Roberto Scarpinato: prima che la luce si spenga

Roberto Scarpinato

Roberto Scarpinato è un magistrato che ha fatto parte del pool antimafia di Falcone e Borsellino, ed è stato protagonista della nuova stagione di lotta alla mafia succeduta alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Dal 2013 ricopre la carica di Procuratore generale alla Corte d’appello di Palermo.

Devo a MEMMT la segnalazione del suo intervento a un recente convegno, “I nuovi confini del giudizio in Cassazione in un confronto con la Giurisprudenza di merito“, di cui Radio Radicale ha registrato l’intero evento, disponibile a questo link.

Nella sua analisi il magistrato mette in evidenza come al tradizionale rapporto dialettico fra Cassazione e Magistratura, il cui coefficiente di politicità rimaneva pur sempre entro i limiti che la stessa Costituzione poneva, si sovrapponga oggi, o addirittura si sostituisca, quello ben più politicizzato e invasivo con istituzioni sovranazionali di dubbia legittimità democratica e portatrici di istanze spesso in conflitto aperto con i valori della nostra Carta.
(Concetti che ribadisce e circostanzia  ulteriormente in un’intervista a Repubblica di qualche giorno fa, a proposito del referendum sulla riforma costituzionale e della discussione se sia legittimo o meno per i magistrati impegnarsi nella campagna referendaria).

Credo che per la rilevanza dei contenuti, l’intervento meriti i tempi lunghi della lettura e della riflessione  più che quelli rapidi dell’ascolto. Eccone perciò la trascrizione:

§

[…] Colloquiando con persone di media cultura non appartenenti al mondo del diritto, mi sono reso conto come nell’immaginario popolare si raffiguri il rapporto tra Corte di Cassazione e Giudici di merito come di tipo unilaterale e asimmetrico. La Cassazione viene cioè percepita come la cuspide della piramide giudiziaria, una selezionata aristocrazia intellettuale incaricata di imporre dall’alto della sua posizione sovraordinata l’esatta interpretazione delle regole ad una Magistratura di merito incline all’errore per mancanza di esperienza, saggezza, o peggio perché propensa all’anarchia interpretativa.

Mi sono talora sentito chiedere come fosse possibile che nel sistema italiano un giudice di merito potesse discostarsi dalle massime della Corte di Cassazione senza con ciò stesso non essere sottoposto a sanzioni disciplinari.

I giuristi sanno bene come tale percezione popolare sia lontana dalla realtà e come quello tra Corte di Cassazione e Giurisprudenza di merito sia non un rapporto asimmetrico e unidirezionale, ma al contrario bidirezionale e di reciproca fecondazione.

Proprio per la peculiare natura di tale rapporto la dialettica Cassazione-Giusprudenza di merito è stata uno dei più importanti motori dell’evoluzione progressista del Diritto, del suo adeguamento ai valori costituzionali nel corso di una lunga e travagliata stagione. Una stagione che è iniziata nel secondo dopoguerra e che ha visto talora susseguirsi anche momenti di tensione, di rilevanza tale da essere ricordati non solo negli annali di diritto riservati ai giuristi ma anche nei libri di storia, cioè nella narrazione pubblica del modo in cui si è formata l’identità culturale nazionale. […] Basti ricordare per i più giovani tra i presenti l’aspro confronto dialettico che seguì alla sentenza con la quale agli inizi degli anni cinquanta la Cassazione introdusse la distinzione tra norme costituzionali programmatiche e norme precettive accreditando così l’idea che i principi sanciti nella prima parte della Costituzione non fossero immediatamente vincolanti perché necessitavano di successivi interventi di specificazione da parte del legislatore ordinario.

Fu quello uno dei momenti nel quale emerse come talora, attraverso le neutre interpretazioni giuridiche dell’assolvimento delle funzioni di nomofilachia, potesse declinarsi la dimensione politica insita nell’interpretazione delle norme, al punto di tentare di infrangere per tale via il primato della Costituzione.

