che egli, secondo quanto prescrive quella Costituzione alla quale ha giurato osservanza, rappresenta l’unità nazionale.

Tuttavia va riconosciuto che l’operazione di Corrado Augias, per quanto discutibile, non è affatto arbitraria: sono le posizioni non esattamente neutrali assunte negli ultimi tempi dall’attuale Presidente (in continuità con il suo predecessore, del resto) che in qualche modo autorizzano certe deplorevoli inferenze.
È dai giorni convulsi della formazione di questo governo che il Presidente Mattarella ha scelto in modo plateale di schierarcisi contro, poiché a suo modo di vedere non offre sufficienti garanzie di conformità europeista. Ricordiamo il clamoroso veto alla candidatura di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, non per dubbia idoneità morale ma per le riserve che lo stesso esprimeva sulle disfunzioni del sistema (in quell’occasione imparammo che non è lecito avanzare obiezioni anti-europeiste, e che da un funzionario di governo – oltre alle qualità di disciplina e onore richieste ai parlamentari – si esige provata fede nell’Unione).

Da allora non c’è stato discorso in cui, qualunque fosse l’argomento, il nostro Presidente non abbia trovato il modo di inserire un richiamo alle magnifiche sorti e progressive dell’eurozona, incurante delle sempre più vistose falle e contraddizioni che il sistema manifesta e dei suoi drammatici fallimenti: sia in termini socio-economici – il crollo della nostra capacità produttiva, la vulnerabilità alle acquisizioni straniere e agli attacchi speculativi, la precarietà, la disoccupazione e la radicale diminuzione dei diritti sociali (ma non erano queste le criticità da cui l’euro doveva salvaguardarci?); sia in termini politici – la plateale soggezione a una governance autoritaria che ignora la dialettica democratica e per sua propria ammissione accetta solo esiti elettorali che esprimano indirizzi conformi agli orientamenti stabiliti (il “pilota automatico”, vi ricorda qualcosa?).

Quindi il buon Augias ha probabilmente ragione a leggere nel lungo applauso un senso politico, che in quanto tale è stato tributato più alla persona Mattarella che al Presidente della Repubblica – ancorché dubito che chi applaudiva avesse chiara in mente la differenza.
Augias però probabilmente sbaglia auspicando che il messaggio possa andare oltre il ceto rappresentato da quella platea, in misura tale da comportare “prima o poi conseguenze altrettanto politiche”.
È chiaro che i fallimenti dell’Europa di Maastricht, quelli che nelle sue concioni il Presidente Mattarella si ostina a dare per inesistenti, non hanno toccato in questi anni quella fascia di popolazione che può permettersi fra le altre cose di acquistare – al prezzo di un paio di stipendi del lavoratore medio – un prestigioso ingresso alla prima della Scala.
Purtroppo per Augias questa fascia di popolazione è piuttosto esigua, e l’unica egemonia che può esercitare è quella che gli deriva dal controllo dei mezzi finanziari e di comunicazione. Che non è poco, certo.
Ma il resto della popolazione – quella parte che ha sofferto e soffre le conseguenze economiche e sociali delle politiche europee – ha dalla sua la possibilità di costituirsi in massa critica, di fronte a cui anche le limitazioni imposte alla democrazia finiscono prima o poi per saltare.
Basta che ne prenda consapevolezza: gli eventi di questi giorni in Francia sono solo un esempio.

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Jean-Claude Michéa: lettera ai Gilets Jaunes

Jean-Claude Michéa prende spunto da un articolo di Lieux Communs per scrivere una lettera aperta sui Gilet Jaunes, per i quali esprime apprezzamento senza riserve.
Il movimento – nato originariamente dalla protesta per una delibera governativa che di questi tempi potrebbe sembrare banale (l’aumento delle tasse sul gasolio),  si sta trasformando in una più generale contestazione contro le politiche vessatorie dei governi ordoliberisti eurocomunitari, di portata tale da turbare i beati sonni dell’establishment francese (e probabilmente non solo).
Anche se lo stile di Michéa è sempre un po’ involuto, come accade alla maggior parte degli intellettuali transalpini, le sue considerazioni sono sempre degne di interesse, specie nel caso di argomenti di grande attualità come questo.

