Grecia: gli ottimisti della volontà, i pessimisti della ragione

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In molti, anche fra gli scettici, hanno seguito con grande simpatia e aspettazione la battaglia greca al tavolo eurocomunitario. Non sono sicuro che tutti fossero pienamente consapevoli del fatto che per la prima volta veniva esplicitamente posto il tema della democrazia,  ma in generale credo che tutti avessero la consapevolezza che a quel tavolo ciò di cui si discuteva trascendeva la mera situazione economica e finanziaria di uno Stato membro.

L’accordo che ne è seguito è stata oggetto di valutazioni divergenti, che variano dalla soddisfazione moderata alla profonda delusione.

Alcuni, come Jacques Sapir, lo considerano un “successo limitato”, che ha procurato al governo greco quattro mesi di tempo di cui profittare per prepararsi (a un’uscita dall’Euro nel modo più ordinato possibile, o a una diversa strategia negoziale).
Frances Coppola vede in questo tempo guadagnato l’opportunità per la Grecia di recuperare credibilità: “Perciò [nonostante non abbia ottenuto sostanzialmente nulla di quanto chiedeva]  la Grecia ha conseguito qualcosa di molto più importante, l’opportunità di provare che è degna di fiducia. Non saprei sottolineare abbastanza quanto ciò sia fondamentale […]  Coincide con la richiesta di Syriza  ricostruire la dignità del popolo greco, perché i popoli che non godono di fiducia non hanno dignità”.
Sapir e Coppola appartengono al gruppo degli ottimisti della volontà.

Altri, i pessimisti della ragione, vi leggono una grave sconfitta. Manolis Glezos, l’icona della resistenza greca al nazismo, è stato ferocemente critico: “L’accordo all’Eurogruppo è una vergogna. Avevamo fatto delle promesse e non le abbiamo mantenute. Chiedo scusa al popolo greco. Dobbiamo reagire e subito. E tra la libertà e l’oppressione, io scelgo la libertà”. Panagiotis Lafazanis, ministro allo sviluppo economico e leader della Piattaforma di sinistra, l’ala più radicale di Syriza, ha detto che “le linee rosse tracciate prima delle trattative non possono essere superate…”. Per Martin Armstrong “la Grecia ha firmato la sua condanna a morte”.

Stathis Kouvelakis, professore di teoria politica al King’s College di Londra e membro del Comitato centrale di Syriza, si iscrive al gruppo dei pessimisti e spiega le ragioni per cui l’accordo dev’essere letto come una sconfitta, sostenendo che una rappresentazioni edulcorata o capovolta del risultato tende solo a legittimare retrospettivamente le decisioni, e preparare il terreno a ulteriori e irreparabili sconfitte, dal momento che diluisce i criteri per distinguere la resa dal successo.

Grecia Ottimismo pessimismo 1

La sostanza dell’accordo del 20 febbraio sembra dargli ragione.

Il governo greco si era presentato al negoziato con una serie di rivendicazioni per le quali aveva ricevuto l’investitura popolare: ricusazione del memorandum; sei mesi di transizione senza misure di austerità, con un programma-ponte che assicurasse la liquidità necessaria per le misure sociali promesse; il riconoscimento che il debito non è sostenibile; la necessità di una nuova tavola rotonda sul debito.

L’accordo finale non contempla nulla di tutto questo. Al contrario stabilisce una serie di vincoli che impediscono al governo Tsipras di assumere qualunque misura in contrasto con le linee del memorandum. La Grecia riceverà la quota di finanziamento che aveva inizialmente rifiutato,  alle condizioni che gli accordi dei precedenti governi avevano stabilito. E benché il termine “Troika” sia stato sostituito da “Istituzioni”, il testo ribadisce che questo organismo di supervisione sarà composto da funzionari del FMI, della BCE e del Consiglio Europeo.
Quanto al debito, “le autorità greche si impegnano inequivocabilmente a onorare i loro obblighi verso i creditori, in modo pieno e puntuale”: vale a dire che ogni velleità di ridiscutere il debito, ristrutturalo o eliminarlo è stata accantonata. Il rimborso del debito rimane nei termini concordati con il precedente governo di Samaras, e include gli impegni dell’avanzo primario al 4,5% per il 2016, le privatizzazioni accelerate e l’istituzione di un fondo speciale a servizio del debito, dove far confluire tutte le entrate da privatizzazioni, gli avanzi primari, nonché il 30% di ogni eventuale quota di avanzo primario eccedente il 4,5%.
In pratica: nulla da destinare a favore della crescita o dell’emergenza sociale.

