Di santi subito, di tardive beatificazioni, di solitudini.

Nella primavera del 1979, l’arcivescovo del Salvador, Oscar Arnulfo Romero, visitò il Vaticano.
Chiese, scongiurò, elemosinò un’udienza con papa Giovanni Paolo II.
– Aspetti il suo turno.
– Non sappiamo.
– Torni domani.

Finalmente, mettendosi in fila con i fedeli che aspettavano la benedizione, uno fra i tanti, Romero poté sorprendere Sua Santità e rubargli alcuni minuti. Cerco di consegnarli un voluminoso rapporto: fotografie, testimonianze. Ma il Papa glielo restituì:
– Non ho tempo di leggere tutto questo.
Romero balbettò che migliaia di salvadoregni erano stati torturati e assassinati dal regime militare – tra loro molti cattolici e cinque sacerdoti – e che solo il giorno prima, alla vigilia dell’udienza, venticinque persone erano state crivellate di pallottole davanti alla porta della cattedrale.
Il capo della chiesa lo fermò seccamente:
– Non esageri, signor arcivescovo!


L’incontro finì di lì a poco.
Il successore di Pietro intimò, comandò, ordinò:
– Voi dovete andare d’accordo con il governo! Un buon cristiano non crea problemi alle autorità! La Chiesa vuole pace e armonia!
Dieci mesi più tardi, l’arcivescovo Romero cadde fulminato in una parrocchia di San Salvador. La pallottola lo colpì mentre celebrava messa, durante l’ostensione dell’ostia.
Da Roma, il Sommo Pontefice condannò il crimine.
Si dimenticò di condannare i criminali.

Anni dopo, nel parco Cuscatlàn, un muro infinitamente lungo ricorda le vittime civili della guerra. Sono migliaia e migliaia i nomi scolpiti, in bianco, sul marmo nero. Il nome dell’arcivescovo Romero è l’unico a essere un po’ consumato.
Consumato dalle dita della gente.

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Malamente tradotto da  “Espejos. Una historia casi universal”, di Eduardo Galeano.

Suppongo che in questa rappresentazione letteraria dell’udienza Eduardo Galeano attinga al racconto – peraltro più agghiacciate – che ne fece Maria Lopez Vìgil nel suo libro “Piezas para un retrato” (UCA Editores, San Salvador, 1993). Esiste in rete una traduzione di quel brano specifico.
La Vìgil conclude la narrazione dell’episodio dicendo “Tutto ciò me lo raccontò Monsignor Romero, quasi piangendo, l’11 maggio 1979, a Madrid, mentre rientrava affrettatamente nel suo Paese, costernato dalle notizie di un massacro nella cattedrale di San Salvador“.
Il diario di Monsignor Romero non è così dettagliato, ma il senso di scoramento e solitudine che provò in quel frangente traspare con forza. Lo stesso sentimento che doveva aver sofferto un anno prima con Paolo VI, quando al termine dell’udienza che gli era stata concessa, gli scrisse la seguente nota: “Lamento, Santo Padre, che nelle osservazioni presentatemi qui in Roma sulla mia condotta pastorale prevale un’interpretazione negativa che coincide esattamente con quella delle potentissime forze che là, nella mia arcidiocesi, cercano di frenare e screditare il mio sforzo apostolico“.

Papa Giovanni Paolo II, nel 2000, ricordò l’arcivesco dicendo “Il servizio sacerdotale della Chiesa di Oscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita, mentre offriva la vittima eucaristica“.
Nonostante ciò,  il processo di beatificazione – iniziato nel 1997 – rimase fermo per anni.  È stato ripreso nel 2012 a seguito dell’intervento di Benedetto XVI, e concluso da Francesco, che con decreto del 3 febbraio 2015  ne ha infine riconosciuto il martirio.
Verrà proclamato beato in solenne celebrazione nella cattedrale di San Salvador oggi, 23 maggio 2015. Trentacinque anni dopo l’assassinio.

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Graffiti urbani: verità relative

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Tarragona, maggio 2015

Dal basso all’alto e da destra a sinistra:

Estamos convencidos de que toda verdad es de relativa vigencia y depende del punto desde el que se adquiere el conocimiento. Te invitamos a que reflexiones sobre la realidad que te rodea desde otro punto de vista“.

