Riforme e Unione Europea, un motivo di preoccupazione in più

Massimo D’Antoni affronta in questo post sulla sua pagina FB uno degli aspetti più critici (e meno esaminati) della riforma costituzionale Renzi/Boschi: l’istituzionalizzazione del vincolo esterno europeo. Con tanti saluti al Popolo, legittimo titolare della Sovranità nazionale, e all’articolo 1 della Costituzione che ne sancisce la titolarità.
Dobbiamo essere consapevoli che chi ci dice “Tranquilli, non abbiamo toccato i Principi fondamentali” è in malafede, perché tutti gli articoli dei Titoli successivi furono pensati dai Padri costituenti in scrupolosa coerenza con quei primi undici. La modifica di un qualunque articolo della Seconda parte, dunque, influenza sempre, nel bene o nel male, la fattibilità della Prima; e se ci raccontano il contrario è perché sanno che la modifica proposta è destinata a influenzarla in senso negativo.
Un esempio recente è la modifica dell’articolo 81, governo Monti (con l’appoggio determinante – “senza se e senza ma” – di un PD allora a conduzione Bersani). Una modifica che da sola è valsa a depotenziare in modo sostanziale almeno quattro dei primi undici articoli: il due, il tre, il quattro e il nove, oltreché tutti gli articoli della seconda parte che di questi sono la logica conseguenza.

Le modifiche che l’attuale riforma propone riguardano 47 articoli.
Però tranquilli, ci dicono che i Principi fondamentali non vengono toccati…

§

Massimo d’Antoni: La riforma costituzionale e l’Unione europea, perché dobbiamo preoccuparci

C’è un tema di merito che sta passando relativamente sotto silenzio, ma che potrebbe essere una delle ragioni più forti per votare No. Un tema che evidenzia una contraddizione tra i contenuti della riforma costituzionale e il maldestro tentativo del governo di marcare la propria distanza dall’Unione con scelte simboliche (la sparizione delle bandiere dell’Ue durante le conferenze stampa) e alzando i toni con Bruxelles in occasione del parere della Commissione sulla Legge di Stabilità.

Al di là del teatrino mediatico, la riforma determinerà infatti un’ulteriore cessione di sovranità del nostro paese alla Ue, analoga a quella realizzata nel 2012 con l’approvazione dell’art. 81 sul pareggio in bilancio. Che questo sia coerente con gli intenti della riforma è d’altra parte esplicito nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014. Sotto il titolo “Le ragioni della riforma”, è il governo stesso a spiegare quali ne siano gli obiettivi:

Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale.

Nell’inquadrare la riforma nell’ambito della governance economica dell’unione, il governo non dà solo una chiave interpretativa, ma rimanda ad alcuni passaggi precisi. Me ne sono reso conto solo di recente, su indicazione di Luciano Barra Caracciolo, che sul suo blog spiega la questione nel modo seguente:

«Come rendersi conto della European connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps: a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948; b) verificate il testo dei nuovi articoli artt. 55 – “Le Camere”: cioè conformazione, struttura e “mission” istituzionale delle Camere) – e 70 – “La formazione delle leggi”: cioè procedure e contenuti generali, ma anche “tipizzati”, della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due “nuove” Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all’oggetto deliberativo delle Camere stesse; c) vi accorgerete che l’effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che “la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l’adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.»

In poche parole: la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea diventa un dovere costituzionale. Immagino l’obiezione: che differenza c’è rispetto ad oggi? Non abbiamo sottoscritto dei trattati comunque vincolanti per il nostro paese? Ad essa si può rispondere osservando innanzitutto che si potrebbe arrivare a dubitare che a seguito della riforma l’Italia possa, in presenza di circostanze che lo rendano necessario o desiderabile, decidere di non far più parte dell’Unione europea. Tale scelta potrebbe infatti essere viziata da incostituzionalità, in quanto renderebbe impossibile per il Parlamento l’adempimento di una sua funzione. Così Barra Caracciolo:

«d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell’Unione, così com’è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il Parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato.»

Quella di uscita dalla Ue è un’ipotesi estrema. Ma, come già è avvenuto per l’art. 81 sul pareggio di bilancio, l’esplicita previsione in Costituzione della “formazione e attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”, avrebbe effetti anche in circostanze più concrete:

«6. E, infatti, questo non può che avere riflessi sulla stessa propensione della Corte costituzionale a sindacare, con effettività e concreta comprensione della natura delle politiche che ci impone l’Unione europea, la violazione dei principi immodificabili della Costituzione (da parte dell’imposizione di tali politiche). (…) Nel costante conflitto tra tali previsioni costituzionali e i principi fondamentali che definiscono i diritti indeclinabili dei cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro (cioè sull’obbligo statale di perseguimento di politiche economiche e fiscali di “pieno impiego”), la Corte non scorgerà alcuna esigenza di ristabilire una gerarchia”, tra le fonti.»

La riforma renderà cioè più difficile sindacare le politiche europee sulla base di un conflitto con la normativa nazionale e con i principi della nostra Costituzione. Con buona pace dell’art.1 che recita che “La sovranità appartiene al popolo” e dell’affermazione, continuamente rilanciata dai fautori del Sì, che la riforma non inciderebbe sui valori costituzionali ma solo sulle procedure della seconda parte della Carta.

