Democrazia, sovranità, sinistra.

Propongo una breve ma densa riflessione di Tommaso Nencioni sul tema della sovranità.

La faccio precedere dalla chiosa che mi ha suggerito:

La sovranità non è un’opzione politica, ma la condizione necessaria affinché la politica possa realizzarsi; quindi è preliminare a essa. È solo nello spazio sovrano che le opzioni politiche cessano di essere astrazioni ed entrano nell’orizzonte delle possibilità; non sono pensabili opzioni politiche fuori da questo spazio.

All’interno dello spazio sovrano si determina: chi esercita la sovranità (ovvero qual è il regime che la presiede: democratico o non-democratico nelle loro varie declinazioni); quali sono gli obiettivi socio-economici.

È corretto pensare che uno spazio sovrano, per essere tale, debba essere caratterizzato da un certo grado di omogeneità socio-culturale; ciò che caratterizza di norma lo spazio nazionale.

Uno spazio disomogeneo, composto da più identità, comporta l’egemonia di un’identità sulle altre. Imperi e colonizzazioni ne sono l’esempio storico; l’egemonia tedesca nello spazio sovranazionale euro-comunitario ne è l’esempio più recente.

Lo spazio euro-comunitario è anche l’esempio di come la politica nazionale in assenza di sovranità cessa di essere tale e si trasforma in mera governance, mentre la rappresentatività democratica si riduce a rappresentazione formale.
Nel contesto comunitario lo Stato nazionale conserva solo il potere coercitivo (sia esso della forza o del consenso creato attraverso il monopolio del discorso mediatico), che esercita per realizzare le direttive socio-economiche sancite dalle istituzioni extra-nazionali  (BCE, Commissione…).  Tali direttive, in quanto espressione di istituzioni non sfiduciabili, derivano la loro legittimità da un preteso ordine di natura tecnica, ovvero oggettivo e insindacabile: l’ordine neoliberista.

Ogni qualvolta i decisori giustificano le proprie scelte evocando fattori di vincolo come lo spread, i mercati, il debito pubblico e quant’altro, sappiamo che si richiamano alla pretesa insindacabilità di quest’ordine; tuttavia dovremmo sempre tener presente che l’avervi aderito non è il risultato di una fatalità ma frutto di precise scelte politico-ideologiche.

La sinistra, intesa come area di pensiero che faceva riferimento a istanze sociali di ispirazione socialdemocratica più o meno progressive (e dove aveva finito per collocarsi anche il Partito Comunista Italiano), a partire dagli anni ’70 ha subito una “cattura cognitiva” di adesione all’ideologia neoliberista, con un ribaltamento del paradigma ideologico che a tutti gli effetti l’ha resa indistinguibile dalla destra, se non per irrilevanti dettagli di cosmesi retorica.

Non è per caso che essa si iscrive oggi fra i più solerti sostenitori dell’ordine euro-comunitario, nonostante i fatti abbiano più che confermato le lucide  ragioni di diffidenza che suoi autorevoli esponenti avevano manifestato all’inizio del processo (vedi gli interventi di Luigi Spaventa e di Giorgio Napolitano al dibattito alla Camera sull’adesione italiana allo SME,  atti parlamentari del 12 e 13/12/1978, pagine 24892 e 24992 rispettivamente; o alcuni articoli di Eugenio Scalfari di quegli stessi giorni).

Una ribaltamento di visione per ritornare a una cornice di ispirazione socialista e costituzionale, quale si augura l’autore in conclusione dell’articolo, è auspicabile ma nell’immediato non plausibile. Il cambio di paradigma è stato violento e pervasivo: l’area sociale dei partiti che a vario titolo si definiscono di sinistra è profondamente mutata, mentre la base di massa che li sosteneva è in gran parte migrata verso le più alettanti alternative offerte dalle destre social-populiste.

Ci attende una lunga traversata nel deserto. La notizia peggiore è che ancora non si vede all’orizzonte qualcuno che sappia indicarci non dico una scorciatoia, ma la strada.

§

Tommaso Nencioni: Perché la sinistra è contro la sovranità?

Le ultime elezioni hanno sancito il deficit di iniziativa politica della sinistra italiana. Tanto il PD quanto i “cespugli” scontano l’incapacità di portare a termine un profondo rinnovamento programmatico, comunicativo e dei gruppi dirigenti. Ma anche dal punto di vista teorico da anni ormai si naviga a vista. Le ragioni sono molteplici, ma una colpisce più di tutte: come si può pretendere di avere iniziativa politica se si rifugge l’orizzonte della sovranità? Se della sovranità, addirittura, si fa un -ismo come tanti, oltretutto da combattere? Una tautologia (lo spazio della politica è lo spazio della sovranità) è così trasformata in uno spauracchio.

La sovranità, infatti, non è un’opzione politica tra le tante, ma costituisce l’arena stessa del politico, il luogo della lotta per il potere. A meno certo di non voler pensare che sia dietro l’angolo la trasformazione del Paese in una libera federazione di comuni, prospettiva comunque già superata 150 anni fa da Andrea Costa nella celebre Lettera agli amici di Romagna, il manifesto fondativo della sinistra politica del nostro Paese.

Il sovranismo non può dunque essere affiancato al socialismo, al liberalismo o al nazionalismo come ideologia. Socialismo, liberalismo e nazionalismo costituiscono modi diversi di declinare la sovranità – l’ultimo inteso come volontà di stabilire la sovranità di un popolo a discapito di quella di altri popoli.

Il problema è dunque quello di che fare all’interno dell’orizzonte della sovranità, e prima ancora, a monte, stabilire chi la sovranità la debba esercitare. Si può preferire – e questo è riflesso nell’impianto istituzionale che formalmente regge l’Unione europea – che la sovranità popolare sia contemperata, se non sostituita, da quella dei mercati. La dottrina neoliberale di von Hayek lo teorizza apertamente, ed in Italia questo concetto è stato spesso declinato a sinistra col ricorso al “vincolo esterno”. Il federalismo europeo presupporrebbe dal canto suo il pieno dispiegarsi di una sovranità continentale, prospettiva che pare di là da venire, sostituita dall’egemonia nazionale tedesca.

La sinistra dovrebbe ribaltare questa visione, in nome del pieno ripristino della sovranità popolare ed una sua declinazione in termini che non possiamo non dire socialisti, di sviluppo equilibrato, di un’economia piegata a questo obiettivo primario e non ultimo di cooperazione internazionale.

Se si rifugge la sovranità si rifugge la politica e si cade necessariamente nell’irrilevanza.

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