Neo-maccartismo e passeri solitari.

Propongo di seguito il testo delle considerazioni del giornalista Toni Capuozzo, iscritto dalle zelanti mosche cocchiere del giornalismo omologato nella lista di proscrizione dei putiniani. (Questo termine è un neologismo che  va annoverato nell’elenco di quelli classificabili come inibitori del discorso. Gli inibitori del discorso sono comode espressioni verbali che esimono l’interlocutore da qualunque risposta alle tue obiezioni, in quanto – nell’immaginario collettivo forgiato dalla propaganda del pensiero unico – esse dequalificano chi ne viene designato rendendolo indegno di replica: hai la protervia di eccepire o distinguere o farti domande su un determinato argomento sensibile? Allora sei, a seconda del caso, putiniano, no-vax, complottista, sovranista eccetera, e tanto basta).

L’autore dell’articolo a cui si riferisce Capuozzo, qui il link, è di tale Filippo Passeri, firma del Foglio. Esso è paradigmatico del clima culturale che si sta consolidando, con cui hanno fatto già i conti diverse personalità del mondo intellettuale non appena si sono azzardate ad esaminare anche solo la possibilità di narrazioni diverse da quella sostenuta dai padroni del discorso. Non saprei dire se si tratta di un fenomeno particolare al nostro paese o ben più generalizzato. Sta di fatto che si tratta di una sorta di neo-maccartismo dove i processi al momento vengono celebrati sommariamente sui media, ma non è detto che di questo passo un’apposita commissione governativa prima o poi se ne faccia carico. Abbiamo avuto negli ultimi due anni un maccartismo di tipo sanitario, ora ne è subentrato uno di tipo bellico, con un progressivo crescendo dei toni isterici.

Prima di trascrivere il testo di Capuozzo, apro una parentesi sulla pagina del sito ucraino a cui fa riferimento l’autore in chiusura.
Si tratta del sito web Myrotvorets, con sede a Kiev, gestito dal “Centro Myrotvorets” a cura dall’agenzia governativa di intelligence Servizio di Sicurezza dell’Ucraina, sul quale vengono pubblicate le liste dei giornalisti sgraditi al potere, con tanto di nome, foto e indirizzo.

La pagina in questione riguarda il nostro Andrea Rocchelli, scomparso il 24 maggio 2014.
Giornalista free lance, secondo la ricostruzione di giudici italiani viene ucciso all’inizio della guerra del Donbass da un colpo di mortaio sparato dall’esercito ucraino mentre svolgeva il suo lavoro. Un disertore dell’esercito ucraino ha accusato il proprio superiore, il comandante Mychajlo Zabrods’kyj, di aver dato l’ordine di sparare contro il gruppo di civili. (Fonte Wikipedia).
Nella pagina leggiamo, con l’aiuto di Google Translator:

“Paese: Italia – Violazione deliberata del confine di stato dell’Ucraina per penetrare nel territorio dell’Ucraina occupato da bande terroristiche russe nel Donbas.
Cooperazione con organizzazioni terroristiche filo-russe.
Fotografo, giornalista italiano.
È stato preso di mira nella città di Slavyansk, durante il soggiorno del mercenario russo I. Strelkov (Girkin) nel maggio 2014.
Il Peacemaker Center chiede alle forze dell’ordine di considerare questa pubblicazione sul sito web come una dichiarazione sulla commissione da parte di questo cittadino di atti deliberati contro la sicurezza nazionale dell’Ucraina, la pace, la sicurezza dell’umanità e la legge e l’ordine internazionale, nonché di altri reati”.

