The New Masses

The New Masses è una rivista marxista che venne pubblicata negli USA dal 1926 al 1948. Collegata al Partito (Comunista) dei Lavoratori, si avvalse della collaborazione di uno stuolo imponente di scrittori e artisti indipendenti e progressisti, e in breve divenne influente nei circoli intellettuali progressisti.
È stata definita “il principale organo della sinistra americana dal 1926 in poi”.
Fra le sue firme: Theodor Dreiser, John Dos Passos, Upton SinclairErnest HemingwayEugene O’Neill.

Il sito Marxist Internet Archive ha inizializzato la digitalizzazione delle annate in formato PDF. I file sono un po’ pesanti, ma vale la pena attendere qualche secondo perché una volta caricati è affascinante sfogliarli, seppure virtualmente, sia per la grafica che per i contenuti.

Qui alcune delle pagine tratte dal primo numero, maggio 1926, e dal numero 3 del secondo volume, gennaio 1927 (per entrare in modalità Gallery cliccare su una qualunque delle immagini):

Link all’elenco dei numeri finora pubblicati

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Grecia: una cartina al tornasole

tornasole

Il professor Sergio Cesaratto  ha scritto di recente un articolo sul contenzioso greco che condivido in pieno e di cui raccomando la lettura integrale. Potete trovarlo sul sito *economiaepolitica oppure sul suo blog,  Politica&EconomiaBlog.

Di Cesaratto, dacché lo seguo, ho sempre apprezzato l’onestà intellettuale oltreché la competenza tecnica. In passato sull’eurozona ha avuto posizioni che penso potessero essere assimilate a quella linea di pensiero che per comodità definisco eurocriticismo riformista,  dove la consapevolezza delle drammatiche manchevolezze del sistema si unisce alla convinzione/speranza che esso sia emendabile dall’interno. Una convinzione/speranza determinata vuoi da ragioni tecniche (l’euro è stato un errore madornale, ma una volta entrati uscirne sarebbe un disastro peggiore – cfr Varoufakis), vuoi da ragioni ideologiche (euro e progetto europeo coincidono, e il progetto europeo nella versione idealista che ci è stata raccontata va recuperato e difeso: le storture attuali sono solo in incidente di percorso – vedi Tsipras).

A questa visione si contrappone quella dell’euroscetticismo radicale, in cui io mi riconosco, che auspica il ritorno alle sovranità nazionali e la fine della moneta unica, considerata strumento funzionale al sistema autoritario e antisociale che si è andato delineando in questi anni non per accidente ma in conformità a un preciso progetto.

Un mese fa scrivevo: “… Comunque vadano le cose, credo che da questa vicenda almeno un ritorno positivo ce lo dovremmo aspettare: nel caso Syriza riuscisse a imporre il suo programma, gli “euroscettici radicali” dovranno ammettere che in Europa esiste lo spazio democratico per una riforma europea in senso progressista; nel caso sia la linea dura della Germania a prevalere, saranno gli “eurocritici riformisti” a dover ammettere che questi spazi non esistono. Ognuno poi trarrà le proprie conclusioni, ma in ogni modo si sarà fatta chiarezza…”.

Quello che scrive ora Cesaratto dimostra che per quanto lo riguarda chiarezza è fatta:

§§§
[…] Probabilmente la crisi greca sarà ricordata come l’ennesima comprova della fredda visione che della storia ebbe Tucidide, quella esemplificata nel discorso degli ateniesi ai melii: prostratevi a noi vincitori e non fate discorsi retorici sulla morale umana; se foste al nostro posto vi comportereste come noi ci comportiamo con voi. Questi sono discorsi duri per una sinistra che preferisce crogiolarsi fra Bella ciao e allegre brigate. Ma se questo è il sottofondo storico di ciò che sta accadendo, che cosa possiamo imparare e, soprattutto, sperare di poter fare?

La principale conclusione è la fine di ogni illusione europeista, per chi ancora la stesse coltivando. L’Europa non concederà nulla o quasi alle richieste greche. Piuttosto la lascerà tentare l’avventura dell’uscita dall’euro per mostrare qual è il destino sciagurato che attende chi tentasse di mettere in discussione la dittatura europea. […] Le opinioni pubbliche su cui verranno fatti ricadere i costi del default greco verranno scatenate contro quel paese, ma sarà purtroppo difficile che italiani e spagnoli comincino a domandarsi perché hanno dovuto prima finanziare la restituzione greca dei debiti verso le banche francesi e tedesche, per vedersi poi defalcare i crediti verso quel paese, vedendo così i propri conti pubblici peggiorare e subire ulteriore austerità. Difficilmente si chiederanno perché la Germania non paga lei per i crediti ora inesigibili che ha concesso (spesso via Francia) per sostenere le proprie esportazioni,  fedele al proprio modello mercantilista basato sul “vendor financing” fatto, peraltro, anche di corruzione.

[…] L’illusione europeista cade […] perché l’Europa è il combinato (a) del disegno del capitalismo nazionale e globale volto a sottrarre alle classi lavoratrici il terreno naturale entro cui battersi, vale a dire lo Stato nazionale sovrano; e (b) della presenza dominante di una potenza mercantilista disinteressata al sostegno della domanda interna, che anzi va compressa per dar spazio alle esportazioni […] oltre, naturalmente, al peccato originale dell’assenza di una profonda solidarietà politica fra Stati e popoli europeiL’europeismo è un ideale di influenti e spesso interessate élite liberali, liberal-socialiste e radicali che credono siano i vantaggi economici dei liberi mercati a creare la solidarietà politica, o di sprovvedute e utopistiche frange di sinistra.

Certamente la crisi europea, e quella greca in particolare, potevano (e potrebbero ancora) essere trattate in maniera decisamente più progressista dall’Europa, anche per il doveroso riconoscimento politico che le colpe non sono solo dei debitori ma anche e soprattutto dei creditori.

La BCE sarebbe stata infatti in grado di “stoppare” la crisi fiscale nel 2010-11, ma in cambio di un drammatico accentramento e rigoroso controllo delle finanze pubbliche nazionali a Bruxelles, con la creazione al contempo di un bilancio federale che cooperasse con la politica monetaria nel sostenere la ripresa. In quest’ambito espansivo i paesi più disastrati avrebbero potuto usufruire di “piani Marshall” di aiuti straordinari.
Per capire quanto questo sia impensabile nell’Europa reale, basti andare a leggersi  le note preparate lo scorso febbraio da Juncker, Dijsselblom e Draghi per avviare una “better economic governance” dell’Eurozona.

