Distratti maestri II: il “non detto” palesato e le mie scuse a Zagrebelsky

Zagrebelsky

Nel post “Distratti maestri” di alcuni giorni fa avevo preso spunto da una discussione su Facebook per esprimere le mie riserve sul conto di Stefano Rodotà, a cui rimprovero di escludere sistematicamente dalle sue analisi politico-costituzionali ogni riferimento al sistema europeo, omettendo di sottolinearne il ruolo pervasivo e di condizionamento che esercita nei confronti dei nostri politici: “A leggerlo, sembra che beatamente creda che le riforme renziane, di cui a ragione paventa gli esiti autoritari, siano l’iniziativa estemporanea di un giovanotto minacciato da pinguedine o di una madonnina in versione Barby, e non invece parte di una feroce to do list compilata altrove. […] Qualunque analisi che ometta di considerare questa realtà di fatto è – a essere generosi – inaccurata. Eppure non mi risulta che il professor Rodotà ne abbia mai fatto cenno nei suoi pensosi libri o articoli”.

Nella mia critica avevo implicato anche Gustavo Zagrebelsky, il secondo in termini di popolarità fra i nomi del panorama giuridico-costituzionale italiano, anche lui colpevole, a mia conoscenza, dello stesso tipo di rimozione. Una rimozione tutt’altro che veniale, visto che in questo modo all’opinione pubblica vengono indicati gli esecutori e nascosti i mandanti… Non che quelli siano meno colpevoli di questi, ma senza gli uni o gli altri la comprensione della sciagura che ci tocca subire sarebbe parziale e gravemente distorta.

Oggi son lieto di fare pubblica ammenda almeno nei confronti di Gustavo Zagrebelsky, segnalando un suo intervento dove finalmente esprime il “non detto” con la denuncia del ruolo dei poteri sovranazionali e della subordinazione e quiescenza di quelli nazionali. E lo fa in termini tanto più efficaci in quanto strettamente attinenti alle sue specifiche competenze – quelli della democrazia e della Costituzione – senza bisogno di evocare ulteriori ragioni nelle criticità tecnico-economiche dell’Eurozona.
Con ciò, confermandomi nella convinzione che il sistema è malamente corrotto non solo dal punto di vista economico-finanziario ma anche da quello politico-istituzionale, e che già una sola delle due tare basterebbe per giustificare l’auspicio che si dissolva.

Trascrivo qui i brani che sotto questo specifico aspetto sono più significativi, ma a questo indirizzo troverete il testo integrale, una lettura altamente consigliabile: come è già accaduto in altre epoche, alcune nemmeno troppe lontane, i nostri sono tempi ad alto indice di compromissione, dove l’inconsapevolezza spesso non è una condizione ma una scelta e dove il rifiuto di schierarsi costituisce un sostanziale allineamento alle logiche del prevaricatore contro le ragioni del prevaricato.
Io credo che non ci possiamo più permettere nessuna delle due cose.

(PS: L’intervento di Zagrebelsky è avvenuto all’interno del convegno/dibattito organizzato l’11 gennaio presso la Sala Regina di Montecitorio a Roma dal Comitato per la Democrazia Costituzionale, cui hanno preso parte numerosi altri relatori, tutti di grande spessore giuridico-costituzionale. A causa di un’indisposizione che gli ha impedito di essere presente fisicamente, il testo è stato letto da uno degli intervenuti. Il video del convegno è stato realizzato da Radio Radicale, ed è usufruibile a questo indirizzo. Vi si può trovare anche l’intervento di Stefano Rodotà, al minuto 1:43:00, che ho ascoltato nella speranza – ahimè vana – di dover esprimere le mie scuse anche a lui ).

§

Democrazia e lavoro sono le radici della nostra Costituzione del 1948.
[…] La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1.
[…] Molte volte sono state chiarite le radici storiche e ideali di quella concezione, perfettamente conforme alle tendenze generali del costituzionalismo democratico, sociale e antifascista del II dopoguerra, tendenze riassunte nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, di cui la nostra Costituzione contiene numerose anticipazioni, perfino sul piano testuale.
[…] Quali credenziali possono esibire gli attuali legislatori costituzionali? […] quale visione della vita politica li muove? A quale intento corrispondono le loro iniziative? C’è un “non detto” e lì si trovano le ragioni di tanta enfasi, di tanto accanimento, di tanta drammatizzazione che non si giustificherebbero se si trattasse solo di riduzione dei costi della politica e di efficientismo decisionale.

