Il mailgate di Hillary Clinton

 Hillary Clinton

I peggiori disastri umanitari e geopolitici dell’interventismo americano degli ultimi anni vedono fra i protagonisti l’attuale più autorevole aspirante alla candidatura democratica per la presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton. Si parte dall’Honduras, con il colpo di stato del 2009 che ha dato luogo all’attuale dittatura fascista, per arrivare alla Siria odierna, passando per la Libia e l’Ucraina: in ognuna di queste tragiche crisi, questa virago si è distinta come ispiratrice e sostenitrice del “fare ciò che va fatto” senza esitazioni.

Come riassume Oliver Stone: ” Il curriculum di Hillary include l’appoggio ai barbari “contras” contro il popolo del Nicaragua negli anni ’80 del secolo scorso, l’appoggio ai bombardamenti NATO sulla Yugoslavia, quello alla guerra di Bush in Iraq, tutt’ora in corso, e al disastro afghano, tutt’ora in corso; come Segretario di stato la distruzione della Libia, il colpo di stato militare in Honduras, il tentativo di cambio di regime in Siria. Ognuna di queste situazioni ha prodotto più estremismo, più caos nel mondo e maggior pericolo per il nostro Paese”.

 Eppure, in questo mondo a vocazione orwelliana, se mai la signora Clinton verrà processata non sarà per crimini contro l’umanità, ma per una ben più banale storia di mail transitate sul suo server personale anziché su quello ufficiale e più sicuro della Segreteria di Stato, come è tenuto a fare qualunque Segretario. Una leggerezza, su cui indaga l’FBI,  che disattendeva le procedure di sicurezza e che potrebbe teoricamente comportare l’incriminazione per alto tradimento.

Si parla di ben 30.322 mail, spedite e ricevute nel periodo dal 2010 al 2014,  desecretate in febbraio 2016 dal Dipartimento di Stato in forza del Freedom Information Act.
Wikileaks le ha recentemente pubblicate in un di archivio dotato di motore di ricerca, consultabile a questa pagina. Una documentazione imponente da cui gli storici potranno ricavare significative conferme a illazioni che fino a ieri venivano derubricate nella categoria del complottismo, e gli psicologi abbastanza materiale per analizzare le dissonanze cognitive – tutt’altro che rassicuranti – di una delle persone politicamente più influenti degli ultimi vent’anni e che rischia di esserlo ancor più nel prossimo decennio.

Su dedefensa.org Philippe Grasset ha ripreso  una di queste mail. Si tratta di una dettagliata analisi della politica americana in Medio-oriente, che già da sola offre ampi squarci sulla personalità dell’autrice. Come dice Grasset, il mito dell’eccezionalismo americano e il bellicismo a esso connaturato sono talmente introiettati da produrre una fabulazione sostitutiva della realtà che inganna in primo luogo lei stessa, impedendole una coerente interpretazione dei fatti. Un’improntitudine ideologica che le fa liquidare come “senza conseguenze a lungo termine per la regione” il rovesciamento di Gheddafi nel 2011; o affermare che la Russia non reagirà all’abbattimento di Bashar al Assad in Siria, sulla semplice base del fatto che nella crisi del Kosovo, (1999!) il Cremlino si era limitato a protestare. La stessa cecità che non le permette di chiedersi perché mai il monopolio nucleare nella regione dovrebbe spettare solo a Israele, della cui visione politica generale, del resto, è risoluta e indefettibile sostenitrice.

La mail è priva di data, ma da alcuni accenni (“la ribellione in Siria dura ormai da più di un anno”) si può presumere che sia stata scritta verso la seconda metà del 2012.
Il testo non ha bisogno di commenti, mi sono solo limitato a enfatizzare alcuni passaggi.

§

 Il miglior modo di aiutare Israele a controllare la capacità nucleare dell’Iran è aiutando il popolo siriano a rovesciare il regime de Bachar al Assad.

