Afghanistan: una guerra drogata

Dal blog di Marcello Foa un’analisi sulla guerra dimenticata dell’Afghanistan, che procede da quindici anni con un orizzonte di soluzione via via più lontano (l’ultimo stabilito da un recente vertice NATO è fissato al 2020), fra droni, vittime collaterali, defezioni di alleati, il prospero traffico d’oppio, un trilione di dollari speso e le sempre ghiotte opportunità per l’industria bellica.

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E’ davvero incomprensibile come l’Occidente possa continuare a mandare i propri soldati in Afghanistan. La Seconda Guerra mondiale durò sei anni, quella per sconfiggere la terribile armata dei talebani è in corso dal 2001, ovvero da 15 e all’ultimo vertice della Nato è stata prorogata fino al 2020.

Diciannove anni per sconfiggere i terribili talebani? E pagando un trilione di dollari? Un po’ troppi, ne converrete. Non è un caso che spagnoli, inglesi e francesi abbiano deciso di ritirarsi unilateralmente. Non vedono più l’utilità di una missione che in termini militari ha fallito ma che l’America di Obama intende prolungare. Secondo un osservatore attento come il generale italiano Mario Arpino, la verità è che l’occupazione militare è diventata permanente sebbene nessuno lo ammetta. Secondo altri osservatori ci sarebbero altre ragioni, tra cui le pressioni dell’establishment e dell’industria militare per continuare a beneficiare degli ingenti finanziamenti.

Di certo la guerra in Afghanistan è stata un fallimento. Non è servita a sradicare un regime indicato come uno dei principali sostenitori del terrorismo neosalafita. Non ha portato democrazia, nè benessere alle popolazioni locali, che sono sempre più povere. In compenso ha generato immensi benefici ai trafficanti di droga. E’ la verità taciuta su questo conflitto, sebbene ci riguardi da vicino perché l’eroina finisce anche in Europa. A svelarne il lato nascosto e imbarazzante è un giornalista indipendente, Enrico Piovesana, in un saggio breve e convincente “Afghanistan 2001-2016 – La nuova guerra dell’oppio”, Arianna Editrice. Piovesana frequenta da anni Kabul e la sua denuncia nasce proprio dall’esperienza personale.

La tesi è tanto forte quanto scomoda: le truppe della Nato hanno di fatto favorito i narcotrafficanti. Fantasie? Non proprio: nel 2000, prima dell’intervento militare, la produzione di oppio in Afghanistan era azzerata, oggi rappresenta il 92% di quella mondiale.

In teoria, la Nato condanna la produzione di oppio e infatti i villaggi sono disseminati di cartelli che la scoraggiano, cartelli che però tutti ignorano; nella realtà la produzione e il traffico sono ampiamente tollerati. Per una ragione molto semplice: oggi l’oppio è diventato la principale fonte di sostentamento per la popolazione afghana. E di un business da decine di miliardi di euro a cui i potentati locali, che poi garantiscono la stabilità di alcune zone del Paese, non sono insensibili.

Risultato: per controllare l’Afghanistan bisogna venire a patti con questi Signori, autentici criminali, che godono di fatto di impunità e che talvolta ricoprono anche alte cariche istituzionali, vedi il fratello del presidente Karzai.

Il tutto ovviamente nella più straordinaria opacità mediatica. Di questo tema non parla nessuno. Certo, la Dea, l’agenzia americana che lotta contro il narcotraffico è presente ed è agguerrita ma dispone solo di 13 collaboratori, mentre la Nato dichiara che la lotta al narcotraffico non rientra fra gli obiettivi della propria missione. Nel 2005 gli inglesi e la Dea pretesero l’allontanamento di Akhundzada, il governatore della regione di Helmand, che nascondeva 9 tonnellate di oppio addirittura nei suoi uffici , il quale si vendicò cedendo i propri miliziani ai talebani che trasformarono quella zona nel fronte più caldo della resistenza. L’Helmand divenne un Vietnam per le truppe di Sua Maestà. Da allora la Nato lascia correre, mentre la Cia, secondo le qualificate testimonianze raccolte da Piovesana, stringe accordi con i più pericolosi narcotrafficanti.

