Elezioni 2018

Nell’Europa a trazione franco-tedesca si progettano modifiche di sistema che renderanno ancora più blindata e insindacabile la governance eurocomunitaria. Gli elementi del progetto sono rintracciabili nel non-paper di Wolfgang Schaeuble e nel documento dei 14 economisti (franco-tedeschi). L’obiettivo è quello di approntare un dispositivo di controllo sovranazionale ed extra-democratico più automatico e coercitivo di quanto non sia già l’attuale impianto.

La gestione sovranazionale delle politiche economiche nazionali – impermeabile all’impopolarità poiché accuratamente al riparo dal processo elettorale (ovvero dal processo democratico),  disporrà dunque di ulteriori e più sofisticati strumenti di ricatto nei confronti degli eventuali riottosi.

Stante il precedente greco, c’è motivo di credere che non esiterà a servirsene appena se ne presenti l’occasione; del resto la redenzione dei popoli passa attraverso ciò che qualcuno, con felice sintesi, riepilogò nella locuzione “durezza del vivere“.

Nonostante sia questo un tema cruciale per il nostro futuro, la sua assenza nel dibattito elettorale,  o  l’indaguatezza con cui viene affrontato le rare volte che ciò accade (vedi qui un avvilito articolo di Carlo Clericetti), dànno la misura della grave insipienza di cui soffre la grandissima parte del nostro ceto politico, patologicamente chiuso nella propria autoreferenza, e della piaggeria del giornalismo nostrano che si guarda bene dal volerlo stanare.

Autoreferenzialità e piaggeria sono il brodo di coltura del conformismo culturale dove annega la democrazia.
Ma entrambe le categorie, politici e giornalisti, all’indomani del voto deprecheranno con accorati accenti l’astensionismo dilagante, secondo la collaudata tecnica manipolativa di condannare le conseguenze per distogliere l’attenzione dalle cause.

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As plain as that

Le Costituzioni nascono per tutelare i loro popoli.
La misura di questa tutela varia sia in termini quantitativi che qualitativi, a seconda delle condizioni in cui una specifica costituzione si trova ad attuare.
Essa è tanto più operativa quanto più sovrana è la nazione, e tanto più democratica e a tutela dell’interesse popolare quanto più la sovranità appartiene al popolo.

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Oxfam e la Democrazia perdente

Il filosofo francese Jacques Rancière, riecheggiando Alexis de Tocqueville, sostiene che la democrazia non è un regime, ma  l’espressione del conflitto per realizzare il principio egualitario.

Se questa bella definizione è corretta, come credo che sia, allora bisogna ammettere che i rapporti Oxfam sulla distribuzione della ricchezza, che di anno in anno confermano l’inesorabile crescita della sperequazione, ci dicono che in questo conflitto la democrazia è perdente.

Perché essa torni a vincere occorrerebbe rovesciare il paradigma di pensiero oggi egemone con una rivoluzione culturale di tale portata che richiederebbe diverse generazioni per essere portata a termine.

L’aspetto più sconfortante di tutto ciò non è tanto la lunghezza del processo, quanto il fatto che a oggi, da qualunque parte si guardi, non  si vede alcuna volontà politica che intenda almeno avviarlo.

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Bankitalia, breve storia di uno scippo

Fra le vicende che a partire dagli anni ’80 hanno segnato la progressiva rinuncia da parte dello Stato italiano alla propria sovranità, e quindi alla propria democrazia, è esemplare quella che ha interessato la Banca d’Italia. Da istituto pubblico di emissione subordinato al Ministero del Tesoro,  si è trasformata col tempo in una banca privata facente parte del Sistema europeo della banche centrali, in condizioni di subordinazione alla Banca Centrale Europea – che non risponde ad alcun potere democraticamente eletto.

Di recente mi sono imbattuto in alcuni vecchi appunti: si tratta di una storia nota, di cui tuttavia è sempre utile rammentare tappe e personaggi, dato che si è trattato di un autentico scippo ai danni della comunità, perpetrato in parallelo allo scippo di democrazia.

