Andrea Zhok: da una prospettiva più ampia.

Il professor Andrea Zhok, è insegnante di antropologia filosofica all’Università degli Studi di Milano, titolare del pregevole blog Antropologia Filosofica e autore di diversi saggi.  Leggo oggi nella sua pagina facebook una riflessione sulla logica mercantilistica alla base del sistema eurozona, esemplare per la chiarezza con cui descrive  il meccanismo spiegandone le criticità che comporta per il nostro Paese.
Copio il testo su questa pagina, autorizzato dall’autore, raccomandandone la lettura.

Grande disappunto, stupore, rimproveri incrociati e scaricabarile a cascata sui dati di ieri che certificano la recessione italiana.
Nella tempesta del nostro bicchiere di politica interna sembra quasi una distrazione mettersi a parlare del problema complessivo di cui siamo solo un ingranaggio.
Ora, tutta l’Europa va maluccio e l’Italia, come sempre accade, un po’ peggio dei migliori.
Orpolina, come mai?
Il tema richiede una digressione.

L’Unione Europea ha adottato strutturalmente un modello di politica economica tutto puntato sull’export, a scapito del mercato interno; nella lotta per i margini di esportazione tra paesi europei, quelli che traggono comparativamente più vantaggi da moneta unica e mercato unico preservano un vantaggio relativo rispetto agli altri.
L’intera concezione della politica economica europea, promossa dalla Germania, punta su una crescita alimentata dalle esportazioni a scapito del mercato interno, e questo deve valere per ciascun paese europeo e per l’Unione Europea nel suo complesso.
Nei rapporti tra l’Europa e i paesi extraeuropei l’idea è quella di limitare consumi interni e redditi rispetto a quanto la produttività consentirebbe, e così facendo di abbassare i costi di produzione, per conservare una bilancia dei pagamenti in attivo.
A livello intraeuropeo, l’idea è di drenare risorse dai paesi che hanno una produttività comparata inferiore, e che, nell’impossibilità di correggere il valore della moneta o di porre barriere doganali, finiscono per dover ridurre ulteriormente i propri consumi e le proprie risorse pubbliche.

L’intero sistema è congegnato per avere come vincitore assoluto il paese dell’Unione Europea con la maggiore produttività e il minor debito, e a scalare gli altri, lasciando progressivamente sprofondare la coda del treno.
I paesi comparativamente meno produttivi rispetto alle spese (spese di sistema, che includono le spese per interessi sul debito) risultano sempre meno in grado di intervenire per correggere i deficit sistemici di produttività; essi perciò divengono, nel migliore dei casi produttori sussidiari delle economie dominanti (contoterzisti), nel peggiore protettorati di fatto.

Il sistema dunque è congegnato per consegnare un vincitore economico, la Germania, è un codazzo di vassalli, valvassini, valvassori, mezzadri e servi della gleba.
Questa cosa la chiamiamo “Unione Europea”.

Il problema di questo sistema, a prescindere dai problemi dei mezzadri, come l’Italia, o dei servi della gleba, come la Grecia, è che confida nella disponibilità del resto del mondo di essere un recipiente passivo costante dei surplus europei.
Solo che questo è un giochino che non riguarda più quella cosa, proverbialmente pacifica, che è il famoso ‘libero scambio’, ma riguarda i desiderata di politica estera degli attori in campo.
Un paese può anche accettare di avere una bilancia commerciale in deficit per un lungo periodo (gli USA lo hanno fatto spesso, e non solo verso l’UE, ma prima ancora verso il Giappone); questo finché pensa di avere tutti i mezzi per compensare politicamente questo drenaggio di risorse in altre forme.

Ma può anche cambiare idea, come ha fatto Trump recentemente, sollevando problemi sia verso la Cina che verso la Germania.
Questi ‘cambiamenti di orientamento’ non sono ‘incidenti di percorso’, dovuti meramente a questa o quella personalità eccentrica. Essi accadono necessariamente quando un paese come gli USA, il più grande mercato del mondo unificato in uno Stato, decide che il gioco è durato troppo e che non gli conviene più.
In quel momento basta una decisione politica e, puff, l’intero castello di carte mercantilista va in frantumi: decenni di sacrifici richiesti ai lavoratori, di riduzione dei servizi pubblici, di abbattimento delle pensioni, ecc. si sbriciolano in un istante.

Questo è precisamente ciò che è accaduto recentemente; in quel momento i tedeschi hanno scoperto, con loro grande disappunto, di poter spartire bacchettate solo in Europa, perché gli altri paesi si sono legati mani e piedi al masso della BCE, ma di non poter fare altrettanto gli spacconi a livello internazionale, dove restano politicamente dei nanerottoli.

Naturalmente, la prima idea che potrebbe venire a qualcuno, in termini di buon senso sarebbe quello di correggere il sistema, convertendolo in un sistema orientato sul consumo interno e non sull’export, dunque un sistema privo di ‘vincoli economici esterni’, incapace perciò di disciplinare la ‘forza lavoro’ e pericolosamente prossimo a tendenze socialdemocratiche, quando non socialiste.

Ma politicamente niente di tutto ciò può avvenire: la Germania, coerente con l’ultimo secolo di storia, preferisce tentare di gonfiarsi come la proverbiale rana rispetto al bue statunitense, prendendo l’improbabile strada di un rafforzamento militare, dapprima chiedendo la costituzione di un esercito europeo, e poi, visti gli sguardi di incredulità di valvassini e mezzadri, firmando il Trattato di Aquisgrana, che dovrebbe consegnarle un posto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e un’alleanza militare significativa.

Pensando che gli USA staranno a guardare.

In sostanza quella cosa che noi stiamo ora discutendo dottamente in termini di zero virgola e di ‘chi è stata la colpa’ è un semplice effetto collaterale minore di un sistema intraeuropeo e internazionale che ci limitiamo a guardare da lontano e con sufficienza, come se una volta stabilito che fosse meglio il ‘jobs act’ o il ‘reddito di cittadinanza’ avessimo il pallino in mano.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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