La gratificazione del benaltrismo

Giorni fa, sulla sua pagina, un mio contatto FB – commentando la manifestazione a Firenze per la vertenza GKN in parallelo con le proteste per il certificato sanitario – osservava con sarcasmo che mentre sbloccano i licenziamenti, concentrano i capitali nel grande gioco della geopolitica e si prospetta un autunno caldo di lotte per il lavoro, salta fuori un grande tema irrinunciabile: “il diritto di andare al bar, grande libertà liberale”.

Si tratta a mio avviso di una visione piuttosto miope.
A parte il bar, ci sono segnali, legati alla logica del lasciapassare, che dovrebbero preoccupare: le mense aziendali vengono assimilate ai ristoranti (con i limiti di accesso che ciò comporta per i lavoratori); a bambini e adolescenti senza green-pass è preclusa la possibilità di attività extra-scolastiche; circolano allarmanti ipotesi su lasciare a casa dal lavoro e senza stipendio i non vaccinati, impedire loro l’accesso ai seggi elettorali, escluderli  dalle candidature politiche, non riconoscere l’indennità di malattia a chi è costretto in quarantena.
Tutto ciò con il risibile pretesto di contenere i contagi creando ambienti sicuri (ciò che perfino protagonisti autorevoli della stessa narrazione ansiogena hanno definito “una bufala pazzesca”), quando in realtà le misure sono finalizzate a rendere obbligatorio qualcosa di cui lo Stato non intende assumersi la responsabilità, e in pratica – visto che vaccinati e e no sono ugualmente suscettibili di contagio e trasmissibilità – stabilendo chi è autorizzato a contagiare e chi no.

Il DL 105 non si riduce al divieto per una determinata categoria di persone di “andare al bar” (e se anche così fosse, stante la pretestuosità, già ci sarebbe di che allarmarsi).
L’incoerenza con i fini dichiarati ne inficiano a priori la legittimità; di fatto sembrerebbe piuttosto un test per saggiare l’arrendevolezza della popolazione, la disponibilità ad accettare arbitrarietà e prevaricazione sotto il condizionamento della narrazione terroristica della pandemia.
È già successo con la precedente “emergenza” economica dello scorso decennio, grazie alla quale sono stati demoliti i diritti sociali e del lavoro in misura impensabile fino a qualche anno prima.
L’odierna crisi pandemica è un’ulteriore occasione di riscrittura autoritaria dei rapporti sociali.

Siamo di fronte a una situazione sanitaria compromessa da decenni di scelte austeritarie,  dallo smantellamento dei presìdi territoriali e lo svilimento della funzione del medico di base; nonché da strategie deliranti (come l’aver puntato tutto su vaccini frettolosamente autorizzati e aver bloccato la ricerca di terapie alternative prescrivendo il demenziale protocollo “tachipirina con vigile attesa”). Ora si tratta di addossare l’onere del disastro alla sparuta schiera di coloro che, in assenza di obbligo di legge, esercitano legittimamente un diritto di scelta; additare il capro espiatorio ( i no-vax! i negazionisti!) su cui convogliare la censura e il risentimento sociali.

Questa crisi sanitaria non è che la prosecuzione di quella economica che l’ha preceduta, e come la precedente comporterà la trasformazione in senso profondamente regressivo della nostra concezione di convivenza sociale.

Il benaltrismo, con la piacevole autogratificazione che comporta, è la cartina di tornasole della sinistra pensosa: quella  si ritiene antagonista e pura,  ma che in realtà è solo schizzinosa, sempre pronta ad alzare il ditino pedagogico contro tutte le reazioni popolari che siano ree di spontaneismo  e di obiettivi al di sotto dello standard qualitativo richiesto. E in quanto tali, per definizione, indegne di figurare nel palmarès progressista.
Un atteggiamento culturalmente rinunciatario: a farsi carico, a interpretare, a rappresentare, per un lato; e per l’altro a farsi opposizione al sistema, che come al solito ringrazia.

Se oggi non riusciamo a dare una risposta corale e decisa ai tanti casi GKN che si vanno drammaticamente proponendo, è proprio perché abbiamo sottovalutato tutte le finestre di Overton che in questi anni si sono aperte, di cui il lasciapassare sanitario o le comunicazioni di licenziamento di massa via whatsup sono solo l’ultimo esempio.

Prima o poi dovremo pure renderci conto che il problema non è un altro: il problema è uno solo ed è sempre lo stesso.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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