Grecia: una cartina al tornasole

tornasole

Il professor Sergio Cesaratto  ha scritto di recente un articolo sul contenzioso greco che condivido in pieno e di cui raccomando la lettura integrale. Potete trovarlo sul sito *economiaepolitica oppure sul suo blog,  Politica&EconomiaBlog.

Di Cesaratto, dacché lo seguo, ho sempre apprezzato l’onestà intellettuale oltreché la competenza tecnica. In passato sull’eurozona ha avuto posizioni che penso potessero essere assimilate a quella linea di pensiero che per comodità definisco eurocriticismo riformista,  dove la consapevolezza delle drammatiche manchevolezze del sistema si unisce alla convinzione/speranza che esso sia emendabile dall’interno. Una convinzione/speranza determinata vuoi da ragioni tecniche (l’euro è stato un errore madornale, ma una volta entrati uscirne sarebbe un disastro peggiore – cfr Varoufakis), vuoi da ragioni ideologiche (euro e progetto europeo coincidono, e il progetto europeo nella versione idealista che ci è stata raccontata va recuperato e difeso: le storture attuali sono solo in incidente di percorso – vedi Tsipras).

A questa visione si contrappone quella dell’euroscetticismo radicale, in cui io mi riconosco, che auspica il ritorno alle sovranità nazionali e la fine della moneta unica, considerata strumento funzionale al sistema autoritario e antisociale che si è andato delineando in questi anni non per accidente ma in conformità a un preciso progetto.

Un mese fa scrivevo: “… Comunque vadano le cose, credo che da questa vicenda almeno un ritorno positivo ce lo dovremmo aspettare: nel caso Syriza riuscisse a imporre il suo programma, gli “euroscettici radicali” dovranno ammettere che in Europa esiste lo spazio democratico per una riforma europea in senso progressista; nel caso sia la linea dura della Germania a prevalere, saranno gli “eurocritici riformisti” a dover ammettere che questi spazi non esistono. Ognuno poi trarrà le proprie conclusioni, ma in ogni modo si sarà fatta chiarezza…”.

Quello che scrive ora Cesaratto dimostra che per quanto lo riguarda chiarezza è fatta:

§§§
[…] Probabilmente la crisi greca sarà ricordata come l’ennesima comprova della fredda visione che della storia ebbe Tucidide, quella esemplificata nel discorso degli ateniesi ai melii: prostratevi a noi vincitori e non fate discorsi retorici sulla morale umana; se foste al nostro posto vi comportereste come noi ci comportiamo con voi. Questi sono discorsi duri per una sinistra che preferisce crogiolarsi fra Bella ciao e allegre brigate. Ma se questo è il sottofondo storico di ciò che sta accadendo, che cosa possiamo imparare e, soprattutto, sperare di poter fare?

La principale conclusione è la fine di ogni illusione europeista, per chi ancora la stesse coltivando. L’Europa non concederà nulla o quasi alle richieste greche. Piuttosto la lascerà tentare l’avventura dell’uscita dall’euro per mostrare qual è il destino sciagurato che attende chi tentasse di mettere in discussione la dittatura europea. […] Le opinioni pubbliche su cui verranno fatti ricadere i costi del default greco verranno scatenate contro quel paese, ma sarà purtroppo difficile che italiani e spagnoli comincino a domandarsi perché hanno dovuto prima finanziare la restituzione greca dei debiti verso le banche francesi e tedesche, per vedersi poi defalcare i crediti verso quel paese, vedendo così i propri conti pubblici peggiorare e subire ulteriore austerità. Difficilmente si chiederanno perché la Germania non paga lei per i crediti ora inesigibili che ha concesso (spesso via Francia) per sostenere le proprie esportazioni,  fedele al proprio modello mercantilista basato sul “vendor financing” fatto, peraltro, anche di corruzione.

[…] L’illusione europeista cade […] perché l’Europa è il combinato (a) del disegno del capitalismo nazionale e globale volto a sottrarre alle classi lavoratrici il terreno naturale entro cui battersi, vale a dire lo Stato nazionale sovrano; e (b) della presenza dominante di una potenza mercantilista disinteressata al sostegno della domanda interna, che anzi va compressa per dar spazio alle esportazioni […] oltre, naturalmente, al peccato originale dell’assenza di una profonda solidarietà politica fra Stati e popoli europeiL’europeismo è un ideale di influenti e spesso interessate élite liberali, liberal-socialiste e radicali che credono siano i vantaggi economici dei liberi mercati a creare la solidarietà politica, o di sprovvedute e utopistiche frange di sinistra.

Certamente la crisi europea, e quella greca in particolare, potevano (e potrebbero ancora) essere trattate in maniera decisamente più progressista dall’Europa, anche per il doveroso riconoscimento politico che le colpe non sono solo dei debitori ma anche e soprattutto dei creditori.