La scritta rossa trasversale sulla foto (ЛИКВИДИРОВaН) significa “LIQUIDATO

Ora la risposta di Toni Capuozzo a Passeri (enfasi mie), buona lettura:

Passeri non solitari
Lo so: poche cose sono così noiose come le baruffe tra giornalisti. Ma in qualche caso bisogna pur difendersi, e riderci su.
Il caso è del 21 aprile e porta su Il Foglio la firma di un’analisi compiuta da un certo Filippo Passeri. Titolo: “Le fake news su Bucha di Toni Capuozzo spopolano su Facebook”.
Il realtà il solerte Passeri non si è dato troppo da fare, ma come in un mattinale della polizia religiosa, si è limitato a tradurre un report dell’Institute for Strategic Dialogue sui post apparsi nelle tre settimane successive al massacro di Bucha. Me li immagino, gli impiegati dell’istituto che controllano visualizzazioni e condivisioni, e decidono in quale categoria mettere un post. Forse non hanno neanche chiesto al capo ufficio se i miei post fossero delle news – cioè fornivano notizie – se fossero fake news – cioè fornissero notizie false – o se fossero qualcos’altro, come chiunque li abbia letti sa.
Ponevano delle domande sui morti trovati per strada.
Non mettevano in dubbio né l’esistenza né il numero delle vittime sepolte durante l’occupazione di Bucha da parte dei russi, ma ponevano delle domande sui morti ritrovati per strada quando i russi se n’erano già andati, e su Bucha era passata una squadra speciale della polizia, guidata da un nazista, a caccia di collaborazionisti e sabotatori.
Come mai alcune delle vittime avevano un fazzoletto bianco al braccio ? Come mai accanto ai corpi spesso c’erano i sacchetti della razioni alimentari russe ? Domande rimaste senza risposta. Domande che possono essere scomode o semplicemente stupide, impertinenti o fuori luogo, ma domande, non notizie.
Ora, pretendere che il solerte Passeri andasse a rileggere quello che avevo scritto e si ponesse a sua volta la domanda – “ma Capuozzo ha davvero scritto delle fake news o ha solo fatto inutili domande ?”- è troppo. Non mi indigna, mi fa ridere. E’ il coro conformista e lui sì indignato, moraleggiante e bellicoso: i redattori di Open hanno scomodato una veterinaria per smontare le mie domande, un politico fallito mi ha definito “negazionista”, un ristoratore ammiratore di Azov mi manda messaggi che augurano “morte alla Russia”: ognuno ha le sue ossessioni.
L’unica cosa che mi sorprende, nella pensosa analisi di Passeri, è che mi descrive così: “in passato inviato per Mediaset in diversi paesi di guerra e oggi attivo principalmente sui social.” No, non mi infastidisce il modesto italiano (quali sono i “paesi di guerra” ?), mi sorprende un dettaglio. In passato, non è un mistero, sono stato a lungo collaboratore de Il Foglio, dove tenevo la rubrica Occhiaie di riguardo. Sembra brutto ricordarlo ai lettori dell’analisi, meglio nascondermi nei meandri sotterranei dell’Azovstal dell’informazione. Meglio fare come nelle foto staliniane, togliamo il Capuozzo.
Poco elegante, Passeri. Ma Lei non è solo, in questa rancorosa campagna di indici accusatori che segnalano debolezze, domande, propagande cattive e propagande buone, notizie false, notizie da evitare.
A proposito di notizie da evitare: potrebbe il solerte Passeri indagare sul sito ucraino che gli segnalo, capire se spopola o meno, e magari tradurre quella scritta rossa sulla foto di Andy Rocchelli, fotografo italiano ucciso nel Donbass ? Grazie. Passeri, aspetto una sua analisi.

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Per chi suona la sanzione.

Charles Gave è un economista liberale, finanziere e imprenditore, autore di diversi saggi, ideologicamente viene collocato nella destra radicale.
In questa intervista, che in Italia gli varrebbe l’iscrizione d’ufficio nella lista dei putiniani, Charles Gave spiega perché le sanzioni siano in realtà misure destinate a ritorcersi contro l’Europa e favorire gli Stati Uniti, senza peraltro nuocere più di tanto alla Russia.

L’intervista è piuttosto istruttiva anche per il modo civile con cui viene condotta: qui da noi dopo un paio di affermazioni eterodosse del genere l’intervistato verrebbe messo a tacere parlandogli addosso o invocando inesorabili esigenze pubblicitarie.
Non fosse che per questo vale la pena seguirla. È anche divertente osservare il candido smarrimento che manifesta l’intervistatore davanti a concetti tutto sommato intuitivi.

