Il miglior schiavo.

 

Il quadro politico-culturale italiano, specchio peraltro di quello occidentale, è sempre più desolante.

Esiste una potente macchina di fabbricazione del consenso che sta cercando di livellare ogni divergenza cognitiva per costringerla dentro la cornice del pensiero unico.
I padroni del discorso controllano quasi tutto, e da tempo stanno cercando di controllare, dietro virtuosi pretesti,  anche l’ultima ridotta dell’informazione divergente, la rete.

Ennesimo e ultimo tentativo in ordine di tempo: l’iniziativa di pochi giorni fa – auspice la senatrice Liliana Segre – che istituisce una commissione parlamentare per identificare e contrastare in rete gli hate-speech e le fake-news. Ovvero, tradotto in mandarino, i discorsi d’odio e le notizie fraudolente.
L’aura morale che circonda la Segre, scampata alla Shoah, ha lasciato ben poco spazio alla possibilità di obiezioni ragionevoli contro una misura di per sé ambigua, foriera – se portata a coerenti conseguenze – di mordacchie varie e pesanti alla libertà di espressione.
La quale peraltro è regolamentata da dispositivi legali (la querela per diffamazione o ingiurie) che già le impongono una certa autoregolamentazione.
C’è un problema di anonimato, è vero, ma i commenti anonimi (quelli di coloro che si nascondo dietro pseudonimi) dovrebbero essere trattati alla stessa stregua delle lettere anonime; e in ogni caso sarebbero più opportune misure che evitino l’anonimato in rete, così che ognuno si assuma la responsabilità di ciò che scrive e si conceda un attimo di riflessione prima di scriverlo.

La verità è che i veri diffonditori seriali di notizie fraudolente sono proprio i media ufficiali, TV e giornali.
L’elenco degli esempi è lungo, anche solo a limitarci al primo scorcio di questo secolo, e le conseguenze sono state e sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: milioni di morti, paesi devastati, atrocità (vedi tra l’altro alle voci Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Yemen…).
Non mi risulta che la propalazione in rete dell’allarme per le scie chimiche o altre amenità sia mai stata altrettanto letale. Eppure, fra coloro che si preoccupano della salute mentale degli internauti, nessuno che denunci la più grave questione della manipolazione operata dall’informazione di sistema.

Sentivo ieri in TV, ancora una volta, parlare dei tentativi russi di influenzare il voto in Occidente, tema che riemerge immancabilmente alla vigilia o all’indomani di elezioni.
A fronte di questa ipotetica e mai provata attività, non ho mai visto nessuno scandalizzarsi per le ingerenze americane, quelle sì concrete, conclamate e grevi: Obama che appoggia Renzi a proposito del referendum sulla riforma costituzionale, o sostiene i bremainer contro i brexiter, o ancora foraggia la rivoluzione colorata ucraina Trump che invita Farage ad allearsi con Johnson, contro il partito del bremainer e per evitare che Corbyn instauri il “socialismo” in UK…

Sono discrasie non ascrivibili a psicopatologie intellettive ma a precisi disegni di pesante orientamento della consapevolezza popolare. Il Sistema sa bene che nei limiti del possibile è sempre più economica ed efficiente la manipolazione cognitiva che la costrizione fisica.

Parafrasando Goethe: per il Sistema non esiste miglior schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
Questa voce è stata pubblicata in Riflessioni, Società e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

10 risposte a Il miglior schiavo.

