A proposito di riforme e di appuntamenti referendari.

Gli imbarazzanti argomenti con cui i sostenitori del SI giustificano la loro posizione è pari alla superficialità, o irresponsabilità, con cui la riforma è stata portata avanti. Alcuni esempi: il filosofo Cacciari la definisce “una puttanata di riforma” ma la voterà comunque, “in mancanza d’altro“; il giullare Benigni la vota per lo stesso motivo, pur avendo ribadito che per lui la nostra Costituzione è la più bella del mondo; Enrico Rossi, Presidente della regione Toscana, vota SI perché essendo “un amministratore locale, uno che va alla ricerca delle soluzioni ai problemi” detesta vedere buttato via “il lavoro di tre anni e mezzo“: senza avvertire la necessità di interrogarsi sulla qualità del lavoro stesso, tanto “poi magari, si correggono alcuni passaggi in fase di implementazione; del resto, la riforma costituzionale è un processo, non un evento“.

Altrove si parla di riforme “attese da settant’anni“, e si accusa di immobilismo chi ne denuncia le implicazioni autoritarie, l’approccio abborracciato e l’illegittimità.

La madonnina ascesa alla dignità di Ministro per le riforme costituzionali, per virtù insondabili dogmaticamente attestate, come la verginità di Maria, sostiene che la riforma permetterà di rilanciare l’economia italiana, oltreché salvarci dal terrorismo; mentre chi l’ha elevata a tanto incarico millanta 500 milioni di risparmi sul Senato con cui rimpinguare il fondo per la povertà (sarebbero meno di 100 euro all’anno a persona, stante i sei milioni di cittadini che vivono sotto quella soglia), pur sapendo che la Ragioneria dello stato ha valutato quei risparmi in nemmeno 60 milioni.

Trattandosi di persone tutte culturalmente equipaggiate, mi è difficile non pensare che se gli argomenti sono questi è perché non ne esistono di migliori. Mi è difficile pensare che il messaggio che vogliono trasmettere non sia quello manipolatorio della mancanza di alternativa, il there is no alternative di thatcheriana memoria che in questi anni è diventato il mantra attraverso cui sono stati fatti passare lo smantellamento dello stato sociale, la deflazione salariale, le politiche di delocalizzazione e disimpiego, e con cui ora si vuole perseguire una post-democrazia disegnata sulle esigenze della finanza globale.

Un mantra che declinato nelle sue subdole varianti  (“abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, “il nostro debito ricadrà sulle spalle delle generazioni future”) ha generato  una gigantesca sindrome di Stoccolma nella gran parte dei cittadini, lasciandoli inermi e fiacchi alle prevaricazioni dei nostri decisori: posso testimoniare a questo proposito il caso, temo non isolato, di un mio conoscente che a domanda ha risposto che lui il testo della riforma non l’ha letto né intende farlo, dal  momento che ha comunque deciso di votare a favore “perché altrimenti non si va mai da nessuna parte”.

Condivido qui di seguito lappassionata riflessione che Elettra Deiana ha postato sulla sua bacheca Facebook a proposito del prossimo appuntamento referendario (fra parentesi quadre postille mie), e aggiungo in calce i link ad alcuni articoli che considero utili a chi voglia chiarirsi le idee. Continuo a sperare che, al contrario del mio conoscente, la maggioranza delle persone – prima di andare purchessia – desideri legittimamente sapere dove ci stanno portando.

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Di Elettra Deiana: Costituzione a rischio dissolvenza?

Il grande circo politico-mediatico, in queste settimane, parla molto – sia pure quasi sempre a sproposito – della Costituzione e della riforma costituzionale.

Nel negativo caso di conferma referendaria, la riforma […] apporterà mutamenti di sostanza all’intera seconda parte della Carta – ben quaranta articoli – con conseguenze non irrilevanti, costituzionalmente parlando, a vari livelli. Confermando intanto, e in modo decisivo, la già di fatto esistente preminenza dell’esecutivo sulle rappresentanze parlamentari, che diventerebbe pressoché assoluta se la riforma andasse a braccetto con l’Italicum.

Ma occorre anche insistere sul fatto che è la tendenza di fatto il vero rischio in atto, anche a prescindere dalla legge elettorale; e che la controriforma sancirebbe come ormai assodata, senza che neanche lontanamente si prevedano meccanismi di contenimento e bilanciamento del potere dell’esecutivo.

Anche sulla famosa prima parte, quella dei “Principi fondamentali”, bisogna mettere in chiaro le cose.

