TTIP: la dirittura d’arrivo.

Le trattative per il TTIP, l’accordo di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti fortemente voluto da Obama, stanno ormai per concludersi. Gli obiettivi dichiarati sono lodevoli: promuovere gli scambi e gli investimenti tra i paesi aderenti, per stimolare l’innovazione, la crescita economica e lo sviluppo, e per sostenere la creazione e il mantenimento di posti di lavoro. Esattamente gli stessi perseguiti dal trattato omologo dell’altro oceano, il TPP, chiuso nell’ottobre del 2015 dopo dieci anni di negoziati, e ora all’esame dei parlamenti dei singoli stati per la ratifica.

Il TTIP è in fase negoziale da soli tre anni. Negli anni ’90 c’era già stato un tentativo di introdurre fra i paesi OCSE delle deregolamentazioni che limitassero la sovranità degli stati a vantaggio degli investitori (MAI, Multilateral Agreement on Investment), ma era abortito nel 1998 a causa delle forti resistenza dell’opinione pubblica, sensibilizzata grazie a Internet – di cui per la prima volta si erano scoperte le potenzialità non solo di informazione ma anche di mobilitazione.

Bisogna però tenere presente che a quell’epoca i popoli erano più reattivi, perché ancora non avevamo subito il trattamento di shock economy che ci viene sapientemente inflitto dal 2008. Oggi siamo tutti molto più arrendevoli; condizionati a una mansuetudine ovina accettiamo con rassegnazione, quando non con riconoscenza, il doloroso ma salvifico percorso di redenzione che ci viene indicato.

Allo stesso tempo, e di conseguenza, oggi i nostri decisori sono molto meno preoccupati di dover rispondere politicamente delle loro azioni: un conto è avere a che fare con cittadini consapevoli, un altro è gestire inconsapevoli sudditi.

Non è per caso se questa volta, a differenza del MAI nel 1998,  il negoziato si concluderà felicemente.

TTIP e TPP formeranno così un colosso economico con epicentro gli USA, in grado di imporre le proprie le regole al resto del mondo. Alain Benoist li definisce una NATO economica a governance americana, che toglierà alle altre nazioni il controllo dei loro scambi commerciali a favore di multinazionali la cui unica responsabilità è quella verso i potentati finanziari che le controllano. Un parallelo non peregrino, dal momento che insieme essi costituiscono anche una cintura di contenimento economico delle due potenze escluse, Russia e Cina, in conformità alla visione unipolare dell’ordine mondiale che la “missione manifesta” americana impone.

I termini del Trattato Transatlantico sono stati elaborati in segretezza, sia sul versante americano che su quello europeo. La strategia iniziale, seconda una prassi di neo-demokràtia ormai consolidata, era di procedere nel modo più sommesso possibile fino a che i lavori fossero arrivati al punto di non-ritorno, cioè alle ratifiche parlamentari, senza alcun previo dibattito nell’opinione pubblica o nei parlamenti. Peraltro, chi avrebbe da obiettare ad accordi illuminati che mirano alla promozione degli scambi e degli investimenti fra i paesi, all’innovazione, alla crescita economica e alla creazione e mantenimento dei posti di lavoro ?

Questa strategia ha dovuto essere rivista a partire da un paio di anni fa, a causa della fuga di alcune allarmanti notizie, prima in rete, e poi su alcuni organi del circuito mediatico ufficiale (dove però la questione non ha mai fatto oggetto di vera attenzione). All’inizio dell’anno scorso la Commissione Europea ha cominciato a pubblicare sul suo sito comunicati che sanno più di propaganda che di informazione, e lanciato nello stesso tempo apologetici spot televisivi molto convincenti, specie per chi ne sentiva parlare per la prima volta, cioè la maggioranza delle persone.

Secondo la rappresentazione della Commissione Europea, obiettivo dell’accordo è la rimozione dei dazi sulle merci e le restrizioni in materia di servizi, per consentire una maggiore accessibilità ai mercati e una maggiore facilità degli investimenti. Le regole che finora hanno bene o male garantito il consumatore europeo non verrebbero sostanzialmente alterate ma tutti beneficeremmo dei vantaggi che inevitabilmente produce la libera concorrenza in termini di prezzi, qualità e scelta dei consumi, occupazione e benessere generale.

Le cose non stanno esattamente così.
Come è stato già osservato, le tariffe sono ormai a un livello minimo e non costituiscono alcun ostacolo significativo all’interscambio commerciale fra le due aree. I veri obiettivi possono essere riassunti in due punti:

a) abolizione delle barriere “non tariffarie”, cioè quei vincoli e norme di carattere tecnico, giuridico, commerciale e politico a tutela di produttori,  lavoratori e  consumatori nazionali;

b) adozione di misure a salvaguardia delle multinazionali, alle quali viene conferita la facoltà di contestare per via legale qualunque iniziativa politica uno stato voglia assumere (si tratti di materia ambientale, sanitaria, sociale o altro)  ove ritenessero lese le loro aspettative di profitto. È la famigerata clausola  ISSD – Investor State Settlement Dispute: in pratica una drastica riduzione di sovranità a loro favore.

Ne ho scritto a più riprese, e per chi avesse voglia e tempo di approfondire rimando in particolare a questo articolo.

Chi non volesse entrare nei dettagli, invece, può dare un’occhiata al disegnino che segue; dovrebbe bastare per capire l’orientamento generale dell’accordo e indovinare chi ne è il principale beneficiario. Vi si spiega graficamente che la Commissione europea, su 597 riunioni a porta chiusa con le parti interessate, 525 (88%) sono avvenute con i vari gruppi lobbistici delle multinazionali e solo 54 (9%) con rappresentanti di interesse pubblico (il restante 3% sono incontri con gruppi parlamentari).

1 - ttip-lobby-imbalanceFonte: Corporate European Observatory, 14 luglio 2015.

Volendo si può anche ascoltare lo spezzone di tre minuti dedicati all’argomento da  Joseph Stiglitz, durante il suo intervento nella Sala Regina di Montecitorio:

Sulla democraticità dell’intero processo Cecilia Malmstroem,  Commissario europeo per il commercio – quindi colei che presiede alle trattative per parte europea – è stata adamantina.
Intervistata  dal giornalista John Hilary, alla domanda come si conciliava il suo entusiasta appoggio all’accordo con le massicce manifestazioni contrarie che si sono avute in tutta l’Europa nel corso del 2015, ha risposto che non era dal popolo europeo che aveva ricevuto il suo mandato: “I do not take my mandate from the European people“. Un modo brutale ma sincero per dire che non ha alcuna responsabilità politica nei confronti del popolo europeo (tanto lei quanto ogni altro membro della Commissione, peraltro: la Commissione, nonostante sia l’organo esecutivo della UE, è “al riparo dal processo elettorale”).

Il successivo suo tentativo di ridimensionare la dichiarazione ha finito per darne sostanziale conferma.

L’intervista cadeva nella stessa settimana (10 -17 ottobre 2015) nella quale erano state indette centinaia di manifestazioni in tutte le principali città europee (decine in Italia), con Berlino – fulcro dell’iniziativa – che aveva visto sfilare 250.000 persone.

slide_457140_6149844_compressedFonte: Huffington Post.it

Non mi risulta che stampa e TV italiane abbiano dato all’evento un rilievo adeguato: in Italia, molto più che altrove, i media ufficiali hanno sempre trattato l’argomento TTIP con la stessa scrupolosa riservatezza adottata dai negoziatori, e i risultati ahimè si vedono.

La petizione contro l’accordo, lanciata da Stop-TTIP, ha ricevuto quasi 3,4 milioni di adesioni in tutta Europa. Ho cliccato sulla mappa interattiva del sito per sapere in che misura abbiamo contribuito noi italiani, e risulta che le nostre adesioni sono state 78.234, il 2,3% del totale. Un po’ pochino, considerato che la nostra popolazione rappresenta il 12% dell’Unione.

Firmato l’accordo, la battaglia si sposterà nei parlamenti dei singoli Stati. Ma se i nostri parlamentari non sentiranno la pressione di un’opinione pubblica determinata e consapevole, è prevedibile che lo ratificheranno con la stessa bovina indifferenza di cui hanno già dato prova in passato, approvando a cuor leggero riforme e leggi della cui portata letale sembra che ancora oggi non si siano resi conto.

