Napolitano: gli auguri di fine anno e il discorso programmatico

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La mia opinione (irrilevante, lo so) è che il Presidente Giorgio Napolitano sia il peggior Capo dello stato che abbiamo mai avuto,  capitatoci per soprammercato nel momento peggiore della storia repubblicana.

È davvero sconcertante e triste la parabola di questo anziano signore che, dismessa la maschera progressista usata per buona parte della sua vita senza mai trovarcisi a suo agio,  è diventato paladino del riformismo reazionario per compiacere l’Europa neo-liberista di cui è fervente (e vibrante, direbbe Crozza) sostenitore anche a dispetto dei dettami costituzionali.

Non ho intenzione di rifare la cronistoria delle sue discutibili scelte politiche degli ultimi anni, ma ho sempre in mente due sue uscite minori, che tuttavia sono significative per rivelarne statura e orientamento.
La prima, nel dicembre 2011, in appoggio alle misure di austerità che sarebbero state varate dall’appena nominato governo Monti, quando affermò che “il Paese chiede sacrifici agli italiani di tutti i ceti sociali, anche agli italiani dei ceti meno abbienti”, quasi che i ceti meno abbienti non avessero già pagato – e per primi, le conseguenze della crisi.
L’altra un anno dopo, in visita ufficiale a Helsinki, quando dichiarò: “L’Italia non è la Grecia“, un’excusatio non petita il cui senso, per giunta, suonava insultante verso un paese che la solidarietà europea aveva già umiliato e prostrato, e ci disonorava (dal momento che rappresentando la Nazione parlava in nome di noi tutti) per denotare verso il debole un’attitudine vessatoria, e per dirla tutta un po’ meschina, che credevo avessimo imparato a evitare.
Oltre alle parole, a impressionarmi in entrambe le occasioni era stata l’assenza di reazione da parte dei media, che riportavano quelle frasi con la solita compunta piaggeria senza che nessuno (a mia conoscenza) fra la miriade degli illuminati opinion-maker sollevasse una riserva.

Il Presidente Giorgio Napolitano, lo scorso 16 dicembre, ha voluto consolidare il suo primato negativo, e lo ha fatto nel corso della  cerimonia per lo scambio degli auguri di fine anno “con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile”, in un intervento – applauditissimo – dove ha sostanzialmente dettato l’agenda politica del paese. Con buona pace dell’articolo dell’articolo 87 della nostra Costituzione e della rappresentanza dell’unità nazionale che la carica gli imporrebbe.

Del suo articolato discorso programmatico, citerò solo un passaggio, che trovo particolarmente esemplare dello stile, là dove dice: “Si sono poste le basi per un’ampia riforma del mercato del lavoro, aperta a molteplici esigenze di necessario rinnovamento, e divenuta improvvidamente oggetto di un’interpretazione riduttiva, concentrata sul punto di massimo possibile dissenso“. Una delegittimazione in piena regola delle ragioni delle opposizioni, dei sindacati e dei lavoratori che hanno manifestato la loro contrarietà a questo provvedimento, nella fondata convinzione che esso vada a restringere ulteriormente i già compromessi diritti dei lavoratori anziché allargarli. Una liquidazione arrogante, dove una battaglia per molti sacrosanta viene derubricata a improvvida interpretazione riduttiva concentrata sul punto di massimo possibile dissenso (brillante perifrasi, questa, per non nominare l’articolo 18).

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Napolitano 2014
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Per il resto del discorso, vi propongo la più estesa disamina di Alessandro Gilioli, che si è dato la sgradevole incombenza di analizzare altri punti qualificanti in un suo articolo sull’Espresso intitolato “Debunking Napo” (Debunk:  sfatare, ridimensionare, demistificare).

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«Il forte consenso espressosi nelle elezioni del 25 maggio per il partito che guida il governo italiano ha oggettivamente garantito accresciuto ascolto e autorità all’Italia nel concerto europeo».
Mai sentito nella storia della Repubblica un endorsement così smaccato da parte del Capo dello Stato per uno dei partiti presenti in Parlamento, mai. Notare l’avverbio, “oggettivamente”, che elimina sul nascere ogni ipotesi o opinione diversa.

