Grazie

Grazie a tutti coloro che hanno spiegato a Renzi e a chi per lui (Napolitano, JP Morgan, madonnine, eurocrati e compagnia bella) che la nostra Costituzione è un bene comune indisponibile, e che non può essere modificata – né tantomeno stravolta  – a colpi di maggioranza.

Poiché è molto improbabile che abbiano fatto tesoro della lezione, ricordiamoci di non abbassare la guardia: continueranno a provarci.

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Referendum: cinque ragioni, fra le altre, per dire NO

Da Centro Ricerche Paolo Sylos Labini propongo questo succinto pentalogo del costituzionalista Massimo Villone:

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Nel referendum del 4 dicembre voterò No, e ne riassumo le ragioni in cinque punti.

1) Il metodo.
La riforma, mai sottoposta al vaglio popolare come programma di partito o di governo, è stata imposta a colpi di maggioranza, con forzature di regolamento parlamentare e di prassi. È nata in un parlamento colpito dalla incostituzionalità della legge elettorale per il premio di maggioranza e le liste bloccate. È stata approvata da una maggioranza risicata e raccogliticcia, con l’apporto decisivo di cambiacasacca e voltagabbana, e solo grazie ai numeri determinati proprio dal premio di maggioranza dichiarato illegittimo.

2) Il merito.
Il Senato sopravvive e il bicameralismo è ancora parzialmente paritario, ma si toglie agli italiani il diritto di votare ed eleggere i senatori. Questi sono consiglieri regionali e sindaci eletti dai consigli regionali, e svolgono un doppio lavoro. Una camera non elettiva è geneticamente debole, e rimessa alla bassa cucina di ceto politico, come la recente elezione del consiglio metropolitano ampiamente dimostra. Ne risulta rafforzato il governo, cui viene anche dato il controllo dei lavori parlamentari con il potere di chiedere il voto finale entro settanta giorni sui disegni di legge. Uno strumento utile a normalizzare il dissenso, anche interno alla maggioranza. Il rafforzamento degli istituti di democrazia diretta – legge di iniziativa popolare, referendum – è puramente di facciata. Si opera un riaccentramento delle potestà legislative verso lo Stato, e soprattutto si introduce una clausola di supremazia che abilita il legislatore statale a entrare in qualsiasi materia di competenza regionale. Per tale via si può imbrigliare la protesta delle comunità locali, ad esempio verso cd grandi opere, normalizzando il dissenso sociale.

3) Le motivazioni.
Sono debolissime, alcune risibili, altre contrarie ai fatti. Il risparmio dal Senato non elettivo è certificato dalla Ragioneria dello Stato in meno di 49 milioni di € all’anno – meno di un caffè a testa per i 50 milioni di elettori ed elettrici che perdono il diritto di voto – e sono comunque spiccioli per un paese che brucia in spese militari oltre 60 milioni di € al giorno. L’esigenza di maggiore velocità nell’approvazione delle leggi è smentita da quelle, anche duramente contestate (ad esempio, legge Fornero, Lodo Alfano), approvate in pochi giorni. Ritardi e navette nascono in genere da contrasti politici interni alla maggioranza: ad esempio, testamento biologico, fine vita, intercettazioni, prescrizione, riforma della giustizia, unioni civili. La semplificazione è smentita da un procedimento di formazione delle leggi che diventa estremamente più complesso, e possibile fonte di conflitti e ritardi.

4) La pubblicità ingannevole e il ricatto della paura.
Comincia dal titolo del quesito, che in parte mente sui contenuti (ad esempio il superamento del bicameralismo paritario è solo parziale) e in parte non dice (ad esempio che si perde il diritto di votare i senatori). Continua poi con gli argomenti di campagna referendaria per cui dal Sì deriva ogni possibile bene, anche se non vi è alcun nesso con la riforma o questa nulla reca di nuovo rispetto alla Costituzione vigente (volete strade sicure, una sanità uguale per tutti, via le liste di attesa negli ospedali? Votate Sì). Mentre disastri e devastazioni vengono annunciati nel caso di vittoria del No, motivati dalla instabilità che ne verrebbe. Ma va notato che lo stesso Renzi ha determinato lo scenario della instabilità, puntando sul plebiscito a proprio favore per una cinica scommessa di potere personale.

5) Le vere ragioni della riforma.
Indebolisce il Parlamento e riduce gli spazi di partecipazione democratica, a favore dell’esecutivo e di chi comanda. Per questo piace molto ai poteri forti della finanza e della economia che sponsorizzano Renzi, dalle agenzie di rating alle multinazionali, da Confindustria a Marchionne, dall’Ocse ai grandi giornali economici come il Wall Street Journal o il Financial Times. Si può essere certi che dei bisogni e dei diritti del popolo italiano, della tutela dei più deboli, della solidarietà politica, economica e sociale non si curano affatto. Mentre proprio di questo hanno bisogno il paese, e il Mezzogiorno in particolare. Riforme sono possibili, ma di segno esattamente opposto. Più rappresentanza politica, più partecipazione, porte aperte a ogni voce, cittadini che contano ogni giorno e non solo quando si vota ogni cinque anni. Basta Jobs Act, buona scuola, trivelle, acqua privata.