Per chi non avesse familiarità con il francese agevolo un’approssimativa sbobinatura in italiano.

Domanda
Le sanzioni adottate contro la Russia sono efficaci?

Charles Gave
Contro la Russia non sono sicuro, ma contro l’Europa certamente. La Russia è un paese molto autarchico, il commercio è minimo, domina la produzione energetica. Per esempio il 30% dell’energia consumata in Europa ci è fornita dalla Russia. Siccome c’è scarsità di petrolio e d’energia fossile oggi nel mondo perché non se ne è più cercata da dieci anni… ebbene, il prezzo dell’energia continuerà ad aumentare e non ho alcun dubbio che i russi non avranno difficoltà a vendere la loro energia ai cinesi, ai coreani ecc perché tutti la richiedono, soprattutto se possono pagare nella loro moneta nazionale invece che pagare in dollari.

Domanda
Si è detto che la Russia era in stato di default, non era più in grado di pagare i suoi debiti.

CG
E’ l’informazione ufficiale a raccontarlo. Tuttavia li ha pagati. Abbiamo appreso “con stupore” che la Russia aveva dato ordine a una banca americana, nella quale aveva dei conti (non le sue riserve, che sono congelate), di paqare le scadenze; la banca americana ha pagato tutto, e dunque vuol dire semplicemente che i valorosi americani hanno avuto una tale paura all’idea che la Russia potesse fare default – per le complicazioni gigantesche che creerebbe sui mercati finanziari non esistendo le condizioni di default – che il Tesoro e la FED hanno autorizzato a pagare.

Domanda
Ne è sicuro?
!?
CG
Non ne sono sicuro, però la Russia ha detto “abbiamo pagato, abbiamo dato l’ordine alla banca ed è stato eseguito” e nessuno ha smentito. Ci si dice che si bloccano i pagamenti alla Russia, ma le segnalo che le consegne di gas russo all’Europa sono aumentate dall’inizio della guerra…

L’aspetto straordinario è che dal momento che il prezzo di questo gas è enormemente aumentato, a causa di tutte le stupidaggini e della carenza di energia, oggi la Russia riceve dall’Europa cento milioni di dollari al giorno in più. Dunque con delle penalità del genere non soffrirà molto.

Domanda:
Quindi lei ci sta dicendo che la Russia soffrirà meno dellEuropa per le sanzioni che l’Europa a stabilito contro la Russia?

CG
Certo, è proprio quello che dico.

Domanda:
Torno a CG perché mi spieghi. Per esempio ho inteso che il sistema SWIFT è stato vietato a una gran parte della banche russe e dunque ciò minerebbel’economia russa. Anche in questo caso lei non sembra del tutto d’accordo con questa analisi.

CG
Prima voglio dire qualcosa. C’è stata una specie di guerra lampo, fatta dalle banche centrali Europea e Americana, per cercare di distruggere la moneta russa nel giro di una settimana che è fallita completamente. I russi hanno fatto una contromossa molto intelligente: hanno permesso a tutti in Russia di acquistare oro senza IVA.