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John Pilger e il giorno del ringraziamento australiano

John Pilger (1939) è un giornalista e documentarista australiano noto per il suo impegno civile. Fra i suoi ultimi lavori, il documentario Utopia denuncia le condizioni di discriminazione e miseria degli aborigeni australiani e l’omertoso silenzio dietro cui il suo paese le rimuove.
In occasione della Giornata dell’Australia, che si celebra ogni anno il 26 gennaio, scrive un articolo non esattamente celebrativo:

§

Austriani 1

Il 26 gennaio in Australia si celebra uno dei più tristi giorni nella storia dell’umanità.
È “un giorno per le famiglie”, dice il magnate dell’editoria Rupert Murdoch. Vengono distribuite bandiere nelle strade, si indossano buffi cappelli. La gente manifesta il proprio orgoglio di comunità, la propria gratitudine.
Nel corso della mia vita, l’Australia non autoctona è cambiata: da società in prevalenza anglo-irlandese si è trasformata in una delle società più etnicamente differenziate al mondo. Molti di coloro che chiamavamo “Nuovi australiani” scelgono spesso il 26 gennaio, la Giornata dell’Australia, per giurare come cittadini, in cerimonie spesso commoventi.

Era l’alba di un 26 gennaio quando, tanti anni fa, mi trovai con altri australiani, nativi e no, a gettare ghirlande nel porto di Sydney. Eravamo scesi fino a una di quelle perfette calette sabbiose dove altri, come sagome impietrite, avevano guardato le navi britanniche calarvi l’ancora il 26 gennaio 1788: il momento in cui l’isola-continente fu tolta ai suoi abitanti. L’eufemismo usato fu “insediamento”. Henry Reynolds, uno dei pochi storici australiani a cui va riconosciuta onestà intellettuale, scrive che si è trattato di uno dei più grandi furti della storia: il massacro che ne seguì lo definisce come “un sussurro nei nostri cuori”.

Gli aborigeni australiani, fra le presenze umane di oggi, costituiscono la comunità più antica.  Per gli invasori europei essi non esistevano, perché il loro continente era stato dichiarato terra nullius,  una terra deserta. Per supportare questa finzione giuridica furono ordinati omicidi di massa. Nel 1838, il Sydney Monitor scriveva: “In questa zona è stato deciso di sterminare l’intera razza dei neri”. Si riferiva ai Darug, un popolo che viveva lungo le rive del grande fiume Hawkesbury non lontano da Sydney. Con una considerevole ingenuità, senza armi da fuoco, essi combatterono un’epica resistenza che è rimasta quasi un segreto nazionale. In una terra disseminata di cenotafi che ricordano i coloni morti, per la maggior parte in guerre imperialiste, non ne esiste uno in memoria di quei guerrieri che lottarono e caddero in difesa dell’Australia.

È una verità che non trova posto nelle coscienze degli australiani. Fra le nazioni nate a spese delle popolazioni indigene, l’Australia continua a rifiutare di confrontarsi con la vergogna del suo passato coloniale.
Un film di Hollywood, Soldato Blu, nel 1970 aveva invertito gli stereotipi razziali e dato agli americani una visione del genocidio perpetrato durante la mitica saga del loro “insediamento”. A distanza di quasi mezzo secolo si può dire che nessun film equivalente sarà mai prodotto in Australia.
Nel 2014, quando il mio film Utopia, che racconta il genocidio australiano, fu visionato da un distributore locale, sono stato avvertito: “Non c’è modo di distribuirlo. Il pubblico non lo accetterebbe”.
In parte sbagliava. All’uscita di Utopia  a Sydney, qualche giorno prima del 26 gennaio, in un’area all’aperto nel quartiere chiamato The Block, vennero più di 4.000 persone, in maggioranza non-indigene. Molte avevano viaggiato attraverso il continente. I capi indigeni che erano apparsi nel documentario si alzarono in piedi davanti alla schermo e parlarono nella loro lingua. Niente di simile era mai accaduto prima. Eppure, non c’erano giornalisti. Per l’opinione pubblica, l’evento era come non fosse mai accaduto.Murale aborigeno
L’Australia è una murdochrazia, dominata dalla filosofia di vita di un uomo che ha scambiato la propria nazionalità per la rete televisiva americana della  FOX.

Adam Goodes, la stella indigena del rugby australiano,  scrisse al Sydney Morning Herald chiedendo di “rompere il silenzio”. “Immaginate di vedere un film che dica la verità sulle terribile ingiustizie commesse contro il nostro popolo, un film che riveli come gli europei, e i governi che hanno guidato il nostro paese, hanno stuprato, ucciso e derubato il nostro popolo per il loro tornaconto. Ora immaginate come ci si sente quando la gente che ha in gran parte beneficiato di quegli stupri, quegli omicidi e quelle rapine – la gente in nome della quale tutto ciò è stato perpetrato – gira la faccia disgustata quando qualcuno cerca di farglielo vedere“.

Goodes aveva rotto il suo silenzio quando denunciò le prevaricazioni razziste verso di lui e verso altri atleti indigeni. Quest’uomo dotato e coraggioso si è ritirato dallo sport l’anno scorso, lasciando “la nazione sportiva divisa sul suo conto”, come scrisse compiaciuto un commentatore. In Australia è considerato rispettabile essere “divisi” nell’opposizione al razzismo.

Nel Giorno dell’Australia 2016 – che i nativi preferiscono chiamare Giorno dell’Invasione, o Giorno della Sopravvivenza – non ci sarà alcun riconoscimento del fatto che  l’unicità dell’Australia sta nel suo primo popolo, o che la mentalità coloniale è così radicata che non provoca alcun disagio. Una mentalità che si esprime in vari modi, dal servilismo con cui la politica segue la rapacità degli Stati Uniti al disprezzo per gli indigeni, che è analogo a quello nei confronti dei kaffir in Sud Africa.

L’apatheid scorre lungo tutta la società australiana. A pochi minuti di volo da Sydney, le aspettative di vita della popolazione indigena sono fra le più basse. Gli uomini muoiono prima dei 45 anni. Muoiono di malattie dickensiane, come la cardiopatia reumatica; i bambini diventano ciechi per il tracoma e sordi per l’otite, malattie della povertà. Un medico mi confessò: “Volevo somministrare a una paziente un anti-infiammatorio per un’infiammazione che avrebbe potuto essere evitata in migliori condizioni di vita, ma non ho potuto perché non aveva abbastanza di che nutrirsi e non avrebbe potuto prendere le pillole. Qualche volta mi sembra di avere a che fare con condizioni analoghe a quelle dei lavoratori inglesi all’inizio della rivoluzione industriale”.

Il razzismo che permette questo in una delle più privilegiate società della terra ha radici profonde. Negli anni venti del secolo scorso, un “Protettore di Aborigeni” supervisionava il furto di bambini meticci con il pretesto di “preservare il colore”. Oggi numerosi bambini indigeni vengono allontanati dalle loro famiglie, e molti sicuramente non le rivedranno più.

Manigestazione GMAR

L’11 febbraio prossimo l’associazione GMAR, Grandmothers Against Removals (Nonne Contro gli Allontanamenti), guiderà una marcia sul Parlamento federale di Canberra per chiedere il ritorno dei bambini rapiti.

GranmotherAgainstRemovals

L’Australia suscita l’invidia dei governi europei, ora che si rinchiudono nei loro confini e compaiono tendenze fasciste come in Ungheria. I rifugiati che si azzardano a fare rotta verso l’Australia su barconi sovraccarichi sono trattati come criminali, al pari dei “contrabbandieri” la cui fama amplificata viene usata dai media australiani per distrarre dall’immoralità e criminalità del governo. I rifugiati sono confinati dietro fili spinati, mediamente per più di  un anno, alcuni indefinitamente, in condizioni barbariche che hanno portato ad auto-mutilazioni, omicidi, suicidi, disordini psichici. I bambini non ne sono risparmiati. Un sinistro Gulag australiano, condotto da aziende di sicurezza private, che include campi di concentramento sulle remote isole del Pacifico di Manus e Nauru. Lì i rifugiati spesso non hanno idea se e quando saranno liberati.

