Sanità ammalata

All’ospedale di Nola tre dirigenti sono stati sospesi in via cautelativa ed è in corso un’indagine interna per accertare le eventuali responsabilità della situazione che ha portato a sistemare due malati sul pavimento per i primi soccorsi.

Il Ministro della salute Lorenzin ha inviato i NAS, mentre Vincenzo De Luca, Governatore della Campania e di passo Commissario per la sanità,  ha fermamente auspicato licenziamenti come se piovesse.

È possibile che dalle indagini emerga che al pronto soccorso i posti letto disponibili fossero in quel momento ottimi e abbondanti, e che il trattamento riservato ai due pazienti sia dovuto in realtà al sadismo degli operatori sanitari.

È possibile; ma di primo acchito la riflessione è un’altra.

Buffo il paese dove lo Stato prima sottrae risorse ai servizi sociali, tanto da impedire che siano adeguatamente operativi, e poi vuole licenziare il personale perché non è in grado di operare adeguatamente.
In un mondo dove premiasse il buon senso, mi aspetterei che a finire sotto inchiesta e a essere dimissionati fossero i due solerti e scandalizzati Ministro e Commissario anzidetti, non chi si sbatte per fare andare avanti le cose a dispetto di tutto.

Ma già, questa sarà l’ennesima dimostrazione che l’unico modo per dare efficienza a un servizio pubblico è privatizzarlo.

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Utili idioti?

big-brother

La provocazione di Grillo è servita a focalizzare l’attenzione sulle sue sparate, a proposito delle quali c’è tutto un clamore di evocazioni a pronta presa emotiva: fascismo, libertà di stampa, tribunali del popolo, querele.

Nel frattempo i messaggi degli Orlando, dei Petruzzelli o delle Boldrini, -quelli sì davvero preoccupanti perché prefigurano l’intenzione di irregimentare la rete secondo una logica orwelliana da Ministero della Verità – nella coscienza dell’opinione pubblica scivolano a un livello di dormienza, dove  messaggi del genere attecchiscono più facilmente.

Utile idiotismo o collaborazione?

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Aleppo, la persistenza della bugia.

Qualcuno, mi sembra Eschilo, ha detto che in ogni guerra la prima vittima è la verità.

Se era vero ai suoi tempi, figuriamoci ai giorni nostri. La propaganda  di guerra non ha bisogno di essere particolarmente verosimile o sofisticata, le basta disporre della compiacente cassa di risonanza dei grandi media di sistema: per quanto lo si possa confutare ogni volta, il messaggio viene inevitabilmente prima della confutazione, e una volta trasmesso, si deposita nella coscienza delle persone  come un sedimento emozionale che ottunde il pensiero critico.

L’assedio di Aleppo ne è l’ultimo, plastico esempio.

Il materiale propagandistico sulle atrocità della battaglia, inesistente nei primi anni – quando l’iniziativa militare era dei “ribelli”, è diventato sempre più martellante a mano a mano che le parti si invertivano. Si sono moltiplicati i video che raccontano l’ennesimo “ultimo” ospedale distrutto dai bombardamenti (qui un gustoso riassunto, segnalato da Il Simplicissimus); le gesta eroiche dei Caschi Bianchi (qui due di loro in procinto di soccorrere un “ferito”, tutti e tre immobili fino a che non arriva il “ciack si gira”; qui invece un servizio di RT a commento); i vari bambini salvati, alcuni più volte (cfr articolo The Duran); gli ultimi drammatici messaggi dei cittadini di Aleppo orientale (a proposito dei quali la giornalista Anissa Naouai, della piattaforma web InTheNowsi chiede, retoricamente, se non si tratti piuttosto di un’orchestrata campagna propagandistica).

La canadese Eva Bratlett è una giornalista indipendente che dal 2014 ha maturato in Siria diverse esperienze sul campo, quali pochi inviati possono vantare.
Nel video che segue, parte di una conferenza stampa del 9 dicembre presso le Nazioni Unite, risponde a un giornalista che non condivide la sua opinione secondo cui quelle propalate dalla stampa occidentale su Aleppo sono non informazioni ma bugie.

Trascrivo per comodità la traduzione del brano.