[…]La lezione per Podemos è drammatica e a tutti noi non rimane che consumare i frutti amari del sacrificio di Syriza, in un certo senso non inutile agli occhi cinici della storia se avrà finalmente svelato che un’”Altra Europa” non c’è.
C’è solo “questa Europa”, che ha trascinato un piccolo e povero paese nel debito, e ora lo punisce.

Questa constatazione non risolve, naturalmente, il nostro dramma politico, ma ci pone di fronte al compimento del disegno europeo di svuotamento della democrazia sostanziale: per quali obiettivi batterci se la politica non si decide più entro i confini nazionali, mentre nella dimensione europea i movimenti che pure avessero  accesso al governo possono essere facilmente abbattuti uno alla volta? […]
§§§

Il professor Joseph Halevi, coautore insieme a Yanis Varoufakis del libro Making Sense of the  Post-2008 World,  è/era anch’egli fra gli eurocritici riformisti, credo più per le stesse ragioni del Ministro delle finanze greco (euro un errore, uscirne un errore peggiore) che per ragioni ideali.
Questo non gli ha impedito di scrivere sulla sua pagina facebook le seguenti considerazioni:
“[…] Euro-States have become usurers aiming at keeping the imposition of an odious debt upon Greece. It thereby proves, when time is particularly short, that Euro-Institutions are absolutely not reformable in any minimally progressive way. Indeed, they even push the role of the individual States onto the terrain of usury and towards the imposition (now on Greece) of a novel, state enforced, form of debt peonage.
[Gli euro-stati sono diventati usurai che vogliono mantenere l’imposizione di un debito odioso sulla Grecia. Questo prova, quando il tempo è particolarmente breve [?], che le istituzioni europee non sono riformabili in alcun modo minimamente progressista. In effetti essi spingono il ruolo dei singoli stati  sul terreno dell’usura e verso l’imposizione (ora nei confronti della Grecia) di una nuova forma di schiavitù da debito].

Credo che l’Eurogruppo, in questi mesi dopo la vittoria di Syriza in Grecia, abbia dato abbondante prova della natura antidemocratica del sistema. La logica che prevale è quella del rapporto di forza, e “le elezioni non cambiano nulla”, come ha ricordato l’ineffabile ministro tedesco Schaeuble riecheggiando con brutalità teutonica l’affermazione di Draghi un paio di anni prima, quando evocava il “pilota automatico” a proposito delle elezioni in Italia.
Le elezioni, in Europa, nella visione dei nostri decisori, sono un placebo da somministrare periodicamente perché tutto sommato l’illusione democratica ha utili effetti sedativi.

Dopo il fallimento annunciato dei negoziati, conseguenza della rinuncia da parte greca a ogni potere negoziale per la fin troppo ribadita intenzione di non mettere in discussione l’euro  ( secondo Frédéric Lordon la prospettiva di uscire dall’euro atterrisce molto più i negoziatori greci che non la loro controparte), Tsipras sembra non avere altra scelta che sottomettersi ai diktat europei, tradendo il mandato per cui è stato eletto (e firmando la condanna a morte politica, sua e dei movimenti di sinistra radicale europei).
A meno che la ventilata possibilità di uno spostamento greco verso l’asse cino-russo induca l’Eurogruppo  a più miti consigli.
Ma anche in questo caso a prevalere sarebbero i rapporti di forza, non le ragioni democratiche. E i rapporti di forza si fanno valere in un contesto conflittuale fra soggetti in competizione, non certo in un contesto comunitario fra soggetti cooperativi: qui invece si insiste nel rappresentare questo al posto di quello.

Paul Krugman ricorda che sociologia e psicologia provano che quando qualcuno ha forti convincimenti le prove contrarie non servono a cambiare il suo modo di vedere: anzi,  a volte più forti sono le prove, più forte è il rifiuto di prenderne atto (vedi questa intervista). Ciò vale per tutti, e alla base c’è un meccanismo di identificazione di ognuno con i propri convincimenti – o schemi mentali; ripudiarli significa in qualche modo ripudiare una cospicua componente di noi stessi, e per farlo occorre una buona dose di onestà intellettuale.
Sia Cesaratto che Halevi dimostrano di averne, e da vendere. Spero che altri intellettuali e politici, se in buona fede, seguano presto l’esempio.

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Gaza Through My Eyes, un viaggio americano

Gaza è un castello caduto nel mare. È un bastione di libertà che rifiuta di arrendersi

Lo storico israeliano  Ilan Pappé segnala un documentario su Gaza in corso di pubblicazione sulla rete: “Gaza Through My Eyes”. L’autore è Denny Cormier, americano, attivista del movimento per i  diritti umani.

Qui i link ai due video finora pubblicati, e il link a una sua intervista.

Gaza Through My Eyes, Episodio 1:

Gaza Through My Eyes, Episodio 2:

Intervista:

 

 

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Di Anniversari, Ricorrenti menzogne e Unintended consequences

Dodici anni fa, il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti – a capo di una coalizione di ossequienti  “volenterosi” e con il mandato delle ossequienti Nazioni Unite – iniziavano l’attacco all’Iraq per distruggere le “armi di distruzione di massa” di cui quel paese era dotato, bloccarne la politica di “appoggio al terrorismo islamico”, fargli dono della democrazia.
Nel giro di quaranta giorni Baghdad fu “liberata”, la statua del dittatore immancabilmente abbattuta. Di fronte ai soldati schierati sulla portaerei Lincoln, il presidente Bush poté trionfalmente dichiarare: “Missione compiuta”.

Busch missione compiuta

La campagna mediatica per “vendere” alla manipolabile opinione pubblica (americana e internazionale) l’inevitabilità di quella guerra preventiva, si era appoggiata su un documento prodotto dall’Intelligence nell’ottobre del 2002 che per ovvi motivi di sicurezza doveva rimanere secretato. A detta dei vertici dell’amministrazione, il documento dimostrava oltre ogni dubbio la grave minaccia costituita dall’Iraq per la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo occidentale: i programmi di fabbricazione degli ordigni nucleari non erano stati abbandonati, gli arsenali di armi chimiche e biologiche non erano stati distrutti, l’appoggio attivo al terrorismo alqaidista non era stato interrotto.
Condoleeza Rice, di fronte all’insaziabile e continua richiesta di prove provate che gli ispettori ONU non riuscivano a trovare, affermò stizzita e con efficace metafora che gli Stati Uniti non potevano aspettare che la “pistola fumante” si trasformasse in un fungo atomico.

