Il PSOE e la crisi di regime in Spagna.

Riassumo qui un articolo del professor Vicenç Navarro sulla la crisi politica che investe la Spagna e il PSOE.

L’attuale regime, nato dal processo di dissoluzione del regime franchista, è stato modellato dalle forze conservatrici che controllavano le istituzioni ed è quindi espressione degli interessi che esse rappresentano.
Si tratta di un sistema a limitata rappresentatività e poco sensibile alle istanze di sviluppo dello stato sociale, tanto che oggi la spesa sociale pro-capite, in Spagna, è fra le più basse nel gruppo dei primi stati membri dell’Unione Europea (UE15).

I partiti che hanno gestito la transizione sono due: il PPE, neoliberista in economia e profondamente conservatore in ambito politico-culturale, assimilabile all’estrema destra europea; il PSOE, di orientamento socialdemocratico, che si è andato confortevolmente integrando nel sistema pur da una posizione subalterna.

Fu il PSOE a correggere l’enorme deficit di stato sociale che la Spagna aveva ereditato dalla dittatura. Alla morte di Francisco Franco, nel 1975, la spesa sociale rappresentava solo il 14% del PIL, mentre la media dei futuri UE15 all’epoca era intorno al 22%.
Nel 1993, grazie alle politiche del PSOE, le spese sociali erano salite al 25% del PIL, anche se continuavano a rimanere al di sotto della media. A partire da quell’anno, tuttavia, il differenziale riprese a peggiorare a causa dei tagli imposti da Maastricht per soddisfare le condizioni di ammissibilità all’Eurozona: anche qui come altrove, il costo del biglietto d’ingresso all’Euro venne pagato dalle classi popolari.

Con la crisi del 2008 ci fu un ulteriore depotenziamento dello stato sociale. La crisi  venne spiegata come risultato dell’eccessiva spesa pubblica e del costo del lavoro troppo elevato. Questa lettura profondamente distorsiva della realtà (fino al 2007 il bilancio dello stato era stato attivo e il costo del lavoro era fra i più bassi tra gli stati EU15), giustificò politiche di brutale taglio alle spese e brutali riforme del mercato del lavoro, deregolamentato in tutti i suoi aspetti, con il conseguente enorme impoverimento della classe lavoratrice.

A creare deficit, in realtà non fu la pretesa enormità della spesa pubblica bensì il crollo degli introiti da tassazione, determinato dalla politica di Zapatero (“Abbassare le tasse è di sinistra”, ebbe a dichiarare). Così, mentre si procedeva alla riduzione delle imposte patrimoniale (2,1 miliardi) e di successione (2,6 miliardi), si congelavano le pensioni pubbliche per 1,2 miliardi. Scelte di sinistra.

Una tale politica fece ovviamente crollare i consensi, ma ciò non indusse il PSOE a cambiare orientamento né a fare una qualche autocritica.

Secondo il professor Navarro (difficile dargli torto)  l’adesione alle politiche neoliberiste è un fenomeno che riguarda tutti i partiti socialdemocratici europei (con la possibile eccezione, al momento – ma staremo a vedere,  del recente Labor Party di Jeremy Corbyn).
L’analisi della composizione degli apparati che li governano dimostra che essi sono egemonizzati da una classe di professionisti che hanno sviluppato un’intensa relazione, del tipo “a porte girevoli”, con la finanza, le imprese e i media. Essi considerano che la classe operaia sta scomparendo, in parte trasformata nella classe media che si propongono di rappresentare. Il loro potere non dipende più dai militanti; il ruolo della militanza nel processo decisionale viene scoraggiato, mentre si enfatizza al suo posto la mobilitazione mediatica. La base militante di conseguenza si è ridotta essenzialmente a elementi che hanno l’obiettivo di futuri incarichi di partito o nelle istituzioni.

Fin dall’inizio della campagna elettorale del 2015 il PSOE si trovò diviso fra una vecchia guardia, che controllava l’apparato del partito e desiderava mantenere il sistema bipartitico, e la base militante che premeva per una coalizione di sinistra. Nel mezzo stava Pedro Sànchez, eletto dai militanti ma soggetto alle pressioni dell’apparato. È per questo che Sànchez non ha mai aderito alla proposta per un patto di coalizione progressista, con Podemos nel 2015, e con Unidos Podemos nel 2016: la vecchia guardia non hai mai accettato questa ipotesi, che avrebbe permesso di battere il PPE e stabilire un governo di sinistra. Al contrario, dopo le elezioni 2015, Sànchez optò per un patto con la formazione di destra Ciudadanos, invitando poi Podemos a partecipare in posizione subordinata.

Gli appelli di Unidos Podemos a esplorare insieme le possibilità di un governo alternativo con i partiti nazionalisti  sono sempre stati ignorati. I baroni del PSOE vi si opponevano, preferendo il più comodo sistema del bipartitismo e l’appoggio a un governo del PPE.

Sànchez si convinse infine che l’unica possibilità era una coalizione con Unidos Podemos e i partiti regionali di sinistra, dato che Ciudadanos era naturalmente orientato ad allearsi con Rajoy, e questo gli è valsa la defenestrazione. I baroni del PSOE (Gonzàles, José Bono, Perez Rubalcaba, Susana Dìaz…) non ammettevano l’alleanza con Podemos e con quelli che definiscono indipendentisti, e hanno fatto cadere Sànchez  con un atto golpista, nonostante questi fosse stato eletto dalla militanza e avesse vinto il referendum che chiedeva alla base di esprimersi sulla proposta di negare l’investitura a Rajoy e recuperare l’alleanza con Podemos.

È stato il trionfo dell’apparato di partito contro i militanti. Ancora una volta la difesa dell’unità della Spagna è servita a salvaguardare gli interessi finanziari, economici e mediatici dell’establishment spagnolo, lasciando aperta la via all’investitura del corrotto Rajoy.

Quello che è accaduto avrà un impatto enormemente negativo per le sinistra spagnola e per il benessere delle classi popolari, dal momento che agevola la permanenza al potere del partito più reazionario, il PPE, che avrà così l’opportunità di consolidare ulteriormente i suoi progetti neoliberisti. La prospettiva è quella di  almeno altri quattro anni di uno stato repressivo e insensibile ai bisogni popolari, che continuerà a essere dominato dal bipartitismo, con l’appoggio di Ciudadanos e delle destre nazionaliste.

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