L’esercito australiano – la cui leggendaria temerarietà è oggetto di acritici libri apologetici che riempono gli scaffali delle edicole aeroportuali – ha un ruolo importante nelle operazioni di respingimento dei rifugiati, in fuga da guerre come quella che gli americani e i loro mercenari australiani hanno condotto in Iraq.

Nessuno sembra notare l’ironia di queste azioni così poco coraggiose, per non parlare delle responsabilità.

Nella Giornata dell’Australia viene proclamato “l’orgoglio dei servizi”, nei quali è incluso il Dipartimento australiano di immigrazione, che costringe gli immigrati nel suo Gulag per processarli lontano dalle proprie coste, spesso in modo arbitrario, lasciandoli a marcire nel dolore e nella disperazione.
La scorsa settimana è stato annunciato che il Dipartimento ha speso 400.000 dollari in medaglie da assegnare ai propri funzionari. Issate le bandiere.

 

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Nobel preventivi

Bushbama

Well, so is all the rhetoric you hear about our enemies getting stronger and America getting weaker. Let me tell you something. The United States of America is the most powerful nation on Earth. Period. (Applause.) Period. It’s not even close. It’s not even close. (Applause.) It’s not even close. We spend more on our military than the next eight nations combined. Our troops are the finest fighting force in the history of the world. (Applause.) No nation attacks us directly, or our allies, because they know that’s the path to ruin. Surveys show our standing around the world is higher than when I was elected to this office, and when it comes to every important international issue, people of the world do not look to Beijing or Moscow to lead — they call us. (Applause.)

Bene, per quanto riguarda tutti i discorsi retorici che sentite sul fatto che i nostri nemici stanno diventando più forti e l’America più debole, lasciate che vi dica qualcosa. Gli Stati Uniti d’America sono la nazione più potente del mondo, punto  [applausi]. Punto. Nessuno gli è minimamente vicino [applausi]. Nessuno gli è minimamente vicino. Spendiamo più noi per il nostro esercito che i primi otto paesi che ci seguono messi insieme. Le nostre truppe sono la migliore forza di combattimento nella storia mondiale [applausi]. Nessuna nazione ci attaccherebbe direttamente , o attaccherebbe i nostri alleati, perché sanno che è la strada che li porterebbe alla rovina. Le indagini dimostrano che la nostra posizione nel mondo è più forte di quando sono stato eletto, e quando si tratta di importanti questioni internazionali le persone nel mondo non chiedono di essere guidate da Pechino o da Mosca, ma da noi [applausi].

Qui il testo completo del discorso di Obama sullo stato dell’Unione , l’ultimo della sua presidenza.

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Distratti maestri II: il “non detto” palesato e le mie scuse a Zagrebelsky

Zagrebelsky

Nel post “Distratti maestri” di alcuni giorni fa avevo preso spunto da una discussione su Facebook per esprimere le mie riserve sul conto di Stefano Rodotà, a cui rimprovero di escludere sistematicamente dalle sue analisi politico-costituzionali ogni riferimento al sistema europeo, omettendo di sottolinearne il ruolo pervasivo e di condizionamento che esercita nei confronti dei nostri politici: “A leggerlo, sembra che beatamente creda che le riforme renziane, di cui a ragione paventa gli esiti autoritari, siano l’iniziativa estemporanea di un giovanotto minacciato da pinguedine o di una madonnina in versione Barby, e non invece parte di una feroce to do list compilata altrove. […] Qualunque analisi che ometta di considerare questa realtà di fatto è – a essere generosi – inaccurata. Eppure non mi risulta che il professor Rodotà ne abbia mai fatto cenno nei suoi pensosi libri o articoli”.

Nella mia critica avevo implicato anche Gustavo Zagrebelsky, il secondo in termini di popolarità fra i nomi del panorama giuridico-costituzionale italiano, anche lui colpevole, a mia conoscenza, dello stesso tipo di rimozione. Una rimozione tutt’altro che veniale, visto che in questo modo all’opinione pubblica vengono indicati gli esecutori e nascosti i mandanti… Non che quelli siano meno colpevoli di questi, ma senza gli uni o gli altri la comprensione della sciagura che ci tocca subire sarebbe parziale e gravemente distorta.

Oggi son lieto di fare pubblica ammenda almeno nei confronti di Gustavo Zagrebelsky, segnalando un suo intervento dove finalmente esprime il “non detto” con la denuncia del ruolo dei poteri sovranazionali e della subordinazione e quiescenza di quelli nazionali. E lo fa in termini tanto più efficaci in quanto strettamente attinenti alle sue specifiche competenze – quelli della democrazia e della Costituzione – senza bisogno di evocare ulteriori ragioni nelle criticità tecnico-economiche dell’Eurozona.
Con ciò, confermandomi nella convinzione che il sistema è malamente corrotto non solo dal punto di vista economico-finanziario ma anche da quello politico-istituzionale, e che già una sola delle due tare basterebbe per giustificare l’auspicio che si dissolva.

Trascrivo qui i brani che sotto questo specifico aspetto sono più significativi, ma a questo indirizzo troverete il testo integrale, una lettura altamente consigliabile: come è già accaduto in altre epoche, alcune nemmeno troppe lontane, i nostri sono tempi ad alto indice di compromissione, dove l’inconsapevolezza spesso non è una condizione ma una scelta e dove il rifiuto di schierarsi costituisce un sostanziale allineamento alle logiche del prevaricatore contro le ragioni del prevaricato.
Io credo che non ci possiamo più permettere nessuna delle due cose.

(PS: L’intervento di Zagrebelsky è avvenuto all’interno del convegno/dibattito organizzato l’11 gennaio presso la Sala Regina di Montecitorio a Roma dal Comitato per la Democrazia Costituzionale, cui hanno preso parte numerosi altri relatori, tutti di grande spessore giuridico-costituzionale. A causa di un’indisposizione che gli ha impedito di essere presente fisicamente, il testo è stato letto da uno degli intervenuti. Il video del convegno è stato realizzato da Radio Radicale, ed è usufruibile a questo indirizzo. Vi si può trovare anche l’intervento di Stefano Rodotà, al minuto 1:43:00, che ho ascoltato nella speranza – ahimè vana – di dover esprimere le mie scuse anche a lui ).

§

Democrazia e lavoro sono le radici della nostra Costituzione del 1948.
[…] La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1.
[…] Molte volte sono state chiarite le radici storiche e ideali di quella concezione, perfettamente conforme alle tendenze generali del costituzionalismo democratico, sociale e antifascista del II dopoguerra, tendenze riassunte nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, di cui la nostra Costituzione contiene numerose anticipazioni, perfino sul piano testuale.
[…] Quali credenziali possono esibire gli attuali legislatori costituzionali? […] quale visione della vita politica li muove? A quale intento corrispondono le loro iniziative? C’è un “non detto” e lì si trovano le ragioni di tanta enfasi, di tanto accanimento, di tanta drammatizzazione che non si giustificherebbero se si trattasse solo di riduzione dei costi della politica e di efficientismo decisionale.

[…] Cerchiamo, allora, di dirlo, nel quadro delle profonde trasformazioni istituzionali degli ultimi decenni, trasformazioni che hanno comportato un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico-oligarchico che, per sua natura, ha come suo punto di riferimento l’esecutivo.
[…] La politica esce di scena. I tecnici ne occupano lo spazio nei posti-chiave, cioè nei luoghi delle decisioni in materia economica, oggi prevalentemente nella versione della finanza, e nel campo della politica estera, oggi principalmente nella versione degli impegni militari [Nato, ndr].
La partecipazione politica […] non è più considerata un valore democratico da coltivare, ma un intralcio. […] La democrazia dalle larghe basi voluta dalla Costituzione è stata sostituita da un regime guidato dall’alto dove si coagulano interessi sottratti alle responsabilità democratiche. L’informazione si allinea; la vita pubblica è drogata dal conformismo; gli intellettuali tacciono; non c’è da attendersi alcuna vera alternativa dalle elezioni, pur se e quando esse si svolgano, e se alternative emergessero dalle urne, sarebbe la pressione proveniente da fuori (istituzioni europee, Fondo monetario internazionale, grandi fondi d’investimento) a richiamare all’ordine; nella scuola si affermano modelli verticistici e i nostri studenti e i nostri insegnanti gemono sotto programmi ministeriali finalizzati a produrre non cultura ma tecnica esecutiva.

