Ciascuno per sé, Euro per tutti: il dibattito vietato

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Il testo dell’articolo di Laurent Faibis  e Olivier Passet, pubblicato da LesEchos.fr, a cui avevo accennato nel post precedente:

Eurocrollo

La moneta unica, secondo i suoi promotori, doveva rafforzare l’Unione ed essere propedeutico a un governo economico europeo. Rammentiamo gli effetti politici che si sarebbero dovuti  produrre: una politica di trasferimenti e un efficace politica monetaria-fiscale su scala europea; una governance economica che avrebbe favorito la convergenza sociale e fiscale; una intensificazione dei flussi commerciale interni, di cui avrebbero beneficiato tutti; l’eliminazione del rischio cambio, che avrebbe favorito l’afflusso di capitali verso le regioni meno sviluppate economicamente.

In poche parole, l’euro avrebbe dovuto produrre, in modo quasi automatico, la convergenza reale delle economie dell’eurozona.

Che cosa resta, dodici anni più tardi? Un’Europea tecnocratica e vincolante, che sostituisce l’Europa dell’incentivo e della democrazia. Lo scarto di ricchezza si è venuto allargando in modo allarmante già dal 2005, dunque prima della crisi. Tutti i paesi del Sud, Francia compresa, vedono il loro PIL pro-capite perdere terreno rispetto a quello tedesco, e a questa divaricazione si aggiunge una polarizzazione industriale verso la Germania e gli altri paesi economicamente più avanzati del Nord. La periferia affronta una distruzione accelerata delle proprie capacità produttive, come testimoniano le cadute di produzione industriale dal 2007: -30% in Grecia e Spagna, -27% in Italia, -18% in Francia.

Cos’altro si può notare?

Differenze di tassi d’interesse reali che aggravano la divergenza, dato che il costo del denaro è maggiore nei paesi più deboli, quelli che hanno un maggior bisogno di investimenti! Il tassi di interesse raggiungono il 9,5% in Grecia, più del 4% in Spagna, 3,5% in Italia.
In Germania sono intorno allo 0,6%.
I paesi del Sud si sono lanciati in una deflazione salariale accelerata che sì, effettivamente ha comportato una riduzione dei costi unitari e i riequilibrio delle bilance commerciali, almeno per quanto riguarda Italia e Spagna; ma il costo della deflazione è pesante:  disoccupazione, povertà, crollo della domanda interna, contrazione dei margini per numerose imprese. La conseguenza è la frana di una parte del tessuto produttivo rivolto al mercato interno, con interi settori del sistema produttivo dei paesi periferici entrati nell’orbita del sub-appalto per i paesi centrali, Germania in testa.
La zona euro diventa un insieme globalmente in eccedenza, mercantilista, con un mercato interno depresso, in totale contraddizione con le aspettative di un grande mercato [che avrebbe dovuto fungere da ammortizzatore in grado di assorbire gli impatti di eventuali crisi esterne, Ndt]. Una strategia che nel contesto di guerra valutaria porta ad una rivalutazione inesorabile dell’euro, di cui si avvantaggiano solo le produzioni ad alto valore aggiunto dei paesi appaltanti.
Certo, l’euro si è salvato dal disastro. Ma salvando la moneta unica, si è sacrificata l’Unione. Il salvataggio della moneta è diventato un fine a sé, che rovescia tutte le premesse che ne motivavano l’implementazione. L’economia reale è messa al servizio dell’euro, mentre al contrario era l’euro che avrebbe dovuto servire l’economia. Dalla sua nascita non si sono visti nessuna comune ambizione industriale di largo respiro, nessun grande progetto sovranazionale, nessun grande gruppo pan-europeo. L’Europa dell’energia vivacchia. Nell’epoca della rivoluzione digitale, gli europei aumentano il loro ritardo e si dimostrano incapaci di una risposta comune ai giganti americani e asiatici.

Davanti a questa perdita di senso, l’assenza in Francia di vero dibattito o la sua appropriazione caricaturale da parte dei partiti populisti, diventa un silenzio pericoloso. Il soggetto è diventato tabù tra le élites economiche e politiche, mentre si moltiplicano a bassa voce le espressioni di una grande inquietudine fra i dirigenti d’impresa e gli economisti. Il timore di una catastrofe economica si diffonde, insieme al rischio di sgretolamento della nostra coesione sociale.Ciascuno per sé, Euro per tutti: è questo il criterio. Sarebbe un errore, anzi una colpa, evitare di affrontare il problema.

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Informazioni su Mauro Poggi

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