La CIA consegnò copia di quel documento al Comitato per la Sicurezza del Senato – che lo aveva reclamato in base al Freedom Information Act – una prima volta nel 2004, con 72 pagine completamente censurate su un totale di 93. In seguito il Comitato poté disporre di un testo più esaustivo, in base al quale nel settembre 2006 – a disastro avvenuto e Bush rieletto –  arrivò alla conclusione che Washington aveva “esagerato” la minaccia irachena e che il rapporto non confermava in alcun modo le accuse.
Il documento è stato definitivamente desecretato a fine gennaio di quest’anno.

Che i pretesti fossero inconsistenti  era già risultato palese fin dai primi mesi dell’occupazione, quando nonostante le accanite ricerche sul campo non era stata trovata alcuna traccia di armi chimico-batteriologiche o di impianti per la fabbricazione di ordigni nucleari. Tuttavia le conclusioni del Comitato erano importanti, o avrebbero dovuto esserlo, perché inchiodavano  i vertici della Casa Bianca alle loro reponsabilità: non erano stati indotti in errore da un rapporto sbagliato, ma ne avevano anzi deliberatamente falsificato le indicazioni per rafforzare la loro menzogna, di fatto mentendo due volte.Statua Saddam Hussein abbattuta

Migliaia di morti nella coalizione dei volenterosi, centinaia di migliaia fra gli iracheni, milioni di profughi, miliardi di dollari spesi e dodici anni più tardi le conseguenze dell’inganno sono ancora tutte da risolvere. La previsione del generale William Odom, secondo il quale l’invasione dell’Iraq si sarebbe rivelata “il più grande disastro strategico nella storia degli Stati Uniti”, si è puntualmente avverata. La rinascita irachena e il risveglio sunnita, su cui gli strateghi americani avevano contato per la normalizzazione del paese, non sono mai avvenuti. Al contrario, le violenze settarie scatenate con l’invasione hanno alimentato la crescita di al Qaida, da cui le ancora più radicali milizie dello Stato Islamico hanno origine.

In un mondo ideale, gli psicopatici che si sono resi colpevoli di un simile disastro sarebbero processati e condannati. Nel nostro mondo imperfetto, al contrario, pare che il loro sia un esempio da seguire.

Barack Obama ne prende le distanze, a parole, quando in una recente intervista ammette che l’ISIS è una derivazione di al Qaida, che a sua volta ha potuto crescere in Iraq grazie all’invasione americana. “È un esempio di conseguenze non intenzionali  [unintended consequences], dice. Ed è la ragione per cui, in linea di massima, dovremmo prendere la mira prima di sparare“.
Nei fatti adotta la stessa tattica (manipolazione della realtà e noncuranza delle conseguenze umanitarie) che ha caratterizzato il suo predecessore, dal quale diventa sempre più difficile distinguerlo, per imbarcarsi anch’egli in avventure di esito catastrofico per l’intera comunità mondiale.

Libia – il bagno di sangue evitato
È il caso della Libia, di cui ricorre in questi giorni il quarto anniversario dell’inizio dei bombardamenti aeronavali a opera della NATO (19 marzo 2011). John Pilger ricorda che l’assassinio di Gheddafi e la distruzione del suo paese fu giustificato dalla solita menzogna dell’intervento umanitario: il dittatore stava pianificando un genocidio contro il suo popolo. “Sapevamo – disse Obama – che se avessimo aspettato ancora un giorno Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe patito un massacro che si sarebbe ripercosso sull’intera regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.avvoltoi libia
L’autorevole fonte di questa informazione era un portavoce delle forze ribelli, che stavano subendo pesanti rovesci e spingevano per l’intervento occidentale. In un’intervista alla Reuters costui dichiarò che ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Rwanda” (14/03/2011). Questo fornì la giustificazione morale all’intervento umanitario della Nato: 9700 incursioni aeree, un terzo delle quali su obiettivi civili; l’uso di uranio impoverito; Misurata e Sirte bombardate a tappeto; migliaia di morti, il paese nel caos.
“Il bagno di sangue che lui  aveva promesso di infliggere alla città assediata di Bengasi è stato evitato”, affermò Obama un mese dopo. “Lui” sottintendeva Gheddafi, anche se il solo a parlare di bagno di sangue era stato il portavoce delle forze ribelli (molte delle quali, segretamente addestrate ed equipaggiate dai corpi speciali inglesi, sarebbero poi confluite nelle file dello Stato Islamico).
Il vero crimine di Gheddafi, ovviamente indicibile, era il suo progetto di una valuta africana comune, sostenuta da riserve in oro e greggio, che tramite una Banca continentale affrancasse il continente dall’egemonia finanziaria del petrodollaro. Garikai Chengu, membro del DuBois Institute for African Research Harvard University,  in un articolo su Global Research, sostiene che in agosto 2011 gli Stati Uniti confiscarono alla Banca centrale libica 30 miliardi di dollari che Gheddafi aveva destinato alla creazione di di un Fondo Monetario Africano.
L’obiettivo più verosimile delle potenze occidentali era dunque quello di sbarazzarsi di un leader recalcitrante alla soggezione politica ed economica, metterne uno più docile e acquisire il controllo delle risorse del sottosuolo libico. Ma detta così non suona bene.

Siria – la linea rossa
In agosto 2012 Obama tracciò la linea rossa che il presidente siriano Bashar al Assad non avrebbe mai dovuto superare, quella dell’uso di armi chimiche: una linea rossa che di nuovo si richiamava al potente topos dell’intervento umanitario, perfetta per preparare il successivo passo verso un confronto armato contro il regime siriano. Le accuse ad Assad di averla ripetutamente superata si sprecavano, e l’eccidio avvenuto alla periferia di Damasco nell’agosto 2013 sembrò segnare il punto di non ritorno. La confusione sul campo di battaglia avrebbe consigliato prudenza nell’attribuire l’uso di armi chimiche all’una o all’altra parte; molti indizi anzi portavano a ritenere che l’uso del sarin potesse essere stato cinicamente usato dai ribelli come false flag  perché l’Occidente intervenisse.

crocodile_tears_for_syriaBarack Obama era perfettamente al corrente di queste riserve, espresse peraltro da buona parte degli analisti della sua stessa Intelligence; e tuttavia non perse occasione per parlarne come se fosse provata la colpevolezza del regime, fino al suo discorso davanti alle Nazioni Unite del 24 settembre 2013, quando dichiarò: “È un insulto alla ragione umana e alla legittimità di questa assemblea ipotizzare che siano stati altri e non il regime siriano a condurre questo attacco”.