Perché se tutti, a cominciare dall’attuale capo del governo, dichiarano che, “ovviamente”, la prima parte non è toccabile, sappiamo invece che proprio quella parte è già ridotta a pura rimanenza letteraria di astratti principi, che non trovano nessun riscontro nella vita concreta delle persone né, politicamente parlando, nell’attivazione di meccanismi di reale contrasto alla continua svalorizzazione del lavoro, alle variegate ingiustizie sociali che assillano il Paese, alla crescente pauperizzazione di vaste fasce della popolazione. E mettiamoci anche l’articolo 11, affinché qualcuno ricordi che il “ripudio della guerra” ancora sta scritto in quella pregnante ma ormai dimenticata prima parte [quello stesso articolo che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, laddove in questi anni abbiamo assistito alle cessione sostanziale della nostra sovranità e in condizione di totale subordinazione per assicurare non la pace e la giustizia ma la prosperità dei mercati finanziari globali].

Che fa la politica se non sta alla Costituzione? Che può fare la Repubblica senza la politica? Un bella domanda, mai come oggi attuale, di fronte alla crisi della politica istituzionale, dei partiti, delle rappresentanze parlamentari.

Leggi e meccanismi di contrasto, dunque, di cui ci parla lo straordinario articolo 3 della Costituzione italiana, e che la Repubblica, se ci fosse una politica costituzionalmente orientata, potrebbe e dovrebbe mettere in atto e invece non può più garantire. Perché non basta un testo, ancorché cristallino su questi problemi, come è la nostra Costituzione. Da tempo la Legge fondamentale non costituisce più un vincolo e un riferimento per la politica.

La politica l’ha abbandonata, se n’è andata per conto suo. Con la “riforma” boschiana sarà confermata non solo questa mortifera tendenza – già resa evidente e confermata dalle ultime riforme su lavoro, scuola e altro, che l’attuale governo è riuscito a mettere all’incasso – ma risulterà anche evidente che qualsiasi nuovo governo, mai come oggi, mai dopo la prova di forza voluta da Renzi, potrà fare come vuole con quel che rimarrà della Carta. Per adattarla via via alle esigenze sempre nuove del momento, per rispondere a nuove richieste dell’Europa o far finta di niente di fronte a allusioni e sollecitazioni di stampo neoliberale che società finanziarie come JP Morgan, hanno fatto e fanno, circa l’eccesso di democrazia di cui la Costituzione italiana e altre di tipo antifascista, soffrirebbero. Una ardita ingerenza sempre pudicamente taciuta, lasciata passare – rimossa e dunque banalizzata – dal dibattito pubblico. Hanno probabilmente paura di dover ammettere che sì effettivamente il problema che hanno i governanti italiani, complice il sistema mediatico che ruota loro interno, è proprio di dover “ridimensionare” la democrazia. E dunque non si può dire, ma JP Morgan, vedi un po’, ha ragione.

Un esempio illuminante di questa ormai consolidata tendenza, che il nuovo governo ha solo portato alle estreme conseguenze, è stata la modifica dell’art. 81 della Costituzione, avvenuta sotto i governi di Berlusconi (il quarto) e Monti, nella seconda metà della XVI Legislatura, proprio nel bel mezzo della crisi dello spread e dell’invocato stato di emergenza, che è stata una tappa decisiva nell’affermare la tendenza alla premineza – senza regole, se non quelle dello stato di emergenza – dell’esecutivo.

In quell’occasione non colpì affatto, ma avrebbe dovuto invece colpire fortemente, la leggerezza con cui una modifica costituzionale di tal peso fu adottata dal legislatore( 90% circa dei consensi), e tutto avvenne in tempi da record, alla faccia degli ingombri insormontabili del bicameralismo perfetto che ci vengono continuamente ammanniti per spiegarci la giustezza della, per altro falsa, cancellazione del Senato nonché l’egualmente falsa riduzione delle spese che dalla cancellazione deriverebbe. Tempi da record per la modifica costituzionale dell’articolo 81, dunque e, soprattutto, disponibilità della classe politica italiana ad andare ben oltre le stesse richieste di Bruxelles. L’Ue infatti imponeva all’Italia sì di adeguare i bilanci di spesa al Fiscal Compact ma non prevedeva certo che un tale vincolo dovesse essere adottato addirittura a livello costituzionale. Roba da matti, per dirla chiara, una scelta scriteriata che è passata nell’opinione pubblica come acqua fresca, grazie alla grancassa mediatica, ai ricatti politici del baratro che si apriva, all’ignavia delle classi dirigenti. E al depotenziamento ormai avvenuto del significato politico e sociale di avere una Costituzione a impedimento che i poteri costituiti facciano quello che vogliono. Punto essenziale da mettere in chiaro: non amiamo i governi costituenti. Di questi tempi, poi.

