Di muri, di annessioni e di occasioni mancate

I fiumi di melassa che si sono versati sulle celebrazioni per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino hanno sopraffatto la voce dei pochi che avrebbero voluto fare di questa ricorrenza un’occasione per riflettere criticamente su un evento che, al di là dei trionfalismi,  la storia dovrà prima o poi archiviare come ennesima occasione mancata. Fu un evento nodale. Si chiudeva un epoca di conflitti e se ne apriva un altra che nelle aspettative delle persone doveva offrire pace e prosperità, per la Germania e per il mondo intero. Ma chi ha vissuto quei momenti, se ricorda le speranze di allora e le confronta con quanto da allora è andato succedendo, difficilmente potrà condividere l’esaltazione commemorativa che abbiamo ascoltato in questi giorni.

Per quanto riguarda la Germania, la “riunificazione” tedesca – descritta come  capolavoro politico ed esempio efficienza, democrazia e libertà nella narrazione ufficiale – si è rivelata essere una vera e propria annessione da parte della Repubblica Federale nei confronti della Germania Orientale, che ha comportato per quel territorio una sistematica deindustrializzazione, la distruzione di milioni di posti di lavoro e il crollo demografico; un’emarginazione di quadri e dirigenti ex comunisti quale non si era vista nemmeno nei confronti degli ex nazisti; un’emigrazione di massa da Est a Ovest che ancora oggi non si arresta,  e un divario economico e sociale che a distanza di 25 anni non accenna a rimarginare.
Consiglio in proposito il documentato libro di Vladimiro Giacché (“Anschluss, l’Annessione” – Imprimatur, 2013), che demistifica punto per punto la narrazione ufficiale. Per chi volesse averne un assaggio, c’è questo breve servizio di Mizar – andato in onda qualche sera fa a ore licantropesche, dove Giacché commenta le immagini di quei giorni; oppure un suo più articolato intervento al recente convegno di Goofynomics – A/Simmetrie.

Per quanto riguarda il mondo in generale, le macerie di quel Muro sono state riciclate per edificarne un altro dentro il cui perimetro è stata rinchiusa ogni pluralità di pensiero, in modo che il pensiero unico neo-liberista potesse propalare il suo verbo in ogni piazzetta del Villaggio globale. Il crollo del Muro ha sancito a un tempo il fallimento del comunismo reale e la vittoria del sistema capitalista,  il quale – liberato da ogni concorrenza ideologica – ha acquisito valenza “naturale”: da quel momento in poi non si sarebbe più potuto ragionare in termini alternativi al sistema, perché il sistema era diventato non il migliore fra quelli possibili ma l’unico possibile.
Il mondo non aveva finito di liberarsi da un totalitarismo politico che già si attrezzava per stabilire un  conformismo totalizzante. La scomparsa del nemico acerrimo lasciava un vuoto che gli USA, e l’Occidente al seguito, si sarebbero affrettati a colmare con l’individuazione di nuovi acerrimi nemici; l’ONU sarebbe diventato sempre più un luogo di rappresentanza formale e sempre meno un luogo per la soluzione sostanziale dei conflitti.

Fra coloro che hanno partecipato alle celebrazioni senza accodarsi troppo alle retoriche del momento, vale citare un signore che all’epoca fu tra i protagonisti: Mikhail Gorbachev, 83 anni, presidente della  New Policy Forum, una fondazione da lui stesso creata con l’obiettivo di riunire “leader politici, veterani della politica internazionale, intellettuali e rappresentanti della società civile, in un comune sforzo per lo sviluppo di nuove idee e nuove politiche per il XXI secolo”. Il testo del suo discorso di apertura del convegno 2014 NPF, tenuto appunto a Berlino in occasione delle celebrazioni, è reperibile nella versione inglese integrale a questo indirizzo.
Di seguito ne traduco un ampio stralcio:

