Di presidenti emeriti, conduttori, democrazie moderate.

Napolitano Fazio

Sento con un certo raccapriccio che stasera al Salottino delle Compiacenze, condotto dal compiacente Fabio Fazio su Rai3, parteciperà niente meno che il presidente emerito Giorgio Napolitano.

Immagino che la sua presenza sarà un doveroso omaggio alle ragioni della riforma costituzionale e una doverosa marchetta in favore del SI al prossimo referendum di ottobre.

Mi aspetto che gli argomenti di questo senile ma indomito signore, protagonista in negativo dei più recenti disastrosi anni di storia repubblicana, siano tutti a esaltazione di una riforma che snellisce il processo democratico, per renderlo all’altezza dei tempi e capace di risposte immediate all’immediatezza dei problemi. Il tutto condito da retoriche attestazioni di venerazione per la nostra Carta fondamentale, che si sa è la Costituzione “più bella del mondo” e che non è in discussione – dio ce ne guardi! –  nei suoi principi fondamentali.

Al di là delle melensaggini che vi propinerà se avrete lo stomaco di assistere all’evento, è bene sappiate che la riforma costituzionale obbedisce all’orientamento dei poteri forti dell’Unione Europea (Commissione e BCE), a loro volta condizionati dalla visione di governance efficiente espressa dalle consorterie finanziarie, a cui essi rispondono.
Tale visione viene descritta con esemplare chiarezza da un’analisi della J.P. Morgan del 28/05/2013 ( The Euro area adjustment: about halfway there), di cui riporto alcuni stralci:

§

[…] Nei primi tempi, si pensava che i problemi intrinseci nazionali fossero di natura prettamente economica: un grande debito sia a livello pubblico che privato, tassi reali di cambio disallineati, rigidità strutturali. Ma nel corso della crisi è diventato evidente che esistono anche problemi intrinseci nazionali di carattere politico. Le costituzioni e i sistemi politici nei paesi dell’Europa meridionale, implementati alla caduta del fascismo, presentono una serie di caratteristiche che li rendono inadatti a una maggiore integrazione europea. [pag 2]

[…] All’inizio della crisi era diffusa l’idea che i limiti intrinseci nazionali fossero di natura economica. Ma con l’evolvere della crisi, è diventato evidente che esistono radicati problemi politici nei paesi periferici che, a nostro parere, devono essere risolti affinché l’Unione Monetaria Europea possa funzionare sul lungo termine. I sistemi politici delle periferie furono stabiliti all’indomani della caduta delle dittature e condizionati da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza socialista, che riflette il potere politico raggiunto dai partiti di sinistra dopo il disastro del fascismo.
I sistemi politici degli stati periferici sono tipicamente caratterizzati da molti dei seguenti aspetti: deboli esecutivi; debolezza dello stato centrale nei confronti delle regioni; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistema basato sulla costruzione del consenso, che a sua volta crea clientelismo politico; diritto alla protesta contro i cambiamenti allo status quo politico. Gli inconvenienti di questi aspetti intrinseci sono diventati evidenti con la crisi. I governi dei paesi periferici hanno avuto solo successi parziali nel perseguire l’agenda delle riforme fiscali ed economiche, a causa di vincoli costituzionali (Portogallo) o regionali (Spagna), o dalla nascita di partiti populisti (Italia e Grecia). [pag 12]

[…] Una cruciale domanda finale è cosa potrebbe indurre la Germania a un nuovo approccio – essenzialmente una maggiore condivisione dei rischi a livello regionale. […] Secondo noi, è improbabile che la Germania dia il proprio accordo agli Eurobonds senza un cambiamento significativo delle costituzione politiche nei paesi periferici. [pag 15]

§

L’analisi trova una curiosa assonanza nel lontano rapporto di Samuel Crozier e Samuel Huntington (The Crisis of Democracy) pubblicato nel 1975 dalla Commissione Trilaterale ed edito in Italia dalla Franco Angeli, con prefazione di Giovanni Agnelli. Anche qui si parla di depotenziamento dei dispositivi democratici per favorire l’efficace funzionamento dei dispositivi di gestione.

§

[…] Al Smith osservò una volta che “l’unica cura per i mali della democrazia è una maggiore democrazia”. Dalla nostra analisi traspare che l’applicazione di questa cura oggi equivarrebbe ad aggiungere esca al fuoco.  Invece, taluni dei problemi di governo degli Stati Uniti scaturiscono oggi da un eccesso di democrazia […] Ciò che occorre alla democrazia è invece un grado maggiore di moderazione […].
(pag 123)

[…] Il funzionamento efficace di un sistema politico democratico richiede in genere una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui o gruppi. In passato, ogni società democratica ha avuto una popolazione marginale, di dimensioni più o meno grandi, che non ha partecipato attivamente alla politica. In sé questa marginalità da parte di alcuni gruppi e intrinsecamente antidemocratica , ma ha anche costituito uno dei fattori che hanno consentito alla democrazia di funzionare efficacemente. I gruppi sociali marginali, ad esempio i negri, partecipano ora pienamente al sistema politico. Però rimane ancora il pericolo di sovraccaricare il sistema politico con richieste che ne allargano le funzione e ne scalzano l’autorità. È necessario quindi sostituire la minore emarginazione di alcuni gruppi con una maggiore autolimitazione di tutti i gruppi.
(pag 123-124)

§

Tenere presente tutto questo forse ci aiuterà a mantenere attivo il pensiero critico contro i tentativi di manipolazione: quelli di stasera, quando ascolteremo il presidente emerito Giorgio Napolitano dare risposte convenute a domande concordate che il compiacente Fazio rispettosamente gli proporrà; e quelli restanti, che ci toccherà sorbire da qui a ottobre.

