Bernard Maris, un economista a Charlie Hebdo

Bernard Maris era un economista eclettico:  professore all’Université Paris VIII, giornalista, autore di numerosi saggi, consigliere della Banca centrale francese, membro del movimento no-global Attac;  era un progressista, ammiratore di Keynes; sosteneva l’inevitabilità della cancellazione almeno parziale del debito pubblico ed era un convinto fautore del reddito minimo di cittadinanza.
Collaborava al Charlie Hebdo con lo pseudonimo di Oncle Bernard. È una delle vittime dell’attacco terrorista del 7 gennaio.


Bernard Maris si era ormai convinto del fallimento del sistema euro, nonostante fosse stato inizialmente sedotto dalla retorica federalista sotto la quale veniva presentato – come lui stesso racconta in questo articolo:

“Ho votato sì a Maastricht, sì al Trattato Costituzionale. Oggi penso che bisogna lasciare l’Eurozona.
Non è mai troppo tardi (anche se è molto tardi) per riconoscere di essersi sbagliati. Ho creduto, da povero tonto, che una moneta unica ci avrebbe portato a un’Europa federale. (D’altra parte, perché un’Europa federale e non la “Francia eterna”? Perché un’Europa unita mi sembrava più civile del resto del mondo, e più capace di controllare quei cretini di americastri, quei bruti di russi, la spaventosa dittatura cinese e il resto del mondo). Dunque moneta unica, potere sovrano di battere moneta sovranazionale: tutto ciò doveva portare a uno Stato federale. Idiota…”.

 

Economia e Politica lo ha ricordato pubblicando un suo breve articolo proprio sull’Eurozona, apparso in aprile dell’anno scorso su Alternatives Economiques.

Salvo qualche lieve modifica, il testo che trascrivo è la traduzione dal francese fatta da Hervé Baron e Stefano Lucarelli per Economia e Politica.

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Bernard maris

 

Nel 1992, François Mitterrand ha dato il via ad una seconda guerra dei 30 anni, credendo di poter legare la Germania all’Europa attraverso la moneta unica.

La Germania si è così trovata a realizzare senza volerlo, attraverso l’economia, ciò che un cancelliere folle aveva già realizzato attraverso la guerra: una lenta distruzione dell’economia francese. Senza dubbio la Germania non è responsabile di questa situazione, tutt’altro; non è mai intervenuta nella politica interna della Francia e ha dato una mano ai francesi ai tempi di Balladur per realizzare un abbozzo di unità fiscale e di bilancio (che le furono rifiutati).

È François Mitterand che a due riprese ha voluto legare la politica monetaria della Francia a quella della Germania, avviando la distruzione di un’industria già in difficoltà: la prima volta nel 1983, con la svolta del rigore e la politica del “franco forte”; la seconda volta nel 1989,  terrorizzato dalla riunificazione tedesca,  quando ne condizionò l’avallo alla creazione di una moneta unica e di una BCE destinata a funzionare secondo il modello della Bundesbank.

Sono passati da allora più di vent’anni di guerra economica, e l’industria tedesca ha annientato le industrie italiane e soprattutto francesi. Oggi la guerra è finita e vinta. La quota delle esportazioni della Germania nell’Eurozona rappresenta il 10% del totale. Il resto va verso gli USA e l’Asia. La Germania non ha più bisogno dell’Eurozona. Al contrario: l’Eurozona comincia a costarle cara, a causa dei piani di sostegno alla Grecia, al Portogallo e alla Spagna; a tal punto che comincia anch’essa a pensare di uscire dall’Euro.

È evidente che né la Grecia, né il Portogallo, né la Spagna, e neppure la Francia o l’Italia potranno mai rimborsare i loro debiti con una crescita debole e una industria devastata. L’Eurozona imploderà dunque al prossimo grande attacco speculativo contro uno qualunque di questi cinque Paesi.

La Cina e gli USA contemplano incantati questa seconda interminabile guerra civile, e si preparano (per quanto riguarda gli USA, una seconda volta) a togliere le castagne dal fuoco. La Cina e gli USA praticano una politica monetaria astuta e lassista. Alla lista dei Paesi che praticano una politica monetaria intelligente si potrebbero aggiungere la Corea del Sud e, oggi, il Giappone.
La Gran Bretagna prepara sic et simpliciter un referendum per uscire dalla UE.

La scelta è tra uscire dall’Euro o morire un po’ alla volta. In altri termini, il dilemma per i Paesi dell’Eurozona è abbastanza semplice: uscita morbida e coordinata o tsunami finanziario.

Un’uscita coordinata e cooperativa  avrebbe il merito di preservare almeno in parte  la costruzione europea; uno tsunami finanziario sarebbe l’equivalente del Trattato di Versailles, con i paesi del sud nel ruolo dei vinti. E con essi, l’Europa intera.

L’uscita morbida e coordinata è abbastanza agevole, ed è già stata prospettata da molti economisti. Si tratta semplicemente di ritornare a una moneta comune, che serva da riferimento alle differenti monete nazionali. Questa moneta comune, definita da un “paniere di monete” nazionali, attenuerebbe la speculazione contro queste.

Sarebbe il ritorno allo SME (Sistema monetario europeo)? Sì. Avremmo dei margini di fluttuazione intorno alla moneta comune. Avremmo un controllo della speculazione attraverso limitazioni ai movimenti di capitale, controllo che potrebbe essere reso più efficace imponendo ai movimenti una tassa di tipo Tobin.
Ma lo SME è fallito direte voi… Sì, perché lo SME non aveva l’obiettivo di lottare contro la speculazione, e non aveva adottato una «Camera di compensazione» come auspicava Keynes nel suo progetto per Bretton Woods (abbandonato a favore del progetto americano).

Il modo migliore di rendere l’Europa odiosa per gli anni a venire e dare spazio ai nazionalismi più accesi è proseguire questa politica imbecille della moneta unica associata a una “concorrenza libera e senza distorsioni” che fa saltare di gioia coloro che ne approfittano: Cinesi, Americani,  BRICS.

 

È evidente che la prevalenza della politica sulla moneta non è sufficiente a rendere forte un’economia: la ricerca, l’istruzione, la solidarietà sono certamente altrettanto importanti. Ma lasciare che siano i “mercati” a governare  i Paesi è semplicemente una viltà vergognosa.

(traduzione dal francese di Hervé Baron e Stefano Lucarelli)

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Informazioni su Mauro Poggi

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