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Gorbatchev

[…]  Cambiamenti storici che sembrano inaspettati ai contemporanei, possono in seguito apparire inevitabili, preordinati. Ma ricordiamoci del tempo in cui essi accaddero, e come tumultuoso e urgente fu il processo di cambiamento. Il suo esito – la pacifica unificazione della Germania – fu possibile solo perché era stato preparato da grandi mutamenti internazionali, politici e culturali.
Questi cambiamenti furono innescati in Unione sovietica dalla Perestroika. Avendo abbracciato la strada delle riforme, della Glasnost e della libertà, non potevamo negare queste stesse cose alle nazioni dell’Europa Centro-orientale. […]
Quando, sotto l’influenza dei cambiamenti in URSS, i processi politici interni assunsero importanza nei paesi vicini, e i cittadini della RDT  chiesero riforme e subito dopo l’unificazione, la leadership sovietica dovette affrontare scelte difficili. Il processo di unificazione sollevò dubbi e timori non solo nel nostro paese, ma anche in molti paesi europei. I dubbi di Margareth Thatcher e di François Mitterand erano comprensibili. Dopotutto, la tragedia della Seconda Guerra mondiale era ancora fresca nella memoria. A maggior ragione erano comprensibili le preoccupazioni del popolo russo, che più di ogni altro aveva sofferto le conseguenze dell’aggressione nazista. […]
Durante una riunione della dirigenza sovietica nel gennaio 1990, discutemmo l’evolversi della situazione e arrivammo all’unanime conclusione che l’URSS non doveva opporsi all’unificazione. Essa avrebbe dovuto essere realizzata in modo tale che tutti gli interessi, dell’Europa e dell’URSS come dei tedeschi, fossero salvaguardati.
Se avessimo evitato una realistica e responsabile valutazione o preso altre decisioni, gli eventi avrebbero potuto prendere una piega molto differente e drammatica. L’uso della forza avrebbe portato a spargimenti di sangue. Noi scegliemmo la strada delle decisioni politiche e della diplomazia attiva.
L’aspetto più problematico era l’appartenenza alla NATO della Germania unita.[…]. Discutemmo varie possibilità. Finalmente, fu stabilito che la Germania unita sarebbe stata libera di decidere, fermo restando che la sicurezza dell’URSS doveva comunque essere salvaguardata.
Questo richiese intensi negoziati. Alla fine, l’accordo finale prevedeva:
– La presenza di truppe sovietiche sul territorio ex RDT per un periodo di transizione
– Nessuna base NATO su quel territorio alla fine di tale periodo
– Nessuna base missilistica nucleare
–  Significativa riduzione, intorno al 50%, del personale delle forze armate USA in territorio tedesco
Erano accordi importanti, che per un certo periodo furono rispettati. […]
L’unificazione della Germania fu un passo importante nel processo di superamento della Guerra Fredda. Nuove prospettive si aprivano per il mondo e per l’Europa in particolare. La forma di una nuova Europa si stava delineando dalla Carta di Parigi, firmata dai dirigenti politici dei popoli europei, da Stati uniti e dal Canada. L’Europa poteva emergere come esempio nella creazione di un solido sistema di mutua sicurezza, e diventare leader nella soluzione dei problemi mondiali.
Tuttavia, gli eventi presero un altro corso.
Le politiche europea e internazionale non resistettero alla prova del rinnovamente, alla nuove condizioni del mondo globale nell’era post-Guerra Fredda. Bisogna ammettere che dalla creazione del nostro Forum, all’alba di questo secolo, non ci siamo mai trovati in un contesto così critico. Lo spargimento di sangue in Europa e in Medio-Oriente che fa da sfondo alla rottura del dialogo fra le grandi potenze è motivo di enorme preoccupazione.
Il mondo è sull’orlo di una nuova Guerra Fredda. Alcuni dicono perfino che è già iniziata.
E nonostante la drammaticità della situazione, vediamo che il principale organismo internazionale – il Consiglio di Sicurezza dell’ONU – non sta svolgendo alcun ruolo né alcuna concreta iniziativa. […]
Vorrei analizzare ciò che è accaduto negli scorsi mesi e il collasso della fiducia . La fiducia che era stata creata con un duro lavoro e reciproci sforzi nel processo di superamento della Guerra Fredda. Fiducia senza la quale le relazioni internazionali sono inconcepibili.
Eppure sarebbe errato collegare tutto ciò agli eventi recenti. Devo essere franco con voi, qui: la fiducia non è stata minata ieri, è successo molto tempo prima. Le radici della situazione attuale hanno origine negli eventi degli anni ’90.