Secondo Kouvelakis (e trovo tristemente difficile eccepire) è stato dato un chiaro segnale a chiunque pensi che una legittimazione elettorale sia di per sé titolo sufficiente per cambiare le politiche economiche del proprio paese: gli unici ad averne diritto sono i tedeschi. Nelle parole del Presidente della Commissione europea, Claude Junker: “Non ci possono essere scelte democratiche che vadano contro i trattati”.

Per tornare agli ottimisti della volontà, cito un brano della bella lettera che il professor Riccardo Bellofiore ha ricevuto da un suo amico greco e pubblicato sulla sua bacheca facebook il 27/2:

“[…] Il governo di Syriza ha annunciato una serie di importanti misure che permetteranno alla gente di pagare le proprie pendenze fiscali e i propri debiti con le banche senza la costante minaccia del pignoramento. Queste misure sono state modulate compatibilmente con l’accordo di proroga firmato con i nostri creditori. […]Per quanto riguarda la percezione della gente comune, trovo sorprendente (e commovente!) la pazienza e la comprensione del greco medio. Benché siano grandi le speranze e le aspettative, la gente capisce che il governo sta conducendo una dura battaglia e lo appoggia. È ancora presto essere euforici o depressi circa i risultati dell’accordo raggiunto tra Grecia ed Eurozona. Non dovremo aspettare molto (credo non oltre la fine dell’anno) per capire in che misura il governo di Syriza riuscirà a realizzare del suo programma . Quel che è sicuro è che nel muro dell’austerità si è prodotta una grande crepa”.

Grecia Ottimismo pessimismo 2

Il tentativo di Syriza è stato abbastanza generoso da guadagnarsi le simpatie della gente, ma troppo velleitario per non ispirare scetticismo da parte di molti.
I presupposti negoziali da cui erano partiti sono:
a) Un debito la cui soluzione poteva seguire il modello dell’accordo di Londra del 1953 sul debito tedesco (nonostante l’evidente differenza storica ed economica fra i due contesti);
b) La convinzione che nuove e antitetiche politiche economiche (il programma di Salonicco, la cui attuazione doveva essere finanziata per metà da fondi comunitari) potessero essere adottate a prescindere dagli esiti del negoziato sul debito, senza scatenare nessuna concreta reazione da parte delle istituzioni europee.
c) La presunzione di poter contare su alleati di peso.
Tutto questo apparentemente senza un piano B, cioè senza alcuna contromisura prevista nel caso si fossero trovati davanti a un rifiuto. Ribadito a più riprese  che l’uscita dall’euro non era in discussione (Varoufakis sostiene che l’euro è stato un errore madornale, ma che una volta dentro uscire sarebbe un disastro), la Grecia si privava di quel poco di potere negoziale di cui poteva disporre. E che questa fosse l’unica arma a sua disposizione lo dimostra il fatto che subito dopo le elezioni la Germania aveva messo le mani avanti, dichiarando che questa volta, rispetto al 2010, l’eventuale uscita della Grecia non avrebbe avuto alcun effetto sistemico.

Al momento duole costatare che ognuna di queste presunzioni è si è rivelata vana.

Il debito è rimasto (e non perché qualcuno in Europa crede davvero che possa essere mai ripagato, ma perché è una formidabile arma di ricatto politico, troppo efficace perché il creditore vi possa rinunciare facilmente).
Il programma di Salonicco archiviato, almeno in gran parte e non si sa per quanto tempo.
Quanto agli alleati, già Paul Mason scriveva il 17 febbraio, che il negoziato vedeva fra i più intransigenti proprio i paesi periferici, per i quali un successo greco avrebbe comportato la sgradevole necessità di dover spiegare ai propri elettori la loro arrendevolezza verso le politiche di austerità. La palese soddisfazione con cui molti politici nostrani hanno salutato l’accordo, commentando che Tsipras e Varoufakis alla fine avevano dovuto “fare i conti con la realtà”, è molto eloquente.