Eccone la traduzione:

§

[…] Il movimento dei Gilets Jaunes (bell’esempio di quell’inventiva popolare che annunciavo ne “I misteri della sinistra”) è in un certo modo l’esatto contrario del movimento Nuit Debout.
Quello, semplificando, era prima di tutto la conseguenza di un tentativo – incoraggiato da una gran parte dalla stampa borghese – dei 10% (cioè di coloro che sono destinati all’inquadramento tecnico, politico e culturale del capitalismo moderno) per depotenziare la critica radicale al Sistema dirigendo l’attenzione solo sul potere di Wall Street e del famoso 1%. Una rivolta dunque di quei metropolitani iper-itineranti e iper-diplomati (di cui una frazione minoritaria comincia a conoscere qua e là una certo grado di precarizzazione) che  dall’era di Mitterand in poi costituiscono il vivaio principale da cui vengono recrutati i quadri della sinistra e dell’estrema sinistra liberale (e in particolare di quei settori più apertamente contro-rivoluzionari e anti-popolari: Regards, Polits, Università di Parigi VIII ecc).

I Gilets Jaunes, al contrario, sono quelli che si rivoltano dal basso, con sufficiente consapevolezza rivoluzionaria da rifiutarsi di dover scegliere fra sfruttatori di sinistra e sfruttatori di destra. (Tra l’altro è proprio così che Podemos aveva esordito nel 2011, prima che le Clémentine Autain e i Benoit Hamon locali non riuscissero a seppellire questo promettente movimento recidendo progressivamente le sue radici popolari).

L’argomento degli “ecologisti” da giardino – quelli che preparano questa “transizione energetica” che consiste prima di tutto in delocalizzare la polluzione dai paesi occidentali a quelli meridionali (cfr G. Pitron “La Guerre des Mètaux Rares”) – secondo  i quali questo movimento spontaneo non sarebbe che il risultato di “un’ideologia del catorcio” di “gente che fuma sigarette e gira con i diesel” – è tanto assurdo quanto indecente.
È chiaro che i Gilets Jaunes non provano alcun piacere nel dover prendere l’auto per recarsi ogni giorno al lavoro a 50 Km da casa, o fare spesa nell’unico centro commerciale della loro regione situato generalmente a 20 km e in mezzo al nulla, o ancora farsi visitare dal solo medico che non è ancora andato in pensione e il cui studio si trova a 10 km da dove abitano. (Questi esempi sono presi dalla mia esperienza landese: ho persino un vicino che vive con 600 euro mensili, costretto a calcolare il giorno del mese in cui può ancora fare la spesa a Mont-de_Marsan senza restare in panne per mancanza del gasolio – questa benzina dei poveri – che può ancora permettersi).

Siate certi che i Gillet Jaunes sono i primi ad aver capito che il vero problema è la sistematica realizzazione del programma liberista, perseguito dai governi di destra e di sinistra negli ultimi quarant’anni, che ha progressivamente trasformato il loro villaggio o il loro quartiere in un deserto privo di assistenza medica e di un minimo commercio di prima necessità, dove la prima impresa ancora capace di offrire loro un lavoro mal pagato si trova lontana dozzine di chilometri. Se è vero che esiste – e meno male – un “piano periferie”, è anche vero che non c’è mai stato nulla del genere per questi villaggi e comuni (dove tuttavia vive la maggioranza della popolazione francese), ufficialmente votati all’estinzione dal “senso della storia” e dalla “costruzione europea”.

Non è dunque l’automobile in quanto tale,  segno di integrazione nella società dei consumi,  che i Gilet Jaunes difendono oggi. (Non sono lionesi o parigini!). La loro vettura diesel d’occasione (che la Commissione europea cerca già di sottrargli inventando senza sosta nuove norme di “controllo tecnico”) rappresenta l’ultima possibilità di sopravvivenza (avere ancora un tetto, un impiego, e di che nutrire loro stessi e la loro famiglia) in un sistema capitalista oggi disegnato per l’esclusivo vantaggio dei vincenti della globalizzazione.