«Il governo italiano ha potuto operare validamente, e con senso di maggior sicurezza, in un clima nuovo di attenzione, per porre al centro dello sforzo comune esigenze, elaborazioni, proposte per un nuovo corso delle politiche finanziarie e di bilancio dei Ventotto, oltre i limiti divenuti soffocanti e controproducenti della “austerità».
Qui all’endorsement per Renzi si aggiunge un’annotazione un po’ grottesca: è stato proprio lui l’inventore di Mario Monti e del suo governo, quello dell’austerità, appunto.

«Il tema delle riforme necessarie per determinare condizioni idonee allo sviluppo degli investimenti, alla creazione di nuovo lavoro, alla maggior produttività e competitività delle nostre economie ha oramai assunto dei contorni precisi, un’ampia articolazione concreta. E in questo senso bisogna considerare il programma di riforme messo a fuoco dal Presidente Renzi e dal suo governo: si tratta di un programma vasto, da scaglionare nel tempo complessivo che lo stesso governo ha voluto assegnarsi: ma che ha dato il senso di quale cambiamento fosse divenuto indispensabile, e non più eludibile o rinviabile».
Il Jobs Act “ineludibile e non rinviabile”: qui si arriva all’endorsement ad legem. Una legge peraltro che incontra opposizione aspra in Parlamento ma anche da parte di qualche centinaio di migliaia di persone nelle piazze, su cui quindi il Paese è profondamente diviso.

«Non posso non richiamare quanti vogliano mantenere e far registrare dissensi su questa riforma a non farlo con spregiudicate tattiche emendative che portino a colpire la coerenza sistematica della riforma».
Qui invece si parla della riforma del Senato spiegando all’opposizione (e alla minoranza dem) cosa può fare e cosa no in Parlamento. Vietato colpire la “coerenza sistematica” della proposta Boschi. Illuso quindi chi pensava che fare opposizione secondo la legge e i regolamenti valesse più delle regole arbitrariamente dettate da Napolitano.

«Adoperarsi per tornare indietro rispetto alla oramai sancita trasformazione del Senato in espressione significherebbe solo vulnerare fatalmente la riforma, il suo senso, la sua efficacia. Rispettare, pur nel dissenso, la coerenza delle riforme in gestazione – sul bicameralismo, sui rapporti tra Stato e Regioni, e anche sull’altro, fondamentale tema della legge elettorale – è un dovere di onestà politica e di serietà istituzionale».
Qui andiamo oltre: si dà per sancita una riforma costituzionale che invece è stata approvata solo una volta in un solo ramo del Parlamento, mentre la Costituzione prevede due passaggi in ogni Camera più l’eventuale referendum popolare. Quindi si dà dei disonesti e dei poco seri a quanti si oppongono a questa riforma e all’Italicum.

«Il governo ha mostrato un tasso di volontà riformatrice e di determinazione politica e istituzionale che ha riscosso riconoscimenti e aperture di credito assolutamente notevoli sul piano internazionale. Si sono in sostanza messi in moto processi di cambiamento all’interno, e un fenomeno di attenzione fiduciosa dall’esterno».
Un altro endorsement per la maggioranza, intermediato “dall’esterno”, a cui viene attribuito un credito “assolutamente notevole” (notare, di nuovo, l’avverbio che non lascia margini di discussione in merito).

(Ci sono) «sfide e rischi sul piano della sicurezza interna, cui bisogna dare maggiore attenzione non solo nel “giorno per giorno”, ma in termini strategici, dinanzi al manifestarsi e al fermentare di pulsioni violente e di tendenze alla delegittimazione delle nostre istituzioni, tra le quali le stesse forze di polizia».
Se i poliziotti menano, quindi, non si deve più dire.

«Tutto ciò deve indurre al massimo senso del limite, al massimo rispetto della legge e del costume civile».
Sul rispetto della legge non ci sono dubbi, ma anche il rispetto dell’articolo 87 della Costituzione – “il Capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale” – sarebbe gradito. Questo invece è stato un discorso tutto per una parte e contro le altre, per una manciata di leggi e contro chi vi si oppone.

