Complottismi e crisi epidemiche.

Esistono termini che possono essere definiti come “inibitori del discorso”, in quanto capaci di bloccare il sereno dibattito non appena branditi, generalmente a mo’ di clava retorica, contro l’interlocutore.
La connotazione negativa, conferita loro dal pensiero egemone e dunque collettivamente accettata, li dota infatti di un forte potere intimidatorio. Di grande genericità o indeterminatezza, questi termini sono in realtà contenitori eterogenei in cui gli elementi più ridicoli o biasimevoli sono accomunati agli elementi più meditati, così da accomunarli nello stigma; quindi di scarso valore semantico ma di grande potenza polemica.

A titolo di esempio non esaustivo citiamo: sovranista, populista, no-vax, no-global, negazionista (del riscaldamento globale di origine antropica, che richiama il negazionismo dell’olocausto), rossobruno e via dicendo. Tutte etichette generiche che il mainstream ha caricato di senso spregiativo, ridicolizzante o annichilente; efficaci anatemi a chi obbietta il quadro cognitivo egemone, a prescindere dal contenuto dell’obiezione.

Un’etichetta particolarmente gettonata è quella di “complottismo”, o “cospirazionismo”. Pare che a farne uso per la prima volta sia stata la CIA, che tentò di arginare le tante obiezioni alla versione ufficiale dell’omicidio di JFK suggerendo ai media di liquidarle come tesi cospirazioniste cui opporre sarcasmo anziché risposte. Eppure non possiamo non constatare che spesso e volentieri, ogni volta che l’accesso a documenti desecretati o lasciati trapelare ha reso possibile stabilire i fatti, le tesi dei complottisti si sono rivelate più fondate di quelle ufficiali.

Le cronache degli ultimi cinquant’anni sono piene di questi casi, sia a livello Italia che internazionale; basta fare mente locale per trovare esempi a iosa.

La stessa costruzione europea è tutta fondata sul complotto, se per complotto si intende un disegno politico che si realizza attraverso la sistematica dissimulazione degli obiettivi reali. A confermarlo, oltre che la clamorosa discordanza fra la realtà del sistema e la stucchevole narrazione mitopoietica a uso e consumo dell’opinione pubblica, è l’antologia di esternazioni – o voci dal sen fuggite – di tanti autorevoli padri dell’europatria (Junker, Amato, Attali, Monti, Prodi e via dicendo).

Senza parlare della Grecia del 2015, o i siparietti nazionalistici emersi in questi ultimi mesi; eventi che non lasciano più – o non dovrebbero più lasciare – alcun margine di dubbio sull’inganno narrativo che che ci propinano da anni.

Dunque, ogni volta che il nostro senso critico ci segnala strane opacità o incongruenze, non dovremmo farci scrupolo di esprimere dubbi per timore dell’etichettatura. Di questi tempi, fra paranoia e fideismo la prima opzione sembra essere la più saggia.

A maggior ragione dovremmo astenerci per quanto possibile dall’usare a nostro pro queste stesse etichette, classico prodotto della strategia di ghettizzazione del pensiero alternativo da parte del pensiero egemone, perché così facendo ci adeguiamo, legittimandole, alle sue logiche di egemonia – dove il discorso di verità, quando presente, è solo accidentale, essendo subordinato al discorso di potere.

Tra l’altro, è’ stato anche plausibilmente ipotizzato (si veda qui, Wood, Douglas, Hoffman e altri) che lo stereotipo negativo del complottista descrive altrettanto bene, se non meglio, coloro che difendono le versioni ufficiali. Gli individui avversi alle teorie cospirative sarebbero soggetti a un forte pregiudizio di conferma, né più nemmeno dei complottisti: dopotutto il meccanismo per cui le uniche informazioni recepite sono quelle che soddisfano il quadro delle proprie convinzioni è una delle sindromi più diffuse.

La resistenza a esaminare ipotesi alternative dipende dalla nostra predilezione per le confortevoli certezze di un quadro cognitivo ampiamente condiviso (se mai esiste un “effetto gregge“, eccolo); rispetto al quale l’eccessiva dissonanza, sempre destabilizzante, va rifiutata: e non confutandola attraverso la riflessione, anch’essa foriera di destabilizzazione, ma più comodamente dismettendola con il sarcasmo e/o il biasimo dell’etichetta.