E pensare che i primi a impartire loro la lezioncina sono quelli della”sinistra kerosene” – coloro che viaggiano da un aeroporto all’altro per portare nelle università di tutto il mondo (e in tutti i “Festival de Cannes”) la buona novella “ecologica” e “associativa”!
Decisamente, chi non conosce altro che il proprio palazzo metropolitano non avrà mai neppure un centesimo della decenza che si può ancora trovare nelle “chaumières” [case rurali con tetto di paglia]. È ancora la mia esperienza landese a parlare.

La sola domanda che mi faccio, dunque, è fin dove può arrivare un tale movimento rivoluzionario (che si ricollega per la sua nascita, per il suo programma aggregatore  e per le sue modalità di sviluppo, con la grande rivolta del Vignaioli del 1907), tenuto conto delle tristi condizioni politiche attuali.
Non dobbiamo dimenticare infatti che ha davanti a sé un governo thatcheriano di sinistra (non per niente il principale consigliere di Macron è Mathieu Laine – uomo d’affari della City, prefatore in Francia delle opere della strega Maggie), vale a dire un governo cinico e impavido, chiaramente pronto (ed è questa la grande differenza con i suoi predecessori) ad arrivare fino ai peggiori estremi pinochetisti (come Maggie con i minatori gallesi o gli scioperanti della fame irlandesi) per imporre la propria “società della crescita” e il potere antidemocratico dei giudici che ne è corollario.
Ovviamente, senza aver nulla da temere da parte del servilismo mediatico francese.
Si contano già tre morti e centinaia di feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. Se la memoria non mi inganna, bisogna risalire al Maggio ’68 per ritrovare un bilancio analogo in seguito a manifestazioni popolari, perlomeno in territorio metropolitano. Ciononostante, il clamore mediatico non è stato affatto proporzionale alla gravità di un tale dramma. Cosa avrebbero detto i cani  da guardia di France Info se questo bilancio (peraltro provvisorio) fosse stato opera, per esempio, di un Vladimir Putin o di un Donald Trump?

Ultima considerazione,  ma non meno importante: non bisogna dimenticare che se il movimento dei Gilet Jaunes crescesse ulteriormente (o se conservasse, come succede oggi,  il sostegno della grande maggioranza della popolazione) l’amministrazione “benalla_macroniana” non esiterebbe un istante a inviare ovunque i suoi Black Blocs e i suoi “antifascisti” (come le famose “brigate rosse” della grande epoca) per screditarli in ogni modo od orientarli verso politiche suicidarie.

Si è già visto come il governo di Macron ha operato  con l’esperienza zadista di Notre-Dame_des Landes per toglierle in breve tempo l’originario sostegno popolare.

Ma anche se questi coraggiosi fossero provvisoriamente rintuzzati dal PMA – Parti des Média e de l’Argent, il Partito dei Media e dei Soldi – ciò vorrebbe dire, nel peggiore dei casi, che si tratta di una prova generale e dell’inizio di una lunga lotta a venire.
Perché la collera di quelli che sono in basso (sostenuti, vale la pena ripeterlo, dal 75% della popolazione e dunque logicamente stigmatizzati dal 95% dei cani da guardia mediatici) non si spegnerà più, per il semplice fatto che quelli che sono in basso non possono né vogliono più sopportare. Il popolo è definitivamente in marcia e non intende rientrare nei ranghi.
Per parafrasare la formula dei proscritti della Comune di Parigi: che le Versailles di sinistra e di destra si tengano per avvertite.

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Commissione europea Vs Governo italiano: una scelta obbligata.

Negli ultimi quarant’anni il panorama politico progressista si è andato omologando alle logiche vincenti del neoliberismo e della globalizzazione sgovernata, confinando il contro-pensiero dell’istanza socialista entro nicchie atomizzate ed incomunicanti.
In questo modo, il nuovo momento Polanyi che si sta manifestando sia in Europa che negli USA non trova altra offerta politica che quella della destra populista. Questa è infatti l’unica forza significativa che – strumentalmente o no,  ha saputo dare voce al disagio  popolare per un sistema che sempre più si rivela essere fondato sull’avvilimento della dialettica democratica e sulla predazione delle classi non tutelate a favore dei ceti privilegiati.