Votiamo No

 

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Una riforma costituzionale illegittima

Un puntuale analisi di Aldo Giannulli, questa volta riferita non al contenuto ma al modo con cui la riforma è stata perpetrata. Un aspetto, questo, piuttosto trascurato nel dibattito di questi mesi, sebbene non dovrebbero esserci dubbi che forma e merito in democrazia hanno uguale sostanza, e che la riforma è illegittima per il modo di realizzazione, che – per dirla con Padre Dante – “ancor ci offende”.
È dunque evidente che anche a prescindere dal contenuto, su cui è lecito avere opinioni diverse, questa riforma dev’essere rifiutata perché nella forma costituirebbe un precedente pericoloso, inaccettabile per chiunque abbia un minimo sindacale di sensibilità democratica.

Aldo Giannulli: La riforma costituzionale, un atto di deliquenza politica.

Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sulla prevaricazione governativa rispetto al potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:
a) essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse;
b) essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013;
c) è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.
Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.
Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.
Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti”.

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Storia e leggenda

 

Alla fine ogni uomo è mortale, anche se alcuni riescono a esserlo un po’ meno perché entrano nella Storia.
E poi ci sono quelli che entrano nella leggenda.

 

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Riforme e Unione Europea, un motivo di preoccupazione in più

Massimo D’Antoni affronta in questo post sulla sua pagina FB uno degli aspetti più critici (e meno esaminati) della riforma costituzionale Renzi/Boschi: l’istituzionalizzazione del vincolo esterno europeo. Con tanti saluti al Popolo, legittimo titolare della Sovranità nazionale, e all’articolo 1 della Costituzione che ne sancisce la titolarità.
Dobbiamo essere consapevoli che chi ci dice “Tranquilli, non abbiamo toccato i Principi fondamentali” è in malafede, perché tutti gli articoli dei Titoli successivi furono pensati dai Padri costituenti in scrupolosa coerenza con quei primi undici. La modifica di un qualunque articolo della Seconda parte, dunque, influenza sempre, nel bene o nel male, la fattibilità della Prima; e se ci raccontano il contrario è perché sanno che la modifica proposta è destinata a influenzarla in senso negativo.
Un esempio recente è la modifica dell’articolo 81, governo Monti (con l’appoggio determinante – “senza se e senza ma” – di un PD allora a conduzione Bersani). Una modifica che da sola è valsa a depotenziare in modo sostanziale almeno quattro dei primi undici articoli: il due, il tre, il quattro e il nove, oltreché tutti gli articoli della seconda parte che di questi sono la logica conseguenza.

Le modifiche che l’attuale riforma propone riguardano 47 articoli.
Però tranquilli, ci dicono che i Principi fondamentali non vengono toccati…

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Massimo d’Antoni: La riforma costituzionale e l’Unione europea, perché dobbiamo preoccuparci

C’è un tema di merito che sta passando relativamente sotto silenzio, ma che potrebbe essere una delle ragioni più forti per votare No. Un tema che evidenzia una contraddizione tra i contenuti della riforma costituzionale e il maldestro tentativo del governo di marcare la propria distanza dall’Unione con scelte simboliche (la sparizione delle bandiere dell’Ue durante le conferenze stampa) e alzando i toni con Bruxelles in occasione del parere della Commissione sulla Legge di Stabilità.

Al di là del teatrino mediatico, la riforma determinerà infatti un’ulteriore cessione di sovranità del nostro paese alla Ue, analoga a quella realizzata nel 2012 con l’approvazione dell’art. 81 sul pareggio in bilancio. Che questo sia coerente con gli intenti della riforma è d’altra parte esplicito nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014. Sotto il titolo “Le ragioni della riforma”, è il governo stesso a spiegare quali ne siano gli obiettivi:

Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale.

Nell’inquadrare la riforma nell’ambito della governance economica dell’unione, il governo non dà solo una chiave interpretativa, ma rimanda ad alcuni passaggi precisi. Me ne sono reso conto solo di recente, su indicazione di Luciano Barra Caracciolo, che sul suo blog spiega la questione nel modo seguente:

«Come rendersi conto della European connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps: a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948; b) verificate il testo dei nuovi articoli artt. 55 – “Le Camere”: cioè conformazione, struttura e “mission” istituzionale delle Camere) – e 70 – “La formazione delle leggi”: cioè procedure e contenuti generali, ma anche “tipizzati”, della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due “nuove” Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all’oggetto deliberativo delle Camere stesse; c) vi accorgerete che l’effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che “la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l’adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.»

In poche parole: la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea diventa un dovere costituzionale. Immagino l’obiezione: che differenza c’è rispetto ad oggi? Non abbiamo sottoscritto dei trattati comunque vincolanti per il nostro paese? Ad essa si può rispondere osservando innanzitutto che si potrebbe arrivare a dubitare che a seguito della riforma l’Italia possa, in presenza di circostanze che lo rendano necessario o desiderabile, decidere di non far più parte dell’Unione europea. Tale scelta potrebbe infatti essere viziata da incostituzionalità, in quanto renderebbe impossibile per il Parlamento l’adempimento di una sua funzione. Così Barra Caracciolo:

«d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell’Unione, così com’è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il Parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato.»