Domanda
Scusi, ma il corso del rublo è nettamente sceso…

CG
Si ma se ne fregano, all’interno della Russia non è cambiato nulla: niente panico, niente iperinflazione. Dunque il governo russo ha detto se non avete più fiducia nella moneta potete acquistare oro senza IVA, noi ve lo diamo. Questo ha fatto rientrare immediatamente il panico… Il primo punto è che il sistema finanziario russo non è crollato.
Il secondo punto è che la gente non capisce (ed è un peccato, la quantità di cose che la gente non capisce è considerevole, soprattutto a livello dei governi), è che il capitalismo è prima di tutto la ricerca del profitto, ciò che è normale, e in secondo luogo è un sistema di assicurazione reciproca.
Prendete l’esempio di Air France che spende tantissimo in energia: se il prezzo del petrolio incomincia a salire cercherà di coprirsi sui due-tre anni acquistando petrolio a termine. C’è qualcuno che l’assicura contro il rialzo dei prezzi. Questo qualcuno potrebbe essere per esempio Rostec, la grande società di produzione russa. Ma se lei blocca Rostec, se gli impedite di usare il suo denaro e onorare il contratto, allora Air France si ritrova a gambe all’aria quando il petrolio passa da 60 a 120. C’è dunque un sistema di assicurazione nel sistema capitalistico, dove tutti assicurano il rischio di tutti, e i pagamenti all’interno del sistema è fatto attraverso il sistema SWIFT. Lei rompe questo meccanismo molto sofisticato, dove nessuno capisce nulla perché enormemente complicato, con decine di miliardi di transazione al giorno per un valore molto superiore al PIL mondiale… immaginare che si possa rompere un meccanismo così senza avere degli effetti secondari è di un’imbecillità totale.
Quello che hanno fatto è rendere l’insieme del sistema capitalistico estremamente più fragile… È come se lei avesse un’assicurazione incendio per casa sua e il suo assicuratore fallisse: beh, lei l’indomani lei accenderebbe un’altra assicurazione a qualunque prezzo.

Domanda:
Dunque lei descrive un possibile effetto domino come all’epoca della Lehman nel 2008.

CG
È esattamente il crollo di Lehman, hanno fatto il crollo della Lehman alla decima potenza. Non si rendono nemmeno conto di quello che hanno combinato.

Domanda:
Mi domando come mai questa analisi non è stata fatta da coloro che hanno preso queste decisioni. Se ho capito bene, si stanno sparando sui piedi.

CG
Beh, non sarebbe la prima volta. Le racconto una storia. Quando hanno deciso di vietare l’accesso al sistema SWIFT (alle banche russe), la domenica mattina hanno emesso un comunicato trionfale dicendo “puniremo le banche russe e vedrete cosa succede”. La domenica sera c’è stato un secondo comunicato che diceva che alla fine un certo numero di banche, quelle che lavorano su petrolio e gas, sono escluse dalla sanzione. Perché? Perché probabilmente Deutsche Bank e BNP hanno telefonato dicendo “ragazzi, se voi mantenete il divieto a tutte le banche russe qui saltiamo tutti”. Cioè, la mattina non sapevano che se facevano questo saltavano BNP, la Sociétè Générale, Deutsche Bank…
Voglio dire: questa gente è di un’incompetenza che supera ogni aspettativa.

Domanda:
Quali sono i rischi che può correre la Francia e l’Europa più in generale, con queste misure, che malgrado tutto sono state prese per fare pressioni su Vladimir Putin?

CG
Beh, non è difficile immaginarlo. Abbiamo già il più alto costo del lavoro al mondo … il costo del lavoro in Francia è assolutamente inverosimile. Stiamo obbligando il nostro apparato industriale a uscire da un settore dove avevamo un vantaggio competitivo, quello del motore termico, per entrare in quello del motore elettrico, dove non abbiamo nessun vantaggio competitivo. Dunque un aumento gigantesco dei costi sul nostro apparato industriale. E in più ora siamo certi che l’Europa sarà la regione produttiva con il prezzo dell’energia più caro al mondo. Abbiamo comprato con dei contratti a lungo termine, a prezzi più bassi del 40-50% di quelli attuali, e ora i russi venderanno altrove e noi dovremo acquistare questa energia al prezzo di mercato e in dollari, mentre i russi erano d’accordo per essere pagati in buona parte in euro. Vuol dire che l’Europa diventa di gran lunga la parte del mondo meno competitiva. È certo.
Tutti parlano di reindustrializzazione, ma c’è da morire dal ridere. Stanno distruggendo l’industria europea in un batter d’occhio.

Altro ospite
Sì credo che effettivamente è quanto sta succedendo. siamo davanti una crisi energetica maggiore soprattutto in europa e quello che si vede profilarsi è che la russia venderà il suo petrolio e gas ad altri paesi che in seguito lo rivenderanno all’europa con la cresta.

