Il nonnino, il diritto globale e quello costituzionale.

Sabino Cassese
Fra i nomi che circolano a vario titolo nel vortice di queste consultazioni per la formazione del nuovo governo mi è capitato di ascoltare un paio di volte quello di Sabino Cassese.
Classe 1935,  Cassese è un giurista e accademico italiano, nonché giudice emerito della Corte costituzionale.
La sua biografia è quella tipica dell’aristocrazia di sistema: una carriera maturata in ambito prima democristiano e successivamente in area PD; costellata da miriadi di incarichi, molti dei quali assunti in contemporanea grazie alle trascendenti doti di ubiquità e meraviglioso eclettismo  che caratterizzano questi personaggi.
Avevo già avuto un assaggio della sua caratura intellettuale e accademica quando, nel 2016, si era schierato a favore del SI nel referendum sulla riforma costituzionale proposta dalla coppia più bella del mondo, sostenendo che la funzione di contrappeso del Senato era ormai superata perché “efficacemente svolta dai consigli regionali e [sic] dal Parlamento europeo”.
Più recentemente in un salottino televisivo l’ho sentito dichiarare con estrema serietà che l’Unione europea “ci aveva regalato 70 anni di pace”.
Ora la lettura di un suo editoriale apparso giorni fa sul Corsera – scritto a proposito della Siria – mi fornisce ulteriori elementi di giudizio che confortano le mie perplessità. Si tratta di un breve articolo che vale la pena leggere nella sua interezza. Per chi va di fretta, comunque, ecco gli stralci più ineffabili:
… Il meccanismo di prevenzione e gestione delle crisi internazionali, più volte utilizzato, non sempre con successo [sic], per i casi di Panama, Iraq, Somalia, Haiti, Bosnia, Liberia, Sierra Leone, Sudan, Afghanistan, Jugoslavia, sembra ora inceppato, a causa dei fallimenti degli interventi in Iraq, Afghanistan e Libia (dove non è bastato l’intervento militare per riportare pace ed ordine [sic], e ristabilire  l’autorità dello Stato [sic]); e della reazione delle opinioni pubbliche nazionali, meno propense [sic] ad impegnare i propri Paesi in sanguinosi conflitti armati all’estero.
Tuttavia, nel caso della Siria, vi sono due buone ragioni per intervenire.
La prima è che, sotto la pressione congiunta di Usa e Russia, la Siria ha nel 2013 aderito alla convenzione sulla proibizione delle armi chimiche. L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha fatto la sua parte, ma non ha la forza di far rispettare il programma di disarmo chimico siriano. 

La seconda è che si è fatto strada, a partire dal 2000, il principio definito «responsabilità di proteggere». Secondo questo principio del diritto globale, già applicato nei casi del Darfur e della Somalia, vi è una responsabilità collettiva di intervenire per proteggere le popolazioni in caso di crimini contro l’umanità, di genocidio, di catastrofi naturali, e questa responsabilità supera il divieto di interferenza negli affari interni di altri Stati.

Le lezioni che si possono trarre da questo “sviluppo del diritto globale“, secondo il nostro costituzionalista, sono:

a)… anche la sovranità degli Stati va tenuta sotto controllo… gli Stati sono sempre meno sovrani, perché la sovranità è controllata, condivisa, limitata (si potrebbe quindi dire [sic] che non è più una sovranità piena).

b) la globalizzazione è un fenomeno composito: va oltre gli Stati, ma si serve degli Stati. Nel caso della Siria, ad esempio, sono i tre Stati che intervengono, ma agendo per la realizzazione di principi globali.

 

Le foto e le comparsate televisive del professor Sabino Cassese restituiscono l’immagine di un mite vecchietto, circondato dall’aura di prestigio che la sua formazione, i suoi trascorsi di giudice costituzionale e la sua notorietà mediatica gli conferiscono.  Eppure questo simpatico nonnino discetta di “diritto globale” e di “principi globali” che asseverano l’alibi e la prassi con cui l’imperialismo occidentale ha giustificato e continua a giustificare le proprie guerre in giro per il mondo. Cassese lo fa senza interrogarsi sulla scia di morti e devastazioni che quelle guerre comportano; né se questa sua visione “globale” mantenga un minimo di coerenza con il dettato costituzionale (e in particolare con lo spirito e la lettera dell’articolo 11, che nel pezzo citato – del resto – si guarda  bene dal considerare). Tanto meno, infine, si pone il problema di chi può legittimamente decidere quando e se i “principi globali” entrano in gioco: probabilmente dà per scontato che tale diritto spetti – per destino manifesto – all’Occidente, allineato sotto l’egida statunitense, obviously.

Dal 2003 in avanti, nell’opinione pubblica,  concetti come “intervento umanitario” o “esportazione della democrazia” hanno una capacità di presa emotiva sempre più labile, anche perché vi si è fatto pretestuosamente ricorso fino alla sazietà,   per cui forse è arrivato il momento di sostituirli con locuzioni più asettiche. Espressioni come “Diritto globale” o “Principi globali” potrebbe essere appunto quelle più idonee per una cultura di massa dove i tecnicismi, veri o apparenti che siano, hanno un effetto seducente e sedante.
Dopotutto, una delle prerogative che hanno decretato il successo della neolingua – lo sappiamo, è la creatività più sfrenata.
 Elenco guerre americane
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Informazioni su Mauro Poggi

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