Fortunatamente, la volontà di Obama di rovesciare il regime siriano si scontrò contro quella dei russi di sostenerlo, stavolta molto più determinati di quanto non avevano dimostrato con la Libia. E sfortunatamente per i falchi, un’intervista di John Kerry produsse una “unintended consequence” che inceppò il meccanismo di intervento bellico. Oggi lo stesso Kerry – dopo duecentomila vittime, 11 milioni di profughi e uno Stato Islamico che occupa buona parte del paese – è costretto ad ammettere che sì, per trovare una soluzione alla guerra in Siria, si dovrà necessariamente negoziare con il Presidente Bashar al Assad. Scusate, avevamo scherzato.

Ucraina – l’invasione russa
Il 24 settembre 2014, esattamente un anno dopo il suo discorso sulla Siria, Obama si rivolgeva di nuovo all’Assemblea delle Nazioni Unite dando la seguente personale rappresentazione della crisi in Ucraina e dell’atteggiamento geopolitico russo:

“Le recenti azioni della Russia in Ucraina mettono a repentaglio l’ordine mondiale quale si è delineato nel dopoguerra. Questi sono i fatti. A seguito delle mobilitazioni di protesta del popolo ucraino che chiedeva riforme, il loro corrotto presidente è fuggito. Contro la volontà del governo di Kiev, la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa. La Russia ha riversato armi nell’Ucraina orientale appoggiando le violenze dei separatisti e un conflitto che ha ucciso migliaia di persone.
Quando un aereo civile è stato abbattuto da un’area controllata da questi emissari, costoro rifiutarono per giorni l’accesso ai relitti. 
Quando l’Ucraina ha cominciato a riaffermare il suo controllo sul territorio, la Russia ha abbandonato ogni finzione di sostenere i separatisti e ha inviato proprie truppe oltre il confine.

Questa è una visione del mondo in cui la forza crea il diritto, un mondo in cui i confini di una nazione possono essere ridisegnati da un’altra, e per evitare che la verità sia rivelata i civili non hanno il permesso di recuperare i resti dei loro cari. L’America sostiene qualcosa di diverso.
Noi crediamo che sia il diritto a dare la forza, che le grandi nazioni non dovrebbero prevaricare quelle piccole e che ognuno dovrebbe essere in grado di scegliere il proprio futuro. Sono semplici verità, ma devono essere difese. L’America, con i suoi alleati, appoggerà il popolo ucraino nello sviluppo della loro democrazia ed economia. Noi rinforzeremo i nostri alleati nella NATO e sosterremo il nostro impegno di autodifesa collettiva. La Russia dovrà pagare il costo dell’aggressione, e contrasteremo le menzogne con la verità.
Chiediamo ad altri di unirsi a noi dalla parte giusta della storia – perché i piccoli vantaggi che si possono estorcere puntando una pistola alla fine si ritorceranno contro,  se saranno abbastanza le voci che si levano per la libertà delle nazioni e dei popoli di decidere autonomamente.

Ho già commentato altrove le affermazioni dei primi tre capoversi: alla fine del post “Il fascino discreto dei neocons” e nel post “Un Boeing insabbiato” – a cui rimando chi avesse voglia e tempo.
Quanto ai capoversi successivi mi chiedo se anche voi, come me, avvertite una sensazione di grottesca ipocrisia, o di cieca negazione della realtà come fa il proverbiale bue quando dà del cornuto all’asino.
Ecco allora un breve elenco, probabilmente incompleto, delle nazioni che direttamente o indirettamente  hanno goduto della traboccante passione americana per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli nel corso degli ultimi 35 anni:

Iran (1980, 1987-1988)
Libia (1981, 1986, 1989, 2011)
Libano (1983)
Kuwait (1991)
Iraq (1991-2011, 2014)
Somalia (1992-1993, 2007-)
Bosnia (1995)
Saudi Arabia (1991, 1996)
Afghanistan (1998, 2001-)
Sudan (1998)
Kosovo (1999)
Yemen (2000, 2002-)
Venezuela (2002)
Pakistan (2004-)
Honduras (2009)
Siria (2011-)
Ucraina (2013-)

imagesIl filosofo Georges Santayana diceva che colui che non impara dalla Storia è condannato a riviverla. Gramsci, meno possibilista, sosteneva che la Storia è maestra, ma non ha allievi.

Se invece di dedicarsi a migliorare la mira, che comunque presuppone la volontà di sparare, Obama e chi gli succederà si preoccupassero di imparare dalla Storia, forse le ragioni per lamentarsi di unintended consequences si ridurrebbero significativamente, a tutto vantaggio dell’America e soprattutto del mondo intero.

Documenti per approfondire:

 

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Grecia: la sovranità ai tempi dell’Eurozona

Paul Mason è un giornalista inglese che segue da tempo e con molta attenzione l’evolversi delle trattative fra Grecia ed Eurozona. Oggi sulla sua bacheca Facebook ha pubblicato la seguente notizia:

§

At less than 24 hours notice the European Commission has vetoed a key law set to be passed by the Greek parliament tomorrow. The so-called “humanitarian crisis bill” was set to provide free electricity for some households, and address poverty among pensioners and homeless families.
But in a communication seen by Channel 4 News, Decland Costello, director at the EC’s directorate for economic and financial affairs has ordered the radical left-led coalition governemnt in Greece to stop. A planned law to allow tax arrears to be paid in instalments, set before the Greek parliament on Thursday, has also been vetoed.
The move comes as Alexis Tsipras, the Greek PM, called for 5-party talks at Thursday’s summit, and ahead of a critical decision by the European Central Bank over restoring borrowing facilities to Greek banks.
Mr Costello’s letter says:
“During our teleconference last night, you mentioned the planned parliament passage tomorrow of the ‘humanitarian crisis’ bill. We also understand that other policy initiatives, including the instalment scheme law, are in train that are to go to parliament shortly.
We would strongly urge having the proper policy consultations first, including consistency with reform efforts. There are several issues to be discussed and we need to do them as a coherent and comprehensive package.
Doing otherwise would be proceeding unilaterally and in a piecemeal
manner that is inconsistent with the commitments made, including to the Eurogroup as stated in the February 20 communiqué.”
The European Commission had been seen as the most concilatory of the bodies formerly known as the Troika. Mr Costello’s letter effectively says that if the Greek parliament votes on the new law tomorrow, it is a violation of the compromise deal signed by finance minister Yanis Varoufakis on 20 February in Brussels.

