Declino e caduta dell’Impero Americano

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Recentemente mi sono imbattuto in due articoli sul declino dell’egemonia americana. Il primo, di Jan Oberg – direttore della fondazione svedese Transnational Foundation for Peace & Future Research  – affronta il tema da un punto di vista “psicopolitico”. Il secondo, di Dave Lindorff – giornalista membro fondatore del giornale online ThisCantBeHappening!, fa un’analisi storica,  partendo da un articolo del giornalista conservatore Charles Krauthammer,  che addebita il declino ai “deplorevoli” tagli di spesa militare effettuati dall’amministrazione Obama.
L’analisi di Oberg parte dal caso americano per trarne un modello di generale applicazione.

Dal punto di vista sistemico, una situazione da “fine impero” segue un  modello ricorrente, caratterizzato da:
a) stato di guerra permanente o quasi
b) iper-estensione del territorio da controllare
c) perdita del primato intellettuale e tecnologico
d) crisi economiche strutturali
e) decadenza morale
f) delegittimazione
g) comparsa di nuovi soggetti decisi a competere per il potere

Da un punto di vista psicologico, la classe dirigente – politica, militare, mediatica – manifesta una serie di anomalie mentali facilmente riconoscibili da chi non ne sia affetto:

Autoreferenzialità
In un qualunque sistema sistema gerarchico chi si trova in una posizione intermedia ha sempre davanti a sé qualcuno da cui imparare e da superare, e in genere anche gli stimoli necessari per entrambe le cose. Chi si trova al vertice  invece non ha altri riferimenti che se stesso, quindi tende a ripetere gli stessi schemi di comportamento anche quando il mutare delle situazioni li rende obsoleti.

Hibris
Ci si abitua a percorrere una strada che è tutta in discesa grazie alla posizione di potere acquisita e al consenso che ne deriva – per amore o per forza. Funziona finché dura, ma più dura e più si consolida l’illusione di avere un intrinseco diritto a prevalere. D’altra parte, la difesa di questo intrinseco diritto richiede una capacità di controllo sempre più efficiente: da qui la necessità di armamenti sempre maggiori e sempre maggiori basi militari nel mondo, la cui giustificazione politica è data dal numero di minacce (nemici) a cui il sistema deve far fronte. Se le minacce (nemici) reali sono insufficienti occorre inventarne di nuove. Solo così è possibile legittimare la distrazione di enormi risorse a favore dell’impegno militare e continuare ad assicurarsi il diritto al primato “morale” nel mondo.

Proiezione
Avviene quando si accusano gli altri di colpe che ci appartengono. “L’Occidente diffida la Russia dall’interferire nelle elezioni di Kiev”: si diffida l’avversario dal fare ciò che stiamo facendo.
Proiezione significa attribuire all’avversario quelle pulsioni e azioni che invece sono nostre, così da assolvere noi stessi e colpevolizzare lui, che si dimostra in questo modo meritevole di castigo. La proiezione è costruita sulla negazione dei fatti documentati. Quando è sistematica, diventa un atteggiamento mentale patologico, il segno di una rappresentazione della realtà basata più sui desideri che su elementi oggettivi. Ciò porta alla sindrome successiva:

Autismo
Prendere atto di ciò che realmente accade diventa sempre più difficile. Ci si circonda esclusivamente di yes-men la cui unica funzione è fornire una rappresentazione della realtà coerente con il pensiero dominante anziché mettere in discussione il pensiero dominante quando si rivela in contrasto con la realtà.
L’analisi politica è sostituita dalle tecniche di mercato, e si finisce col credere alla propria propaganda come se fosse le verità. I media e gli accademici supportano zelantemente il punto di vista ufficiale, mentre le analisi genuinamente indipendenti scompaiono dal circuito dell’informazione diffusa.

Psico-paralisi
Assistere ripetutamente alle sofferenze altrui diminuisce la propria sensibilità. Stalin diceva che la morte di un uomo è una tragedia, quella di mille un fatto statistico. Allo stesso modo l’atrocità delle tue azioni può essere minimizzata dalle atrocità, vere o presunte, commesse dal tuo avversario: facciamo del male per impedire male peggiori.