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Roberto Scarpinato: prima che la luce si spenga

Roberto Scarpinato

Roberto Scarpinato è un magistrato che ha fatto parte del pool antimafia di Falcone e Borsellino, ed è stato protagonista della nuova stagione di lotta alla mafia succeduta alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Dal 2013 ricopre la carica di Procuratore generale alla Corte d’appello di Palermo.

Devo a MEMMT la segnalazione del suo intervento a un recente convegno, “I nuovi confini del giudizio in Cassazione in un confronto con la Giurisprudenza di merito“, di cui Radio Radicale ha registrato l’intero evento, disponibile a questo link.

Nella sua analisi il magistrato mette in evidenza come al tradizionale rapporto dialettico fra Cassazione e Magistratura, il cui coefficiente di politicità rimaneva pur sempre entro i limiti che la stessa Costituzione poneva, si sovrapponga oggi, o addirittura si sostituisca, quello ben più politicizzato e invasivo con istituzioni sovranazionali di dubbia legittimità democratica e portatrici di istanze spesso in conflitto aperto con i valori della nostra Carta.
(Concetti che ribadisce e circostanzia  ulteriormente in un’intervista a Repubblica di qualche giorno fa, a proposito del referendum sulla riforma costituzionale e della discussione se sia legittimo o meno per i magistrati impegnarsi nella campagna referendaria).

Credo che per la rilevanza dei contenuti, l’intervento meriti i tempi lunghi della lettura e della riflessione  più che quelli rapidi dell’ascolto. Eccone perciò la trascrizione:

§

[…] Colloquiando con persone di media cultura non appartenenti al mondo del diritto, mi sono reso conto come nell’immaginario popolare si raffiguri il rapporto tra Corte di Cassazione e Giudici di merito come di tipo unilaterale e asimmetrico. La Cassazione viene cioè percepita come la cuspide della piramide giudiziaria, una selezionata aristocrazia intellettuale incaricata di imporre dall’alto della sua posizione sovraordinata l’esatta interpretazione delle regole ad una Magistratura di merito incline all’errore per mancanza di esperienza, saggezza, o peggio perché propensa all’anarchia interpretativa.

Mi sono talora sentito chiedere come fosse possibile che nel sistema italiano un giudice di merito potesse discostarsi dalle massime della Corte di Cassazione senza con ciò stesso non essere sottoposto a sanzioni disciplinari.

I giuristi sanno bene come tale percezione popolare sia lontana dalla realtà e come quello tra Corte di Cassazione e Giurisprudenza di merito sia non un rapporto asimmetrico e unidirezionale, ma al contrario bidirezionale e di reciproca fecondazione.

Proprio per la peculiare natura di tale rapporto la dialettica Cassazione-Giusprudenza di merito è stata uno dei più importanti motori dell’evoluzione progressista del Diritto, del suo adeguamento ai valori costituzionali nel corso di una lunga e travagliata stagione. Una stagione che è iniziata nel secondo dopoguerra e che ha visto talora susseguirsi anche momenti di tensione, di rilevanza tale da essere ricordati non solo negli annali di diritto riservati ai giuristi ma anche nei libri di storia, cioè nella narrazione pubblica del modo in cui si è formata l’identità culturale nazionale. […] Basti ricordare per i più giovani tra i presenti l’aspro confronto dialettico che seguì alla sentenza con la quale agli inizi degli anni cinquanta la Cassazione introdusse la distinzione tra norme costituzionali programmatiche e norme precettive accreditando così l’idea che i principi sanciti nella prima parte della Costituzione non fossero immediatamente vincolanti perché necessitavano di successivi interventi di specificazione da parte del legislatore ordinario.

Fu quello uno dei momenti nel quale emerse come talora, attraverso le neutre interpretazioni giuridiche dell’assolvimento delle funzioni di nomofilachia, potesse declinarsi la dimensione politica insita nell’interpretazione delle norme, al punto di tentare di infrangere per tale via il primato della Costituzione.

Non è il caso di ricordare altre sentenze della Corte che nel primo ventennio della storia repubblicana si inserivano in quella linea di continuismo culturale con la stagione pre-costituzionale. Ma vale tuttavia la pena di sottolineare che se si tratta di una storia felicemente archiviata e consegnata al passato, lo si deve in buona misura anche al rapporto bidirezionale tra Cassazione e Giurisprudenza di merito al quale accennavo; cioé grazie al fatto che in quella fase storica di alfabetizzazione costituzionale del Paese, i giudici di merito di tutta la Nazione proseguirono ad emettere sentenze e a sollevare eccezioni di costituzionalità che nel loro ininterrotto e molecolare sommarsi costituirono una sorta di inarrestabile marea crescente di nuova linfa culturale, che venendo dal basso finì per penetrare e sommergere la stessa Cassazione rinnovandone così profondamente i codici culturali e omologando quei codici a quelli della Magistratura di merito, pur nella ineliminabile diversità delle funzioni istituzionali di legittimità e di merito.