Ma se un’ipotesi – per quanto dissonante – è in grado di accampare una propria verosimiglianza (ovvero essere plausibile sotto gli aspetti della fattibilità, del movente e degli obiettivi) allora sarebbe intellettualmente un dovere valutarla con attenzione critica prima di dismetterla.

In questo periodo le accuse di “complottismo” piovono con particolare veemenza sulle varie ipotesi eterodosse che accompagnano la presente epidemia. Se ci atteniamo al criterio della verosimiglianza, mi pare che esse siano abbastanza plausibili dal punto di vista della fattibilità, ma debolissime quanto a movente e obiettivi, ciò che le rende al momento non sostenibili: stando a quanto se ne sa oggi, mi sentirei di affermare con ragionevole tranquillità che l’epidemia è di origine spontanea e che le misure adottate per contrastarla, giuste o sbagliate che le si ritengano, sono state prese in coerenza con la volontà di superarla.

Nondimeno, non possiamo trascurare il fatto che siamo nel pieno di una crisi, e di notevoli proporzioni; e le crisi, siano esse di origini indotte o risultato di eventi non controllabili, hanno tutte l’elemento comune di richiedere misure eccezionali per governare l’emergenza che determinano. Quanto più grave è l’emergenza, tanto più eccezionali sono le misure per governarla; e quanto più l’emergenza incide sulla quotidianità tanto più quelle misure tendono ad affermarsi come nuova norma.

Anche qui gli esempi non mancano:

la legge USA-Patriot-Act, varato dall’amministrazione Bush Jr sulla scia del trauma del settembre 2001 – che “rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, intaccando di conseguenza la privacy dei cittadini” (cfr Wiki) – a distanza di vent’anni è ancora vigente per quattordici delle sedici disposizioni iniziali;

le conseguenze della crisi dei sub-prime del 2008 ha portato a un’enorme redistribuzione della ricchezza a vantaggio della classe sovraordinata, attraverso la deflazione salariale e la demolizione del welfare e dei diritti, che continuerà a incidere sul tenore di vita delle classi subordinate anche per le prossime generazioni.

L’attuale crisi epidemica ha aperto orizzonti di possibilità distopiche fino a poco prima impensabili. Si parla di chip sottocutanei, sistemi di tracciamento permanente, istruzione telematica, patentini sanitari per spostarsi; obbligatorietà del vaccino anti-influenzale per gli ultra sessantacinquenni (Zingaretti, Regione Lazio), anche se inutile per il Covid-19; sono stati sospesi importanti diritti costituzionali con semplici decreti amministrativi (i famosi DPCM) cui è stata attribuita cogenza di legge; si è ammessa la sacrificabilità dei più deboli, accampando la scarsità delle risorse sanitarie, peraltro determinata da scelte politiche.

Quanto alla crisi economica che ne è conseguenza, non occorre essere particolarmente pessimisti per immaginare che essa potrebbe consolidare quel processo di demolizione dei diritti delle classi subordinate iniziato nel 2008 e non ancora concluso.

Overton insegna che nel processo di accettazione di nuove idee, la fase più cruciale è il passaggio dall’impensabile/indicibile al pensabile/dicibile: dal momento in cui se ne inizia a parlare, anche solo per rifiutarle, nella finestra delle possibilità incomincia ad aprirsi uno spiraglio. E quando, come spesso accade, queste idee sono sostenute dai padroni del discorso, difficilmente lo spiraglio tornerà a richiudersi.

Estote parati.

LA FINESTRA DI OVERTON come strumento di manipolazione delle masse ...

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Di millantate vittorie e di sconfitte rimosse

Il fallimento al Consiglio europeo dello scorso 23 aprile in sé ci starebbe pure: dato lo stato di manifesta subordinazione – culturale prima ancora che politica – in cui versano i nostri decisori, non potevamo oggettivamente aspettarci di meglio.

Quello che disturba e preoccupa è il volerlo fare passare per un grandioso successo.
Raccontarsi la disfatta come se fosse una vittoria significa che non ci si prepara a reagire di conseguenza, e dunque che ci si dispone a essere sconfitti anche per le occasioni a venire.

