Stay Unhuman: da Yarmouk a Shatila

Richard Hardigan è un professore universitario americano, attivista per i diritti dei palestinesi. Non sono riuscito a trovare altre informazioni sul suo conto, ma il testo che segue, che traduco da Counterpunch, mi è sembrato una testimonianza che vale la pena conoscere.

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Ci sono luoghi il cui nome è diventato sinonimo delle tragedie che vi sono accadute. È impossibile pensare a Hiroshima, Auschwits, Srebrenica o My Lai senza evocare la bomba atomica, i campi di sterminio o massacri. Uno di questi luoghi è Shatila, il campo profughi palestinese nella periferia sud di Beirut: nel settembre del 1982, membri della Falange cristiana, aiutati dagli alleati israeliani, entrarono nei campi di Shatila e Sabra e si abbandonarono a un’orgia di violenza che durò due giorni, torturando e uccidendo circa tremila persone.

Yarmouk, nei dintorni di Damasco,  è un luogo il cui nome ancora non è entrato in questo speciale lessico. Ma l’orrore degli ultimi due anni e mezzo lo rendono un probabile candidato. I suoi residenti hanno subito battaglie tra le fazioni rivali, un assedio brutale e più recentemente  l’attacco delle milizie dello Stato islamico.

Mohamed e Manar, entrambi sui venticinque anni, vivono a Shatila. Si sono sposati un anno fa e sono chiaramente molto innamorati. Quando Manar parla, Mohamed sorride e si guarda le mani, aspettando pazientemente che finisca. Quando è il turno di Mohamed, lei interrompe per aggiungere piccoli dettagli che lui ha omesso. Quando Mohamed dice che gli piace seguire il Chelsea FC, lei appoggia la mano sul  braccio di lui e dice che Didier Drogba è il suo calciatore preferito.

All’apparenza, sembrano una normale giovane coppia. Ma Mohamed e Manar sono tutt’altro che questo. Mohamed e Manar sono fuggiti dalla guerra in Siria per arrivare qui a Shatila , un posto dove quasi tutti sono rifugiati. Ma non tutti i rifugiati sono uguali. Ci sono i palestinesi e si sono i siriani, e poi ci sono i siro-palestinesi, quelli che discendono dai rifugiati che all’origine furono espulsi da Israele verso la Siria, durante la Nakba – la Catastrofe – e che ora diventano rifugiati due volte.

Stabilito nel 1949 per accogliere rifugiati che fuggivano o erano espulsi dalle forze sioniste, il campo profughi di Shatila è  afflitto da povertà, sovraffollamento, disoccupazione, droga, violenza e disperazione. La vita qui è stata sempre difficile, e la guerra della vicina Siria ha portato un’altra ondata di miseria nei campi. Il Libano oggi ha più di un milione di profughi che fuggono da quel conflitto , molti dei quali si dirigono a Shatila o ad altri campi, peggiorandone la situazione.

Mohammed è un siro-palestinese che arriva da Yarmouk, come Manar – benché lei non sia ufficialmente palestinese dato che suo padre arriva dal Kuwait. Questo vuol dire che Manar, al contrario di Mohamed, ha un passaporto. È difficile districarsi nel labirinto delle cittadinanze, ma è importante perché è da quelle che dipendono i diritti di ciascuno.

108160-mdYarmouk è un campo profughi alla periferia di Damasco. Fu creato nel 1957. Non è un campo profughi ufficiale, ma fino allo scoppio della guerra civile in Siria, nel 2011, ospitava la più grande comunità di rifugiati palestinesi del paese. Alcune stime danno una popolazione di 200.000 persone all’inizio degli anni 2000, ma gli ultimi avvenimenti hanno provocato un enorme esodo. I civili, oggi, son circa 18.000.

Ho conosciuto Manar il giorno prima, nel suo ufficio. Lavora per una ONG che assiste i rifugiati a Shatila, e io cercavo un’opportunità di volontariato durante la mia visita di un mese al campo. Mi aveva raccontato della sua vita a Yarmouk, e quando ho chiesto più informazioni lei e Mohamed mi hanno invitato a casa loro.