Seppure così ricondotta all’alveo dei suoi limiti fisiologici, la dialettica Cassazione-Giurisprudenza di merito ha continuato a costituire una costante, venendo talora alla luce su alcuni terreni caratterizzati da un forte coefficiente di politicità. […]

Se oggi ho voluto tratteggiare queste vicende […] è perché ritengo che il tema della dimensione politica del diritto e della sua interpretazione sia tornato di prorompente attualità in forme inedite rispetto al passato, talmente sofisticate da sfuggire alla percezione dei più, sicché è necessario un surplus di consapevolezza.

Nella Prima Repubblica la dialettica Cassazione-Magistratura di Merito si svolgeva tra due polarità istituzionali che si confrontavano all’interno di un habitat giuridico istituzionale semplificato e circoscritto. Un ordinamento giuridico caratterizzato da una Costituzione rigida che per il suo carattere di fonte sovraordinante costituiva una comune stella polare per l’interpretazione dell’applicazione del diritto.

All’interno di questo circoscrito habitat il coefficiente di politicità dell’interpretazione delle norme si esauriva entro una banda di oscillazione molto ristretta e trasparente: la banda di oscillazione consentita dall’interpretazione delle norme costituzionali.

Ebbene, oggi questo habitat giuridico e istituzionale domestico è in fase di avanzato e radicale disfacimento a causa di poderosi processi storici macropolitici e macroeconomici che stanno alterando la stessa gerarchia delle fonti e riscrivendo la gerarchia dei valori.

Si pensi, per accennare solo ad alcuni, all’eclisse della sovranità degli stati nazionali e dei loro ordinamenti interni; alla trasmigrazione dei centri decisionali dalle istituzioni nazionali a istituzioni sovranazionali, talora addirittura informali e prive di legittimazione democratica; alla sovrapposizione di trattati europei e internazionali alle costituzioni nazionali; alla riscrittura di parti essenziali della stessa costituzione.

In questo tumultuoso magma niente più è destinato a essere come prima, con ricadute macrosistemiche enormi sul ruolo delle giurisdizioni di legittimità e di merito e sui loro rapporti.

È bene avere presente che non si tratta affatto solo di un momento della complessità, solo di una maggiore difficoltà nell’assolvere al compito professionale di giurista, ma di una sotterranea re-ingegnerizzazione globale dell’ordinamento giuridico, che veicola occultamente al suo interno paradigmi e sistemi di valore dotati di un elevatissimo coefficiente di politicità talora distonici e talora antagonisti rispetto ai valori costituzionali preesistenti.

Si tratta di fenomeni di tale complessità e rilevanza la cui onda lunga attinge anche al giudice di merito,  oggi sempre più sollecitato, anche da autorevoli pulpiti istituzionali, a rivisitare il proprio ruolo e il proprio modo di interpretare la legge facendosi carico non solo dai principi costituzionali ma anche delle ricadute economiche delle sue decisioni, al punto di subordinare la tutela dei diritti alla ragione dei mercati e alla capienza di bilancio.

Tali sollecitazioni culturali  trovano oggi legittimazione e base normativa in nuove norme di sistema introdotte a seguito della complessa re-ingegnerizzazione alla quale accennavo, non solo nei trattati internazionali ma anche nel corpo stesso della Costituzione.

Si pensi per esempio all’articolo 81 della Costituzione, [modificato] nell’anno 2012,  che nell’imporre l’obbligo del pareggio di bilancio, ha in sostanza costituzionalizzato il paradigma della cosiddetta “legalità sostenibile” e ha minato le fondamenta stesse dello stato sociale, impedendo il finanziamento in deficit dei suoi servizi.

Se si ripercorre a ritroso la genealogia di questa norma costituzionale ci si rende conto che non è stata elaborata all’interno del parlamento costituzionale, in esito a un dibattito pubblico consapevole delle sue conseguenze macrosistemiche, ma all’interno di ristrette élite economiche sovranazionali e di provata fede neo-liberista. E ci si rende conto che la sua approvazione è stata sollecitata non dal Parlamento europeo e neppure dalla Commissione europea ma dal Presidente della Banca Centrale Europea con una lettera destinata a restare segreta, inviata il 5 agosto 2011 al Presidente del consiglio dei ministri italiano.

E andando ancora a ritroso ci si rende conto che la sua approvazione è stata festeggiata dalle più grandi banche d’affari internazionali, come ad esempio la potentissima Morgan Stanley che – come risulta da un suo report segreto interno del 25 maggio 2013 – individuava proprio nella Costituzione italiana e nel lealismo costituzionale della magistratura italiana, alcuni tra i principali ostacoli per la rinegoziazione nell’area strategica del Centro-Europa  dei rapporti tra Stati nazionali e mercati finanziari.

Mentre noi giuristi siamo affaccendati a valle con i problemi della quotidianità, mentre siamo impegnati in un faticoso lavoro di razionalizzazione istituzionale e di riorganizzazione interna, i “mondi superiori” lavorano alacremente a monte, costruendo nelle pieghe dei trattati internazionali i presupposti per complesse ingegnerie istituzionali che giorno dopo giorno plasmano un nuovo modello sociale antitetico a quello costituzionale.

La legalità sta così cambiando il proprio DNA interno e i propri contenuti valoriali.

Con un singolare ritorno all’epoca pre-costituzionale la legge si va trasformando da fonte che attribuisce e garantisce diritti a fonte che legittima la riduzione e la perdita dei diritti.

