Complottismi e crisi epidemiche.

Esistono termini che possono essere definiti come “inibitori del discorso”, in quanto capaci di bloccare il sereno dibattito non appena branditi, generalmente a mo’ di clava retorica, contro l’interlocutore.
La connotazione negativa, conferita loro dal pensiero egemone e dunque collettivamente accettata, li dota infatti di un forte potere intimidatorio. Di grande genericità o indeterminatezza, questi termini sono in realtà contenitori eterogenei in cui gli elementi più ridicoli o biasimevoli sono accomunati agli elementi più meditati, così da accomunarli nello stigma; quindi di scarso valore semantico ma di grande potenza polemica.

A titolo di esempio non esaustivo citiamo: sovranista, populista, no-vax, no-global, negazionista (del riscaldamento globale di origine antropica, che richiama il negazionismo dell’olocausto), rossobruno e via dicendo. Tutte etichette generiche che il mainstream ha caricato di senso spregiativo, ridicolizzante o annichilente; efficaci anatemi a chi obbietta il quadro cognitivo egemone, a prescindere dal contenuto dell’obiezione.

Un’etichetta particolarmente gettonata è quella di “complottismo”, o “cospirazionismo”. Pare che a farne uso per la prima volta sia stata la CIA, che tentò di arginare le tante obiezioni alla versione ufficiale dell’omicidio di JFK suggerendo ai media di liquidarle come tesi cospirazioniste cui opporre sarcasmo anziché risposte. Eppure non possiamo non constatare che spesso e volentieri, ogni volta che l’accesso a documenti desecretati o lasciati trapelare ha reso possibile stabilire i fatti, le tesi dei complottisti si sono rivelate più fondate di quelle ufficiali.

Le cronache degli ultimi cinquant’anni sono piene di questi casi, sia a livello Italia che internazionale; basta fare mente locale per trovare esempi a iosa.

La stessa costruzione europea è tutta fondata sul complotto, se per complotto si intende un disegno politico che si realizza attraverso la sistematica dissimulazione degli obiettivi reali. A confermarlo, oltre che la clamorosa discordanza fra la realtà del sistema e la stucchevole narrazione mitopoietica a uso e consumo dell’opinione pubblica, è l’antologia di esternazioni – o voci dal sen fuggite – di tanti autorevoli padri dell’europatria (Junker, Amato, Attali, Monti, Prodi e via dicendo).

Senza parlare della Grecia del 2015, o i siparietti nazionalistici emersi in questi ultimi mesi; eventi che non lasciano più – o non dovrebbero più lasciare – alcun margine di dubbio sull’inganno narrativo che ci propinano da anni.

Dunque, ogni volta che il nostro senso critico ci segnala strane opacità o incongruenze, non dovremmo farci scrupolo di esprimere dubbi per timore dell’etichettatura. Di questi tempi, fra paranoia e fideismo la prima opzione sembra essere la più saggia.

A maggior ragione dovremmo astenerci per quanto possibile dall’usare a nostro pro queste stesse etichette, classico prodotto della strategia di ghettizzazione del pensiero alternativo da parte del pensiero egemone, perché così facendo ci adeguiamo, legittimandole, alle sue logiche di egemonia – dove il discorso di verità, quando presente, è solo accidentale, essendo subordinato al discorso di potere.

Tra l’altro, è’ stato anche plausibilmente ipotizzato (si veda qui, Wood, Douglas, Hoffman e altri) che lo stereotipo negativo del complottista descrive altrettanto bene, se non meglio, coloro che difendono le versioni ufficiali. Gli individui avversi alle teorie cospirative sarebbero soggetti a un forte pregiudizio di conferma, né più nemmeno dei complottisti: dopotutto il meccanismo per cui le uniche informazioni recepite sono quelle che soddisfano il quadro delle proprie convinzioni è una delle sindromi più diffuse.