Siamo convinti che ogni verità è relativa  e dipende dalla prospettiva da cui si acquisisce la conoscenza. Ti invitiamo a riflettere sulla realtà che ti circonda da altri punti di vista.

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Giorni della memoria: Al_Nakba, l’esodo palestinese.

“Hitler non inventò nulla. Da duemila anni gli ebrei sono gli imperdonabili assassini di Gesù, i colpevoli di tutte le colpe.
Come? Gesù era ebreo? E anche i dodici apostoli e i quattro evangelisti lo erano? Come dice? Non può essere! Le verità rivelate sono al di là del dubbio e non esigono altra prova che la loro esistenza. Le cose sono come si dice che sono, e lo si dice perché lo si sa: nelle sinagoghe il Diavolo dà lezione, e gli ebrei da sempre si dedicano a profanare le ostie e ad avvelenare l’acqua santa. È a causa loro che che si sono avuti dissesti economici, crisi finanziarie e sconfitte militari; sono loro che hanno portato la febbre gialla, la peste nera e ogni altra epidemia.

L’inghilterra li espulse, senza lasciarne uno, nell’anno 1290. Ma questo non impedì che Chaucer, Marlowe e Shakespeare, i quali non avevano mai visto un ebreo, fossero ligi alla caricatura tradizionale e inventassero personaggi ebrei secondo il modello satanasso del parassita sanguisuga e usuraio.

Accusati di servire il Maligno, questi maledetti attraversarono i secoli da un’espulsione all’altra, da un massacro all’altro. Dopo l’Inghilterra, furono successivamente espulsi da Francia, Austria, Spagna, Portogallo e da numerose città svizzere, tedesche e italiane.
I re cattolici, Isabella e Ferdinando, cacciarono gli ebrei insieme ai musulmani, perché corrompevano il sangue.
Avevano vissuto in Spagna durante tredici secoli. Si portarono via le chiavi di casa. C’è ancora qualcuno che le conserva. Non fecero mai più ritorno.

La colossale carneficina organizzata da Hitler è solo il coronamento una lunga storia di persecuzioni e umiliazioni. La caccia agli ebrei è sempre stato uno sport europeo.

Ora i Palestinesi, che non lo hanno mai praticato, ne pagano le conseguenze”.

(Malamente tradotto da  “Espejos. Una historia casi universal”, di Eduardo Galeano).

Poscritto: Nel 2010 il Parlamento israeliano, la Knesset, ha emanato una legge per cui il 15 maggio, ricorrenza di al-Nakba, è proibito manifestare pubblicamente lutto e dolore.

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Cuori di tenebra: la Cambogia dei Khmer Rossi

Quarant’anni fa, il 17 aprile 1975, i Khmer Rossi conquistarono Phnom Penh e stabilirono in Cambogia uno dei regimi dittatoriali più sanguinari. Kampuchea Democratica, come venne ridenominata la Cambogia, fu trasformato in uno stato che nelle intenzioni di Pol Pot doveva essere totalmente agricolo e auto-sufficiente. Nel giro di pochi giorni, dopo esecuzioni sommarie di funzionari e oppositori politici, fu avviata una gigantesca evacuazione della popolazione urbana verso le campagne, con la scusa che il sovraffollamento della capitale la rendeva particolarmente esposta al rischio di epidemie o di possibili bombardamenti americani. Presentata come una misura temporanea, fu impedito alla gente di portare con sé i propri averi o metterli al sicuro. Alcune migliaia di persone morirono durante il trasferimento a marce forzate. Dopodiché Pol Pot iniziò una politica di “purificazione” del paese, con uno sterminio di massa che colpì intellettuali, minoranze e ogni individuo che venisse sospettato di non appoggiare il nuovo corso.
Si stima che durante i quattro anni delle dittatura, fino all’invasione vietnamita di fine 1978, le vittime fossero tra 1,5 e 2 milioni, un quarto della popolazione. Pol Pot si rifugiò nella giungla, ai confini con la Tailandia, da dove intraprese una guerriglia contro il regime filo-vietnamita con l’appoggio di Stati Uniti e Cina, che lo usarono in funzione anti-sovietica. Morì nel 1998, poco prima di venire consegnato a un tribunale internazionale dai suoi Khmer Rossi, in circostanze non chiarite, senza avere subito alcun processo.
Il Tribunale Speciale della Cambogia, conosciuto come Tribunale dei Khmer Rossi, ha iniziato ad operare concretamente, dopo mille difficoltà di carattere finanziario e politico, a partire dal 2006. Su cinque dirigenti Khmer incriminati solo tre sono sotto processo, uno è morto nel 2013, un altro è stato giudicato non processabile in quanto colpito da alzheimer e incapace di intendere.

