Frank Hahn, sulla moneta unica

Frank Hahn

Frank Hahn (1925-2013), e stato uno dei maggior economisti inglesi del secolo scorso. Nel lontano 1992 Mario Pirani, recentemente scomparso, lo intervistò per laRepubblica nel quadro di un’inchiesta sulla posizione degli economisti nei confronti della moneta unica europea, all’epoca già formalizzata dal trattato di Maastricht, che ne stabiliva l’entrata in vigore il 1° gennaio 1999.

L’articolo integrale è reperibile nell’archivio digitale del quotidiano a questo indirizzo. Di seguito ho stralciato la parte dell’intervista più specifica all’argomento.

§

FH:
Ho tenuto qualche tempo fa una lezione alla Banca d’ Italia ho spiegato, dal punto di vista teorico, perché l’ unione monetaria va contro quasi tutto quello che sappiamo di economia.
La teoria dell’ area monetaria ottimale dice che la mobilità dei fattori della produzione è cruciale per il raggiungimento degli equilibri, anche se per un keynesiano questa teoria non tiene abbastanza conto di quella che egli considera la variabile centrale: il livello del reddito e quindi dell’ occupazione.
La mobilità del lavoro è abbastanza elevata tra Inghilterra e Scozia, ma non altrettanto in Europa, per differenze culturali, di lingua, di costumi sociali; quindi, fissare i tassi di cambio non è una buona idea.
Tra l’ altro, ho ricordato che la prima tesi contraria ai cambi fissi fu avanzata proprio da Keynes e si basava sulla difficoltà di riduzione dei salari e, quindi, del livello dei prezzi in un paese, se lo richiede la bilancia dei pagamenti.
Tale difficoltà trasferisce il ruolo equilibratore dal livello dei prezzi al livello del reddito e dell’ occupazione.

[Come Mario Pirani chiosa, quando l’ industria di un paese non è più competitiva si produce uno squilibrio tra importazioni e esportazioni che si riflette sulla bilancia dei pagamenti, la cui entità è debito del paese nei confronti del resto del mondo. In assenza del meccanismo di regolazione sul cambio, per far tornare in equilibrio la bilancia di pagamenti il costo di produzione industriale dovrebbe diminuire grazie a una riduzione dei salari. Questo è praticamente difficile per via diretta, se non impossibile, a causa delle resistenze sindacali e politiche; per cui la via che rimane è quella di diminuire l’ occupazione].
[Quindi] con l’ Unione monetaria, [dove la svalutazione della moneta non è più possibile] invece delle fluttuazioni del cambio si avranno fluttuazioni nel tasso di disoccupazione.

MP:
Perché, allora, l’ altra grande area economica mondiale, gli Stati Uniti, che sono storicamente una Confederazione di Stati, hanno una moneta unica e un tasso di disoccupazione più basso dell’ Europa?
FH:
Negli Stati Uniti trasferimenti delle persone da uno Stato all’ altro o da una regione all’ altra sono ingenti. Non credo che gli europei siano disposti ad effettuare migrazioni sufficienti ad alleviare la disoccupazione. [Qui si omette di aggiungere che a parte la mobilità del lavoro, negli Stati Uniti esiste un sistema federale di trasferimenti fiscali fra gli stati a favore di quelli più economicamente depressi, così come di fatto esiste anche in Italia fra Nord e Sud].

