Dell’euro e dei suoi miracoli retroattivi.

Intervista al direttore del Corriere, Luciano Fontana, non ricordo su quale TG, un paio di giorni fa. Ascolto pensando ad altro, finché a richiamare la mia attenzione arriva la domanda sulle prospettive euro-comunitarie, ultimamente un po’ affannate: “Lei pensa che l’euro possa davvero implodere?”

La risposta di Fontana è un pistolotto desolante, appiattito com’è sull’affabulazione corrente: è vero che l’euro sta passando un momento di difficoltà perché è vero che ha avuto ricadute anche negative per alcuni paesi; MA (il maiuscolo esprime l’enfasi avversativa) non bisogna dimenticare i vantaggi che ci ha procurato. E giù ad elencare i primi che gli vengono in mente: interessi bassi (il famoso dividendo dell’euro), i mutui regalati, l’immancabile Erasmus, e infine, ciliegina, un mercato unico di 500 milioni di persone.

 Nella narrazione del Fontana si avvertono lievi anacronismi, ma né lui né il suo interlocutore sembrano accorgersene.

Basterebbe che il giornalista facesse presente che i tassi d’interesse – dopo le fiammate degli anni ’70 e ’80 che avevano colpito l’universo mondo e quindi anche l’Italia – avevano  preso a scendere sistematicamente già a partire dai primi anni ’90, in Italia come nell’universo mondo, quando ancora l’euro non c’era. E se  in questi anni ultimi anni sono addirittura precipitati, ciò è in virtù delle politiche deflazionistiche che ci vengono imposte attraverso l’euro, grazie alle quali c’è stato il crollo dei tassi di interesse, certo, ma è crollata anche la produzione industriale, si è impennato il tasso di disoccupazione ed è raddoppiato quello della popolazione che si trova vicina alla soglia di povertà o l’ha già varcata; per cui se è vero che i mutui sono più allettanti, è anche vero che la platea di chi può permetterseli si è ristretta drammaticamente.

Basterebbe che il giornalista facesse presente che l’euro non ha nulla a che fare con l’Erasmus, il quale è stato istituito (ohibò!) nel 1987, cinque anni prima di Maastricht e ben nove anni prima di Schengen.
Senza trascurare il fatto che in epoca non sospetta, nel Basso Medioevo, i clerici vaganti (clericus vagans) già si spostavano in tutta Europa per poter seguire le lezioni universitarie dei docenti più prestigiosi, in una peregrinatio academica che li vedeva spostarsi da Bologna a Parigi, da Oxford a Salamanca o a Padova. Un’Erasmus ante litteram, anche se allora non c’erano i voli low-cost e bene che andasse si viaggiava a dorso di mula.

Basterebbe che il giornalista facesse presente che oggi, dei 500 milioni di persone che partecipano al Mercato comune, ben 160 milioni appartengono a paesi fuori dall’eurozona, da cui intendono mantenersi alla larga avendo capito che con una propria moneta nazionale non si è soggetti ai ricatti della BCE e della Commissione, o perlomeno non quanto lo sono i paesi che vi hanno aderito (cfr Grecia).
E magari aggiungere che l’attuale Mercato comune è la risultante di una Comunità economica nata nel 1958, quando l’euro era quarant’anni di là da nascere.

Basterebbe.
Ma non succede perché le interviste sono spesso condotte da intervistatori incompetenti e troppo presi a seguire la scaletta delle domande per preoccuparsi di ascoltare le risposte. Il meccanismo perverso che ne consegue permette al personaggio di turno di emettere qualunque flatulenza verbale di cui gli punga vaghezza, sicuro che grazie al prestigio mediatico la massa degli utenti accorderà a questo genere di emissioni ogni credito e riverenza, manco fossero una lezione accademica.
Nel caso specifico il personaggio di turno è un signore chiamato alla direzione di uno dei giornali più influenti d’Italia.

Così non c’è da stupirsi se nello sprovveduto immaginario collettivo si creano distorsioni astoriche dove le qualità taumaturgiche della moneta unica hanno effetti addirittura retroattivi, e dove qualunque accenno a ipotesi di uscita suscita il terrore di calamità ancestrali, dalle carriole di banconote svalutate alla morìa delle vacche.

Poi però si legge di coraggiose battaglie di civiltà (sic), come il disegno di legge della senatrice Adele Gambaro: “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica“. E allora ci sentiamo rinfrancati, sapendo che qualcuno si preoccupa di proteggere la nostra verginità mentale assumendosi l’onere di decidere al nostro posto che cosa sul web è informazione e che cosa mistificazione.
Sul web. Dato che sui media tradizionali l’informazione è sempre, per definizione, veritativa – ci mancherebbe.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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