[…] Può essere che solo a queste condizioni il nostro Paese sia annoverabile tra i virtuosi, nei quali la finanza sovrana consideri conveniente investire le sue immani risorse; cioè, in termini più realistici, consideri conveniente venire a comperarci, approfittando delle tante privatizzazioni che segnano l’arretramento dello Stato a favore degli interessi del mercato. Gli inviti che provengono dalle istituzioni sovranazionali, legate al governo della finanza globale, sono univoci. I moniti che provengono dall’Europa (“ce lo chiede l’Europa”) sono dello stesso segno. Perfino una banca d’affari (gli “analisti” della J.P. Morgan) ha dettato la propria agenda, nella quale è scritta anche la riduzione degli spazi di democrazia che le costituzioni antifasciste del II dopoguerra (è detto proprio così e nessuno, tra le autorità che avrebbero il dovere di difendere la democrazia e la Costituzione, ha protestato) hanno garantito ai popoli usciti dalle dittature.

La riforma della Costituzione, promossa, anzi imposta dall’esecutivo, s’inserisce in questo contesto generale.
Il “non detto” è qui.
Occorre dimostrare d’essere capaci di rispondere alle richieste. Se […] non si riesce a “portare a casa” il risultato, viene meno la fiducia di cui i governi esecutivi devono godere rispetto ai centri di potere che stanno sopra di loro e da cui, alla fine dipende la loro legittimazione tecnica. La chiamiamo “riforma costituzionale”, ma è una “riforma esecutiva”. Stupisce che tanti uomini e tante donne che hanno nella loro storia politica numerose battaglie per la democrazia, si siano adeguati a subire questa involuzione, anzi collaborino attivamente chiudendo gli occhi di fronte a ciò che a molti appare evidente. La riforma costituzionale è il coronamento, dotato di significato perfino simbolico, di un processo di snaturamento della democrazia che procede da anni. Coloro che l’hanno non solo tollerato ma anche promosso sono oggi gli autori della riforma. Sono gli stessi che ora ci chiedono un voto che vorrebbe essere di legittimazione popolare a un corso politico che di popolare non ha nulla. […]

§
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Frank Hahn, sulla moneta unica

Frank Hahn

Frank Hahn (1925-2013), e stato uno dei maggior economisti inglesi del secolo scorso. Nel lontano 1992 Mario Pirani, recentemente scomparso, lo intervistò per laRepubblica nel quadro di un’inchiesta sulla posizione degli economisti nei confronti della moneta unica europea, all’epoca già formalizzata dal trattato di Maastricht, che ne stabiliva l’entrata in vigore il 1° gennaio 1999.

L’articolo integrale è reperibile nell’archivio digitale del quotidiano a questo indirizzo. Di seguito ho stralciato la parte dell’intervista più specifica all’argomento.

§

FH:
Ho tenuto qualche tempo fa una lezione alla Banca d’ Italia ho spiegato, dal punto di vista teorico, perché l’ unione monetaria va contro quasi tutto quello che sappiamo di economia.
La teoria dell’ area monetaria ottimale dice che la mobilità dei fattori della produzione è cruciale per il raggiungimento degli equilibri, anche se per un keynesiano questa teoria non tiene abbastanza conto di quella che egli considera la variabile centrale: il livello del reddito e quindi dell’ occupazione.
La mobilità del lavoro è abbastanza elevata tra Inghilterra e Scozia, ma non altrettanto in Europa, per differenze culturali, di lingua, di costumi sociali; quindi, fissare i tassi di cambio non è una buona idea.
Tra l’ altro, ho ricordato che la prima tesi contraria ai cambi fissi fu avanzata proprio da Keynes e si basava sulla difficoltà di riduzione dei salari e, quindi, del livello dei prezzi in un paese, se lo richiede la bilancia dei pagamenti.
Tale difficoltà trasferisce il ruolo equilibratore dal livello dei prezzi al livello del reddito e dell’ occupazione.

[Come Mario Pirani chiosa, quando l’ industria di un paese non è più competitiva si produce uno squilibrio tra importazioni e esportazioni che si riflette sulla bilancia dei pagamenti, la cui entità è debito del paese nei confronti del resto del mondo. In assenza del meccanismo di regolazione sul cambio, per far tornare in equilibrio la bilancia di pagamenti il costo di produzione industriale dovrebbe diminuire grazie a una riduzione dei salari. Questo è praticamente difficile per via diretta, se non impossibile, a causa delle resistenze sindacali e politiche; per cui la via che rimane è quella di diminuire l’ occupazione].
[Quindi] con l’ Unione monetaria, [dove la svalutazione della moneta non è più possibile] invece delle fluttuazioni del cambio si avranno fluttuazioni nel tasso di disoccupazione.

MP:
Perché, allora, l’ altra grande area economica mondiale, gli Stati Uniti, che sono storicamente una Confederazione di Stati, hanno una moneta unica e un tasso di disoccupazione più basso dell’ Europa?
FH:
Negli Stati Uniti trasferimenti delle persone da uno Stato all’ altro o da una regione all’ altra sono ingenti. Non credo che gli europei siano disposti ad effettuare migrazioni sufficienti ad alleviare la disoccupazione. [Qui si omette di aggiungere che a parte la mobilità del lavoro, negli Stati Uniti esiste un sistema federale di trasferimenti fiscali fra gli stati a favore di quelli più economicamente depressi, così come di fatto esiste anche in Italia fra Nord e Sud].

MP:
Non crede che i cambi fissi abbiano il vantaggio di assicurare certezza negli scambi internazionali?
FH:
L’argomentazione più comune contro l’ adozione di cambi flessibili è, appunto, che essi creano incertezza. Ma i mercati valutari sono molto sviluppati; ci sono i mercati a termine e ci si può coprire contro i rischi di cambio.
Di contro, come ho detto, i cambi fissi sostituiscono le fluttuazioni del cambio con quelle dell’ occupazione. Il vero motivo per sostenere i cambi fissi è, in effetti, il controllo della classe lavoratrice.
Infatti, fintanto che i governi non creano un meccanismo vincolante, non è possibile contenere l’inflazione salariale. Credo che i sostenitori del cambio fisso vogliano introdurlo solamente per la paura dell’ inflazione e, poiché di questi tempi siamo nelle mani dei banchieri centrali, per i quali il grande nemico è l’ inflazione più che la disoccupazione, questa scelta si spiega.
In Gran Bretagna qualcosa tra il 2% e il 4% del prodotto interno è stato sacrificato per combattere l’ inflazione. A mio avviso il prezzo da pagare è troppo alto anche se i banchieri centrali non la pensano così e il Cancelliere dello Scacchiere è del loro avviso. Con i cambi fissi pagheremmo questo prezzo fino in fondo.

MP:
Lei, dunque, non teme che l’ inflazione sia un pericolo e che, come ha scritto recentemente l’ Economist in un articolo che ha fatto discutere, l’ unico tasso d’ inflazione desiderabile sia zero ?
FH:
Temo molto l’ inflazione in fase di accelerazione ma non l’ inflazione di per sé. Gli operatori possono imparare quali sono le variazioni dei prezzi relativi sia con un inflazione al 3% che allo 0%. Non scaturisce niente di speciale da un inflazione a tasso zero: la cosa importante è che l’ inflazione sia costante. Molti studiosi sono d’ accordo nel dire che l’ inflazione pienamente prevista non comporta costi.
La gente non vuole l’ inflazione quando è inattesa, basta pensare all’ effetto di quest’ ultima sul reddito di un pensionato.
Tuttavia non dobbiamo nasconderci che in questo ragionamento resta una questione irrisolta e, cioè, come mantenere l’ inflazione costante. Questo è un vero problema.