MP:
Non crede che i cambi fissi abbiano il vantaggio di assicurare certezza negli scambi internazionali?
FH:
L’argomentazione più comune contro l’ adozione di cambi flessibili è, appunto, che essi creano incertezza. Ma i mercati valutari sono molto sviluppati; ci sono i mercati a termine e ci si può coprire contro i rischi di cambio.
Di contro, come ho detto, i cambi fissi sostituiscono le fluttuazioni del cambio con quelle dell’ occupazione. Il vero motivo per sostenere i cambi fissi è, in effetti, il controllo della classe lavoratrice.
Infatti, fintanto che i governi non creano un meccanismo vincolante, non è possibile contenere l’inflazione salariale. Credo che i sostenitori del cambio fisso vogliano introdurlo solamente per la paura dell’ inflazione e, poiché di questi tempi siamo nelle mani dei banchieri centrali, per i quali il grande nemico è l’ inflazione più che la disoccupazione, questa scelta si spiega.
In Gran Bretagna qualcosa tra il 2% e il 4% del prodotto interno è stato sacrificato per combattere l’ inflazione. A mio avviso il prezzo da pagare è troppo alto anche se i banchieri centrali non la pensano così e il Cancelliere dello Scacchiere è del loro avviso. Con i cambi fissi pagheremmo questo prezzo fino in fondo.

MP:
Lei, dunque, non teme che l’ inflazione sia un pericolo e che, come ha scritto recentemente l’ Economist in un articolo che ha fatto discutere, l’ unico tasso d’ inflazione desiderabile sia zero ?
FH:
Temo molto l’ inflazione in fase di accelerazione ma non l’ inflazione di per sé. Gli operatori possono imparare quali sono le variazioni dei prezzi relativi sia con un inflazione al 3% che allo 0%. Non scaturisce niente di speciale da un inflazione a tasso zero: la cosa importante è che l’ inflazione sia costante. Molti studiosi sono d’ accordo nel dire che l’ inflazione pienamente prevista non comporta costi.
La gente non vuole l’ inflazione quando è inattesa, basta pensare all’ effetto di quest’ ultima sul reddito di un pensionato.
Tuttavia non dobbiamo nasconderci che in questo ragionamento resta una questione irrisolta e, cioè, come mantenere l’ inflazione costante. Questo è un vero problema.

MP:
Come lo affronta? Con la politica dei redditi?
FH:
Io penso che ci sia un tasso d’ inflazione naturale, in quanto molti aggiustamenti che si producono nel mercato avvengono in presenza di prezzi crescenti. Anche i comportamenti cooperativi tra le parti sociali si realizzano con prezzi crescenti e l’ inflazione in questo caso diventa quasi un lubrificante delle relazioni sociali, aiuta a trovare l’ accordo. Del resto tra il 1945 e gli anni Sessanta c’ era un’ inflazione al 2,5 per cento e la disoccupazione all’ 1,5 per cento e nessuno si preoccupava.

MP:
Per quanto tempo prevede si prolungherà l’ attuale situazione di prolungata stagnazione? Se le prescrizioni keynesiane sono inapplicabili quale politica economica potrà riempire questo vuoto?
FH:
Non credo che ci sarà una stagnazione. I meccanismi riequilibratori – sia politici che economici – sono potenti. In Gran Bretagna la recessione è stata indotta dal governo che ha voluto ridurre l’ inflazione e se ci dovesse essere veramente una stagnazione politici e banchieri centrali ne sarebbero responsabili. Peraltro, dall’ 87, la politica economica in Inghilterra come negli Stati Uniti è diventata più espansiva.
Quanto alle politiche keynesiane non credo che siano state un fallimento, tanto che ora il governo conservatore le sta usando. Dobbiamo ricordarci, però, che esse sono state formulate per periodi di alta disoccupazione e non per situazioni abbastanza vicine alla piena occupazione. La gente è portata a concludere che esse hanno fatto fiasco solo perché oggi non ce n’ è bisogno, ma se diventasse opportuno mettere in atto quelle ricette, allora potremmo utilizzare tutte le conoscenze che abbiamo acquisito, da Keynes in poi.

MP:
Perché è contrario a una Banca centrale europea indipendente?
FH:
I lati positivi di una banca centrale indipendente sono evidenti. Essa, però, fa, comunque, parte delle istituzioni politiche e sociali di un paese e coloro che la dirigono non saranno totalmente impolitici e terranno ben presenti gli interessi delle loro stesse economie: ad esempio la Bundesbank finì per seguire Kohl al momento della riunificazione. Ma non c’ è all’ orizzonte un governo federale europeo e non si capisce perché si debba avere una banca centrale sovranazionale: è difficile pensare a una istituzione politicamente più destabilizzante.