Sociopatia
Le decisioni non sono condizionate da alcuna considerazione sull’impatto che esse avranno sulla vita delle persone comuni. Le persone sono sacrificabili all’obiettivo, perché l’obiettivo, qualunque esso sia,  è legittimo in sé a prescindere dalle collateralità. Chi è critico nei confronti dell’obiettivo perché non intende sopportarne le collateralità passa automaticamente dalla parte dell’avversario, e come avversario va trattato.

Eccezionalismo
L’assunto di base è che tu sei più e meglio civilizzato degli altri e questo ti pone al di sopra delle regole, stabilite per chi è meno e peggio civilizzato.
Essere “eccezionalisti” presuppone la convinzione di essere stati prescelti per difendere il bene comune, cioè della “comunità internazionale”. In quanto eccezionalista, inoltre, spetta a te il compito di stabilire cos’è il bene comune, un’incombenza nemmeno troppo difficile perché esso tende a coincidere con i tuoi interessi.
L’eventuale critica nei confronti della tua linea di condotta diventa automaticamente un attacco al bene comune, cioè al bene della comunità internazionale. Un dibattito realmente democratico è precluso a priori, perché a priori superfluo.

Narcisismo
Il mondo viene diviso in due: Noi il bene e Loro il male. La violenza commessa da Noi è violenza buona, necessaria a fermare la  cattiva violenza commessa da Loro. Noi non possiamo sbagliare, quindi non abbiamo bisogno di scusarci. “Noi non impariamo, noi insegnamo. Noi siamo i buoni”.

Nelle fasi di declino i leader tendono più che mai a rimuovere la realtà aggrappandosi a una micidiale miscela  di marketing e propaganda di cui sono essi stessi le prime vittime.

Ovviamente nessun membro della classe dirigente americana, sia essa politica, militare o mediatica, sarebbe disposto a riconoscere nei propri comportamenti una qualunque di queste sindromi. Meno che mai il Presidente Obama; men che meno i suoi sodali delle nazioni satelliti, quelle europee in particolare, benché i primi segnali di  manovra per smarcarsi dalla parabola declinante  dell’impero si cominciano a cogliere.

Putin Obama

L’articolo di Dave Lindorff è più specifico. Egli parte dall’analisi del neocon Charles Krauthammer, secondo il quale l’amministrazione Obama, caratterizzata da una debole politica estera e drastici tagli alla difesa, ha segnata la fine dell’egemonia  americana e permesso a nazioni come Russia e Cina di rimettere in discussione l’assetto mondiale quale si era delineato con la fine della guerra fredda e il crollo dell’impero sovietico.
Ne sarebbero prova sia il recente accordo sino-russo sul gas, sia la proposta del presidente cinese Xi di un nuovo sistema di sicurezza regionale che interesserebbe Cina, Russia e Iran e segnerebbe il ritorno al bipolarismo della Guerra Fredda con due coalizioni a contendersi l’egemonia, di nuovo caratterizzate una da valori di libertà e progresso e l’altra da sistemi autoritari e retrogradi.