§

Giornalista:
Quando lei parla del popolo siriano, e di ciò che vuole, su che cosa si basa? Dispone di fonti indipendenti? In secondo luogo, lei parla dei grandi media, delle loro menzogne eccetera: potrebbe spiegare quale sarebbero secondo lei gli scopi dell’informazione occidentale, perché dovremmo mentire, perché le organizzazioni internazionali sul territorio dovrebbero mentire? Perché non dovremmo credere a tutti questi fatti assolutamente documentabili che riceviamo da lì: gli ospedali bombardati, i civili di cui lei parla, le atrocità che stanno subendo… come può definirci bugiardi?

Eva Bratlett:
[…]
Vorrei partire dalla seconda domanda, le organizzazioni internazionali sul territorio. Mi dica, sa quante sono quelle che operano nella zona orientale di Aleppo? […scena muta] Bene, glielo dico io: nessuna.

Queste organizzazioni si affidano all’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, [SOHR] che ha base a Coventry, in Inghilterra, ed è gestito da una sola persona; oppure a gruppi schierati, come i Caschi Bianchi. […] I Caschi Bianchi sono stati fondati nel 2013 da un ufficiale inglese e finanziati per  una somma pari 100 milioni di dollari da Stati Uniti, Regno Unito, Europa e altri stati. Pretendono di occuparsi del salvataggio dei civili a Idlib e ad Aleppo Orientale, eppure nessuno in quella zona ha sentito parlare di loro; e posso dire “nessuno”  dal momento che ora il 95% di Aleppo orientale è stato liberato.

I Caschi Bianchi si dichiarano neutrali, eppure li abbiamo visti, armati, in posa davanti a cadaveri di soldati siriani.

Nei loro video si vedono bambini “riciclati” in situazioni diverse. Potete trovare una bambina chiamata Aya che appare nei resoconti di salvataggio di un certo mese e poi riappare salvata nel mese successivo in un altro contesto. Perciò non sono credibili. SOHR non è credibile. Non sono credibili gli “attivisti anonimi”. Una o due volte, forse; ma ogni volta? Quindi, quali sono le vostre “fonti sul territorio”? Non ne avete.

Per quanto riguarda i vostri scopi, non il suo in particolare ma l’agenda di alcuni grandi media: il cambio di regime. Come può il New York Time, che stavo leggendo stamattina,  o come può Democracy Now, che leggevo l’altro giorno, asserire ancora oggi che quella siriana è una guerra civile? Come possono affermare ancora oggi che le proteste erano disarmate e pacifiche fino al 2012? Non è assolutamente vero. Come possono affermare che il governo siriano sta attaccando civili ad Aleppo orientale, quando ogni persona uscita da quell’area occupata dai terroristi afferma il contrario?

Per quanto riguarda l’appoggio [al regime] da parte del popolo siriano: lo valuto sulla base delle elezioni. Nel 2014 i siriani hanno votato [elezioni che gli osservatori internazionali hanno dichiarato “libere, eque,  trasparenti”]. E la stragrande maggioranza si è espressa in favore del presidente Assad.

Ci sono persone che vogliono cambi nel governo, non sto dicendo il contrario. Tutti vogliono cambiamenti. Tuttavia il punto è che per loro il problema non è Assad, che appoggiano in grande maggioranza, ma il terrorismo. […]

§

A seguire, il link dell’intera conferenza stampa e alcuni indirizzi utili  a chi volesse approfondire.

https://www.youtube.com/watch?v=ebE3GJfGhfA

http://sakeritalia.it/medio-oriente/siria/dopo-il-fiasco-della-bufala-delle-foto-caesar-amnesty-ci-prova-di-nuovo/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-al_mayadeen_i_punti_dellaccordo_sulla_partenza_dei_ribelli_da_aleppo_est/82_18262/

http://www.wired.it/attualita/media/2016/08/22/omran-lato-oscuro-foto-aleppo/

http://www.tpi.it/mondo/siria/guerra-aleppo-non-solo-come-ve-la-raccontano

http://theduran.com/crosstalk-white-helmets-really-just-because-they-wear-white-does-not-make-them-good-guys/

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Grazie

Grazie a tutti coloro che hanno spiegato a Renzi e a chi per lui (Napolitano, JP Morgan, madonnine, eurocrati e compagnia bella) che la nostra Costituzione è un bene comune indisponibile, e che non può essere modificata – né tantomeno stravolta  – a colpi di maggioranza.