La BCE sarebbe stata infatti in grado di “stoppare” la crisi fiscale nel 2010-11, ma in cambio di un drammatico accentramento e rigoroso controllo delle finanze pubbliche nazionali a Bruxelles, con la creazione al contempo di un bilancio federale che cooperasse con la politica monetaria nel sostenere la ripresa. In quest’ambito espansivo i paesi più disastrati avrebbero potuto usufruire di “piani Marshall” di aiuti straordinari.
Per capire quanto questo sia impensabile nell’Europa reale, basti andare a leggersi  le note preparate lo scorso febbraio da Juncker, Dijsselblom e Draghi per avviare una “better economic governance” dell’Eurozona.

[…]La lezione per Podemos è drammatica e a tutti noi non rimane che consumare i frutti amari del sacrificio di Syriza, in un certo senso non inutile agli occhi cinici della storia se avrà finalmente svelato che un’”Altra Europa” non c’è.
C’è solo “questa Europa”, che ha trascinato un piccolo e povero paese nel debito, e ora lo punisce.

Questa constatazione non risolve, naturalmente, il nostro dramma politico, ma ci pone di fronte al compimento del disegno europeo di svuotamento della democrazia sostanziale: per quali obiettivi batterci se la politica non si decide più entro i confini nazionali, mentre nella dimensione europea i movimenti che pure avessero  accesso al governo possono essere facilmente abbattuti uno alla volta? […]
§§§

Il professor Joseph Halevi, coautore insieme a Yanis Varoufakis del libro Making Sense of the  Post-2008 World,  è/era anch’egli fra gli eurocritici riformisti, credo più per le stesse ragioni del Ministro delle finanze greco (euro un errore, uscirne un errore peggiore) che per ragioni ideali.
Questo non gli ha impedito di scrivere sulla sua pagina facebook le seguenti considerazioni:
“[…] Euro-States have become usurers aiming at keeping the imposition of an odious debt upon Greece. It thereby proves, when time is particularly short, that Euro-Institutions are absolutely not reformable in any minimally progressive way. Indeed, they even push the role of the individual States onto the terrain of usury and towards the imposition (now on Greece) of a novel, state enforced, form of debt peonage.
[Gli euro-stati sono diventati usurai che vogliono mantenere l’imposizione di un debito odioso sulla Grecia. Questo prova, quando il tempo è particolarmente breve [?], che le istituzioni europee non sono riformabili in alcun modo minimamente progressista. In effetti essi spingono il ruolo dei singoli stati  sul terreno dell’usura e verso l’imposizione (ora nei confronti della Grecia) di una nuova forma di schiavitù da debito].

Credo che l’Eurogruppo, in questi mesi dopo la vittoria di Syriza in Grecia, abbia dato abbondante prova della natura antidemocratica del sistema. La logica che prevale è quella del rapporto di forza, e “le elezioni non cambiano nulla”, come ha ricordato l’ineffabile ministro tedesco Schaeuble riecheggiando con brutalità teutonica l’affermazione di Draghi un paio di anni prima, quando evocava il “pilota automatico” a proposito delle elezioni in Italia.
Le elezioni, in Europa, nella visione dei nostri decisori, sono un placebo da somministrare periodicamente perché tutto sommato l’illusione democratica ha utili effetti sedativi.

Dopo il fallimento annunciato dei negoziati, conseguenza della rinuncia da parte greca a ogni potere negoziale per la fin troppo ribadita intenzione di non mettere in discussione l’euro  ( secondo Frédéric Lordon la prospettiva di uscire dall’euro atterrisce molto più i negoziatori greci che non la loro controparte), Tsipras sembra non avere altra scelta che sottomettersi ai diktat europei, tradendo il mandato per cui è stato eletto (e firmando la condanna a morte politica, sua e dei movimenti di sinistra radicale europei).
A meno che la ventilata possibilità di uno spostamento greco verso l’asse cino-russo induca l’Eurogruppo  a più miti consigli.
Ma anche in questo caso a prevalere sarebbero i rapporti di forza, non le ragioni democratiche. E i rapporti di forza si fanno valere in un contesto conflittuale fra soggetti in competizione, non certo in un contesto comunitario fra soggetti cooperativi: qui invece si insiste nel rappresentare questo al posto di quello.

Paul Krugman ricorda che sociologia e psicologia provano che quando qualcuno ha forti convincimenti le prove contrarie non servono a cambiare il suo modo di vedere: anzi,  a volte più forti sono le prove, più forte è il rifiuto di prenderne atto (vedi questa intervista). Ciò vale per tutti, e alla base c’è un meccanismo di identificazione di ognuno con i propri convincimenti – o schemi mentali; ripudiarli significa in qualche modo ripudiare una cospicua componente di noi stessi, e per farlo occorre una buona dose di onestà intellettuale.
Sia Cesaratto che Halevi dimostrano di averne, e da vendere. Spero che altri intellettuali e politici, se in buona fede, seguano presto l’esempio.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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2 risposte a Grecia: una cartina al tornasole

  1. Nicola Losito ha detto:

    Interessante e condivisibile.
    Nicola

  2. Adriana ha detto:

    Che Tsip sia, come da tempo temo, il bamboccio della Bce o no, non cambia il fatto che lui e l’altro pseudo (a mio giudizio) bello si siano posti a novanta gradi.

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