Quella di uscita dalla Ue è un’ipotesi estrema. Ma, come già è avvenuto per l’art. 81 sul pareggio di bilancio, l’esplicita previsione in Costituzione della “formazione e attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”, avrebbe effetti anche in circostanze più concrete:

«6. E, infatti, questo non può che avere riflessi sulla stessa propensione della Corte costituzionale a sindacare, con effettività e concreta comprensione della natura delle politiche che ci impone l’Unione europea, la violazione dei principi immodificabili della Costituzione (da parte dell’imposizione di tali politiche). (…) Nel costante conflitto tra tali previsioni costituzionali e i principi fondamentali che definiscono i diritti indeclinabili dei cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro (cioè sull’obbligo statale di perseguimento di politiche economiche e fiscali di “pieno impiego”), la Corte non scorgerà alcuna esigenza di ristabilire una gerarchia”, tra le fonti.»

La riforma renderà cioè più difficile sindacare le politiche europee sulla base di un conflitto con la normativa nazionale e con i principi della nostra Costituzione. Con buona pace dell’art.1 che recita che “La sovranità appartiene al popolo” e dell’affermazione, continuamente rilanciata dai fautori del Sì, che la riforma non inciderebbe sui valori costituzionali ma solo sulle procedure della seconda parte della Carta.

Non serve essere “euroscettici” per essere preoccupati del fatto che è in atto una progressiva cessione di sovranità del nostro paese verso istituzioni e organi sovranazionali di dubbia legittimità democratica. Una cessione di sovranità che non ha alcuna contropartita in termini di riforma e democratizzazione delle stesse istituzioni. Sarei ben felice se qualche costituzionalista potesse smentirmi, ma il punto mi pare piuttosto chiaro. E se è così, siamo di fronte a quella che è forse la ragione principale per la quale questa riforma va respinta con decisione.
Votate No!

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Dove andremo a finire, signora mia.

Sempre a proposito di com’è strana la gente, vale la pena ascoltare lo sfogo dell’inviata RAI Giovanna Botteri, a proposito delle elezioni che hanno visto, ahilei, la sua adorata Hillary dolorosamente sconfitta.
In preda allo sconcerto più profondo, la Botteri non riesce a capacitarsi di come tanta gente abbia potuto scegliere Trump nonostante l’incondizionato schieramento della totalità dei media a favore della candidata democratica. Le sue considerazioni, che l’amarezza ha evidentemente liberato dai freni inibitori, rivelano senza pudore la vera funzione del mestiere svolto dai giornalisti omologati al potere: che non è quella di produrre informazioni, ma di veicolare il consenso.

Ecco le illuminanti enunciazioni botteriane:

Io mi chiedevo, anche con gli altri colleghi che sono qui, che cosa succederà dopo queste elezioni. Non solo cosa succederà alla Casa Bianca con Trump, ma cosa succederà alla società civile americana. Per esempio [un esempio a caso…] che cosa succederà a noi giornalisti, che cosa succederà alla stampa. Non si è mai visto, mai visto come in queste elezioni, una stampa così compatta e unita contro un candidato. Addirittura la stampa – citavi prima la stampa libera [sic], il NYT [doppio sic] – addirittura giornali tradizionalmente conservatori – The USA Today… insomma giornali conservatori, giornali che avevano negli anni scorsi appoggiato più volte il candidato repubblicano… che non hanno appoggiato Trump, che si sono apertamente schierati contro Trump. Che cosa succederà quando evidentemente la stampa non ha più forza e non ha più peso in questa società americana. Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno contato su questo risultato e non hanno influito su questo elettorato che ha creduto a Trump e non, come dice lo stesso miliardario, alla stampa bugiarda.”

I suoi interlocutori in collegamento, Di Bella e Alan Friedman, annuiscono pensosamente. Di Bella evoca con sarcasmo “le litanie” che risuonano in tutto il mondo secondo le quali  ” è tutta colpa della cricca finanziaria, dei giornalisti, delle élite… insomma, il popolo si deve ribellare“.  Ma anziché farsi delle domande sul perché queste categorie stanno rapidamente perdendo ogni residua legittimità e influenza, in un’apoteosi di trivialità il trio conclude il gustoso siparietto autoreferenziale  nella più classica e confortevole delle reductiones, là dove le cattive coscienze – inquietate, ma non inquiete – amano ricomporre le proprie contraddizioni: la reductio a Hitlerum.

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Strana gente, la gente

Ieri e oggi cortei di protesta contro l’elezione di Donald Trump: “He’s not my president”. Una signora intervistata dichiara che per l’America è un altro 11 settembre, “un 11 settembre politico”, e che sente il bisogno di “scusarsi con il resto del mondo per quanto è accaduto”.
Con l’espressione quanto accaduto si riferisce al risultato delle elezioni, non ai quindici anni di guerre devastanti che prima Bush e poi Obama, con l’appoggio e la collaborazione entusiasta di Hillary Clinton,  hanno allegramente seminato in giro per il mondo.

A Trump non perdonano frasi e atteggiamenti sessisti, né le dichiarazioni razziste. Tutto censurabile, per carità.