  1. Pingback: Il miglior schiavo | apoforeti

  2. Sendivogius ha detto:

    Mah… sai Mauro?! Premesso che in tanti anni da ‘autodidatta’ gli unici ‘problemi’ per quello che scrivo li ho avuti coi sedicenti “liberali” del cosiddetto “centrodestra” italiano, che pretendevano la rimozione delle pubblicazioni non (si badi bene!) per i contenuti, ma per presunta violazione della loro privacy (ho una ricca collezione di diffide legali in merito, e sorvolo sugli insulti e minacce di morte di mezza fascisteria italica, aka i “patrioti”), ho come l’impressione che si sollevino questioni di lana caprina e processi alle intenzioni, su fattispecie ben più prosaiche e concrete.
    Che i ‘social’, F/B in testa siano diventata una fogna a cielo aperto, credo sia un fenomeno evidente; che comportamenti ed “idee” abominevoli siano state abbondantemente sdoganate, è cronaca di tutti i giorni. Razzismo e nazismo non hanno bisogno di interpretazioni, per essere riconosciuti nelle loro espressioni di odio quotidiano. Contrastare i “propagatori di odio”, non è allinearsi al “pensiero unico”. Se poi c’è un preciso politico padano che di certi messaggi si fa veicolo, ostensore, e protettore per beceri motivi elettorali, il problema è tutto suo e indirettamente anche mio, che non voglio veder trasformato il mio paese nell’Alabama degli Anni ’30.
    La commissione forse non servirà, ma l’odio e un certo linguaggio che di “culturale” e “alternativo” non ha proprio nulla, lo so distinguere benissimo (ma i diretti interessati lo chiameranno “folklore” o “provocazione goliardica”). E credo che sia tempo di reagire.
    Sono peraltro gli stessi che sistematicamente, puntuali ogni anno sollevano una polemica surreale contro la festa della Liberazione. Ma per carità! Non chiamiamoli nostalgici nazifascisti, la loro è solo una raffinata revisione critica.
    Poi si è liberissimi di concentrarsi sul dito che indica la luna e biasimarlo per questo, “perché i problemi veri sono (sempre) altri”, incorrendo in quella che poi assomiglia tanto ad una tipica manifestazione di “benaltrismo”.
    Non so… oggi abbiamo uno che è coordinatore di un noto partito neonazista che candidamente dichiara che Balotelli è solo un negro e che mai si potrà considerare italiano, e che insultarlo ad ogni partita è solo “folklore identitaro”; e l’ex manistro dell’interno, aspirante premier, e capo del primo partito italiano, liquida la cosa come una “pagliacciata” di Balotelli. E se ne esce ad cazzum canis, tirando fuori gli operai dell’Ilva, perché fa “popolo”.
    A me ricorda la barzelletta del “non sono razzista; è lui che è negro!”.
    Ovvio che ci siano già leggi precise, disattese da sempre. Ma girarsi sempre dall’altra parte, perché i problemi sono altri, anche no grazie!
    Perché saranno pure armi di distruzione di massa, ma non sono mai innocue, per un veleno a rilascio lento che sta attecchendo benissimo.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Caro Sendivogiusus, grazie per il commento – al solito ben argomentato. Mi scuso per non averlo “sdoganato” prima, ma sono in viaggio e ho qualche difficoltà con la gestione delle password delle mie pagine.
      Cercherò di rispondere quanto prima.

      • Sendivogius ha detto:

        Ah ma non ti preoccupare Mauro! Io sono lettore costante e presente, ancorché discreto.
        Apprezzo i nostri scambi, a prescindere dai tempi di risposta, ben conoscendone la qualità sulla quantità.
        Buon Viaggio!

        • Mauro Poggi ha detto:

          Caro Sendivogious, io sono più cauto sul fatto che i social siano ormai una fogna a cielo aperto.
          La rete è un enorme contenitore nel quale si può trovare qualunque cosa; ciascuno di noi la frequenta all’interno di un proprio perimetro di interessi, e ciascun perimetro definisce una “bolla” specifica. Il rischio è di scambiare la parte – la bolla – per il tutto.