CG
Questo nel migliore dei casi: vorrebbe dire che ne troveremmo. Prendete i dati: la Russia importa 60 mld di dollari pressapoco all’anno dalla Cina, e 60 dall’Europa. I cinesi producono più oi meno tutto quello che produciamo noi, cosa vendiamo ai Russi? Delle auto, delle borse Hermès… Dunque, perdiamo sessanta miliardi di esportazione in un solo colpo.
Gli Stati Uniti sono quasi autosufficienti, dal punto di vista energetico, esportano in tutto da 4 a 5 miliardi di dollari in Russia, vale dire nulla. Dunque gli USA ancora una volta dimostrano di essere pronti a battersi fino all’ultimo europeo.

Domanda:
Vuol dire che gli Stati Uniti si battono contro l’Europa?

CG
Voglio dire che gli Stati uniti sono pronti a battersi per qualunque cosa purché la vittima sia l’Europa.

Domanda
Lei vuol dire che gli USA giocano contro l’Europa
?
CG
Assolutamente. Gli USA stanno distruggendo tutta l’industria europea. È abbastanza semplice: se lei fa aumentare in modo gigantesco i costi di uno dei suoi principali concorrenti, chi ne sarà il beneficiario?

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La democrazia dei treni in orario.

Torno a ripetermi.

È davvero sconcertante la pochezza di cui danno prova Mario Draghi e il suo governo dei migliori. Impressionante il suo silenzio in un momento in cui ci si attenderebbe un discorso al Paese, così come impressiona il silenzio di Sergio Mattarella – sempre così prodigo di banalità non fattuali quando si tratta di esaltare le magnifiche sorti e progressive dell’europaah.
Né l’uno né l’altro, che mi risulti, hanno ritenuto di illustrarci le ragioni della proroga a dicembre dello stato d’emergenza, ufficialmente per la crisi ucraina, benché siamo l’unico paese europeo ad aver adottato questa misura.
Né l’uno né l’altro hanno ritenuto di rivolgersi al paese per spiegare – al di là della solita piatta sottomissione agli imperativi statunitensi – la ragione per cui è stata assunta una posizione che compromette le già fragili prospettive della nostra economia, né le conseguenze a cui stiamo andando spensieratamente incontro: recessione, inflazione, disoccupazione (per fermarci alla migliore delle ipotesi ed escludendo ottimisticamente implicazioni ancora più tragiche).
Per un paese che già arranca di suo, e che ha concluso lo scorso anno con 5,6 milioni di cittadini al di sotto della soglia di povertà, non c’è male.

Deprimente la pochezza del Parlamento, sempre più dimentico della sua funzione legislatrice e sempre più dedito a funzioni notarili di avallo e registrazione dei decreti dell’esecutivo.

Scandaloso, infine, il ruolo dei media in tutto questo processo di degrado cognitivo, sia sul piano sociale e democratico, sia su quello politico: a parte le pochissime e circoscritte voci in dissenso, è tutto un peana al pensiero unico che ignora, anzi biasima, le sfumature della riflessione critica, ed esalta il conformismo degli opinionisti allineati. I quali – tanto supponenti quanto mediocri – vengono proposti in tutti i salottini televisivi a reiterare le stucchevoli narrazione ufficiali – a parità di crimine ora giustificatrici, ora incriminanti, a seconda di chi sia il soggetto che lo sta perpetrando: è così che si abitua l’opinione pubblica ad esercitare la confortevole arte della memoria selettiva, del crampo dicotomico, in cui ci si appassiona, ci si commuove, ci si indigna e si biasima – sempre a parità di crimine – selettivamente, discriminando fra i buoni a priori e i cattivi per antonomasia.

In un tale contesto di assenza di dibattito, mancanza di consapevolezza, manipolazione diffusa, subordinazione cognitiva, disciplinamento, ci si chiede allora a cosa serve tutto il costoso apparato mediatico e di governo, o le costose ritualità elettorali, se non a conservare l’illusione dell’esercizio di una democrazia e una pluralità nei fatti già inesistenti.