Quando Bush jr fu eletto per la seconda volta, nel 2004, aveva alle spalle una guerra preventiva scatenata contro l’Iraq con il pretesto che Saddam Hussein proteggeva i terroristi e possedeva illegalmente armi di distruzione di massa.
Che quelle fossero menzogne lo si era capito subito, e dopo l’invasione se ne era avuta la certezza. All’epoca delle elezioni chi voleva sapere sapeva già: il Presidente aveva mentito alla Nazione per giustificare una guerra che stava provocando centinaia di migliaia di morti, soprattutto civili – in buona parte bambini, e le cui conseguenze ancora stiamo scontando.
Ebbene, non ricordo che ci siano state manifestazioni e proteste nei giorni che seguirono quella rielezione, né che qualcuno sia sceso in piazza gridando “he’s not my president”.

Strana gente, la gente: capace di sorvolare sul fatto di essere costretta a guerre illegittime e senza fine, eppure così  intransigente quando si tratta di comportamenti socialmente deplorevoli – sebbene non altrettanto letali.

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Raniero La Valle: Riforma costituzionale e art. 11

Propongo un ampio stralcio della riflessione di Raniero La Valle sulla riforma costituzionale, in particolare sull’abolizione del bicameralismo paritario e i suoi effetti  sull’art. 11 Cost, (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”). Bisognerebbe ricordare che non basta “non toccare i Principi Fondamentali della Costituzione” perché non vengano invalidati di fatto: i nostri padri-costituenti-2.0 non sanno, o meglio fingono di non sapere, che le parti successive sono state concepite in stretta coerenza con essi, persa la quale tutto l’impianto che dà un senso alto alla nostra Carta viene sovvertito. Basti pensare alla modifica dell’art 81 (non a caso una delle prime iniziative del Governo Monti in ossequio al mandato euro-comunitario, passata con il voto convintamente favorevole del PD), che da sola ha vanificato metà dei Principi Fondamentali (articoli 1, 2, 3, 4 e 9 Cost).

L’amico Aldo Ricci non me ne vorrà se nonostante il tentativo di sfoltire l’articolo omettendone alcuni passaggi, esso mantiene un respiro troppo lungo per i tempi di attenzione concessi dal web, a cui – come saggiamente sempre raccomanda – bisognerebbe attenersi.

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Il vero quesito: Approvate che lo Stato sia tutto, le Regioni niente e che uno solo decida la guerra?

Per parlare di una nuova Costituzione, che investe il presente e il futuro, è bene partire dai fatti del giorno.

Il primo di questi fatti è che il 18 ottobre l’UNESCO ha approvato una risoluzione che invita Israele a rispettare i diritti dei palestinesi a Gerusalemme, ma che ha il torto di chiamare la Spianata delle Moschee col suo nome arabo, ignorando la sua definizione ebraica come Monte del Tempio. Ciò ha provocato polemiche che dovevano avere degli sviluppi nei giorni successivi. Il più vistoso dei quali è stato che Renzi ha sconfessato il suo ministro degli esteri e ha definito “allucinante” il voto di astensione italiano mozione.
[…] Il fatto politico è il rovesciamento della politica italiana di neutralità attiva tra Israele e palestinesi, che risale a Moro e ad Andreotti. Ora Renzi nel conflitto fa una scelta a favore di Israele, cioè fa una scelta di campo, e la fa come se fosse scontata […] E questo è un cambiamento della figura stessa dell’Italia, però non discusso e non deciso da nessuno; decide il primo ministro, e il suo stesso ministero degli esteri è preso in contropiede.

L’altra notizia da cui partire per il nostro discorso è che il 14 ottobre è stato eletto il nuovo Padre generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa, che il giorno successivo, nella messa di ringraziamento, ha detto che dobbiamo avere l’audacia di intraprendere “l’improbabile e l’impossibile”. E la cosa che oggi sembra impossibile, per quanto sia necessaria, è di fare “una Umanità riconciliata nella giustizia, che vive in pace in una casa comune ben curata, dove c’è posto per tutti”.
Purtroppo siamo in una situazione opposta. Quello che dobbiamo fare, ha detto ancora il generale dei Gesuiti, è “pensare per capire in profondità il momento della storia umana che viviamo” e operare “per superare la povertà, la ineguaglianza e l’oppressione”.

Ebbene, non c’è bisogno di essere cattolici per dire che nel momento in cui noi facciamo una nuova Costituzione che dovrebbe essere la nostra Regola per decenni, dovremmo misurarla con questi grandi temi che investono in profondità la nostra vita, e non con piccole cose come il numero dei senatori o il falso problema del ping pong tra Camera e Senato.

Un mondo in guerra

Vediamo allora la situazione in cui siamo e il modo in cui la nuova Costituzione vi risponde.

Siamo in una situazione di “guerra mondiale a pezzi”, come dice il papa, e ora siamo a rischio di una grande guerra su più continenti. […] Il vescovo di Aleppo, mons. Joseph Tobij, è venuto il 4 ottobre alla Commissione Esteri del Senato per far arrivare un grido all’Occidente. […] “Siamo giocattoli in mano dei Grandi”, che si fanno la guerra per procura. La guerra è cominciata nel 2013 – ha detto – “sotto la minaccia di morte degli Stati Uniti”. […] L’Occidente voleva il controllo della Siria e liquidare Assad, come aveva fatto in Iraq con Saddam Hussein, in Libia con Gheddafi, in Afghanistan con Bin Laden. Ma questa volta la guerra non la poté fare. Allora essa fu intrapresa dai ribelli anti-Assad, chiamati liberatori e sostenuti e armati dagli Stati Uniti. Era prevedibile che dall’altra parte intervenisse la Russia, se voleva continuare ad avere quel ruolo mondiale che, nella miope percezione americana, essa aveva ormai perduto. Ed infatti la Russia di Putin è intervenuta con la sua forza politica, e con i suoi aerei e soldati. Se ora Russia e Stati Uniti negoziano un armistizio a Losanna, vuol dire che la guerra è tra loro.

