Renzeide

Immagino che a tutti accada, prima o poi, di provare per certi argomenti un senso di frustrazione, quel sentimento che ti ispira solo un incontenibile desiderio di rimozione perché sai quanto sia profondamente futile parlarne.
E’ quello che capita a me a proposito di tutta la vicenda renziana, dagli esordi primarieschi fino alla gaglioffa defenestrazione di Letta e alla creazione di un nuovo governo  in perfetta continuità politica con i due che lo hanno preceduto. (Ma con il vantaggio rispetto a quello lettiano di una corrispondenza d’amorosi sensi con l’inestinguibile capo di FI, foriera di intese della cui impudicizia abbiamo già avuto ampio assaggio).
Non mi se ne voglia allora se mi limito a qualche copia-e-incolla dei commenti che ho trovato qua e là.

Per una panoramica generale:

[Il governo Renzi] rappresenta in pieno l’essenza del suo premier: vecchi vizi incarnati in anagrafi più fresche, le solite lobby trattate al gerovital e immerse in bagno rosa. Non manca nulla: dalla Pinotti, pasionaria degli F35 alla Difesa, in quanto rappresentante dell’industria bellica e dei suoi “dividendi”, alla confindustrina Federica Guidi, al boss di Cl, l’inamovibile Lupi, a Giuliano Poletti l’uomo che ha traghettato le coop nel meraviglioso mondo del capitalismo finanziario, la montiana Giannini all’istruzione perché porti avanti la privatizzazione dell’istruzione, la Lorenzin alla Sanità, un premio ai pasticci che ha creato, il commercialista Galletti di antica stirpe democrista all’Ambiente che già di per sè è un manifesto di svendita e/o di noncuranza, l’immarcescibile Alfano, il giovane Orlando alla Giustizia in maniera che dimostri la sua multiforme incompetenza e Franceschini alla Cultura, nella evidente speranza che, dai e dai, se ne faccia una.
… L’unico ministro significativo è Pier Carlo Padoan all’Economia, non tanto per il ruolo chiave nel governo, quanto per la continuità che esprime: dall’essere stato consigliori di D’Alema e  Amato, coordinatore per l’Italia delle strategie europee che ci hanno portato al punto in cui siamo, direttore esecutivo per l’Italia dell’Fmi con competenza anche su altri Paesi tra cui Grecia e Portogallo (che già vengono i sudori freddi) e attualmente  capo economista dell’Ocse e presidente dell’Istat. [Simplicissimus]

Qualche dettaglio:

[Marianna Madia] … è una raccomandata di ferro, con un pedigree lungo come il catalogo del Don Giovanni. E’ pronipote di Titta Madia, deputato del Regno con Mussolini, e della Repubblica con Almirante. E’ figlia di un amico di Veltroni, giornalista Rai e attore. E’ fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano. E’ stagista al centro studi Ariel di Enrico Letta. La sua candidatura è dunque espressione del più antico e squallido nepotismo, mascherato da novità giovanilista e femminista… ministra della Semplificazione, ovviamente, visto che più semplice la vita per lei non avrebbe potuto essere. [Pier Giorgio Odifreddi]

Su [Federica Guidi] ha già puntato il dito Stefano Fassina del Pd, il quale ha sottolineato che l’azienda della famiglia Guidi – la Ducati Energia – ha commesse con Poste, Fs ed Enel, ed è dunque in affari con lo Stato. Su [Giuliano Poletti] la questione si pone visto che è ancora presidente di Legacoop e Alleanze delle cooperative. Delrio stoppa le polemiche dicendo che  “tutti gli atti che potranno avere un potenziale conflitto d’interesse del ministro Guidi o del ministro Poletti verranno esaminati dal presidente del Consiglio personalmente”. [Repubblica]

Di Roberta Pinotti va rammentata la sua posizioni in materia di F35, espressa l’anno scorso, in qualità di Sottosegretario alla difesa, pochi giorni dopo il monito di Napolitano (il Parlamento non può interferire sulle decisioni operative dei programmi di ammodernamento delle Forze armate – ricordate?) : Il programma F-35 non costituisce un elemento di conflitto tra governo e Parlamento, anzi la mozione approvata dalla Camera è chiara: dal programma non si esce ma ogni ulteriore acquisizione sarà successiva all’approfondimento operato dal Parlamento… Il rischio maggiore che va evitato è quello di una disputa ideologica…  Uscire oggi dal programma vorrebbe dire non solo buttare via tutti i soldi finora impegnati, ma anche bloccare un importante ritorno occupazionale sul territorio … (Formiche.it)

Roberto Giachetti è quello che ha fatto uno sciopero della fame di non so quanti mesi per reclamare l’abolizione del porcellum. Ha smesso quando è stato annunciato un nuovo progetto è stato tirato fuori dal cappello renzusconiano, il pregevole italicum, che obiettivamente non sembra essere molto meglio. Peccato: tanto valeva non iniziarlo, lo sciopero.

Per Graziano Delrio valgono alcune sue dichiarazioni alla trasmissione di Lucia Annunziata. L’uscita sui BOT è servita ai media per sviare l’attenzione da altre affermazioni che la dicono lunga sulla reale determinazione del governo di “andare a sbattere i pugni sul tavolo” (la strategia preferita da quelli che “ci vuole più Europa”):
“Non vogliamo sforare il 3%, non ha senso”
“Vogliamo andare in Europa dicendo che non siamo l’Italia che annuncia le riforme, ma che le fa”.