La situazione ora appare piuttosto critica, ma chissà: potremmo scoprire che Tsipras e Varoufakis dopotutto un piano B ce l’avevano… Per una volta vorrei anch’io iscrivermi al gruppo degli ottimisti della volontà e augurarmi sinceramente che sia così. (Intanto la notizia che per 300.000 famiglie povere vengono assicurati cibo ed elettricità testimonia se non altro che, pur legati a vincoli di bilancio, la distribuzione delle risorse segue criteri di priorità inediti; e le dichiarazioni del Ministro dell’energia dimostrano che la partita delle privatizzazioni non è del tutto giocata).

Comunque vadano le cose, credo che da questa vicenda almeno un ritorno positivo ce lo dovremmo aspettare:
Nel caso Syriza riuscisse a imporre il suo programma, gli “euroscettici radicali” dovranno ammettere che in Europa esiste lo spazio democratico per una riforma europea in senso progressista;
Nel caso sia la linea dura della Germania a prevalere, saranno gli “eurocritici riformisti” a dover ammettere che questi spazi non esistono.
Ognuno poi trarrà le proprie conclusioni, ma in ogni modo si sarà fatta chiarezza, e la chiarezza non è un valore trascurabile, di questi tempi.

Per cominciare, l’isolamento in cui è stata lasciata Grecia durante i negoziati ha già dimostrato che l’asserita volontà degli attuali leader di far “cambiare verso” alle politiche comunitarie è pura fuffa, una millanteria che ha finalità unicamente sedative.

È  stato facile profeta C. J. Polychroniou della Levy Institute quando diceva, il 9 febbraio:
“Sia l’Italia che la Francia apparentemente spingono per politiche di crescita, ma il loro impegno reale è per la stabilità dell’Eurozona, il che significa che se il gioco dovesse farsi duro non si schiereranno contro la Germania. Syriza deve rendersi conto che i socialdemocratici europei sono peggio della loro controparte neoliberista. In passato, essi hanno usato i temi sociali per essere eletti, ma solo per rafforzare il neoliberismo e calpestare i diritti dei lavoratori.
Il loro inequivocabile appoggio al salvataggio delle banche, la liberalizzazione del lavoro e le riforme pseudo-progressiste dell’impiego rivelano chiaramente che cosa rappresenta la socialdemocrazia europea nell’era del capitalismo predatorio: un cavallo di Troia per la piena assimilazione delle società contemporanee al sistema neoliberista.”

Per approfondire:
http://russeurope.hypotheses.org/3482
http://coppolacomment.blogspot.it/search/label/Greece
https://www.jacobinmag.com/2015/02/syriza-greece-eurogroup-kouvelakis/
http://www.truth-out.org/opinion/item/29002-syriza-s-ultimate-hope-is-for-an-honorable-compromise-with-greece-s-lenders

Informazioni su Mauro Poggi

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39 risposte a Grecia: gli ottimisti della volontà, i pessimisti della ragione

  1. Gabriella Giudici ha detto:

    Applausi. Grazie per questo articolo esemplare, completo, saggio. Non sarà eguagliato facilmente.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Grazie, Gabriella… Un giudizio troppo generoso: ho solo cercato di dare una sintesi di quanto ho letto in questo in questi giorni sull’argomento. Continuiamo a incrociare le dita…

  2. Adriana ha detto:

    Mauro, mi cito:
    “Anch’io aspetto incrociando le dita, come il razionalissimo autore del seguente articolo assai documentato:”
    (segue link al tuo articolo).

  3. cordialdo ha detto:

    Ciao, Mauro. Ineccepibile la tua analisi. Credo che vada sottolineato con forza il tradimento di Francia e, soprattutto, dell’Italia nei confronto della Grecia. La fellonia di Renzi resterà nella storia vergognosa della sua presenza sulla scena politica europea. Mi illudo ottimisticamente di sostenere che la Grecia non è stata e non sarà, soprattutto,vinta senza colpo ferire. Il popolo greco ha dimostrato più volte di essere diverso da quello italiano. Avessimo anche noi le stesse capacità!

