Moriremo ordoliberisti? (1a parte)

Le Monde Diplomatique pubblica un buon articolo sull’ordoliberismo, l’ideologia socioeconomica neoliberista  di matrice teutonica che sta alla base del sistema europeo e ne conforma tutta la logica. È un articolo piuttosto lungo, anche a volerlo riassumere come ho cercato di fare. Nonostante ciò, è una lettura che raccomando: conoscere quali sono i postulati in base a cui ci vengono imposte oggi le politiche che riguardano il nostro quotidiano può essere un buon tonico per  rinvigorire il nostro spirito critico, infiacchito dalla lunga crisi che quelle stesse politiche hanno prodotto.
Inoltre, è sempre utile constatare che i sostenitori del pensiero unico, quelli che rimproverano agli irriducibili del primato della politica di voler risolvere i problemi di oggi con strumenti culturali vecchi di mezzo secolo, alla fin fine propongono soluzioni basate su teorie nate novant’anni fa.

Sperando di incentivare chi va di fretta, l’ho diviso in due parti. La seconda seguirà a giorni.

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Se c’era ancora bisogno della prova del pericolo che i referenda rappresentano per il funzionamento delle democrazie moderne, eccola“. (Der Spiegel, il 6 luglio 2015, commentando la vittoria dell’OXI al referendum greco).

Questa reazione esprime il contrasto fra due concezioni di governo: la prima,  propriamente politica, per cui il suffragio popolare dovrebbe prevalere sulle regole contabili e il potere eletto dovrebbe poter scegliere di cambiare le regole se è questo che il popolo gli chiede; la seconda, tecnico-burocratica, che  al contrario subordina l’azione di governo e la volontà popolare alla stretta osservanza di un ordine.

Nella seconda visione,  ravvisabile nella stizza espressa dal settimanale tedesco, i politici possono agire come credono purché la loro azione non esca dal quadro prestabilito, che per essere asseritamente “oggettivo” esula dal processo democratico.

Questa ideologia ha un nome e una nazionalità: è l’ordoliberismo tedesco.

Come i neoliberisti anglosassoni, gli ordoliberali rifiutano che lo Stato intervenga a falsare il libero gioco del mercato. Ma a differenza dei primi essi non ritengono che la libera concorrenza si possa sviluppare spontaneamente. Lo Stato è tenuto ad organizzarla, costruendo le condizioni giuridiche, tecniche, sociali e culturali che la rendono possibile.

La Ordnungspolitik, questa elaborazione liberista dell’intervento statale, nasce a Friburgo, nell’inquieto periodo che va dalla fine della Grande Guerra alla Seconda Guerra Mondiale, con la grande crisi del 1929 e l’affermazione del partito nazista del 1933. Tre professori universitari, gli economisti Walter Eucken (1891-1950) e  Franz Boehm (1895-1977) e il giurista  Hans Grossmann-Doerth (1894-1944), si trovano a riflettere sul problema dei monopoli e degli accordi di cartello. Insieme elaborano un programma di ricerca articolato intorno alla nozione di Ordine (Ordnung), inteso come costituzione economica e regola del gioco. Per neutralizzare i cartelli ed evitare che la guerra economica degeneri, dicono, occorre uno Stato: abbastanza forte per assicurare le strutture, il quadro istituzionale, l’ordine entro cui l’economia di mercato possa funzionare; abbastanza saggio da evitare la tentazione di intromettersi nel processo economico.

Contrariamente ai liberisti classici, gli ordoliberali non considerano il mercato o la proprietà privata delle risultanze naturali, ma costruzioni umane, dunque fragili. Dovere dello Stato è creare il quadro che favorisca il normale sviluppo del processo: formazione dei lavoratori, infrastrutture, incentivo al risparmio, leggi sulla proprietà, sui contratti, sui brevetti ecc. Fra quadro e processo si inserisce la moneta. Eucken insiste sul primato della politica monetaria e sulla necessità di sottrarla alle pressioni politiche e popolari. Non soltanto una buona costituzione monetaria deve evitare l’inflazione, ma, al pari dell’ordnung concorrenziale, essa deve funzionare il più automaticamente possibile, altrimenti l’influenza dei gruppi di interesse e dell’opinione pubblica costringerebbe i responsabili monetari a deviare dal loro obiettivo più sacro: la stabilità monetaria.

I lavori del circolo ordoliberista di Friburgo ispirarono due economisti Wilhelm Roepke (1899-1966) et Alexander Ruestow (1885-1963), che aggiunsero alla nuova dottrina riferimenti storici e sociologici e una forte dose di conservatorismo. Essi individuarono l’epicentro della crisi del 1929 non tanto nella sfera economica in sé, quanto piuttosto nella disintegrazione dell’ordine sociale che il laisser-faire provocava.
La modernità aveva generato un proletariato disumanizzato, uno Stato sociale obeso, un deleterio fervore collettivista.

