Unioni bancarie, federalismi europei e altre amenità

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Voci dall’Estero pubblica un post di Jacques Sapir a commento della riunione del Consiglio europeo il 19-20 dicembre a Bruxelles, quella che (al netto degli argomenti di contorno, tecnicamente definibili “fuffa”) aveva per oggetto principale il tema  dell’Unione bancaria.

Ne riassumo più sotto i passaggi, raccomandando comunque la lettura del testo integrale. Prima però riporto le soddisfatte dichiarazioni del nostro premier Enrico Letta nella conferenza stampa al termine dell’incontro:

“… Un passo avanti importante sul tema dell’Unione bancaria, per la rapidità con cui ci si è arrivati stante il tipo di riforme ordinamentali così complesse… La Banking union è sicuramente importante perché se ripensiamo alla quantità di soldi dei contribuenti europei  che sono stati buttati via in questi anni di crisi per il salvataggio di istituti bancari finanziari non italiani… ci fosse stata la Banking union quattro anni fa l’Europa non si sarebbe avvitata nella crisi …  probabilmente non avremmo avuto la crisi più profonda, probabilmente non avremmo avuto poi le conseguenze sociali che questa crisi ha comportato, e che porta tanto disagio in tanti paesi europei,  Italia in primis… Perdita di posti di lavoro, chiusura di imprese… Quindi bene per quanto riguarda il tempo ravvicinato per la chiusura… ho sempre detto che per l’Italia era fondamentale arrivare entro la fine dell’anno a chiudere la partita… ci siamo riusciti e questo è un fatto positivo… Avremmo voluto una transizione meno lunga, 10 anni sono un tempo sicuramente troppo lungo…”

Dalle dichiarazioni di Letta, oltre a un compiacimento che vedremo essere poco giustificato, emergono alcune ammissioni davvero interessanti per come contraddicono il narrato della crisi quale ci è stato propinato dall’establishment euroTeista:
1) Con una Banca centrale impossibilitata per mandato, Il ruolo di prestatore di ultima istanza tocca ai contribuenti (un altro modo di chiamare i cittadini), in particolare a quelli dei paesi periferici; cfr la quantità di soldi dei contribuenti buttati via per il salvataggio ecc.
2) Questo ruolo è stato assolto attraverso la distruzione dello stato sociale e del tessuto produttivo; cfr le conseguenze sociali… perdita di lavoro, chiusura imprese.
3) La crisi è stata scatenata dagli squilibri della finanza privata, e il Debito pubblico  non c’entra una beneamata mazza, visto che l’accordo – che avrebbe evitato la crisi se solo fosse arrivato prima – riguarda le banche e solo quelle.

Consiglio-europeo

A volte capita che i politici, senza volere, smettano di mentire.
Il narrato del Debito pubblico (quello che riguarda tutti, incluso le generazioni a venire,  quello per cui “abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”) è stato soltanto l’alibi,  la leva per indurre il senso di colpa nel contribuente (altrimenti detto cittadino, più spesso consumatore), e fargli accettare misure impensabili. Colpevolizzazione e paura, si sa, sono efficaci mezzi per neutralizzare la capacità critica delle persone, ridurne le autodifese e costringerle a comode arrendevolezze.

Quanto al compiacimento per un accordo che, a prescindere dal merito,  prevede tempi biblici di transizione,  bisogna riconoscere che in ciò il nostro premier dimostra coerenza. E’ infatti nota la propensione di questo Governo all’indugio,  a un “fare” di tipo dilatorio che privilegia l’immediatezza del “non fare”.