«Non possiamo essere ancora il Paese attraversato da discussioni che chiamerei ipotetiche: se, quando e come si possa o si voglia puntare su elezioni anticipate, da parte di chi e con quali intenti; o se soffino venti di scissione in questa o quella formazione politica, magari nello stesso partito di maggioranza relativa. È solo tempo – e inchiostro – che si sottrae all’esame dei problemi reali, anche politici, che sono sul tappeto; è solo un confuso, nervoso agitarsi che torna ad evocare, in quanti seguono le vicende dell’Italia, lo spettro dell’instabilità».
Ah sì, anche il rispetto dell’articolo 21 della stessa Costituzione sarebbe gradito. Che per l’uso dell’inchiostro, e della tastiera, non prevede la richiesta del permesso al Quirinale.

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Informazioni su Mauro Poggi

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16 risposte a Napolitano: gli auguri di fine anno e il discorso programmatico

  1. aldoricci ha detto:

    … “la maschera progressista” di un pezzo grosso dell’ala più filosovietica del Pci… che plaudì all’invasione dell’Ungheria del 1958?… vedo che si continua indefessi a confondere il liberalismo con il liberismo… e ammesso ma non concesso che i due termini siano sovrapponibili… volendo buttare via il bambino (un’economia liberale) con l’acqua sporca (quella liberista)… a chi affidare in un paese di ladri matricolati come questo… le redini di un’economia ancora più statalista e oppressiva della presente… a Gesù?
    ps/ non ho letto il pezzo de l’Espresso perché non lo leggo da anni e perché ritengo che un post non possa essere più lungo di 4000/4500 caratteri…

    • Mauro Poggi ha detto:

      Non a caso ho parlato di ” maschera” progressista portata “con disagio”.
      Sia chiaro: anch’io non leggo l’Espresso da illo tempore. Sono arrivato all’articolo di Gilioli attraverso una segnalazione in rete.
      PS: In che senso “si continua a confondere il liberalismo con il liberismo”? Spero che quel “si” non si riferisca a me: io la differenza fra i due concetti l’ho ben presente e personalmente non ammetto né concedo che siano sovapponibili. Infatti definisco il sistema europeo un sistema neo-liberista, e non mi sognerei mai di definirlo liberale.

      • Mauro Poggi ha detto:

        PPS: ho controllato, ma il word processor di WordPress mi dice il numero delle parole, non quello dei caratteri. Mi chiedo se le 1305 di questo post rientrano nella tua soglia…🙂

        • Anzitutto ci tengo a dichiarare (alla cortese attenzione del Signor Procuratore) che Napolitano è un Presidente degnissimo, ancorché il peggiore della storia repubblicana.
          Ciò doverosamente detto, penso che questo discorso sul liberalismo una buona volta vada fatto. Certo, non con un post, dunque mi limito a qualche rapsodico cenno (come dire: un sasso in piccionaia).
          Personalmente, aborro il termine “liberista” per due ragioni: la prima è che esiste solo nella lingua italiana. Deriva da Croce, e soprattutto da Caffè che lo usava per designare un gruppo di economisti italiani del XIX secolo di cui oggi si è generalmente persa la memoria, e che erano contrari ad ogni intervento pubblico.
          In tutto il resto del mondo – senza nessuna eccezione – si dice “neoliberali”, e così faccio io.
          E qui arriva la seconda ragione: questo termine a mio avviso ha riscontrato il favore generale perché ormai si è arrivati a considerare il liberalismo e i liberali come la Croce Rossa, quindi pare brutto usare un termine che contiene la stessa radice con connotazione negativa.
          Invece io avverso anche il liberalismo (da cui il neo-liberalismo deriva, come appunto dice il nome) – che resta una visione dell’uomo individualista e quindi infondata – e le sue visioni politiche. Questo non significa che pensi – al contrario di quanto accade ai settari – che tutto quello che dicono i (pochi rimasti) liberali sia necessariamente sbagliato. Anzi, dico che se non esistessero, andrebbero inventati, proprio perché hanno una visione del mondo completamente diversa da quella della sinistra, o comunque dalla mia.
          Poi c’è anche il problema che esistono i liberali, e i “liberali”. Così come esiste la sinistra, e la “sinistra”. Ma il vero problema è che l’accezione senza virgolette dei due termini è non come la Croce Rossa, ma come l’Orso Panda, cioè in via d’estinzione.
          Saluti (soprattutto ai liberali senza virgolette).