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L’ascesa al potere di Pol Pot, il successivo genocidio e la mancata giustizia per le vittime dei Khmer Rossi sono eventi che non possono essere separati dalle operazioni americane in Indocina fra il 1945 e il 1991,  e in particolare dalla feroce campagna di bombardamenti che gli USA intrapresero contro la Cambogia fra il 1965 e il 1973.
In questi anni, furono effettuate più di 230.000 incursioni aeree su 113.000 obiettivi; stime prudenziali indicano in almeno 500.000 le tonnellate di bombe sganciate sul paese. L’obiettivo ufficiale dei bombardamenti erano i Viet-Cong e successivamente i ribelli Khmer, ma è chiaro che il problema della popolazione civile venne del tutto ignorato.
Voglio che tutto ciò che può volare vada lì e scateni l’inferno. Non ci sono limitazioni di voli e non ci sono limitazioni di budget. È chiaro?“. Così Nixon all’allora Consigliere per la sicurezza Henry Kissinger. Kissinger trasmise l’ordine al suo Assistente militare, generale Alexande Haig: “Il Presidente vuole una massiccia campagna di bombardamenti in Cambogia. Non intende ragioni. È un ordine e dev’essere eseguito: qualunque cosa voli, contro qualunque cosa si muova“.

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Quante furono le vittime fra la popolazione non si saprà mai esattamente. Kissiger stesso parla di 50.000 persone; Ben Kiernan, storico e studioso del genocidio cambogiano, stima fra le 50 e le 150 mila.

I bombardamenti destabilizzarono il già fragile regime del Principe Norodom Sihanouk. Da quando la Cambogia aveva ottenuto l’indipedenza dalla Francia, nel 1953, Sihanouk ne era diventato l’effettivo sovrano. Il suo principale obiettivo era di mantenere la neutralità e l’integrità della Cambogia, cercando di barcamenarsi fra interessi contrapposti di attori sia esterni (americani, cinesi, vietnamiti) che interni (fazioni di sinistra e di destra).
Fra le fazioni interne, il Partito Comunista di Kampuchea sarebbe poi diventato famoso come movimento dei Khmer Rossi. I dirigenti del partito all’inizio erano divisi in due correnti, una pro-vietnamita e favorevole alla collaborazione con Sihanouk, l’altra – capeggiata da Pol Pot – contro il Vietnam e contro il governo. Nel 1963 la corrente di Pol Pot aveva prevalso, e il partito si era trasferito nelle campagne cambogiane da dove intendeva far partire l’insurrezione.

Quattro anni più tardi ci fu una rivolta contadina conosciuta come la Ribellione di Samlaut, scatenata da una nuova legge che obbligava i contadini a vendere il loro riso al governo a un prezzo inferiore a quello del mercato nero. Per assicurarne il rispetto, forze militari erano state dislocate presso le comunità contadine. La rivolta causò la morte di due soldati e rapidamente si estese ad altre aree rurali. Pol Pot seppe intercettare il malcontento e guadagnarsi l’appoggio dei contadini. A partire dal 1968 i Khmer Rossi iniziarono le azioni di guerriglia contro gli avamposti militari.

Ben Kiernan sostiene che l’insurrezione di Pol Pot, benché avesse origini interne, non avrebbe mai potuto avere successo senza la destabilizzazione economica e militare della Cambogia a opera degli Stati Uniti. Fu il desiderio di vendetta per la morte dei loro famigliari che spinse i contadini, in precedenza non politicizzati, a unirsi alla rivoluzione Khmer.
Un cablogramma del 1973 della CIA segnalava: “I quadri Khmer hanno iniziato un’intensa campagna di proselitismo fra gli indigeni […] per reclutare uomini e donne. Essi usano come principale argomento propagandistico i danni causati dalle incursioni dei B-52″.
Nel 1969, la guerra degli Stati Uniti contro la Cambogia si intensificò drasticamente, come parte della strategia di vienamizzazione di Nixon. L’obiettivo era di eliminare le forze comuniste vietnamite che usavano la giungla cambogiana come base di appoggio. Il risultato dell’escalation fu un cospicuo incremento delle forze Khmer, che passarono dalle nemmeno 10.000 unità del 1969 alle 200.000 del 1973.