La fine della Guerra Fredda fu solo l’inizio del cammino verso una nuova Europa e verso un mondo più sicuro. Ma invece di costruire nuovi meccanismi e istituzioni per la sicurezza europea, e perseguire più decise politiche europee di smilitarizzazione – come promesso nella Dichiarazione di Londra dalla NATO – l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, dichiararono la vittoria nella Guerra Fredda. Euforia e trionfalismo fecero girare la testa ai politici occidentali.  Avvantaggiandosi della debolezza russa e della mancanza di contrappesi, essi reclamarono il monopolio della leadership e del dominio nel mondo, rifiutandosi di dare ascolto alle esortazioni di cautela di molti fra i presenti.
Gli eventi dei mesi scorsi sono la conseguenza di politiche miopi che pretendono di imporre la propria volontà e fatti compiuti ignorando gli interessi delle controparti.
Un breve elenco sarà sufficiente: l’allargamento della NATO, la Yugoslavia – il Kosovo in particolare; il piano di difesa missilistico, l’Iraq, la Libia, la Siria… Per dirla in modo metaforico, una vescica si è trasformata in una ferita purulenta e sanguinosa. E chi ne sta soffrendo di più? Penso che la risposta sia chiara: l‘Europa, la nostra casa comune.
Invece di diventare leader del cambiamento nel mondo globale, l’Europa si è trasformata in un teatro di sommosse politiche, di competizione per sfere di influenza e alla fine di conflitto militare. La conseguenza, inevitabilmente, è che l’Europa si sta indebolendo mentre altri centri di potere e influenza stanno assumendo importanza. Se continua così, la voce dell’Europa diventerà sempre più debole e irrilevante.
Qui a Berlino, nell’anniversario della caduta del Muro, devo notare che tutto questo ha avuto un effetto negativo anche nelle relazione tra Russia e Germania. La continuazione di questa strada potrebbe causare durevoli danni alle nostre relazioni, finora  esemplari. Ricordiamoci che senza cooperazione tra Russia e Germania non ci può essere sicurezza in Europa.[…]
L’esperienza degli anni ’80 testimonia che, anche in una situazione apparentemente senza speranza, si può trovare una via d’uscita. La situazione mondiale non era allora meno urgente e meno pericolosa di oggi. Eppure siamo riusciti a invertirla – non limitandoci solo a normalizzare le relazioni, ma mettendo fine alla competizione e alla Guerra fredda. I leader politici di allora possono a buon diritto vantarsene.
Questo risultato fu ottenuto prima di tutto con la ripresa del dialogo.
Le tendenza negative possono e devono essere fermate e invertite. La chiave sta nella volontà politica e nella corretta definizione delle priorità. Oggi, la priorità assoluta dovrebbe essere la ripresa del dialogo, la rinnovata capacità di interagire e ascoltarsi. I primi segni di un dialogo rinnovato sono emersi. Il primo, per quanto modesto e fragile, è l’accordo di Minsk per la tregua e il disimpegno militare in Ucraina, il gas e la sospensione dell’escalation delle reciproche sanzioni.
In questo contesto vorrei che consideraste attentamente il recente discorso di Vladimir Putin al Valdai Forum di Sochi [24 ottobre 2014]. A dispetto della durezza delle sue critiche all’Occidente e agli Stati uniti in particolare, vedo nel suo discorso il desiderio di trovare una via per sminuire la tensione e alla fine trovare nuove basi di cooperazione. Dobbiamo quanto prima possibile lasciare le polemiche e le reciproche accuse, per cercare punti di convergenza e gradualmente cancellare le sanzioni che stanno danneggiando entrambe le parti. […]
Vi sono due aree dove il dialogo, benché di importanza vitale, è stato gravemente compromesso: la cooperazione nell’affrontare le sfide globali e la sicurezza pan-europea. I problemi globali – terrorismo ed estremismo […]; povertà e ineguaglianze; l’ambiente; il problema delle risorse e delle ondate migratorie; le epidemie: tutto questo peggiora ogni giorno. Per quanto differenti tra loro, una cosa accomuna questi problemi: nessuno di essi può contemplare una soluzione militare. Eppure i meccanismi politici per risolverli sono carenti o disfunzionali, in ritardo rispetto al ritmo con cui si vanno deteriorando.
La lezione delle continue crisi globali dovrebbe persuaderci che è interesse comune un nuovo modello che assicuri la sostenibilità politica, economica e ambientale. Questo è un problema che dev’essere affrontato ora, senza indugio.
La sicurezza europea non può che essere pan-europea. Tentativi di risolvere il problema della sicurezza in Europa attraverso l’allargamento della NATO o una politica di riarmo non può portare risultati positivi. Al contrario, sarebbe controproducente. Dobbiamo quindi tornare al tavolo e lavorare a programmi che garantiscano sicurezza a tutti i partecipanti. Abbiamo bisogno di istituzioni e meccanismi che funzionino nell’interesse di tutti.
Occorre riconoscere che l’OSCE, nonostante le molte speranze, non è stata all’altezza del compito. Significa forse che dovrebbe essere dismessa per costruire al suo posto qualcosa di nuovo? Non penso. […] Ma si tratta di un edificio che richiede importanti riparazioni.