Ma sentiamo cosa dice Jacques Sapir riguardo al merito (fra parentesi quadre le mie aggiunte al suo discorso):

Durante la riunione del 19 dicembre, la signora Merkel ha dichiarato che “Presto o tardi, senza la coesione necessaria, l’euro esploderà“. Corretto. Il problema è che l’unica coesione pensabile che vada oltre le dichiarazioni di principio sarebbe quella che prevede automatici trasferimenti fiscali dai paesi economicamente forti ai paesi in difficoltà. Per la Germania, questo rappresenterebbe un esborso annuo pari all’8-10% del suo PIL (220-230 mld l’anno), un tipo di solidarietà che non potrebbe sostenere, né economicamente né politicamente.
Ma la coesione cui pensa la Merkel è di altro tipo.
La signora è costretta a prendere atto della crescente riluttanza degli altri Paesi a ulteriori cessioni di sovranità. [Una riluttanza che, almeno  nel caso italiano, è solo di ordine strumentale, dovuta alla pressione di una opinione pubblica sempre meno disponibile a questo tipo di scelta; non certo dovuta alla sensibilità politica delle istituzioni che quella sovranità dovrebbero difendere: Governo, Parlamento per la maggior parte e Presidenza della Repubblica, sono tutti fideisticamente convinti delle qualità taumaturgiche del vincolo esterno].

Quindi Angela Merkel propone in alternativa dei “contratti” che vincolino i paesi stessi alla Germania, creando un sistema istituzionale parallelo a quello eurocomunitario. Per la Corte costituzionale tedesca (sentenza del 30 giugno 2009), il popolo europeo non esiste e l’UE resta un’organizzazione internazionale i cui trattati rimangono proprietà degli Stati che vi hanno aderito: il Parlamento europeo non è il luogo di rappresentanza di un Popolo sovrano europeo, ma un luogo di rappresentanza di differenti popoli, i diritti dei quali possono essere garantiti solo dai rispettivi Stati nazionali. Senza un popolo europeo non può esistere uno Stato sovranazionale europeo, e il potere che la UE può esercitare è solo di tipo derivato. Ma questo tipo di potere può essere esercitato altrettanto bene dalla Germania. Da qui il senso della proposta tedesca: la sovranità degli altri Stati resterebbe formalmente indiscussa, visto che i “contratti” verrebbero liberamente sottoscritti, ma di fatto sarebbe compromessa dall’obbligo di rispettare le regole vincolanti assunte nei confronti della Germania.

L’accordo di Unione bancaria è una conferma dell’approccio tedesco. Il progetto originario doveva essere sia un meccanismo di vigilanza e regolazione delle banche, sia di gestione concertata delle crisi bancarie. [Doveva inoltre spezzare il circolo vizioso fra banche in difficoltà e intervento dello Stato a scapito del debito pubblico].
L’accordo del 19 dicembre, che tanta soddisfazione ha procurato al nostro premier, lo vanifica di fatto: un meccanismo di supervisione che riguarda 128 banche su 6000, un fondo di entità inadeguata e per di più da costituirsi a babbo morto, entro il 2026. [Peraltro, l’intervento del fondo sulla banca in crisi è subordinato e successivo all’intervento – nell’ordine, degli azionisti, degli obbligazionisti, dei correntisti per la parte eccedente la quota garantita, e dello Stato].

Una prospettiva realmente federale è l’unica che possa salvare l’euro, ma la Germania – comprensibilmente – non vuole/può pagarne il costo. Evocarla come possibile soluzione futura è profondamente fuorviante [e mistificatorio].

La Germania propone agli altri Paesi dei “contratti” che lascino a loro carico i costi di aggiustamento e consentano a lei di continuare a beneficiare dei vantaggi che ricava dalla moneta unica. Ma i costi di aggiustamento trascinano gli altri paesi, Francia inclusa, verso una recessione che li lascerà socialmente e industrialmente distrutti [vanificando tra l’altro una delle ragioni d’essere del mercato unico: ” il beneficio principale di una unione economica è quello di godere di un vasto mercato interno che può agire da ammortizzatore rispetto a choc esterni”, cfr Alesina, 1997 – citato qui da Alberto Bagnai].

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La coesione necessaria di cui parla la signora Merkel, senza la quale presto o tardi l’euro esploderà, va intesa quindi come  alternativa fra l’allineamento alle condizioni tedesche e la minaccia di dissoluzione del sistema.

Sapir propone di prenderla in parola e scegliere  lo smantellamento dell’euro [intendendo con ciò una dissoluzione ordinata e consensuale, economicamente e politicamente auspicabile rispetto all’alternativa del crollo]. “Ma per far questo –  osserva mestamente riferendosi alla Francia – ci vorrà un altro governo, un altro Primo ministro rispetto a quelli che noi abbiamo“.