MP:
Come lo affronta? Con la politica dei redditi?
FH:
Io penso che ci sia un tasso d’ inflazione naturale, in quanto molti aggiustamenti che si producono nel mercato avvengono in presenza di prezzi crescenti. Anche i comportamenti cooperativi tra le parti sociali si realizzano con prezzi crescenti e l’ inflazione in questo caso diventa quasi un lubrificante delle relazioni sociali, aiuta a trovare l’ accordo. Del resto tra il 1945 e gli anni Sessanta c’ era un’ inflazione al 2,5 per cento e la disoccupazione all’ 1,5 per cento e nessuno si preoccupava.

MP:
Per quanto tempo prevede si prolungherà l’ attuale situazione di prolungata stagnazione? Se le prescrizioni keynesiane sono inapplicabili quale politica economica potrà riempire questo vuoto?
FH:
Non credo che ci sarà una stagnazione. I meccanismi riequilibratori – sia politici che economici – sono potenti. In Gran Bretagna la recessione è stata indotta dal governo che ha voluto ridurre l’ inflazione e se ci dovesse essere veramente una stagnazione politici e banchieri centrali ne sarebbero responsabili. Peraltro, dall’ 87, la politica economica in Inghilterra come negli Stati Uniti è diventata più espansiva.
Quanto alle politiche keynesiane non credo che siano state un fallimento, tanto che ora il governo conservatore le sta usando. Dobbiamo ricordarci, però, che esse sono state formulate per periodi di alta disoccupazione e non per situazioni abbastanza vicine alla piena occupazione. La gente è portata a concludere che esse hanno fatto fiasco solo perché oggi non ce n’ è bisogno, ma se diventasse opportuno mettere in atto quelle ricette, allora potremmo utilizzare tutte le conoscenze che abbiamo acquisito, da Keynes in poi.

MP:
Perché è contrario a una Banca centrale europea indipendente?
FH:
I lati positivi di una banca centrale indipendente sono evidenti. Essa, però, fa, comunque, parte delle istituzioni politiche e sociali di un paese e coloro che la dirigono non saranno totalmente impolitici e terranno ben presenti gli interessi delle loro stesse economie: ad esempio la Bundesbank finì per seguire Kohl al momento della riunificazione. Ma non c’ è all’ orizzonte un governo federale europeo e non si capisce perché si debba avere una banca centrale sovranazionale: è difficile pensare a una istituzione politicamente più destabilizzante.

MP:
Resta, comunque, il fatto che il Regno Unito, malgrado le difficoltà che inizialmente frappone ad ogni passo dell’ integrazione europea e alle eccezioni che oppone alla piena attuazione delle istituzioni comunitarie, in un secondo momento finisce in genere per accettarle. Come spiega questo atteggiamento?
FH:
Il motivo principale per cui la Gran Bretagna è riluttante a far parte dell’ Europa è che una larga maggioranza della popolazione è contraria a questa idea per vari motivi. In primo luogo una certa xenofobia di vecchia data e la convinzione che l’ Europa significhi burocrati e politici corrotti. Gli inglesi, invece, sono molto fieri, e a ben ragione, delle loro istituzioni politiche e non vogliono perderle. Il motivo per cui alla fine cedono sta nel timore di rimanere isolati, soprattutto dal punto di vista economico. Una Europa unita piace molto ai politici, ed è un bene per loro, ma non per tutti noi. Io vedo il futuro dei popoli in piccole unità che si autodeterminano il più possibile: un enorme Stato europeo, controllato da Bruxelles è una prospettiva che mi fa paura.

§

 

Al di là delle semplificazioni imposte dai limiti editoriali di un articolo, è una testimonianza della lucidità con cui molti economisti, già allora, avevano saputo anticipare e denunciare i rischi e le implicazioni di un progetto che la narrazione europeista evitava accuratamente di menzionare (ricordate Prodi? “Con l’euro guadagneremo il doppio e lavoreremo la metà“).

Nel 1992 si sapeva già tutto, eppure, con la hybris di chi sa che comunque saranno altri a pagare il costo della scommessa, il ceto politico decise di trascinarci verso questa follia.

Lo ha riconosciuto – a posteriori e con ineffabile faccia tosta – uno che a quel ceto appartiene da sempre, Giuliano Amato, nel corso di una delle sue “Lezioni dalla crisi” andate in onda nel 2012 (per le quali, suppongo, avrà ricevuto congruo compenso):

Giuliano Amato

… Ci siamo convinti [chi?] e abbiamo cercato di convincere il mondo [i cittadini europei], che sarebbe bastato coordinare le nostre politiche nazionali per avere […] quegli equilibri economici-fiscali interni all’Unione europea che servono a dare forza reale alla moneta. Non tutti ci hanno creduto. Molti economisti, specie americani [leggi anglo-sassoni], ci hanno detto allora “Guardate che non ci riuscirete! Non vi funzionerà! Se vi succede qualche problema che magari investe [anche] uno solo dei vostri paesi, non avrete gli strumenti centrali che per esempio negli Stati Uniti abbiamo, [grazie ai quali] può intervenire il governo centrale, riequilibrare con la finanza nazionale le difficoltà delle finanze locali. La vostra Banca centrale, se non è la banca centrale di uno stato, non può assolvere alla stessa funzione cui assolve la banca centrale di uno stato, che quando lo Stato decide diventa il pagatore senza limiti di ultima istanza”. In realtà noi [chi?] non abbiamo voluto credere a questi argomenti. Abbiamo [chi?] avuto fiducia nella nostra capacità di auto-coordinarci e abbiamo [chi?] addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati che impedissero addirittura di aiutare chi era in difficoltà. Abbiamo previsto che l’Unione europea non assumesse la responsabilità degli impegni degli stati; Che la Banca centrale non possa comprare i titoli pubblici dei singoli Stati; che non ci possano essere facilitazioni creditizie o finanziarie per i singoli stati. Insomma: moneta unica dell’Eurozona, ma ciascuno dev’essere in grado di provvedere a se stesso. Era davvero difficile che funzionasse, e ne abbiamo visto tutti i problemi“.

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Distratti maestri

Stefano Rodotà

Un mio contatto su Facebook segnala  questa intervista a Stefano Rodotà su Il Manifesto, dandone una valutazione critica che condivido.
Per quanto mi riguarda, al professor Rodotà rimprovero di non capire, o far finta di non capire,  che la Costituzione, di cui tanto si fa paladino, è stata già demolita nella sostanza dall’euro e dai trattati e accordi che lo puntellano.  A leggerlo, sembra che beatamente creda che le riforme renziane, di cui a ragione paventa gli esiti autoritari, siano l’iniziativa estemporanea di un giovanotto minacciato da pinguedine o di una madonnina in versione Barby, e non siano invece parte di una  feroce to do list compilata altrove.
Il vuoto di politica (intesa come politica “alta”, non mera gestione dell’esistente etero-indotto) che costatiamo ogni giorno è l’inevitabile risultato della cessione di sovranità perpetrata negli anni, un surrettizio processo di abdicazione al dispositivo di potere sovranazionale che impone piloti automatici  (cfr Mario Draghi) qualunque siano i risultati elettorali: valga l’esempio doloroso della Grecia, ma anche la storia della nostra deriva negli ultimi vent’anni – che da Monti in poi è diventata impetuosa e a quanto pare inarrestabile.
In questo contesto è fatale che emergano solo mediocrità, personaggi omologati al sistema le cui principali qualità devono essere quelle dell’esecutore pedissequo, a cui non viene certo richiesto di immaginare soluzioni politiche ma di applicare prescrizioni. Guardarsi intorno per credere.
Qualunque analisi che ometta di considerare questa realtà di fatto è – a essere generosi – inaccurata. Eppure non mi risulta che il professor Rodotà ne abbia mai fatto cenno nei suoi pensosi libri o articoli.
Due o tre di anni fa, in occasione della presentazione a Genova del suo ultimo libro “Il diritto di avere diritti”, gli chiesi se non ritenesse che i trattati europei fossero incompatibili con la Costituzione, (che fino a prova contraria è – era? – la prima fonte di diritto). La risposta fu che “sì, effettivamente, alcuni sostengono che le due norme possono in certi casi collidere”. Cito a memoria, ma garantisco il senso reticente della risposta.
Il che fa il paio con Zagrebelsky, altro costituzionalista che non vede o non vuole vedere, a cui mi era capitato di porre lo stesso quesito – in questo caso senza ricevere risposta alcuna.
Sono i maestri distratti: classici e ben retribuiti collaboratori del Sistema, che dall’alto del prestigio e della popolarità che il sistema stesso gli ha fabbricato intorno  esercitano un enorme, deleterio potere di condizionamento dell’opinione pubblica. Circondati da una luminosa aura di moralità critica, sono la foglia di fico democratica nel panorama orwelliano dei costruttori di consenso, decisivi nel (dis)orientare la gente verso questioni tanto cariche di appeal emotivo quanto secondarie rispetto alla crucialità del tema che ci affligge.
Diffidiamone.
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Buone feste

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Reinventare il sistema finanziario

Ellen Brown è la fondatrice del Public Banking Institute, un’organizzazione non-profit che intende diffondere nell’opinione pubblica l’idea di un sistema finanziario fondato su banche di interesse pubblico, dove il controllo della moneta e del credito sia appannaggio dello Stato e della collettività anziché dei privati, come pre-condizione per una prosperità sostenibile e condivisa. Sull’argomento ha pubblicato diversi libri e scritto alcune centinaia di articoli apparsi sul suo blog, The Web of Debt.