Il loro appartamento ha due camere da letto, una delle quali occupate dalla sorella di Manar, Farah. L’altra camera, usata dalla coppia, serve anche da soggiorno. Alle pareti, dipinte in azzurro, sono appese dozzine di foto, in maggior parte di membri della famiglia.

Ci raggiunge Farah, che ha portato il suo amico Abed. Sono tutti di Yarmouk, ma laggiù non si conoscevano. Ora sono molto uniti. Abed siede sul letto fra Mohamed e Farah, Manar è seduta sul sofa.

Mohamed si scusa ed esce. “È il suo lavoro”, spiega Manar, “va a procurarsi il cibo per la cena. Lo fa ogni giorno.”

Farah porta un fermacapelli dai colori brillanti. È l’esuberante del gruppo, ed è la prima a parlare: “Il campo di Yarmouk non esiste più, è andato. Nessuno ci può più vivere”.
Ci sono capi profughi a Gaza, in Cisgiordania, Siria, Giordania e Libano. Il regime siriano si è rappresentato a lungo come il difensore dei palestinesi; le condizioni dei campi in Siria erano generalmente fra le migliori, certamente meglio dei campi profughi libanesi. “A Yarmouk eravamo trattati con rispetto. Molte persone frequentavano l’università, e i più ricchi avevano belle case”, mi ha detto Mohamed più tardi.

Ma la guerra civile ha cambiato ogni cosa. La fazione palestinese più influente a Yarmouk – il Comando Generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina  (PFLP-GC) – sotto la guida di Ahmed Gibril, appoggiava il regime: nell’autunno del 2012 iniziarono i primi scontri con i residenti anti Assad, e in ottobre l’Esercito Libero Siriano (FSA) formò delle milizie nel campo.

Farah prosegue: “La cose cominciarono a mettersi veramente male con l’attacco alla moschea di Yarmouk, a dicembre 2012. Lì c’erano molti profughi da altri campi. Gli aerei dell”esercito siriano ha bombardato la moschea e una scuola vicina. È morta tantissima gente”.
L’azione dell’esercito provocò la defezione di molti combattenti del PFLP a favore del FSA, e dopo alcuni giorni di scontri i ribelli riuscirono a stabilire il loro controllo su Yarmouk.
“Eravamo tutti spaventati, e la gente ha cominciato a fuggire. Circa due terzi della popolazione del campo se n’è andata. Noi non avevamo parenti fuori dal campo, quindi restavamo lì, non sapevamo dove andare.”

Il giorno successivo il governo incominciò quello che Farah e Manar chiamano il piccolo assedio. Per forzare i residenti di Yarmouk a rivoltarsi contro le milizie del FSA, imposero severe restrizioni ai movimenti delle persone e delle merci.
“Solo una persona a famiglia era autorizzata a uscire dal campo per comperare cibo e acqua”, dice Manar. “I soldati ai posti di blocco ispezionavano tutti”.
“A giugno la situazione è precipitata, è iniziato il grande assedio“.

Abed siede sul letto accanto a Farah. Ha la barba lunga e i capelli raccolti a coda di cavallo. “Non sembra un toro da corrida?”, scherza Manar. Abed è timido e parla sottovoce, spesso gli devo chiedere di ripetere ciò che ha detto.
“Il vero assedio – dice – è cominciato a luglio 2013. L’esercito non permetteva a nessuno di entrare o uscire. C’erano due mondi: Yarmouk e il resto della Siria. Non avevamo niente. Niente cibo. Niente elettricità. Niente acqua. La notte andavamo sul tetto e vedevamo Damasco piena di luci, piena di vita. Andavamo a letto alle otto, perché eravamo al buio”.

“Era terribile – continua Farah. La gente era affamata. Sono morti di fame in 240. Altri mangiavano cani, o gatti, o foglie. I corpi erano scheletrici, ma gli stomaci erano gonfi…”. Protende le mani e cerca la parole giuste: “Erano tesi, proprio come i bambini in Africa”.
“Gli abitanti del vicino villaggio di Yalda fecero un accordo con il regime che consentiva loro di procurarsi cibo. Ma la gente di Yalda odia i palestinesi. Così ci vendevano provviste a prezzi assurdi. A un certo momento un chilo di riso costava più di 50 dollari”.
Farah sembra incollerita soprattutto dalla reazione della comunità internazionale, della UNRWA in particolare: “Arrivavano ogni due o tre mesi e ci portavano un po’ di cibo. Penso che venissero soprattutto per fare foto”.
Manar interrompe la sorella ed esclama: “Perché non ci hanno aiutato? Stavamo morendo di fame e di bombe”.