Poiché è molto improbabile che abbiano fatto tesoro della lezione, ricordiamoci di non abbassare la guardia: continueranno a provarci.

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Referendum: cinque ragioni, fra le altre, per dire NO

Da Centro Ricerche Paolo Sylos Labini propongo questo succinto pentalogo del costituzionalista Massimo Villone:

§

Nel referendum del 4 dicembre voterò No, e ne riassumo le ragioni in cinque punti.

1) Il metodo.
La riforma, mai sottoposta al vaglio popolare come programma di partito o di governo, è stata imposta a colpi di maggioranza, con forzature di regolamento parlamentare e di prassi. È nata in un parlamento colpito dalla incostituzionalità della legge elettorale per il premio di maggioranza e le liste bloccate. È stata approvata da una maggioranza risicata e raccogliticcia, con l’apporto decisivo di cambiacasacca e voltagabbana, e solo grazie ai numeri determinati proprio dal premio di maggioranza dichiarato illegittimo.

2) Il merito.
Il Senato sopravvive e il bicameralismo è ancora parzialmente paritario, ma si toglie agli italiani il diritto di votare ed eleggere i senatori. Questi sono consiglieri regionali e sindaci eletti dai consigli regionali, e svolgono un doppio lavoro. Una camera non elettiva è geneticamente debole, e rimessa alla bassa cucina di ceto politico, come la recente elezione del consiglio metropolitano ampiamente dimostra. Ne risulta rafforzato il governo, cui viene anche dato il controllo dei lavori parlamentari con il potere di chiedere il voto finale entro settanta giorni sui disegni di legge. Uno strumento utile a normalizzare il dissenso, anche interno alla maggioranza. Il rafforzamento degli istituti di democrazia diretta – legge di iniziativa popolare, referendum – è puramente di facciata. Si opera un riaccentramento delle potestà legislative verso lo Stato, e soprattutto si introduce una clausola di supremazia che abilita il legislatore statale a entrare in qualsiasi materia di competenza regionale. Per tale via si può imbrigliare la protesta delle comunità locali, ad esempio verso cd grandi opere, normalizzando il dissenso sociale.

3) Le motivazioni.
Sono debolissime, alcune risibili, altre contrarie ai fatti. Il risparmio dal Senato non elettivo è certificato dalla Ragioneria dello Stato in meno di 49 milioni di € all’anno – meno di un caffè a testa per i 50 milioni di elettori ed elettrici che perdono il diritto di voto – e sono comunque spiccioli per un paese che brucia in spese militari oltre 60 milioni di € al giorno. L’esigenza di maggiore velocità nell’approvazione delle leggi è smentita da quelle, anche duramente contestate (ad esempio, legge Fornero, Lodo Alfano), approvate in pochi giorni. Ritardi e navette nascono in genere da contrasti politici interni alla maggioranza: ad esempio, testamento biologico, fine vita, intercettazioni, prescrizione, riforma della giustizia, unioni civili. La semplificazione è smentita da un procedimento di formazione delle leggi che diventa estremamente più complesso, e possibile fonte di conflitti e ritardi.

4) La pubblicità ingannevole e il ricatto della paura.
Comincia dal titolo del quesito, che in parte mente sui contenuti (ad esempio il superamento del bicameralismo paritario è solo parziale) e in parte non dice (ad esempio che si perde il diritto di votare i senatori). Continua poi con gli argomenti di campagna referendaria per cui dal Sì deriva ogni possibile bene, anche se non vi è alcun nesso con la riforma o questa nulla reca di nuovo rispetto alla Costituzione vigente (volete strade sicure, una sanità uguale per tutti, via le liste di attesa negli ospedali? Votate Sì). Mentre disastri e devastazioni vengono annunciati nel caso di vittoria del No, motivati dalla instabilità che ne verrebbe. Ma va notato che lo stesso Renzi ha determinato lo scenario della instabilità, puntando sul plebiscito a proprio favore per una cinica scommessa di potere personale.