In un recente articolo, di cui propongo un ampio riassunto, Ellen Brown descrive alcuni dei tentativi in corso per cambiare i paradigmi finanziari stabiliti dall’Occidente. Al di là del successo che tali tentativi potranno avere, e senza entrare nel merito dell’effettiva bontà delle soluzioni proposte, essi segnalano la crescente consapevolezza che un modello finalizzato alla predazione sistematica di individui e nazioni non è più sostenibile, e che è necessario escogitare modelli alternativi.

L’auspicio è che questa riflessione continui e si generalizzi. Nulla rende un sistema inattaccabile più della convinzione diffusa che esso sia tale per natura.

§

I quattro casi descritti dalla Brown:

1) In Russia, la vulnerabilità nei confronti delle sanzioni occidentali ha fatto emergere la proposta di un sistema bancario che non solo sia indipendente dall’Occidente, ma che si basi su principi antitetici.

2) In Islanda, la crisi bancaria provocata dalle turbolenze del 2008/2009 ha indotto il legislatore a considerare un piano che sottragga alle banche private il potere di creare moneta digitale.

3) In Irlanda, in Islanda e nel Regno Unito, la difficoltà di accesso al credito provocata dalla recessione ha originato proposte per un sistema di banche di interesse pubblico sul modello delle Casse di risparmio tedesche.

4) In Ecuador, la Banca centrale risponde alla penuria delle banconote americane (il dollaro è la valuta ufficiale ecuadoriana) con l’emissione di dollari digitali tramite conti ai quali tutti hanno accesso.

Russia

In un articolo del 22/11/2015, su New Eastern Outlook,   lo storico ed economista William Engdahl parla di dibattito sulla ricerca di modelli finanziari alternativi:

“Un importante dibattito è in corso in Russia da quando, nel 2014, hanno avuto inizio le sanzioni finanziarie occidentali contro banche e società russe. […] La proposta, che assomiglia sotto molti aspetti al modello islamico della finanza senza interessi, è stata resa nota la prima volta nel dicembre 2014, davanti alla grave crisi del rublo e con il prezzo del petrolio in caduta libera. Da agosto, ha ricevuto un’enorme spinta dall’appoggio espresso dalla Camera di commercio e industria russa“.

Engdahl nota che le sanzioni del 2014 hanno forzato esperti e funzionari russi a riesaminare il loro sistema finanziario in termini radicali. Come la Cina, la Russia ha sviluppato una versione interna di pagamenti interbancari di tipo SWIFT, e sta considerando ora un piano di ristrutturazione del proprio sistema bancario. Il nuovo modello ricalcherebbe quello islamico, dove l’interesse è vietato, i rapporti fra banca e utente si sviluppano in termini di partecipazione al rischio di impresa e le parti condividono tanto i profitti quanto le perdite. Si creerebbero una nuova istituzione finanziaria a basso profilo di rischio, che controllerebbe le transazioni, e fondi di investimento o società che investirebbero all’origine, organizzando il finanziamento dei progetti. La priorità sarebbe il finanziamento dell’economia reale, e le attività speculative verrebbero vietate.

Egdahl osserva che gli attacchi occidentali stanno orientando la Russia verso un radicale e stimolante ripensamento di tutti gli aspetti legati alla propria sopravvivenza, un processo di revisione che può produrre una trasformazione del proprio modello finanziario atta a salvaguardarla dai “mortali effetti” collaterali del sistema attuale.

Islanda

Anche l’Islanda sta studiando una radicale revisione del suo sistema finanziario, dopo avere sofferto gli effetti devastanti della crisi del 2008, quando le sue banche più importanti sono saltate. Scrive il Telegraph (marzo 2015):

Il governo islandese sta considerando una proposta rivoluzionaria: togliere alle banche commerciali il potere di creare moneta e riservarlo alla sola Banca centrale. La proposta, che rappresenterebbe una svolta nella storia della finanza moderna, è in un rapporto scritto da un deputato del partito al governo che ha per titolo “Un migliore sistema monetario per l’Islanda”. “I risultati saranno un importante contributo alle prossime discussioni, qui e altrove, sulla creazione della moneta e sulle politiche monetarie”, ha detto il Primo ministro, Sigmundur David Gunnlaugsson, che aveva commissionato il rapporto con l’obiettivo di porre fine a un sistema finanziario responsabile di una serie di crisi, compresa quella del 2008.

Secondo la proposta, la Banca centrale del paese diventerebbe l’unica fonte di emissione di moneta. Le banche continuerebbero a gestire conti e pagamenti e operare da intermediatori fra risparmiatori e mutuatari. La proposta è una variante del Chicago Plan suggerito da Kumhof e Benes del FMI.

Iniziative per le banche pubbliche in Islanda, Irlanda e UK

La principale obiezione circa l’opportunità di sottrarre alle banche private il potere di creare moneta digitale quando accordano prestiti è la possibile riduzione della disponibilità del credito, in un’economia già di per sé asfittica. Il problema però non si porrebbe se le banche, tutte o in parte, venissero nazionalizzate. Esse continuerebbero allora a creare moneta digitale attraverso l’erogazione del credito, ma agirebbero in quanto filiali della Banca centrale, e i profitti dell’attività di intermediazione sarebbero disponibili per la collettività, sul modello dell’americana Bank of North Dakota o delle Sparkassen tedesche.

In Irlanda tre partiti politici – Sinn Fein, Green Party e Renua Ireland – stanno ora supportando le iniziative per una rete di banche locali pubbliche.

Nel Regno Unito la New Economy Foundation (NEF) propone che la fallita Royal Bank of Scotland sia trasformata in una rete di banche di interesse pubblico.

Ancora, la nazionalizzazione delle banche è parte del programma del nuovo partito islandese Dawn, nato dai movimenti di protesta del 2008.

Ecuador

Da quando nel 2000 l’Ecuador ha deciso l’adozione del dollaro come moneta legale ufficiale, sono necessarie intere navi cariche di banconote americane per far fronte alle necessità commerciali del paese. Per rimediare all’inefficienza del sistema il governo del presidente Correa ha stabilito l’implementazione di quella che sarà la prima moneta nazionale digitale al mondo. Diversamente dai Bitcoin o altre cripto-valute del genere (che nel paese sono illegali), il dinero electrònico è gestito e sostenuto dal governo. La moneta digitale ecuadoriana è più simile al servizio  M-Pesa, creato in Africa dalla Vodafone per agevolare lo scambio di denaro fra gli utenti di telefonia cellulare.

Contrariamente alle Banche centrali occidentali, che operano solo con le banche commerciali ma non sono accessibili al pubblico, nel caso della Banca centrale dell’Ecuador ogni cittadino ha ora la possibilità di accendervi un conto: basta che si rivolga a un istituto autorizzato dove potrà scambiare contante con moneta elettronica che gli verrà messa a disposizione sul cellulare. Banca centrale e altri istituti finanziari, a maggio 2015,  hanno ricevuto disposizioni di adottare il sistema di pagamento digitale entro il 2016.

