Spagna: post-democrazia post-franchista.

Penso che pochi oggi possano contestare il fatto che l’Unione europea – il luogo utopico di pace, solidarietà e benessere che ci è stato raccontato – sia in realtà un sistema antisociale, fortemente competitivo, che produce povertà e sperequazione. Possono esistere profonde divergenze sull’analisi delle cause o sui rimedi possibili, ma il dato di fatto in sé non lo nega ormai più nessuno, se non i pochi irriducibili ottimisti della volontà o del tornaconto personale.
Ciò che invece è ancora sottovalutato dal grande pubblico è la deriva paternalistica e antidemocratica che il sistema ha preso fin dagli esordi.
Trovo sempre singolare che tutte le discussioni sull’opportunità di uscire o restare nell’Unione siano  focalizzate sulle pur fondamentali disfunzionalità economiche, mentre l’aspetto politico viene trascurato quasi che la democrazia fosse un lusso che di questi tempi, come lo Stato sociale, “non ci possiamo più permettere”. Eppure i segnali autoritari sono evidenti, persino sfacciati: dalle evocazioni di piloti automatici che rendono superflua l’espressione della volontà popolare, qualunque essa sia, alle pesanti ingerenze nelle campagne elettorali; dall’uso spregiudicato degli spread come strumento intimidatorio alle letterine programmatiche.

Il potere sovranazionale esercitato dai tecno-burocrati della Commissione e della Banca centrale è stato ceduto con inaudito zelo dalle nostre classi dirigenti – che ormai rispondono del proprio operato non più agli elettori ma a Bruxelles e in ultima analisi all’azionista di maggioranza del sistema; con l’appoggio convinto di chi delle nostre prerogative costituzionali e della nostra sovranità avrebbe dovuto essere il più geloso custode – parlo del nostro prossimamente dimissionario Capo dello stato, senza nulla voler togliere agli immediati suoi predecessori.

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L’autoritarismo europeo si trasmette poi agli ambiti nazionali, con provvedimenti che vengono variamente spacciati per anticongiunturali o di ordine pubblico o di governabilità, ma nella sostanza finalizzati a fiaccare le possibilità di resistenza e reazione delle popolazioni alle soperchierie che vengono loro inflitte.
Questo accade sia da noi che altrove.
È significativa ad esempio  la “Ley de seguridad ciudadana” recentemente approvata in Spagna, che stabilisce precise regole e limiti alle modalità di manifestazione. La legge, passata dopo mesi di dura opposizione sia  in parlamento che nelle piazze e vissuta da molti come un ritorno al franchismo, è stata salutata dal governo conservatore di Rajoy come una vittoria del diritto di ogni cittadino a città ordinate e sicure.Ne parla Jordi Borja, urbanista e politico di orientamento marxista, autore di numerosi saggi, in un articolo che trovo sul settimanale on line  Sin Permiso,  intitolato “Cittadinanza o barbarie”.
Ve ne propongo uno stralcio:

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[…] Stiamo assistendo a una trasformazione epocale. La cosiddetta “globalizzazione”, nella sua dimensione finanziaria, ha stimolato la speculazione, l’urbanizzazione senza città, il dualismo sociale e la subordinazione corruttrice dei governi ai meccanismi ciechi e invisibili del mercato. Risultato: crisi dell’economia produttiva, precarizzazione e riduzione della massa salariale, discredito delle istituzioni politiche e dei governanti, graduale demolizione dello stato sociale.

Le città, ambito per eccellenza dell’organizzazione del lavoro e dello sviluppo sociale, sono diventate lo scenario della crisi e del conflitto. La democrazia è nata nelle città; è qui che suo degrado si fa più evidente  ed è qui che la resistenza sociale si esprime di più.