Del premier Matteo Renzi abbiamo una compiaciuta cronaca di  Repubblica, che quanto a piaggeria e mancanza di senso del ridicolo sfida ormai le vette raggiunte dal compianto TG4 di Emilio Fede: “La prima domenica da premier per Matteo Renzi la inizia con un tweet e prosegue con una telefonata di Angela Merkel: nel pomeriggio, infatti, il presidente del Consiglio ha avuto una conversazione telefonica con la Cancelliera tedesca. […] Al termine del colloquio, è stato il governo tedesco a far sapere che Renzi ha accettato l’invito della Merkel di recarsi a Berlino a marzo. Sempre nel pomeriggio, telefonata “cordiale” anche con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

(Volete sapere cos’ha twittato il nostro? Et voilà: “Oggi con @graziano_delrio sui dossier. Metodo,metodo,metodo. Non annunci spot, ma visione alta e concretezza da sindaci #buonadomenica”).
Concretezza da sindaci…

Un discorso a parte lo merita il Ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan.
Le sue frequentazioni internazionali (FMI, OCSE) lo rendono fra i più qualificati a portare avanti politiche economiche di stretta osservanza  euroTeista: austerità, distruzione dello stato sociale, riforma (i.e. precarizzazione) del lavoro.
In un’intervista a  The Wall Street Journal, un anno fa, ebbe a dichiarare: “There is a risk that reform fatigue increases significantly, with governments facing very strong social resistance, and that happens at the wrong moment, because we are almost there. Our message is, we have done a lot in Europe, let’s not waste it. The growing perception that austerity has been futile is incorrect. Fiscal consolidation is producing results, the pain is producing results”.
Traduco per i diversamente anglofoni: C’è il rischio che la stanchezza delle riforme aumenti significativamente, con i governi costretti a fronteggiare una forte resistenza sociale, e questo succede nel momento sbagliato [che sfiga!], perché ci siamo quasi. Il nostro messaggio è: abbiamo fatto un grosso lavoro in Europa, non sprechiamolo. La crescente percezione che l’austerità è stata inutile non è corretta. Il consolidamento fiscale sta dando risultati. Il dolore sta dando risultati.

Parole alte, che ricordano il miglior Mario Monti, quello che “la Grecia è la migliore prova del successo dell’euro” – non siete d’accordo?

La dichiarazione è commentata anche da Emiliano Brancaccio, in un post dove ricorda Padoan come professore a un master di economia.

“Padoan – scrive – in aula appariva un po’ distratto, vagamente annoiato, non particolarmente persuaso dai grafici che egli stesso tracciava sulla lavagna. Di una cosa tuttavia il nostro pareva convinto: la sostenibilità futura della nascente moneta unica europea era da ritenersi un fatto ovvio, fuori discussione. Era il 1999, data di nascita dell’euro, e Padoan guarda caso teneva il corso di Economia dell’Unione europea. Una volta gli chiesi cosa pensasse delle tesi di quegli economisti, tra cui Augusto Graziani, che esprimevano dubbi sulla tenuta dell’eurozona; domandai, in particolare, quale fosse la sua valutazione di quegli studi che già all’epoca criticavano l’idea che gli squilibri tra i paesi membri dell’Unione potessero essere risolti a colpi di austerità fiscale e ribassi salariali. A quella domanda Padoan non rispose: si limitò a scrollare le spalle e a sorridere, con un po’ di sufficienza. All’epoca in effetti l’atteggiamento di Padoan era piuttosto diffuso. L’euro veniva considerato un fatto definitivo, discutere di una sua possibile implosione era pura eresia”.

E a proposito dell’incredibile pistolotto al WSJ sull’austerità, Brancaccio osserva:

“Ci sono due modi per interpretare questa affermazione.
Il primo è che Padoan stia cinicamente interpretando l’austerity come fattore di disciplinamento sociale. Dal punto di vista dei rapporti di forza tra le classi sociali ci sarebbe del vero in questa idea. Mettendola in questi termini, tuttavia, Padoan sottovaluterebbe il fatto che l’austerity sta anche contribuendo alla cancellazione di ogni residua istanza di coesione tra i popoli europei.
Il secondo modo di interpretare Padoan è che egli ritenga tuttora che le attuali politiche aiuteranno il rilancio dell’economia. In questo caso avanzerei il sospetto che Padoan sia stato sedotto dai risultati di un suo ardimentoso studio recente, secondo il quale i paesi che passano da una situazione di indebitamento ad una di avanzo estero, e che immediatamente attivano politiche di austerity in grado di abbattere il rapporto tra debito e Pil, hanno maggiori probabilità di aumentare la crescita della produzione. Ora, anche volendo trascurare gli enormi limiti di significatività di questo studio, il problema è che esso entra in contraddizione con le evidenze oggi disponibili: non ultimo il fatto che l’austerity non sta affatto determinando una riduzione del rapporto tra debito e Pil.
In un caso o nell’altro, non deve meragliare che Paul Krugman abbia tratto spunto dall’improvvida dichiarazione di Padoan per commentare che “certe volte gli economisti che occupano cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano all’OCSE”.

Capite perché quel senso di frustrazione di cui parlavo all’inizio?

tg.24.Sky.it

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