Secondo fonti governative  “La moneta elettronica stimolerà l’economia. Sarà possibile attrarre più cittadini ecuadoriani, specie quelli che non possiedono conti correnti o di risparmio e carte di credito. La moneta elettronica sarà garantita dalle attività della Banca centrale dell’Ecuador“.

Non esiste dunque il rischio di bancarotta, o corsa agli sportelli o salvataggi interni (bail-in), né possono darsi svalutazioni derivanti da vendite speculative allo scoperto. Il governo ha stabilito che la nuova moneta digitale può essere scambiata con il dollaro in qualunque momento, al cambio  prefissato di 1:1.

Il presidente dell’Associazione bancaria ecuadoriana ha espresso la preoccupazione che la moneta digitale potrebbe essere usata dal governo per finanziare il debito pubblico. Tuttavia il governo ha assicurato che non accadrà.
Come ha osservato un dirigente della Banca centrale, in qualunque altro paese la moneta digitale è fornita da compagnie private, ed è molto cara. Ci sono barriere all’ingresso, e commissioni proibitive. Il dinero electrònico invece è qualcosa che ognuno potrà usare a buon mercato e indipendentemente dall’operatore.
Lo abbiamo creato perché volevamo un prodotto democratico“.

§

Per approfondire:

http://ellenbrown.com/2015/12/11/reinventing-banking-developments-in-russia-iceland-the-uk-and-ecuador/

http://lesakerfrancophone.net/reinventons-la-banque-de-la-russie-a-lislande-en-passant-par-lequateur/

http://www.cnbc.com/2015/02/06/ecuador-becomes-the-first-country-to-roll-out-its-own-digital-durrency.html

http://journal-neo.org/2015/11/22/russia-debates-unorthodox-orthodox-financial-alternative/

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0927538X08000036

http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11507810/Iceland-looks-at-ending-boom-and-bust-with-radical-money-plan.html

https://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2012/wp12202.pdf

https://www.opendemocracy.net/ourkingdom/ann-pettifor/why-i-disagree-with-positive-money-and-martin-wolf

https://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2012/wp12202.pdf

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Ray McGovern

Ray McGovern, classe 1939, è un attivista politico tra i fondatori del gruppo “Veterani Professionisti dell’Intelligence per il Buon Senso“. È stato analista della CIA dal 1963 al 1990, e per anni ha avuto l’incarico di preparare l’informativa del mattino per il Presidente degli Stati Uniti.
Il 1° dicembre ha preso parte al IX Forum russo-europeo presso il Parlamento della UE.
Pandora TV propone il video del suo intervento con la traduzione e il doppiaggio di Massimo Mazzucco. 17 minuti di grande spessore e impatto emotivo. Secondo me da non perdere.

 

” […] Non si può pensare di essere superiori agli altri, non bisogna pensare che noi [americani] non siamo soggetti a quel principio di uguaglianza con cui tutti siamo nati.  Quindi quando il nostro Presidente e altri ci dicono che noi siamo l’unica nazione indispensabile, questo non è restare umani.. […] Che cos’è il contrario di una nazione indispensabile? Superflua? […] Quando noi diciamo che il nostro paese è l’unica nazione indispensabile nel mondo, per definizione stiamo dicendo che tutte le altre nazioni sono superflue. Ma non è così che le cose funzionano”.

 

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Spazi aerei

Roberto Quaglia ha scritto un ottimo articolo su Megachip a proposito dell’abbattimento del Sukhov-24 abbattuto dalla Turchia col pretesto di violazione dello spazio aereo. Consiglio di leggerlo.

L’articolo rimanda fra l’altro a due significativi documenti video di qualche ora dopo l’incidente: la conferenza stampa del Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e quella del portavoce del Dipartimento di stato USA, Marc Toner.

Entrambe meritano di essere ascoltate, ma qui mi interessa segnalare la conferenza stampa americana, affascinante esempio di come, pur davanti a obiezioni argomentate, i Sistemi di Potere erigano muri di gomma a difesa della rappresentazione che essi sostengono. Il disagio di Marc Toner alle pertinenti domande di un’impertinente giornalista, Gayane Chichakyan (che probabilmente si è giocata la possibilità di essere invitata di nuovo), è palpabile; questo non gli impedisce tuttavia di continuare a replicare nell’unico modo che gli è consentito: “stiamo raccogliendo i fatti, è troppo presto per esprimerci”.
Non intendo qui affermare che il sostegno a oltranza dell’insostenibile sia vezzo esclusivo del Governo americano. Sono sicuro che anche Lavrov, in una situazione analoga, manifesterebbe la stessa tenace impermeabilità ai fatti.

Il problema, con il Governo americano, è che tende a cacciarsi in questo tipo di vicolo cieco con allarmante frequenza, trascinando con sé l’ossequiente resto dei paesi occidentali obbligati a condividerne la narrazione. Ma tutte le narrazioni, purtroppo, esigono un minimo sindacale di coerenza, senza cui nemmeno la generale compiacenza mediatica può evitare che si rivelino per quelle che sono: puerili frottole.

Onestamente, della politica estera degli Stati Uniti si può dire tutto tranne che cerchi di mantenere un minimo sindacale di coerenza tra narrazione e fatti.
Avversari descritti come minacce letali per il proprio paese e per l’Occidente (cfr Iraq, George W. Bush), che poi si rivelano non essere mai stati in grado di nuocere, non aiutano a corroborare la credibilità di chi ha teorizzato e condotto disastrose guerre “preventive”.
Nemmeno aiuta invocare incombenti catastrofi umanitarie a giustificazione di interventi militari che provocano il fallimento del Paese “attenzionato” e la morte di civili a centinaia di migliaia (cfr Libia, Barack Obama).
E a proposito di emergenze umanitarie, non si possono considerare tali solo quelle provocate dagli avversari e appoggiare quelle scatenate da alleati (cfr Yemen).
Anche la volontà di abbattere il sanguinario tiranno di turno lascia perplessi,  se nel frattempo si sostengono dittature ben peggiori (cfr Arabia Saudita).
Né si possono accusare altri di attaccare solo ribelli moderati trascurando le milizie dell’ISIS, quando non è più un segreto che i propri alleati nella regione lo finanziano (cfr monarchie del Golfo) e intrattengono floridi traffici di petrolio (Cfr Turchia, Israele).

Antropologia della menzogna del potere

La narrazione di un destino manifesto, che impone al popolo americano di battersi per un ordine mondiale dove regnino democrazia e giustizia, è troppo lontana dalla realtà, che vede invece una super-potenza dedita da sempre all’affermazione dei propri interessi planetari attraverso politiche banalmente imperialiste.
Gli Stati Uniti dovrebbero o ridimensionare la narrazione o moderare le ambizioni geopolitiche.
Il mondo sarebbe forse un posto migliore se optassero per la seconda possibilità.

 

Toner:
Non abbiamo ancora determinato cos’è successo esattamente, ma –  come ha detto il Presidente, la Turchia ha il diritto di difendere il proprio territorio e il proprio spazio aereo. Ripeto, sapete… tutti siamo consapevoli che in situazioni operative del genere, e il Presidente ne ha parlato, in un quadro complesso dove c’è una coalizione che compie attacchi aerei, attacchi aerei giornalieri contro l’ISIS… e poi c’è un paese come la Russia che non è membro della coalizione, che compie attacchi aerei, con missioni vicino al confine e scatena  attacchi contro l’opposizione moderata siriana… ripeto, vicino al confine di un membro della NATO…  allora questo crea una situazione molto complessa e pericolosa. Il presidente è stato molto chiaro nella sua conferenza stampa, oggi: noi saluteremmo con favore un ruolo costruttivo della Russia contro l’ISIS, se la Russia decidesse di concentrare i suoi sforzi sulla distruzione e indebolimento dell’ISIS.

Chichakya:
Lei sta dicendo che la Turchia a diritto a difendersi. Il presidente Obama ha detto la stessa cosa. Di che genere di difesa state parlando? Qualcuno pensa che la Russia stava attaccando la Turchia?