    • Gabriella Giudici ha detto:

      Non ne farei una questione antropologica: stiamo annegando in vent’anni di imbecillità erogata via etere e siamo impantanati nella più colossale svendita politico-sindacale d’occident, ma abbiamo conosciuto la lotta e la resistenza. Sembra facile uscire dal “combinato disposto” forza-italia/pd…

      • cordialdo ha detto:

        Tu vuoi dire F.I. ed il Pd di Renzi, immagino. La resistenza come il Risorgimento l’hanno fatto, comunque pochi e anche se dispiace, la questione è proprio antropologica. Noi siamo il “popolo” che non ha mai iniziato una guerra e finita con lo stesso alleato. Ci sarà una ragione o no. Oggi il prototipo è capo usurpatore del governo !

        • Gabriella Giudici ha detto:

          Pensa allora ai movimenti di massa degli anni ’60 e ’70 (l’Italia, e solo dopo la Francia sono stati laboriatorio politico della loro distruzione).

          In realtà, se guardiamo la storia con occhi “antropologici” ci rendiamo conto proprio del potere costruttivo degli eventi e dell’inesistenza di qualunque “essenza” o “identità” di un popolo. Farei attenzione a non invertire la causa e l’effetto.

        • Gabriella Giudici ha detto:

          Precisazione: Voglio dire il PCI di Berlinguer, il PDS di Occhetto, i DS di D’Alema e Veltroni e il PD di Prodi, Bersani, Renzi.

  4. Mauro Poggi ha detto:

    Caro Cordialdo, hai perfettamente ragione. In questa vicenda il modo come gli altri paesi periferici si sono allineati all’ortodossia euroTeista dei tedeschi, e la ragione per cui l’hanno fatto, lascia davvero sgomenti. Non riesco a capacitarmi di come questi “cari leader”, da Renzi a Hollande a Rajoy possano tranquillamente collaborare alla progressiva colonizzazione economica e politica delle nostre nazioni. In queste condizioni, l’ottimismo della volontà richiede davvero uno sforzo gigantesco, ma peggio sarebbe rassegnarsi al pessimismo della ragione.

  5. cordialdo ha detto:

    @GABRIELLA GIUDICI-
    Francamente credo che tu del PCI di Enrico Berlinguer sappia poco o niente altrimenti non elencheresti i nani politici alla Occhetto, Veltroni e Renzi!!! La storia si vive non la si inventa.

  6. Gabriella Giudici ha detto:

    Capisco. In realtà so persino troppo (perché c’ero, ho visto e il disgusto non è diminuito col tempo): Berlinguer è tra i principali responsabili di ciò che è venuto dopo.

    Nell’autunno del 1976, il programma di austerity del governo Andreotti aveva scatenato la rivolta operaia (aumento del 25% del prezzo della benzina, del 20% del gas, blocco per due anni della scala mobile, abolizione di festività, aumento delle tariffe dell’energia elettrica, telefoniche, postali).
    La CGIL di Lama appoggiò le misure, i dirigenti del PCI diedero il contributo fondamentale a fermare gli scioperi. Per risanare l’economia i “sacrifici” erano necessari…

    Ascoltati Barra Caracciolo va, che ti fa bene: https://www.youtube.com/watch?v=QBj4UmJwb74

    • Sendivogius ha detto:

      Francamente, del PCI di Berlinguer abbiamo la stessa identica percezione.
      E credo proprio che tu abbia compreso benissimo quale fosse la sua reale natura, in tutta l’oscenità di un consociativismo al ribasso, di cui l’attuale presente, nella “vocazione maggioritaria” a trazione fanfaniano-dorotea del partito bestemmia, coi suoi insulsi leaderini all’amerikana, è soltanto l’ovvia conseguenza e naturale evoluzione.

