Le fallacie sulla Fallaci

Da Alessandro Robecchi copio e molto volentieri incollo:

§

“Oriana scusaci”?

Oriana Fallaci

Ogni conflitto ha i suoi effetti collaterali, e questo si sa. Non deve stupire dunque che in Italia l’effetto collaterale abbia un nome e un cognome: Oriana Fallaci.
Resuscitata grazie agli assassini di Parigi nelle classifiche dei libri e nel rumore di fondo dei social network, la sora Oriana si è meritata anche una specie di panegirico sul Corriere della Sera, con tanto di “scusaci Oriana” e “risarcimento postumo”, e altre amenità confezionate con il noto barbatrucco de “la rete dice”.
Insomma, ad ogni pallottola sparata da assassini integralisti, ci tocca per contrappasso rileggere brani degli integralisti nostri: i Salvini, i Belpietro e compagnia belligerante (armiamoci e partite, ça va san dire), con sottofondo delle intemerate un po’ isteriche della nota scrittrice, una che metteva nello stesso fumante calderone chi si fa esplodere nei mercati e chi fa pipì vicino ai monumenti di Firenze, per dire della profondità di analisi.
E va bene, prendiamo atto.
Dunque, la versione riveduta e corretta è che bisogna chiedere scusa alla signora Fallaci, ma scusa di cosa, alla fine non si capisce. Riassumiamo: all’indomani dell’11 settembre 2001, il primo clamoroso, spettacolare, micidiale, schifoso atto di guerra dell’integralismo, la signora Fallaci diede voce alla pancia del mondo, parlando di guerra di civiltà, occidente colpevole di “buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà”, insomma precedendo di un decennio abbondante le sottili argomentazioni di un Salvini. Bene. Quelle scenate da anziana signora – tipiche dei molto spaventati che dicono: non ho paura – furono diffuse per pagine e pagine sul primo quotidiano nazionale, rilanciate, sottoscritte. I libri con quelle ricette moderate (dichiariamogli guerra e sterminiamoli tutti, con tanto di insulti alla religione di un miliardo di persone sul pianeta) vennero stampati in milioni di copie, fecero per qualche tempo la fortuna dell’editore (lo stesso del Corriere, peraltro), divisero e fecero discutere, assumendo un valore di gran lunga superiore alla loro sostanza.
E ora si scopre che dovremmo dire “scusaci Oriana”.
Ma scusaci di cosa? No, perché di solito si chiede scusa quando uno dice una cosa giusta, non lo si ascolta, si fa il contrario, e dopo anni si scopre che aveva ragione lui e allora si dice: scusa.
E qui casca l’asino.
Perché invece, negli anni che seguirono l’11 settembre 2001 non si fece il contrario di quello che predicava la sora Oriana, ma si fece esattamente quello che chiedeva lei. Una guerra “di civiltà” che fece almeno centomila morti civili in Afghanistan, cui seguì una guerra illegale in Iraq con un milione di morti civili, la deposizione di un dittatore con conseguente consegna del paese e della regione a bande armate e assassini che adesso se ne vanno sparacchiando per l’Europa e il mondo. Insomma: non è che Oriana suggerì di dispensare fiori e cioccolatini.
No. Suggerì invece esattamente quello che mister Bush e mister Blair (supportati da alcuni personaggi minori tra cui l’esimio Berlusconi) fecero: una guerra indiscriminata e feroce che non risolse nulla e che peggiorò la situazione.
Tanto che anche mister Blair – inspiegabilmente rimasto faro per qualche blairiano rinato che abita e governa qui – ha candidamente ammesso che fu proprio quella guerra a determinare le condizioni per la nascita dell’Isis. Insomma, a tirare le somme, l’assunto per cui la Fallaci aveva ragione e non le si diede retta è fortemente campata per aria. Anzi è proprio il contrario: la Fallaci aveva torto e le si diede fin troppo retta, ed eccoci dove siamo. Il che a rigor di logica dovrebbe tradursi in una condizione speculare e contraria: non Oriana scusaci, ma Oriana (e tutti i fallaci fallaciani) chiedete scusa.