È il modo peggiore di perdere. Ed è disperante la ragionevole certezza che le cose non sarebbero cambiate se al posto dell’attuale compagine al governo ci fosse stata quella attualmente all’opposizione.

È lì – nella narrazione che rifiuta la realtà – che ci sentiamo presi per le terga; ed è lì che si capisce come con questo ceto politico non potremo mai uscirne.
Perché è lì che si capisce che la condizione di sottomissione psicologica non è circostanziale, ma frutto di una consolidata tradizione di ossequio al podestà straniero, grazie alla quale tanti piccoli quisling – alcuni inconsapevoli, altri in piena consapevolezza – hanno trovato l’ideale brodo di coltura dove prosperare.

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Nuove crisi, vecchi strumenti, compradores e quinsling.

Il FMI prevede per quest’anno un crollo del PIL mondiale del -3%.
Fra le economie avanzate, spicca il -7,5% dell’Eurozona, dove Francia e Germania sono intorno al -7% e l’Italia al -9,1%.

In questo scenario da apocalisse bellica, ciò che dovrebbe preoccupare di più non sono tanto i numeri in sé quanto il fatto che la nostra classe politica, in questo ancora appoggiata da buona parte dell’opinione pubblica e senz’altro dalla maggior parte del ceto dirigente (intellettuali, accademici, imprenditori), si appresta ad affrontare questa nuova crisi con gli stessi strumenti cognitivi con cui affrontò la crisi dieci anni fa.

Tali strumenti sono il frutto di un atteggiamento mentale di subordinazione che si esprime a base di sconcezze del tipo:

1) Non possiamo farcela da soli.
2) Non possiamo permetterci di irritare/spaventare la Germania/i mercati.
3) Dobbiamo pretendere la/contare sulla solidarietà europea.
4) Fuori dell’euro, solo cavallette e moria delle vacche.
5) Riformare l’Europa dal di dentro (nelle sue diverse declinazioni: sbattere i pugni sul tavolo – oggi in declino di popolarità; lavorare ai fianchi con una paziente ma tenace opera di diplomazia, quasi vivessimo in un’epoca di ricchezza diffusa dove il fattore tempo non ha rilevanza).
6) Il livello del nostro debito pubblico limita la nostra capacità di spesa.
7) La Banca centrale non può stampare moneta.
8) Lo spread ci massacrerà.
9) Con la liretta non andremmo da nessuna parte.
10) …

Così a seguire. Ognuno può aggiungere alla lista la banalità che meglio crede, tanto ci siamo capiti.

Questi schemi mentali hanno condizionato le politiche degli ultimi dieci anni, le quali, in un decennio, non hanno saputo risolvere una crisi – quella del 2008 – che rispetto alla crisi che incombe ci sembrerà retrospettivamente una passeggiata.

Sono schemi mentali castranti, che impediscono di esaminare seriamente le alternative, le quali pure esistono anche senza ipotizzare necessariamente una traumatica uscita dall’euro (vedere il recente “Piano di salvezza nazionale”, o l’articolo sul FT di un insospettabile come Mario Draghi, o l’appello dei 101 accademici di qualche giorno fa: tutti elementi di riflessione che non hanno avuto nessuna eco e su cui nessuno ha riflettuto).
Sono schemi mentali desolanti, che spingono all’inazione in un contesto in cui sarebbe vitale reagire con la massima rapidità. Un esempio eloquente: fra quando Conte all’ultimo Consiglio europeo pretese una risposta entro dieci giorni, “altrimenti faremo da soli”, e il prossimo Consiglio che verosimilmente non darà alcuna risposta soddisfacente, sarà passato un mese.

Come Paese, siamo evidentemente affetti da un’atavica mancanza di propensione al rischio: preferiamo la familiarità di strade che, per quanto si rivelino ogni volta dei vicoli ciechi, hanno il conforto psicologico di essere già state percorse.
“Non Esistono Scorciatoie” è la versione più recente del vecchio “There Is No Alternative”.

I numerosi compradores del nostro ceto dirigente, coadiuvati dagli altrettanto numerosi quisling del nostro ceto politico (vedi in queste ore l’invereconda fioritura di dichiarazioni a favore dell’utilizzo del MES) contano molto su questa caratteristica.
Sanno benissimo che la mancanza di propensione al rischio è anche la condizione psicologica su cui si basano tutte le strategie che si rifanno al principio della rana bollita.