  7. Gabriella Giudici ha detto:

    Purtroppo, bisogna prendere atto di ciò che è stato: una grande tragedia nazionale, la svendita di un patrimonio di fiducia, di calore, di voglia di riscatto, dopo il quale non è rimasto che il cinismo e l’abbrutimento popolare. Quando ricordo gli elettricisti che dopo cena andavano a fare l’impianto della sezione, gli operai che prendevano le ferie per montare gli stand della festa dell’Unità, la generosità commovente di tutti quelli che si sarebbero fatti ammazzare per loro, provo sentimenti, te lo giuro, poco urbani. Tutto quello che abbiamo perso e che non riusciamo a fare ne è stato la conseguenza, gli storici avranno molto da scrivere.

  8. Sendivogius ha detto:

    Credo che all’epoca, per quanto potesse essere utopistica, filtrata com’era dalle lenti dell’ideologia, esisteva comunque un’idea di Futuro, nell’illusione (che a destra veniva intesa come presunzione) di essere i costruttori di un mondo nuovo per una realtà in fieri.
    Oggi ci si limita a preservare l’esistente, trincerati nella proprie rendite di posizione politica, nel solco della continuità e, direbbe quel vecchio sovversivo tedesco, nella deferente ed acritica accettazione della “sovrastruttura” che sottende la nuova ideologia (non solo) tedesca di matrice neo-liberista, in virtù di quella “cattura cognitiva” che permea ormai il minimalismo “socialdemocratico”.

  9. Adriana ha detto:

    Vent’anni di rimbambimento con le tv, ok. Ma dov’erano quelli che avrebbero dovuto intellettualmente aiutare gli altri a non rimbambire?
    Essi stessi davanti alle tv o, peggio, dentro.
    (E in questo ambito i “colori” diventano tutti uguali).
    E poi dove sono andati, i forbiti intellettuali organici a se stessi, loro discendenti e imitatori? A sostenere i montolettorenzoidi.

    Per essere brave persone non basta non avere le tv, non essersi fatte le leggi ad personam peraltro poco osteggiate da chi invece doveva, non sbandierare amorazzi…
    Troppo facile e troppo alibi.

    A chi mi scambia per berlusconiana prometto😉 un renzino d’oro – fasullo😉

  10. Sendivogius ha detto:

    Pensare che Gabriella possa anche lontanamente votare per il Partito Democratico (cristiano), per giunta a copyright renziano, dimostra quanto la prevalenza del cretino sia diventata il tratto distintivo della “insipienza degli umani”. E il dramma è che poi votano pure…
    L’ho sempre pensato che estendere il suffraggio agli imbecilli è come mettere un’arma carica in mano ad un bambino.

  11. Gabriella Giudici ha detto:

    Eppure, al cretino resta sempre la possibilità di capire e uscire dall’ignoranza, mentre fascisti e piccoli dittatori restano tali. Un parlamento fuori legge oggi ha votato una riforma autoritaria: il voto di molti imbecilli sarà senz’altro vanificato, insieme alla libertà di tutti gli altri.

    • Sendivogius ha detto:

      Il prof. Cipolla, che dallo studio della categoria elaborò le leggi universali della Stupidità, ebbe a definire una “persona stupida” come colui che “causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone, senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita” (III Legge).
      Per contro, “Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. Dimenticano costantemente che in qualsiasi momento, e in qualsiasi circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore” (IV Legge).

      Di certo, faceva un certo effetto assistere oggi ai tripudi di un partito che si definisce “democratico”, mentre svuota la funzione legislastiva per attribuire quanti più poteri possibili al “capo del governo”, come non si vedeva dai tempi del duce buonanima.
      Surreale la visione di un parlamento che celebra con entusiasmo il suo funerale, seppellendo la Costituzione antifascista e la ripartizione dei poteri. Il fatto che ad opporsi allo scempio in atto ci siano (per meri calcoli di bottega e ripicche ad personam) gli eredi diretti del ventennio (Lega e Forza Italia) rientra negli assurdi pararadossi di tempi miserabili.

      • Mauro Poggi ha detto:

        E a proposito di stupidità (la mia, in questo caso) confesso che per qualche tempo ho sperato in una presa di posizione di Mattarella, che invece continua a esser dato come “non pervenuto”.