        • Mauro Poggi ha detto:

          Caro Leprechaun, intanto lascia che condivida ufficialmente la tua dichiarazione davanti al Procuratore. Non si sa mai.
          Hai ragione a dire che la parola “liberismo” sembra essere tutta italiana. Ma questo non sarebbe di per se un motivo per rifiutarla a priori, specie se a popolarizzarla sono stati Croce e Caffè, due tipi mica male ciascuno nel proprio campo. Anzi per una volta che siamo noi a inventarci neologismi anziché adottare dall’estero parole esotiche, perché no?
          Siccome mi ricordavo vagamente di aver sostenuto una conversazione in spagnolo, dove il termine era stato usato senza perplessità da tutti (ma può essere che i miei interlocutori lo avessero adottato seduta stante per cortesia nei miei confronti) ho fatto una rapida ricerca su Wiki Spagna. Ho trovato questa interessante definizione:
          https://es.wikipedia.org/wiki/Liberismo
          “Liberismo (del término italiano liberismo) es un término utilizado para designar la doctrina económica del capitalismo de laissez-faire utilizado por primera vez en inglés por el politólogo ítalo-americano Giovanni Sartori. Sartori importó el término del italiano con el fin de distinguir entre el liberalismo social, que es generalmente considerado una ideología política que a menudo defiende una amplia intervención del gobierno en la economía, y las teorías liberales de la economía que proponen prácticamente eliminar esa intervención. En el uso informal, liberismo se solapa con otros conceptos como el libre comercio, neoliberalismo, el libertarismo y el concepto francés de laissez-faire.
          En Italia, liberismo es a menudo identificado con las teorías políticas de Gaetano Mosca, Luigi Einaudi y Bruno Leoni, quienes como Friedrich Hayek afirmaron que la libertad económica sostiene y profundiza la democracia y la libertad política. Por ejemplo, la filosofía del derecho de orientación liberista de Bruno Leoni se considera la antítesis del pensamiento del filósofo del derecho Hans Kelsen, quien es definido como estatista”.
          Proseguendo nell’indagine, ho cercato su Wiki Francia e Wiki UK
          https://fr.wikipedia.org/wiki/Lib%C3%A9risme
          https://en.wikipedia.org/wiki/Liberism
          dove trovo la stessa identica definizione, che compare anche su Free Dictionary
          http://encyclopedia.thefreedictionary.com/liberism
          Non mi chiedere chi ha copincollato chi…

          Grande è la confusione sotto il cielo (ma la situazione NON è favorevole). Oggi è la sinistra che andrebbe reinventata, visto che la “sinistra” ha ormai introiettato gli schemi ideologici liber(ali? isti? preferisco la seconda) e come succede a tutti i convertiti di questo mondo si rivela molto più zelante nell’applicare il verbo divino di quanto non facciano gli stessi liber-ali/isti.
          Ma davvero l’idea di scrivere un articolo chiarificatore sull’argomento non mi sembra per nulla male. Dovresti cimentartici. Se lo fai, ricorda di citare anche il mitico Pannella, che parlando del movimento radicale soleva dire essere “un partito liberale, liberista e libertario”, così, tanto per non farsi mancare nulla🙂
          I miei migliori auguri di buone feste e felice anno nuovo!