Loro, in questi dieci anni, lo hanno imparato a meraviglia. Noi no.

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Trovate le differenze.

Il “Piano di Salvezza Nazionale” è un manifesto, sottoscritto da vari economisti e accademici,  dove vengono proposte delle soluzioni di finanziamento perché il nostro Paese si possa dotare di tutti gli strumenti di politica economica necessari in questo frangente,  in autonomia e senza dover dipendere da meccanismi eurocomunitari che preludano a esiti di tipo greco.

Merito del Piano, oltre alla ragionevolezza e plausibilità delle soluzioni, è quello di rivolgersi alla nostra classe politica, anziché fare stucchevole appello a istituzioni extra-nazionali che sono notoriamente “al riparo dal processo elettorale” (cfr Mario Monti), chiamando in causa l’unico soggetto politico a cui solo compete di traghettarci fuori da questa drammatica contingenza, privandolo così di ogni alibi di vincolo esterno.
Il Piano indica un perimetro di azione che dà concretezza alla frase pronunciata da Conte al Consiglio europeo, “altrimenti faremo da soli”: parole apprezzabili a cui però da allora non è seguita la determinazione necessaria.

Invito tutti a leggerlo e se d’accordo sottoscriverlo.

Qui vorrei solo richiamare, per opportuna informazione, uno degli allegati, dove si confrontano i diversi strumenti a disposizione di Francia, Germania, e Italia.
Le significative differenze a nostro sfavore sono il risultato delle scelte operate nel corso degli ultimi trent’anni dagli innumerevoli, solerti Quisling che hanno calcato la scena pubblica italiana, chi con responsabilità di governo (i politici), chi con responsabilità di informazione (i giornalisti) e chi con responsabilità di formazione (gli accademici).

§

Francia

La CDP francese (Caisse Dépots et Consignations, CDC) è un’azienda pubblica a statuto speciale (établissement public à caractère spécial), che gode dell’immunità rispetto alle leggi sulle liquidazioni e i fallimenti (legge 25 gennaio 1985) ed è per legge sempre solvibile: una banca di interesse pubblico che segue le direttive politiche, garantita dallo Stato, che la governa attraverso il suo Consiglio di Sorveglianza dove siedono tutti membri provenienti dalle Camere, dal Consiglio di Stato, dalla Corte dei Conti, dal Governatore della BCF, dal DG Tesoro e da tre personalità nominate dai presidenti di Camera e Senato.

La CDC, a sua volta controlla una banca pubblica di investimenti, la Bpi-France detenuta per l’altro 50% dallo Stato, che gode di uno statuto speciale, l’EPIC, (établissement public à caractère industriel et commercial) anch’esso garantito dallo Stato contro le normali regole di liquidazione e fallimento.  Essa, non avendo la licenza bancaria, è più  una compagnia finanziaria di investimento.

Dal 2004 in Francia è stata rifondata l’Agenzia nazionale delle Partecipazioni statali, l’APE, anch’essa a statuto speciale, regolarmente utilizzata per salvare aziende in difficoltà (in barba alle normative Aiuti di Stato della Commissione europea). [Se il vostro pensiero corre immediatamente al nostro IRI, liquidato negli anni ‘90 da tale Prodi Romani, non è per caso].

Infine, il Gruppo Postale francese, non quotato in Borsa, è controllato al 26% da CDC e al 73% dallo Stato francese: è completamente pubblico anche se,  in mezzo a mille polemiche, il gruppo è stato trasformato nel 2010 in SpA.

Germania

La KfW, Kreditanstalt fur Wiederaufbau (Istituto di Credito per la ricostruzione), è una banca pubblica definita “financial corporation” (società finanziaria), presieduta dal Cancelliere tedesco e controllata per l’80% dallo Stato centrale e per il 20% dai Lander. Ha dichiarato che emetterà 1100 miliardi di crediti sia attraverso le garanzie dello Stato sia attraverso la raccolta, indipendentemente dall’UE.

Come ogni altra istituzione finanziaria pubblica in Europa, può ricorrere alle erogazioni della BCE (art. 123 TFUE, 2° comma) a tassi molto agevolati, ed emettere obbligazioni sul mercato.

Inoltre il debito della KfW non si consolida con quello della Germania.