Il quadro che emerge è sordido. I militari a fine missione lucrano sull’oppio che portano in grande quantità in Europa e in America sapendo di non dover passare alcun controllo doganale. I direttori delle agenzie internazionali presenti a Kabul sanno tutto, ma sono costretti a tacere. Obama, in un sussulto, apparente, di dignità, nel 2009 decise di abbandonare la linea del disinteresse, e approvò un intervento “selettivo” ovvero volto a colpire solo i signori della droga legati ai talebani, che però rappresentano appena circa il 10% del totale. Per gli altri, ovvero per il 90% dei trafficanti, tutto come prima.

Il paradosso è che queste ciniche liberalità, che riflettono il lato oscuro della real politik, non bastano per vincere una guerra che dura da 15 anni, di cui non si capisce più la necessità ma che di certo finisce per danneggiare noi europei: l’eroina che dopo i flagelli degli anni Ottanta si pensava scomparsa, continua a diffondersi nella nostra società, soprattutto tra i giovani, con le conseguenze che ben conosciamo: la dipendenza, l’aumento della criminalità, l’annientamento fisico. Quell’eroina che viene coltivata ed esportata sotto gli occhi distratti della Nato.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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4 risposte a Afghanistan: una guerra drogata

  1. Sendivogius ha detto:

    😉 Un impegno “leggero” (in termini numerico di truppe, perché le guerre da che mondo e mondo si vincono con un massiccio impiego di fanterie e, conseguentemente, di perdite; non certo con i droni) presuppone un controllo “leggero”, che all’atto pratico si traduce in un’ampia tolleranza ed una certa indipendenza discrezionale circa i traffici, le clientele, ed il sottobosco criminale che anima la satrapia “democratica” di Karzai. Se si aggiunge che il nostro esotico arbiter elegantiae controlla di fatto il solo distretto di Kabul o poco più, va da sé che bisogna scendere a patti con le migliaia di clan tribali, bande di predoni e regoli feudali, che spadroneggiano nelle zone più impervie e che, se profumatamente ricompensati, conducono la guerra per procura come ausiliari mercenari, ricevendo in cambio mano libera per i traffici di cui sopra su cui non è nemmeno il caso di scandalizzarsi troppo…
    Ovvio poi che lo scomodo alleato di oggi è il talebano di domani e viceversa. Ci si arrangia con quello che offrono le “risorse umane” locali. Per dire, i Romani del Basso Impero impiegavano massicciamente contingenti di Goti e Unni nel loro esercito, coi risultati oggi ben noti.
    Perché quell’entità astratta che impropriamente chiamiamo “Occidente” persiste nell’occupazione apparentemente fallimentare dell’Afghanistan, ben sapendo per esperienza che questo è ingovernabile?!? Be’ il discorso sarebbe assai lungo, ma può essere riassunto in un’unica parola a memoria di Kipling: “The Great Game”. E per le letture estive mi permetto di suggerire l’omonimo saggio di Peter Hopkirk:
    http://www.adelphi.it/libro/9788845924750
    E sì, lo si legge tutto d’un fiato.
    Crollano gli imperi e cambiano gli attori strategici, ma la geopolitica resta. E con variazioni minime.
    La funzione è sempre quella: contenere la sfera di influenza dei Russi.

  2. Mauro Poggi ha detto:

    “Crollano gli imperi e cambiano gli attori strategici, ma la geopolitica resta”. Il Grande Gioco continua a essere giocato sulla pelle degli altri, esattamente come più o meno 140 anni fa. Un’ostinazione degna di miglior causa.
    Prendo nota del suggerimento, al solito vado sulla fiducia🙂

  3. tramedipensieri ha detto:

    Sarebbe ora che si rientrasse da questa specie di banco di vendita di armi e chissà cos’altro…oppio, gas, passaggi strategici…
    Quindici anni son davvero tantissimi

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