MP:
Resta, comunque, il fatto che il Regno Unito, malgrado le difficoltà che inizialmente frappone ad ogni passo dell’ integrazione europea e alle eccezioni che oppone alla piena attuazione delle istituzioni comunitarie, in un secondo momento finisce in genere per accettarle. Come spiega questo atteggiamento?
FH:
Il motivo principale per cui la Gran Bretagna è riluttante a far parte dell’ Europa è che una larga maggioranza della popolazione è contraria a questa idea per vari motivi. In primo luogo una certa xenofobia di vecchia data e la convinzione che l’ Europa significhi burocrati e politici corrotti. Gli inglesi, invece, sono molto fieri, e a ben ragione, delle loro istituzioni politiche e non vogliono perderle. Il motivo per cui alla fine cedono sta nel timore di rimanere isolati, soprattutto dal punto di vista economico. Una Europa unita piace molto ai politici, ed è un bene per loro, ma non per tutti noi. Io vedo il futuro dei popoli in piccole unità che si autodeterminano il più possibile: un enorme Stato europeo, controllato da Bruxelles è una prospettiva che mi fa paura.

§

 

Al di là delle semplificazioni imposte dai limiti editoriali di un articolo, è una testimonianza della lucidità con cui molti economisti, già allora, avevano saputo anticipare e denunciare i rischi e le implicazioni di un progetto che la narrazione europeista evitava accuratamente di menzionare (ricordate Prodi? “Con l’euro guadagneremo il doppio e lavoreremo la metà“).

Nel 1992 si sapeva già tutto, eppure, con la hybris di chi sa che comunque saranno altri a pagare il costo della scommessa, il ceto politico decise di trascinarci verso questa follia.

Lo ha riconosciuto – a posteriori e con ineffabile faccia tosta – uno che a quel ceto appartiene da sempre, Giuliano Amato, nel corso di una delle sue “Lezioni dalla crisi” andate in onda nel 2012 (per le quali, suppongo, avrà ricevuto congruo compenso):

Giuliano Amato

… Ci siamo convinti [chi?] e abbiamo cercato di convincere il mondo [i cittadini europei], che sarebbe bastato coordinare le nostre politiche nazionali per avere […] quegli equilibri economici-fiscali interni all’Unione europea che servono a dare forza reale alla moneta. Non tutti ci hanno creduto. Molti economisti, specie americani [leggi anglo-sassoni], ci hanno detto allora “Guardate che non ci riuscirete! Non vi funzionerà! Se vi succede qualche problema che magari investe [anche] uno solo dei vostri paesi, non avrete gli strumenti centrali che per esempio negli Stati Uniti abbiamo, [grazie ai quali] può intervenire il governo centrale, riequilibrare con la finanza nazionale le difficoltà delle finanze locali. La vostra Banca centrale, se non è la banca centrale di uno stato, non può assolvere alla stessa funzione cui assolve la banca centrale di uno stato, che quando lo Stato decide diventa il pagatore senza limiti di ultima istanza”. In realtà noi [chi?] non abbiamo voluto credere a questi argomenti. Abbiamo [chi?] avuto fiducia nella nostra capacità di auto-coordinarci e abbiamo [chi?] addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati che impedissero addirittura di aiutare chi era in difficoltà. Abbiamo previsto che l’Unione europea non assumesse la responsabilità degli impegni degli stati; Che la Banca centrale non possa comprare i titoli pubblici dei singoli Stati; che non ci possano essere facilitazioni creditizie o finanziarie per i singoli stati. Insomma: moneta unica dell’Eurozona, ma ciascuno dev’essere in grado di provvedere a se stesso. Era davvero difficile che funzionasse, e ne abbiamo visto tutti i problemi“.

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
Questa voce è stata pubblicata in Economia e finanza e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...