Moriremo ordoliberisti? (2a parte)

(Qui la prima parte)

Dai conservatori ai liberali, fino ai socialdemocratici e ai verdi, passando per il partito di estrema destra Afd, tutti i partiti tedeschi allignano nei loro ranghi molti nipotini di Eucken, ognuno dei quali denuncia il travisamento della dottrina da parte degli avversari. “Sono un ordoliberista, ma di sinistra“, dice di sé il deputato dei verdi Gerhard Schick, che in nessun caso si dichiarerebbe neoliberista: “Tra i Verdi, la locuzione ‘economia sociale di mercato’ fa consenso, anche se noi vi aggiungeremmo il termine ‘ecologico’. Trovo importante che lo stato stabilisca le regole perché la concorrenza funzioni“.

L’ex deputato della Linke e professore di economia Herbet Schui sottolinea che l’economia sociale di mercato “è un concetto suggestivo, inventato nel dopoguerra per allontanare la popolazione dalle idee socialiste. La formula ha funzionato così bene che molti a sinistra se ne lasciano affascinare.

La confederazione sindacale tedesca (DGB) l’ha adottata nel 1996. “L’economia sociale di mercato ha prodotto un alto livello di prosperità materiale” e rappresenta “un grande progresso storico nei confronti del capitalismo selvaggio” come viene dichiarato nel loro programma fondativo, mai cambiato da allora. Tuttavia riconosce che questo sistema “non ha impedito né la disoccupazione di massa né lo spreco delle risorse, e non ha prodotto l’uguaglianza sociale“.

Mentre una parte della sinistra tedesca vede nella dottrina ordoliberista una forma di interventismo da opporre al neoliberismo, la confederazione industriale l’associa a un’economia di mercato strettamente liberista. Una serie di organismi che condividono questa visione forniscono al pensiero ordoliberista una camera di risonanza polifonica. Il think tank Iniziativa per una Nuova Economia Sociale di Mercato, già presieduto da Tietmeyer, si batte contro il sostegno pubblico alle energie rinnovabili, contro l’imposta patrimoniale o ancora contro il salario minimo legale introdotto nel 2015. L’istituto continua a influenzare il pensiero economico sessant’anni dopo la sua creazione. Un istituto più recente,  l’Alleanza di Jena offre ogni anno un premio per l’innovazione nell’ordopolitica, mentre il Kronberger Kreis, circolo di economisti di ispirazione ordoliberista, si vanta di fornire ai governi “il pensiero per le rifome indispensabili“.

L’ordopolitica dispone di appoggi anche nella Chiesa, nella persona dell’arcivescovo di Monaco e presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Reinhard Marx.

Ma la voce più influente dell’ordopolitica è il Consiglio Tedesco degli Esperti Economici, creato nel 1963 da Erhard per corroborare le scelte del suo governo. Oggi, l’unico keynesiano dei cinque membri, Peter Bofinger, lamenta di trovarsi sempre solo contro quattro, qualunque sia l’argomento discusso. I suoi colleghi si dicono prima di tutto pragmatici. “Vediamo i vantaggi della teoria ordopolitica, ma a guardare meglio il nostro è un modello molto più articolato“, spiega Lars feld, professore all’università di friburgo e presidente dell’Istituto Walter Eucken. “L’ordoliberismo in sè non comporta necessariamente austerità. Nel 2008, con il mio collega Clemens Fuest, abbiamo per esempio raccomandato di allestire un programma di sostegno alla crescita dopo la crisi finanziaria. Ma abbiamo aggiunto ‘se temete che queste misure penalizzino in seguito le vostre condizioni di rifinanziamento sui mercati, allora introducete un fredo all’indebitamento’, la regola budgetaria. Il governo ha seguito le nostre raccomandazioni alla lettera”.

Quale che sia l’interpretazione tedesca, l’ideologia ordoliberista si è trasmessa per fatale osmosi nelle strutture dell’Unione Europea nella sua forma più autentica. “Tutto il quadro di Maastricht rifrette i principi centrali dell’ordoliberismo e dell’economia sociale di mercato“, riconosce volentieri il presidente della Bundesbank Jens Weidemann (11 febbraio 2013, conferenza di Friburgo). E in effetti, con il suo riferimento allo “sviluppo durevole dell’Europa fondato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi in un’economia sociale di mercato fortemente competitiva” , l’articolo 2.3 del trattato di Lisbona, in vigore dal 2009, sembra copiato da un discorso di Ehrard.

