Jacques Sapir: L’Europa contro gli europei

Partendo  dalla recensione di un recente libro di Coralie Delaume  (Europe – Les états désunis, Michalon, Paris, 2014), Jacques Sapir esprime alcune interessanti considerazioni sul sistema Europa. Qui il testo integrale del suo post, e di seguito un mio riassunto.

Europa trespolo

Il “referendum confiscato” del 2005 in Francia è considerato il peccato originale della costruzione europea – quello che ne ha caratterizzato il successivo sviluppo autoritario. Un episodio che prefigurava la futura  brutalizzazione dei popoli, quello greco in particolare. Ma questo episodio è a sua volta prefigurato dai comportamenti della Troika prima del 2005. Dal “funesto” Trattato di Maastricht in poi, infatti, ci sono state progressivamente sottratte una a una le nostre libertà fondamentali. Con amabilità tartufesca, in nome di una socialdemocrazia e di un’Europa solidale mai realizzata, ci hanno resi orfani della nostra sovranità, e quindi della nostra libertà.

I tre popoli
Ci sono tre concetti di popolo: il popolo democratico, il popolo sociale e il popolo nazionale. Sono gli aspetti interdipendenti di una stessa realtà. Il popolo “democratico” prende forma solo attraverso il popolo “nazionale”. Senza sovranità non ci può essere Stato né legittimità democratica [1]; non ci può essere, di conseguenza, legalità. Affinché possa esistere il popolo democratico, occorre che si costruisca il popolo nazionale, una condizione certamente insufficiente ma assolutamente necessaria. E la costruzione del popolo nazionale non può che passare dallo Stato. Inoltre, la costruzione del popolo democratico implica quella del popolo “sociale”, il quale a sua volta si concretizza nello Stato sociale, espressione delle spinte progressiste dei secoli XIX e XX, che proprio l’odierno sistema europeo sta smantellando.
Senza giustizia sociale, senza equità nella distribuzione della ricchezza, il funzionamento della democrazia viene compromesso e il popolo democratico distrutto.

Quello democratico, quello sociale e quello nazionale sono tre aspetti intimamente legati, se viene meno uno vengono meno gli altri  ed  è allora lo stesso concetto di “popolo” che perde di significato.
Le politiche della Troika (Commissione, BCE, FMI), il cui agire richiama il concetto gramsciano di “cesarismo burocratico”, hanno potuto affermarsi solo perché queste istituzioni si sono poste in maniera ortogonale alla democrazia. Ma se lo stesso FMI ha spesso manifestato dubbi sulla validità di queste politiche, allora bisogna pensare a una specifica dimensione europea nel processo di distruzione delle regole democratiche, dello Stato sociale e infine dei popoli.  Perché al di là di tutti i contorcimenti retorici, l’assenza di un popolo europeo permette alle eurocrazie di disaccoppiare la democrazia dal popolo, uccidendola di fatto come successe fra il 2005 e il 2007 durante il processo che dal “referendum confiscato” arrivò al Trattato di Lisbona.

paresh-troika www.presseurop.eu

Ideologia europeista e anti-politica
L’Unione Europea cerca deliberatamente di sostituire la legittimità politica con una legalità tecnocratica. Stiamo assistendo a una “depoliticizzazione della politica”, secondo un’ideologia le cui fondamenta teoriche si richiamano di fatto a Von Hayek. [2]. Si tratta di sacralizzare la proprietà privata contro qualsiasi limitazione, diretta o indiretta: da qui, la necessità di affermare la vacuità delle scelte politiche contro la pertinenza delle scelte economiche presentate come “tecniche” e in quanto tali naturali e ineluttabili. L’idea che sottostà al concetto di TINA (There Is Not Alternative, non c’è alternativa) è che la politica è superflua: si svuotano le forme  democratiche di contenuto fingendo di continuare a rispettarle.

Quella dell’Unione europea è la storia del progressivo abbandono delle nozioni di sovranità e legittimità a vantaggio della sola legalità. Succede anche nelle democrazie parlamentari, ma dove qui si tratta di una tendenza più o meno accentuata e rettificabile, nell’Unione Europea diventa un processo parossistico privo di controllo alcuno. Bisogna rivendicare l’inversione dei ruoli, ridare legittimità alla legalità. Ormai un provvedimento è giusto perché assunto in modi legali, seppure la legalità viene stabilita in maniera illegittima: è la logica seguita dalla Corte di Giustizia di Strasburgo, una strana corte di giustizia che non ha un popolo di riferimento.
Se gli uomini hanno bisogno di leggi e non possono accontentarsi di accordi bilaterali, è perché l’informazione è imperfetta e le loro capacità cognitive sono limitate. E tuttavia anche le leggi, come i contratti,  sono imperfette e incomplete. Bisogna riconoscere dunque l’irriducibile limitazione del legislatore, e questo implica che una legge può essere ingiusta pur essendo legale. Questo reintroduce la nozione di legittimità. Poiché i legislatori europei sono ben coscienti che il legale è possibile solo in quanto legittimo, hanno cercato di limitare la legittimità al solo aspetto tecnico. Ma affinché una decisione sia tecnicamente legittima, occorre un consenso spontaneo e generalizzato sui valori; tuttavia appena si affrontano problemi complessi questo accordo spontaneo e generalizzato cade. Occorre quindi costruirlo consapevoli che sarà un consenso contingente, legato al contesto della sua costruzione, e questo si chiama Politica. Inoltre, occorre che gli attori che partecipano alla costruzione di un sistema di valori siano liberi. E’ per questo che debbono essere sovrani.

La logica del diritto europeo porta invece alla una figura mostruosa di un legislatore autoreferenziale, che si pretende onnisciente per potersi affermare onnipotente. In questo processo però si libera da ogni vincolo di coerenza. La recente crisi ucraina ne è un buon esempio: da una parte viene riconosciuto un potere che si costituisce attraverso la piazza e rovescia l’assetto costituzionale del paese, solo perché si pronuncia a favore dell’adesione all’UE; dall’altra è dichiarata illegale la legittima decisione della Crimea di esprimersi attraverso un referendum.
Dimostrazione lampante dell’incoerenza e soprattutto della hybris dei dirigenti europei.

Tensioni divisive sempre più forti vengono generate da quegli stessi  meccanismi, fra tutti e in primo luogo l’euro, asseritamente pensati per unire. L’euro distrugge l’Europa. Ai popoli dell’Eurozona, a cui era stata rappresentata la favola di un’unione di paesi cooperativi e solidali, viene oggi richiesto di competere gli uni contro gli altri in una concorrenza al ribasso che sta distruggendo e ha distrutto qualunque parvenza di Stato solidale, annullando una tradizione sociale che era il marchio culturale europeo.

§

[1] In un precedente articolo Sapir cita la sentenza della Corte costituzionale tedesca del 30/06/2009, commentata in questo articolo di eTOILE, secondo la quale il Parlamento europeo non è il luogo della sovranità del Popolo europeo, che non esiste, ma soltanto il luogo di rappresentanza dei Popoli nazionali, i cui diritti non possono essere garantiti che dai rispettivi Parlamenti, cioè dai rispettivi Stati nazionali.

[2] Su Hayek e l’Europa si vedano le convincente analisi  di L. Barra Caracciolo, sia sul suo blog Orizzonte 48 che nel suo libro ( “Euro e/o? democrazia costituzionale” – Dika Giuridica Editrice – Roma 2013).

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Pubblicato anche su Appello al Popolo.

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