I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il problema della sicurezza di Israele. Non impediranno nemmeno all’Iran perfezionamenti cruciali al suo programma di sviluppo nucleare, cioè l’arricchimento dell’uranio. Tutt’al più, le discussioni in corso fra Iran e le principali potenze mondiali, che sono iniziate in aprile e che proseguiranno in maggio a Baghdad, non faranno che indurre Israele a ritardare di qualche mese la decisione di attaccare l’Iran, decisione che potrebbe provocare una guerra generale in Medio Oriente.

Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria non sembrerebbero connessi fra loro, eppure lo sono.

Per i dirigenti israeliani, la minaccia reale proveniente da un Iran in possesso dell’arma nucleare non è tanto dovuta al timore che un qualche dirigente iraniano fuori di senno lanci un attacco nucleare contro israele senza essere provocato, ciò che porterebbe all’annichilazione dei due paesi. Quello che inquieta veramente i dirigenti militari israeliani, che però non possono esplicitamente ammettere, è di perdere il loro monopolio nucleare. Un’arma nucleare iraniana metterebbe fine non soltanto a questo monopolio ma spingerebbe anche gli altri avversari [dell’Iran], come l’Egitto e l’Arabia Saudita, a diventare anch’essi potenze nucleari. Ciò porterebbe a un equilibrio nucleare precario nel quale Israele non potrebbe più rispondere alle provocazioni con mezzi militari convenzionali sulla Siria o sul Libano, come si può permettere oggi. Se l’Iran dovesse superare il limite e diventare potenza nucleare, Tehran non esiterebbe più a spingere i suoi alleati, Siria e Hezbollah, a colpire Israele, sapendo che le armi nucleari impedirebbero a Israele di ritorcersi contro l’Iran.

Riveniamo alla Siria.
È la relazione strategica fra Iran e Siria che permette all’Iran di mettere in pericolo la sicurezza israeliana, non per un attacco diretto che non si è mai verificato in trent’anni di ostilità, ma grazie ai suoi alleati del Libano come Hezbollah, sostenuti, armati e addestrati dall’Iran tramite a Siria. La fine del regime di Assad comporterebbe la fine di questa pericolosa alleanza. I dirigenti israeliani capiscono perfettamente perché la disfatta di Assad è nel loro interesse. Nel corso di un’intervista alla CNN, la settimana scorsa, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha dichiarato che il rovesciamento d’assad sarebbe un colpo importante all’asse radicale e nel loro interesse. “La Siria è il solo avamposto d’influenza iraniano nel mondo arabo. Questo indebolirà considerevolmente sia Hezbollah in Libano che Hamas e la Jihad islamica a Gaza”.

Rovesciare Assad non sarebbe soltanto una benedizione per la sicurezza israeliana, ma diminuirebbe anche la comprensibile paura che ha Israele di perdere il proprio monopolio nucleare. Allora, Israele e Stati Uniti dovrebbero sviluppare lo stesso punto di vista per determinare quando il programma iraniano diventa così pericoloso da rendere necessaria un’azione militare. Per il momento, è la combinazione tra l’alleanza strategica tra Iran e Siria, e il progresso costante del programma di arricchimento nucleare iraniano che ha spinto i dirigenti israeliani a contemplare un attacco a sorpresa se necessario, malgrado le obiezioni di Washington. Una volta che Assad abbia sgomberato il campo e che l’Iran sia diventato incapace di minacciare Israele attraverso i suoi alleati, diventa possibile per gli Stati Uniti e Israele accordarsi sulla linea rossa che il programma iraniano non deve superare. Ricapitolando, la Casa Bianca può alleggerire le tensioni che sono apparse nelle nostre relazioni con Israele, a proposito dell’Iran, facendo ciò che bisogna fare in Siria.

La ribellione in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione è sempre là è il regime non accetterà alcuna soluzione diplomatica che arrivi dall’esterno. Con in gioco la sua vita e quella della sua famiglia, solo la minaccia o l’utilizzo della forza farà cambiare attitudire al dittatore siriano.