L’accidioso spirito del tempo, il contagioso, dilagante senso comune, alimentato dalle facili demagogie del potere, nonché l’ignavia dei chierici, mi piace dire con lessico antico, tutto insomma lavora da tempo a un processo di rarefazione e banalizzazione del nocciolo duro della Costituzione. Processo che si rafforza grazie alla potenza performativa del sistema politico-mediatico, che spinge e convince ad accettare su tutto la vulgata dominante. Che è quella di chi ha in mano Palazzo Chigi. La vulgata delle continue tiritere di cui ci dilettano governo e entourage. Non è un caso che Berlusconi e Renzi abbiano così tanti tratti in comune. Il nuovismo, in primis, che è cosa assai diversa dal rinnovamento. Il nuovismo ti fa dire tutte le sciocchezze che vuoi, tanto dietro a te non c’è nulla e nessuno. Il rinnovamento ti fa fare i conti con il passato e i suoi fantasmi. Che ancora affollano il presente.

Domina ormai nel discorso pubblico, una sorta di cattedra unica del pensiero – il conformismo rispetto a come oggi stanno le cose. Conformismo che divarica il linguaggio politico tra l’adattamento su tutto al mainstream narrativo dominante, da una parte, e la facile demagogia di chi sdogana tutto per occupare il suo posto al sole, dall’altra. Non c’è invece spazio per il pensiero critico, l’azione critica, un’idea di sottrazione al conformismo e di proposta di cambiamento che abbia la forza di sparigliare e dare un ordine diverso alle cose. Un distanziamento e un guardare le cose da un altro punto di vista. Farsi altre domande.
Gli unici che ci hanno provato, almeno a sparigliare – con l’uso della rete, col concetto – per altro rimasto confuso – dei rappresentanti/cittadini, con l’idea anch’essa non chiarita della democrazia diretta, ma suggestiva, oggi, per i guasti smisurati da cui è segnata la democrazia rappresentativa – sono i Cinque stelle. Ma si sa in realtà sempre meno su che cosa vogliano davvero fare né, soprattutto, sembrano disposti a discuterne seriamente fuori dal loro ambito. Come a me invece piacerebbe che avvenisse, perché da alcune delle istanze di cui sono portatori non si può prescindere.

Il modo di costruire il confronto – che in realtà è scontro – secondo le prevalenti ricette della ministra Boschi e di altri del governo o della maggioranza, si riverbera sul dibattito e lo assoggetta, svilendolo, nel gioco tutto politicista di contendenti in campo protesi alla vittoria.
Così si perde di vista il nocciolo duro della questione, che è poi il cuore del costituzionalismo democratico del Novecento, quello che fa la differenza tra una costituzione embedded, su cui il potere costituito può mettere le mani come vuole, e una Costituzione che ha la sua bussola nel nesso inscindibile tra se stessa e la sovranità popolare – articolo 1 – quindi nello stabilire con rigore millimetrico i limiti e le regole del potere e dei poteri, cioè il fatto che i poteri stessi non facciano altro, rispetto a quello a cui sono destinati a fare, che non prevarichino, che non rimescolino le carte invadendo il campo altrui. E stiano, ognuno per quello che gli compete, al rispetto della dialettica democratica tra le diverse posizioni che il Paese esprime, alla difesa del dissenso, secondo Costituzione e leggi della Repubblica, alla tutela dei diritti delle minoranze, della libertà del pensare non conforme, dell’esprimere dissenso, anche organizzandolo, vedete un po’, sia con i “no” irrispettosi di molti di noi alla riforma, sia con forme varie di conflitto che anche in Italia per fortuna continuano a darsi.
Ma vengono trattate come vicende solo irritanti, fuori norma, sempre scandalose e senza senso. Fanno solo perdere tempo. D’altra parte il silenzio tombale che politica e circo mediatico hanno costruito intorno ai due mesi e passa di durissime lotte in Francia contro la Loi travail la dice lunga sullo stato del dibattito italiano. E sulla paura che qualcosa di impensabile prenda vita e sparigli il confronto. Anche la sinistra su questo non ha certo brillato ed è quindi un problema anche nostro.