5) Le vere ragioni della riforma.
Indebolisce il Parlamento e riduce gli spazi di partecipazione democratica, a favore dell’esecutivo e di chi comanda. Per questo piace molto ai poteri forti della finanza e della economia che sponsorizzano Renzi, dalle agenzie di rating alle multinazionali, da Confindustria a Marchionne, dall’Ocse ai grandi giornali economici come il Wall Street Journal o il Financial Times. Si può essere certi che dei bisogni e dei diritti del popolo italiano, della tutela dei più deboli, della solidarietà politica, economica e sociale non si curano affatto. Mentre proprio di questo hanno bisogno il paese, e il Mezzogiorno in particolare. Riforme sono possibili, ma di segno esattamente opposto. Più rappresentanza politica, più partecipazione, porte aperte a ogni voce, cittadini che contano ogni giorno e non solo quando si vota ogni cinque anni. Basta Jobs Act, buona scuola, trivelle, acqua privata.

Votiamo No

 

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Una riforma costituzionale illegittima

Un puntuale analisi di Aldo Giannulli, questa volta riferita non al contenuto ma al modo con cui la riforma è stata perpetrata. Un aspetto, questo, piuttosto trascurato nel dibattito di questi mesi, sebbene non dovrebbero esserci dubbi che forma e merito in democrazia hanno uguale sostanza, e che la riforma è illegittima per il modo di realizzazione, che – per dirla con Padre Dante – “ancor ci offende”.
È dunque evidente che anche a prescindere dal contenuto, su cui è lecito avere opinioni diverse, questa riforma dev’essere rifiutata perché nella forma costituirebbe un precedente pericoloso, inaccettabile per chiunque abbia un minimo sindacale di sensibilità democratica.

Aldo Giannulli: La riforma costituzionale, un atto di deliquenza politica.

Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sulla prevaricazione governativa rispetto al potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:
a) essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse;
b) essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013;
c) è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.
Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.
Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.
Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti”.

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Storia e leggenda

 

Alla fine ogni uomo è mortale, anche se alcuni riescono a esserlo un po’ meno perché entrano nella Storia.
E poi ci sono quelli che entrano nella leggenda.

 

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Riforme e Unione Europea, un motivo di preoccupazione in più

Massimo D’Antoni affronta in questo post sulla sua pagina FB uno degli aspetti più critici (e meno esaminati) della riforma costituzionale Renzi/Boschi: l’istituzionalizzazione del vincolo esterno europeo. Con tanti saluti al Popolo, legittimo titolare della Sovranità nazionale, e all’articolo 1 della Costituzione che ne sancisce la titolarità.
Dobbiamo essere consapevoli che chi ci dice “Tranquilli, non abbiamo toccato i Principi fondamentali” è in malafede, perché tutti gli articoli dei Titoli successivi furono pensati dai Padri costituenti in scrupolosa coerenza con quei primi undici. La modifica di un qualunque articolo della Seconda parte, dunque, influenza sempre, nel bene o nel male, la fattibilità della Prima; e se ci raccontano il contrario è perché sanno che la modifica proposta è destinata a influenzarla in senso negativo.
Un esempio recente è la modifica dell’articolo 81, governo Monti (con l’appoggio determinante – “senza se e senza ma” – di un PD allora a conduzione Bersani). Una modifica che da sola è valsa a depotenziare in modo sostanziale almeno quattro dei primi undici articoli: il due, il tre, il quattro e il nove, oltreché tutti gli articoli della seconda parte che di questi sono la logica conseguenza.

Le modifiche che l’attuale riforma propone riguardano 47 articoli.
Però tranquilli, ci dicono che i Principi fondamentali non vengono toccati…

§

Massimo d’Antoni: La riforma costituzionale e l’Unione europea, perché dobbiamo preoccuparci

C’è un tema di merito che sta passando relativamente sotto silenzio, ma che potrebbe essere una delle ragioni più forti per votare No. Un tema che evidenzia una contraddizione tra i contenuti della riforma costituzionale e il maldestro tentativo del governo di marcare la propria distanza dall’Unione con scelte simboliche (la sparizione delle bandiere dell’Ue durante le conferenze stampa) e alzando i toni con Bruxelles in occasione del parere della Commissione sulla Legge di Stabilità.