Fino al 1981  Bankitalia  aveva l’obbligo di copertura delle emissioni del Tesoro, garantendo il collocamento integrale dei titoli offerti in asta e controllando di fatto il costo del tasso di interessi che lo Stato pagava per il proprio debito. Lo Stato aveva inoltre diritto a uno scoperto di conto corrente per i suoi fabbisogni urgenti di cassa, a un tasso minimo, per un ammontare massimo fissato al 14% del fabbisogno di spesa previsto dal parlamento.
Ciò gli permetteva di corrispondere un tasso di interesse nominale inferiore a quello dell’inflazione, quindi un tasso reale negativo. In buona sostanza il debito si ripagava da sé.
Questo ovviamente penalizzava le rendite, ma permetteva allo stato di sostenere la spesa pubblica e di limitare le tasse, favorendo l’economia reale e redditi .

Nel 1981, in linea con l’indirizzo ideologico che si andava affermando nella costruenda Europa comunitaria,  venne deciso che questa situazione non era accettabile, ufficialmente perché portava a inefficienze nella spesa e contribuiva al lassismo morale della politica. Affinché la spesa diventasse efficiente doveva essere giudicata e sanzionata dai mercati, i soli soggetti che nella nuova visione post-democratica fossero legittimati a esprimersi: nella loro ontologica saggezza avrebbero valutato di volta in volta se lo Stato si stava comportando in modo oculato, stabilendo quindi il valore e il costo dei suoi titoli di debito in base a oggettivi criteri economici e non più soggettivi criteri politici. (Fra i sostenitori di questa tesi, un giovane consulente, certo Mario Monti,  il quale era sicuro che in questo modo i giudizi dei mercati avrebbero condizionato positivamente le politiche economiche e in definitiva ci avrebbero consentito notevoli risparmi e il rientro dal debito).
Nel 1981 fu deciso quindi il “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia.
Divorzio che non fu deliberato dal Parlamento dopo un’approfondita discussione che permettesse un voto consapevole: fu una decisione fra Andreatta, allora Ministro del Tesoro, e Ciampi, allora governatore di Bankitalia, formalizzata da una semplice lettera fra i due.

Nelle parole di Andreatta, 10 anni dopo, in un famoso articolo pubblicato dal Sole 24 Ore:
“[…] I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalità dei suoi interventi sul mercato, e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al divorzio
[…] Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne’ lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso abolire – soprattutto sul mercato dei cambi –  per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato.
[…] Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.  Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato.”

Notare come una misura giustificata ufficialmente dall’esigenza di moralizzare la politica monetaria liberandola da condizionamenti elettorali, così da mettere sotto controllo il debito, era in realtà giudicata dallo stesso promotore un “nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale“.
Non a caso il rapporto debito/PIL, all’epoca in cui Andreatta scriveva queste note,  era già arrivato  al 99% (56% nel 1981).

La vera ragione dell’operazione è appena accennata alla fine dell’articolo:  “Negli anni successivi [il divorzio] non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuo’ ad assicurare i legami fra la politica italiana e quella dell’ Europa“. Il divorzio era stato cioè propedeutico alla sottoscrizione del Trattato di Maastricht, allora in fase preparatoria, che adottava la prescrizione tedesca di drastica indipendenza delle autorità monetarie rispetto ai governi.

La necessità che da quel momento in poi nasceva di corrispondere interessi reali ormai sistematicamente positivi, al livello stabilito dai mercati,  comportò per l’Italia l’ingresso nella spirale del debito alimentato dalla capitalizzazione degli interessi: un gigantesco spostamento di risorse dall’economia reale a quella finanziaria e dai redditi alle rendite, con le gravi ripercussioni sul tessuto industriale che ancora oggi il Paese sconta.

L’espressione “gigantesco spostamento” non è un’iperbole, ma va presa alla lettera.
Negli ultimi 25 anni (salvo due episodi) l’Italia è stato l’unico paese europeo che ha realizzato sistematicamente avanzi primari: vale a dire che se si  escludono gli interessi sui titoli, le spese della cicala sono state più basse rispetto alle entrate, e i disavanzi di bilancio sono la conseguenza degli interessi.
Se ci si prende la briga di esaminare il periodo 1981-2016, si vedrà che la somma algebrica di avanzi e disavanzi primari, più l’ammontare del debito pubblico al 31/12/1980 (+757-178-114) dovrebbe aver generato un saldo attivo di 465 miliardi di euro. Poiché nel 2016 il debito pubblico era pari a 2218 miliardi, la conclusione è che in questi 35 anni sono stati pagati a titolo di interessi quasi 2683 miliardi: 465 mdl tramite gli avanzi primari, 2218 mld tramite indebitamento – interessi su cui si pagano interessi.
Si tratta di un conteggio grossolano, che tuttavia dà un’idea delle cifre in gioco.