Manar e Farah riuscirono a scappare dal campo durante il piccolo assedio. Abed è stato l’ultimo del gruppo a uscire, nel novembre del 2013, tre mesi dopo l’inizio del grande assedio. “È un miracolo che sia qui”, dice Farah.

Abed racconta la sua fuga. ” Si era sparsa la voce che c’era un modo per andarsene. Dovevi comperare una pistola e consegnarti al regime, dicendo che eri della milizia del FSA ma che avevi disertato. Anche se non eri stato con i ribelli, dovevi fingerlo. Allora ti lasciavano andare. Così ho fatto. Ho comperato una pistola e l’ho data ai soldati del posto di blocco. Hanno mantenuto la parola. C’erano altri due con me. Ci hanno lasciati andare. Così, almeno, sembrava. Io ho lasciato immediatamente Damasco per il Libano, ma i miei compagni hanno deciso di restare. Ho saputo in seguito che l’esercito gli ha dato la caccia e li ha uccisi”.

“Noi non parliamo mai di queste cose fra di noi”, dice Manar. “C’è già abbastanza tristezza. Ma abbiamo bisogno di parlarne. Se lo facciamo in inglese, allora ci concentriamo più sulle parole da dire che su quello che è accaduto. Ci aiuta molto”.

Si apre la porta e Mohamed entra con il pasto della sera. Il piatto forte è il kobbe, una specialità palestinese a base di carne e grano. Non ci sono posate, mangiamo usando le dita. Beviamo succo d’arancia e 7UP in bicchieri di plastica. Paste al formaggio per dessert. È tutto delizioso.

“È il secondo miglior kobbe del mondo. Solo un mio amico lo fa meglio”, dice Mohamed.

La storia della fuga di Mohamed da Yarmouk è confusa. Prima e durante la guerra, frequentava l’università a Damasco. Questo gli consentiva di rimandare il servizio militare, ma il permesso doveva essere rinnovato e  durante l’assedio Mohamed si trovò a dover fare una difficile scelta: “Se lasciavo il campo per andare all’ufficio di reclutamento correvo il rischio che qualcuno mi sparasse, perché nessuno era autorizzato a uscire. Ma se non ci andavo allora perdevo il diritto a rimandare e dovevo essere arruolato”. Una decisione non facile, tanto più che poche settimane prima alcuni suoi parenti erano stati uccisi. “Il mio cognome è lo stesso di un ribelle molto popolare. Al posto di blocco i soldati li lasciarono passare e poi gli spararono alle spalle”. Alla fine Mohamed riuscì a ottenere il rinnovo e fuggì a Shatila. Tuttavia il Libano ha chiuso i propri confini ai rifugiati siriani, e così non è stato più in grado di tornare a Damasco per il rinnovo successivo.
“Ora sono costretto a restare qui” dice tristemente. “Se torno indietro, mi arruolano nell’esercito per due anni. Non posso tornare indietro. È per questo che l’80% degli uomini sono qui. Non possono tornare indietro altrimenti l’esercito li arruola”.

Dopo cena Farah e Abed escono. La conversazione volge sulle condizioni di vita a Shatila. Sono gli stessi problemi che ho sentito da altri residenti, e che io stesso ho sperimentato, in una certa misura, nelle ultime due settimane.

“In Libano trattano i Palestinesi come animali”, dice Manar. “Davvero, come animali. E i siriani allo stesso modo”.
L’elettricità manca almeno dieci ore al giorno. L’acqua di rubinetto, salata e maleodorante, è imbevibile. I rifiuti riempono le strade, e il lezzo impregna ogni cosa. La popolazione attuale di Shatila è stimata a 20.000 persone, stipate in un’area approssimativamente quadrata con 300 metri di lato. Non c’è posto per nuove strutture, così per far fronte a ogni incremento di popolazione  i residenti costruiscono in altezza, sugli edifici esistenti, normalmente senza pianificazione e senza regole.
“Ci dev’essere la mano di Dio a proteggere Shatila”, dice uno dei miei amici, “altrimenti questi edifici crollerebbero”.