(La Germania utilizza un sistema di contabilità nazionale proprio, non avendo mai aderito completamente al sistema di contabilità europeo. Nel suo debito pubblico, per esempio,  non contabilizza ad esempio né quello della KfW,  né quello dei Lander né quello del sistema previdenziale).

Lo stato tedesco, sia attraverso il governo centrale che attraverso i lander, ha inoltre cospicue partecipazioni strategiche a livello sia  finanziario che industriale.

Italia

L’unica banca completamente controllata dal MEF, sia pur attraverso una società esterna al Tesoro (Invitalia SpA), è Medio Credito Centrale (MCC) che però contrariamente a una banca come Bpi-France  è una Società per Azioni, per di più poco patrimonializzata.

CDP, Cassa depositi e Prestiti, è in realtà come KWF una compagnia finanziaria che dovrebbe svolgere un ruolo per gli investimenti infrastrutturali, ed è partecipata dalle Fondazioni bancarie (16%) con azioni privilegiate; per il resto dal MEF (83%) e da azioni proprie (1%).

Gruppo Poste Italiane infine è una SpA quotata in Borsa.

L’IRI, l’eccellenza italiana invidiata nel mondo, ha chiuso dopo una campagna internazionale e italiana denigratoria, nel 2004, proprio l’anno in cui in Francia creavano la loro agenzia nazionale di partecipazioni statali (APE).

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Se non ora, mai.

Continuo a pensare che accademici ed economisti, invece di seguire a trastullarsi con improbabili appelli all’Europa per l’adozione di politiche che arriveranno troppo tardi o non arriveranno mai, meglio farebbero a incalzare governo e partiti con circostanziate proposte di autofinanziamento che soddisfino l’urgenza del momento, prescindendo dalle pastoie comunitarie e anzi evitandone le trappole (vedi il MES).

Le possibili ipotesi in campo sono molteplici: si parla di CCF, di Mini Bot, di Note di Stato, di mobilizzazione del risparmio con l’emissione di titoli sottoscrivibili solo da risparmiatori italiani: sicuramente ne esistono altre ancora.

Le competenze e gli strumenti per realizzarle esistono.

Inoltre, gli ultimi eventi, che hanno dimostrato urbi et orbi la fatuità della narrazione europeista (ormai sostenuta solo dagli ultimi quisling di casa nostra), e che danno la chiara misura del disastro incombente, hanno creato una diffusa consapevolezza nel Paese, tale da assicurare un largo appoggio popolare.

Una condizione ideale, come non si era mai data in precedenza.

Resta da mobilitare la volontà politica.

La Germania, in piena autonomia, adotta misure tanto più straordinarie quanto del tutto estranee alla cultura economica di quel paese: centinaia di miliardi, creazione di un fondo per la nazionalizzazione eventuale delle aziende considerate strategiche. A dimostrazione che i tempi richiedono tanto pragmatismo e pochissima ideologia.
D’altra parte, in Europa essa continua ad opporsi a misure che lascino anche solo affiorare una parvenza di concreta solidarietà e cooperazione: a dimostrazione che non è affatto nelle corde della nazione egemone cedere alcun vantaggio competitivo.

È tempo dunque che la classe politica italiana si assuma le responsabilità che le appartengono.

Ed è tempo dunque che le migliori intelligenze di questo paese alzino pubblicamente la voce per incalzarla senza tregua, smettendo di auspicare soluzioni comunitarie con l’unico risultato oggettivo di fornirle un alibi per l’inazione e la sudditanza.

Ce lo chiede, per una volta, non l’Europa ma l’Italia.

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La commare secca

“Siamo tutti italiani” (Von der Leyen)
“Sono cazzi vostri”  (Lagarde)

Il candidato indichi quale delle le due espressioni, a suo avviso, è più coerente con la reale sostanza dei rapporti eurocomunitari.