La resistenza a esaminare ipotesi alternative dipende dalla nostra predilezione per le confortevoli certezze di un quadro cognitivo ampiamente condiviso (se mai esiste un “effetto gregge“, eccolo); rispetto al quale l’eccessiva dissonanza, sempre destabilizzante, va rifiutata: e non confutandola attraverso la riflessione, anch’essa foriera di destabilizzazione, ma più comodamente dismettendola con il sarcasmo e/o il biasimo dell’etichetta.

Ma se un’ipotesi – per quanto dissonante – è in grado di accampare una propria verosimiglianza (ovvero essere plausibile sotto gli aspetti della fattibilità, del movente e degli obiettivi) allora sarebbe intellettualmente un dovere valutarla con attenzione critica prima di dismetterla.

In questo periodo le accuse di “complottismo” piovono con particolare veemenza sulle varie ipotesi eterodosse che accompagnano la presente epidemia. Se ci atteniamo al criterio della verosimiglianza, mi pare che esse siano abbastanza plausibili dal punto di vista della fattibilità, ma debolissime quanto a movente e obiettivi, ciò che le rende al momento non sostenibili: stando a quanto se ne sa oggi, mi sentirei di affermare con ragionevole tranquillità che l’epidemia è di origine spontanea e che le misure adottate per contrastarla, giuste o sbagliate che le si ritengano, sono state prese in coerenza con la volontà di superarla.

Nondimeno, non possiamo trascurare il fatto che siamo nel pieno di una crisi, e di notevoli proporzioni; e le crisi, siano esse di origini indotte o risultato di eventi non controllabili, hanno tutte l’elemento comune di richiedere misure eccezionali per governare l’emergenza che determinano. Quanto più grave è l’emergenza, tanto più eccezionali sono le misure per governarla; e quanto più l’emergenza incide sulla quotidianità tanto più quelle misure tendono ad affermarsi come nuova norma.

Anche qui gli esempi non mancano:

la legge USA-Patriot-Act, varato dall’amministrazione Bush Jr sulla scia del trauma del settembre 2001 – che “rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, intaccando di conseguenza la privacy dei cittadini” (cfr Wiki) – a distanza di vent’anni è ancora vigente per quattordici delle sedici disposizioni iniziali;

La crisi dei sub-prime del 2008  ha comportato un’enorme redistribuzione della ricchezza a vantaggio della classe sovraordinata, attraverso la deflazione salariale e la demolizione del welfare e dei diritti, che continuerà a incidere sul tenore di vita delle classi subordinate anche per le prossime generazioni.

L’attuale crisi epidemica ha aperto orizzonti di possibilità distopiche fino a poco prima impensabili. Si parla di chip sottocutanei, sistemi di tracciamento permanente, istruzione telematica, patentini sanitari per spostarsi; obbligatorietà del vaccino anti-influenzale per gli ultra sessantacinquenni (Zingaretti, Regione Lazio), anche se inutile per il Covid-19; sono stati sospesi importanti diritti costituzionali con semplici decreti amministrativi (i famosi DPCM) cui è stata attribuita cogenza di legge; si è ammessa la sacrificabilità dei più deboli, accampando la scarsità delle risorse sanitarie, peraltro determinata da scelte politiche.

Quanto alla crisi economica che ne è conseguenza, non occorre essere particolarmente pessimisti per immaginare che essa potrebbe consolidare quel processo di demolizione dei diritti delle classi subordinate iniziato nel 2008 e non ancora concluso.

Overton insegna che nel processo di accettazione di nuove idee, la fase più cruciale è il passaggio dall’impensabile/indicibile al pensabile/dicibile: dal momento in cui se ne inizia a parlare, anche solo per rifiutarle, nella finestra delle possibilità incomincia ad aprirsi uno spiraglio. E quando, come spesso accade, queste idee sono sostenute dai padroni del discorso, difficilmente lo spiraglio tornerà a richiudersi.

Estote parati.

LA FINESTRA DI OVERTON come strumento di manipolazione delle masse ...

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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