[E qui non possiamo che condividere la sua mestizia: anche da noi, per uscire dalla prevaricazione euroTeista,  avremmo bisogno di ben altro Governo, ben altro Presidente della repubblica, ben altro Parlamento].

Ps: Nel suo post Sapir consiglia la lettura di un articolo di Laurent Faibis e Olivier Passet pubblicato da LesEchos.fr. Ne darò la traduzione in un prossimo post.

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Informazioni su Mauro Poggi

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6 risposte a Unioni bancarie, federalismi europei e altre amenità

  1. bellezacorazon ha detto:

    Mauro buenos dias y feliz viernes. saludos

  2. leprechaun ha detto:

    Mi permetto per una volta di difendere il punto di vista “tedesco”. Loro sono gelosi delle prerogative del loro Parlamento, ed hanno ragione. Perché il Parlamento Europeo, oltre a non contare una beneamata mazza, NON E’ un organo democratico eletto a suffragio universale. Come ci spiega l’europeista (onesto) Quatremer, sul suo blog “Coulisses de Bruxelles” su Libération, ci vogliono 35.000 voti per eleggere un parlamentare cipriota, e quasi un milione per farne uno tedesco, francese o italiano …
    Il PE è dunque una “camera alta”, rappresentanza dei “paesi” UE, non dei cittadini della UE. Peccato che non esista nessuna camera bassa.
    Il PE non gode inoltre di nessuna iniziativa legislativa, che è invece monopolio della Commissione, la quale è scelta di fatto dal Consiglio Europeo – assemblea dei capi di governo della UE, dove le minoranze non sono rappresentate – e il PE può solo confermare o meno le proposte legislative della Commissione. Una specie di Repubblica di Weimar, o meglio, di regime prussiano al tempo di Bismarck, del quale la Repubblica di Weimar (con Hindenburg al posto dello Hohenzollern di turno) era una specie di copia.
    E va anche detto che – per quanto molti di questi rappresentanti politici tedeschi mi siano simpatici come il mal di pancia – quando parlano di prerogative del parlamento nazionale, parlano sempre al plurale. Non solo del loro, cioè, ma di tutti i parlamenti.
    Il problema non sono loro. Come diceva Petrolini ad un disturbatore su di un palco: “io non ce l’ho con te, ce l’ho con quello che ti sta vicino e che non ti butta di sotto!”.
    Il problema sono le NOSTRE rappresentanze, le quali sembrano anelare ad essere espropriate di ogni potere di rappresentanza, in ossequio a quello che Guarino chiama un “colpo di stato” europeo.
    E va bene, contentiamoli! Espropriamoli una buona volta!

  3. Mauro Poggi ha detto:

    Assolutamente d’accordo.
    Non credo che Sapir descriva la posizione della Corte costituzionale tedesca (che condivido, ci mancherebbe) in termini critici, penso piuttosto che ne parli per interpretare le strategie della Merkel. I cui obiettivi, ancorché a mio avviso miopi, sono pienamente legittimi per lo Stato che rappresenta. Sono i rappresentanti degli altri Stati che dovrebbero opporvisi quando, come succede, tali obiettivi sono in conflitto con gli interessi delle altre nazioni: essi al contrario hanno gettato nel buco nero euroTeista ogni potere di rappresentanza, ogni sovranità, probabilmente nella speranza di accattare brandelli di di potere personale (giacché la buona fede è esclusa).
    Personalmente mi chiedo – rosicando – perché il nostro Parlamento non è altrettanto geloso delle sue prerogative. E perché diavolo la nostra Corte non dimostra altrettanta sensibilità di quella tedesca ai temi della sovranità e rappresentanza democratica.
    Nell’elenco delle “mestizie” italiane, in effetti, avrei dovuto aggiungere al “ben altro Governo, ben altro Parlamento e ben altra Presidenza della repubblica” anche una “ben altra Corte costituzionale”.
    Ti auguro un buon 2014, nel senso da noi auspicato.

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