        • Caro Poggi,
          invece so proprio dirti chi ha fatto il copiaincolla, perché ne ho contezza diretta. La voce di wikipedia inglese l’ha scritta un redattore di quella italiana, con il quale mi sono a suo tempo appiccicato, che sosteneva che “gli americani” erano degli ignoranti perché non conoscevano né usavano (e continuano a non usare) quel termine, ma il loro ambiguo “liberal”. Deve essere uno sfegatato fan di Sartori (che è all’origine di tutto quel che hai trovato, come vedi) e riferiva di questo libro in inglese che aveva pubblicato negli USA, e dal quale gli americani avrebbero dovuto imparare. Il provincialismo italiano è smisurato, e infatti l’edizione italiana di wikipedia è pessima. Consiglio a tutti di non fidarsi e di usare l’edizione spagnola, inglese, o meglio ancora francese.
          Andai allora a controllare la voce en.WP e la relativa discussione (cosa da fare sempre) (https://en.wikipedia.org/wiki/Talk:Liberism): i redattori madrelingua erano piuttosto perplessi e si domandavano: “Noteable enough for an article? Merge? It seems to be something he mentioned once in one chapter of a book that no WP:RS has picked up. Merge to liberalism?” “sembra che abbia usato questo termine in un suo libro che però nessuna fonte affidabile ha trovato”. Preciso per la cronaca che nonostante quel che mena vanto il Nostro, Sartori è stato negli USA sei mesi come visiting professor in una Università di provincia (chi conosce gli USA sa cosa questo implichi) e ha pubblicato questo libro che nessuno ha – giustamente – letto. E’ italo-americano (di Broccolino?) come io sono un rinoceronte, mentre non sono che un leprecauno. Secondo me c’è lui e/o suoi fan dietro tutto ciò. Che non ha comunque nessun rilievo, perché i madrelingua mai troveranno questi lemmi. E se fosse questo il caso, si domanderebbero “Boh! E chi è costui?”. E’ qualcosa che indirizzato all’Italia, ma anche qui, non si capisce a cosa.
          Nelle altre lingue “liberismo” è dunque un prestito linguistico, come vedi, che però nessuno usa.
          Se vai infatti nei dizionari delle varie lingue c’è da ridere.
          Spagnolo, digitare “liberismo”: http://www.rae.es/recursos/diccionarios/drae
          Portoghese, idem: http://www.priberam.pt/dlpo/
          Francese “libérisme”: http://www.lexilogos.com/francais_langue_dictionnaires.htm
          Freedictionary fornisce la voce di Wikipedia (guarda l’orecchia), sempre quella. Nel suo thesaurus il lemma non c’è.
          Il problema di wikipedia è che chiunque può aggiungere un lemma. Non così nei dizionari, e questo fa la differenza. Grande discorso da fare su wikipedia e sull’ideologia di Wales …
          Ora guarda l’incipit della voce italiana su Sartori (https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Sartori_%28politologo%29): “uno dei massimi esperti di scienza politica a livello internazionale”. Vai nella discussione e scoprirai che la versione originale iniziava con “Sartori è un mito”. Direi che la mano è la stessa.
          La questione del liberismo Croce-Einaudi (che come “liberista” era piuttosto sui generis) è complessa. Ne riparleremo.
          I liberali non sono tutti uguali – ovviamente – ed è giusto che ci siano termini distinti quando questo abbia un senso nel contesto attuale. Il liberalismo-liberismo-libertarismo e chi più ne ha più ne metta di Pannella non è proprio uguale a quello di Malagodi, tanto per fare un esempio.
          Infine: a volte si dice “liberisti” e a volta “neoliberisti”. Che differenza c’è? Boh? Chi lo sa?
          Non è per caso che siccome Einaudi era “liberista” (secondo Croce) allora pare brutto usarlo per indicare dei cattivacci?
          E, sempre a proposito di wikipedia, guarda che orrore è la voce “liberalismo” in quella italiana, e confrontala con le edizioni francesi, inglesi, spagnole. Sai quante volte gliel’ho scritto: perché non partite da una traduzione delle voci delle altre lingue, che in genere sono molto più articolate?
          Va bene, cercherò di mettere insieme le mie idee in materia, ma mi ci vorrà un po’.
          Ma poi non ho idea di cosa fare del testo … magari te lo mando per email …
          PS: non attribuisco a Croce nessuna autorevolezza intellettuale. Era un filosofo di campagna (“i gungetti nin zò caciocavalli appisi”) che non aveva capito nulla della modernità, né della scienza. Un hegeliano con un secolo di ritardo. A suo merito – che nessuno potrà mai levargli – va ascritto il fatto di avere compreso subito la pericolosità del fascismo, cosa che non capì Gentile (anche lui un hegeliano tardivo), che pur aveva ben altra caratura intellettuale, né Salvemini. Questo non fa però di lui un filosofo.