Toner:
Ripeto… Guardi non voglio analizzare questo incidente. Ho detto chiaramente che non conosciamo ancora tutti i fatti, e per me parlare in maniera categorica sull’accaduto sarebbe francamente irresponsabile. Stiamo ancora raccogliendo le informazioni… la NATO o il NAC (Consiglio Nord Atlantico) si è riunita oggi a Bruxelles. I nostri contatti con la Turchia sono ancora in corso. Stiamo ancora cercando di determinare la sequenza degli avvenimenti che hanno portato all’incidente. Cerchiamo di capire prima di arrivare a una conclusione definitiva… Detto questo (mi lasci finire) abbiamo anche molto chiaro che qualunque paese, quando vede violato il proprio territorio, ha diritto di difendersi. Sta a quel paese prendere la decisione. Non so cosa è accaduto, non ho intenzione di parlarne in termini definitivi, ma è la questione di principio a essere in causa.

Chichakya:
Anche se accettiamo la versione Turca, che l’aereo è entrato nel territorio turco per 1,3 miglia, violandone lo spazio per 17 secondi – questa è la versione turca – lei pensa che abbattere l’aereo era la cosa giusta da fare?

Toner:
Ripeto. Non ho intenzione di dare ora una valutazione dell’accaduto. Stiamo ancora raccogliendo informazioni. Quello che credo sia importante – e l’ho già ripetuto diverse volte oggi, e come ovviamente il Presidente ha già detto – è rasserenare il clima. Vogliamo vedere Turchia e Russia dialogare fra loro. Vogliamo francamente che questo tipo di incidenti non debbano più ripetersi in futuro.

Chichakya:
Bene… Nel 2012 la Siria ha abbattuto un aereo turco a seguito di un asserito sconfinamento nel proprio spazio aereo. All’epoca il Primo ministro turco, Erdogan, disse che “una breve violazione di confine non può mai essere un pretesto per un attacco”; nel contempo la NATO aveva condannato l’attacco ed espresso un forte appoggio alla Turchia. Lei vede qualche incoerenza nella risposta della NATO?

Toner:
Per quanto riguardo quello che il Presidente Erdogan può aver detto dopo quell’incidente, vorrei che chiedesse a lui. Noi abbiamo, ripeto…

Chichakya:
La condanna della NATO all’attacco della Siria, e gli USA sono parte della nato, per cui lei…

Toner:
Aspetti, aspetti… Quello di cui stiamo parlando oggi… abbiamo detto che stiamo ancora raccogliendo i fatti. Non siamo ancora pronti per una valutazione. Sappiamo cosa hanno detto i Turchi. Se questo è vero, la Turchia ha il diritto – e il Presidente lo ha detto – di difendere il proprio spazio aereo. Come altri hanno detto, questa non è la prima volta. Questo genere di cose accadono quando un’altra potenza opera in prossimità del confine di un paese, portando attacchi aerei che non fanno parte degli sforzi di una più grande coalizione per contrastare l’ISIS. Ma non intendo dare alcuna valutazione o parlare di incidenti accaduti tre o quattro anni fa.

Chichakya:
Ancora una domanda. Le forze turcomanne hanno affermato di avere ucciso i due piloti russi mentre scendevano col paracadute. Quelle milizie sono appoggiate dalla Turchia e combattono contro il Governo siriano, sono parte delle forze ribelli. Lei considera che quei ribelli sono una forza moderata in Siria?

Toner:
Dunque, un paio di  osservazioni… La prima  è che abbiamo versioni discordanti. Abbiamo visto che uno dei piloti forse non è stato ucciso.  Se questi turcomanni fossero stati realmente attaccati da queste incursioni russe, essi hanno il diritto di difendersi. Detto questo , noi non… detto questo…

Chichakya:
E hanno il diritto di sparare a piloti che si sono paracadutati?

Toner:
Noi non abbiamo un quadro esaustivo di tutto quello che è accaduto oggi, va bene? Posso continuare a ripeterlo tutto il giorno. Stiamo ancora cercando di verificare ciò che è accaduto. È facile precipitarsi a dare giudizi e fare proclami e dichiarazioni dopo un incidente come questo. C’è bisogno di esaminare i fatti, c’è bisogno di chiarire quel che è accaduto. E ripeto, quello che vogliamo sottolineare è l’importanza di ristabilire i rapporti fra Turchia e Russia e che la situazione si normalizzi.

§

Per approfondire:

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=124730&typeb=0&aereo-russo-abbattuto-in-siria-gli-sviluppi-e-le-conseguenze

http://www.telesurtv.net/english/news/Anger-as-Saudi-Govt-to-Sue-People-over-IS-Group-Comparison-20151201-0029.html

http://www.ilmessaggero.it/primo_piano/esteri/arabia_saudita_esecuzione_massa_al_nimr-1388168.html
Lo scorso gennaio, Middle East Eye ha pubblicato uno studio da cui emerge che il codice penale saudita coincide in gran parte con quello imposto dal sedicente Stato islamico. Proprio come nel caso di Daesh, anche il codice penale dell’Arabia Saudita prevede la condanna a morte per blasfemia, omosessualità, tradimento e omicidio, la lapidazione per gli adulteri sposati, le frustate per quelli non sposati e il taglio degli arti per furti e rapine. 

http://therealnews.com/t2/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=74&jumival=15147
But certainly the American role in Syria is, on the face of it, rather contradictory, claiming to be fighting for democracy and wanting to overthrow the dictator Assad, except your biggest ally in the whole venture is Saudi Arabia, one of the more oppressive dictatorships on the planet
Certamente il ruolo americano in Siria è piuttosto contraddittorio: rivendica di voler combattere per la democrazia e abbattere il dittatore Assad, ma si dà il caso che il suo più grande alleato nell’impresa è l’Arabia Saudita, dove regna una delle più oppressive dittature del pianeta.

http://blogs.publico.es/puntoyseguido/3050/que-pretendian-turquia-otan-al-derribar-el-avion-ruso-su-24/
La guerre proportionnellement la plus meurtrière n’existe pas. En tout cas, dans les médias occidentaux. 5 000 tués dont 500 enfants brûlés vifs par les bombardiers. 1,5 million de réfugiés. Pas important, les bombardeurs du Yémen sont « nos » salauds : les Saoud ! Routes, ponts, écoles, hôpitaux, zones résidentielles, cimetières, aéroports détruits. Pas grave, les destructeurs sont « nos » salauds : les Saoud ! Plus de 10 millions de civils privés d’eau ou de nourriture, dit l’ONU. On s’en fout, les organisateurs du blocus sont « nos » salauds : les Saoud!
La guerra proporzionalmente più sanguinosa non esiste, perlomeno non nei media occidentali. 5.000 uccisi, di cui 500 bambini bruciati vivi dai bombardieri. 1,5 milioni di rifugiati. Non importa, i bombardieri dello Yemen sono i “nostri bastardi”, i sauditi! Strade, ponti, scuole, ospedali, zone residenziali, cimiteri, aeroporti distrutti. Non è grave, i distruttori sono i “nostri bastardi”, i sauditi. Più di 10 milioni di civili privati di acqua e cibo, dice l’ONU. Chi se ne frega, gli organizzatori dell’embargo sono i “nostri bastardi”, i sauditi.

http://www.globes.co.il/en/article.aspx?did=1001084873
Kurdish and Turkish smugglers are transporting oil from ISIS controlled territory in Syria and Iraq and selling it to Israel, according to several reports in the Arab and Russian media. An estimated 20,000-40,000 barrels of oil are produced daily in ISIS controlled territory generating $1-1.5 million daily profit for the terrorist organization.
Contrabbandieri curdi e turchi stanno trasportando olio dai territori siro-iracheni controllati dall’ISIS per venderlo a Israele, secondo giornali arabi e russi. Si stimano tra i 20.000 e i 40.000 barili che producono un giro d’affari giornaliero tra 1 e 1,5 milioni di dollari per l’organizzazione terrorista.

http://it.sputniknews.com/mondo/20151116/1554044/Terrorismo-Russia-ONU-Sicurezza-Arte-Contrabbando.html
Durante il vertice del G20 di Antalya, la Russia ha dato esempi di come persone fisiche di 40 Paesi, compresi membri del G20, riescano a finanziare ISIS. Lo ha dichiarato il presidente Vladimir Putin intervenendo nella fase finale del vertice internazionale.

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