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Di seguito un post di Pino Cabras sulla sua pagina FB, a proposito della recente, improvvida esternazione della neo-presidente della Banca centrale europea:

L’ATTACCO ALLO STATO AI TEMPI DEL COVID

La Commare Secca non è nuova ad aprire la bocca e mostrare settecento denti ai giornalisti nel momento più difficile di un paese in crisi per aggravarne subito la situazione.
Lo fece anche il 27 gennaio 2015 in un’intervista a Le Monde e la Repubblica, chiudendo ogni porta alla Grecia, quella volta da direttrice del Fondo Monetario Internazionale. Contribuì, assieme a classi dirigenti europee ottuse, disumane e predatrici, ad aggravare la condizione del popolo greco fino a imporgli in pochi mesi un massacro sociale e una svendita di attività strategiche con effetti disastrosi sulla sovranità ellenica e sulla vita quotidiana di milioni di persone.

[Nota mia: In quell’occasione affermò che la preoccupavano più i bimbi africani che quelli greci, i quali per le loro privazioni non avevano che da chiedere conto ai loro genitori, colpevoli di evasione fiscale].

I denti della Commare Secca sono gli stessi anche in un infausto 12 marzo 2020, ora che ricopre (credo ancora per pochi giorni) la carica di presidente della Banca Centrale Europea.
Nel bel mezzo di una epidemia con tassi di crescita esponenziali, mentre la Repubblica italiana blocca tutto in un modo senza precedenti in Occidente per evitare il crollo del sistema sanitario (un asset strategico primario) e scongiurare un’ecatombe catastrofica, in mezzo all’«ora più buia» dell’Italia, la Commare Secca sceglie di pronunciare una frase che espone la gola di un paese intero come quella di un agnello nel macello della finanza speculativa.
Mi pare abbastanza oggettivo che la Commare Secca abbia insidiato a freddo diversi beni costituzionali di precipuo rilievo: dalla salute pubblica al risparmio, dalle condizioni primarie dell’ordine pubblico, ai mezzi che possono essere usati dagli organi dello Stato per la propria continuità operativa.

La Commare Secca la prima volta non fu punita. Ma questo non significa che questa volta per lei non si debba considerare il contesto oggettivamente criminale in cui è maturata la sua prima grande esternazione da capo della banca centrale, fino ad avere lo stesso effetto di un attentato contro la Costituzione del nostro Stato.
Un contesto come questo può creare l’obbligatorietà dell’azione penale, anche se il reato dovesse provenire da un organo protetto da mille cavilli che dovrebbero cadere di fronte a una ragione superiore?
C’è qualche magistrato interessato a scoprirlo?
Non parlo solo di indagare su chi ha guadagnato grazie alle parole uscite da quei settecento denti, ma chiedo di più: chiedo di indagare sul danno costituzionale diretto a carico dello Stato italiano, sull’intento ostile di peggiorarne la sua vulnerabilità nel momento più difficile.

Tutti abbiamo assistito a un fatto diretto a mutare in modo materiale la Costituzione dello Stato o la forma del governo, con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale dello Stato. Per costituzione non intendo solo la carta costituzionale in senso stretto, ma tutte quelle norme che statuiscono il modo in cui si esercita la sovranità attraverso i vari organi dello Stato, nonché l’insieme dei diritti e interessi che sono riconosciuti e tutelati dalla sovranità nei singoli cittadini.

Sto dicendo che nel momento in cui l’epidemia del COVID 19 ha gli stessi effetti dirompenti di una guerra mondiale, un atto cinico e irresponsabile come quello che proviene dall’apice della BCE va trattato e combattuto come un atto ostile contro lo Stato, come un atto di guerra. I pigolii del ministro Gualtieri che si attende pietà da chi ci ha già pugnalato non servono a nulla.

Il Capo dello Stato Mattarella si è pronunciato in modi infinitamente più felpati dei miei, ma mi pare una presa di posizione senza precedenti, per uno statista che ha sempre professato un europeismo molto ortodosso: «In un momento difficile l’Italia attende solidarietà, non ostacoli».
Ecco, l’avv. Christine Madeleine Odette Lagarde è un ostacolo ben noto. Il problema naturalmente non è solo la sua persona, ma un’istituzione che sceglie da anni il lato oscuro della Storia e ora può essere travolta in pochi giorni dalla Storia stessa in uno dei suoi passaggi catastrofici. O pensate che la crisi del coronavirus sia ordinaria amministrazione e placidi calcoli berlinesi?
Se la BCE continua a essere un problema e non la soluzione, ne sarà travolta. Deve cambiare tutto, deve essere assicurato ogni mezzo affinché lo Stato italiano possa essere la risorsa per salvare un intero popolo.