Basti pensare alla vicenda paradigmatica della transizione dallo Statuto dei lavoratori alla legge sul Jobs Act.

Il tema della politicità del diritto è dunque all’ordine del giorno come tema prioritario e investe pienamente il problema dell’interpretazione delle norme di diritto all’interno dei una dialettica molto più complessa rispetto al passato. Se prima la dialettica si esauriva all’interno del circuito bipolare Cassazione – Giurisprudenza di merito, che poteva diventare tripolare quando entrava in campo la Corte costituzionale, oggi tale dialettica è diventata multipolare e sovranazionale, coinvolgendo oltre alle polarità istituzionali nazionali anche le corti internazionali e organi para-giurisdizionali sovranazionali, in un lavoro di interpretazione e reinterpretazione ad altissimo coefficiente di politicità, perché deve fare sintesi e talora esercitare opzioni tra sistemi di valori quali quelli di matrice costituzionale nazionale e quelli di matrice mercatista e sovranazionali, per certi versi antagonisti perché si ispirano a modelli sociopolitici alternativi.

Oggi più che mai  giuristi di sincera fede democratica devono tenere ben alta la testa e alzare lo sguardo dalle loro scrivanie al cielo prima che il cielo si oscuri definitivamente e la luce si spenga.

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Padri costituenti 2.0


Costituzione Italiana

ex Art 70 della Costituzione:

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.
(9 parole)

§

Art 70 secondo il Disegno di legge costituzionale, presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi e dal Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, approvato definitivamente il 12 aprile 2016:

La funzione legislativa e’ esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.   Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.   Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati e’ immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.   L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, e’ disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.   I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.   I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.   Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati.
(438 parole).

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Grecia: scioperi, teatri e informazione.

Rai-News

Su RaiNews24 va in onda un servizio sulla Grecia.

Titolo in cubitali: “ATENE – NONOSTANTE LA CRISI TEATRI PIENI”; sottotitolo in caratteri piccoli : “Sciopero generale contro le nuove misure di austerità”.

Segue un’intervista ad attori e regista di un teatro dove si interpreta un dramma di Cechov.
La questione cruciale è capire come mai di questi tempi i teatri registrino il tutto esaurito, e la nostra coraggiosa giornalista non vi si sottrae, riproponendo ogni volta la stessa domanda.
Le risposte si succedono l’una all’altra, tutte uguali nelle loro banalità sociologiche che la traduzione probabilmente rende ancora più banali.

I tre o quattro minuti del lungo servizio finiscono così come sono cominciati.

Non una parola, non un’immagine dello sciopero generale di 48 ore che da ieri paralizza quel disgraziato Paese.

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Sindacalismo universale

 

Nasce la Carta dei diritti universali del lavoro. Il nuovo Statuto. Un patrimonio di dignità e libertà. Una sfida da vincere insieme. Vieni in tutte le piazze d’Italia e sostienila con la CGIL.  Carta dei Diritti Universali del Lavoro: è tua, firmala“.

Così recita uno dei tanti spot diffusi dalla CGIL, che ha redatto una proposta di di legge di iniziativa popolare per una Carta dei diritti universali del lavoro.

A prima vista si direbbe un progetto ambizioso, troppo. Soprattutto se si pensa che a proporlo è un soggetto, il Sindacato, che negli ultimi decenni si è distinto per avere permesso il graduale smantellamento delle conquiste realizzate con le lotte sindacali dei trent’anni succeduti al dopoguerra.
In effetti suona abbastanza incongrua la pretesa di scrivere una Carta universale dei diritti del lavoro quando non si è stati in grado di difendere quella, più prosaicamente locale, rappresentata dallo Statuto dei lavoratori, com’è noto abrogato di recente in via definitiva da un PD ormai omologato senza remore al liberalismo,  a brillante esito di un processo di demolizione  intrapreso diversi governi fa.

Una riflessione più attenta, tuttavia, porta a conclusioni diverse.
A pensarci bene, infatti, quanto più universali sono i principi tanto meno diventano impegnativi, dato che è la loro stessa genericità a renderli innocui: nemmeno il più cinico fra gli uomini si rifiuterebbe di gridare “viva la mamma”.

Di converso è proprio la loro traduzione in norme concrete e cogenti, come appunto quelle dell’ormai defunto Statuto, a disturbare i manovratori,  i quali – si sa – non devono essere disturbati.

Sta quindi nell’ordine logico delle cose che il Sindacato, nello specifico la CGIL, scelga di impegnarsi in una battaglia di forma, alla portata della sua debolezza politica, piuttosto che nelle tangibili lotte a oltranza che le circostanze richiederebbero, ma che farebbero emergere l’insignificanza in cui si è lasciato relegare nel corso degli anni.

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Pensierino del 25 aprile

Liberazione
Davvero singolare questa Europa che non si fa problemi delle proprie strutture autoritarie, dove il potere si concentra in poche istituzioni al riparo da qualsiasi controllo democratico; né di appoggiare regimi a ispirazione fascio-nazista, come quello ucraino, o amoreggiare con regimi repressivi come quello turco; ma si straccia le vesti quando al proprio interno regolari elezioni sanciscono la vittoria di partiti dell’estrema destra.