Ma la storia continua.

Nel 1992, in pieno fervore neo-liberista – la cui ideologia viene ormai abbracciata senza riserve anche dalle forze “di sinistra”,  Guido Carli e Giuliano Amato decidono di privatizzare le banche. “La giustificazione principale alla riduzione della presenza pubblica nel capitale delle banche è rinvenibile nel legame tra struttura della proprietà ed efficienza nella gestione. La teoria economica tradizionale considera l’impresa privata come un agente che ha come obiettivo la massimizzazione del profitto; stimoli a perseguire livelli di efficienza vengono dal vaglio continuo dei creditori, dalla selezione delle iniziative imprenditoriali sulla base della redditività. Nel contesto della proprietà pubblica, la pressione competitiva può risultare meno intensa; il management può non essere adeguatamente incentivato a ricercare le soluzioni organizzative più efficienti”. (cfr A. M. Tarantola, 2007, intervento al forum “The perspectives of the european banking and financial sector”).

Nessuno eccepisce nulla, anche perché di nuovo l’operazione passa senza alcun previo dibattito in Parlamento e tanto meno nel Paese, dove la stampa omologata si preoccupa di far passare il messaggio della necessaria modernizzazione del sistema bancario.

Tutto fila liscio fino al 2004, quando il settimanale Famiglia Cristiana pubblica un documento che fino a quel momento era rimasto riservato: l’assetto societario di Bankitalia. Si scopre così che questo organismo “di diritto pubblico”, il cui statuto prevede in ogni caso la partecipazione maggioritaria al capitale  da parte di enti pubblici, per effetto delle privatizzazioni bancarie di dieci anni prima è finito per il 95% in mani private. Oltretutto, quelle stesse mani su cui Bankitalia è chiamata a vigilare.
Un cittadino fa causa e la vince.
La sentenza 2978/2005 Tribunale di Lecce, dice: “Bankitalia è un ente privato … cui è affidato in regime di monopolio la funzione statale di emissione della carta moneta, senza controlli da parte dello Stato e tuttavia controllata da quegli istituti che dovrebbe controllare. Rileva inoltre la violazione dell’articolo 3 dello statuto, che prevede che la maggioranza del capitale dev’essere tenuto da mani pubblica”.

Per tamponare la manifesta situazione di illegalità, il governo Berlusconi – con legge 262 del dicembre 2005 – stabilisce che entro tre anni le quote detenute da soggetti diversi da Stato o Enti pubblici devono essere da questi dismesse e ritornare allo Stato.
Quindi, nazionalizzazione?
Non scherziamo, nell’Italia neoliberista questa parola è bestemmia.
Quella che il governo Berlusconi ha escogitato  è solo una soluzione provvisoria: la soluzione definitiva arriva l’anno dopo, quando, con Decreto del Presidente della Repubblica (i.e. Giorgio Napolitano) del 12/12/2006, l’articolo 3 dello statuto viene riscritto abolendo  la previsione che impone la maggioranza pubblica nella partecipazione azionario di Bankitalia. Per la cronaca: il governo di Romano Prodi è insediato da otto mesi; Ministro economico finanziario è un  Padoa Schioppa che arriva fresco fresco da una “esaltante esperienza” nel comitato esecutivo della BCE; al Ministero dello sviluppo economico Pier Luigi Bersani.

La legalità è salva. Un po’ meno la legittimità.

L’ultimo capitolo viene scritto qualche anno dopo, allorché il Governo di Enrico Letta, (2013-2014),  procede alla ricapitalizzazione di Bankitalia mediante utilizzo di parte delle riserve: la ratio ufficiale è la possibilità di tassare la plusvalenza degli azionisti (la banche) e ridurre il deficit. Il capitale passa da 156 milioni a 7,5 miliardi: la situazione patrimoniale di Bankitalia non cambia di un centesimo, in compenso  un’eventuale nazionalizzazione è diventata estremamente onerosa.
La strategia è sempre la stessa: bruciarsi i ponti alle spalle e poi dire che non ci sono alternative all’andare avanti. Noi, felici cittadini eurocomunitari, ce lo sentiamo raccontare ogni giorno.