Non è un caso: la maggior parte dei politici e funzionari tedeschi che hanno partecipato alla istituzione del Mercato comune negli anni 50 aderivano al pensiero di Eucken. Gli alti funzionari delle istituzioni europee hanno riprodotto a scala comunitaria le strategie di Erhard e del suo comitato di esperti della Germania Federale occupata. Attori di un organismo privo di legittimità, si sono concentrati sull’elaborazione di un quadro giuridico della concorrenza e della stabilità monetaria, una preoccupazione che le potenze occupanti, in tempi di piena guerra fredda, giudicavano politicamente secondaria.

Agli esordi, nel 1950, l’edificio europeo nasceva fra due visioni dottrinali antitetiche.

Una, quella francese, intervenzionista e pianificatrice, che prevedeva la sovvenzione di larghe zone d’eccezione nel quadro della concorrenza (la politica agricola comunitaria, le eccellenze nazionali), e vedeva nel mercato interno europeo una protezione nei confronti del libero scambio mondiale.

L’altra, tedesca ordoliberale, spingeva non solo per stabilire un mercato unico comunitario ma anche per procedere all’abbattimento delle barriere doganali a livello di “mondo libero”. Nel 1956, il cancelliere Erhard auspicava l’avvio di un grande mercato transatlantico.

L’approccio francese, dominante negli anni 1960 e 1970, non resiste alla deregolamentazione degli scambi internazionali, che implica rigore fiscale e competitività. Il 23 marzo 1983 François Mitterrand rinuncia in modo clamoroso alla politica di rottura per la quale è stato eletto, e decide di mantenere il franco legato allo SME e alla Germania. Questa scelta implica la messa in opera da parte della sinistra di un piano d’austerità simbolicamente paragonabile a quello che Alexis Tsipras ha dovuto ratificare nel luglio 2015.

“Sono diviso fra due ambizioni: quella della costruzione dell’Europa e quella della Giustizia sociale” dirà Mitterand il 10/2/1983 [riconoscendo implicitamente che le due opzioni erano incompatibili fra loro. La parabola di Mitterand è anche simile a quella di Hollande, salito al potere con la promessa di rivoltare l’Europa come un calzino e in breve rivoltato come un calzino dall’Europa].

Venticinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, la dottrina ordoliberista continua a esercitare la sua influenza sulle istituzioni europee. Ma il fortino ordoliberale più inespugnabile si trova a Francoforte: “La costituzione monetaria della BCE è fermamente ancorata nei principi dell’ordoliberismo“, riconosce Mario Draghi (conferenza di Gerusalemme, 18/06/2013).
[Nota di colore: Mario Draghi è stato allievo del grande economista ed euroscettico Federico Caffè, con il quale si è laureato discutendo una tesi di laurea critica nei confronti del progetto europeo].

Il funzionamento della BCE, la sua indipendenza nei confronti delle istituzioni democratiche e degli Stati, la sua missione fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi, ricalcano in effetti i principi della Bundesbank. Non per niente il precedente presidente della BCE, Jean Claude Trichet, benché enarca francese, veniva presentato come “il più autentico rappresentante dello spirito e della pratica che ha retto la Bundesbank dalla sua creazione nel 1949 alla costituzione del sistema euro“.

La battaglia ideologica è stata vinta in mancanza di avversari. In Europa, la bassa marea della sovranità popolari lascia apparire nella loro fredda efficacia le strutture del pilota automatico pazientemente messe in essere negli ufficio di Bruxelles e nelle torri di Francoforte, attraverso i trattati e i vari “compacts”.

Dieci giorni dopo il referendum greco, Hans-Werner Sinn, uno degli economisti più influenti della Germania, consigliere del ministro delle finanze e inflessibile rappresentante dell’ortodossia ordoliberista, affermava: “La crisi europea esclude le ricette keynesiane. Non si tratta di ordoliberismo, si tratta di economia“.

Il modello ideologico di Eucken si è trasformato in una gabbia di ferro.

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Informazioni su Mauro Poggi

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2 risposte a Moriremo ordoliberisti? (2a parte)

  1. aldoricci ha detto:

    davvero ti interessa il mio verbo?… sì?… lo Stato deve uscire di scena… specialmente in questo ex bel paesino… che proprio grazie a questo Stato… è diventato ex… punto

    • Mauro Poggi ha detto:

      Certo che il tuo verbo mi interessa! Questo non vuol dire, ovviamente, che con il tuo verbo sono d’accordo: e ovviamente non lo sono 🙂
      (Non mi hai spiegato però dove faccio confusione fra liberismo e liberalismo…).

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