          Nella mia percezione, per esempio (ie: nella mia “bolla”) i social sono strumento di informazione, cultura, dibattito intelligente, che mi offrono l’opportunità – fino al loro avvento solo sognata – di interagire da pari a pari con intellettuali e studiosi di prim’ordine, attraverso una dialettica a volte accesa ma mai sopra le righe: in breve una fonte di intelligenza collettiva da cui attingere a profusione e a costo irrisorio.
          La mia “bolla” mi indurrebbe a credere che nel paese esiste una maggioranza cospicua di persone che discutono urbanamente, molto sensibili alle tematiche sociali e ai valori della solidarietà, che si battono per una società egualitaria e pienamente democratica. Tuttavia so che accanto alla mia “bolla” ne esistono altre che esprimono altre visioni (o cecità): dal razzismo alla pornografia, dal mondo fascio-nazista a quello edulcorato dei gattini e delle di tazzine di caffè fumante la mattina.
          Ora, per quanto riprovevoli o stucchevoli esse siano, non rinuncerei alla mia solo per eliminarle. Perché di questo si tratta: una volta stabilita istituzionalmente la mordicchia, con i nobili pretesti che ci dicono, essa servirà a irregimentare la preziosa contro-informazione e il prezioso confronto che “bolle” come la mia sanno produrre.
          Non è un caso che oggetto di biasimo non sono il discorso d’odio o le notizie fraudolente in generale, ma solo il discorso d’odio e le notizie fraudolente che esprime la rete. Come se i discorsi d’odio e le notizie fraudolente arrivassero solo da lì, e soprattutto come se fossero quelle le più devastanti; quando al contrario, i milioni di morti che abbiamo avuto in Medio-oriente, nei Balcani o in Ucraina – tanto per limitarci agli ultimi trent’anni – sono il prodotto di una sofisticata manipolazione mediatica di giornali e televisioni – cassa di risonanza di pretestuosi motivi umanitari che nascondevano inconfessabili mire geopolitiche (l’osceno scarto fra scopi dichiarati e obiettivi perseguiti).
          Dimmi, in tutta sincerità, quali fra i due discorsi – quello di rete e quello mediatico – è stato finora il più foriero di indicibili tragedie per le popolazioni di quelle regioni.
          Eppure si enfatizza e si vuole aggredire solo il primo dei due, mentre il secondo viene accuratamente sottaciuto. Da qui i miei dubbi sulle reali intenzioni, il timore che anche in questo caso – al di là dello scopo dichiarato – l’obiettivo che si persegue è altro: quello di mettere sotto controllo un tipo di informazione che finora si è dimostrata difficile da imbrigliare, qualcosa che i padroni del discorso vivono con estrema insofferenza e preoccupazione. Ne abbiamo un assaggio con l’algoritmo [sic] di Facebook, che in base a insindacabili e insondabili criteri ha già sospeso o bandito profili sui quali non mi è mai capitato di leggere nulla che non fosse una serrata ma riguardosa critica politica.
          Qui non è questione di benaltrismo, permettimi, ma di ribellarsi alla solita campagna di distrazione di massa, non foss’altro che per riguardo alla propria igiene intellettuale.
          È evidente che una persona seria come Liliana Segre viene a pennello: Il suo status di scampata ad Auschwitz la rende per un verso insindacabile, dall’altra perfetta cassa di amplificazione, per cui ogni espressione meno che lusinghiera nei suoi confronti (dalla critica all’insulto becero) è automaticamente declinato in anti-semitismo ed enfatizzata come fenomeno di grande diffusione – quale l’odierna narrazione anti-populista e anti-sovranista esige.
          La montatura del “caso Segre” tocca vette sublimi con l’articolo del 26/10 di tale Pietro Colaprico su Repubblica (manco a dirlo) il cui titolo è tutto un programma “Liliana Segre, ebrea. Ti odio. Quegli insulti quotidiani online”. All’interno, citando il nuovo rapporto dell’Osservatorio antisemita in via di pubblicazione, sostiene che la Segre riceve 200 insulti al giorno. Il rapporto esce due giorni dopo e dice una cosa diversa; gli insulti sono 197, ma non al giorno, all’anno (dati 2018).
          Le varie Boldrini, i vari Renzi o Salvini, o i Berlusconi dei tempi d’oro, ne hanno ricevuti molti di più…

          (Liliana Segre, che si attiene strettamente ai discorsi di verità (ovvero afferma ciò che lei ritiene vero, senza riguardo al tipo di ricaduta che le sue parole possono comportare nella circostanza data) non per niente affermava in un’intervista alla Stampa che lei non si è mai resa conto di tutti quegli insulti. Ed è stata la prima a sorprendersi per la scorta che le hanno attribuito, la cui necessità – ammesso che sia effettiva – nasce dalla vistosa sovraesposizione che le è stata data suo malgrado).

          Repubblica non mi risulta abbia ancora ammesso l’errore, e comunque il messaggio è ormai passato. Che sarebbe: viviamo in un contesto sociale saturo di razzismo e antisemitismo, che la rete veicola pericolosamente liberando i peggiori istinti, propalando le peggiori menzogne, e a cui occorre porre un freno. La soluzione passa per la definizione in via istituzionale di un sentimento – l’odio – e di una verità – quella politicamente corretta – presupposto per un dispositivo di censura preventiva. Per evitare l’istigazione all’odio e la diffusione di fake news (peraltro – come ho detto – veicolate molto più efficacemente e in modo parecchio più letale dai media) si plaude al tentativo di mettere il bavaglio al pensiero libero della rete, nella convinzione che il bavaglio metterà a tacere solo le voci più sguaiate e illecite, e che la propria non potrà mai essere giudicata tale.