Come ripeto spesso, è certo che sarà la Storia a giudicare gli attori di questa vicenda, insiemi agli altri loro sodali che in diversa misura hanno avuto un ruolo nel disastro generale in cui ci hanno precipitati. Però continuo a pensare che un tribunale sarebbe stato meglio.

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Sciaboletta

È davvero uno strano Paese, il nostro: ogni giorno ci ammanniscono indignati allarmi sul fascismo di ritorno, poi si rimpatria con volo di Stato la salma di uno dei responsabili del fascismo di andata.

 

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La sindrome del pugile suonato.

Domenica 3 dicembre, all’Atlantico di Roma, l’assemblea indetta da MDP, Sinistra Italiana e Possibile ha sancito la nascita di un nuovo soggetto politico,  “Liberi e Uguali“. L’evento è stato coperto da Radio Radicale, sulla cui piattaforma è possibile ascoltare la registrazione di tutti gli interventi. L’assemblea ha proclamato leader Pietro Grasso, ratificando una decisione che il direttorio dei tre partiti aveva preso con largo anticipo.

Nel suo discorso di chiusura (a partire dal minuto 2.18:00), dopo una sequela di genericità alla “viva la mamma” a cui ahimè siamo ormai avvezzi, Grasso termina annunciando “l’inizio di un nuovo percorso, una nuova proposta al centro della quale metteremo la volontà di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

La citazione alla lettera dell’articolo 3 della Costituzione non è casuale: è l’articolo che “più lo emoziona“, quello “che contiene tutto ciò per cui vale la pena di lottare“. Difficile dargli torto, la potenza suggestiva di quell’articolo è davvero straordinaria e dovrebbe emozionare ogni italiano.
Peccato che solo qualche battuta prima aveva affermato: “Siamo perfettamente consapevoli che l’Italia non ha nessun futuro al di fuori dell’Unione Europea, con convinzione e senza tentennamenti“.
Su venti minuti di discorso di grande respiro, tanto ampio negli enunciati quanto latitante nelle analisi, l’unico pensiero dedicato a uno dei nodi più critici di questa fase si è risolto in una dozzina di parole, peraltro di adesione incondizionata.

Trovo incredibile che l’attuale seconda carica dello Stato non avverta che fra Costituzione e Trattati europei esiste una conclamata incompatibilità, né senta il bisogno di esprimere una qualche riserva sul sistema di governance autoritario e antisociale realizzato dall’eurozona, un sistema che di fatto disattiva la nostra Carta fondamentale nei suoi principi fondamentali, incluso quell’articolo 3 “che più lo emoziona” perché “contiene tutto ciò per cui vale la pena di lottare”.

Della buona fede di Pietro Grasso non ho motivo di dubitare, anzi l’umana simpatia che ispira fa immediatamente pensare a una brava persona. Ma “buona fede” e “brava persona” non sono qualità politicamente spendibili se non vengono accompagnate da robusti strumenti cognitivi con cui operare.
Dichiarare la propria volontà di lotta senza conoscere il nemico contro cui battersi suona velleitario e tristemente grottesco. Mi ricorda il pugile suonato che continua a dare pugni alla cieca girando intorno al ring mentre il suo l’avversario lo osserva divertito e beffardo,  tranquillamente seduto al proprio angolo.
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Neolinguismi

Dopo “invidia sociale”, ora “rancore sociale”.
Cosa non si inventerebbero pur di non evocare il caro, vecchio concetto di  “lotta di classe”.

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Bufale e verità

Il tormentone di queste settimane sui media di sistema è quello delle “fake news”, le false notizie che circolano in rete.
In uno dei tanti dibattiti televisivi, mi capita di ascoltare una parlamentare del PD, di cui ignoro felicemente il nome, mentre sostiene che addirittura “mettono a rischio la democrazia”, perché – argomenta l’onorevole – la distorsione della verità non consente a chi ne è vittima di formarsi un’opinione corretta e quindi di scegliere consapevolmente.

Eppure sono pronto a scommettere che se si prendessero tutte le bufale circolate in rete dall’inizio del secolo a oggi si scoprirebbe che il loro effetto cumulato è irrilevante, specie se paragonato a quello di alcune bufale propalate dai media di sistema.
Due a caso: le famose armi di distruzione di massa che hanno fornito il pretesto della guerra in Iraq, scatenata da Bush jr nel 2003; o l’asserita minaccia di un massacro di 50.000 civili in Libia, che secondo Obama rendeva improrogabile l’intervento del 2011 per rovesciare il “sanguinario dittatore Gheddafi”.
Insieme, queste due perle di manipolazione hanno comportato centinaia di migliaia di morti e in entrambi i casi le conseguenze si scontano ancora oggi.
Non riesco a ricordare nessuna bufala, fra quelle circolanti in rete, altrettanto letale.