        • Sendivogius ha detto:

          La funzione è puramente decorativa, a riempimento di una casa di bambole.
          Credo che col tempo a Cinecittà ne trarranno una sceneggiatura per un remake de “L’uomo che non c’era”, o una versione casta da cinema parrocchiale per “Le 5.000 sfumature del grigio”.

      • Gabriella Giudici ha detto:

        Dividere il mondo tra stupidi e sapienti è sempre servito ai secondi per regnare sui primi, particolarmente attraverso l’idea che in una categoria o nell’altra si nasce e di ciò si deve render grazie (o bestemmia) agli dèi.

        La cultura greca ha millecinquecento anni di elaborazione di questa idea che ha portato dalla themis (l’autorità dei nobili, basata sul volere degli dèi) di Omero alla dike (giustizia) di Solone e dei sofisti. E’ talmente originario e antico questo dominio che lo trovi ovunque nella lingua: i migliori sono i nobili, i gentili, o aristoi (eccellenti), appunto; il volgo, al contrario, è dozzinale, basso, spregevole.

        Quando nasce la filosofia, nel V secolo (dopo una meravigliosa incubazione di due secoli), è questo il tema che si impone: l’uomo è una creatura determinata dalla nascita (dagli dèi) o è un essere capace di farsi e costruire se stesso? Inutile dire cosa risposero gli inventori della democrazia, da Protagora a Socrate, da Platone ad Aristotele. E su questo furono tutti d’accordo (non so Cipolla ne era al corrente).

        Per il nostro studioso lo stupido sarebbe quello che danneggia gli altri senza recare vantaggio a se stesso. Come chiamare allora i tanti che il vantaggio personale lo vedono e perseguono benissimo, lasciando che la casa comune vada in fiamme? Quale altro termine usare per la miopia di questi furbi che concentrano su di sé potere e ricchezze blindandosi poi alla società con servizi d’ordine, sistemi d’allarme o, metaforicamente, volando (in elicottero) mentre gli altri vanno a piedi?

        Uno dei temi cari ai greci era la domanda sulla felicità dei re, pietra di paragone di ogni specie di letizia umana. Sono stati proprio i filosofi a mostrare che i potenti, ricchi ed arroganti sono poveri cristi incapaci di godere della pienezza di vita, vero fine dell’esistenza, alla portata di chiunque voglia perseguire la sapienza (degli uomini, non degli intelligenti). L’unica idiozia possibile è dunque quella di chi ignora, espressa al massimo grado nella supponenza del potere.

        • Gabriella Giudici ha detto:

          PS: Cipolla era un economista e l’economia è una scienza “stupida”: i suoi adepti non hanno infatti mai capito che il “vantaggio” non è la felicità.

        • Sendivogius ha detto:

          Carissima Gabriella,
          Ho apprezzato moltissimo la tua dissertazione filosofica, sull’utilizzo ‘classista’ applicato alla “Stupidità”.
          Più prosaicamente, da assoluto profano quale sono, senza scomodare Platone (che era un bel fior di reazionario) ed il citatissimo mito della caverna, dal fondo della mia esperienza personale posso dirti che sì, nella sua stragrande maggioranza il volgo è davvero “dozzinale, basso, spregevole”:
          Lo trovo quanto e più repellente dei “ricchi e potenti”. Ovviamente, ci sono le debite e lodevolissime eccezioni, ma il grosso della massa quello è. A prova di “emancipazione” e di ogni “riscatto sociale”, oserei dire di una qualunque “coscienza critica di sé”, grufola nella propria merda (sit venia verbo). E ne trae piacere.
          Nei casi peggiori, sono schiavi innamorati delle proprie catene, a proposito di quella “cattura cognitiva” di cui parlava Mauro.
          Da qui l’origine di una mia certa “misantropia”..;)
          Qual’è dunque la differenza tra i potenti che abusano dei propri privilegi per trarne un vantaggio personalissimo e gli “stupidi” che invece arrecano danno a se stessi agli altri?
          La risposta è per l’appunto implicita nella domanda: i primi sono “furbi” (e infatti dalle loro azioni traggono sempre un “profitto”); gli altri invece no. Non per niente sono considerati “stupidi”. Entrambi rientrano nella categoria degli “idioti”, un termine che io interpreto – correggimi se sbaglio! – nell’accezione greca del termine: “farsi gli affari propri” e pure “appropriarsi”, nella brama di possesso e di accumulo che prefigura l’individualismo capitalistico.