Dave Lindorff si dice per una volta d’accordo con lo scenario descritto da Krauthammer per quanto riguarda la fine dell’egemonia americana e il probabile ritorno a situazioni di equilibrio bipolare, ancorché non nei termini conflittuali evocati. Lo scenario descritto, tuttavia, non è il risultato dell’imbelle amministrazione Obama, come semplicisticamente affermato, ma ha radici molto più lontane.
L’egemonia globale degli Stati Uniti seguita al collasso sovietico, era destinata ad essere effimera. Lo sforzo di restare al passo delle enormi spese militari attuate sotto la presidenza Reagan aveva portato l’URSS alla bancarotta, e la sua implosione politica ed economica conferì agli USA, per difetto, lo status di unica superpotenza. Il problema però, allora inavvertito, era che quelle stesse spese belliche avevano pregiudicato anche l’economia americana.
Invece di approfittare della fine della Guerra fredda per liberare risorse da dedicare alle fatiscenti infrastrutture civili, gli USA si imbarcarono in due decenni di economia bellica, frutto di un’ideologia neo-conservatrice che ha condizionato tutte le amministrazioni succedutesi da allora, sia liberal che repubblicane.  Gli anni ’90 e tutti quelli trascorsi dall’inizio del nuovo secolo, a dispetto delle aspettative di pace universale che la caduta del Muro aveva creato, hanno visto: una Guerra del Golfo, una Guerra dei Balcani, l’invasione dell’Afghanistan, l’invasione dell’Iraq; il tutto condito da una “Guerra al terrorismo” creata per raccogliere consenso sulla necessità di una spesa militare sempre più ingente: al punto che sotto il Nobel preventivo Obama gli Stati Uniti spendono per la difesa quanto il resto del mondo preso nel suo insieme.
Alle operazioni belliche, in linea di massima fallimentari, si sono accompagnate fallimentari operazioni di intelligence finalizzate a sovvertire governi democraticamente eletti, in Nicaragua, Panama, Grenada, Haiti, Venezuela; perfino in nazioni come Russia, Iran e ultimamente Ucraina.

I fiaschi reiterati, di qualunque genere, portano allo scetticismo nei confronti di chi li subisce. “Russia e Cina, e forse anche l’Iran, stanno cominciando a pensare che quello  americano è solo maldestro bullismo, a cui non è più il caso di sottostare”, dice Lindorff. fischiare

La stessa NATO, usata come foglia di fico per coprire la politica di accerchiamento graduale perpetrata a danno della Russia dopo la caduta del Muro, sta mostrando segni di cedimento. Lindorff cita come esempio il caso Snowden e l’Ucraina. Nel primo caso, credo che le reazioni stizzite dei leader europei alle rivelazioni di Snowden sulle attività di spionaggio della NSA sembrano più dettate dalla necessità di salvare la faccia di fronte ai propri elettori che da sdegno reale: è difficile pensare che qualcuno ancora nutra illusioni sulla correttezza delle azioni di spionaggio, da qualunque parte esse provengano.
Più significativo invece il fallimento del tentativo di coinvolgere l’Europa nel programma di sanzioni contro la Russia. La Francia si è ben guardata dall’interrompere la fornitura di attrezzature militari, la Germania non pensa neanche lontanamente di anteporre le ragioni politiche alle esigenze commerciali.
La recente notizia che Austria e Russia hanno siglato l’intesa per l’estensione del gasdotto Southstream fino al territorio austriaco rappresenta un  ulteriore brutto colpo per la diplomazia statunitense. L’Austria è un paese neutrale, ma la sua decisione – per la tempistica, per l’appartenenza all’Eurozona e per la sua collocazione geografica – è una certificazione definitiva che la linea sanzionatoria di Washington contro Mosca è fallita.

L’egemonia finanziaria, intimamente legata a quella militare, è in declino anch’essa. Il dollaro come valuta di riserva mondiale sembra sul viale del tramonto. Cina, Russia, Brasile e altre economie emergenti stanno cercando altre soluzioni, reclamano un maggior peso politico all’interno della Banca Mondiale e del FMI o pensano a nuovi istituzioni finanziarie alternative. Lo stesso FMI a volte si abbandona a sogni proibiti e ipotizza che i suoi SDR, Diritti speciali di prelievo, sostituiscano il dollaro come valuta mondiale di riserva.

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Il tramonto dell’egemonia americana è quindi evidente, e a quanto pare irreversibile. Attribuirne al solo Obama la responsabilità, come fa il neocon Krauthammer, è a dir poco riduttivo. Obama non ha fatto che seguire una strada tracciata proprio nel momento stesso in cui l’impero non ha avuto più rivali. La responsabilità di Obama sta nel non aver saputo scegliere altrimenti. Ma se si guarda ai disastri attribuibili all’imperialismo americano dalla seconda guerra mondiale a oggi – conclude Lindorff,  la sua fine non può che essere salutata positivamente.