La verità è che le bufale del web, per numerose che siano,  hanno una limitata possibilità di circolazione, perché  nel giro di qualche condivisione in genere vengono individuate e zittite. La verità è che sono comunque sostanzialmente innocue, a differenza di quelle veicolate dai media.
La verità è che la rete fa paura agli apparati di potere per la sua capacità di controinformazione e quindi per le sue potenzialità eversive.

In buona sostanza, ciò che davvero interessa è solo la sua “normalizzazione”, per conformarla al generalizzato modello monocorde, l’unico che possa convenire a un sistema a vocazione totalitaria (o  post democratico – se vogliamo usare la neolingua) quale si va rapidamente imponendo in Europa in sostituzione delle vecchie democrazie costituzionali.

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Interiorizzazioni e Costituzione

Su Il Sole 24 Ore un desolante editoriale di Sergio Fabbrini, professore ahimè di Scienze politiche alla Luiss.
Per un verso stigmatizza (giustamente) il velleitarismo della classe politica nostrana quando, soprattutto in clima elettorale,  finge di ignorare le condizioni di subordinazione politica ed economica a cui siamo assoggettati; dall’altro, anziché rilevare l’incompatibilità di tale vincolo con il nostro ordinamento costituzionale, invita ad accettarlo in modo esplicito e definitivo, ovvero – secondo l’espressione che usa, di sapore vagamente orwelliano – interiorizzarlo fisiologicamente.

[…] I politici italiani continuano a pensare come se fossero all’ interno di uno stato sovrano indipendente.
[…] Le scelte nazionali debbono fisiologicamente interiorizzare le logiche dell’appartenenza ai regimi di politiche pubbliche interdipendenti. Quelle logiche consistono sia in vincoli che in opportunità. È impossibile stare in quei regimi, ad esempio, con un debito pubblico come il nostro. Invece di una discussione introversa e ideologica, tutti i partiti dovrebbe confrontarsi con quel vincolo. E cioè, come ha detto Mario Draghi l’altro ieri a Francoforte, che occorre mettere in ordine le nostre case fiscali ora che la ripresa procede, ma senza aspettare che la crescita riduca gradualmente il debito.

Agli innumerevoli Fabbrini di questo paese, ricordo che l’articolo 1 della Costituzione ancora recita, al primo capoverso: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; e al secondo: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Per renderlo quindi più coerente con il processo di fisiologica interiorizzazione auspicato, suggerirei un paio di modifiche da apportare al più presto:

Primo capoverso, abolito.
Secondo capoverso, sostituito dalla seguente formulazione: La sovranità appartiene alla Commissione Europea e alla BCE , che la esercitano nelle forme previste dai Trattati e nei limiti stabiliti dalla Germania.

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Blatte e Costituzione.

Da Sandro Arcais, su Pensieri Provinciali, una riflessione sul cripto-progetto in corso di metter mano all’articolo 38 della Costituzione. Un argomento di cui  non troverete alcuna traccia in nessuno dei tanti salottini compiacenti dell’informazione politica televisiva o nella articolesse dei quotidiani di sistema.
Lettura fortemente raccomandata.

 

Il governo delle blatte neoliberali.

Non lo possono fare apertamente. Così lo fanno di nascosto. Come dei ladri. Oppure come delle blatte, che si muovono solo al buio, e quando accendi la luce si rifugiano in qualche angolo nascosto alla vista.

Lontano dai riflettori e dal clamore profuso attorno alla proposta dello ius soli o alla nuova legge contro la propaganda fascista, le blatte neoliberali – di sinistra di centro e di destra, ma soprattutto di sinistra – che infestano i due rami del parlamento italiano lavorano al sodo: cambiare l’art. 38 della Costituzione.

L’art. 38 detta le norme che inquadrano il diritto del cittadino in difficoltà all’assistenza da parte dello Stato. È un articolo breve e lapidario:

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.