Tanto varrebbe un sistema dove a distribuire le opportune informazione provvedesse un’unica agenzia abilitata; e dove a governare – in autonomia e debitamente garantito contro le obsolete ritualità dell’urna, ma responsabile nei confronti di chi lo ha preposto – fosse un vicario ufficialmente nominato dal potere che lo etero-dirige, un podestà, un Quisling conclamato che si limitasse a realizzare pedissequamente le prescrizioni dei suoi preponenti, e per il resto badasse a far arrivare in orario i treni.

Sarebbe una soluzione più economica e la gente viaggerebbe soddisfatta.

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Non andrà tutto bene.

Sconfortante unanimità mediatica sulla crisi Ucraina. Individuato fin da subito il nemico – quel Putin che da abilissimo politico, fine giocatore di scacchi, è oggi declassato a psicopatico paranoico rincoglionito. Esaltato dall’altro lato l’eroico resistente che fino a ieri si esibiva in siparietti le cui più alte vette di comicità consistevano nella simulazione di concerti di pianoforte eseguiti con il pene.

Contraddittorio non consentito: le testate filo-russe Sputnik e RT, espunte dal panorama dell’informazione occidentale, non sia mai che una narrazione diversa possa corrompere le fragili menti dei nostri euro-coincittadini.

L’Occidente – sempre più pieno di sé, sempre più americano e totalitario nella pretesa di pensiero unico (e sostanzialmente felice dell’opportunità che l’invasione russa gli offre, perché da sola finalmente fa da contraltare ai decenni di guerre umanitarie e stragi che esso ha perpetrato); l’Occidente – così innamorato del proprio destino manifesto, dell’immagine che si è dato, al punto che nemmeno lo sfiora il dubbio di una qualche sua corresponsabilità in ciò che sta succedendo; l’Occidente ora evoca lugubri “what ever it takes” a difesa di valori che esistono solo nella narrazione celebrante, sospende direttori d’orchestra rei di non essersi dissociati dalla madre patria, cancella corsi universitari su Dostoevskij, censura giornalisti che hanno osato suggerire di guardare una cartina per capire chi si è allargato e chi no.

Che non sarebbe andato tutto bene lo si era capito dall’imbarbarimento dei rapporti sociali determinato da una gestione della pandemia dividente fra cittadini buoni perché acritici versus cittadini cattivi in quanto dubbiosi.

Ora il modello si ripropone in modo ancor più viscerale, ancora più manicheo, ancora più unanime, mentre il pensiero critico viene ancor più represso e additato alla pubblica esecrazione, e l’adesione incondizionata diventa l’unico orizzonte possibile per meritare il diritto di cittadinanza.

Non andrà tutto bene.

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Gli interrogativi sollevati dal caso Speranza

In un video-intervento ad un simposio piddino in Basilicata, Roberto Speranza si è lasciato andare ad affermazioni tanto temerarie quanto surreali, che aprono importanti questioni di fondo:

L’attuale Ministro della salute ci è o ci fa?
E’ davvero imbecille come appare?
Dobbiamo immaginarlo preda di una tale sindrome di onnipotenza dal non curarsi di dire palesi menzogne, sicuro di non essere contraddetto?
O forse si è permesso di insultare le intelligenze dei presenti semplicemente perché consapevole che la piddinità dei convenuti gli garantiva un compiacente salvacondotto?

Agevolo la sbobinatura dei due passaggi più pregnanti:

“Abbiamo piegato la curva senza misure restrittive particolarmente invasive nella vita delle persone”.
Dove apprendiamo che, ad esempio, sospendere dal lavoro senza stipendio , o impedire il ritiro della pensione , non sono misure restrittive particolarmente invasive nella vita delle persone.

Dentro l’opinione pubblica del nostro paese, ma anche a livello europeo e mondiale, c’è una nuova grande consapevolezza, e cioè che i soldi messi sulla salute sono la cosa davvero più rilevante che c’è, e che bisogna chiudere la stagione dei tagli“.
Dove apprendiamo che questo governo, nonostante abbia appena stabilito un ulteriore taglio di 6 miliardi alla spesa sanitaria per i due anni a venire, ha maturato una spiccata sensibilità per i temi della salute.