In queste condizioni sarebbe fatale per ciò che resta della sinistra (e per l’opposizione tutta, del resto) che,  di fronte all’attacco scatenato in questi giorni dalla Commissione europea contro la sovranità democratica del Paese, non affermasse la propria solidarietà al governo. Sarebbe lo stesso errore compiuto nel 2011, quando l’ansia di liberarsi di un avversario politico portò il PD ad avallare – complice l’allora Presidente della Repubblica – l’insediamento del podestà forestiero  Mario Monti, e l’avvio di quel massacro sociale che ancora oggi si vorrebbe continuare a imporre.

Per la verità,  la tentazione è già riaffiorata nelle settimane successive alle elezioni di marzo, quando l’attuale Presidente fece fallire una prima volta il tentativo di formazione dell’esecutivo e tentò di imporre un “governo presidenziale” riedizione di quello montiano, visto chi era chiamato a farsene carico.
Se l’operazione non ha avuto successo è grazie al fatto che stavolta il Parlamento era opportunamente presidiato e gran parte dell’opinione pubblica, nonostante la generale compiacenza mediatica, era allertata dalla precedente esperienza.

Non lascia ben sperare nemmeno il tripudio per il riemergere “dell’allarme spread”, mal dissimulato da pensosi atteggiamenti di responsabile preoccupazione: la stessa narrazione con la quale si giustificò l’insediamento di Monti, e che successivamente (quando Draghi lanciò l’ormai famoso “what ever it takes“) si dimostrò essere solo una variabile controllata a piacimento dalla BCE.

Dobbiamo dire a chiunque voglia ascoltare che la vertenza con la Commissione europea non è economica, ma squisitamente politica. Le tecnicità sotto le quali si dissimula tale natura dipendono da algoritmi basati su presunzioni arbitrarie dal punto di vista scientifico e inaccettabili dal punto di vista sociale (in proposito, l’articolo dell’economista Marcello Minenna sul WSJ, qui tradotto da Voci dall’Estero, è molto eloquente); mentre appare decisamente grottesca la pretesa di sindacare su decimali di punto che l’accuratezza della contabilità nazionale e la razionalità farebbero piuttosto ascrivere al margine dell’errore statistico.
Dobbiamo dire a chiunque voglia ascoltare che lo spread è l’arma impropria per il delitto di lesa sovranità di cui i mercati sono solo sicari, e mandanti la BCE e la Commissione europea.

Assodato che una forza progressista non può sentirsi rappresentata da questo governo, e al di là del giudizio sul DEF (che con tutti i suoi limiti rappresenta comunque una novità coraggiosa rispetto al passato, con il tentativo di affermare una propria autonomia politica contro le prescrizioni della Commissione), rimane il fatto che esso è l’espressione di una maggioranza parlamentare democraticamente eletta, ciò che ne fa il governo legittimo degli italiani – una legittimità che nessuno dei governi che lo hanno preceduto negli ultimi sette anni poteva accampare con altrettanta serenità.

In quanto tale, sta a tutti noi difenderlo e sostenerlo contro tutti i tentativi autoritari di destabilizzazione operata con metodi e meccanismi che non siano quelli stabiliti dalla nostra Costituzione.

Leggo con piacere che in questo senso si sono espressi esponenti della sinistra europea più consapevole: in Francia, Jean Luc Mélenchon con questo comunicato, afferma: “Io preferisco difendere la sovranità popolare e il governo italiano. Per la prima volta la Commissione se la prende con il budget votato dal Parlamento di uno Stato che rispetta i trattati. Dal momento che non si tratta di rispettare i trattati, ma di una scelta di budget, si capisce che è una espropriazione della sovranità dei popoli, qualunque cosa pensiamo delle scelte che hanno fatto. Possiamo condannare le scelte politiche degli italiani, ma hanno il diritto di decidere quello che è il bene del loro Paese“; in Germania, Sahra Wagenknecht (dell’ala radicale della Linke e promotrice – insieme al marito Oskar Lafontaine – del movimento Aufstehen) dichiara: “… non ho molta simpatia per il signor Salvini. Ma non è questo il punto. Questo è un governo democraticamente eletto. La legge di bilancio riguarda la sovranità dei parlamenti. E se vuoi distruggere l’UE, allora devi fare esattamente quello che sta facendo Bruxelles. Inoltre bisogna anche parlare di quanto possa essere sensato costringere a fare ulteriore austerità un paese che da dieci anni attraversa una lunga crisi economica, un paese in cui il reddito pro capite è inferiore a quello precedente l’introduzione dell’euro, ovviamente ciò contribuisce a far crollare l’economia. Ecco perché penso si tratti di una decisione priva di senso“.