Le blatte neoliberali vogliono cambiare questo articolo, perché è un ostacolo al loro progetto di ulteriore attacco alle pensioni. Lo vogliono cambiare aggiungendo alcune paroline al penultimo comma:

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti preposti o integrati dallo Stato secondo principi di equità, ragionevolezza e non discriminazioni tra le generazioni.

oppure aggiungendone un quinto dopo il quarto:

Il sistema previdenziale è improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà e l’equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria.

Come si vede non esattamente la stessa minestra, ma quasi: equità intergenerazionale, adeguatezza/ragionevolezza. Il secondo però porta l’indelebile marchio della blatteria neoliberista e austeritaria di marca piddina, laddove aggiunge il principio del rispetto della sostenibilità finanziaria (insomma, finché l’avanzo di bilancio lo consente).

Ma cosa c’è dietro gli altisonanti valori della equità e solidarietà (a parte il solito stravolgimento neoliberista di parole un tempo nobili e umane: l’esempio più famoso è “riforma“)?
Semplice: c’è la possibilità data al blattislatore neoliberista futuro di approntare una legge che permetta di prelevare forzosamente dalle pensioni più alte per travasare il maltolto in quelle più basse. Ora non possono farlo, con l’articolo 38 emendato potrebbero.
Nella sporcizia mentale in cui le blatte neoliberiste amano vivere, il principio di equità non dà luogo alla spinta a sollevare chi sta in basso, ma ad abbassare chi sta in alto.
Voi penserete a chissà quali altezze. Ma vi sbagliate. Ragioniamo insieme: se il mio obiettivo è racimolare una bella somma, la raggiungerò colpendo le poche pensioni d’oro o partendo dalle molte pensioni medio basse? E infatti Yoram Gutgeld, commissario alla spending review nonché ex consigliere economico del governo Renzi, in una intervista del giugno del 2017 al Corriere della Serva, indica la soglia dei 2000-2500 euro lordi, vale a dire all’incirca i 1500 euro netti. Ecco le parole di Gutgeld:

… per avere un impatto significativo sulla spesa pensionistica bisognerebbe arrivare a toccare anche i diritti acquisiti delle pensioni medie da 2000-2500 euro lordi/mese, quando non sono sostenute da contributi adeguati.

Ad alcuni di voi l’ultima precisazione avrà fatto tirare un sospiro di sollievo e magari anche un pensierino maligno pensando a quel vicino carabiniere così giovane e già in pensione. Le blatte neoliberiste ci sguazzano e godono un mondo di queste successioni di paure-sollievo per lo scampato pericolo, e di queste divisioni nel mondo degli umani. Mentre gli umani si concentrano sul piccolo privilegio del carabiniere andato in pensione a 57 anni, le blatte neoliberiste possono lavorare indisturbate al loro grande progetto di trasformarci tutti in blatte come loro.
Ma non è tutto. Le blatte neoliberiste sono anche bugiarde e amano la confusione mentale. Nella relazione di accompagnamento alla proposta di legge scrivono:

Nel quinquennio 2010-2015 la spesa per le pensioni pubbliche ha in media assorbito il 15,7 per cento del prodotto interno lordo (PIL).

Di contro la media europea è dell’11,5%.
Di fronte a questa discrepanza uno sarebbe propenso ad abbracciare il mantra della insostenibilità del nostro sistema pensionistico, della sua eccessiva generosità, dell’egoismo dei vecchi nei confronti dei poveri giovani, del fatto che in Italia viviamo al di sopra delle nostre possibilità, ecc. ecc. ecc.
Peccato che quelle due percentuali misurano cose diverse: l’11,5% europeo misura le prestazioni pensionistiche al netto delle imposte, il 15,7% italiano misura le prestazioni pensionistiche al lordo delle imposte più una serie di prestazioni che con le pensioni non c’entrano nulla e hanno piuttosto a che fare con l’assistenza.
Se le blatte neoliberiste facessero i conti come andrebbero fatti (per es. sommando mele con mele e non mele con pere per poi dire che la somma ottenuta consiste solo di mele) noi arriveremmo alla “scandalosa” (per le blatte) conclusione che nel 2015 (per esempio) il bilancio previdenziale era in attivo, di 3,713 miliardi. Scrive in proposito Felice Roberto Pizzuti (docente di Politica Economica e di Economia e Politica del Welfare State  presso l’Università La Sapienza di Roma, non un Pinco Pallino qualsiasi, insomma)

… il nostro sistema pensionistico da molti anni non ha più problemi di sostenibilità finanziaria; sono state sufficienti le riforme del 1992 (governo Amato) e del 1995 (governo Dini) per riportare in attivo, già nel 1996, il saldo annuale tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali, il cui valore è arrivato a superare il 2% del Pil (nel 2008) e attualmente è intorno ai 20 miliardi di euro.