Il declino di un impero comporta sempre una crisi di civiltà la cui portata non dovrebbe essere sottostimata. Una buona dose di realismo e consapevolezza potrebbe fare miracoli, ma è vero che dandosi queste doti non si darebbe il declino.

E comunque tutti sanno che gli Dei accecano sempre coloro che vogliono perdere.

Per approfondire:
Jan Oberg :                    Psycho Politics in an Age of Imperial Decline
Dave Lindorff:              The US Empire is in Decline
Paul Craig Roberts:      Anglo-American Dominance Could Be Coming To An End

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Fotodilettante Viaggiamatore
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5 risposte a Declino e caduta dell’Impero Americano

  1. Sendivogius ha detto:

    Ottimo ed esaustivo, come sempre!
    Mi permetto solo un piccolo appunto ad integrazione:
    Tra gli elementi sistemici dai quali si possono desumere i prodromi della fine di un impero, andrebbero sicuramente aggiunti le spinte centrifughe di fattori disgreganti all’interno stesso dell’Impero: scollamento progressivo dei ceti dirigenti locali dalla “missione” imperiale; l’emergere di particolarismi sempre più marcati e in contrapposizione al potere centrale; indifferenza quando non aperta opposizione all’ideologia dominante, propugnata dall’elite imperiale; presenza costante di fenomeni secessionistici, con l’instaurazione di contropoteri all’interno dell’Impero stesso, con progressiva perdita di controllo del territorio, come furono per i Romani gli imperi secessionisti delle Gallie e Britannia, le continue sollevazioni militari, i Bagaudae dell’Armorica e dei Pirenei, le enclave “foederatae” in seno alle province che costituirono il nucleo dei futuri regni romano-barbarici…
    Negli USA non si ravvisa niente di tutto ciò. E non vedo un particolare dinamismo dei “regni clientes” europei, inconsistenti politicamente ed inaffidabili militarmente. Non v’è nessuna compensazione nei poteri… Se si guarda all’Europa, si ha più che altro l’impressione di una gilda di mercanti, riuniti attorna ad una sorta di nuova Lega Anseatica del tutto ininfluente su ogni questione di un qualche rilievo.internazionale. I satelliti europei più che altro sono intenti a ritagliarsi piccoli spazi di autonomia nel più totale disinteresse dell’ “impero americano”, che evidentemente non li ritiene più strategici in nulla, concentrando le sue attenzioni altrove.

    Il dollaro è una valuta sempre più fluttuante e poco appetibile nei mercati emergenti, ma è anche la meglio strutturata proprio a causa della sua fluidità. L’euro può andar bene per la sua imponenza nella stabilità di cambio, ma così com’è gestito è improponibile come valuta commerciale: è troppo apprezzata, ha un tasso di cambio troppo alto sul dollaro, col doppio risultato di danneggiare le esportazioni e bloccare la libera competizione con le merci made in USA; così com’è impostato genera un costante rischio deflattivo. Inoltre, coi tassi d’interesse al minimo, i depositi europei gestiti in euro non rendono nulla ai grandi “risparmiatori”, che preferiscono quindi monete meno ‘forti’ ma più redditizie, o tutt’al più speculano proprio in funzione anti-euro che recentemente avvenuto.
    Ergo, il dollaro è ancora, e nonostante tutto, una moneta fortissima.

    In quanto a O’Banana, se proprio si devono spendere due parole sugli ectoplasmi, una politica estera non ce l’ha proprio: improvvisa a giornata, su un disimpegno non compensato dall’iniziativa europea (inesistente) o dai fragili ed inaffidabili regimi fantoccio su cui ha puntato nei territori più ‘caldi’ alla frontiera dell’Impero. Al massimo, pesca qualcosa dalla politica del suo predecessore (tipo lo “scudo stellare” e la questione dei gasdotti), ma lo fa senza alcuna convinzione e con una prudenza che rasenta la paralisi: se stai fermo, non puoi nemmeno commettere errori. E viste le esperienze passate, è sicuramente meglio così.

    Il “declino dell’Impero” è cominciato da un pezzo (ci apprestiamo ad entrare nella terza decade). In quanto alla “caduta”, credo si dovrà aspettare a lungo…

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