La Grecia, di nuovo

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Si torna a parlare di Grecia, ora che il rischio di elezioni anticipate, con Syriza largamente in testa nei sondaggi, manda in fibrillazione le borse che da un giorno all’altro “bruciano” fantastiliardi di euro (virtuali),  secondo l’immaginifica ancorché vieta titolistica dei media. Fino a qualche giorno prima questo paese era citato solo sporadicamente, insieme alla Spagna, a nostra edificazione come esempio di uscita dalla crisi grazie alle “riforme”. Se si cercavano notizie sulle manifestazioni di protesta, che pure continuano, occorreva andarsele a cercare in rete; ma l’informazione omologata, si sa, ha altre priorità.

Della Grecia si è recentementeoccupato il  Levy Economic Institute, che il 21 e il 22 novembre ha organizzato un convegno ad Atene sul tema “Europa al bivio: un unione di austerità o di crescita convergente?”. A questo indirizzo troverete il denso programma dei lavori, con gli argomenti trattati dai relatori e la lista degli economisti che vi hanno partecipato.

Mentre ci sono state divergenze circa le soluzioni proposte, l’analisi della situazione ha trovato i relatori sostanzialmente d’accordo.
L’economista C.J. Polichroniou su Truth-Out ne riassume le conclusioni:

Debito Greco 2011-2014

1) Il programma di salvataggio della Grecia è fallito miseramente. Le draconiane misure di austerità imposte dai paesi creditori (UE e FMI) hanno portato a una severa recessione e a ricadute drammaticamente negative sul benessere della popolazione, in termini di disoccupazione, estrema povertà e allargamento delle disuguaglianze.
2) Le politiche imposte erano più orientate a punire il paese per la sua “dissolutezza” che a risolverne la crisi.
3) La Grecia non sarà in grado di uscirne senza una significativa [ulteriore] ristrutturazione del debito.
4) Nonostante l’evidenza storica che durante i cicli recessivi le politiche di consolidamento fiscale [austerità] sono dannose, dopo la crisi globale del 2008 si è scelto di assecondare le indicazioni della Germania e imporle, peggiorando la situazione.
5) Le politiche economiche tedesche sono considerate sacrosante e fuori discussione, nonostante che la dottrina della “austerità espansiva” porta a catastrofici risultati economici e sociali, pregiudica l’ordinamento democratico e spesso produce estremismo politico.
6) L’insistenza della Germania per profonde riforme strutturali costituisce un pretesto, in assenza di piani di crescita a lungo termine. Peter Bofinger, l’unico consigliere economico keynesiano nella cerchia della Merkel, ha ricordato con sarcasmo che quando ha chiesto ai suoi colleghi neoliberisti tedeschi di elencare almeno tre “riforme strutturali” di cui la Spagna avrebbe bisogno per diminuire il suo massiccio tasso di disoccupazione, essi non hanno saputo citarne nemmeno una.
7) La crescita nell’eurozona è stagnante e le prospettive future sono estremamente incerte senza un profondo cambiamento delle attuali politiche economiche, specie per quanto riguarda l’austerità e i pareggi di bilancio.
8) Il tasso degli investimenti nell’eurozona è caduto significativamente dal 2008, un segno inequivocabile delle preoccupazioni che gli investitori internazionali nutrono circa il futuro dell’Europa.
9) Il sistema dell’unione monetaria contiene carenze strutturali, che se non risolte porteranno alla dissoluzione dell’eurozona.
10) I paesi UE che non appartengono all’area euro hanno ragionevoli motivi per non entrare nell’eurozona.

[English original  – Copyright, Truthout.org. Translated with permission]

Non c’è che dire, un bell’insieme di capi d’accusa nei confronti della miopia tedesca e della pochezza politica dei paesi dell’eurozona che ne hanno accettato supinamente la dottrina.

Vale la pena sottolineare che l’affermazione per cui le politiche imposte alla Grecia erano orientate più a castigarla che a soccorrerla non è affatto una congettura.
Lo racconta Tim Geithner, ex Segretario del Tesoro americano, nell’intervista che è stata la traccia preparatoria al suo libro “Stress Test: Reflections of Financial Crises“. Sono 100 pagine di trascrizione, alcune delle quali venute recentemente in possesso del Financial Time, con significativi dettagli che nel libro sono stati omessi. Geithner ricorda la riunione dei G7 tenuta il 5 e 6 febbraio 2010 a Iqaluit, in Canada, quando il panico per la crisi greca cominciava ad affondare le borse. Nel libro parla genericamente di richiami “alla giustizia da Vecchio Testamento”, ma nella trascrizione è molto più esplicito:

… C’era un fottuto disastro, in Europa […] Gli europei, sostanzialmente, dicevano: ‘Daremo una lezione ai greci. Sono veramente terribili. Ci hanno mentito. Ci hanno succhiato il sangue e sono dei dissoluti; hanno approfittato di tutto e adesso li schiacceremo…’ Questo era l’atteggiamento […] Ricordo che dissi loro: ‘Potete mettere quella gente sotto i piedi, se è questo che volete. Ma dovete essere sicuri di controbilanciare la cosa con un messaggio che assicuri l’Europa e il mondo che controllate la situazione’ […] Era agghiacciante sentirli blaterare di azzardo morale o fottuta roba del genere. Dissi: ‘Va bene. Se volete essere duri con loro va bene. Ma dovete controbilanciare con una rassicurazione un po’ più credibile, che non lascerete che la crisi si diffonda oltre la Grecia, dovrete rendere l’impegno credibile, mentre date una lezione alla Grecia‘ […] Non avrei mai pensato che avrebbero lasciato che le cose si mettessero così male come alla fine hanno fatto“.