Al di là del teatrino mediatico, la riforma determinerà infatti un’ulteriore cessione di sovranità del nostro paese alla Ue, analoga a quella realizzata nel 2012 con l’approvazione dell’art. 81 sul pareggio in bilancio. Che questo sia coerente con gli intenti della riforma è d’altra parte esplicito nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014. Sotto il titolo “Le ragioni della riforma”, è il governo stesso a spiegare quali ne siano gli obiettivi:

Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale.

Nell’inquadrare la riforma nell’ambito della governance economica dell’unione, il governo non dà solo una chiave interpretativa, ma rimanda ad alcuni passaggi precisi. Me ne sono reso conto solo di recente, su indicazione di Luciano Barra Caracciolo, che sul suo blog spiega la questione nel modo seguente:

«Come rendersi conto della European connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps: a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948; b) verificate il testo dei nuovi articoli artt. 55 – “Le Camere”: cioè conformazione, struttura e “mission” istituzionale delle Camere) – e 70 – “La formazione delle leggi”: cioè procedure e contenuti generali, ma anche “tipizzati”, della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due “nuove” Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all’oggetto deliberativo delle Camere stesse; c) vi accorgerete che l’effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che “la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l’adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.»

In poche parole: la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea diventa un dovere costituzionale. Immagino l’obiezione: che differenza c’è rispetto ad oggi? Non abbiamo sottoscritto dei trattati comunque vincolanti per il nostro paese? Ad essa si può rispondere osservando innanzitutto che si potrebbe arrivare a dubitare che a seguito della riforma l’Italia possa, in presenza di circostanze che lo rendano necessario o desiderabile, decidere di non far più parte dell’Unione europea. Tale scelta potrebbe infatti essere viziata da incostituzionalità, in quanto renderebbe impossibile per il Parlamento l’adempimento di una sua funzione. Così Barra Caracciolo:

«d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell’Unione, così com’è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il Parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato.»

Quella di uscita dalla Ue è un’ipotesi estrema. Ma, come già è avvenuto per l’art. 81 sul pareggio di bilancio, l’esplicita previsione in Costituzione della “formazione e attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”, avrebbe effetti anche in circostanze più concrete:

«6. E, infatti, questo non può che avere riflessi sulla stessa propensione della Corte costituzionale a sindacare, con effettività e concreta comprensione della natura delle politiche che ci impone l’Unione europea, la violazione dei principi immodificabili della Costituzione (da parte dell’imposizione di tali politiche). (…) Nel costante conflitto tra tali previsioni costituzionali e i principi fondamentali che definiscono i diritti indeclinabili dei cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro (cioè sull’obbligo statale di perseguimento di politiche economiche e fiscali di “pieno impiego”), la Corte non scorgerà alcuna esigenza di ristabilire una gerarchia”, tra le fonti.»

La riforma renderà cioè più difficile sindacare le politiche europee sulla base di un conflitto con la normativa nazionale e con i principi della nostra Costituzione. Con buona pace dell’art.1 che recita che “La sovranità appartiene al popolo” e dell’affermazione, continuamente rilanciata dai fautori del Sì, che la riforma non inciderebbe sui valori costituzionali ma solo sulle procedure della seconda parte della Carta.

Non serve essere “euroscettici” per essere preoccupati del fatto che è in atto una progressiva cessione di sovranità del nostro paese verso istituzioni e organi sovranazionali di dubbia legittimità democratica. Una cessione di sovranità che non ha alcuna contropartita in termini di riforma e democratizzazione delle stesse istituzioni. Sarei ben felice se qualche costituzionalista potesse smentirmi, ma il punto mi pare piuttosto chiaro. E se è così, siamo di fronte a quella che è forse la ragione principale per la quale questa riforma va respinta con decisione.
Votate No!

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Dove andremo a finire, signora mia.

