Nuove crisi, vecchi strumenti, compradores e quinsling.

Il FMI prevede per quest’anno un crollo del PIL mondiale del -3%.
Fra le economie avanzate, spicca il -7,5% dell’Eurozona, dove Francia e Germania sono intorno al -7% e l’Italia al -9,1%.

In questo scenario da apocalisse bellica, ciò che dovrebbe preoccupare di più non sono tanto i numeri in sé quanto il fatto che la nostra classe politica, in questo ancora appoggiata da buona parte dell’opinione pubblica e senz’altro dalla maggior parte del ceto dirigente (intellettuali, accademici, imprenditori), si appresta ad affrontare questa nuova crisi con gli stessi strumenti cognitivi con cui affrontò la crisi dieci anni fa.

Tali strumenti sono il frutto di un atteggiamento mentale di subordinazione che si esprime a base di sconcezze del tipo:

1) Non possiamo farcela da soli.
2) Non possiamo permetterci di irritare/spaventare la Germania/i mercati.
3) Dobbiamo pretendere la/contare sulla solidarietà europea.
4) Fuori dell’euro, solo cavallette e moria delle vacche.
5) Riformare l’Europa dal di dentro (nelle sue diverse declinazioni: sbattere i pugni sul tavolo – oggi in declino di popolarità; lavorare ai fianchi con una paziente ma tenace opera di diplomazia, quasi vivessimo in un’epoca di ricchezza diffusa dove il fattore tempo non ha rilevanza).
6) Il livello del nostro debito pubblico limita la nostra capacità di spesa.
7) La Banca centrale non può stampare moneta.
8) Lo spread ci massacrerà.
9) Con la liretta non andremmo da nessuna parte.
10) …

Così a seguire. Ognuno può aggiungere alla lista la banalità che meglio crede, tanto ci siamo capiti.

Questi schemi mentali hanno condizionato le politiche degli ultimi dieci anni, le quali, in un decennio, non hanno saputo risolvere una crisi – quella del 2008 – che rispetto alla crisi che incombe ci sembrerà retrospettivamente una passeggiata.

Sono schemi mentali castranti, che impediscono di esaminare seriamente le alternative, le quali pure esistono anche senza ipotizzare necessariamente una traumatica uscita dall’euro (vedere il recente “Piano di salvezza nazionale”, o l’articolo sul FT di un insospettabile come Mario Draghi, o l’appello dei 101 accademici di qualche giorno fa: tutti elementi di riflessione che non hanno avuto nessuna eco e su cui nessuno ha riflettuto).
Sono schemi mentali desolanti, che spingono all’inazione in un contesto in cui sarebbe vitale reagire con la massima rapidità. Un esempio eloquente: fra quando Conte all’ultimo Consiglio europeo pretese una risposta entro dieci giorni, “altrimenti faremo da soli”, e il prossimo Consiglio che verosimilmente non darà alcuna risposta soddisfacente, sarà passato un mese.

Come Paese, siamo evidentemente affetti da un’atavica mancanza di propensione al rischio: preferiamo la familiarità di strade che, per quanto si rivelino ogni volta dei vicoli ciechi, hanno il conforto psicologico di essere già state percorse.
“Non Esistono Scorciatoie” è la versione più recente del vecchio “There Is No Alternative”.

I numerosi compradores del nostro ceto dirigente, coadiuvati dagli altrettanto numerosi quisling del nostro ceto politico (vedi in queste ore l’invereconda fioritura di dichiarazioni a favore dell’utilizzo del MES) contano molto su questa caratteristica.
Sanno benissimo che la mancanza di propensione al rischio è anche la condizione psicologica su cui si basano tutte le strategie che si rifanno al principio della rana bollita.

Loro, in questi dieci anni, lo hanno imparato a meraviglia. Noi no.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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