Il quadro giuridico di riferimento, chiamato erroneamente “Stato di diritto“, si è convertito in molti casi come “Stato contro il diritto“. In questi momenti storici di cambiamento la democrazia si contrappone allo Stato e ai poteri economici dominanti. Le classi popolari, vittime di chi gestisce la trasformazione, sono la forza di resistenza e la speranza di un’alternativa. La questione dei diritti oggi è al centro del conflitto sociale e mette in discussione la natura dello Stato.
La reazione dei governi dimostra che la bandiera democratica non risiede più nello Stato bensì nella società politica mobilitata, e principalmente nelle classi popolari. Governanti e mercati tendono a frammentare, precarizzare ed escludere i lavoratori; criminalizzare i conflitti sociali, modificare le leggi per agevolare la repressione; alimentare la paura come strumento di consenso passivo e rassegnato; applicare il terrorismo di Stato in nome della sicurezza e dell’ordine; degradare la giustizia con l’arbitrio di classe. Negli ultimi decenni in Spagna si è modificato varie volte il Codice penale, e molte municipalità governate sia dal Partito Popolare (destra) che dal Partito Socialista Obrero Español (sinistra) hanno approvato norme civiche che ricordano regolamenti da estrema destra.
Per soprammercato da pochi giorni la maggioranza di destra ha approvato alla Camera dei deputati una “legge di sicurezza urbana” che è subito diventata famosa come “legge bavaglio”. Una legge che criminalizza l’espressione dei conflitti nello spazio pubblico e che di fatto permette reprimere qualunque manifestazione critica contro le istituzioni politiche ed economiche.

Uno degli aspetti particolarmente perversi della legge è l’applicazione di enormi sanzioni pecuniarie nei confronti dei promotori, pubblici sostenitori o partecipanti a manifestazioni in spazi o edifici pubblici, o davanti l’ingresso di istituzioni, imprese o residenze di dirigenti politici o economici.
Si penalizzano manifestazioni, assembramenti, occupazioni pacifiche, escraches, picchetti informativi, generiche “resistenze” alla forza pubblica (come non esibire la carta di identità, filmare un agente ecc). Le sanzioni aumentano se le manifestazioni si tengono davanti a sedi di partito o istituzioni, grandi aziende o banche.

La parola di un poliziotto è considerata prova sufficiente. Basta un atto vandalico da parte di qualche provocatore perché la manifestazione venga criminalizzata e promotori e partecipanti sanzionati.

Le sanzioni che si applicano sono amministrative e vengono applicate dal Ministero dell’interno senza l’intervento del magistrato. Le multe possono arrivare a 600.000 euro, e per la maggioranza delle fattispecie arrivano a diverse migliaia di euro. Per esempio, filmare l’intervento della polizia in uno spazio pubblico viene multato con 30.000 euro. Si tratta di una forma di terrorismo di Stato particolarmente perversa, arbitraria, ingiusta. Una forma di repressione propria delle tirannie: non c’è reato, le pene non sono comminate in base a un giudizio della magistratura; non si può ricorrere a un’istituzione che non sia quella che ha imposto la sanzione; coloro che esercitano la repressione sono gli stessi che condannano, prescindendo da testimonianze neutrali; vengono sanzionati non i comportamenti concreti, ma la mera presenza o l’appoggio a una manifestazione.

È il ritorno alla “Stato assolutista” anteriore alle rivoluzioni democratiche dei secoli XVIII e XIX. È quanto sta accadendo con lo Stato spagnolo e il governo del Partido Popular. La barbarie oggi deriva dallo Stato. La cittadinanza si conquista e si esercita nello spazio pubblico in difesa delle libertà e della democrazia contro i Governi che pervertiscono il diritto.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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4 risposte a Spagna: post-democrazia post-franchista.

  1. aldoricci ha detto:

    L’ha ribloggato su aldo ricci bloge ha commentato:
    dallo stato di diritto allo Stato contro il diritto

  2. Gabriella Giudici ha detto:

    Mentre leggevo la drammatica ricognizione che ci proponi, mi martellava in testa la folgorante osservazione di Polanyi che nelle economie industriali il fascismo resta una mossa sempre presente (La grande trasformazione). Mi ricordo ancora l’impressione e lo stupore della prima volta in cui mi imbattevo in quelle pagine e realizzavo che la grande opposizione della modernità non è mai stata quella tra democrazia e totalitarismo, ma tra democrazia e autoritarismo.