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Zeitgeist

Stamattina due cose in particolare mi hanno dato l’esatta percezione di quello che è lo spirito del tempo del nostro deplorevole presente:

– La notizia che che il Governo, al posto della revoca della concessione ad Autostrade, valuterebbe l’opzione di una “maximulta” e riduzione dei pedaggi.

– La prima pagina del giornale DAS BILD che titola, con evidente riferimento alla conferenza stampa di Trump: “KEIN KRIEG, Danke Mr President!” (che anche con i miei brandelli di tedesco riesco a tradurre in “NIENTE GUERRA, grazie sig. Presidente!” ).

Nel primo caso la conferma che nella cultura neoliberista tutto è reificabile, ovvero che per tutto esiste un potenziale prezzo di mercato.

Nel secondo, che l’asimmetria di potenza comporta l’asservimento non solo fisico ma anche e soprattutto cognitivo.

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La leggenda

Risultati immagini per natale

In quel tempo il Grande Imperatore mandò che si facesse un censimento generale. I suoi legati si recarono presso ogni governatore di provincia, a raccogliere i più minuziosi ragguagli sulla stato del Regno, che una commissione di saggi, poi, si incaricò di sistemare e compendiare.

Grande fu l’afflizione dell’Imperatore quando apprese che tanta parte dei suoi sudditi era precipitata nell’indigenza, e che una parte anche maggiore lottava ogni giorno per non cadervi; grande il suo dolore  quando lesse della disoccupazione, della sotto-occupazione, del lavoro precario e a cottimo che come pestifere piaghe infestavano ogni angolo il suo impero; che le fabbriche chiudevano e i ponti crollavano; che colline e fiumi franavano e straripavano sotto piogge inclementi.

“Gli dei mi puniranno per aver permesso tutto ciò – piangeva; ci saranno crudeli rivolte, i miei nemici sobilleranno il popolo che vorrà vedermi giustiziato insieme alla corte tutta.”

Così si doleva il Grande Imperatore, coperto il capo di cenere, e le volte delle mille stanze del palazzo echeggiavano dei suoi gemiti,  con grande costernazione e terrore di fàmuli e funzionari.

Ma poi, d’improvviso, ecco il cordoglio tramutarsi in gioia, ed il pianto in risata incontenibile.
Il Grande Imperatore aveva letto la conclusione del rapporto, dove si riferiva che a scendere in piazza era un popolo che pretendeva una maggior buona educazione, la fine della violenza verbale, e che si sancisse per legge l’introduzione dell’asterisco in sostituzione della vocale in fine di parola, affinché ogni retaggio grammaticale in pregiudizio dei diritti Qwerty venisse finalmente eliminato.

La leggenda narra che il Grande Imperatore diede precisi ordini perché manifestazioni siffatte non venissero mai ostacolate, anzi fossero esaltate e incoraggiate dalle autorità. Si dice inoltre che quello fu un Natale fra i più lieti e sereni della sua lunga vita.

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Di scioperi, comunicazione e professori.

Dopo 13 giorni di sciopero duro, con blocco dei trasporti e code complessive per centinaia di chilometri, e dopo un anno di Gilets Jaunes,  l’informazione nostrana deve riconoscere a malincuore che  l’opinione pubblica francese, in maggioranza,  continua a essere solidale con le proteste,  anche se poi i nostri corrispondenti si interrogano pensosamente su quanto ancora tale solidarietà potrà tenere.

Il giornale La Stampa invece se ne esce con un titolo che direi abbastanza ignobile: “Francia: così le proteste fanno emergere il lato bestiale delle persone” (vedi qui), originariamente uscito nella versione interrogativa “Perché le proteste in Francia stanno trasformando le persone in bestie?”, poi rettificata forse perché ritenuta meno politicamente corretta.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio all'aperto

Ma a proposito di scioperi a oltranza, è interessante ricordare oggi una dichiarazione di qualche tempo fa dell’ineffabile professor Monti in una delle sue tante apparizioni televisive:

“Devo dire, visto che oggi ci sono manifestazioni sindacali, che in quel gelido dicembre 2011 – quando abbiamo dovuto presentare per decreto legge la riforma delle pensioni […] – l’abbiamo presentata – più che discussa – con i leader delle organizzazioni sindacali; che poi non hanno colto quello per fare una specie di rivolta sociale. Ci sono state qualche settimana dopo due ore simboliche di sciopero, ma non c’è nessun paese in cui una riforma così forte delle pensioni sia stata adottata così semplicemente dal punto di vista politico”. (Vedere qui).