        • Mauro Poggi ha detto:

          Grazie per la serie di gustose chicche!🙂 Avevo citato le varie wikipedie proprio perché il ripetersi pari pari della definizione faceva pensare alla sindrome del “me l’ha detto uno che conosco”, con tutte le riserve che ne derivano. A questo punto temo proprio che durante la conversazione in spagnolo a cui accennavo, il termine sia stato accettato e ripreso dai miei interlocutori più che altro per cortesia nei miei confronti…
          Continuo a pensare che la distinzione fra liberismo e liberalismo non sia poi così oziosa, e personalmente a me sta bene. Ma riconosco che c’è confusione in merito. Perciò, se mai ti convincerai a scriverci su, ritengo che faresti opera buona e meritevole. Quanto alla destinazione, perché non pubblicarlo sul tuo blog? Ma se lo escludi a priori per una qualche ragione di “linea editoriale”, io non avrei problemi a pubblicarlo sul mio, sempre che a te non dispiaccia.

        • Più che distinzione, io la vedo così: c’è il liberalismo che ha diverse sfaccettature. Tra queste, il neoliberalismo e il laissez-fairismo o fondamentalismo di mercato. Tanto per cercare di mettere un po’ di chiarezza. Il “liberismo” resta una cosa che ha senso solo all’interno della discussione tra Croce ed Einaudi. http://www.milanopost.info/2012/11/05/prediche-inutili-einaudi-vs-croce-la-disputa-tra-liberalismo-e-liberismo/
          A presto, ma non prestissimo.

  2. babajaga ha detto:

    credo che ci siano molte persone che come me condividono la tua opinione.Saluti

  3. tramedipensieri ha detto:

    …ma non aveva detto che sarebbe dovuto andare in pensione? Vorrei proprio sapere cos’è (…o chi??) gli ha fatto cambiare idea….
    Che tristezza….

  4. Gabriella Giudici ha detto:

    Il progressismo di Napolitano è lo stesso del suo partito dai tempi dei “necessari sacrifici” di Lama e Berlinguer, le cui “correnti”, ora come allora, vanno intese niente più che un penoso equivoco. E’ perché esprime tutto questo senza ombra di vergogna e di rammarico che quest’uomo ha battuto ai nostri occhi ogni record di sgradimento, per quanto in gara con Ciampi e Cossiga.

  5. Sendivogius ha detto:

    Sempre restando nell’ambito delle opinioni, riguardando alla storia della repubblica italiana, non credo che Giorgio Napolitano sia stato il presidente peggiore… Non più di quanto lo siano stati Gronchi, Segni e Cossiga, prima di lui.
    Riprendendo il giudizio di Grabriella, per me uno dei presidenti della Repubblica più perniciosi in assoluto è stato Carlo Azeglio Ciampi: economista discutibile, pessimo giurisperito, totalmente a digiuno di diritto costituzionale, politicamente pavido e totalmente inadeguato al ruolo, è stato l’uomo che ha sancito il trionfo dell’anomalia berlusconiana e reso possibile la costruzione di un sistema di governo incistato sulla personalizzazione del potere nella sua gestione privatistica.