          Eppure dovremmo sapere che il diaframma che separa l’inaccettabile da ciò che è ammesso è molto meno definito di quanto si pensi, perché è un diaframma ideologico: ne è un esempio la scrittrice Michela Murgia – di professione femminista, antifascista, antirazzista e a tempo perso odiatrice degli odiatori – che difende un personaggio come Chef Rubio quando sul suo account twitta amenità del tipo “Bisogna uccidere i sovranisti” (i quali, tra l’altro, sono stati accusati recentemente da non so quale politico di pesanti responsabilità sul riscaldamento globale).

          I pensosi commentatori e opinion-makers che guardano crescere il dito del consenso a favore di un personaggio greve come Salvini, si domandano – preoccupati e smarriti – quale mutazione antropologica sia mai avvenuta nel popolo italiano. Non si accorgono che poco più in là c’è la luna di una sacca di indigenti che è triplicata negli ultimi dieci anni, mentre una parte ancora più vasta di popolazione vive nel terrore di finirvi dentro da un momento all’altro, priva com’è di garanzie sociali sul proprio futuro; quella stessa luna dove in quattro anni si stampano dal nulla tre trilioni di euro che finiscono ad alimentare bolle borsistiche anziché l’economia reale, e intanto si lasciano i governi nell’impossibilità di ricostruire regioni terremotate per mancanza di fondi, o per la stessa ragione si procrastina la messa in sicurezza dei territori (con un pesante dazio da pagare ogni anno in termini di disastri ambientali e vittime).
          Se questo è benaltrismo, allora sono benaltrista. Ma io credo che dovremmo tutti ricordarci che Hitler è figlio della Repubblica di Weimar, e della miseria in cui era sprofondata la popolazione tedesca. Dubito, ma ognuno è libero di pensare il contrario, che se all’epoca si fosse opposta alla barbarie nazista una Commissione contro i discorsi d’odio e le fake news le cose sarebbero andate diversamente.