La Costituzione fu concepita e elaborata per tenere insieme una società con le sue differenze e i suoi contrasti, le sue talvolta prodigiose,convergenze e le sue spesso acute distonie. Anche di classe, si diceva una volta, concetto che oggi è solo una misera questione di povertà – mentre il capitalismo si mangia la vita delle nuove generazioni – da risolversi, quando c’è un tornaconto elettorale con le graziose elargizioni del governo. Come un volta facevano i Re.

Su questo, sul nesso tra Costituzione, vita delle persone e soprattutto diritti sociali delle persone, che è oggi la vera questione in gioco, siccome non se ne parla, dobbiamo essere noi a parlarne. Dire no per recuperare la Costituzione alla politica, e rilanciarla non solo come bene del cuore – è per molti e molte anche tale ma non servirebbe davvero a nulla se tutto si risolvesse in questo – ma come insostituibile riferimento della politica.

L’appuntamento referendario non è una partita che riguarda le cosiddette classi dirigenti: la svolta tanto attesa per l’Italia, il cambio di passo necessario per “efficientare” il sistema rimasto inceppato da troppo tempo, il farsi valere anche con le riforme istituzionali in Europa. E via così.

Se ne deve invece parlare radicalmente da un altro punto di vista. Oltre ad affermare le ragioni di ogni tipo, anche tecnico funzionale, del no, che devono essere ben spiegate per convincere il numero più alto possibile di elettori, bisogna puntare anche, per quel che è nelle nostre mani, a far rinascere, fra tutti, e far nascere tra i giovani, una rinnovata passione democratica di tipo costituzionale, e una di nuovo forte consapevolezza del rapporto positivo che deve esserci tra Costituzione e politica, tra Costituzione e vita delle persone, tra Costituzione e democrazia. E dunque un desiderio popolare e una volontà popolare anche di interrogarsi su come quel nocciolo duro di cui sopra possa essere meglio valorizzato e reso un obbligo per la politica, anche cominciando a riflettere sugli eventuali cambiamenti al testo del ’48, utili perché tutto meglio funzioni in questo senso. Perché difendere la Costituzione non deve significare in nessun momento un ripiegamento nostalgico né un atteggiamento conservatore. E’ il cuore del costituzionalismo democratico che deve parlare e fare la differenza. E deve per questo essere quel cuore a essere strenuamente difeso. Non solo in Italia e non solo, ovviamente, per i nativi autoctoni. Ma questo è, per il momento, un altro discorso. #iovotono è intanto la priorità.

§

Per approfondire:

Riforma: testo a fronte con la Costituzione vigente

Zagreblesky: Preferiremmo di no

Comitato per il NO: trenta ragioni

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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4 risposte a A proposito di riforme e di appuntamenti referendari.

  1. aldoricci ha detto:

    Pur apprezzando la tua fatica credo tu ti sia allargato più alla misura di un saggio piuttosto che a quella di un post il quale, e qui ha ragione il Fatto on line che prevede un massimo di 4500 battute. Che è poi il motivo per cui non ce l’ho fatta a leggerti fino in fondo, anche perché di commenti e contro/commenti su questa legge, ce ne siamo letti a iosa e chissà quanti ancora ci verrano proposti e riproposti, in un paese come questo in cui alla pressoché mancanza di azione, si pensa sempre di ovviare con dosi massive di retorica. E capisco il tuo amico che non ha letto il testo e che non intende farlo, dal momento che ha comunque deciso di votare a favore “perché altrimenti non si va mai da nessuna parte”. Lo capisco ma non lo condivido – io voterò no per il semplice motivo che non nutro la minima fiducia nei confronti di chi l’ha voluto – pur ammettendo che nemmeno io ho letto un testo prevedibilmente scritto nel linguaggio che ben conosciamo, fatto per scoraggiare più che per comunicare e che quindi richiede un passaggio infinito di mediazioni, interpretazioni & via discorrendo. Nel pezzo ravviso anche la solita confusione tra liberale e liberista che son due cose ben diverse ma tanto è…

    • Mauro Poggi ha detto:

      Sì, 2500 parole sono tante per un post, lo capisco. L’articolo di Elettra è già lungo di per sé, in più io mi son fatto prendere la mano con l’introduzione… Normalmente cerco di stare sotto le 1200/1300 parole, ma stavolta non è andata così.
      Le mediamente 750 parole suggerite dal FQ on line a volte però possono risultare insufficienti; poi, siamo d’accordo, c’è chi riesce a esprimersi con i 140 caratteri di twitter. Io davanti a post lunghi, tipo questo (e in rete ce ne sono, altroché!), faccio una prima scansione soffermandomi solo sulla prima frase di ogni paragrafo, tanto per capire se l’argomento è di mio interesse e merita quindi più attenzione. Se non è così lo scarto, altrimenti lo leggo per intero, al peggio in due o tre tornate.