§

La traduzione più o meno è quella che segue, e si commenta da sola:

Con un preavviso di meno di 24 ore, la Commissione Europea ha posto il proprio veto su una legge chiave che doveva essere approvata dal Parlamento greco domani. La “Legge per la crisi umanitaria” prevedeva la fornitura gratuita di elettricità ad alcune famiglie e affrontava la condizione di indigenza di pensionati e famiglie senza tetto.
In una comunicazione – di cui Channel 4 News ha avuto conoscenza – Decland Costello, funzionario della Direzione per gli affari economici e finanziari della Commissione Europea, ha intimato al Governo greco di fermarla.
Un veto è stato posto anche alla legge sul pagamento rateale delle tasse arretrate, che doveva essere presentata giovedì.
La mossa arriva nello stesso momento in cui il Primo ministro Greco Tsipras chiede un incontro a cinque al vertice di giovedì prossimo, in vista della critica decisione da parte della BCE sul ripristino o meno delle agevolazioni di prestito alle banche greche.

La lettera di Costello dice:
“Durante la teleconferenza di ieri sera, Lei ha accennato alla programmata presentazione della “Legge per la crisi umanitaria” davanti al Parlamento domani. Siamo inoltre al corrente che altre iniziative legislative, inclusa la legge per la rateazione, sono in procinto di essere deliberate.
La esortiamo vivamente a previe e adeguate consultazioni politiche, per valutarne la congruenza con gli sforzi delle riforme. Ci sono molteplici aspetti da discutere, ed è necessario affrontarli in modo coerente e globale.
Fare altrimenti significherebbero procedere in modo unilaterale e frammentario, in contraddizione con gli impegni presi, inclusi quelli con l’Eurogruppo come stabilito dal comunicato del 20 febbraio”.

La Commissione Europea era considerata come la più conciliante fra le tre componenti dell’organismo prima conosciuto come Troika. La lettera di Costello praticamente avverte che se il Parlamento greco domani voterà la nuova legge, sarà in violazione degli accordi firmati dal Ministro Varoufakis il 20 febbraio.

Rana bollita

 

Pubblicato anche su : http://www.appelloalpopolo.it/

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Netanyahu, i Sionisti Cristiani e l’Armageddon

Lo scorso 3 marzo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto un discorso davanti ai membri del Congresso americano. Netanyahu era stato invitato (meglio: si era fatto invitare)  dal repubblicano John Boehner, presidente della Camera, che contrariamente alla prassi non aveva consultato né il dipartimento di Stato né la Casa Bianca. L’iniziativa era finalizzata a convincere i parlamentari a fare pressioni perché il governo americano riveda i termini dell’imminente accordo sul programma nucleare iraniano, che Netanyahu ritiene del tutto insufficienti a impedire che l’Iran possa dotarsi di ordigni atomici. L’iniziativa non ha contribuito a rasserenare i rapporti fra il Presidente degli Stati Uniti e il Primo ministro israeliano. Nessun membro del governo ha assistito al discorso, Netanyahu non è stato invitato alla Casa Bianca e la maggior parte dei democratici ha disertato l’aula.
In compenso, il discorso è stato interrotto diverse volte dagli applausi entusiasti dei parlamentari repubblicani, che hanno sottolineato il loro apprezzamento anche con frequenti standing ovations.

Intervento Netanyahu – dal minuto 25.

Ecco alcuni significativi passaggi:

[…] Durante i nostri quasi 4.000 [sic] anni di storia, molti hanno cercato di distruggere il popolo ebreo. Domani sera, con l’inizio della festività ebrea del Purim, noi leggeremo il Libro di Ester. Vi leggeremo del potente ministro persiano Aman che complottò per distruggere il popolo ebreo circa 2.500 anni fa. Ma una coraggiosa donna ebrea, la regina Ester, svelò il complotto e ottenne per gli ebrei il diritto di difendere se stessi contro i loro nemici. Il complotto fu sventato. Il nostro popolo fu salvo.
Oggi il popolo ebreo deve affrontare di nuovo la minaccia di un’altra potenza persiana. Il leader supremo dell’Iran, Ayatollah Khamenei, vomita l’odio più antico, quello dell’antisemitismo, con nuove tecnologie. Egli twitta che Israele dev’essere distrutta […] Il regime iraniano non è solo un problema ebreo, come non era un problema solo ebreo il regime nazista. I 6 milioni di ebrei assassinati dal regime nazista erano solo una frazione dei 60 milioni di persone uccise nella Seconda Guerra Mondiale […] Allo stesso modo il regime iraniano non è solo una minaccia per Israele ma per il mondo intero.
[…] Nel 1979 [il popolo iraniano] è stato sequestrato da fanatici religiosi [il termine usato è zealots, zeloti: abbastanza curioso, gli  zeloti dovrebbero avere una connotazione positiva nell’immaginario ebraico ] che hanno imposto una dittatura buia e brutale.
[…] i guardiani della rivoluzione non dovevano solo proteggere i loro confini, ma impegnarsi nella missione ideologica della jihad.
[…] La costituzione iraniana auspica morte, tirannia e la ricerca della jihad. […] I suoi agenti a Gaza, i suoi lacché in Libano, le sue guardie della rivoluzione sulle Alture del Golan sono i tre tentacoli di terrore con cui soffocano Israele. Sostenuto dall’Iran, Assad sta macellando i siriani. Sostenute dall’Iran, le milizie sciite si scatenano in Iraq. Sostenuti dall’Iran gli houthis si stanno impossessando dello Yemen e minacciano gli stretti strategici all’imboccatura del Mar Rosso.
[…] l’Iran prese dozzine di ostaggi americani a Tehran, ha assassinato centinaia di soldati americani a Beirut, ed è responsabile dell’uccisione o ferimento di migliaia di soldati americani in Iraq e in Afghanistan.