  3. Sendivogius ha detto:

    Devo dire che la tua risposta è ben valsa l’attesa: impeccabile ed esaustiva come sempre.
    Da parte mia, non so bene se partire dal principio o dalla fine…
    Mettiamola allora in questi termini: le “Commissioni”, qualunque fosse la loro natura, alla riprova dei fatti non hanno mai davvero funzionato, fornendo conclusioni inevitabilmente parziali; perché incomplete nell’analisi, o perché in realtà rivelatesi strumenti a trazione ideologica, funzionali allo scontro politico con altri mezzi.
    In genere dovrebbero funzionare come organo conoscitivo, specialmente se di ambito parlamentare; le loro conclusioni non sono mai vincolanti, fornendo più che altro una visione di insieme, con indicazioni del tutto aleatorie, per eventuali iniziative legislative che quasi mai hanno seguito. Insomma, le velleità nell’eccesso di aspirazioni superano di gran lunga gli aspetti pratici e le risoluzioni concrete.
    Non sono così cieco da non rendermene conto.
    Pertanto, dubito sulla loro efficacia. Tuttavia, non ne contesto le buone intenzioni, che idealmente ne ispirano (non così di rado) la loro costituzione. Tu giustamente mi obietterai che si tratta delle stesse buone intenzioni con le quali è lastricata la strada dell’inferno.
    Comprendo pure i tuoi timori e soprattutto le tue perplessità nella legittimità del dubbio, sugli intenti censori e manipolativi che una commissione di tal genere, più o meno direttamente, implicherebbe nel rischio dell’imposizione ‘virtuale’ di uno “stato etico” (peraltro di fascistissima memoria).
    In linea teorica, posso essere assolutamente d’accordo. Tuttavia, dubito fortemente che questa pletora di incompetenti e garruli cialtroni che monopolizzano le nostre aule parlamentari, spesso analfabeti digitali (e non solo), a dispetto della sovrapproduzione di tweet, siano davvero in grado di costruire una così raffinata rete di controllo (e di censura), per orientare (e manipolare) le opinioni della massa (il cui interesse peraltro è volubile e la concentrazione minima); o costruirne la visione cognitiva, qualora le masse in oggetto ne siano del tutto sprovviste nella prevalenza degli stereotipi sugli archetipi.
    E dunque, al di là di certa mitopoiesi e delle intenzioni, non vedo gli estremi né le capacità per realizzare questa sorta di SkyNet del pensiero addomesticato e monitorato.
    Non la destra, che semmai attinge a piene mani negli umori più fetidi, ristagnati nel ventre nero della nazione, fornendo legittimazione (im)morale a quello che già da tempo era stato ‘sdoganato’ per opportunismo elettorale, in una società liquida dall’etica fluida. È da sempre nella natura (intimamente fascista) della destra italiana; non ne abbiamo altre e questa è semplicemente coerente con la sua provenienza storica e le sue radici mai recise ma solo interrate.
    Non la sinistra, che (per fortuna!) nonostante gli sforzi manca di quell’essenza puritana che imbeve il moralismo manicheo di cui invece è pervasa la cultura anglosassone. E questo anche se ogni tanto ama fare i bagnetti nello stagno dei Clinton. La nostra è una matrice cattolica e latina. La dimensione della ‘politica’ italiana è gesuitismo unito alla demagogia oratoria, venato da un’ironia irriverente (Marziale, Giovenale, Pietro l’Aretino, Cecco Angiolieri… è tutta roba nostra), opportunismo furbo e trasformismo di sopravvivenza, che rende assai difficile (se non impossibile) l’attecchire in profondità della dittatura del politicamente corretto, con quella sorta di bis-pensiero dominante che ne amputa il linguaggio, nell’ossessiva ricerca di neologismi idonei a misurarne il livello di autocensura per distorsione cognitiva. Il “buonismo”, variante veltroniana del “politically correctness”, al di fuori delle ecumeniche stanze di una sinistra più parrocchiale che salottiera, credo stia sulle scatole in modo assolutamente trasversale. Forse persino più a sinistra che a destra, dal momento che più di ogni altri hanno provato a farci ingollare ‘sta zuppa indigesta di importazione.
    È vero invece che all’interno della rete esistono dei bacini di utenza, per interessi condivisi, ai quali uno può attingere liberamente secondo le inclinazioni personali. È anche vero che all’interno di queste bolle, in base all’influenza ed il prestigio di singoli e gruppi, poi ognuno cerca di stabilire una sorta di egemonia culturale, per utilizzare un vecchio termine. Tra persone colte e ben preparate, questo può dare adito a (interessanti) confronti dialettici, rimessi poi al buonsenso, l’intelligenza, e ovviamente al grado di civiltà dei ‘contendenti’. Come in fondo è sempre stato, anche con mezzi diversi.
