Federico Caffè e la “cattura cognitiva” della sinistra

Dal post precedente:

La “cattura cognitiva” di cui parla Lakoff è il risultato di un processo in cui il pensiero progressista ha gradualmente assimilato gli schemi cognitivi conservatori, accettandone, anziché confutare, i presupposti su cui basare il confronto e quindi disattivando di fatto il proprio sistema di valori.

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Federico Caffè è stato una personalità di grande prestigio fra gli economisti italiani del secolo scorso, e uomo di notevole rigore intellettuale. Fu titolare della cattedra di Politica economica all’Università “La Sapienza” di Roma, dal 1959 fino alla misteriosa scomparsa avvenuta nell’aprile del 1987. Alla sua docenza si formarono economisti di tutto rilievo, alcuni dei quali protagonisti nel dibattito non solo scientifico (De Cecco, Acocella…) ma anche politico (da Giorgio Ruffolo a Luigi Spaventa, fino agli attuali euro-dissidenti Bruno Amoroso e Nino Galloni).

Di formazione solidamente keynesiana, fu critico del pensiero liberista e molto attento ai temi del welfare. La sua sensibilità sociale lo portò a simpatizzare, da non marxista e criticamente, con quell’area della sinistra italiana che esprimeva allora il Partito Comunista.

In questi giorni sto leggendo un libretto edito nel 2007 da Manifestolibri, “Federico Caffè: Scritti quotidiani”, che raccoglie gli articoli da lui pubblicati sul Manifesto dal 1976 al 1985.

Si tratta di una lettura che sorprende per non essere affatto datata, come i decenni trascorsi lascerebbero supporre: anzi, certe osservazioni e critiche potrebbero essere applicate al presente senza timore di anacronismi.
Alcuni articoli in particolare colpiscono perché danno il segno di come il fenomeno della “cattura cognitiva“, a cui accennavo alcuni giorni fa nel post su Clinton, già alla fine degli anni ’70 avesse cominciato a caratterizzare il percorso della sinistra italiana verso l’accettazione dei paradigmi neo-liberisti.
Una marcia inesorabile, iniziata ben prima della caduta del Muro, e finalizzata alla cooptazione del Partito fra le forze politiche legittimate a governare l’Italia; lungo una parabola che – all’insegna di garanzie morali via via  più lasche e abdicazioni ideologiche via via più sostanziali – ha trasformato il sofferto eurocomunismo di Enrico Berlinguer  nel gaglioffo leopoldismo di Matteo Renzi.

Ecco alcuni passaggi:

[…] Di certo, non è indifferente una demitizzazione costante ed impietosa di tutto quanto si cerca di contrabbandare come indiscussa saggezza convenzionale: quella che ci consentirebbe di “restare in Europa”; “rimanere competitivi”; evitare scadimenti verso “livelli di sottosviluppo”.
[…] è  necessaria un’opera di informazione economica che richiami l’attenzione sulle possibilità di intervento aperte a una politica di sinistra che non sia succube delle critiche rozze e superficiale che sono state mosse a istituzioni o forme di intervento cui una coerente alternativa di sinistra non può per il suo carattere rinunciare.
Quest’opera di informazione …  non può proporsi come obiettivo di tranquillizzare l’opinione moderata.… Deve invece avere presente le moltitudini composite di tutti coloro … che avvertono con disagio il disorientamento provocato dalle dichiarazioni di autorevoli esponenti “di sinistra”, che sostengono di essere contrari alla espansione del settore pubblico dell’economia; o accettano, come cosa indiscutibile, l’inapplicabilità dei controlli diretti (razionamenti, blocco dei prezzi, limitazioni amministrate); o si scandalizzano ad ogni proposta di ragionevole è selettiva restrizione delle importazioni con misure protezionistiche.
[…] La svendita di parti del settore pubblico, come d’altronde il suo ampliamento, non può avvenire con il criterio di amministrazione di una proprietà familiare. Si tratta di un’esperienza già compiuta sulla pelle del paese e che può trovare forze interessate a ripeterla; ma essa non dovrebbe trovar posto in una politica economica alternativa di sinistra.
[…] Una politica economica alternativa…avrebbe un’indubbia forza aggregante nei confronti dei molti che vanno gradualmente perdendo “l’ottimismo della volontà” di fronte agli atteggiamenti di una sinistra inclina i cedimenti ammantati da compromissorie ambiguità.
(17 Luglio 1980, pagine 24-25)

[…] Quanta responsabilità […] ha l’accodarsi di tanta parte della sinistra nelle critiche a un preteso eccesso di “assistenzialismo” che, non solo con riferimento al nostro paese ma anche agli altri paesi soggetti alla cosiddetta crisi dello stato del benessere,  è del tutto inesistente e mistificante? In quale misura la sinistra, con l’insistenza polemica sugli aspetti clientelari del sistema delle partecipazioni statali, ha finito per perdere di vista le sue reali potenzialità produttive e le esigenze di difenderle da assurde vessazioni comunitarie?
(10 marzo 1981, pagina 40).

 […] Le possibili deformazioni [delle partecipazioni statali] non si possono spiegare con le facili etichette del clientelismo, dell’assistenzialismo e della lottizzazione: espressioni che vedrei con sollievo eliminate dal lessico delle forze politiche progressiste. […] Imprenditori pubblici e privati non appartengono a specie umane diverse; possono essere dotati o meno dei necessari requisiti, indipendentemente dal settore in cui operano o dalla forza politica a cui sono legati.
(10 giugno 981, pagina 52)

Chiudo con una citazione tratta da un altra antologia degli scritti di Federico Caffè, “La solitudine del Riformista” (Bollati Boringhieri, 1990), un libro che appartiene alla sterminata lista dei libri acquistati ancora da leggere. La citazione la trovo nel sempre prezioso blog Giorgio D.M. –  Appunti:

 […] Frattanto, la critica del cosiddetto assistenzialismo, in quanto si presta a deformazioni clientelari; il ripudio di ogni richiamo alla valorizzazione dell’economia interna, in quanto ritenuta contrastante con la “scelta irrinunciabile” dell’economia aperta; il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese.

In ultima analisi, ho l’impressione che l’acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell’aspirazione all’egualitarismo, della lotta all’emarginazione, dell’erosione di posizioni di privilegio: aspirazioni che si identificano in quel tanto di socialismo che appare realizzabile nel contesto del capitalismo conflittuale con il quale è tuttora necessario convivere.
(Processo a Berlinguer, su l’Espresso dell’11 aprile 1982. La Solitudine del Riformista, pagina 139).

 

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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