[…] l’Iran si dedica a divorare le nazioni.
[…] Il regime iraniano è profondamente radicato nell’islamismo militante, e questa è la ragione per cui questo regime  sarà sempre un nemico dell’America.
[…] Non fatevi ingannare. Il conflitto fra Iran e ISIS non trasforma l’Iran in un amico dell’America. Iran e ISIS sono in competizione per il titolo di militante islamico. […] Entrambi vogliono imporre un impero islamico militante, prima nella regione, poi nel mondo intero […] in questo game of thrones non c’è posto per l’America o Israele […] Quindi, per quanto riguarda Iran e ISIS, il nemico del tuo nemico è il tuo nemico. 
[…] Vincere l’ISIS ma lasciare all’Iran la possibilità di avere armi nucleari vuol dire vincere una battaglia ma perdere la guerra.
[…] Chi ritenesse che l’Iran minacci lo Stato ebraico ma non il Popolo ebraico, ascolti Hassan Nazrallah – il leader di Hezbollah, braccio terrorista dell’Iran. Ha detto: Se tutti gli ebrei si riunissero in Israele, questo ci risparmierebbe il disturbo di doverli cacciare uno per uno in giro per il mondo.
[…] Se l’accordo che si sta negoziando viene accettato dall’Iran, esso non impedirà all’Iran di sviluppare armi nucleari. L’accordo non farà altro che garantire che l’Iran costruisca quelle armi. Molte armi.
[…] Attualmente l’Iran potrebbe nascondere impianti nucleari di cui noi, Israele e stati Uniti, non sappiamo nulla. Come disse il precedente capo della delegazione IAEA [International Atomic Energy Agency]: se non ci fossero impianti non-dichiarati in Iran, sarebbe la prima volta che ciò accade in 20 anni.

 §

La rappresentazione che Netanyahu vorrebbe dare del proprio paese è quella di uno stato democratico, moderno e razionale, che si batte per la propria sopravvivenza contro gli stati violenti, autoritari e medioevali che lo circondano. Questa rappresentazione è tuttavia contraddetta dagli argomenti irrazionali che adotta per sostenerla, con il richiamo alla Bibbia come documento di storia reale e l’audace parallelo dell’Iran attuale con il biblico Impero Persiano per renderne efficace la demonizzazione. Ma l’incoerenza non è casuale: si tratta di una scelta precisa, che solletica un certo clima culturale – fondamentalista, anti-scientifico, apocalittico – che pervade importanti strati della società americana, e non necessariamente gli strati più umili. Da una parte si rivolge a una platea – quella dei cristiani sionisti – molto sensibile e ricettiva a una rappresentazione che rientra nella loro visione teologica del mondo; dall’altra eccita la cospicua componente islamofobica del paese. In entrambi i casi Netanyahu fa leva su contenuti emotivi che escludono l’analisi razionale.

A questo proposito, riassumo qui un articolo dello storico israeliano Ilan Pappé, dal libro “Ultima fermata Gaza”.

Pappé sostiene che i principali gruppi di pressione interni della politica americana in Medio Oriente sono due.
Il primo è l’AIPACAmerican Israel Public Affairs Commitee,  che conta su 100.000 soci (di area sia repubblicana che democratica) e su un “vasto bacino di donatori”, considerata la più influente organizzazione lobbistica per i rapporti fra Washington e Israele.

AIPAC
Il secondo è la setta millenarista dei Sionisti cristiani, per i quali la seconda e finale venuta di Cristo avverrà solo dopo che gli ebrei avranno interamente recuperato la loro patria biblica e si saranno convertiti al cristianesimo, realizzando così il pieno adempimento delle profezie apocalittiche. La dottrina sarebbe riconducibile all’irlandese John Darby e allo scozzese Edward Irving, entrambi del XIX secolo, ma è negli Stati Uniti che è andata radicalizzandosi.

Fino alla fine della prima guerra mondiale, negli Stati Uniti la posizione pro-sionista dei millenaristi era controbilanciata da una visione arabista che avversava l’idea del ritorno degli ebrei in patria. Mentre il predicatore Blackstone  chiedeva venisse riconosciuta “la condizione degli israeliti e la rivendicazione della Palestina come loro antica patria”, l’ambasciatore americano a Gerusalemme Merril sosteneva che il sionismo non era un fenomeno religioso ma un progetto colonialista.

Con il passare del tempo, i millenaristi prevalsero. Il favore verso il sionismo venne rafforzato dalle crescenti frizioni fra istituzioni religiose islamiche e missionari, che avevano sperato in un’emancipazione dei paesi arabi condotta dal cristianesimo americano e non dall’Islam.
I missionari orientalisti si erano dimostrati del tutto incapaci di comprendere le realtà con cui si confrontavano: “interpretando la storia secondo l’avanzata del Cristianesimo, essi hanno fornito un quadro inadeguato, distorto e talvolta persino grottesco dei musulmani e dell’Islam” (Edward Earle, 1929). In Palestina, poi, furono sconvolti dal divario fra ciò che le scritture li avevano indotti a immaginare e la realtà che avevano incontrato: gli abitanti di quella terra vennero percepiti non come un popolo dotato di diritti, ma come un accidente storico. Una visione che coincideva con quella adottata dal sionismo, a cui finirono col dare il loro sostegno, avviando un processo che portò alla solida alleanza destinata nel tempo a condizionare tutta la politica americana del Medio Oriente.

La creazione dello Stato di Israele nel 1948 fu per i cristiani messianici la prova provata che i disegni apocalittici divini  stavano per avverarsi. Superata una prima fase di diffidenza per le implicazioni antisemite della dottrina (date le alternative che essa prevede per gli ebrei: convertirsi o bruciare all’inferno), il governo israeliano decise di cogliere l’opportunità di un’alleanza comunque preziosa, e nel 1980 autorizzò l’apertura di un’ambasciata cristiana internazionale a Gerusalemme. Da allora sionisti cristiani si affollano in pellegrinaggio ogni anno davanti alle rovine di  Tel Megiddo, il sito archeologico dove si crede che la battaglia finale – l’Armageddon –  avrà luogo, per celebrarne l’imminenza ed esprimere l’appoggio incondizionato a un Israele bellicoso per legge divina, che deve portare avanti la politica di espansione nei territori occupati per recuperare l’indispensabile integrità territoriale: “Ciò che vuole Israele lo vuole Dio” (Cfr “Addio Terra ultimo pianeta“, Hal Lindsey, Battista 1974).megiddo1
Non stupisce che le loro delegazioni siano ogni volta  ricevute dal Governo israeliano con tutti gli onori.
Con il diffondersi del mezzo televisivo, inoltre, si sono moltiplicati i canali che predicano la dottrina millenarista attraverso messaggi iper-semplificati del tipo “Chi si mette contro Israele si mette contro Dio”, annunciati da pastori spesso sgargianti, talvolta esagitati, sempre popolarissimi.

