Zoccarato-Borzelli: I partiti e la rappresentanza.

Chiara Zoccarato, in un articolo scritto a due mani con Gian Luca Borzelli su Il Paese, si interroga sulla mutazione dei partiti rispetto alla forma tradizionale del secolo scorso. Un fenomeno che negli ultimi decenni ha comportato la progressiva perdita del loro ruolo – di rappresentanza, identificazione e indirizzo popolare sancito dalla Costituzione – con la conseguente cesura  fra cittadini e istituzioni e dunque  con il conseguente inaridirsi della normale dialettica democratica.

L’articolo risale a novembre dell’anno scorso, ma è ancora più attuale oggi dopo che con il referendum del 4 dicembre la grande maggioranza dei cittadini ha rintuzzato il tentativo di piegare la Costituzione alla condizione post-democratica che si sta cercando di imporre ovunque nell’Europa ordoliberista.
Un tentativo, non dubitiamone,  che verrà reiterato non appena le condizioni dovessero apparire più favorevoli: la riforma costituzionale, infatti,  non era l’esigenza estemporanea dell’allora Governo Renzi ma l’obiettivo dichiarato del sistema Eurocomunitario, delle cui disposizioni quel Governo, come tutti quelli che si sono succeduti dall’inizio della crisi a oggi, era l’esecutore.

La mutazione dei partiti coincide con il declino della politica nazionale. Come si osserva nell’articolo, a partire dagli anni ’80 la funzione politica si riduce a semplice mediazione tra istanze sociali e istante terze dettate del vincolo esterno europeo e dei mercati. Aggiungerei che essa  degrada ulteriormente a mano a mano che si consolida il progetto europeista, fino a ridursi a mera esecutrice ancillare di quelle istanze, qual è oggi.
L’eventuale incapacità o renitenza della classe politica viene sanzionata dal sistema con rimozioni e sostituzioni di dubbia conformità democratica (vedi il susseguirsi di governi non legittimati dal voto, peraltro ormai ininfluente stante il “pilota automatico”), mentre i massimi organi di garanzia tacciono o collaborano attivamente  (Corte costituzionale, Presidenza della Repubblica).
Un Parlamento di dilettanti allo sbaraglio (M5S) o di nominati (partiti istituzionali) perde autorevolezza e ragione d’essere sotto il peso della propria mediocrità e ben percepita insignificanza. L’Esecutivo costruisce pretestuosamente il mito della governabilità, che privilegia l’efficienza rispetto all’efficacia, appellandosi al quale tenta poi di imporre la soluzione autoritaria: vedi Italicum e riforma costituzionale.

In questo contesto, è fondamentale il ruolo che hanno avuto e hanno i media: non divulgatori di conoscenza politica ma propalatori di una narrazione colpevolizzante che induce all’adesione acritica alle ragioni sostenute dalle istanze terze, quelle ordoliberiste a trazione teutonica. La crisi, il debito pubblico sulle spalle delle prossime generazioni, la vita vissuta al di sopra dei nostri mezzi, sono fenomeni interpretati come  frutto delle nostre manchevolezze antropologiche da cui dobbiamo redimerci espiando con l’austerità e la distruzione dello Stato sociale.

Sfortunatamente per il Sistema, la “durezza del vivere” a lungo andare provoca rigetto, a dispetto del principio della rana bollita (cfr l’ineffabile Prodi: “”Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga…“).
Il 4 dicembre 2016 ha dimostrato che il popolo è pronto a scuotersi di dosso l’apatia in cui è sprofondato se solo gli si offre l’opportunità di esprimersi in modo sostanziale e non solo formale, salvo poi ritornare a immergersi nel grande bacino dell’astensione quando si ritorna ai logori rituali del voto soporifero che impone la scelta non fra alternative reali ma fra tanti meno peggio equivalenti fra loro.
In quel bacino c’è un patrimonio politico che aspetta solo di poter partecipare ed esprimersi.
I partiti che riscopriranno il ruolo che viene loro assegnato dalla Costituzione, tornando  a radicarsi nei territori anziché nei salotti televisivi, potranno sperare di intercettare questa esigenza, che è poi un’esigenza di democrazia sostanziale  di cui da tempo abbiamo perso traccia.

§

Partiti, potere e rappresentanza – Di Chiara Zoccarato e Gian Luca Borzelli (mie le enfasi)

 

Capita di sentire sempre più spesso affermare che i Partiti sono superati a causa di una irrecuperabile deriva morale o di una mutazione sociale che li rende inadeguati, addirittura che la stessa “forma partito” sia superata.

Al fine di capire come questi giudizi siano maturati, bisogna osservare come, sin dall’inizio degli anni ’90, si è assistito ad una progressiva de-ideologizzazione dei partiti, i quali hanno rinunciato a sistemi valoriali organici.

Le destre, assumendo il modello Berlusconiano di partito, hanno realizzato questo processo attraverso un’azione politica incentrata su temi non-politici, che funzionano da catalizzatori di consenso semi-inconsapevole.