Questa testimonianza, che non doveva essere pubblicata ma che non è stata smentita, dà la misura dell’inganno eurista. Propagandato all’opinione pubblica come progetto di fraternità e cooperazione fra i popoli, palesa il vero e unico aspetto di un sistema in realtà coercitivo, ispirato in modo psicotico ai principi neoliberisti “dell’economia sociale di mercato fortemente competitiva“, come dichiarano gli illeggibili trattati che ne sono fondamenta, all’interno del quale i paesi più deboli sono destinati a subire una colonizzazione di fatto.

Un sistema la cui plastica rappresentazione è data proprio dall’immagine di quel gruppetto di sociopatici riuniti in una sperduta cittadina canadese, in piena estasi orgasmica da potere, che discutono rabbiosamente di punizioni esemplari nei confronti di un paese reo di dissolutezza.
Laddove per dissolutezza si intende l’irresponsabilità di indebitarsi  più di quanto ci si potrebbe permettere; poco importa se per ogni debitore irresponsabile c’è sempre un creditore che ha prestato irresponsabilmente; poco importa se il creditore (banche tedesche in particolare) non ha prestato per generosità ma solo perché le condizioni del prestito erano particolarmente vantaggiose.
Laddove per punizione si intende (e lo si è visto nel prosieguo) l’esproprio di ogni sovranità, la distruzione dell’economia, lo smantellamento dello stato sociale e l’impoverimento della popolazione fino a condizioni da immediato dopo-guerra; poco importa se dietro l’astratto concetto di Nazione esiste la concretezza di 11 milioni di individui, la maggior parte dei quali incolpevoli ma vittime designate della “punizione esemplare”.

La Grecia, “il più grande successo dell’Euro”, è diventata così un laboratorio a cielo aperto, un gigantesco esperimento sociale dove milioni di persone/sudditi diventano cavie su cui sperimentare tecniche di shock-economy, per imporre modelli sociali da medio evo prossimo venturo, da esportare in Spagna, Portogallo, Italia. Per il momento.
Gli antropologici del futuro faticheranno a capire come è stato possibile che una così grande massa di persone in Europa, senza reagire, abbia lasciato che il proprio ceto politico li scippasse di diritti per conquistare i quali erano occorsi due secoli di lotte.

Gli storici invece individueranno in quel febbraio 2010, a Iqaluit in Canada, il momento e il luogo in cui il sistema ha scelto di mostrare la sua vera natura e inconsapevolmente ha dato il via a un processo di decomposizione che solo l’accanimento terapeutico della BCE ha impedito finora di renderlo definitivo.
Sono sempre più numerosi coloro che ritengono non sia più una questione di  se, ma di quando e di come.
In un mondo razionale il come avverrebbe nell’unica maniera logica: in modo concordato e cooperativo. Ma la Germania, azionista di maggioranza del sistema, ci ha abituati fin dal secolo scorso alla sua speciale hybris, alla sua pulsione verso esiti palingenetici, e questo lascia il fondato timore che il tracollo avverrà in modo più doloroso del necessario.
Il quando dipende dal livello dei costi, in termini sociali ed economici, che il sistema è ancora in grado di sopportare politicamente per mantenere se stesso nello stato pre-agonico in cui versa. Sotto questo aspetto potrebbe rivelare un’inopinata resistenza, grazie alla sostanziale inerzia delle popolazioni. Ma la storia anche recente insegna che sistemi giudicati incrollabili fino al giorno prima si sono trasformati in macerie il giorno dopo. E se basta l’ipotesi di elezioni anticipate in un piccolo paese come la Grecia  a gettare nel panico i mercati finanziari europei, allora è lecito pensare che la debolezza del sistema è molto più fatale di quanto la sua protervia non dia a immaginare.

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Il più grande successo dell’Euro. Trailer

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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8 risposte a La Grecia, di nuovo

  1. tramedipensieri ha detto:

    …penso che molto “ottimisticamente” capiremo meglio anche noi, in futuro…cosa significa non riuscire a porre freno ai furti “legalizzati” dei politici e delle banche.

  2. Lo “spezzare le reni alla Grecia” mi ricorda qualcosa, ma ora non mi viene in mente proprio precisamente cosa …

  3. Guido Fabrizi ha detto:

    Nessuno mi toglie dalla testa che ci sia una volontà, nord europea, a deprimere le economie del sud mediterraneo, per trasformare questi paesi, fra i quali il nostro, in un bacino di lavoro a basso costo, per fronteggiare il mercato CINDIA.

  4. Guido Fabrizi ha detto:

    Non sono antieuropeista, e mi chiedo fino a quando durerà questo stato continuo di sudditanza politica mascherata da rinnovamento. A forza di spremere il limone ti rimane la buccia…

    • Mauro Poggi ha detto:

      Se essere europeisti significa sostenere questa Europa, allora io sono anti-europeista. Ma ho l’impressione che i più anti-europeisti siano proprio coloro che dietro il “sogno” europeo hanno costruito questa distopia – autoritaria, sociopatica e anti-solidale.

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