Come se non bastasse, dopo la fine dei blocchi la NATO si è allargata ad includere i Paesi che avevano fatto parte del Patto di Varsavia, e addirittura i Paesi baltici che avevano fatto parte dell’Unione Sovietica, avanzando le sue basi fino ai confini della Russia: come ha detto Sergio Romano, che è stato ambasciatore a Mosca e alla NATO, questo è stato un errore, e non poteva essere vissuto dalla Russia che come un atto ostile. Poi, dopo l’intervento russo in Crimea e la crisi in Ucraina, l’Occidente ha imposto le sanzioni al Cremlino. Ora ha deciso di fare nel 2017 delle esercitazioni militari in Lettonia ai confini della Russia, e anche l’Italia manderà un corpo di spedizione di 150 uomini, come fece Cavour in Crimea. L’altro giorno da Washington è stato preannunciato un attacco cibernetico alla Russia. E Putin ha detto: attenti, state scherzando col fuoco.
Dunque oggi una guerra tra le grandi Potenze è tornata ad essere una possibilità reale.
Ora è evidente che questa guerra non ci riguarda, perché come sta scritto nella prima parte della Costituzione che ancora formalmente è in vigore, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controverse internazionali; e tutte le guerre oggi in atto o minacciate appartengono a questo tipo di guerra che l’Italia rifiuta.
Allora la domanda è se la nuova Costituzione garantisce che non partecipiamo a guerre che ci sono estranee, o se invece rimuove gli ostacoli e apre la strada a un nostro coinvolgimento nelle guerre presenti e future.
Ebbene, è proprio la seconda cosa che accade; di fatto il popolo non avrà più alcuna garanzia costituzionale di non essere trascinato in una guerra non sua. Poi ci sarà un don Milani che lo denuncerà, ma sarà troppo tardi.

Vediamo dunque la nuova Costituzione renziana.
Riguardo alla guerra c’è un’innovazione esplicita e dichiarata, e ci sono delle innovazioni implicite e non dette che però travolgono tutte le garanzie.

L’innovazione esplicita è che il Senato, il quale non è affatto abolito, secondo l’articolo 78 della nuova Costituzione è escluso dal partecipare alla deliberazione della guerra e al conferimento al governo dei relativi poteri, deliberazione che invece è riservata al primo ministro e ai suoi deputati. E ciò è molto strano, perché secondo la riforma il Senato dovrebbe rappresentare le realtà territoriali, dove ci sono le case e i corpi delle persone che più di tutti sarebbero colpiti dalla guerra; ed è molto strano anche perché secondo la riforma il Senato dovrebbe funzionare come raccordo con l’Unione Europea, dovrebbe partecipare alla formazione e attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione Europea; inoltre dovrebbe valutare le politiche pubbliche all’interno e l’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori. Dunque dovrebbe mettere becco su tutto ma non sulla guerra, e dovrebbe avere un peso determinante nel rapporto con gli Stati europei, ma non avrebbe alcun potere nella decisione più importante riguardante il rapporto con tutti gli Stati, europei e non europei, che è precisamente la decisione sulla guerra.

Il Senato, una testa di turco

Questo dimostra quale era la vera intenzione dei riformatori riguardo al Senato. Il Senato è la vera testa di turco della riforma ed è la cartina di tornasole che rivela il discrimine tra ciò che è falso e ciò che è vero nella riforma che ci viene proposta.

E’ falso l’argomento che il Senato venga riformato perché Camera e Senato oggi fanno la stessa cosa, sicché uno dei due sarebbe inutile. Anche il Tribunale e la Corte d’Appello fanno la stessa cosa, fanno gli stessi processi, ma non è affatto inutile che la libertà dei cittadini sia tutelata da due gradi di giudizio. Anche la polizia e i carabinieri fanno la stessa cosa, ma non è affatto inutile che se un colpo di Stato lo fanno i carabinieri, la polizia glielo possa impedire, o viceversa.
Le Costituzioni democratiche sono lì proprio perché, quando si tratta del potere, le cose possano essere viste da due parti diverse.

E’ falso che il Senato venga riformato per valorizzare le Regioni e le autonomie locali. Anzi proprio nel momento in cui si fa finta di fare un Senato delle autonomie, la scelta autonomistica viene rovesciata, potremmo dire ripudiata. Infatti si passa dal regionalismo della Costituzione del ’48 al centralismo statale, in base alla ideologia che tutto è dello Stato, e nulla al di fuori dello Stato.