    Da questo punto di vista, secondo me, è assolutamente vero che la ‘rete’ ha messo a disposizione uno strumento di propagazione potentissimo in mano a legioni di imbecilli, moltiplicandone a dismisura le interazioni. Non che prima gli imbecilli non ci fossero, in tutta la perniciosità del cretino prevalente ancor prima che cognitivo. Semplicemente, gli imbecilli erano disconnessi tra loro e non disponevano di una tale e ‘virale’ cassa di risonanza, facilissima da usare e con costi irrisori, in grado di amplificarne le deiezioni in un gioco di specchi, nell’assenza di etica per illusione di libertà senza controllo.
    Questo perché la cosiddetta “rete” opera a fini commerciali, non certi etici. Premia la quantità sulla qualità. Fornisce a ciascuno il suo. E lo misura in termini di ritorno economico su profilazione dei contenuti e delle identità. Dunque ognuno sceglie poi ciò che trova per sé più congeniale, fintanto che questo alimenta l’indotto economico e pubblicitario.
    Per esempio, io non ho un profilo facebook: lo trovo insulso; dispersivo a livello comunicativo; e deprimente per le compagnia. E poi non mi piace che le mie interazioni vengano disciplinate ed eventualmente oscurate da un algoritmo, senza possibilità di appello.
    Ovviamente non uso nemmeno twitter: strumento geniale, se possiedi la prosa fulminante di un Felix Feneon; moltiplicatore di insulti e generatore automatico di idiozie, se messo a disposizione di un esercito di imbecilli incontinenti.
    Stesso motivo per cui non seguo le gesta di Chef Rubio, così come molti altri opinionisti da social: trovo avvilente e volgare la bulimia compulsiva di un Salvini, nella sua voracità manducatoria; non vedo perché dovrei trovare più interessanti le abbuffate pantagrueliche di Rubio ed il suo rapporto quasi pornografico col cibo.
    Però la Michela Murgia a me mica dispiace troppo! Ovvio che se ti ‘esponi’, se entri in contatto con certe “bolle” concorrenti, il rischio implicito è un volare di stracci. Motivo per cui a me il commentario diffuso come stupidario di massa e volgarità compiaciuta… ovvero come ricerca della provocazione fine a se stessa… non piace, non lo frequento, e lo stronco nel mio caso sul nascere.
    Posso anche dirti che io lavoro con camionisti, facchini, manovali… parlo per tutto il giorno in dialetto… e NESSUNO, nemmeno il più analfabeta o ignorante, raggiunge neanche un millesimo di simili livelli vigenti on line.
    Lasciamo perdere poi l’ipocrisia di certi giornali, che peraltro rispondono ai medesimi criteri… Come definire la prassi consolidata di tutte le edizioni on line nel dare libero spazio ai “commenti” degli utenti, senza moderazione alcuna, dopo averli aizzati con titoli polemici ad effetto?!? Serve come moltiplicatore di accessi per gli introiti pubblicitari. Col risultato, che un articolo contro il razzismo o il rigurgito nazi-fascista viene trasformato in vetrina degli stessi, attraverso un florilegio di commenti deliranti che nessuno monitora o se necessario rimuove. E sono sempre gli stessi profili, ma moltiplicati per centinaia di ‘contributi’ alla discussione.
    Farà la differenza, il fatto che nel nostro caso filtriamo prima i commenti se improponibili?
    Tuttavia, è altrettanto vero che quando la ‘politica’ pensa di imporre l’elemento etico, laddove la preminenza è economica, entrando in un campo che con ogni evidenza non conosce, è inevitabile che ci si muova malissimo. Come il famoso elefante in cristalleria.
    Ciò detto, ci dovrebbero essere dei limiti non superabili, dei criteri oggettivi di decenza non oltre negoziabili. Se si applicassero le leggi, che esistono e che la nostra magistratura sistematicamente disattende (non so cosa serva ai nostri giudici per stabilire cosa sia l’apologia di reato, o cosa serva loro per ravvisare la ricostituzione di un partito fascista), le “commissioni sui propagatori d’odio” non servirebbero, venendo meno la ragione del loro essere. Ma se la Commissione sull’odio dovesse mai contribuire a porre l’attenzione sulla sistematica disapplicazione da parte di specifici organi dello Stato di quelle norme che e sanciscono la violazione nell’evidenza del reato, allora che ben venga pure la Commissione.
    Assai difficilmente potrebbe infatti funzionare come meccanismo di “sanificazione” digitale delle idee non allineate. Per farlo, bisognerebbe innanzitutto promuovere una Narrazione condivisa in grado di plasmare l’immaginario collettivo. Quella attualmente vigente è pessima ed ampiamente fallimentare in tutta la sua evidenza dei fatti: globalizzazione… libertà dei mercati… meritocrazia… efficienza del privato… passando naturalmente per la retorica europeista targata UE, che pure ci ha regalato l’ultima ciliegina sulla torta sul fronte della propaganda con le mielose stronzate (sit venia verbo!) sulla fantomatica “Generazione Erasmus”.
    La peculiarità dell’intero sistema di potere vigente risiede sulla sua entropia. Nell’impossibilità di creare una nuova narrazione per giustificare se stesso (ed i suoi fallimenti) è assai più facile che si allinei alla sbobba sovranista, pensando di utilizzarla come propellente per perseguire gli obiettivi di sempre, e creare un mostro ancora peggiore…