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Informazioni su Mauro Poggi

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3 risposte a Le fallacie sulla Fallaci

  1. tramedipensieri ha detto:

    E diciamole le cose come stanno!
    Ecco, finalmente tra pochi…che scrive la verità!

  2. Sendivogius ha detto:

    In un Paese di potenziali analfabeti di ritorno che non apre un libro dai tempi della scuola dell’obbligo (e già allora si limitava a interpretare le figure), il valore letterario non esiste. E infatti si parla di “prodotto editoriale” appositamente confezionato per un pubblico di “consumatori”, che se proprio deve acquistare un libro compra solo “best-seller” per conformarsi alla media e non essere da meno.
    Ha volte la cosa ha aspetti positivi dai risvolti comici: tutti o quasi hanno in casa una copia de “Il nome della rosa” di Umberto Eco perché allora andava di moda, ma ben pochi l’hanno poi letto.
    Il dramma è che sono passati a Dan Brown (e quello purtroppo l’hanno letto davvero), con la conseguenza che ora abbiamo un Paolo Bernini in parlamento che va concionando di “Illuminati” più o meno bavaresi.

    Ovvio che l’opera terminale dell’Oriana Furiosa deve essere parsa alla massa dei suoi lettori un capolavoro letterario. E del resto l’italiota medio vive di questi miti costruiti in sede di redazione. Basti pensare che milioni di persone sono convinte che Indro Montanelli sia stato il più grande giornalista italiano..! Molti si sono formati sui suoi libri di “storia” (fantastica) perché tanto “divulgativi”, reinventata a piene mani insieme a quell’altro mitomane recentemente scomparso di Mario Cervi. E gli effetti si vedono tutti!!

    La trilogia di Oriana Fallaci segue lo stesso percorso. Da lì a farne un “caso editoriale” ci vuole poco. Specialmente se di Islam e Medio Oriente non si sa praticamente nulla (nel bene e nel male). Per dire, si può comprendere infinitamente meglio la questione mediorientale in tutte le sue sfaccettature, leggendo i “gialli” di John Le Carré (“La Tamburina”) o di Eric Ambler (“Il Levantino”) che tutti i livorosi pamphlet della nostra Giovanna d’Arno messi insieme, che però seguono degli schemi stilistici consolidati ed estremamente prevedibili, fatti per impressionare l’immaginario con alcuni trucchetti di successo:

    a) L’invettiva, meglio sotto forma di denuncia indignata.
    Funziona sempre da più di duemila anni. Dalle “Filippiche” di Demostene alla “Catilinarie” di Cicerone, l’arte si è evoluta nei secoli. In realtà è un modo elegante per confezionare insulti contro l’oggetto del proprio livore; peccato che manchi totalmente di ironia e di onestà intellettuale.

    b) Costruire l’impianto ideale per stendere la propria profezia auto-avverante. Ed atteggiarsi poi a Cassandra incompresa, rimbrottando gli scettici (“io ve l’avevo detto ma voi..”).
    In sociologia la tecnica si chiama “self fulfilling prophecy”; è vecchia di 70 anni e, se non ricordo male, è stata definita nei suoi meccanismi funzionali da Robert Merton.

    c) L’uso e abuso di figure retoriche come l’Apostrofe, per stabilire una (finta) corrispondenza coi propri lettori e accattivarsi la loro empatia. E’ un espediente furbesco e costituisce una forma indiretta di captatio benovolentiae. Di solito la si usa quando di è a corto di argomentazioni logiche e non necessita di una vera confutazione.
    A me dà terribilmente sui nervi: la trovo irritante e stucchevole. Ma sembra che alla Ggggente piaccia molto. E infatti funziona.

    Ma prova a farlo capire ai corifei della “Fallaci aveva ragione” (?!?) e che ora pretendono anche le scuse postume!? E te lo dice uno che in fondo non ha mai disdegnato le “provocazioni”.

  3. Gabriella Giudici ha detto:

    Basta passare da queste parti per avere pronto il lavoro per domani, copio e incollo anch’io, Sendivogius incluso. Grazie🙂

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