      • Sendivogius ha detto:

        Il vantaggio di gestirsi in proprio una pagina on line risiede nel fatto che questa ha policy molto flessibili e assolutamente discrezionali: non deve rispondere agli inserzionisti, né agli azionisti; non deve curare la copertura spese nel ritorno dei profitti, e soprattutto non deve sottomettersi al limite di battute. L’unico giudice è il lettore.
        Ciò detto, pur apprezzando e condividendo ogni tua singola parola, ma ne vale veramente la pena?!? Andare in ‘battaglia’ e mobilitarsi per gente (gentucola) che “il testo della riforma non l’ha letto né intende farlo, dal momento che ha comunque deciso di votare a favore, perché altrimenti non si va mai da nessuna parte”?!?!?

        A volte penso, nei momenti di maggior scoramento, quasi che per questi ex figiciotti organici al Partito che non c’è più, ridotti al ruolo di ascari (o meglio di gunga-din!) per questa DC 2.0 eterodiretta dai CdA bancari, la soluzione migliore sarebbe una bella dittatura compiutamente FASCISTA che li prenda a calci in culo dalla mattina alla sera, e li tenga a testa china e inquadrati come i servi della gleba che sono.
        Personalmente, sono un camaleonte nato: sopravviverei di certo meglio di loro… E potrei similare benissimo in perfetto mimetismo… mettere addosso un camicia nera per godere di un simile piacere (dare loro una sonora razione di legnate) sarebbe un sacrificio quasi sostenibile..!
        Aspetta che il PD perda le elezioni e, da stalinisti inseparabili dal potere quali sono, li rivedremo tutti in piazza con la loro incontenibile faccia da… (ci siamo capiti!) a ragliare qualcosa a proposito di “deriva autoritaria” ed “emergenza democratica”. Allora vedrai che ricicceranno fuori pure i Michele Serra con allarmati editoriali ed i desaparecido tipo Nanni Moretti (è ancora vivo il pirla dei girotondi?).
        Abbiamo archiviato la devastante esperienza del berlusconismo, e non ci siamo accorti che oltre il porcile si estendeva solo una immensa palude popolata di vermi.

        • Mauro Poggi ha detto:

          Grazie Sendivogious.
          Concordo con il tuo intervento, ovviamente; anche se non arrivo ad augurarmi un fascismo old style, dal momento che comunque la Storia “è buona maestra, ma ha pessimi allievi”, e probabilmente anche questa lezione passerebbe inavvertita come tutte altre del passato.
          Sono convinto, d’altra parte, che un nuovo fascismo generalizzato si sta affermando, più raffinato di quello che lo ha preceduto, più sottilmente pervasivo nelle coscienze. È da tempo che osservo, con vero raccapriccio, che fra la gente si sta diffondendo – come un virus incontrollabile, una peste camusiana – una gigantesca sindrome di Stoccolma, sempre più spesso mi ritrovo a parlare con vittime che solidarizzano con il proprio aguzzino, le ragioni del quale non esitano a fare proprie…
          Al momento è un fascismo meno fisicamente violento, al proprio interno, ma se guardiamo a come si esprime nei rapporti di forza internazionali è legittimo pensare che, alla bisogna, saprebbe essere all’altezza della propria natura anche dentro i confini nazionali, anzi europei.
          I segnali ci sono tutti, per chi ha voglia di vederli.
          La domanda che poni (vale veramente la pena scriverci sopra?) me la ripeto da sempre, e ultimamente anche con maggiore frequenza. Ti confesso che negli ultimi mesi provo un forte sentimento di inutilità e stanchezza che mi ha allontanato da queste pagine virtuali. Se non le ho abbandonate definitivamente, ancora, è perché tutto sommato le scrivo per me stesso, forse per l’esigenza di testimoniare la mia non adesione al modello di conformismo totalitario che ci stanno imponendo.
          In questo senso, ma solo in questo senso, forse sì, forse ne vale la pena.

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