L’auspicio è che il variegato arcipelago progressista (dove sempre più difficilmente è possibile annoverare il PD)  si pronunci allo stesso modo, anche se le premesse non ispirano ottimismo.

Conforta intanto l’intervento in questo senso di Mimmo Porcaro, tra i promotori – insieme a Formenti e Boghetta – del recentemente costituito movimento Rinascita! Per un’Italia Sovrana e Socialista, il cui portale ospita già numerosi articoli di sicuro interesse per chi sta ancora cercando tracce di vita intelligente nella galassia della sinistra, per la maggior parte dei casi ormai appiattita su paradigmi  che ne hanno stravolto la natura.

Ecco quindi alcuni stralci dell’articolo, che potrete legger nella sua interezza a questo link.

[…] Nonostante questa sua esplicita motivazione classista, l’europeismo di Guido Carli non era però senza discernimento […] La sua Europa era classista ma non stupida. E infatti il nostro definiva letteralmente abominevole la mania teutonica di stabilire capziosi limiti quantitativi alla politica economica, validi in ogni stagione ed in qualunque punto del ciclo economico.

E letteralmente abominevole è ciò che sta accadendo oggi, che un governo legittimato dal voto popolare (un voto che, ricordiamolo, è in gran parte quello dei perdenti della globalizzazione) si vede respingere da burocrati privi di qualunque legittimazione una manovra che, quanto a livello di indebitamento, è di puro buonsenso ed anzi inferiore alla bisogna, e quanto alla forma non fuoriesce nemmeno così tanto dalla logica liberista che domina in UE. […]

Ora, quel che noi di Rinascita! pensiamo del governo è chiaro: una coalizione popolare dominata dalla piccola e media impresa che asseconda alcuni bisogni popolari, che per questo confligge con l’Unione ma che non sa costruire una vera alternativa.

Qui però si tratta di difendere non tanto il governo quanto due principi elementari che dovrebbero informare anche l’azione di un governo “veramente progressista”, “veramente socialista”, che sarebbe trattato dai mercati e dalla Commissione Europea ancor peggio di questo.

Un principio di logica economica, per il quale “debito” non è né brutto, né bello: dipende (e per noi, oggi, è comunque necessario).

E un principio di logica democratica, per cui alla fine, Unione o non Unione, la decisione di un governo parlamentare è più importante di quella di una burocrazia che è stata nominata proprio per far sì che le cruciali scelte economiche siano attuate, come voleva il prof. Monti, “al riparo dal processo elettorale”.

Se questa burocrazia, per quanto insediata dai governi degli stati membri, si trova una o più volte in conflitto con le decisioni democratiche di un paese su questioni essenziali, o cambia, o prima o poi salta. […]

Non sappiamo quale sarà l’iter dello scontro: mediazione, pateracchio, precipitazione… data l’assenza di una vera guida politica europea, tutto è possibile. E non mancheremo di incalzare il governo e di criticarlo duramente in caso di cedimenti immotivati.

Ma sappiamo qual è la posizione da prendere adesso: nella scelta tra la Commissione (e gli immancabili mercati) ed il governo noi stiamo col governo perché stiamo con la democrazia italiana.

[…] I “sinceri democratici” dovrebbero finalmente capire che l’Unione Europea è il contrario della democrazia perché non sposta la sovranità popolare ad un livello più “alto” e quindi più efficace, ma semplicemente la cancella privando il parlamento europeo di ogni potere ed autonomizzando la Banca centrale da tutto tranne che dal liberismo.

I “veri antifascisti” che oggi offrono l’ultimo ossigeno a quel PD che è stato l’artefice dei più grandi misfatti ai danni della nostra Costituzione, dovrebbero chiedersi se non sia un tantino antidemocratico l’auspicare l’intervento punitivo dei mercati contro chi, per amore o per forza, tenta una pur blanda redistribuzione del reddito.
Qualcuno liberi finalmente, se ne è capace, la democrazia e l’antifascismo dal connubio mortale col liberismo!
Qualcuno torni a guardare i fatti e a capire la differenza tra nemico principale e nemico secondario!

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