Un altro fattore che rinforzò considerevolmente la posizione dei Khmer Rossi fu il colpo di stato che rimosse Sihanouk nel 1970. Il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in questa operazione non è stata provato, ma come documenta ampiamente lo storico William Blum nel suo libro Killing Hope, esistono abbastanza indizi per rendere plausibile il sospetto. La sostituzione di Sihanouk con Lon Nol aggravò i contrasti all’interno del paese e coinvolse del tutto la Cambogia nella guerra vietnamita. Fino a quel momento i contatti tra la Cambogia le forze comuniste del Vietnam erano stati sporadici e limitati, dal momento che i vietnamiti riconoscevano il governo di Sihanouk come legittimo. Ma dopo il colpo di stato, Sihanouk si alleò con i Khmer Rossi e i vietnamiti offrirono a Pol Pot il loro pieno supporto contro il nuovo governo appoggiato dagli Stati Uniti.
L’esercito dei Khmer Rossi veniva così legittimato come movimento anti-imperialista.

La CIA notava: “I Khmer Rossi dicono al popolo che il governo di Lon Nol ha richiesto le incursioni aeree ed è responsabile delle sofferenze e dei danni inflitti agli innocenti contadini, al fine di mantenere il potere. [Dicono che] il solo modo per fermare la massiccia distruzione del paese è rimuovere Lon Nol e reinsediare Sihanouk al potere. I propagandisti Khmer raccontano al popolo che il modo più rapido per farlo è rinforzare le forze Khmer, così che siano in grado di sconfiggere Lon Nol e fermare i bombardamenti”.
Nel gennaio del 1973 gli Stati Uniti, i due Vietnam e le forze comuniste del Vietnam del Sud firmarono gli Accordi di pace di Parigi. Le forze americane furono ritirate e i bombardamenti su Vietnam e Laos vennero interrotti. Tuttavia  Nixon continuò a bombardare la Cambogia per difendere il governo di Lon Nol, finché l’opinione pubblica americana e il Congresso lo costrinsero a rinunciare, sette mesi dopo. Nell’anno e mezzo che seguì, la guerra civile in Cambogia continuò a fare stragi, finché nell’aprile 1975 i Khmer Rossi entrarono in Phnom Penh.

Con la fine della guerra vietnamita la mappa geopolitica nel Sud-est Asiatico si stava rapidamente ridisegnando. Il Vietnam del Nord aveva insediato un governo provvisorio a Saigon, e nel 1976 procedette alla definitiva riunificazione del paese. Washington, determinato a isolare il governo comunista filo-sovietico di Hanoi, cercò di migliorare le relazioni con la Cina e vide nella Cambogia un potenziale utile contrappeso all’influenza dell’URSS nella regione.

In novembre 1975, sette mesi dopo la presa di potere dei Khmer Rossi – Kissinger suggerì al Ministro degli esteri tailandese di spiegare ai Khmer Rossi che “noi non nutriamo alcuna ostilità verso di loro. Li vorremmo indipendenti, come contrappeso al Vietnam del Nord”. Avrebbe anche dovuto dire che gli americani sarebbero stati loro amici. Nonostante li considerasse “delinquenti assassini” assicurò che gli USA non avrebbero interferito nella loro politica interna ed che erano pronti a migliorare le relazioni.

Kissinger notava: “Il governo cambogiano non ci piace, sotto certi aspetti è peggiore di quello vietnamita. Ma lo vorremmo indipendente. Noi non scoraggiamo un maggiore avvicinamento della Tailandia o della Cina a questo paese“.