Sorge spontaneo il sospetto che questa schizofrenia democratica non dipenda tanto dalla collocazione ideologica di questi movimenti, come si pretende, quanto dalla loro deplorevole inclinazione all’euroscetticismo.
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Non andate al mare

Stop Trivelle

Su Liberthalia  il blogger Sendivogious scrive un gustoso e utile promemoria delle ragioni per cui sarebbe buona cosa, nonostante il parere contrario del caro leader, andare a votare domenica prossima, e cosa ancora migliore votare per il SI.

§

“C’era una volta la “questione ambientale”… che poi in Italia si riduce sostanzialmente a tre o quattro variabili indipendenti: l’interdizione alla circolazione per chiunque non possa permettersi di cambiare vettura ogni due anni, al passo coi nuovi lanci “ecologici” del mercato automobilistico (vi ricordate le panzane sul diesel?!?); gli inutili blocchi del traffico (ed i riscaldamenti accesi fino ad aprile inoltrato); qualche immancabile tassa “verde”, i cui introiti per tutto vengono usati tranne che per il motivo della sua introduzione. E per (non) concludere, ricordiamo pure il cospicuo aiutino pubblico di categoria, in quella costosa farsa che chiamano “revisione” (auto e caldaia) e che ogni due anni si abbatte sulle tasche degli italiani. […]”

“Capita così che si faccia una legge che vieta le trivellazioni a dodici miglia dalla costa, ma poi si conceda una proroga alle piattaforme interessate, in deroga alla normativa e col rilascio di una concessione eterna, rinnovata fino ad esaurimento dei pozzi e con la possibilità di sforacchiare il fondale marino ad libitum, preferibilmente a canone invariato (tra i più bassi d’Europa) per tacito rinnovo […]”

“D’altronde, una volta esauriti, i pozzi hanno un formidabile valore d’uso come discariche illegali per l’occultamento dei rifiuti di scarto altamente tossici […]”

“È il caso dell’impianto petrolifero Vega, la più grande piattaforma italiana per l’estrazione di petrolio, compartecipata al 60% dalla Edison ed al 40% dall’ENI…
«L’Edison tra il 1989 e il 2007 avrebbe iniettato illegalmente nel pozzo sterile V6, a 2.800 metri di profondità, ingenti quantità di rifiuti petroliferi altamente inquinanti: 147mila metri cubi di acque di strato, liquidi che si trovano nel sottosuolo insieme agli idrocarburi, contenenti alte concentrazioni di metalli pesanti e idrocarburi; 333mila metri cubi di acque di lavaggio delle cisterne della nave di vagaoilstoccaggio del greggio denominata Vega Oil; e persino 14mila metri cubi di acque di sentina. In totale quasi mezzo milione di metri cubi di liquidi altamente inquinanti, definiti dalla legge “rifiuti speciali”. Mezzo miliardo di litri, l’equivalente del contenuto di 12.500 autocisterne. Secondo Ispra, se Edison avesse smaltito questi rifiuti seguendo le indicazioni di legge, avrebbe dovuto spendere ben 69milioni di euro. Secondo la Procura: “gli imputati si sono resi responsabili di gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino”, mettendo in pratica “per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti pericolosi”. Inoltre, specifica la Procura, gli imputati avrebbero immesso “negli strati geologici profondi sostanze, tra cui acido cloridrico, che hanno modificato le caratteristiche morfologico-strutturali” del sottosuolo marino, con l’obiettivo di aumentare la ricettività del pozzo.»  (Cfr qui) […]”

§

Trovate l’articolo completo a questo indirizzo.
Non andate al mare, per favore.

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Il mailgate di Hillary Clinton

 Hillary Clinton

I peggiori disastri umanitari e geopolitici dell’interventismo americano degli ultimi anni vedono fra i protagonisti l’attuale più autorevole aspirante alla candidatura democratica per la presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton. Si parte dall’Honduras, con il colpo di stato del 2009 che ha dato luogo all’attuale dittatura fascista, per arrivare alla Siria odierna, passando per la Libia e l’Ucraina: in ognuna di queste tragiche crisi, questa virago si è distinta come ispiratrice e sostenitrice del “fare ciò che va fatto” senza esitazioni.

Come riassume Oliver Stone: ” Il curriculum di Hillary include l’appoggio ai barbari “contras” contro il popolo del Nicaragua negli anni ’80 del secolo scorso, l’appoggio ai bombardamenti NATO sulla Yugoslavia, quello alla guerra di Bush in Iraq, tutt’ora in corso, e al disastro afghano, tutt’ora in corso; come Segretario di stato la distruzione della Libia, il colpo di stato militare in Honduras, il tentativo di cambio di regime in Siria. Ognuna di queste situazioni ha prodotto più estremismo, più caos nel mondo e maggior pericolo per il nostro Paese”.

 Eppure, in questo mondo a vocazione orwelliana, se mai la signora Clinton verrà processata non sarà per crimini contro l’umanità, ma per una ben più banale storia di mail transitate sul suo server personale anziché su quello ufficiale e più sicuro della Segreteria di Stato, come è tenuto a fare qualunque Segretario. Una leggerezza, su cui indaga l’FBI,  che disattendeva le procedure di sicurezza e che potrebbe teoricamente comportare l’incriminazione per alto tradimento.