Roepke oppone la rivolte delle élite alla rivolta delle masse. Per restituire ai lavoratori l’antica dignità, essi dovrebbero tornare alle diverse comunità pre-democratiche pensate come naturali ( la famiglia, il comune, la chiesa), mentre la cultura dell’egualitarismo andrebbe sradicata.

Ruestow scrive: “sacrificando al culto del Moloch liberale si sono negati i principi dello scaglionamento sociale sostituendoli con l’ideale, falso e sbagliato, dell’uguaglianza e quello, parziale e insufficiente, della fratellanza; poiché nella piccola come nella grande famiglia più importante che il rapporto da fratello a fratello è quello da padre a figlio, che assicura la continuazione delle generazioni e il mantenimento della tradizione culturale”.

Roepke e Ruestow, di cultura cristiana come i loro colleghi di Friburgo, caricano la nozione d’ordine del senso che gli dà Sant’Agostino: l’ordine come regola di disciplina ordinatrice della vita comune.

Lo slancio dell’ordoliberismo si inscrive in un vasto movimento internazionale di rinnovamente del pensiero liberali, che si sviluppa negli anni 30 sotto l’etichetta di neo-liberismo. In questo quadro gli ordoliberisti si oppongono ai nostalgici del laisser-faire  (Ludwig von Mises e il suo alunno Friedrich Hayek) che non trovano nulla da criticare o cambiare al liberismo tradizionale.

A fine 1930 i propugnatori dell’ordoliberismo restano marginali. Non dispongono di entrature nella Germania nazista, anche se molti di essi partecipano a cerchi di riflessione economica del regime – come Ludwig Erhard (1897-1977) e d’Alfred Müller-Armack (1901-1978). Röpke et Rüstow devono espatriare, altri possono continuare a insegnare solo rinunciando alle loro idee.

La riscossa arriva con la caduta del nazismo.

In Germania Ovest, a differenza che in Francia, Italia o Regno Unito, la ricostruzione avviene su basi liberiste piuttosto che socialdemocratiche. La potenza occupante più influente, gli USA, impedisce le nazionalizzazioni. Gli Usa facilitano in vario modo la transizione verso un’economia aperta, ideale per le esportazioni tedesche.

Si favorisce (1948-49) la costruzione di un sistema che fonde l’ordoliberismo e la dottrina sociale cristiana in quella che viene chiamata “economia sociale di mercato” [locuzione che verrà ripresa dai trattati di Maastricht con l’aggiunta della puntualizzazione “fortemente competitiva”].

Espressione felice ma ingannevole: “Il suo carattere sociale – precisa nel 1948 l’inventore della formula, Müller-Armack – consiste nel fatto che il sistema è in grado di offrire una massa diversificata di beni a prezzi che il consumatore contribuisce a determinare attraverso la domanda“.

Una serie di misure cercano di palliare l’ineguaglianza che il modello competitivo genera: mantenimento del sistema di assicurazione sociale edificato da Bismak, imposta sui redditi, alloggi sociali, aiuto alle piccole imprese… In breve, il “sociale” nella misura in cui lo Stato deve assicurare all’economia di mercato la società confacente alle sue esigenze di funzionamento.

La Germania del dopoguerra è un laboratorio neoliberista, in cui il capo-laboratorio, Ludwig Erhard, è prima responsabile dell’amministrazione economica della zona occupata da Stati Uniti e Regno Unito (la Bizona), poi Ministro dell’economia sotto Konrad Adenauer (1949-1963) e finalmente cancelliere (1963-1966). Sotto la sua direzione viene introdotta la maggior parte delle riforme strutturali associate al “miracolo economico” tedesco, in particolare la liberalizzazione dei prezzi e la creazione del Deutsche Mark (1948), rimasta nella memoria collettiva come il momento della rifondazione tedesca.
Come l’arbitro non partecipa al gioco, allo stesso modo lo Stato è escluso dallo stadio dell’economia. In ogni buona partita di calcio c’è una costante: le precise regole che presidiano il gioco. La mia politica liberale è appunto quella di creare le regole del gioco.
In conformità ai precetti di Eucken, Erhard era riluttante a intervenire per mitigare gli effetti delle crisi economiche. “Temeva che una politica congiunturale, focalizzata sul pieno-impiego a discapito di ogni altro aspetto, sarebbe andata a detrimento della stabilità monetaria e a prezzo di una minore libertà individuale” (Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank tra il 1993 e il 1999).

L’ordopolitica conosce l’apoteosi nel 1957, quando Erhard fa votare due leggi decisive: quella sull’indipendenza della Bundesbank e quella contro le limitazioni alla concorrenza. Stabilità monetaria e concorrenza perfetta, due assiomi che – in quanto tali – nel modello dell’economia sociale di mercato si sottraggono al dibattito democratico.