Oggi si stima che la setta millenarista può contare su circa quaranta milioni di adepti, con abbastanza denaro da permettersi di finanziare l’insediamento di uno di loro, George W. Bush, alla Casa Bianca e piazzare propri membri in tutte le commissioni importanti di Washington.

Il che porta a concludere mestamente che se nel grande gioco medio-orientale la razionalità degli altri attori è di pari livello (e più o meno siamo lì), le probabilità che un Armageddon  prima o poi scoppi davvero sono più elevate di quanto non vorremmo.
Solo che non sarà quello che i millenaristi si aspettano.
apocalisse

Per approfondire:
– Chomsky/Pappé: Ultima fermata Gaza (Ponte alle Grazie, 2010) – Cap II
– Netanyahu invokes biblical Armageddon in US Congress

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Grecia: gli ottimisti della volontà, i pessimisti della ragione

Grecia Ottimismo pessimismo 3

In molti, anche fra gli scettici, hanno seguito con grande simpatia e aspettazione la battaglia greca al tavolo eurocomunitario. Non sono sicuro che tutti fossero pienamente consapevoli del fatto che per la prima volta veniva esplicitamente posto il tema della democrazia,  ma in generale credo che tutti avessero la consapevolezza che a quel tavolo ciò di cui si discuteva trascendeva la mera situazione economica e finanziaria di uno Stato membro.

L’accordo che ne è seguito è stata oggetto di valutazioni divergenti, che variano dalla soddisfazione moderata alla profonda delusione.

Alcuni, come Jacques Sapir, lo considerano un “successo limitato”, che ha procurato al governo greco quattro mesi di tempo di cui profittare per prepararsi (a un’uscita dall’Euro nel modo più ordinato possibile, o a una diversa strategia negoziale).
Frances Coppola vede in questo tempo guadagnato l’opportunità per la Grecia di recuperare credibilità: “Perciò [nonostante non abbia ottenuto sostanzialmente nulla di quanto chiedeva]  la Grecia ha conseguito qualcosa di molto più importante, l’opportunità di provare che è degna di fiducia. Non saprei sottolineare abbastanza quanto ciò sia fondamentale […]  Coincide con la richiesta di Syriza  ricostruire la dignità del popolo greco, perché i popoli che non godono di fiducia non hanno dignità”.
Sapir e Coppola appartengono al gruppo degli ottimisti della volontà.

Altri, i pessimisti della ragione, vi leggono una grave sconfitta. Manolis Glezos, l’icona della resistenza greca al nazismo, è stato ferocemente critico: “L’accordo all’Eurogruppo è una vergogna. Avevamo fatto delle promesse e non le abbiamo mantenute. Chiedo scusa al popolo greco. Dobbiamo reagire e subito. E tra la libertà e l’oppressione, io scelgo la libertà”. Panagiotis Lafazanis, ministro allo sviluppo economico e leader della Piattaforma di sinistra, l’ala più radicale di Syriza, ha detto che “le linee rosse tracciate prima delle trattative non possono essere superate…”. Per Martin Armstrong “la Grecia ha firmato la sua condanna a morte”.

Stathis Kouvelakis, professore di teoria politica al King’s College di Londra e membro del Comitato centrale di Syriza, si iscrive al gruppo dei pessimisti e spiega le ragioni per cui l’accordo dev’essere letto come una sconfitta, sostenendo che una rappresentazioni edulcorata o capovolta del risultato tende solo a legittimare retrospettivamente le decisioni, e preparare il terreno a ulteriori e irreparabili sconfitte, dal momento che diluisce i criteri per distinguere la resa dal successo.

Grecia Ottimismo pessimismo 1

La sostanza dell’accordo del 20 febbraio sembra dargli ragione.

Il governo greco si era presentato al negoziato con una serie di rivendicazioni per le quali aveva ricevuto l’investitura popolare: ricusazione del memorandum; sei mesi di transizione senza misure di austerità, con un programma-ponte che assicurasse la liquidità necessaria per le misure sociali promesse; il riconoscimento che il debito non è sostenibile; la necessità di una nuova tavola rotonda sul debito.

L’accordo finale non contempla nulla di tutto questo. Al contrario stabilisce una serie di vincoli che impediscono al governo Tsipras di assumere qualunque misura in contrasto con le linee del memorandum. La Grecia riceverà la quota di finanziamento che aveva inizialmente rifiutato,  alle condizioni che gli accordi dei precedenti governi avevano stabilito. E benché il termine “Troika” sia stato sostituito da “Istituzioni”, il testo ribadisce che questo organismo di supervisione sarà composto da funzionari del FMI, della BCE e del Consiglio Europeo.
Quanto al debito, “le autorità greche si impegnano inequivocabilmente a onorare i loro obblighi verso i creditori, in modo pieno e puntuale”: vale a dire che ogni velleità di ridiscutere il debito, ristrutturalo o eliminarlo è stata accantonata. Il rimborso del debito rimane nei termini concordati con il precedente governo di Samaras, e include gli impegni dell’avanzo primario al 4,5% per il 2016, le privatizzazioni accelerate e l’istituzione di un fondo speciale a servizio del debito, dove far confluire tutte le entrate da privatizzazioni, gli avanzi primari, nonché il 30% di ogni eventuale quota di avanzo primario eccedente il 4,5%.
In pratica: nulla da destinare a favore della crescita o dell’emergenza sociale.

Secondo Kouvelakis (e trovo tristemente difficile eccepire) è stato dato un chiaro segnale a chiunque pensi che una legittimazione elettorale sia di per sé titolo sufficiente per cambiare le politiche economiche del proprio paese: gli unici ad averne diritto sono i tedeschi. Nelle parole del Presidente della Commissione europea, Claude Junker: “Non ci possono essere scelte democratiche che vadano contro i trattati”.