Ci sono persone ovunque, non esiste alcuna intimità. Gli edifici sono così vicini che puoi sentire bisticciare tutto il giorno il vicino di fronte, e sapere esattamente il motivo della lite. Sai che hanno punito un bambino non per il pianto ma dal rumore dello schiaffo. Il sovraffollamento estremo crea tensioni nervose che portano al limite della sopportazione, e un piccolo attrito può rapidamente tramutarsi in un conflitto molto più serio. C’è molta violenza: “Ci sono sparatorie almeno ogni due giorni”, mi dice un amico. La settimana scorso due persone sono state uccise in una lite per un parcheggio di motociclette.
“A volte la gente viene uccisa per ragioni ancora più ridicole, tipo un vicino troppo rumoroso”, mi dice Manar.
Il tasso di disoccupazione è alle stelle. A causa della discriminazione verso i palestinesi, sia ufficiale che velata, i residenti del campo non possono cercare lavoro che all’interno di Shatila, un’impresa quasi impossibile. Queste condizioni disumane portano inesorabilmente al consumo di droga: “Ci sono due tipi di lavoro, a Shatila. Puoi aprire un negozio o diventare uno spacciatore”, dice Manar. “È un posto terribile per viverci, ma è anche peggiore per i siro-palestinesi. Il libanese non ci vuole qui, e nemmeno ci vuole la gente del campo. siccome siamo disperati, siamo pronti a lavorare per meno, e quindi loro ci accusano di rubargli il lavoro. E il campo ora è così affollato a causa nostra. Penso che ci odino”.

Molti nel campo mi hanno detto che vogliono lasciare il Libano per la Germania. “Tutti vogliono andare in Germania”, dice Mohamed. “Là ti insegnano il tedesco, ti danno un salario e ti permettono di andare gratuitamente all’università. E soprattutto ti danno dei documenti. Avere un’identità è il mio sogno”.
Mi dicono che c’è bisogno di 5.000 dollari a testa per il viaggio, che comporta un volo fino in Sudan, da dove poi si parte per attraversare i deserti sudanese e libico. Poi c’è l’attraversata del Mediterraneo. Non parliamo dei pericoli del viaggio. “Quando arriviamo in Italia, bisogna evitare la polizia e cercare di raggiungere la Germania. Una volta lì vale il Regolamento di Dublino, e noi siamo salvi. Per questo è fondamentale non essere presi in Italia; ci metterebbero in un campo profughi per uno, due o tre anni… Ma per il momento è solo un sogno, non abbiamo i soldi per il viaggio”.

“Farah partirà questo mese”, spiega Manar con gioia e insieme tristezza, pensando di doversi separare dalla sorella. “Andrà in Svizzera per un progetto legato al suo gruppo teatrale; una volta là scapperà verso la Germania”.

Arriva Farah, come se avesse sentito pronunciare il suo nome. È eccitata: “Ho comperato una televisione, un serbatoio per il gas e un fornello, tutto per 100 dollari!”, esclama felice. Manar si alza e l’abbraccia, Mohamed sorride. Finalmente saranno in grado di cuocersi il loro cibo. Per alcuni minuti sembrano dimenticare la loro miseria qui a Shatila e i parenti lontani a Damasco: sono solo una comune famiglia che ha appena comperato nuove suppellettili. So che la mia presenza li riporterà alla realtà della situazione, e vorrei potermene scivolare via silenziosamente.
Poi improvvisamente piombiamo nel buio. Sono le 22, e la l’elettricità è stata tagliata. Non ritornerà che alle sei, domattina. Ridono. “Nessun problema. È proprio come a Yarmouk, durante l’assedio”.