Dal 1948 Erhard si circonda di esperti ordoliberisti (Eucken, Boehm, Mueller-Armack). Il Ministero dell’economia è loro riserva di caccia. L’ordoliberismo dispone inoltre di potenti casse di risonanza. Una rivista teorica, Ordo; una lobby incaricata di promuovere la dottrina attraverso i giornali, primo fra tutti l’influente FAZ; un movimento industriale cattolico che si autodefinisce “Comunità per la promozione dell’uguaglianza sociale” e che per diversi anni finanzierà campagne d’opinione in occasione delle elezioni.

Con la nozione di economia sociale di mercato e lo slogan “prosperità per tutti” offre alla giovane Unione Cristiano-Democratica (CDU) l’occasione di confrontarsi sullo stesso terreno dei socialdemocratici. A partire dal 1949 la CDU diventa alfiere di una società “il cui ordine si realizza grazie alla libertà e al rispetto degli impegni che si esprimono nell’economia sociale di mercato, attraverso la concorrenza autentica e il controllo dei monopoli

Alcuni intellettuali  del Partito Socialdemocratico (SPD) iniziano a subirne la cattura cognitiva. Nel 1955 Karl Schiller pubblica “Socialismo e concorrenza”, dove appare il celebre aforisma “concorrenza quanto possibile, pianificazione quanto necessario“. La formula viene ripresa dallo stesso SPD al momento della grande svolta del novembre 1959, quando al congresso di Bad Godesberg la maggioranza dei delegati riconosce che la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’economia di mercato sono alla base del progresso economico e del benessere sociale.

La caduta di Erhard nel 1966 segna una ripresa d’attenzione verso l’aspetto sociale, che si accentua con l’arrivo al potere del socialdemocratico Willy Brandt. Alle influenze ordoliberiste e bismarkiane si aggiunge una prospettiva keynesiana: pianificazione a medio termine, innalzamento dei salari, rinforzamento della cogestione, investimenti in eduzione e salute. La Repubblica Federale degli anni 1970-1980 segue un modello che proclama la sua adesione all’economia sociale di mercato ma incorpora una buona dose di interventismo statale.

La parentesi viene chiusa nel 1982, con l’ascesa al potere della CDU di Helmut Kohl. È di nuovo il tempo degli equilibri di bilancio, ma i costi dell’unificazione tedesca impediranno negli anni ’90 il ritorno ai fondamentali dell’ordoliberismo. Tocca al socialdemocratico Schroeder, 1998, di restaurare l’ordine degli anni ’50 con la massiccia deregolamentazione del diritto del lavoro e l’indebolimento dello stato sociale.
Misure poi confermate dall’attuale cancelliere, Angela Merkel, che nel 2014 ha tenuto a ricordare che “l’economia sociale di mercato è molto più di un ordine economico e sociale. I suoi principi sono intramontabili“.

(segue)

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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6 risposte a Moriremo ordoliberisti? (1a parte)

  1. aldoricci ha detto:

    … a parte il buon lavoro svolto e in attesa della seconda puntata… noto con raccapriccio che continui… del resto come molti… a confondere il liberalismo con il liberismo… che sarebbe come confondere il socialismo democratico con il maoismo tout court… comunque ti ringrazio anche perché… citando l’assunto della Merkel al quale però… pur condividendolo… toglierei quel “sociale”… che in in un “paese” come il nostro… mi pare abbia arrecato guasti… compresi quelli della Repubblica Sociale… che per liberarci dai quali… campa cavallo…

  2. Mauro Poggi ha detto:

    Scusa Aldo, ma dov’è che ho confuso i due termini, cioè usato uno al posto dell’altro? La distinzione tra liberalismo e liberismo (che è squisitamente italiana; non esiste l’equivalente di “liberismo” in altre lingue) risale alla discussione tra Croce ed Einaudi, ille tempore, e a quella cerco di attenermi salvo refusi: semplificando, il primo termine indica un “movimento di pensiero e azione politica che riconosce all’individuo un valore autonomo e tende a limitare l’azione statale in base a una costante distinzione di pubblico e di privato” (Cfr Treccani) affermando il primato della libertà individuale; il secondo è un’ideologia economica che auspica un mercato che in più o meno larga misura sia libero da regole che non siano quelle “naturali” che gli sono proprie, raccomandando la minore interferenza possibile dello stato nel libero gioco dell’economia.
    Nel post, a meno di errori che mi sfuggono, faccio riferimento unicamente al liberismo, nelle sue derivazioni neoliberiste e ordoliberiste.

    • Mauro Poggi ha detto:

      PS: anch’io toglierei l’aggettivo “sociale” nella locuzione citata dalla Merkel e dal Trattato di Maastricht. Ma non tanto per le ragioni che hai evocato, quanto perché si tratta di un edulcorante verbale che vorrebbe dissimulare la natura socio-darwinista del modello che la locuzione denomina.

  3. Gabriella Giudici ha detto:

    Grazie Mauro, leggerò attentamente.

  4. Pingback: Moriremo ordoliberisti? (2a parte) | Mauro Poggi

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