Ma i Khmer Rossi avevano iniziato un percorso isolazionista, concentrandosi nel progetto di una società agricola autosufficiente che si risolse in uno sterminio di massa.
A fine 1978, in un crescendo di rivendicazioni territoriali e scaramucce, il Vietnam invase la Cambogia e in poche settimane il governo di Pol Pot fu rovesciato. Le forze Khmer fuggirono verso il confine Tailandese da dove ripresero la guerriglia contro il nuovo governo centrale, supportati da Stati Uniti e Cina.
I cinesi, con l’appoggio discreto degli americani, aiutavano apertamente la guerriglia Khmer. Il New York Times scrisse che l’amministrazione Carter aveva contribuito all’organizzazione degli aiuti cinesi alla guerriglia Khmer. Secondo l’Associated Press, i servizi americani di intelligence stimavano in 100 milioni di dollari l’anno l’ammontare degli aiuti militari forniti dalla Cina ai Khmer durante gli anni ottanta. Secondo Kiernan gli stati Uniti spesero a loro volta decine di milioni di dollari l’anno, e fecero pressioni sulle Agenzie Umanitarie dell’ONU  perché fornissero aiuti “umanitari”, in vestiti e cibo, alle milizie di Pol Pot.
Sotto l’aspetto diplomatico, il riconoscimento di unico governo legittimo da parte di USA, Cina e diverse altre nazioni europee ed asiatiche, consentì ai Khmer Rossi di occupare il seggio della Cambogia all’ONU.
Gli Stati Uniti, inoltre, per non indebolire la guerriglia, impedirono che i Khmer Rossi venissero incriminati per il genocidio degli anni 1975-1979.

Nel 1989 il Vietnam ritirò le sue truppe. Due anni più tardi diciannove governi, fra cui USA, Cina, Cambogia e Vietnam, firmarono gli accordi di pace con i Khmer Rossi per metter fine al conflitto. Il supporto americano ai Khmer e a Pol Pot continuò anche dopo tali accordi, e soltanto nel 1997, vent’anni dopo i fatti, si rassegnarono a dare il loro accordo perché l’elusivo Pol Pot fosse arrestato e processato. Pol Pot si trovava agli arresti domiciliari nella mani del suo capo militare Ta Mok, in una zona ancora controllata dai Khmer, quando – sembra – ascoltando alla radio “Voice of America” venne a sapere che i suoi uomini avevano accettato di consegnarlo a un tribunale internazionale. Quella stessa notte, secondo la versione ufficiale e la testimonianza di sua moglie, morì vittima di un infarto. Il corpo venne cremato, di modo che non fu possibile accertare le cause del decesso, lasciando il sospetto che in realtà fosse stato ucciso o si fosse suicidato.
Per molte delle nazioni coinvolte, un processo a Pol Pot sarebbe forse stato troppo imbarazzante. Quando dopo anni di negoziazioni con l’Onu il Tribunale dei Khmer Rossi fu finalmente insediato, nel 2003,  la scelta fu di limitare il mandato al genocidio che i Khmer Rossi avevano perpetrato negli anni dal 1975 al 1979, e ignorare il sostegno che le potenze straniere avevano assicurato loro.

Fonti:
http://johnpilger.com/articles/from-pol-pot-to-isis-anything-that-flies-on-everything-that-
https://www.jacobinmag.com/2015/04/khmer-rouge-cambodian-genocide-united-states/

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Il gusto degli uomini

L’educazione delle donne è volta in maniera troppo esclusiva a valorizzare le attrattive della giovinezza e della bellezza.
Il problema è che il gusto degli uomini, quale che sia, è stato elevato a criterio della formazione del carattere femminile.

 

§

Emma Hart Willard,  all’Assemblea legislativa dello Stato di New York.
1819.

 

(Citato da: Storia del Popolo Americano, di Howard Zinn)
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Il vuoto sottomesso

Se è vero che un’operazione di propaganda dev’essere tanto più sofisticata quanto più il soggetto che deve sedurre è culturalmente agguerrito, dobbiamo concludere che nella percezione dei nostri decisori il livello culturale posseduto dalla vasta maggioranza di noi, comuni cittadini, è più o meno quello di un adolescente immaturo. Non si spiega altrimenti la grossolana manipolazione dei fatti che ci vengono propalati ogni giorno con ampio ricorso a omissioni, esagerazioni o minimizzazioni, ridondanze, semplificazioni e via dicendo.

Gli esempi sono innumerevoli, e testimoniano quanto poco stimano, decisori e media, l’autonomia intellettuale dell’opinione pubblica, e con quanta impudenza usino l’effetto autorevolezza per avventurarsi in messaggi che se sottoposti a un minimo di giudizio critico rivelerebbero immediatamente la loro inconsistenza. Ma è anche possibile che essi contino sul naturale fenomeno dell’assuefazione davanti a stimoli ripetuti,  per cui il grado di vigilanza mentale diventa inversamente proporzionale al numero delle assurdità veicolate.