Anni fa, Hans Dietrich Genscher, Brent Scowcroft e altri uomini politici proposero la creazione di un Consiglio di Sicurezza, o Direttorio, per l’Europa. Io condivido il loro approccio. Lungo la stessa linea di pensiero, Dimitry Medvedev durante la sua presidenza propose un’iniziativa finalizzata a creare un meccanismo europeo di diplomazia preventiva e consultazioni obbligatorie in caso di minaccia alla sicurezza di chiunque. Se questo meccanismo fosse stato creato, il peggior scenario degli eventi ucraini si sarebbe potuto evitare.
Perché queste e altre idee europee sono state archiviate?
I leader politici sono da biasimare, certo, ma anche ciascuno di noi. Mi riferisco alla classe politica europea, alle istituzioni della società civile e ai media.

Dobbiamo valutare l’opportunità di un’iniziativa non governativa per riprendere la costruzione della comune casa europea. Suggerisco di pensare alla forma che tale iniziativa potrebbe prendere. Spero che nel corso delle prossime discussioni la proposta possa essere valutata e precise proposte possano emergere.

Non sono per natura pessimista, anzi mi sono sempre descritto come un ottimista. Ma ammetto che è molto difficile essere ottimisti oggi. Nondimeno, dobbiamo non arrenderci al panico e alla disperazione, o rassegnarci a un’inerzia negativa. Questo potrebbe trascinarci in un vortice senza uscita. L’amara esperienza dei mesi trascorsi deve essere trasformata in volontà di impegno nel dialogo e nella cooperazione.

 

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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3 risposte a Di muri, di annessioni e di occasioni mancate

  1. aldoricci ha detto:

    … prosegue l’ossessione per l’uguaglianza (per di più in ribasso)… che in natura non esiste… e che sarà raggiunta mai… la seconda ossessione… patologica direi… riguarda questo progressismo vieto e stantio… che come unica attività insiste nel buttare merda su un presente… che comunque esso sia… è cento volte meglio di tutti i passati presi insieme o separatamente… e forse sarebbe il caso il caso di smetterla con la testa… cioè con il pensiero… perennemente volto all’indietro!

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