Si parla di ben 30.322 mail, spedite e ricevute nel periodo dal 2010 al 2014,  desecretate in febbraio 2016 dal Dipartimento di Stato in forza del Freedom Information Act.
Wikileaks le ha recentemente pubblicate in un di archivio dotato di motore di ricerca, consultabile a questa pagina. Una documentazione imponente da cui gli storici potranno ricavare significative conferme a illazioni che fino a ieri venivano derubricate nella categoria del complottismo, e gli psicologi abbastanza materiale per analizzare le dissonanze cognitive – tutt’altro che rassicuranti – di una delle persone politicamente più influenti degli ultimi vent’anni e che rischia di esserlo ancor più nel prossimo decennio.

Su dedefensa.org Philippe Grasset ha ripreso  una di queste mail. Si tratta di una dettagliata analisi della politica americana in Medio-oriente, che già da sola offre ampi squarci sulla personalità dell’autrice. Come dice Grasset, il mito dell’eccezionalismo americano e il bellicismo a esso connaturato sono talmente introiettati da produrre una fabulazione sostitutiva della realtà che inganna in primo luogo lei stessa, impedendole una coerente interpretazione dei fatti. Un’improntitudine ideologica che le fa liquidare come “senza conseguenze a lungo termine per la regione” il rovesciamento di Gheddafi nel 2011; o affermare che la Russia non reagirà all’abbattimento di Bashar al Assad in Siria, sulla semplice base del fatto che nella crisi del Kosovo, (1999!) il Cremlino si era limitato a protestare. La stessa cecità che non le permette di chiedersi perché mai il monopolio nucleare nella regione dovrebbe spettare solo a Israele, della cui visione politica generale, del resto, è risoluta e indefettibile sostenitrice.

La mail è priva di data, ma da alcuni accenni (“la ribellione in Siria dura ormai da più di un anno”) si può presumere che sia stata scritta verso la seconda metà del 2012.
Il testo non ha bisogno di commenti, mi sono solo limitato a enfatizzare alcuni passaggi.

§

 Il miglior modo di aiutare Israele a controllare la capacità nucleare dell’Iran è aiutando il popolo siriano a rovesciare il regime de Bachar al Assad.

I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il problema della sicurezza di Israele. Non impediranno nemmeno all’Iran perfezionamenti cruciali al suo programma di sviluppo nucleare, cioè l’arricchimento dell’uranio. Tutt’al più, le discussioni in corso fra Iran e le principali potenze mondiali, che sono iniziate in aprile e che proseguiranno in maggio a Baghdad, non faranno che indurre Israele a ritardare di qualche mese la decisione di attaccare l’Iran, decisione che potrebbe provocare una guerra generale in Medio Oriente.

Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria non sembrerebbero connessi fra loro, eppure lo sono.

Per i dirigenti israeliani, la minaccia reale proveniente da un Iran in possesso dell’arma nucleare non è tanto dovuta al timore che un qualche dirigente iraniano fuori di senno lanci un attacco nucleare contro israele senza essere provocato, ciò che porterebbe all’annichilazione dei due paesi. Quello che inquieta veramente i dirigenti militari israeliani, che però non possono esplicitamente ammettere, è di perdere il loro monopolio nucleare. Un’arma nucleare iraniana metterebbe fine non soltanto a questo monopolio ma spingerebbe anche gli altri avversari [dell’Iran], come l’Egitto e l’Arabia Saudita, a diventare anch’essi potenze nucleari. Ciò porterebbe a un equilibrio nucleare precario nel quale Israele non potrebbe più rispondere alle provocazioni con mezzi militari convenzionali sulla Siria o sul Libano, come si può permettere oggi. Se l’Iran dovesse superare il limite e diventare potenza nucleare, Tehran non esiterebbe più a spingere i suoi alleati, Siria e Hezbollah, a colpire Israele, sapendo che le armi nucleari impedirebbero a Israele di ritorcersi contro l’Iran.

Riveniamo alla Siria.
È la relazione strategica fra Iran e Siria che permette all’Iran di mettere in pericolo la sicurezza israeliana, non per un attacco diretto che non si è mai verificato in trent’anni di ostilità, ma grazie ai suoi alleati del Libano come Hezbollah, sostenuti, armati e addestrati dall’Iran tramite a Siria. La fine del regime di Assad comporterebbe la fine di questa pericolosa alleanza. I dirigenti israeliani capiscono perfettamente perché la disfatta di Assad è nel loro interesse. Nel corso di un’intervista alla CNN, la settimana scorsa, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha dichiarato che il rovesciamento d’assad sarebbe un colpo importante all’asse radicale e nel loro interesse. “La Siria è il solo avamposto d’influenza iraniano nel mondo arabo. Questo indebolirà considerevolmente sia Hezbollah in Libano che Hamas e la Jihad islamica a Gaza”.

Rovesciare Assad non sarebbe soltanto una benedizione per la sicurezza israeliana, ma diminuirebbe anche la comprensibile paura che ha Israele di perdere il proprio monopolio nucleare. Allora, Israele e Stati Uniti dovrebbero sviluppare lo stesso punto di vista per determinare quando il programma iraniano diventa così pericoloso da rendere necessaria un’azione militare. Per il momento, è la combinazione tra l’alleanza strategica tra Iran e Siria, e il progresso costante del programma di arricchimento nucleare iraniano che ha spinto i dirigenti israeliani a contemplare un attacco a sorpresa se necessario, malgrado le obiezioni di Washington. Una volta che Assad abbia sgomberato il campo e che l’Iran sia diventato incapace di minacciare Israele attraverso i suoi alleati, diventa possibile per gli Stati Uniti e Israele accordarsi sulla linea rossa che il programma iraniano non deve superare. Ricapitolando, la Casa Bianca può alleggerire le tensioni che sono apparse nelle nostre relazioni con Israele, a proposito dell’Iran, facendo ciò che bisogna fare in Siria.