L’ultimo esempio in ordine di tempo lo segnala Il Semplicissimus, a proposito del nuovo giro di trattative sull’accordo di libero scambio atlantico (TTIP) che si è tenuto a New York dal 18 al 24 aprile, fra ignorate manifestazioni di protesta un po’ dappertutto nel mondo.
A proposito del comunicato secondo il quale la stipula del trattato porterebbe ad un incremento del PIL complessivo della zona di (ben) 100 miliardi di dollari, giustamente osserva (enfasi mie):

…i lobbisti e gli oligarchi che stanno discutendo sul trattato non ci lasciano del tutto a digiuno di notizie: anzi quelle destinate a prendere per il naso le opinioni pubbliche non mancano mai nel menù e vengono anzi raccomandate per la più ampia diffusione.
…viene fatto sapere con trionfale faccia tosta che il Trattato transatlantico farà aumentare addirittura di 100 miliardi dollari  il Pil complessivo dei Paesi Ue e degli Usa.
…le persone sono state educate negli ultimi decenni ad aspettarsi asserzioni e non spiegazioni, anzi a ritenere apprezzabili le prime e inutili le seconde.
…100 miliardi di dollari sono grosso modo… lo 0, 22% del Pil complessivo Usa + UeUn’inezia, una quantità così piccola da non determinare alcun cambiamento pratico e da rientrare nel margine di errore statistico per cui non è nemmeno dimostrabile.
In pratica da New York ci stanno dicendo, facendosi beffe di noi, che il Trattato serve a poco o nulla in vista della famosa crescita.”

In effetti, se nonostante il presumibile ottimismo pregiudiziale con cui hanno calcolato i benefici attesi non è stato possibile, decentemente, indicare altro che questo risibile 0,22% del PIL complessivo, allora è evidente che il contributo del Trattato alla crescita della ricchezza generale è nullo; e che a dispetto di quanto viene sostenuto le sue finalità sono altre: chiedere, in caso di dubbi, alle multinazionali – a beneficio delle quali è stato concepito.

Nel 1970, rispondendo a una domanda di John Pilger a proposito dell’efficacia dei suoi lavori di propaganda, la cineasta di Hitler, Leni Riefenstahl, rispose che era dipesa solo dal “vuoto sottomesso” della popolazione tedesca. Trovo che quest’espressione – vuoto sottomesso – descriva in modo tragicamente significativo il tipo di stato mentale che sta pervadendo il nostro presente, foriero oggi come allora di arrendevoli consensi all’omologazione totalitaria.

Mantenere una costante tensione critica rispetto alla marea di significati alterati da cui siamo sommersi in continuazione è un esercizio faticoso. E tuttavia dovremmo tutti fare del nostro meglio per mantenerci vigili, perché è proprio su questo che i nostri decisori contano: sul senso di frustrazione e futilità che a un certo punto subentra e che finisce col trasformarci in ricettori passivi e fruitori rassegnati della realtà fittizia che questi messaggi esprimono.

Per approfondire su TTIP:

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25 aprile, l’abbecedario della Liberazione

Mauro Poggi:

Anna Lombroso, su Il Semplicissimus ci propone un essenziale glossario sulla celebrazione del momento.

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 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anniversari: procedura istituzionale molto impiegata in sistemi consacrati a un rassicurante oblio e che permette di cantare Bella ciao un giorno all’anno e negli altri 364 celebrare l’addio alla Costituzione nata dalla Resistenza, ai diritti che voleva tutelare, al lavoro sul quale si fonda la Repubblica, alla sovranità che appartiene al popolo.

Bella ciao: nota canzone oggetto di un processo di revisionismo, che l’ha retrocessa a jingle di spot governativi. Le è andata comunque meglio che all’Internazionale definitivamente obsolescente, almeno quanto il Primo maggio degradato a Festa dell’Expo.

Colonialismo: epoca storica rimossa per quanto riguarda crimini e misfatti, ma presente nell’immaginario nostalgico e che resuscita di quando in quando, favorendo partecipazioni inopportune ed autolesioniste a “missioni di pace” a “esportazioni di democrazia” a “guerre umanitarie”, con sconcertanti ritorni nei luoghi dei passati fasti dell’impero fascista.

Democrazia:  governo del popolo. Da noi…

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