Il default e l’informazione

Julien Mercille, docente presso la University College di Dublino, riassume uno studio della Taylor Francis dove si dà conto della sistematica distorsione operata dai media europei nei confronti dell’esperienza Argentina,  “sottolineando le conseguenze negative del default a scapito di quelle positive; enfatizzando il ruolo dell’aumento nei prezzi internazionali delle materie prime e minimizzando quello delle decisioni di politica interna di stimolo all’economia; criticando alcuni aspetti degli interventi governativi anche se questi avevano un ruolo positivo; ed esagerando le conseguenze negative dell’inflazione”.

Questa informazione distorta “si spiega con il ruolo ideologico svolto dai media nell’implementazione delle politiche di austerità europee”.

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[…] Ciò non può sorprendere, perché le politiche adottate da Buenos Aires furono l’opposto di quelle attualmente privilegiate dalle autorità europee, in particolare dalla BCE e dalla Germania.

L’Argentina ha dichiarato il default del suo debito sovrano, ha svalutato la propria valuta e si è tirata fuori da una grave recessione economica. Nei dieci anni successivi, il PIl è cresciuto in termini reali del 90%. L’esperienza argentina è stata analizzata da alcuni economisti, che hanno raccomandato ai paesi periferici dell’Europa di considerare seriamente l’ipotesi di adottare alcune delle politiche implementate dal Buenos Aires, come la  dichiarazione di insolvenza e l’abbandono dell’euro. Quest’ultima opzione comporta rischi significativi, ma potrebbe essere preferibile alle misure correnti di austerità che continuano a devastare le economie.

In ogni caso, qualunque cosa se ne pensi, è chiaro che queste eventualità dovrebbero essere almeno discusse. Il problema è che dal 2008, la stampa europea ha distorto la lezione dell’esperienza argentina, dipingendola quasi sistematicamente come negativa.

I media hanno descritto il default argentino come catastrofico, trascurando di menzionarne gli aspetti positivi se non occasionalmente. Per esempio, in un articolo del London Times, intitolato “Disordini, saccheggi, baratto, omicidio: quello che è successo quando l’Argentina è fallita”, si afferma che default significa sconvolgimento  e descrive come nel dicembre 2001 negozi furono saccheggiati, edifici dati alle fiamme, le strade erano lastricate con beni rotti e abbandonati, le vetrine distrutte e negli scontri con la polizia, oltre 30 persone furono uccise in prossimità del balcone presidenziale (19 maggio 2012).

L’articolo però non racconta la storia della successiva ripresa.

Analogamente, un editoriale del Financial Times, afferma che il paese è stato impantanato in una relativa stagnazione, e che l’Argentina è una terra di opportunità sprecate. (15 ottobre 2009). Le Monde ritiene che il miracolo argentino è stato una farsa e che la Grecia farebbe bene a non seguire questo esempio (24 giugno 2012). Un articolo della Süddeutsche Zeitung dal titolo “Incubo Argentina” asserisce che fino ad oggi, il paese non si è ripresa dalla crisi economica del 2001 (29 aprile 2010).

Quando i media europei devono ammettere che il recupero argentino è stato impressionante, ne individuano le cause invariabilmente nella fortunata coincidenza del boom globale delle materie prime che ha premiato le esportazioni. Certamente questo ha aiutato, ma l’analisi è molto più complessa. Le politiche interne furono altrettanto importanti nello stimolo dell’economia, e come tali indicate dalla Banca Mondiale come “demand led” (stimolo alla domanda). L’espansione iniziò a partire dal secondo quadrimestre 2002, appena tre mesi dopo il default. Fu inizialmente innescata dalla svalutazione del peso e dall’azione del Governo per la stabilità dei cambi e dei prezzi interni. Questo rese le esportazioni più competitive e le importazioni meno convenienti, così che esse diminuirono stimolando la produzione locale di merci che prima venivano importate.

Qualunque cosa facesse l’amministrazione Kirchener, la stampa ne enfatizzava costantemente le colpe, reali o immaginarie.  In un articolo su Die Zeit, intitolato “Mentire, ingannare e ostacolare” si legge  che Néstor e Cristina Kirchner hanno impoverito l’Argentina con le loro politiche economiche disastrose  (4 febbraio 2010), mentre il Financial Times sosteneva che il paese è guidato da un presidente dissoluto e che l’Argentina è diventata un fanalino di coda (19 febbraio 2010).