Le parole del professore Monti , a cui va riconosciuto il merito di dire spesso (se per onestà intellettuale, inconsapevolezza o tracotanza non saprei) cose che altri tacerebbero, mettono in risalto l’abissale differenza fra la combattività dei sindacati e dei lavoratori francesi – degna di epoche a noi ormai culturalmente remote – e la straordinaria remissività di quelli italiani.

Secondo la memoria selettiva di alcuni, in quella circostanza i sindacati fecero responsabilmente il massimo che si poteva fare, data la prossimità del fantomatico “baratro”.
Non solo: si sarebbero poi ulteriormente contraddistinti per senso di responsabilità qualche anno dopo, accettando pacificamente la riforma della sinistra che smantellava lo Statuto dei lavoratori, abolendo in particolare  l’articolo 18.

Fra qualche decennio gli storici avranno un bell’interrogarsi sulle cause che hanno trasformato quello italiano da uno dei movimenti operai più combattivi a uno dei più arrendevoli, e la lotta sociale in uno stucchevole siparietto di buoni sentimenti dove irenismo e buona educazione diventano le rivendicazioni più pregnanti..

Io me lo chiedo da anni, senza riuscire a venirne a capo.

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Credits: devo i link ai commenti a un post di Paolo Desogus sulla sua pagina FB.

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Sussidiarietà e redistribuzione

Alla voce “Sussidiarietà” la Treccani scrive: “In generale, il principio di sussidiarietà attiene ai rapporti tra i diversi livelli territoriali di potere e comporta che, da un lato, lo svolgimento di funzioni pubbliche debba essere svolto al livello più vicino ai cittadini e, dall’altro, che tali funzioni vengano attratte dal livello territorialmente superiore solo laddove questo sia in grado di svolgerle meglio di quello di livello inferiore”.

La Treccani osserva che tale principio, di ispirazione eurocomunitaria, non era stato basilare del nostro ordinamento fino alla 2001. “Anzi, secondo alcuni studiosi il modello pluralista accolto nella Costituzione italiana sarebbe scarsamente compatibile con il principio di sussidiarietà, in ragione del diverso grado di strutturazione del potere statale e di quelli degli altri enti territoriali previsto dal modello regionale rispetto a quello federale”.

La riforma del titolo V, nel 2001, ha costituzionalizzato tale principio, laddove è scritto (art 118 1c) che “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza“.
Nell’ultimo capoverso dello stesso articolo si spinge ad affermare che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Sono in molti a sostenere che il 4 comma dell’articolo 118 implichi che i pubblici poteri, per assicurare servizi di interesse generale, possono intervenire solo se i privati, singoli o associati, si dimostrano incapaci o impossibilitati ad assicurarli autonomamente.

Sarebbe questa la ratio per cui certe lucrose attività sono state date in mano ai privati, nonostante la loro conclamata natura di monopoli naturali.

Il principio di sussidiarietà, dunque, comporta che le attività più lucrative siano lasciate al settore privato, mentre per quelle che hanno ritorno nullo o negativo (il più delle volte perché la platea degli utenti e/o la morfologia dei territori sono tali da non valere l’investimento) vengono lasciate allo Stato, ovvero a carico della comunità. Questo perché la principale ragione, se non l’unica, che impedisce al privato di assicurare lo svolgimento di un’attività è quella di mercato: l’impossibilità di ricavarvi utili soddisfacenti.

In pratica il principio di sussidiarietà è un concetto che legittima il meccanismo di privatizzazione degli utili e di socializzazione delle perdite.
Con la modifica costituzionale del 2001 il legislatore ha provveduto a sancire costituzionalmente tale principio, in ossequio alle prescrizioni eurocomunitarie e all’orientamento ideologico del pensiero economico vigente, quello neoliberista.

Nota a margine: la legge di modifica fu approvata da un governo di centro-sinistra poco prima che scadesse la XIII legislatura, a maggioranza non qualificata, e successivamente confermata in via referendaria sotto un governo di centro-destra.

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