La ribellione in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione è sempre là è il regime non accetterà alcuna soluzione diplomatica che arrivi dall’esterno. Con in gioco la sua vita e quella della sua famiglia, solo la minaccia o l’utilizzo della forza farà cambiare attitudire al dittatore siriano.

Comprensibilmente, impegnarsi in operazioni aeree in Siria, come avevamo fatto in Libia, inquietava l’amministrazione Obama per tre ragioni essenziali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non erano uniti e non avevano territori. La lega Araba non aveva domandato l’intervento militare come era successo in Libia. E i russi si opponevano. La Libia era un caso più semplice. Ma oltre al lodevole obiettivo di salvare civili libici dal prevedibile attacco del regime di Gheddafi, l’operazione libica non ha avuto conseguenze di lungo termine sulla regione. Per la Siria è più complicato. Ma un successo in Siria sarebbe un avvenimento di trasformazione per il Medio-Oriente. Non solo un altro dittatore brutale soccomberebbe a manifestazioni di piazza dell’opposizione, ma la regione cambierebbe in meglio e l’Iran non avrebbe un’entratura in Medio-Oriente da dove minacciare Israele e destabilizzare la regione.

A differenza della Libia, un’intervento di successo in Siria richiederà la leadership sostanziale degli Stati Uniti. Washington dovrebbe cominciare con esprimere la sua determinazione a lavorare con i suoi alleati nella regione, come la Turchia, l’Arabia saudita e il Qatar, per organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. Basterebbe questo annuncio per provocare diserzioni importanti nell’esercito siriano. Utilizzando il territorio turco e possibilmente quello giordano, i diplomatici americani e gli ufficiali del Pentagono potranno cominciare a rinforzare l’opposizione. Questo prenderà del tempo. Ma la ribellione è partita per durare a lungo, con o senza l’intervento degli Stati Uniti.

La seconda tappa sarà sviluppare il sostegno internazionale per un intervento aereo della coalizione. La russia non sosterra mai un tale intervento, quindi non serve a nulla passare attraverso il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Alcuni sostengono che l’intervento americano rischia di provocare una guerra allargata contro la Russia. Ma l’esempio del Kosovo mostra il contrario. In quel caso, la Russia aveva dei legami etnici e politici con i Serbi, come non ne esistono tra Russia e Siria; e tuttavia all’epoca la Russia non ha fatto altro che protestare. Gli ufficiali russi hanno già riconosciuto che non si metterebbero di traverso in caso di intervento.

Armare i ribelli siriani e utilizzare la potenza aerea occidentale per impedire agli elicotteri e agli aerei siriani di decollare è un approccio non costoso e con grandi benefici. Finché i dirigenti politici di Washington restano fermi sul fatto che nessuna truppa americana sarà spiegata, come hanno fatto per il Kosovo e la Libia, i costi per gli stati uniti resteranno limitati. La vittoria non sarà nè rapida nè facile, ma arriverà, e i benefici saranno sostanziali. L’Iran sarà strategicamente isolata, impossibilitata a esercitare la propria influenza sul Medio Oriente. Il nuovo regime siriano vedrà gli stati uniti come un alleato e non come un nemico. Washington guadagnerà una forte riconoscenza per la sua lotta a favore del popolo e contro i regimi corrotti del mondo arabo.
Per Israele, la logica di un attacco a sorpresa contro le istallazioni nucleari iraniani dovrebbe perdere senso. E un nuovo regime siriano potrebbe essere aperto a nuovi negoziati di pace con Israele. Hezbollah sarebbe separato dal suo sponsor iraniano poiché la Siria non sarà più una zona di transito per l’addestramento, l’assistenza e la consegna di missili iraniani.

Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare dagli omicidi di Assad migliaia di civili (10.000 sono già stati uccisi nel corso del primo anno della guerra civile) [periodo incompiuto].

Sollevato da questo velo di paura, il popolo siriano sembra determinato a battersi per la propria libertà. L’America può e deve aiutare, e agendo in questo modo aiuterà anche Israele e ridurrà i rischi di una guerra più estesa.

§

Fonti:

http://www.huffingtonpost.com/oliver-stone/why-im-for-bernie-sanders_b_9576984.html?1459369253=

https://wikileaks.org/clinton-emails/emailid/18328#efmADMAFf

https://wikileaks.org/clinton-emails/?q=Sid+Blumenthal&mfrom=&mto=&title=&notitle=&date_from=&date_to=&nofrom=&noto=&count=50&sort=0

http://www.globalresearch.ca/hillary-clintons-six-foreign-policy-catastrophes/5509543

http://www.dedefensa.org/article/notes-sur-une-note-dhillary-clinton

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Madeira, marzo 2016

Con mia moglie Francisca ci siamo regalati una settimana di escursioni a Madeira.

Qui il link della pagina dove ho caricato alcune delle foto scattate.
Buona visione.

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Hillary e Donald, la padella e la brace.

Snowden 2016

Edward Snowden sintetizza nel suo tweet le opzioni disponibili nella corsa alla presidenza della nazione più potente al mondo. Da un lato, un miliardario populista  accusato di simpatie per il fascismo e pulsioni razziste. Dall’altro una sociopatica militarista, che al pari del marito ha costruito la propria carriera politica sulla commistione con gli apparati finanziari e l’industria militare.