[…] Mentre nella Costituzione vigente, all’art. 117, si prevede che alle regioni spetti la potestà legislativa sulla generalità delle materie, tranne quelle espressamente attribuite allo Stato […] nella riforma c’è un’invadente esclusiva competenza legislativa dello Stato, di cui alcuni residui sono lasciati alle Regioni. Ma si tratta soprattutto di leggi di ordine organizzativo e promozionale (come ad esempio la “promozione”, ma non la tutela e la valorizzazione, dell’ambiente e dei beni culturali).

Nulla si toglie invece ai privilegi delle Regioni a statuto speciale (che potranno essere modificati solo d’accordo con le Regioni stesse), mentre altri frammenti di autonomia potranno essere gentilmente concessi per legge dallo Stato a qualche Regione meritevole o più ricca, dotata di bilanci virtuosi, in seguito a specifiche trattative ed intese tra quella Regione e lo Stato.
[…]In ogni caso […] a norma dell’art. 120, il governo può avvalersi della “clausola di supremazia” in nome dell’unità giuridica ed economica della Repubblica. In sostanza mentre si rottama il Senato, per gabellarlo come Senato delle autonomie, le autonomie non ci sono più, ed è perciò che si dice che il Senato si riunirà per poche ore al mese; e dunque si passa dalla forma di Stato articolato in Regioni, che in un recente dibattito televisivo Luciano Violante ha definito come un “policentrismo anarchico” al ristabilimento della supremazia dello Stato e della sua piena sovranità rispetto agli enti territoriali. Ma la forma di Stato è anche la forma della democrazia. E l’alternativa di società fatta di “formazioni sociali” e di autonomie che sta scritta nella prima parte della Costituzione, fu scelta dal costituente del 1947 come antidoto a quella che è stata chiamata “la sindrome del tiranno”.
Resta allora che i veri obiettivi della riforma del Senato erano due: il primo, quello di togliere al governo il fastidio di dover ottenere la fiducia di due Camere; il secondo, quello di sterilizzare il Senato e le comunità territoriali che esso dovrebbe rappresentare, rispetto alle decisioni supreme relative alla pace e alla guerra.

Quali garanzie contro guerre inconsulte?

Venuta meno la doppia garanzia di una conforme decisione di Camera e Senato sulla deliberazione dello stato di guerra, si potrebbe pensare però che l’ostacolo a guerre inconsulte sarebbe rappresentato da quanto previsto, e non formalmente abrogato, nella prima parte e segnatamente nell’art. 11 della Costituzione.

Purtroppo così non è, perché di fatto quel limite all’ingresso dell’Italia in guerre non sue è stato cancellato e poi superato dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Fino a quel momento, secondo gli articoli 11 e 52 della Costituzione, l’unica guerra ammissibile, l’unica guerra in cui legittimamente l’Italia potesse e dovesse combattere, era quella corrispondente al “sacro dovere” – come lo definisce l’art. 52 – della difesa della Patria. […] Ma nel 1991 l’Italia sdoganò la guerra partecipando alla prima guerra del Golfo contro l’Iraq. E il 26 novembre 1991 […] il governo venne da noi in Parlamento e presentò alla Commissione Difesa alla Camera […] un Nuovo Modello di Difesa in cui la guerra tornava a essere legittimata e la difesa non era più identificata con la difesa dei sacri confini della Patria, ma con la tutela degli interessi anche economici e produttivi dell’Italia dovunque essi fossero in gioco; a tale scopo veniva potenziato un esercito professionale ristrutturato come Forza di intervento rapido e di proiezione di potenza e più tardi lo stesso servizio obbligatorio di leva veniva lasciato cadere. In più si provvedeva alla sostituzione del nemico, che non essendo più quello sovietico veniva individuato nell’Islam secondo il modello del conflitto divenuto ormai permanente tra Israele e mondo arabo.

Il Novo Modello di Difesa non venne mai discusso né approvato dal Parlamento, ma venne di fatto tradotto nella legislazione sulle Forze Armate, nei bilanci della difesa e nelle scelte dei governi. Venuto meno il limite stabilito dalla Costituzione, la decisione sulle guerre da fare veniva di fatto affidata ai governi, e i loro primi ministri ne fecero largamente uso. Addirittura l’Italia partecipò ad una nuova guerra in Europa contro la Jugoslavia e il presidente D’Alema teorizzò il valore politico di quella scelta interpretandola come una espressione necessaria della politica estera dell’Italia e del suo contare nel mondo.

Poiché un’analoga concezione della difesa e dell’uso delle forze armate è stata nello stesso tempo adottata dalla NATO e da tutto l’Occidente, tutto ciò che ne è seguito, ivi compreso il terrorismo, la catastrofe delle Due Torri, il parto cruento dello Stato islamico, lo scontro con l’Islam, i soldati italiani in Libia e a Mosul, e ora la sfida alla Russia, sono conseguenze di quella scelta.

Si direbbe che l’Occidente il cui sistema economico e politico è entrato in una profonda crisi essendosi mostrato incompatibile con l’ordine del mondo, cerchi nell’incremento delle armi, nell’estensione del dominio e nella disseminazione delle guerre una risposta alla sua angoscia riguardo al futuro; ed è come se noi dovessimo partecipare a tutte le guerre di un capitalismo sfrenato, invece che operare, come dice il generale dei Gesuiti, “per superare la povertà, l’ineguaglianza e l’oppressione”.

