Grecia, gli inascoltati auspici degli Esperti Indipendenti.

Il Parlamento greco ha  approvato stamani – dopo una notte di discussione – i termini dell’accordo dell’11 agosto sul terzo “salvataggio” del paese, con  222 voti  a favore, 64 contrari, 11 astenuti.  Dei 162 deputati che compongono la maggioranza di governo, solo 118 hanno votato in favore: a sancire la profonda spaccatura che si è creata all’interno di Syriza dopo la decisione del governo di disattendere il risultato del referendum del 5 luglio.

Può essere utile, anche se adesso suona un po’ surreale – o forse proprio per questo motivo,  tornare a leggere ora le considerazioni che alcuni Esperti Indipendenti ONU avevano espresso alla vigilia del referendum greco.

Il Consiglio delle Speciali Procedure per i Diritti Umani, è il maggiore organismo di esperti indipendenti nel sistema ONU dei Diritti Umani,  con incarichi di inchiesta e monitoraggio sia per specifiche situazioni nazionali sia per tematiche generali a livello mondiale. Gli esperti che che lo compongono lo fanno  su base volontaria, non sono parte dello staff ONU e non ricevono alcuna retribuzione. Sono indipendenti da ogni organizzazione o governo e sono nominati sulla base della loro specifica formazione.

Il 2 giugno 2015 l’Esperto indipendente per il debito sovrano e i diritti umani Juan Pablo Bohoslavsky affermava che i diritti umani non dovrebbero fermarsi davanti alla soglia delle istituzioni internazionali:

§

Senza  un [giusto] compromesso la Grecia dovrà prima o poi fallire, peggiorando la sua crisi. I diritti sociali ed economici subiranno un ulteriore inasprimento a causa della mancanza di coraggio e flessibilità che ostacola un accordo reciprocamente soddisfacente e rispettoso dei diritti umani.
La posta in gioco non è solo il rimborso del debito, ma le stesse fondamenta su cui poggia [dovrebbe poggiare] l’Unione Europea: un’unione di nazioni che ha [dovrebbe avere] come principale obiettivo i diritti umani, la dignità delle persone, la giustizia e la solidarietà.

Le rigide condizionalità del programma di aggiustamento greco hanno prodotto severi tagli alla spesa sociale, alla sanità e all’educazione, sollevando dubbi sulla capacità del Governo greco di assicurare i diritti sociali ed economici di base. L’austerità e le politiche di riforme implementate dal 2010 ad oggi non hanno saputo rimettere in carreggiata la Grecia. Al contrario hanno approfondito la crisi sociale, e chiaramente non hanno stimolato l’economia nazionale a beneficio della popolazione. 
La disoccupazione è rimasta al 25% […] La percentuale di persone a rischio povertà ed esclusione sociale è salita al 35,7%, la più alta in Europa. […]

Considero favorevolmente l’iniziativa del Parlamento greco di creare una Commissione per la verifica del debito. È necessario far luce su chi ha tratto vantaggio, e in quale misura, dai prestiti e indebitamenti sconsiderati e dai salvataggi delle banche, e chi è il responsabile della presente situazione finanziaria.

In aprile 2015 è stata varata una legge per dare un po’ di sollievo alle persone che vivono in povertà estrema: indennità di alloggio, buoni pasto, accesso all’erogazione di energia elettrica [si riferisce a quei provvedimenti a seguito dei quali il Consiglio europeo aveva invitato il Governo greco ad “astenersi da iniziative unilaterali“] […] È tuttavia necessario un approccio più globale […] Il peso delle riforme dovrebbe essere suddiviso in modo più equo, coerente con gli impegni che la Grecia e gli Stati creditori hanno assunto sottoscrivendo la Convenzione Internazionale dei Diritti Economici e Sociali, la Carta Sociale Europea e le altre convezioni internazionali sui diritti umani. Si dovrebbero prevedere misure di redistribuzione sociale per mitigare le disuguaglianze […] Implementare meccanismi di controllo per prevenire situazioni di eccessivo indebitamento,  mentre a livello europeo dovrebbero essere approvate direttive che impediscano finanziamenti sconsiderati. 
[…] È forse tempo di riconoscere che un ulteriore alleggerimento del debito, presto o tardi, sarà necessario, piuttosto che lasciare che la Grecia, per diversi decenni ancora, dipenda in modo economicamente e politicamente malsano dalle istituzioni creditrici.

I diritti umani non dovrebbero fermarsi davanti alla soglia delle istituzioni internazionali. […]

[Testo completo originale]

§

Il 30 giugno Alfred de Zayas,  esperto per la  promozione i un ordine internazionale democratico e giusto, e  Virginia Dandan, esperta per i diritti umani e la solidarietà internazionale,  scrivevano:

§

Tutte le istituzioni che si occupano di diritti civili dovrebbero salutare positivamente il referendum greco come l’eloquente espressione di autodeterminazione del popolo, in conformità all’art 1 e in attuazione dell’articolo 25  dell’Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Un ordine internazionale equo e democratico richiede la partecipazione di tutte le parti interessate al processo decisionale e il rispetto del processo stesso, il cui buon esito si realizza attraverso i principi della solidarietà internazionale e dei diritti civili per la soluzione di ogni problema, incluse le crisi finanziarie. 

È deludente che il FMI e l’Unione Europea non abbiano saputo trovare altre soluzioni che ulteriori misure di austerità regressiva.
Alcuni leader hanno espresso irritazione all’idea di un referendum in Grecia. Perché? I referenda fanno parte della migliore tradizione dei governi democratici.

Nessuno può aspettarsi che il Primo ministro greco rinunci agli impegni che ha preso con il suo popolo, che lo ha eletto con il chiaro mandato di negoziare una soluzione equilibrata che non smantelli la democrazia greca portando ulteriore disoccupazione e miseria sociale.
La capitolazione a un ultimatum che impone ulteriori misure alla popolazione greca sarebbe incompatibile con la fiducia democratica che il Primo ministro ha ricevuto dall’elettorato.
Per sua natura, ogni Stato ha la responsabilità di proteggere il benessere di tutte le persone che vivono sotto la sua giurisdizione.
Ciò presuppone la sovranità fiscale e di bilancio, e  uno spazio normativo che non può essere prevaricato da attori esterni, siano essi Stati, organizzazioni intergovernamentali o creditori. 

L’articolo 103 dello Statuto delle Nazioni Unite stabilisce che le sue prescrizioni prevalgono su tutti i trattati. Quindi nessun trattato o accordo di finanziamento può forzare un paese a violare i diritti del proprio popolo, siano essi civili, culturali, economici, politici o sociali. Né un accordo finanziario può negare la sovranità di uno Stato. Qualunque accordo che implichi tali violazioni, o la violazione dei diritti umani o del diritto internazionale consuetudinario, è ‘contra bonos mores’, dunque nullo ai sensi dell’Art. 53 della Convenzione di Vienna.

Un ordine internazionale  democratico e giusto richiede un regime commerciale e finanziario che agevoli la realizzazione dei diritti umani. Le organizzazioni inter-governative devono sviluppare, e sotto nessun pretesto mai ostacolare, la realizzazione dei diritti umani nella loro pienezza.

Il debito estero non può essere una giustificazione per derogare o violare i diritti umani o infliggere una recessione economica, in contravvenzione agli articoli 2 e 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali.

[Testo completo originale]

§

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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