Non è il caso di ricordare altre sentenze della Corte che nel primo ventennio della storia repubblicana si inserivano in quella linea di continuismo culturale con la stagione pre-costituzionale. Ma vale tuttavia la pena di sottolineare che se si tratta di una storia felicemente archiviata e consegnata al passato, lo si deve in buona misura anche al rapporto bidirezionale tra Cassazione e Giurisprudenza di merito al quale accennavo; cioé grazie al fatto che in quella fase storica di alfabetizzazione costituzionale del Paese, i giudici di merito di tutta la Nazione proseguirono ad emettere sentenze e a sollevare eccezioni di costituzionalità che nel loro ininterrotto e molecolare sommarsi costituirono una sorta di inarrestabile marea crescente di nuova linfa culturale, che venendo dal basso finì per penetrare e sommergere la stessa Cassazione rinnovandone così profondamente i codici culturali e omologando quei codici a quelli della Magistratura di merito, pur nella ineliminabile diversità delle funzioni istituzionali di legittimità e di merito.

Seppure così ricondotta all’alveo dei suoi limiti fisiologici, la dialettica Cassazione-Giurisprudenza di merito ha continuato a costituire una costante, venendo talora alla luce su alcuni terreni caratterizzati da un forte coefficiente di politicità. […]

Se oggi ho voluto tratteggiare queste vicende […] è perché ritengo che il tema della dimensione politica del diritto e della sua interpretazione sia tornato di prorompente attualità in forme inedite rispetto al passato, talmente sofisticate da sfuggire alla percezione dei più, sicché è necessario un surplus di consapevolezza.

Nella Prima Repubblica la dialettica Cassazione-Magistratura di Merito si svolgeva tra due polarità istituzionali che si confrontavano all’interno di un habitat giuridico istituzionale semplificato e circoscritto. Un ordinamento giuridico caratterizzato da una Costituzione rigida che per il suo carattere di fonte sovraordinante costituiva una comune stella polare per l’interpretazione dell’applicazione del diritto.

All’interno di questo circoscrito habitat il coefficiente di politicità dell’interpretazione delle norme si esauriva entro una banda di oscillazione molto ristretta e trasparente: la banda di oscillazione consentita dall’interpretazione delle norme costituzionali.

Ebbene, oggi questo habitat giuridico e istituzionale domestico è in fase di avanzato e radicale disfacimento a causa di poderosi processi storici macropolitici e macroeconomici che stanno alterando la stessa gerarchia delle fonti e riscrivendo la gerarchia dei valori.

Si pensi, per accennare solo ad alcuni, all’eclisse della sovranità degli stati nazionali e dei loro ordinamenti interni; alla trasmigrazione dei centri decisionali dalle istituzioni nazionali a istituzioni sovranazionali, talora addirittura informali e prive di legittimazione democratica; alla sovrapposizione di trattati europei e internazionali alle costituzioni nazionali; alla riscrittura di parti essenziali della stessa costituzione.

In questo tumultuoso magma niente più è destinato a essere come prima, con ricadute macrosistemiche enormi sul ruolo delle giurisdizioni di legittimità e di merito e sui loro rapporti.

È bene avere presente che non si tratta affatto solo di un momento della complessità, solo di una maggiore difficoltà nell’assolvere al compito professionale di giurista, ma di una sotterranea re-ingegnerizzazione globale dell’ordinamento giuridico, che veicola occultamente al suo interno paradigmi e sistemi di valore dotati di un elevatissimo coefficiente di politicità talora distonici e talora antagonisti rispetto ai valori costituzionali preesistenti.

Si tratta di fenomeni di tale complessità e rilevanza la cui onda lunga attinge anche al giudice di merito,  oggi sempre più sollecitato, anche da autorevoli pulpiti istituzionali, a rivisitare il proprio ruolo e il proprio modo di interpretare la legge facendosi carico non solo dai principi costituzionali ma anche delle ricadute economiche delle sue decisioni, al punto di subordinare la tutela dei diritti alla ragione dei mercati e alla capienza di bilancio.