Sempre a proposito di com’è strana la gente, vale la pena ascoltare lo sfogo dell’inviata RAI Giovanna Botteri, a proposito delle elezioni che hanno visto, ahilei, la sua adorata Hillary dolorosamente sconfitta.
In preda allo sconcerto più profondo, la Botteri non riesce a capacitarsi di come tanta gente abbia potuto scegliere Trump nonostante l’incondizionato schieramento della totalità dei media a favore della candidata democratica. Le sue considerazioni, che l’amarezza ha evidentemente liberato dai freni inibitori, rivelano senza pudore la vera funzione del mestiere svolto dai giornalisti omologati al potere: che non è quella di produrre informazioni, ma di veicolare il consenso.

Ecco le illuminanti enunciazioni botteriane:

Io mi chiedevo, anche con gli altri colleghi che sono qui, che cosa succederà dopo queste elezioni. Non solo cosa succederà alla Casa Bianca con Trump, ma cosa succederà alla società civile americana. Per esempio [un esempio a caso…] che cosa succederà a noi giornalisti, che cosa succederà alla stampa. Non si è mai visto, mai visto come in queste elezioni, una stampa così compatta e unita contro un candidato. Addirittura la stampa – citavi prima la stampa libera [sic], il NYT [doppio sic] – addirittura giornali tradizionalmente conservatori – The USA Today… insomma giornali conservatori, giornali che avevano negli anni scorsi appoggiato più volte il candidato repubblicano… che non hanno appoggiato Trump, che si sono apertamente schierati contro Trump. Che cosa succederà quando evidentemente la stampa non ha più forza e non ha più peso in questa società americana. Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno contato su questo risultato e non hanno influito su questo elettorato che ha creduto a Trump e non, come dice lo stesso miliardario, alla stampa bugiarda.”

I suoi interlocutori in collegamento, Di Bella e Alan Friedman, annuiscono pensosamente. Di Bella evoca con sarcasmo “le litanie” che risuonano in tutto il mondo secondo le quali  ” è tutta colpa della cricca finanziaria, dei giornalisti, delle élite… insomma, il popolo si deve ribellare“.  Ma anziché farsi delle domande sul perché queste categorie stanno rapidamente perdendo ogni residua legittimità e influenza, in un’apoteosi di trivialità il trio conclude il gustoso siparietto autoreferenziale  nella più classica e confortevole delle reductiones, là dove le cattive coscienze – inquietate, ma non inquiete – amano ricomporre le proprie contraddizioni: la reductio a Hitlerum.

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Strana gente, la gente

Ieri e oggi cortei di protesta contro l’elezione di Donald Trump: “He’s not my president”. Una signora intervistata dichiara che per l’America è un altro 11 settembre, “un 11 settembre politico”, e che sente il bisogno di “scusarsi con il resto del mondo per quanto è accaduto”.
Con l’espressione quanto accaduto si riferisce al risultato delle elezioni, non ai quindici anni di guerre devastanti che prima Bush e poi Obama, con l’appoggio e la collaborazione entusiasta di Hillary Clinton,  hanno allegramente seminato in giro per il mondo.

A Trump non perdonano frasi e atteggiamenti sessisti, né le dichiarazioni razziste. Tutto censurabile, per carità.

Quando Bush jr fu eletto per la seconda volta, nel 2004, aveva alle spalle una guerra preventiva scatenata contro l’Iraq con il pretesto che Saddam Hussein proteggeva i terroristi e possedeva illegalmente armi di distruzione di massa.
Che quelle fossero menzogne lo si era capito subito, e dopo l’invasione se ne era avuta la certezza. All’epoca delle elezioni chi voleva sapere sapeva già: il Presidente aveva mentito alla Nazione per giustificare una guerra che stava provocando centinaia di migliaia di morti, soprattutto civili – in buona parte bambini, e le cui conseguenze ancora stiamo scontando.
Ebbene, non ricordo che ci siano state manifestazioni e proteste nei giorni che seguirono quella rielezione, né che qualcuno sia sceso in piazza gridando “he’s not my president”.

Strana gente, la gente: capace di sorvolare sul fatto di essere costretta a guerre illegittime e senza fine, eppure così  intransigente quando si tratta di comportamenti socialmente deplorevoli – sebbene non altrettanto letali.

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