Comprensibilmente, impegnarsi in operazioni aeree in Siria, come avevamo fatto in Libia, inquietava l’amministrazione Obama per tre ragioni essenziali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non erano uniti e non avevano territori. La lega Araba non aveva domandato l’intervento militare come era successo in Libia. E i russi si opponevano. La Libia era un caso più semplice. Ma oltre al lodevole obiettivo di salvare civili libici dal prevedibile attacco del regime di Gheddafi, l’operazione libica non ha avuto conseguenze di lungo termine sulla regione. Per la Siria è più complicato. Ma un successo in Siria sarebbe un avvenimento di trasformazione per il Medio-Oriente. Non solo un altro dittatore brutale soccomberebbe a manifestazioni di piazza dell’opposizione, ma la regione cambierebbe in meglio e l’Iran non avrebbe un’entratura in Medio-Oriente da dove minacciare Israele e destabilizzare la regione.

A differenza della Libia, un’intervento di successo in Siria richiederà la leadership sostanziale degli Stati Uniti. Washington dovrebbe cominciare con esprimere la sua determinazione a lavorare con i suoi alleati nella regione, come la Turchia, l’Arabia saudita e il Qatar, per organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. Basterebbe questo annuncio per provocare diserzioni importanti nell’esercito siriano. Utilizzando il territorio turco e possibilmente quello giordano, i diplomatici americani e gli ufficiali del Pentagono potranno cominciare a rinforzare l’opposizione. Questo prenderà del tempo. Ma la ribellione è partita per durare a lungo, con o senza l’intervento degli Stati Uniti.

La seconda tappa sarà sviluppare il sostegno internazionale per un intervento aereo della coalizione. La russia non sosterra mai un tale intervento, quindi non serve a nulla passare attraverso il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Alcuni sostengono che l’intervento americano rischia di provocare una guerra allargata contro la Russia. Ma l’esempio del Kosovo mostra il contrario. In quel caso, la Russia aveva dei legami etnici e politici con i Serbi, come non ne esistono tra Russia e Siria; e tuttavia all’epoca la Russia non ha fatto altro che protestare. Gli ufficiali russi hanno già riconosciuto che non si metterebbero di traverso in caso di intervento.

Armare i ribelli siriani e utilizzare la potenza aerea occidentale per impedire agli elicotteri e agli aerei siriani di decollare è un approccio non costoso e con grandi benefici. Finché i dirigenti politici di Washington restano fermi sul fatto che nessuna truppa americana sarà spiegata, come hanno fatto per il Kosovo e la Libia, i costi per gli stati uniti resteranno limitati. La vittoria non sarà nè rapida nè facile, ma arriverà, e i benefici saranno sostanziali. L’Iran sarà strategicamente isolata, impossibilitata a esercitare la propria influenza sul Medio Oriente. Il nuovo regime siriano vedrà gli stati uniti come un alleato e non come un nemico. Washington guadagnerà una forte riconoscenza per la sua lotta a favore del popolo e contro i regimi corrotti del mondo arabo.
Per Israele, la logica di un attacco a sorpresa contro le istallazioni nucleari iraniani dovrebbe perdere senso. E un nuovo regime siriano potrebbe essere aperto a nuovi negoziati di pace con Israele. Hezbollah sarebbe separato dal suo sponsor iraniano poiché la Siria non sarà più una zona di transito per l’addestramento, l’assistenza e la consegna di missili iraniani.

Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare dagli omicidi di Assad migliaia di civili (10.000 sono già stati uccisi nel corso del primo anno della guerra civile) [periodo incompiuto].

Sollevato da questo velo di paura, il popolo siriano sembra determinato a battersi per la propria libertà. L’America può e deve aiutare, e agendo in questo modo aiuterà anche Israele e ridurrà i rischi di una guerra più estesa.

§

Fonti:

http://www.huffingtonpost.com/oliver-stone/why-im-for-bernie-sanders_b_9576984.html?1459369253=

https://wikileaks.org/clinton-emails/emailid/18328#efmADMAFf

https://wikileaks.org/clinton-emails/?q=Sid+Blumenthal&mfrom=&mto=&title=&notitle=&date_from=&date_to=&nofrom=&noto=&count=50&sort=0

http://www.globalresearch.ca/hillary-clintons-six-foreign-policy-catastrophes/5509543

http://www.dedefensa.org/article/notes-sur-une-note-dhillary-clinton

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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