In questa situazione, in cui si accentua la discrezionalità dei governi, diventa molto pericoloso che non si possano esprimere le voci dei popoli e che le decisioni possano essere prese da capi politici dai poteri incondizionati e liberi da controlli e garanzie.

Questa è la ragione per cui una Costituzione che tende ad assicurare una governabilità insindacabile per cinque anni e a ridurre il controllo del Parlamento sul capo politico di turno, mentre si stende come un’ombra l’ipoteca dei grandi poteri militari e finanziari mondiali, sguarnisce i popoli di ogni difesa contro inconsulte decisioni di guerra. Nel caso italiano il nuovo sistema costituzionale risultante dal combinato disposto della Costituzione riformata e della legge elettorale maggioritaria, istituisce una nuova forma di governo che è stata chiamata in dottrina una “forma di governo di legislatura a vertice monocratico elettivo” . Questo modello, costruito sulla formula del “Sindaco d’Italia”, ormai al di fuori della forma della democrazia parlamentare, finisce per attribuire al primo ministro un solitario potere di decidere tra la pace e la guerra. Il fatto che per la sua sussistenza, mediante la fiducia, il governo dipenda solo dalla Camera e che la maggioranza assoluta dei deputati […] sia rappresentata da parlamentari di un solo partito, per di più scelti dallo stesso primo ministro e non eletti dal popolo, fa sì che nella situazione di massimo pericolo in cui il mondo è oggi precipitato il rischio di essere portati verso una guerra, mentre giornali, televisioni e commentatori politici parlano d’altro, è molto elevato.
[…] Facciamo questo discorso in un momento particolarmente delicato perché dobbiamo registrare il fallimento sul piano internazionale della presidenza di Obama. Voleva fare un mondo senza guerre, e lascia un mondo più frantumato e in guerra di prima. E ciò proprio per le politiche sbagliate degli Stati Uniti che hanno un’innata tendenza al dominio che passa da un’amministrazione a un’altra: essa fu formalizzata, all’inizio del 2000, nella scelta dell’obiettivo di “un nuovo secolo americano” a cui erano finalizzate le politiche di riarmo e di egemonia adottate nella cosiddetta nuova “Strategia della sicurezza nazionale”.

[…] E qui si vede il pericolo di una totale dipendenza dei primi ministri italiani dal presidente americano, come quella manifestata ed enfatizzata da Renzi alla Casa Bianca, perché vuol dire che l’Italia sarà chiamata a fare tutte le guerre che l’America deciderà di fare o vorrà che siano fatte. Ciò rende Obama uno sponsor non troppo affidabile del SI al referendum costituzionale. Anzi l’endorsement di Obama è un ottimo indicatore: proprio perché l’America dice di Sì, forse l’Italia dovrebbe dire di No.

§

Quarto discorso di Raniero La Valle su “La verità del referendum” tenuto alle Comunità parrocchiali di Bitonto nell’Auditorium dei Santi Medici Cosma e Damiano il 19 ottobre e al Circolo Arci Rinascita di Sesto Fiorentino il 22 ottobre 2016. Qui il testo completo.

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Nessun dorma

[…] Quale che sia l’esito del referendum, il degrado politico e civile che passa attraverso la demolizione della Costituzione non si arresterà.

Se dovesse vincere il NO, identiche “riforme” verranno presto rilanciate in nuovi travestimenti, come già avvenuto in passato.

Se invece vincerà il SI, la nuova “forma di Stato e di Governo” sarà il trampolino di lancio per ulteriori erosioni dei nostri diritti.

Troppo importante, nell’uno e nell’altro caso, martellarci in testa la convinzione che la crisi non è dovuta alle politiche economiche, alla corruzione della vita pubblica, all’evasione fiscale; ma alle mani bucate dello Stato Sociale (cioè all’educazione dei nostri figli, alla nostra salute, alla ricerca, alla cultura…).

Perciò parlando di questa riforma, come oggi è inevitabile, stiamo in realtà parlando anche di tutte le altre, specialmente di quelle che verranno. […]

Salvatore Settis: “Costituzione, perché attuarla è meglio che cambiarla” (Einaudi).

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Il PSOE e la crisi di regime in Spagna.

Riassumo qui un articolo del professor Vicenç Navarro sulla la crisi politica che investe la Spagna e il PSOE.

L’attuale regime, nato dal processo di dissoluzione del regime franchista, è stato modellato dalle forze conservatrici che controllavano le istituzioni ed è quindi espressione degli interessi che esse rappresentano.
Si tratta di un sistema a limitata rappresentatività e poco sensibile alle istanze di sviluppo dello stato sociale, tanto che oggi la spesa sociale pro-capite, in Spagna, è fra le più basse nel gruppo dei primi stati membri dell’Unione Europea (UE15).

I partiti che hanno gestito la transizione sono due: il PPE, neoliberista in economia e profondamente conservatore in ambito politico-culturale, assimilabile all’estrema destra europea; il PSOE, di orientamento socialdemocratico, che si è andato confortevolmente integrando nel sistema pur da una posizione subalterna.