    Napolitano è un “migliorista”, con tutto ciò che la parola implica. Lo è sempre stato e tale è rimasto. Tutto si può dire su di lui, tranne che non sia restato coerente nel corso della sua lunga carriera politica. L’uomo ha 90 anni: è chiaro che con l’età le sue convinzioni non possano che cristallizzarsi ed irrigidirsi in una posizione impermeabile ad ogni ripensamento critico.
    Con la necessità di supplire ad un pericoloso vuoto di potere in tempi di crisi, con un parlamento depotenziato, partiti deboli, e una “politica” delegittimata, gli è stato permesso di agire come se ci si trovasse in un sistema (di fatto) semi-presidenziale. E con la scusa di uno schmittiano “principio di necessità”, il Presidente Napolitano ha finito con l’auto-attribuirsi un potere di indirizzo (e di veto) che si presta a ben più di qualche semplice forzatura. Personalmente, lo reputo un Presidente “border-line”: da bravo avvocato si muove ai confini estremi della Carta, stirandone al massimo l’interpretazione arbitraria delle norme, senza mai travalicare apertamente il confine di costituzionalità. Ne rispetta la forma, ma finisce con lo stravolgerne la sostanza. E in tal modo crea precedenti pericolosi, che possono essere riproposti in futuro da personaggi con minori scrupoli ed una sensibilità democratica molto più “flessibile”…

    Tuttavia, la visione politica di Napolitano, il suo disegno istituzionale, sono sempre stati ‘cristillini’ e chiarissimi: a prova di ogni fraintendimento ed equivoco. Pertanto, reputo che il problema non sia tanto Napolitano, ma coloro che (sapendo tutto ciò) l’hanno voluto Presidente e (peggio ancora!), dopo un primo settennato che non esito a definire disastroso, hanno pensato bene di rinnovare il mandato, coi brillanti risultati che tutti conosciamo.

  6. Mauro Poggi ha detto:

    Beh, sì… magari non “il peggiore”, forse solo “uno dei peggiori”. Ma fra i peggiori è quello attuale, e questo nella mia classifica generale lo mette al primo posto, almeno in ordine di tempo.

    Per quanto riguarda la sua visione politica, trovo che l’ossequio incondizionato alle ragioni dell’Europa, è stato in aperto contrasto con quello che dovrebbe essere il mandato di un Presidente della repubblica; così come secondo me va ben oltre il border-line il suo sostegno alle riforme – costituzionali e istituzionali – “richieste a gran voce dagli italiani” (secondo la narrazione sua e del pupillo), o pretese dagli eurocrati di Bruxelles (secondo una rappresentazione più aderente alla realtà delle cose).

    Non dimentichiamo poi che Napolitano è stato colui che ha asseverato con la sua autorità la favola che l’Italia era sull’orlo del baratro, per giustificare la nomina e preparare l’azione di quel Mario Monti (previamente promosso senatore a vita per avere illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario (?) art 59 cost) che l’Europa ci aveva imposto con l’incarico di massacrare la nostra economia – vedere qui il prima e dopo la cura:
    https://mauropoggi.wordpress.com/2012/11/10/non-cos-in-fretta/
    e distruggere la domanda interna (per stessa ammissione dell’interessato: “We’re actually destroying domestic demand through fiscal consolidation”):

    A Napolitano rimprovero il suo silenzio/assenso all’introduzione del fiscal compact e del principio di pareggio di bilancio in Costituzione, o al tentativo di Letta di cambiare l’art 138 in senso meno vincolante. Tutti colpi inferti alla nostra sovranità, che l’uomo invece di contrastare ha appoggiato, in omaggio al “podestà straniero”.

    Dal mio punto di vista queste scelte – solo alcune delle tante – sono state letali, e l’età tutt’al più può spiegare ma non giustificare l’anomalia di un Presidente la cui figura avrebbe dovuto rappresentare l’ultima spiaggia istituzionale per un’Italia in preda a dilettanti o gaglioffi.
    Sinceramente non mi viene in mente nessun altro presidente che abbia contribuito in modo così attivo allo smantellamento della nostra sovranità. L’unico precedente di portata analoga che mi viene in mente è quello, a opera di Ciampi e Andreatta, del divorzio Bankitalia/Tesoro, 1981; ma allora Ciampi era Governatore, quando divenne Presidente il danno più grosso l’aveva già fatto.

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