Il cimitero monumentale di Staglieno

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Nel XIX secolo, a Genova,  le antiche leggi sontuarie della Repubblica erano ancora vigenti, se non a livello giuridico almeno nel comune sentire.  L’indole austera dei cittadini radicava nell’abitudine alla parsimonia privata che quelle leggi avevano prescritto secoli addietro, ponendo precisi limiti alle feste, ai  velluti, agli ori: “Leggi e ordini circa il vestir delle donne, et huomini, e circa i pasti che si danno in occasione delle nozze” (1530); “Capitoli e ordinazioni sopra lo vestir degl’huomini, donne e fanciulli, e anco sopra i conviti e pasti e li modi delle donne” (1558); “Tutti li sudeti ordini doveranno essere osservati tanto nella presente Città, quanto nelle ville intorno ad essa per dieci miglia, così di giorno come di notte” (1571);  “L’osservanza delli presenti Capitoli si comanda così dentro alla Città, come in le tre Podesterie, e ciò si intende per conto dei Cittadini” (1582). (cfr qui e qui)

E’ plausibile allora pensare che la ricca élite genovese, educata  a non ostentare la propria opulenza e dedita ai traffici mercantili con fervida passione calvinista, volle sfogare nella necropoli monumentale il bisogno represso di auto-celebrazione: creando un luogo dove, con il  pretesto del pietoso omaggio cultuale ai propri morti, si affermavano i fasti e il potere dei viventi e si eludevano condizionamenti atavici.

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Il cimitero di Staglieno fu inaugurato il 2 gennaio 1851, dopo 16 anni di progettazione e lavori. Non so dire se  fu cerimonia sontuosa o sobria. Le mie ricerche in rete hanno fruttato solo questo brandello di notizia: il primo giorno le sepolture furono quattro.
Divenne rapidamente celebre, raccontato come museo a cielo aperto per la profusione di marmi e architetture pregevoli, benché – bisogna ammetterlo – non sempre all’insegna della sobrietà.

Mark Twain lo visitò qualche anno dopo – ultima tappa di un tour genovese, e nel suo The Innocents Abroad afferma: “Our last sight was the Cemetery […] and we shall continue to remember it after we shall have forgotten the palaces”  [continueremo a ricordarcene dopo che avremo scordato i palazzi]. “As one walks down the middle of the passage, are monuments, tombs and sculptured figures that are exquisitely wrought and are full of grace and beauty. They are new and snowy.” [… si trovano monumenti, tombe, sculture squisitamente lavorate e piena di grazia e bellezza. Nuove e immacolate come neve.]

Nel 1892 Elisabetta d’Austria venne a cercarvi ispirazione per il proprio mausoleo, o forse per quello del figlio, Rodolfo d’Asburgo, morto tre anni prima in tragiche circostanze a Mayerling. (L’imperatrice aveva ormai 55 anni e una lunga storia di infelicità e lutti famigliari alle spalle; era segnata dalla depressione e nulla in lei era rimasto della radiosa principessina Sissi  che avrebbe ispirato  sessant’anni dopo la popolare trilogia cinematografica).

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Nietsche, nel 1888, vi si aggirava – tanto per cambiare, in uno stato di febbrile esaltazione: “come un’ombra fra i ricordi“.

Hemingway  ne parla come di una delle meraviglie del mondo (ma tutti sanno quanto l’uomo fosse devoto all’alcool e all’enfasi).

Oggi quel complesso monumentale che doveva illustrare la gloria della borghesia genovese è diventato immagine della decadenza di una città.
La nivea purezza dei sepolcri che aveva incantato Mark Twain si è persa sotto la tenace fuliggine che depositano gli anni quando le tignose casse comunali non ne permettono una pronta rimozione, o le famiglie che li vollero commissionare non possono più prendersene cura perché estinte o disperse.
Lungo i vialetti che arrampicano la collina le erbacce e i rovi inghiottono tombe sbilenche;  certe cappelle hanno i cancelli sgangherati e le finestrucce in frantumi; negli androni e lungo i porticati gli intonaci gonfiano e cadono, e ovunque i fiori sbiadiscono – secondo il modo che ha la plastica di appassire.
Le candide sculture di un tempo sono ora variamente ingrigite, alcune con sbavature nere che sembrano ferite o tracce di pianto. Ma almeno – chissà perché, non subiscono l’oltraggio dei piccioni, così irriverenti altrove in città.

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Quello che fu pensato come spazio celebrativo è diventato un’allegoria dell’impermanenza. Che poi, a pensarci bene, per un camposanto è il modo più appropriato di essere: una testimonianza della nostra dolente caducità, del nostro afflitto trascorrere. Nulla di più, ma è proprio questo che lo rende tanto carico di suggestioni.

(Qui il racconto fotografico completohttps://mauropoggi.wordpress.com/?page_id=3352&preview=true )

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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9 risposte a Il cimitero monumentale di Staglieno

  1. tramedipensieri ha detto:

    Che meraviglia queste immagini!
    Ne ho sempre sentito parlare…e ora anche in questo post…interessante prima o poi dovrò per forza passarci!
    E’ pieno di opere d’arte!

    grazie
    buone cose
    …e auguri di buone feste
    .marta

    • Mauro Poggi ha detto:

      Intanto grazie per essere passata di qui 🙂
      Sì, credo che valga la pena visitarlo. Secondo me lo stato di relativa trascuratezza in cui è lasciato lo rende forse più suggestivo.
      Un buon Natale e un felice anno nuovo anche a te 🙂

  2. leprechaun ha detto:

    Non sapevo culla del cimitero di Staglieno. Bellissima e acuta la contrapposizione tra i fasti del cimitero e la frugalità delle rappresentazioni della vita.
    Grazie.

  3. Adriana ha detto:

    Bello!
    Colgo l’occasione per fare a tutti gli auguri di Buon Natale con translitterazione del neogreco:

    Kalà Kristoùgenna

    e ciò in ricordo dei GRECI al momento assai vessati.

  4. Gabriella Giudici ha detto:

    Struggente e purtroppo appropriato al sentimento generale. Colgo l’occasione per inviarti un forte abbraccio e i miei affettuosissimi auguri.

  5. apoforeti ha detto:

    L’ha ribloggato su apoforetie ha commentato:
    A egregie cose l’animo accendon l’urne dei forti…

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