[…] Cerchiamo, allora, di dirlo, nel quadro delle profonde trasformazioni istituzionali degli ultimi decenni, trasformazioni che hanno comportato un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico-oligarchico che, per sua natura, ha come suo punto di riferimento l’esecutivo.
[…] La politica esce di scena. I tecnici ne occupano lo spazio nei posti-chiave, cioè nei luoghi delle decisioni in materia economica, oggi prevalentemente nella versione della finanza, e nel campo della politica estera, oggi principalmente nella versione degli impegni militari [Nato, ndr].
La partecipazione politica […] non è più considerata un valore democratico da coltivare, ma un intralcio. […] La democrazia dalle larghe basi voluta dalla Costituzione è stata sostituita da un regime guidato dall’alto dove si coagulano interessi sottratti alle responsabilità democratiche. L’informazione si allinea; la vita pubblica è drogata dal conformismo; gli intellettuali tacciono; non c’è da attendersi alcuna vera alternativa dalle elezioni, pur se e quando esse si svolgano, e se alternative emergessero dalle urne, sarebbe la pressione proveniente da fuori (istituzioni europee, Fondo monetario internazionale, grandi fondi d’investimento) a richiamare all’ordine; nella scuola si affermano modelli verticistici e i nostri studenti e i nostri insegnanti gemono sotto programmi ministeriali finalizzati a produrre non cultura ma tecnica esecutiva.

[…] Può essere che solo a queste condizioni il nostro Paese sia annoverabile tra i virtuosi, nei quali la finanza sovrana consideri conveniente investire le sue immani risorse; cioè, in termini più realistici, consideri conveniente venire a comperarci, approfittando delle tante privatizzazioni che segnano l’arretramento dello Stato a favore degli interessi del mercato. Gli inviti che provengono dalle istituzioni sovranazionali, legate al governo della finanza globale, sono univoci. I moniti che provengono dall’Europa (“ce lo chiede l’Europa”) sono dello stesso segno. Perfino una banca d’affari (gli “analisti” della J.P. Morgan) ha dettato la propria agenda, nella quale è scritta anche la riduzione degli spazi di democrazia che le costituzioni antifasciste del II dopoguerra (è detto proprio così e nessuno, tra le autorità che avrebbero il dovere di difendere la democrazia e la Costituzione, ha protestato) hanno garantito ai popoli usciti dalle dittature.

La riforma della Costituzione, promossa, anzi imposta dall’esecutivo, s’inserisce in questo contesto generale.
Il “non detto” è qui.
Occorre dimostrare d’essere capaci di rispondere alle richieste. Se […] non si riesce a “portare a casa” il risultato, viene meno la fiducia di cui i governi esecutivi devono godere rispetto ai centri di potere che stanno sopra di loro e da cui, alla fine dipende la loro legittimazione tecnica. La chiamiamo “riforma costituzionale”, ma è una “riforma esecutiva”. Stupisce che tanti uomini e tante donne che hanno nella loro storia politica numerose battaglie per la democrazia, si siano adeguati a subire questa involuzione, anzi collaborino attivamente chiudendo gli occhi di fronte a ciò che a molti appare evidente. La riforma costituzionale è il coronamento, dotato di significato perfino simbolico, di un processo di snaturamento della democrazia che procede da anni. Coloro che l’hanno non solo tollerato ma anche promosso sono oggi gli autori della riforma. Sono gli stessi che ora ci chiedono un voto che vorrebbe essere di legittimazione popolare a un corso politico che di popolare non ha nulla. […]

§

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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2 risposte a Distratti maestri II: il “non detto” palesato e le mie scuse a Zagrebelsky

  1. Sendivogius ha detto:

    😉 Te l’avevo detto che non era il caso di infierire troppo…. Specialmente quando le voci critiche scarseggiano, nell’ambito di una “riforma costituzionale” che istituzionalizza la democrazia plebiscitaria in forma peronista. Bisogna tenersi ben stretti Z & R, con tutti i loro limiti concreti o presunti, considerando che altrove vi è il nulla, nella totale assenza di ogni opposizione credibile ad un accentramento di poteri che in Italia non ha eguali dal tempo del fascismo.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Aspettavo con fiducia il tuo commento😀
      Però vedi che i limiti di vario tipo, che tu elencavi per un atteggiamento più comprensivo, tutto sommato si possono anche superare, come Zag dimostra.
      Adesso aspetto una lieta sorpresa anche da Rodotà, anche se per ora latita (vedi suo intervento)😀😀

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