          Per ritornare ai classici greci, nell’anaciclosi dei sistemi politici, Aristotele e Polibio distinguevano nettamente, tra le degenerazioni del potere, l’Oclocrazia dall’Oligarchia: un male che presupponeva sempre il ritorno alla tirannide e quindi ad un sistema autocratico. Se è vero che “l’unica idiozia possibile è quella di chi ignora, espressa al massimo grado nella supponenza del potere”, non sottovaluterei mai l’insipienza del “volgo” che è sempre speculare (per complicità o ignavia) all’abuso del “padrone”:

  12. Mauro Poggi ha detto:

    “Quale altro termine usare per la miopia di questi furbi che concentrano su di sé potere e ricchezze blindandosi poi alla società con servizi d’ordine, sistemi d’allarme o, metaforicamente, volando (in elicottero) mentre gli altri vanno a piedi?”.
    Dall’alto della mia incompetenza, mi viene in mente Socrate, beatamente convinto (Gabriella mi corregga) che nessuno può fare il male consapevolmente in quanto solo il bene può dare la felicità a cui tutti aspiriamo: quindi il male commesso sarebbe la conseguenza di un errore di valutazione, per così dire, provocato da ignoranza.
    Il ragionamento terrebbe se solo esistesse una definizione condivisa e interiorizzata dei concetti chiave espressi: bene-male, conoscenza-ignoranza, felicità-infelicità.
    A me è sempre sembrato un tantino consolatorio.
    Chi per amore del potere/ricchezza si chiude volontariamente in una gabbia, per quanto dorata sia, probabilmente potrebbe essere definito “stupido” nel senso cipolliano del termine, o “ignorante” dal punto di vista socratico. Personalmente trovo entrambe le definizioni alquanto insoddisfacenti, perché implicano una certa incapacità di intendere e di volere – smentita dalla pervicace lucidità con cui queste persone perseguono i loro obiettivi – e sono in definitiva assolutorie (Padre, perdona loro perché non sanno – direbbe qualcun altro); mentre sappiamo benissimo che questa gente l’ultima cosa che merita è l’assoluzione.

  13. Gabriella Giudici ha detto:

    @Sendivogius Apprezzo anch’io, Sendivogius, purché tu faccia ammenda d’aver dato del reazionario proprio a chi ha demolito i presupposti della cultura oligarchica ateniese ed è stato il primo comunista della storia del pensiero (nb: i filosofi non sono una classe e la loro appartenenza all’aristocrazia è esclusa da Platone dalla prima all’ultima riga).

    La tua tirata sui difetti del popolo mi diverte moltissimo ma, ti assicuro, non è che non li veda (di più: io ci lavoro “dentro”, è ai ragazzi di quella estrazione sociale che vado a parlare di Aristotele e della globalizzazione ..) è che ne conosco le cause e sono lì proprio per questo.

    Comunque, l’abbandono della categoria della stupidità per quella dell’idiozia mi sembra un decisivo progresso: raccoglie ecumenicamente villici e arroganti proprio per ciò che, nella profonda diversità, hanno in comune, l’inutile adorazione del loro ombelico. La ragione per cui il volgo grufola e l’arrogante grugnisce è la comune cecità su ciò che conta. Se gli chiedi scusa, ora puoi anche citare la celebre caverna..

    PS: non so se hai mai visto questo: https://vimeo.com/89232687

    @Mauro Mi rendo conto di aver portato il discorso sul terreno delle mie cogitazioni (si fa per dire) mattuttine, ma il problema sollevato da Sendi non è banale, perché se la stupidità è diffusa e insuperabile come dice, l’autogoverno è impossibile per non parlare dell’eguaglianza.