Non serve essere “euroscettici” per essere preoccupati del fatto che è in atto una progressiva cessione di sovranità del nostro paese verso istituzioni e organi sovranazionali di dubbia legittimità democratica. Una cessione di sovranità che non ha alcuna contropartita in termini di riforma e democratizzazione delle stesse istituzioni. Sarei ben felice se qualche costituzionalista potesse smentirmi, ma il punto mi pare piuttosto chiaro. E se è così, siamo di fronte a quella che è forse la ragione principale per la quale questa riforma va respinta con decisione.
Votate No!

Informazioni su Mauro Poggi

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8 risposte a Riforme e Unione Europea, un motivo di preoccupazione in più

  1. popof1955 ha detto:

    Ho notato anch’io il fatto che nella riforma della Costituzione c’è il riconoscimento di un vincolo europeo, però penso anche che sarebbe stato miope non riconoscerlo, in fondo la nostra Costituzione è vecchia anche per questo.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Dipende da come valuti l’Unione Europea, che a oggi si dimostra più matrigna che madre, e se consideri positivo subordinare la nostra Costituzione ai trattati ordoliberisti che reggono quel sistema e che in questo modo diventano (definitivamente) sovraordinati rispetto alla nostra Carta fondamentale. Con la differenza che questa ce la siamo democraticamente data, quelli sono l’imposizione di tecnocrati “al riparo del vincolo elettorale”.

      • popof1955 ha detto:

        Proprio per questo, essendo l’Italia una delle nazioni ispiratrici dell’Europa, il riconoscere un potere può fare in modo che lo stesso possa essere applicato e in questo caso saremmo tra i primi a farlo e tanto più che ancora una Costituzione Europea non c’è si cominciano a mettere dei paletti.

        • Mauro Poggi ha detto:

          Ripeto, dipende dalla valutazione che dài al progetto europeo quale si è andato concretizzando in questi anni. Io sono sempre stato molto scettico, e dopo la Grecia – dove l’Unione a dismesso la narrazione della solidarietà e della cooperazione palesandosi per la tecnocrazia finanziaria che è – sono convintamente contrario.
          Quindi ogni dispositivo che ci vincoli ulteriormente a un sistema che tra l’altra sta cadendo a pezzi di suo lo trovo inaccettabile.

        • popof1955 ha detto:

          Invece io trovo che proprio Grecia e Italia accettando i vincoli europei potrebbero scardinare la tecnocrazia finanziaria imputando prorpio a questa sussidarietà dei costi e degli impegni che altri non hanno, come nel caso dei miganti.Ad esempio a Milano qualcuno ha proposto di dare a tutti gli immigrati in attesa di permesso o di sentenza di espulsione, una tessera che gli permetta di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici e non più abusivamente. Una cosa così sarebbe un costo per il Comune nei confronti di ATM ma consentirebbe al Comune di girare i costi allo Stato che a sua volta li presenterebbe alla Comunità Europea.
          In sintesi l’Europa può essere un’opportunità piuttosto che un laccio.

        • Mauro Poggi ha detto:

          Che vuoi che ti dica? A me sembra difficile poter considerare l’Europa un’opportunità, sia dal punto di vista economico (siamo contributori netti per 7-8 miliardi l’anno da 15 anni, senza contare le decine di miliardi versati ai vari fondi salvabanche per salvare le banche tedesche e francesi – come lo stesso Renzi, bontà sua, si è deciso ad ammettere; hai voglia tessere sui mezzi pubblici e hai voglia migranti); sia dal punto di vista democratico, visto che i governi nazionali sono vincolati ai dettami della Commissione e della BCE, organismi questi irresponsabili politicamente nei confronti di chicchessia. Non è per caso che Draghi, in occasione delle elezioni 2013, commentò che non era preoccupato del risultato perché qualunque esso fosse stato esisteva un “pilota automatico” che in ogni caso avrebbe guidato il paese nella direzione prestabilita: come dire che la volontà degli elettori conta solo se conforme a quella dei tecnocrati di lassù.
          Sinceramente, temo che l’unica cosa che abbiamo scardinato, accettando i vincoli europei, è il nostro sistema produttivo (-25% dal 2007), il nostro Stato sociale e in generale il nostro livello di vita. Non parliamo poi della Grecia, declassata ufficialmente (Oxfam) già da quattro anni allo stato di “paese in via di sviluppo”.
          Quindi per tutto questo, e per rispetto a chi si è battuto ed è morto perché potessimo averla, penso che i valori sociali della nostra Costituzione debbano prevalere su quelli ordoliberisti dei trattati europei, sempre; e ritengo del tutto illegittimo il tentativo di snaturarla inserendo clausole surrettizie di ulteriore vincolo. Ovviamente mi auguro che il NO, al prossimo referendum, prevalga e vanifichi questa operazione eterodiretta.

        • popof1955 ha detto:

          Grazie Mauro, bella discussione.

        • Mauro Poggi ha detto:

          Grazie a te🙂

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