Le sinistre, basando la propria azione più che altro sull’anti-Berlusconismo, hanno smesso di promuovere sistemi alternativi di società spostando la propria attenzione dalla difesa dei diritti sociali alla difesa dei diritti civili. Sembrano aver dimenticato le proprie origini storiche, ma crediamo che vada fatta un’analisi più radicale.

Lo svuotamento ideologico, lo scadimento della classe dirigente e la crisi di rappresentatività dei partiti vanno, a nostro avviso, individuati nella perdita di potere degli stessi nelle istituzioni Repubblicane. Per quanto forte possa sembrare questa affermazione, una valutazione approfondita del partito non può prescindere dal ruolo assegnatogli all’interno del sistema parlamentare: “art.49:  tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La capacità di determinare la politica nazionale è una condizione imprescindibile per dare significato sostanzialea questa istituzione.

A dimostrazione di quanto sopra, grazie alla rappresentatività dei Partiti e alla loro azione, tra il 1948 e la fine degli anni ’70, l’ Italia fu attraversata da un imponente avanzamento sociale ed economico, tanto da renderla il quinto paese più industrializzato del mondo.
E’ dall’inizio degli anni ottanta che la Politica italiana mostra un costante calo di autorevolezza e non riesce più a proporre paradigmi culturali capaci di rappresentare le istanze di progresso economico, culturale e sociale presenti nella società.
E’ ragionevole pensare che, a partire dall’inizio degli anni ottanta, sopraggiunsero condizioni che vincolarono l’attuazione di queste istanze, relegando la Politica all’amministrazione meramente contabile di decisioni prese altrove e marginalizzandone il ruolo. Il difetto di rappresentatività dei Partiti deriverebbe quindi dal fatto che essi non possono più accogliere le istanze provenienti dalla società poiché non danno alcun posizionamento su un fronte politico che è di fatto pre-stabilito.

In questa logica, se non è possibile sostenere determinate opzioni sociali, il massimo che la politica può produrre è una mediazione tra le istanze provenienti dalla società e vincoli posti da terzi. E’ nostra opinione che il nostro intero sistema politico sia stato assorbito all’interno di una altro sistema, antagonista nei principi e nelle finalità della Repubblica, e lo Stato sia stato privato di iniziativa in materie chiave quali la regolamentazione del mercato e la discrezionalità sulle politiche monetarie e fiscali. I partiti maggiormente rappresentativi di quella parte antagonista, sono stati decurtati della loro capacità di determinare politiche in contrasto con le direttive della nuova galassia: l’Unione Europea.

I trattati europei hanno reso quei partiti inutili e impotenti determinandone una reale crisi di potere. La forma partito in questo contesto è effettivamente superata, perché non conta nulla. Né conterebbero eventuali forme alternative, liquide o multilivello. L’unico luogo legittimo dove esercitare il potere democratico è il Parlamento nazionale, poiché, a livello europeo, ci sono luoghi di partecipazione e discussione ma non di potere effettivo.

Il Popolo è Sovrano nella Repubblica, come svelò Giuliano Amato nel 2000 su La Stampa: “denudando gli Stati Nazione della Sovranità questa non trasloca ai piani superiori. La verità è che il Potere Sovrano, spostandosi, evapora. Scompare”.

Ma questo era chiaro a molti fin dall’inizio degli anni ‘70 e, per esempio, i dibattiti politici avvenuti in occasione dell’adesione dell’Italia allo SME lo testimoniano. La Corte Costituzionale stessa, chiamata a rispondere sulla legittimità della firma del Trattato di Roma, dichiarò che questo non poteva implicare la violazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione (Sentenza CC 183 del 1973*). Ebbene, l’interpretazione “aberrante” cui fa riferimento, si è manifestata in tutta la sua concretezza e pervasività all’interno del sistema paese con norme e principi, che hanno stravolto il modello sociale che era il risultato del processo costituente. Questo nuovo modello è il risultato di trattati che non sono stati decisi in modo collettivo né democratico, ma sono stati calati dall’alto.

E’ necessario ristabilire il concetto di Partito come strumento di partecipazione dei cittadini per concorrere a determinare la Politica dello Stato ribadendo che essi, e solo essi, la possono determinare. La selezione della classe dirigente interna dovrà essere fatta, ma avverrà in modo quasi automatico, data la gravità che un tale impegno comporta in un contesto tanto complesso e drammatico, tra coloro effettivamente in grado di affrontare con responsabilità e competenza il governo del Paese.

Un partito oggi che voglia davvero rappresentare, difendere e promuovere gli interessi dei propri cittadini riparte da questo assunto cardine, che non ammette ulteriori cedimenti di potere ad interessi altri, né giustificazioni oltre il ragionevole senso del pudore, intellettuale e morale.

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Informazioni su Mauro Poggi

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