Non so voi, ma io – per dirla con l’espressione che meglio descrive il mio stato d’animo – mi sento platealmente preso per il culo.

Qui la video conferenza in questione.

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Irrazionalità vere e presunte.

A Omnibus, su La7, uno dei tanti salottini delle compiacenze di cui sono infestate le nostre televisioni, qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare un dotto dibattito sul fenomeno dell’irrazionalità dilagante (che tempi, signora mia), prendendo spunto da un’indagine Censis su no-vax, negazionisti di varia natura, terrapiattisti e quant’altro.

Tre considerazioni al volo.

La prima:
Si accumana sotto l’unico stigma dell’irrazionalità posizioni estremamente diverse, molte delle quali tutt’altro che irrazionali: classica operazione di manipolazione cognitiva.

La seconda:
A discuterne, come spesso succede, sono invitati solo ospiti di provata fede: interlocutori di fede contraria rigorosamente esclusi. Si possono così ascoltare perle tipo “la scienza non è democratica”, senza che nessuno batta ciglio.
A quanto pare le recenti esternazioni di Mario Monti sulla necessità di limitare il dibattito democratico descrivono un sentire molto più comune di quanto si immaginerebbe (del resto la generale mancanza di significative reazioni del mondo politico e intellettuale ne era già riprova).

La terza:
Dell’indagine Censis hanno significativamente ritenuto non meritevole di dibattito, e perciò ignorata, la parte che meglio di qualunque altra nel documento descrive la vera, inquietante irrazionalità in cui è caduto il nostro Paese: quella che certifica che in dieci anni, dal 2010 al 2020, la popolazione che vive in povertà assoluta è aumentata del 104%.

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Green pass


Ai Magazzini del Cotone, nel Porto Antico di Genova, inizia oggi il congresso Meet in Italy for Life Sciences, “principale appuntamento nazionale di matchmaking [sic] e di aggiornamento nell’ambito delle Scienze della Vita”.
Nel darne notizia, il TG regionale di ieri sera informava che sono state prese severe misure di sicurezza, con cecchini strategicamente piazzati, precisando in particolare che per l’accesso non vale il green pass ma è obbligatorio sottoporsi a tampone.

A quanto pare, dunque, tale procedura è adottata non solo a livello governativo – dove l’accesso a conferenze stampa o alla riunioni con le parti sociali è ammesso solo previo tampone e la certificazione vaccinale non conta – ma va diffondendosi anche negli eventi dove è prevista la partecipazione di autorità e maggiorenti di varia natura.

Ora, se i primi a non fidarsene sono proprio i nostri decisori, è chiaro che il green pass, come misura sanitaria, è una presa per i fondelli. E se una misura non serve allo scopo per cui ufficialmente è stata messa in atto, allora è lecito pensare che debba servire a qualcos’altro.
A parte l’evidente scopo ricattatorio e punitivo (cfr Brunetta), se fossi un complottista sarei portato a credere che si tratta di un test sociale per valutare l’arrendevolezza di un’intera collettività a soluzioni farlocche se opportunamente sottoposta a condizioni di stress prolungato.
Fortunatamente non sono complottista e posso dormire sonni tranquilli.

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Draghi, il tautologico

Il Primo ministro Draghi, ogni volta che gli capita di esprimere un concetto, rivela il grigio funzionario che è in lui. Ne è ultima conferma la frase “Le cose vanno fatte perché si devono fare”, pronunciata ricordando Beniamino Andreatta (curatore insieme a Ciampi del malaugurato divorzio fra Tesoro e Bankitalia).

La frase, un po’ tautologica, sorvola sul fatto che le “cose che si devono fare” generalmente non sono tali per vincolo di natura, ma dipendono da scelte il più delle volte squisitamente politiche, e in quanto tali conseguenza del compromesso fra interessi divergenti e rapporti di forza più o meno asimmetrici.
Un processo che potrebbe perfino definirsi democratico, se anche il popolo ne venisse coinvolto qualche volta.