Per tornare agli ottimisti della volontà, cito un brano della bella lettera che il professor Riccardo Bellofiore ha ricevuto da un suo amico greco e pubblicato sulla sua bacheca facebook il 27/2:

“[…] Il governo di Syriza ha annunciato una serie di importanti misure che permetteranno alla gente di pagare le proprie pendenze fiscali e i propri debiti con le banche senza la costante minaccia del pignoramento. Queste misure sono state modulate compatibilmente con l’accordo di proroga firmato con i nostri creditori. […]Per quanto riguarda la percezione della gente comune, trovo sorprendente (e commovente!) la pazienza e la comprensione del greco medio. Benché siano grandi le speranze e le aspettative, la gente capisce che il governo sta conducendo una dura battaglia e lo appoggia. È ancora presto essere euforici o depressi circa i risultati dell’accordo raggiunto tra Grecia ed Eurozona. Non dovremo aspettare molto (credo non oltre la fine dell’anno) per capire in che misura il governo di Syriza riuscirà a realizzare del suo programma . Quel che è sicuro è che nel muro dell’austerità si è prodotta una grande crepa”.

Grecia Ottimismo pessimismo 2

Il tentativo di Syriza è stato abbastanza generoso da guadagnarsi le simpatie della gente, ma troppo velleitario per non ispirare scetticismo da parte di molti.
I presupposti negoziali da cui erano partiti sono:
a) Un debito la cui soluzione poteva seguire il modello dell’accordo di Londra del 1953 sul debito tedesco (nonostante l’evidente differenza storica ed economica fra i due contesti);
b) La convinzione che nuove e antitetiche politiche economiche (il programma di Salonicco, la cui attuazione doveva essere finanziata per metà da fondi comunitari) potessero essere adottate a prescindere dagli esiti del negoziato sul debito, senza scatenare nessuna concreta reazione da parte delle istituzioni europee.
c) La presunzione di poter contare su alleati di peso.
Tutto questo apparentemente senza un piano B, cioè senza alcuna contromisura prevista nel caso si fossero trovati davanti a un rifiuto. Ribadito a più riprese  che l’uscita dall’euro non era in discussione (Varoufakis sostiene che l’euro è stato un errore madornale, ma che una volta dentro uscire sarebbe un disastro), la Grecia si privava di quel poco di potere negoziale di cui poteva disporre. E che questa fosse l’unica arma a sua disposizione lo dimostra il fatto che subito dopo le elezioni la Germania aveva messo le mani avanti, dichiarando che questa volta, rispetto al 2010, l’eventuale uscita della Grecia non avrebbe avuto alcun effetto sistemico.

Al momento duole costatare che ognuna di queste presunzioni è si è rivelata vana.

Il debito è rimasto (e non perché qualcuno in Europa crede davvero che possa essere mai ripagato, ma perché è una formidabile arma di ricatto politico, troppo efficace perché il creditore vi possa rinunciare facilmente).
Il programma di Salonicco archiviato, almeno in gran parte e non si sa per quanto tempo.
Quanto agli alleati, già Paul Mason scriveva il 17 febbraio, che il negoziato vedeva fra i più intransigenti proprio i paesi periferici, per i quali un successo greco avrebbe comportato la sgradevole necessità di dover spiegare ai propri elettori la loro arrendevolezza verso le politiche di austerità. La palese soddisfazione con cui molti politici nostrani hanno salutato l’accordo, commentando che Tsipras e Varoufakis alla fine avevano dovuto “fare i conti con la realtà”, è molto eloquente.

La situazione ora appare piuttosto critica, ma chissà: potremmo scoprire che Tsipras e Varoufakis dopotutto un piano B ce l’avevano… Per una volta vorrei anch’io iscrivermi al gruppo degli ottimisti della volontà e augurarmi sinceramente che sia così. (Intanto la notizia che per 300.000 famiglie povere vengono assicurati cibo ed elettricità testimonia se non altro che, pur legati a vincoli di bilancio, la distribuzione delle risorse segue criteri di priorità inediti; e le dichiarazioni del Ministro dell’energia dimostrano che la partita delle privatizzazioni non è del tutto giocata).

Comunque vadano le cose, credo che da questa vicenda almeno un ritorno positivo ce lo dovremmo aspettare:
Nel caso Syriza riuscisse a imporre il suo programma, gli “euroscettici radicali” dovranno ammettere che in Europa esiste lo spazio democratico per una riforma europea in senso progressista;
Nel caso sia la linea dura della Germania a prevalere, saranno gli “eurocritici riformisti” a dover ammettere che questi spazi non esistono.
Ognuno poi trarrà le proprie conclusioni, ma in ogni modo si sarà fatta chiarezza, e la chiarezza non è un valore trascurabile, di questi tempi.

Per cominciare, l’isolamento in cui è stata lasciata Grecia durante i negoziati ha già dimostrato che l’asserita volontà degli attuali leader di far “cambiare verso” alle politiche comunitarie è pura fuffa, una millanteria che ha finalità unicamente sedative.

È  stato facile profeta C. J. Polychroniou della Levy Institute quando diceva, il 9 febbraio:
“Sia l’Italia che la Francia apparentemente spingono per politiche di crescita, ma il loro impegno reale è per la stabilità dell’Eurozona, il che significa che se il gioco dovesse farsi duro non si schiereranno contro la Germania. Syriza deve rendersi conto che i socialdemocratici europei sono peggio della loro controparte neoliberista. In passato, essi hanno usato i temi sociali per essere eletti, ma solo per rafforzare il neoliberismo e calpestare i diritti dei lavoratori.
Il loro inequivocabile appoggio al salvataggio delle banche, la liberalizzazione del lavoro e le riforme pseudo-progressiste dell’impiego rivelano chiaramente che cosa rappresenta la socialdemocrazia europea nell’era del capitalismo predatorio: un cavallo di Troia per la piena assimilazione delle società contemporanee al sistema neoliberista.”

Per approfondire:
http://russeurope.hypotheses.org/3482
http://coppolacomment.blogspot.it/search/label/Greece
https://www.jacobinmag.com/2015/02/syriza-greece-eurogroup-kouvelakis/
http://www.truth-out.org/opinion/item/29002-syriza-s-ultimate-hope-is-for-an-honorable-compromise-with-greece-s-lenders

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