    • Mauro Poggi ha detto:

      Intanto grazie per la puntuale e argomentata risposta, che conferma il mio punto di vista, secondo cui la rete è un importante e ormai imprescindibile strumento di comunicazione e interazione.

      In seconda battuta, e anche se non è questo l’argomento di discussione, vorrei precisare che secondo me l’espressione “sbobba sovranista” è troppo genericamente liquidatoria per essere utilmente adoperata. Personalmente ritengo che il sovranismo costituzionale, cioè quello che che la nostra Costituzione prevede e ribadisce in più passaggi, sia uno dei paradigmi di di riferimento nella valutazione delle varie proposte politiche. Che del concetto sovranista se ne stia appropriando strumentalmente la destra populista per declinarlo in termini nazionalistici è un problema, ma è lo è per l’adesione incondizionata e acritica della sinistra al globalismo eurocomunitario. In omaggio al quale essa ha smesso di presidiare concetti come Patria, Sovranità, Democrazia, che pure le erano appartenuti e che aveva contribuito un tempo a consolidare come ora contribuisce a distruggere. Occorre ricordare che la rivista ufficiale dell’ANPI si chiama (ancora) “Patria Indipendente”?

      Sul merito della discussione, direi che probabilmente a dividerci nel giudizio non è tanto la valutazione generale del problema quanto la soluzione (o la pretestuosità della soluzione) che si pretende dare.
      Mi sembra ben difficile sperare che la Commissione sull’odio possa mai “contribuire a porre l’attenzione sulla sistematica disapplicazione da parte di specifici organi dello Stato di quelle norme che e sanciscono la violazione nell’evidenza del reato, allora che ben venga pure la Commissione”. Primo perché non è questo l’obiettivo, ovvero non è costituita contro la renitenza o incapacità della magistratura a intervenire laddove esistano le condizioni; secondo perché il problema è visto tutto come un problema di rete, come se sui media non esistessero derive ben peggiori.
      A questo proposito rifaccio la domanda: cosa è stato in questi anni più devastante, il discorso d’odio e di notizie fraudolente veicolato dai media ufficiali o quello propalato dalla rete? Se anche solo se ne ammette la pari gravità (il che è già una forzatura intellettuale, ma ammettiamo per comodità che sia così) perché tutta l’attenzione è imperniata solo e soltanto sulla rete?

      Il secondo punto è sempre la questione del dito e della luna. Si pretende cioè di affrontare una conseguenza senza risolvere la causa. Sto parlando del sistema che negli ultimi trent’anni ha fatto balzare l’indice di Gini a livelli che non erano riscontrabili in Europa dai tempi del secondo dopoguerra , costringendo una fascia sempre più cospicua di popolazione sia entro la zona dell’indigenza, sia entro quella a rischio di cadervi. Oggi sono quasi due milioni le famiglie in povertà assoluta, solo per limitarci all’Italia, un bel 10% abbondante della popolazione.
      Questa moltitudine esprime una potente domanda di protezione sociale (da un futuro sempre più minaccioso) e identitaria (da supposte concorrenze migratorie), a cui l’impianto cognitivo dove la sinistra si è stabilmente collocata (globalista, libertario, anti-statalista, europeista) sa solo rispondere con pretese di suprematismo morale e proposte di “miglioramento” del sistema tanto generiche quanto velleitarie. Ovvio che in assenza di risposte da una parte, siano sempre più le persone che si rivolgono ad altri interlocutori che meglio sappiano illudere sulle capacità di ascolto.
      La destra populista è sempre stata maestra in questo tipo di operazione: possibile che la resistibile ascesa di Hitler non ci abbia insegnato nulla?
      Davvero siamo convinti che la mutazione culturale a cui stiamo assistendo dipende da circostanze trascendenti, e non da un rigetto sempre più radicale nei confronti delle politiche global-liberiste che in questi decenni hanno peggiorato – talvolta in modo drammatico – la vita della maggioranza delle persone?

      Un cenno, per finire, alla “pletora di incompetenti e garruli cialtroni che monopolizzano le nostre aule parlamentari, spesso analfabeti digitali (e non solo), a dispetto della sovrapproduzione di tweet, [e per ciò stesso non in grado] di costruire una così raffinata rete di controllo (e di censura), per orientare (e manipolare) le opinioni della massa (il cui interesse peraltro è volubile e la concentrazione minima); o costruirne la visione cognitiva, qualora le masse in oggetto ne siano del tutto sprovviste nella prevalenza degli stereotipi sugli archetipi”.
      Attenzione: proprio in quanto garruli e incompetenti cialtroni, sono personaggi facilmente manipolabili o acquistabili in comode rate, convinti di fare la cosa più giusta ed efficace, e inconsapevoli delle, o acquiescenti alle, eterodirezioni di gruppi di potere molto meglio attrezzati e intellettualmente ben più agguerriti.