Sorpresi? Anche io, quando ho letto queste parole. E la mia conclusione è stata che le blatte neoliberiste che infestano gli interstizi tra gli scranni del Parlamento italiano barano sapendo di barare. Perché non è difficile capire che basterebbe separare la previdenza dall’assistenza, anche solo mentalmente, per trasformare gli italiani da cicale sprecone in previdenti formiche.

Prima di passare all’ultima crucialissima domanda, perché lo fanno?, seguiamo la interessantissima e illuminante logica delle blatte neoliberiste.

Torniamo alla relazione di accompagnamento alla legge. Dopo aver dato i numeri, sommando mele con pere e trattando il risultato come se fossero tutte mele, i nostri rappresentanti blattoidei in parlamento ci svelano la loro intima preoccupazione per le giovani generazioni (quasi mi sono commosso, leggendo queste parole, e pensando che anche le blatte, per giunta neoliberiste, hanno un cuore):

Come avverte l’OCSE, è forte il rischio che i lavoratori più esposti al rischio di una carriera instabile, a una bassa remunerazione in lavori precari non riescano a maturare i requisiti minimi per la pensione contributiva anche dopo anni di contributi elevati.

Più semplicemente, come ha affermato il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, i trentenni potrebbero essere costretti ad andare in pensione a 75 anni per ricevere, se matureranno i requisiti, una pensione inferiore del 25 per cento rispetto a quanto ricevono i pensionati di oggi.

E ancora:

Il 26,9 per cento dei giovani tra 16 e 29 anni non sono infatti occupati né coinvolti nel sistema educativo o di formazione. Inoltre, il rischio di povertà si è di fatto già trasferito dagli anziani ai giovani: è povero il 15 per cento dei giovani tra 18 e 25 anni, mentre la percentuale tra gli over 65 è pari al 9 per cento.

Conclusione?

… viviamo in un Paese a misura dei vecchi di oggi. Se si va avanti così, le generazioni future avranno pensioni enormemente più basse di quelle di chi in pensione ci è già andato, se le avranno.

Quindi? Che si fa? Si cambia registro? Si abbandonano le politiche neoliberiste e austeritarie? Si toglie ai mercati il ruolo di regolare (annullare) le politiche economiche dello stato? Si ricomincia a programmare lo sviluppo? Si recupera la sovranità monetaria? Si crea lavoro buono, di qualità, sicuro per i giovani?
No.
Si eliminano

le discriminazioni e le situazioni di privilegio, che già oggi sottraggono risorse alle pensioni più basse e che, soprattutto, si scaricheranno sulle spalle delle generazioni future.

Che, tradotto, significa: pensione da fame per tutti.

Quindi, in veloce sequenza:

Prima le nostre blatte neoliberiste impoveriscono un paese e in special modo le sue giovani generazioni, condannandole a una esistenza precaria, incerta, povera, alienata.

In un primo tempo si accaniscono solo su di loro, sulle giovani generazioni. Non premono eccessivamente sulle adulte e vecchie. Ci sono i diritti acquisiti e la Costituzione che li difende. E poi non è salutare rendere consapevole un’intera popolazione del grande progetto di impoverire un intero popolo. Quest’ultimo potrebbe ribellarsi. Del resto, le vecchie generazioni servono anche per tenere a galla (e buone) le giovani generazioni con vitto, alloggio e paghetta.

Infine, le blatte neoliberiste passano alla terza e ultima fase, quella di espropriare dei diritti acquisiti anche le vecchie generazioni per operare una perequazione al ribasso. Tutti poveri. Le poche risorse del paese impoverito vanno equamente distribuite tra tutti, vecchi e giovani. E immigrati.

Perché lo fanno? Perché le blatte neoliberiste sono gli agenti del capitale: il nostro impoverimento è il loro (del capitale) arricchimento. Insomma, è sempre la solita banalissima lotta di classe, quella che ci siamo illusi fosse finita così da poterci non affaticare troppo su di essa. E per condurla meglio e con maggior successo ci devono convincere che le risorse sono scarse e che in un mondo di risorse scarse “equità” significa “poco a tutti”.

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