Tali sollecitazioni culturali  trovano oggi legittimazione e base normativa in nuove norme di sistema introdotte a seguito della complessa re-ingegnerizzazione alla quale accennavo, non solo nei trattati internazionali ma anche nel corpo stesso della Costituzione.

Si pensi per esempio all’articolo 81 della Costituzione, [modificato] nell’anno 2012,  che nell’imporre l’obbligo del pareggio di bilancio, ha in sostanza costituzionalizzato il paradigma della cosiddetta “legalità sostenibile” e ha minato le fondamenta stesse dello stato sociale, impedendo il finanziamento in deficit dei suoi servizi.

Se si ripercorre a ritroso la genealogia di questa norma costituzionale ci si rende conto che non è stata elaborata all’interno del parlamento costituzionale, in esito a un dibattito pubblico consapevole delle sue conseguenze macrosistemiche, ma all’interno di ristrette élite economiche sovranazionali e di provata fede neo-liberista. E ci si rende conto che la sua approvazione è stata sollecitata non dal Parlamento europeo e neppure dalla Commissione europea ma dal Presidente della Banca Centrale Europea con una lettera destinata a restare segreta, inviata il 5 agosto 2011 al Presidente del consiglio dei ministri italiano.

E andando ancora a ritroso ci si rende conto che la sua approvazione è stata festeggiata dalle più grandi banche d’affari internazionali, come ad esempio la potentissima Morgan Stanley che – come risulta da un suo report segreto interno del 25 maggio 2013 – individuava proprio nella Costituzione italiana e nel lealismo costituzionale della magistratura italiana, alcuni tra i principali ostacoli per la rinegoziazione nell’area strategica del Centro-Europa  dei rapporti tra Stati nazionali e mercati finanziari.

Mentre noi giuristi siamo affaccendati a valle con i problemi della quotidianità, mentre siamo impegnati in un faticoso lavoro di razionalizzazione istituzionale e di riorganizzazione interna, i “mondi superiori” lavorano alacremente a monte, costruendo nelle pieghe dei trattati internazionali i presupposti per complesse ingegnerie istituzionali che giorno dopo giorno plasmano un nuovo modello sociale antitetico a quello costituzionale.

La legalità sta così cambiando il proprio DNA interno e i propri contenuti valoriali.

Con un singolare ritorno all’epoca pre-costituzionale la legge si va trasformando da fonte che attribuisce e garantisce diritti a fonte che legittima la riduzione e la perdita dei diritti.

Basti pensare alla vicenda paradigmatica della transizione dallo Statuto dei lavoratori alla legge sul Jobs Act.

Il tema della politicità del diritto è dunque all’ordine del giorno come tema prioritario e investe pienamente il problema dell’interpretazione delle norme di diritto all’interno dei una dialettica molto più complessa rispetto al passato. Se prima la dialettica si esauriva all’interno del circuito bipolare Cassazione – Giurisprudenza di merito, che poteva diventare tripolare quando entrava in campo la Corte costituzionale, oggi tale dialettica è diventata multipolare e sovranazionale, coinvolgendo oltre alle polarità istituzionali nazionali anche le corti internazionali e organi para-giurisdizionali sovranazionali, in un lavoro di interpretazione e reinterpretazione ad altissimo coefficiente di politicità, perché deve fare sintesi e talora esercitare opzioni tra sistemi di valori quali quelli di matrice costituzionale nazionale e quelli di matrice mercatista e sovranazionali, per certi versi antagonisti perché si ispirano a modelli sociopolitici alternativi.

Oggi più che mai  giuristi di sincera fede democratica devono tenere ben alta la testa e alzare lo sguardo dalle loro scrivanie al cielo prima che il cielo si oscuri definitivamente e la luce si spenga.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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