Fu il PSOE a correggere l’enorme deficit di stato sociale che la Spagna aveva ereditato dalla dittatura. Alla morte di Francisco Franco, nel 1975, la spesa sociale rappresentava solo il 14% del PIL, mentre la media dei futuri UE15 all’epoca era intorno al 22%.
Nel 1993, grazie alle politiche del PSOE, le spese sociali erano salite al 25% del PIL, anche se continuavano a rimanere al di sotto della media. A partire da quell’anno, tuttavia, il differenziale riprese a peggiorare a causa dei tagli imposti da Maastricht per soddisfare le condizioni di ammissibilità all’Eurozona: anche qui come altrove, il costo del biglietto d’ingresso all’Euro venne pagato dalle classi popolari.

Con la crisi del 2008 ci fu un ulteriore depotenziamento dello stato sociale. La crisi  venne spiegata come risultato dell’eccessiva spesa pubblica e del costo del lavoro troppo elevato. Questa lettura profondamente distorsiva della realtà (fino al 2007 il bilancio dello stato era stato attivo e il costo del lavoro era fra i più bassi tra gli stati EU15), giustificò politiche di brutale taglio alle spese e brutali riforme del mercato del lavoro, deregolamentato in tutti i suoi aspetti, con il conseguente enorme impoverimento della classe lavoratrice.

A creare deficit, in realtà non fu la pretesa enormità della spesa pubblica bensì il crollo degli introiti da tassazione, determinato dalla politica di Zapatero (“Abbassare le tasse è di sinistra”, ebbe a dichiarare). Così, mentre si procedeva alla riduzione delle imposte patrimoniale (2,1 miliardi) e di successione (2,6 miliardi), si congelavano le pensioni pubbliche per 1,2 miliardi. Scelte di sinistra.

Una tale politica fece ovviamente crollare i consensi, ma ciò non indusse il PSOE a cambiare orientamento né a fare una qualche autocritica.

Secondo il professor Navarro (difficile dargli torto)  l’adesione alle politiche neoliberiste è un fenomeno che riguarda tutti i partiti socialdemocratici europei (con la possibile eccezione, al momento – ma staremo a vedere,  del recente Labor Party di Jeremy Corbyn).
L’analisi della composizione degli apparati che li governano dimostra che essi sono egemonizzati da una classe di professionisti che hanno sviluppato un’intensa relazione, del tipo “a porte girevoli”, con la finanza, le imprese e i media. Essi considerano che la classe operaia sta scomparendo, in parte trasformata nella classe media che si propongono di rappresentare. Il loro potere non dipende più dai militanti; il ruolo della militanza nel processo decisionale viene scoraggiato, mentre si enfatizza al suo posto la mobilitazione mediatica. La base militante di conseguenza si è ridotta essenzialmente a elementi che hanno l’obiettivo di futuri incarichi di partito o nelle istituzioni.

Fin dall’inizio della campagna elettorale del 2015 il PSOE si trovò diviso fra una vecchia guardia, che controllava l’apparato del partito e desiderava mantenere il sistema bipartitico, e la base militante che premeva per una coalizione di sinistra. Nel mezzo stava Pedro Sànchez, eletto dai militanti ma soggetto alle pressioni dell’apparato. È per questo che Sànchez non ha mai aderito alla proposta per un patto di coalizione progressista, con Podemos nel 2015, e con Unidos Podemos nel 2016: la vecchia guardia non hai mai accettato questa ipotesi, che avrebbe permesso di battere il PPE e stabilire un governo di sinistra. Al contrario, dopo le elezioni 2015, Sànchez optò per un patto con la formazione di destra Ciudadanos, invitando poi Podemos a partecipare in posizione subordinata.

Gli appelli di Unidos Podemos a esplorare insieme le possibilità di un governo alternativo con i partiti nazionalisti  sono sempre stati ignorati. I baroni del PSOE vi si opponevano, preferendo il più comodo sistema del bipartitismo e l’appoggio a un governo del PPE.

Sànchez si convinse infine che l’unica possibilità era una coalizione con Unidos Podemos e i partiti regionali di sinistra, dato che Ciudadanos era naturalmente orientato ad allearsi con Rajoy, e questo gli è valsa la defenestrazione. I baroni del PSOE (Gonzàles, José Bono, Perez Rubalcaba, Susana Dìaz…) non ammettevano l’alleanza con Podemos e con quelli che definiscono indipendentisti, e hanno fatto cadere Sànchez  con un atto golpista, nonostante questi fosse stato eletto dalla militanza e avesse vinto il referendum che chiedeva alla base di esprimersi sulla proposta di negare l’investitura a Rajoy e recuperare l’alleanza con Podemos.

È stato il trionfo dell’apparato di partito contro i militanti. Ancora una volta la difesa dell’unità della Spagna è servita a salvaguardare gli interessi finanziari, economici e mediatici dell’establishment spagnolo, lasciando aperta la via all’investitura del corrotto Rajoy.

Quello che è accaduto avrà un impatto enormemente negativo per le sinistra spagnola e per il benessere delle classi popolari, dal momento che agevola la permanenza al potere del partito più reazionario, il PPE, che avrà così l’opportunità di consolidare ulteriormente i suoi progetti neoliberisti. La prospettiva è quella di  almeno altri quattro anni di uno stato repressivo e insensibile ai bisogni popolari, che continuerà a essere dominato dal bipartitismo, con l’appoggio di Ciudadanos e delle destre nazionaliste.

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