In un’epoca dove l’offerta di dirigenti politici in occidente ha raggiunto livelli di mediocrità generalizzata quali non si erano mai visti, e dove leader come Putin o Xi Jimping hanno buon gioco a giganteggiare rispetto ai colleghi occidentali,  la logica che necessariamente viene a prevalere in una scelta elettorale è quella del male minore, (cfr Andrew Levine “lesser-evilism logic“).

Ma anche così le cose non sono tanto più facili, perché non è poi così scontato capire qual è il male minore.

Paul Craig Roberts  racconta con qualche cifra gli stretti rapporti che legano la Clinton al mondo della finanza.
Nel periodo 2013-2015 Hillary ha tenuto dodici conferenze nel corso di convegni organizzati dai banchieri di Wall Street. I compensi ricevuti a questo titolo sono stati pari a $ 2.935.000, in media $ 245.000 a botta. Deutsche Bank ha pagato $ 485.000 e Goldman Sachs $ 675.000.
In totale, nello stessa periodo le conferenze sono state ben 92, tutte presso organizzazioni private variamente portatrici di interessi del sistema finanziario. Dalle sue dichiarazioni dei redditi risulta che ha guadagnato a questo titolo $ 21.667.000.
Anche con tutta la buona volontà, non riesco proprio a immaginare una qualunque lectio magistralis il cui contenuto sia tale da giustificare tariffe così esorbitanti. Meno che mai se il conferenziere si chiama Hillary Clinton. È più facile pensare che a fronte di ognuna di queste donazioni travestite da compensi professionali ci sia un voucher virtuale che il donatore passerà a riscuotere al momento opportuno. Quanto più cospicuo l’assegno, tanto più sontuosa la riscossione.

Trump se non altro è miliardario di famiglia e di suo: in quanto tale fa parte del sistema, ma dal sistema è meno condizionabile. Presumo (spero) che i voucher che dovrà onorare siano meno cogenti. È rozzo, politicamente scorretto, ma sembra che per buona parte dell’elettorato repubblicano questi non siano difetti.

Clinton al confronto è un modello di raffinatezza, ma quando emerge la sua vera natura l’immagine che lascia intravvedere di sé è inquietante. La battuta impietosa e l’oscena risata nell’intervista all’indomani della morte di Gheddafi sembrano il prodotto di una mente psicopatica, il che, per un candidato alla presidenza della più grande potenza del globo, non è esattamente il requisito più auspicabile:

In politica estera, che è poi quanto ci tocca più da vicino, Donald Trump esprime posizioni di buon senso che sono fumo negli occhi per la maggior parte dell’apparato politico americano, trasversalmente orientato alla missione manifesta degli Stati Uniti nel mondo. Si oppone a ulteriori interventi in Medio Oriente e ha dichiarato pubblicamente che l’invasione in Iraq era fondata su “deliberate menzogne al popolo americano”; una realtà di fatto che tutti sanno ma che pochi hanno denunciato ufficialmente: non Obama e non certo Hillary Clinton, che quell’invasione ha a suo tempo appoggiato.

La Clinton “ha sostenuto più guerre che qualunque altro Segretario di stato nella storia degli Stati Uniti”. I bombardamenti sulla Libia, la scalata militare in Iraq, il colpo di stato in Ucraina, la dottrina del “perno asiatico” ostile alla Cina, la presenza militare permanente dei soldati americani in Afghanistan, l’isolamento della Russia – e scusate se dimentico qualcosa: in ognuna di queste vicende si è prodigata affinché si sviluppassero esattamente come si sono sviluppate, secondo una sua visione geopolitica che ha sposato senza riserve la dominante visione imperialista americana. Nel conflitto israelo-palestinese la sua adesione alle politiche sioniste è totale, assicura a Netanhyau “tutto il sostegno militare, diplomatico, economico e morale per vincere Hamas” e considera qualunque critica alle politiche israeliane una manifestazione di antisemitismo. Se c’è qualcosa che rimprovera a Israele, è di “non avere dato una lezione sufficientemente dura ad Hamas (Gaza) l’anno scorso“,

Trump, dal momento che se lo può permettere,  ha rifiutato ogni finanziamento di fonte sionista ed evitato di schierarsi nel conflitto israelo-palestinese, proponendosi come il mediatore neutrale fra le due parti. Per quanto riguarda la Russia, ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero allearvisi nella lotta contro il terrorismo e auspica una collaborazione commerciale con quel paese. Puro buon  senso, appunto.

Su Global Research James Petras esamina in parallelo le caratteristiche di questi due ormai probabili candidati,  e alla fine la conclusione non è incoraggiante: ” Se Clinton, l’avvocato psicopatico della guerra, riceve l’investitura dal Partito democratico, non c’è alcuna ragione per considerarla il minore dei mali rispetto a Donald Trump. Al più, è un male uguale”.

Certo, il candidato progressista progressista Bernie Sanders non è ancora del tutto fuori dai giochi, ma la potente macchina elettorale della Clinton non lascia molte speranze.
Inoltre, dopo l’esperienza del progressista e premio nobel preventivo Obama, più che mai viene alla mente l’antico monito: attenzione a ciò che desideriamo, gli dèi potrebbero esaudirci.

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