Spagna: il no di Podemos nell’analisi di Vicenç Navarro

Il professor Navarro (1937) è una delle personalità intellettuali di maggior rilievo nel panorama della sinistra spagnola e più in generale europea. Medico, sociologo e politologo, economista, attualmente è professore di Scienze politiche e sociali all’Università Pompeu Fabra di Barcellona e professore di Politiche sociali alla Johns Hopkins University di Baltimora. In esilio durante gli anni del franchismo, ha vissuto a lungo all’estero dove oltre all’insegnamento ha ricoperto incarichi di consulenza sociale, sia presso organismi internazionali come l’ONU e l’OMS, sie presso vari governi (USA, Cuba, Cile, Svezia…).

In un articolo apparso sul suo blog reagisce alla campagna di stampa  contro Podemos per il mancato appoggio a un governo di coalizione a guida PSOE. Eccone il riassunto:

Vincenzo Navarro

C’è un’errata percezione nell’opinione pubblica spagnola – esordisce Navarro – secondo la quale i due maggiori partiti delle sinistra, PSOE e Podemos, non riuscirebbero a trovare un accordo a causa dei rispettivi interessi particolari anteposti a quelli del Paese. In questa percezione le colpe vengono più o meno equamente attribuite a entrambi i partiti, anche se i media tendono a indicare in Podemos il principale responsabile, per la supposta rigidità nel sostenere la richiesta di referendum in Catalogna come base di intesa preliminare agli altri punti di un programma comune.

Si tratta di un sentimento ampiamente promosso dall’apparato politico-mediatico del paese, che viene ripreso anche da politologi di sinistra i quali dovrebbero invece avere una miglior conoscenza di quanto avviene in Spagna e nella direzione del PSOE. A costoro dovrebbe apparire ovvio che il PSOE non desidera una coalizione di sinistra che lo costringa a cambiare la sua politica economica; la questione del  referendum catalano, indicata mediaticamente come la linea rossa che nessuno dei due partiti intende superare, è in realtà un pretesto.

Oggi il maggior problema che la Spagna (inclusa la Catalogna) deve affrontare è quello della  Grande Recessione in cui si trova da ormai otto anni, diventata per milioni di spagnoli  una vera e propria Grande Depressione. La pretesa propagandistica che questa recessione è finita si scontra con la dura realtà espressa dai dati sulla disoccupazione, sulla precarietà e sulla deflazione salariale, che mostrano l’enorme dramma vissuto dalle classi popolari.

Le cause di questa situazione sono conseguenza delle  politiche neoliberiste, in particolare:

1) Le riforme del lavoro, che hanno prodotto il deterioramento del mercato del lavoro, la discesa dei salari, l’aumento della disoccupazione e della precarietà, il crollo dell’occupazione. Questi risultati erano largamente previsti e perseguiti dai promotori delle riforme, i governi prima del PSOE e poi del PP.
2) Le riforme fiscali e tributarie che hanno favorito sistematicamente i redditi di capitale e penalizzato i redditi di lavoro.
3) I tagli alla spesa pubblica, inclusa quella sociale, che hanno imposto una pesante austerità e penalizzato lo stato sociale: sanità, educazione, asili nido, servizi agli anziani, case popolari, programmi di contrasto alla povertà eccetera.

Queste politiche hanno provocato un incremento senza precedenti della disuguaglianza (fra le maggiori nei paesi OCSE): un aumento molto consistente dei redditi alti a spese di una severa diminuzione di quelli medio bassi, con la drammatica riduzione della capacità d’acquisto delle classi popolari, quindi dei consumi, quindi dell’attività economica. Questo fenomeno e quello concomitante dell’indebitamento sono la causa della Grande Recessione. Ma nonostante l’evidente fallimento, le politiche neoliberiste continuano a essere propugnate dagli apparati economico-finanziari e dai maggiori organi di informazione e persuasione.

Se si ammette che è questo il problema più urgente in Spagna, allora bisogna convenire che la vera linea rossa non è quella che separa chi difende il referendum catalano e chi non lo appoggia, ma quella tra chi propone di continuare  queste politiche e chi vi si oppone.

Al primo gruppo appartengono il PP, Ciudadanos e la direzione del PSOE; nel secondo si trovano Podemos, En Comù Podem, En Marea, Compromìs e Izquierda Unida, a cui si potrebbero aggiungere altre formazioni di sinistra come ERC e EH Bildu, la cui opposizione all’approccio uninazionale dello Stato spagnolo dipende dall’identificazione che essi fanno dello Stato centrale con le politiche neoliberiste. Di fatto, lo Stato post-franchista spagnolo non ha saputo svincolarsi dall’egemonia dei grandi gruppi economico-finanziari, i quali negli ultimi anni, complice la crisi, hanno perso ogni freno inibitorio.

Elemento chiave di questo stato post-franchista è stato il bipartitismo, di cui il PSOE ha costituito uno dei due corni.

L’alleato prioritario del segretario del PSOE è stato fin dal principio Rivera e il suo partito Ciudadanos (espressione di IBEX-35, il potere finanziario), che si oppone al referendum e che soprattutto difende il neoliberismo.  Ciò è evidente nei punti chiave del patto PSOE/Ciudadanos:

1) Nessun aumento delle imposte, né individuali né societarie, con appena marginali ritocchi a un sistema di imposizione fortemente regressivo.
2) Riduzione dell’imposta di successione, a chiaro vantaggio delle classi più ricche.
3) Nessun aumento della spesa sociale e i servizi pubblici.
4) Opposizione a politiche espansive di stimolo alla domanda.
5) Conferma del patto centrale di modifica dell’articolo 135 della Costituzione, con la clausola che stabilisce come prioritario il pagamento degli interessi sul debito.

 Il PSOE chiede ora alla propria base di approvare questo patto.

Che cosa resta dunque alla sinistra, quando i punti più qualificanti di politica economica sono già stati decisi in continuità con il neoliberismo?

Non si capisce allora il perché dell’insistenza sulle pari responsabilità di Podemos e PSOE [o meglio si capisce bene: l’obiettivo è delegittimare Podemos –  Ndr]. Come se non si sapesse che la direzione del PSOE è in mano a economisti che difendono senza riserve la politica neoliberista che ha portati al disastro la Spagna. La base del PSOE dovrebbe ribellarsi contro il proprio gruppo dirigente e contro le politiche di austerità che esprime.

Il maggior pericolo oggi in Spagna non è che Rajoy e il PP si mantengano al potere. Questo pericolo è tramontato. Il grande pericolo è che continuino le disastrose politiche neoliberali, come appare ormai probabile. Lo dimostra quanto dichiarato da Ciudadanos al termine dei colloqui che hanno portato all’accordo: “Il PSOE ha incluso l’80% di quello che noi chiedevamo”.
Si dia un occhiata al blog Nada es Gratis, (fondado da Garicano, l’economista di riferimento di Ciudadanos, e finanziato da IBEX-35) o a siti analoghi per costatare l’allegria che serpeggia fra i neoliberisti spagnoli: per quanto difficile possa sembrare, Ciudadanos è ancora più neoliberista del PP.

Nonostante tutto ciò, si continuerà a spiegare il mancato appoggio di Podemos con le categorie della rigidità e del bieco personalismo.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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