La storia di Yarmouk forse non sarà mai famigerata come quella di Shatila, ma per quanto miserabile sia la situazione qui, i miei amici ringraziano il cielo di essere sfuggiti agli orrori di quel campo profughi. Mentre continua l’assedio alla loro casa in Siria, sanno che non c’è futuro in Shatila, e tuttavia si ritengono fortunati di avere l’opportunità di costruire qualcosa che sperano li porterà lontano da qui.

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Informazioni su Mauro Poggi

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6 risposte a Stay Unhuman: da Yarmouk a Shatila

  1. Pingback: stay unhuman | aldo ricci blog

  2. mcc43 ha detto:

    Grazie per questo articolo che in breve chiarisce l’infernale dinamica degli eventi di Yarmouk. Di Shatila posso dire per aver visto che la vita è esattamente così, e non è il campo peggiore; sempre a Beirut Bourj Al Barajneh ha condizioni abitative ancora più sconfortanti, parecchie strade sono fogne a cielo aperto,
    Dentro molti campi vi sono piccole isole privilegiate, si fa per dire, grazie all’attività dell’unica ong palestinese riconosciuta dal governo del Libano, Beit Aftal Assomud, che con la collaborazione di ong straniere, come Un Ponte per…, ricava fondi per assistenza, soprattutto ai bambini. Ho visto classi … senza finestre, poco più che ripostigli , con dentro stipati una ventina di bambini con le maestre. Quelli sono i fortunati, che imparano, mangiano un pasto, sono visitati dal medico.
    Per quel che posso dire, la solidarietà tra i profughi locali e i nuovi arrivati palestinesi-siriani esiste; per i bambini sono stati creati da Assomoud in tutti i campi corsi speciali per raccordare i programmi del sistema scolastico siriano con quelli dell’ Unrwa, così da permettere loro di inserirsi.
    Non so se i libanesi li trattano “come animali”, per l’esperienza mia…. fanno come se non esistessero. Dire che ero in Libano, non per turismo, ma per visitare i campi provocava nell’interlocutore una specie di abbassamento di una cortina; anche io diventavo invisibile.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Grazie davvero per il contributo.
      In un mondo mediatizzato come il nostro l’informazione finisce sempre col diventare rumore di fondo, dove di volta in volta prevale brevemente l’evento che si vuole più eclatante al momento, salvo sparire dalla coscienza il momento dopo.
      Così è possibile che due servizi completamente diversi, come quelli del piccolo Ayan e dell’arrivo di Johnny Depp alla croisette di Venezia, seguano l’uno all’altro senza soluzione di continuità – con il secondo che annulla la valenza del primo mettendo sullo stesso piano mondanità e tragedia.
      Mi pare che abbiamo estremo bisogno di testimonianze personali. Ti seguo relativamente da poco tempo; hai scritto di questa tua esperienza sul tuo blog?

      • mcc43 ha detto:

        E grazie anche della domanda… Sì ne scrivo, e speravo di farlo quest’anno ancora con esperienza diretta, ma la situazione in Libano ha reso impossibile organizzare la delegazione di Un Ponte per….
        Se apri questo post, trovi la mission che ci affidano i Profughi, in fondo c’è il link alla Tag che del mio blog raccoglie quello che ho pubblicato su di loro .
        Metto anche il link alla playlist You Tube, non sono brava neanche come video maker, ma un pò di idea la danno.
        https://mcc43.wordpress.com/2014/04/25/ritorno-a-chatila-profughi-palestinesi/

        • mcc43 ha detto:

          Dimenticavo una piccola aggiunta che chiarisce: non si entra liberamente nei campi, occorre un permesso,e non credo sia dato individualmente senza motivi di necessità. Una volta per entrare a Bourj Al Barajneh (Beirut) abbiamo dovuto andare tutti al comando dell’esercito a Sidone, per mostrare le nostre facce, i nostri documenti e il permesso già ottenuto dagli organizzatori del viaggio. Semplice azione di disturbo volta a scoraggiare i contatti.

  3. Mauro Poggi ha detto:

    Grazie per la condivisione. Ho già dato un’occhiata e ci ritornerò su con calma; nel frattempo ho notato alcuni altri post che mi erano sfuggiti o che ho letto solo superficialmente…🙂

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