    Da questa prospettiva, il problema non risiede nella forma organizzativa dello stato (impossibile de-differenziare la società contemporanea e tornare all’assolutismo, anche davanti a fenomeni imponenti di concentrazioni di ricchezza e potere), ma in quella della decisione politica su cui in altri momenti siamo stati in Europa parzialmente capaci di incidere.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Cara Gabriella,
      C’è un magnifico articolo di John Pilger su Counterpunch.Org che fa una carrellata mozzafiato su questi ultimi anni. Parla di Obama, degli USA, dell’Ucraina, della Palestina, delle innumerevoli non-verità e in generale del mondo orwelliano in cui ci tocca vivere. Sarei stato felice di pubblicarne la traduzione qui, non fosse che mi avevano preceduto quelli di Controinformazione.info. La conclusione dell’articolo, che risale a luglio scorso, è illuminante:
      “Negli anni ’70 incontrai Leni Riefenstahl, e le chiesi dei film che glorificavano il nazismo. Usando in modo rivoluzionario la telecamera e le tecniche di illuminazione, Leni aveva prodotto una forma di documentario che aveva ipnotizzato i tedeschi. È stato il suo “Trionfo della Volontà” che ha presumibilmente dato il lancio al maleficio di Hitler. Le ho domandato della propaganda nelle società che si ritengono superiori. Lei replicò che i “messaggi” nei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto”, ma dal “vuoto sottomesso” della popolazione tedesca. “Ciò includeva anche la borghesia liberale ed istruita?” le chiesi. “Chiunque,” rispose, “e, naturalmente, anche gli intellettuali.”
      Il “vuoto sottomesso”: un’immagine che a me dà i brividi. Forse il fascismo di cui parla Polanyi, come possibilità latente nelle economie di mercato (la parte preponderante nel mondo, in termini sia economici che culturali!) è tale proprio perché questo stato mentale passivo, questo “vuoto sottomesso”, è condizione necessaria alla loro sopravvivenza come sistema, e quindi deve essere indotto nelle popolazioni attraverso i più svariati condizionamenti, dalle lusinghe propagandistiche ai traumi psicologici. Se all’inizio del millennio mi avessero raccontato ciò che stiamo vivendo oggi avrei risposto che non era possibile, che molto prima di arrivare a questo punto la gente si sarebbe ribellata e avrebbe buttato a mare i responsabili. Invece siamo a questo punto e continuiamo a sprofondare senza opporre nessuna resistenza, ciascuno immerso nel vuoto sottomesso delle proprie piccole, residue certezze a cui aggrapparsi – secondo l’antica filosofia dell’io speriamo che me la cavo, oppure – se preferisci, secondo la sindrome della rana bollita.

      … Dopo queste considerazioni l’augurio di un felice 2015 suona un po’ sarcastico, ma ti assicuro che te lo faccio di tutto cuore🙂

      PS
      Ti do i links all’articolo, che vale la pena leggere, se non ne hai già avuto occasione:

      qui l’originale: http://www.counterpunch.org/2014/07/11/on-israel-ukraine-and-truth/
      qui la traduzione: http://www.controinformazione.info/su-israele-lucraina-e-la-verita-di-john-pilger/

  3. Gabriella Giudici ha detto:

    Leni Riefenstahl guarda il fascismo da una prospettiva psicologica e coglie perfettamente quell’humus di ignoranza e paura (un “vuoto sottomesso”, appunto) su cui ha attecchito. Personalmente (probabilmente per vizio didattico) tendo a tenere separati il fenomeno e le condizioni favorenti e a insistere sulla distinzione tra il fascismo e le biografie dei suoi artefici, sostenutori e succubi.

    Grazie per Pilger: non lo avevo letto e mi sarà molto utile. Contraccambio con affetto i tuoi aguri che non mi suonano affatto sarcastici, visto che ce li facciamo da anni tra le macerie e le brutture di un mondo che non riusciamo a cambiare, ma non rinunciamo a combattere. Sarà un anno niente male: mi prepararo già a battermi con le unghie e coi denti per una scuola rigorosamente cattiva …

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