Recovery Fund, sovranità, democrazia

Su Repubblica Alberto D’Argenio scrive:

“… Tuttavia il freno d’emergenza strappato dall’olandese Rutte è un duro monitoraggio politico sulle riforme e una sorta di clausola di garanzia anti-Salvini. Se in Italia dovesse arrivare un governo antiliberale e antieuropeo, Germania e Francia avrebbero il peso per spingere Bruxelles a bloccare i fondi”.

Perfino Repubblica, non si capisce bene se felicitandosene o deprecandolo, si accorge del vulnus democratico che l’accordo comporta.

Qualcuno potrà rallegrarsi dell’esistenza di uno “scudo antifascista”, ma la realtà di fatto è che in Europa i risultati delle elezioni –  quelli italiani in particolare data la ricattabilità del paese e la subalternità culturale dei nostri politici –  valgono solo se conformi alle aspettative di Bruxelles e dei paesi egemoni, e ciò che vale oggi per Salvini & C potrà valere domani per l’indesiderato di turno (uno di questi, fino a poco prima del voto alla Van der Leyen, era il M5S).

Questo scudo, che già esisteva sotto le mentite spoglie dello spread, con le nuove cogenze del Recovery Fund acquisisce ancor più efficacia, a riprova che l’accordo rappresenta un’ulteriore cessione di sovranità e dunque un’ulteriore passo verso un regime di democrazia meramente nominale.
Nulla di nuovo sotto il sole: è prassi normale dell’eurozona di approfittare delle grandi crisi per consolidare la propria vocazione autoritaria, come raccomandato dalla shock doctrine, senza nemmeno farne troppo mistero. Lo spiegava con eloquenza anni fa un europeista come Mario Monti, la cui algida chiarezza è pari solo all’imperturbabile faccia tosta:

Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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