    Dovremmo forse lasciare alla canaglia il governo dello stato? Mettere l’arma carica nelle mani del bambino? Si, perché l’alternativa è lasciarlo ai re e ai loro ciambellani, ai padri e ai padroni.
    Qui qualche riferimento nel caso volessi approfondire, tanto per non abusare della tua ospitalità.

    http://gabriellagiudici.it/hans-georg-gadamer-perche-la-giustizia-non-puo-essere-una-techne/

    PS: Il ragionamento di Socrate può sembrarti consolatorio solo se lo scambi col Nazareno, men che mai poi è stato assolutorio: l’invettiva contro i suoi accusatori (insieme alle sue “invocazioni” poco ireniche agli dèi: “perdìo!”, “per Giove!”) ancora stende i platani.

    • Sendivogius ha detto:

      La mia cattiva conoscenza di Platone dimostra quanto io sia stato uno studente mediocre ai tempi del liceo..;)
      Se mi si perdona la forzatura (e la digressione), la costituzione vagheggiata nella “Repubblica” di Platone in alcuni suoi elementi mi fa pensare ad una forma primitiva di “socialismo reazionario”. Con l’aggravante che certi aspetti speculari ad una società incentrata su una struttura fortemente gerarchizzata, eterodiretta da un’elite superiore ed autoinvestita di un primato morale in base al quale decide cosa è bene e male, per non parlare di certi richiami alla “purezza” della stirpe, a me è sempre sembrata una forma di stato proto-totalitario. Sarà la mia un’impressione condizionata da certe frequentazioni di Platone, che si accompagnava a personaggi che con la “democrazia” avevano ben poco a che fare: Crizia, Carmide, ed i Trenta Tiranni di Atene… di cui non dubito fosse in polemica, ma da lì a dedicargli le proprie opere..! E’ curioso poi che per la costruzione della sua repubblica ideale di filosofi, si sia scelto come discepolo da consigliare un baluardo della democrazia come Dioniso di Siracusa. Peraltro con pessime conseguenze…
      Da qui, l’origine di certi mie pre-giudizi sul buon Platone, che per carità! considero un gigante assoluto del pensiero occidentale. Peraltro certi aspetti della sua concezione politica furono molto apprezzati da Heidegger e mi pare pure Carl Schmitt, il cui modello di riferimento non era esattamente il migliore dei regimi possibili.
      Ma io per formazione e temperamento rimango un irriducibile anarco-individualista: puoi ben immaginare quanto ogni “ordinamento” imposto, da una elite qualificata o dalla dittatura della maggioranza, alla lunga finisca con l’andarmi terribilmente stretto come un abito usato… E questo è un limite mio..:)

  14. Gabriella Giudici ha detto:

    Vorresti attirarmi al gioco “se tu sei un cattivo scolaretto, mio nonno era …”, ma non è facile Sendi, perché, disgraziatamente, la sottoscritta è circondata di “cattivi studenti” veri, e ovviamente in aumento da quando la (contro)”riforma” Gelmini sta raggiungendo i suoi obiettivi.

    I miei studenti non studiano nel liceo che ha formato così efficacemente te, amico mio, e nemmeno vagamente nell’istituito tecnico che ha sfornato me, e questa è la ragione per cui il numero di quelli che non si orientano nel mondo è in aumento. Dovrei assumere il dato di realtà e trarne le conseguenze? Disprezzare gli stupidi, rifiutarmi di “dare perle ai porci” come si permette di pensare qualche mio collega? A me riesce impossibile, perché ero una di loro, ma a me è stato tolto meno e conosco il valore di ciò che ho avuto.

    Su Platone e sui greci ho sviluppato negli anni una critica che si è molto allontanata dalla manualistica corrente (un esempio: http://gabriellagiudici.it/platone-la-rilfessione-sulleducazione/). Qualcuno sostiene che ho potuto fare un lavoro così “originale” (nel senso positivo e spregiativo del termine, s’intende) proprio perché non ho dovuto studiarli al liceo (che non ho frequentato), ma ho potuto leggerli da ignorante, a mente sgombra, solo dopo. Ad affrontarli in questo modo mi hanno insegnato autori che da noi non hanno cittadinanza: Castoridis, Vernant, Preve, o che abbiamo dimenticato, come Gadamer…

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