È probabile invece che il Nostro (la cui deformazione professionale di ligio esecutore è maturata nei numerosi anni trascorsi al servizio di poteri al riparo dal processo elettorale), per “cose che si devono fare” intenda la lista delle disposizioni che ha ricevuto con il mandato.
Il quale mandato, è superfluo ricordarlo, non gli deriva dall’esito di una normale consultazione elettorale dove ciascuno dei concorrenti illustra il proprio programma.

Anzi, a pensarci bene nessuno è in grado di dire qual è il programma di questo esecutivo. Esiste certo l’obiettivo generale di superare l’attuale emergenza economico-sanitaria e ambientale (vaste programme, direbbe qualcuno), ma le misure particolari di cui intende avvalersi per realizzarlo (“le cose che si devono fare”, appunto) non sono mai state oggetto di discussione nel Paese, né è dato sapere quali sono i criteri secondo i quali verranno ripartiti i costi fra le diverse componenti sociali.

Anche se qualche indizio, a dire il vero, in questi mesi è già trapelato.

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Storia vecchia

L’attuale deriva autoritaria e anti-sociale, di cui siamo testimoni impotenti, non è la conseguenza di un virus cinico e baro che ha travolto le nostre esistenze da poco meno di due anni. Si tratta piuttosto dell’ulteriore tappa di un processo in corso da quarant’anni, portato avanti con scientifica acribia e una meticolosa attenzione a sfruttare ogni circostanza favorevole.

È ovvio che buona parte della sua straordinaria riuscita si deve alla scodinzolante collaborazione dei mezzi di informazione e alla subordinazione cognitiva dell’intellettualità (il famoso “tradimento dei clerici”); ma se ci fate caso,  i principi strategici su cui questo processo fondamentalmente si basa si riducono agli elementari soliti due: il principio della rana bollita e quello del divide et impera.

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Credibilità e potenza.

“Credibilità: Prestigio personale, stima acquisita con una condotta irreprensibile”. (Dal dizionario Oxford Language, fonte di Google Dictionary)

Sono numerosi in questi giorni i commenti – per lo più afflitti, altri compiaciuti – sulla “totale perdita di credibilità” degli Stati Uniti.
Tuttavia la domanda che sorge spontanea è: quando mai la credibilità è stata alla base di un’egemonia? Quando mai una Nazione è stata egemone perché credibile?

Un’egemonia si fonda sulla potenza militare ed economico-finanziaria.
È per questo che l’ultima delle preoccupazioni degli USA è perdere credibilità (un capitale ormai dissipato da anni), sapendo che all’interno della propria sfera di influenza ogni paese che vi appartenga sarà festosamente ansioso di riconoscergliela fintanto che riusciranno a conservare tale supremazia.

Del resto, è proprio per riaffermarla ogni volta che negli ultimi settant’anni gli americani si sono intruppati in guerre disastrose, pretendendo ogni volta – con supremo sprezzo del ridicolo, enorme faccia di tolla e contro ogni evidenza  –  che erano  finalizzate all’esportazione della democrazia o alla  risoluzione di emergenze umanitarie.
E quanto a loro importi della credibilità, lo misura il fatto che ogni volta che è stato necessario non hanno esitato ad abbandonare al loro destino gli alleati locali (ne sanno qualcosa i curdi, in Iraq e Siria). Anche i paesi partner/vassalli, peraltro, avrebbero di che lagnarsi, visto che – coinvolti tramite NATO in una pesante cooperazione militare durata due decenni – alla fine sono stati esclusi dai negoziati che gli USA hanno condotto per svariati anni con i nemici talebani.
Il primo esempio dimostra l’infimo valore attribuito alla credibilità come asset strategico; il secondo è una dimostrazione di potenza ( Marchese del Grillo docet).

Perciò – finché riusciranno a mantenere la supremazia – è evidente che ogni futuro intervento americano troverà comunque lo scodinzolante plauso e l’indefettibile adesione delle nazioni sottomesse, pronte a giurare ancora una volta sulla bontà delle ragioni  addotte ed incuranti della “totale perdita di credibilità” della volta precedente.

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