      • Sendivogius ha detto:

        Carissimo Mauro,
        Proprio perché le parole sono importanti, personalmente distinguerei bene l’uso che di queste si fa, nella distorsione del linguaggio, ancor prima che del significato, con l’abbondante ricorso ai suffissi e l’implicita storpiatura che questa presuppone.
        Preciso subito che non si tratta di una critica nei tuoi confronti! È piuttosto che a me dà abbastanza sui nervi l’uso e abuso degli “-ismi”, con senso onnicomprensivo nell’elisione di differenze invece fondamentali.
        È per questo che distinguo nettamente tra Laicità e “laicismo” (non mancando di cogliere il significato dispregiativo del termine in bocca alla reazione clericale); allo stesso modo, marcherei la differenza tra Sovranità e sovranismo, che per me sono due cose distinte, e separate come possono esserlo patriottismo e nazionalismo (a sua volta non assimilabile al termine latino “natio”), pur partendo da presupposti simili ma non per questo sovrapponibili.
        Motivo per cui io credo profondamente a concetti essenziali come Patria, Sovranità, Democrazia (e mi sento indissolubilmente italiano nell’antico senso delle ‘nationes’).
        Ragion per cui, continuiamo a condividere moltissimi elementi in comune: sono i dettagli che ci differenziano, non la sostanza delle idee.
        Personalmente, considero il termine “sovranismo” soltanto il pratico eufemismo, per nascondere le vergogne e le miserie di un vecchio armamentario ideologico già visto e semplicemente camuffato sotto diverso nome, per renderlo più presentabile.
        E, se vogliamo, costituisce pure il comodo spauracchio da agitare come ammonimento, per distogliere l’attenzione dalle cause che hanno reso possibile la (resistibile) ascesa di questo nuovo revanchismo sciovinista, cercando di contenere (giusto per parafrasare Ortega y Gasset) questa ribellione delle masse. Masse che pure avrebbero motivi validissimi per sollevarsi contro l’establishment corrente, sbagliando totalmente i punti di riferimento, sostanzialmente perché è mancato ogni altro interlocutore a ‘sinistra’, capace di interpretarne il sentimento comune e depotenziarne i rancori, trasformandoli in energia costruttiva. Impresa difficile, se non impossibile, quando di quell’establishment si è parte integrante, avendone condiviso scelte ed indirizzi, nell’illusione di correggerne ‘dopo’ quelle che vengono considerate (a torto) delle “storture”, e non conseguenza organica delle politiche global-liberiste in assoluta coerenza col sistema di potere che le produce.
        Pertanto, se la destra fornisce risposte (secondo me) sbagliate; la sinistra non ne fornisce nessuna, a parte l’abusato “senso di responsabilità” nel mantenimento dello statu quo, per supposta “superiorità morale” che poi è impotenza reale nel plasmare la realtà, o semplicemente pensare un altro mondo possibile, nell’incapacità di creare ed osare. E magari arrestare il processo di decomposizione interna, accompagnata ad una progressiva destrutturazione sociale e regressione culturale.
        In un simile processo di frammentazione, davvero sussiste il rischio che una qualsiasi entità abbastanza coesa, con un solido impianto ideologico ed entrate sicure, possieda possibilità di infiltrazione e di condizionamento praticamente illimitate, potendo contare su docili manipoli parlamentari allo sbando in una società divisa.

        P.S. Sulle responsabilità dei media, sarei perfino ‘indulgente’… non foss’altro perché la loro capacità di influenza risulta sempre più ridimensionata. Snobbati da un grande pubblico per lo più assente e disinteressato, incapaci di grandi mobilitazioni di opinione, ripropongono un copione stanco per ambiti di riferimento sempre più circoscritti.
        Si aggiunga pure che dei grandi eventi internazionali la maggior parte della gente comune non sa niente o non ricorda nulla, importandogli ben poco… c’è grande caos sotto al cielo… per un frullato di poche idee, ma ben confuse.
        Noi attribuiamo ai media più potere di condizionamento di quanto in realtà non ne abbiano. E sopravvalutiamo di gran lunga l’intelligenza del fruitore medio… che vede poco, di rado ascolta, e più in fretta dimentica, incapace persino di capire ciò che più gli conviene.
        Figuriamoci se sappia veramente distinguere il medium dal messaggio.

        • Mauro Poggi ha detto:

          Personalmente non mi sento portato ad alcuna indulgenza nei confronti dei media e non sottovaluto il loro potere di condizionamento: forse non è più così significativo a livello cartaceo, ma la televisione rimane il principale veicolo di informazione – e formazione – per la maggioranza degli italiani.
          A parte questo, direi che nella sostanza siamo d’accordo su tutto 🙂

  4. Sendivogius ha detto:

    Come sempre direi..;)
    Te l’ho detto: è più una questione di forma che di sostanza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...