La nazionalizzazione di settori economici strategici come petrolio e gas fu duramente condannata.  Un articolo del Frankfurter Allgemeine Zeitung, intitolato “Il ritorno dei Caudillos”, afferma che il governo argentino è diventato per i Kirchner un ‘affare di famiglia e che Cristina Kirchner ‘ha quello che serve per diventare la prima Caudilla argentina ‘(2 novembre 2007). Die Welt sostiene che Cristina Kirchner sta guidando l’Argentina nel baratro perché ha una dannosa presa ferrea sull’economia (16 ottobre 2012).

Abbondano poi gli attacchi personali. Le Figaro ha definito Néstor Kirchner come l’uomo forte argentino (28 ottobre 2010), mentre Le Monde ha opinato che i Kirchner hanno spinto all’estremo la logica iper-presidenzialista, nella pura tradizione egemone dei caudillos sudamericani (24 Ottobre 2011 ). Cristina Kirchner è descritta in Le Monde come una donna ossessionata dal suo aspetto fisico (24 ottobre 2011). Altrove, lei è indicato come Regina Cristina e definita un’affascinante sinistrorsa dai capelli color rame, notoaper il suo stile politico pugilistico con un debole per la moda elegante, che adotta stili provocatori e ama atteggiarsi a vittima. (Financial Times, 21 ottobre 2011; The Times, 18 aprile 2012; Financial Times, 1 novembre 2012). D’altra parte, Néstor Kirchner potrebbe rinunciare all’amata sigaretta, ma non mollerebbe mai il suo aggancio al potere (Financial Times, 19 febbraio 2010).

La domanda è: quanto aumenterebbe l’opposizione pubblica alle politiche di austerità europee se esempi come quello dell’Argentina fossero pubblicizzati dai media in modo più completo e oggettivo?

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Articolo originale: http://goo.gl/AnqIOO

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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13 risposte a Il default e l’informazione

  1. cordialdo ha detto:

    Non discuto ciò che dice l’esperto perchè non posseggo informazioni tali che mi permettano di farlo adeguatamente. Ho però degli amici Argentini, due dei quali rientrarono in Italia e vanno e vengono dall’Argentina e non la pensano allo stesso modo sicuramente non per partito preso. Ciao. Osv

    • Mauro Poggi ha detto:

      Anch’io ho avuto informazioni contrastanti, e mi è difficile dare una valutazione oggettiva.
      Quando ci sono stato per circa un mese, nel 2010, seppur nella limitata esperienza di turista, l’impressione non è stata quella di un paese disastrato ma di un paese in crescita. Ricordo un taxista che diceva peste e corna della Kirchner, ma in generale l’atmosfera che si respirava fra la gente era positiva. Sia a BA che nei centri minori della Patagonia si vedevano negozi aperti e frequentati, tutt’altra cosa che le miriadi di “affittasi/vendesi/cedesi” che costellano le strade di tante città italiane o spagnole (per limitarmi a quello che ho visto).
      Ripeto: si tratta della superficiale impressione di un turista, quindi per nulla significativa.
      Qui, più che altro, mi interessava l’analisi del ruolo manipolatorio dei media: per far passare un messaggio determinato non devono nemmeno mentire, basta solo evitare di dare una parte dell’informazione tacendo la parte strategicamente meno funzionale.

  2. stefano fait ha detto:

    Posso essere sostanzialmente d’accordo con questo. Ed è più che probabile che la parzialità dei media argentini sia stata necessaria per compensare quella dei media angloamericani, ossia dei media globali.
    Però questo è un nodo inaggirabile. Non si può pensare di prendere certe decisioni senza tener conto del fuoco di fila speculativo e mediatico che istantaneamente si abbatterà sulla nazione che sgarra, senza includerlo nel calcolo costi-benefici.
    Ed è per questa ragione che insisto e continuerò a farlo che certe azioni vanno intraprese comunitariamente, con partner di peso e che, ancor meglio, è riprendere il controllo di istituzioni che devono servire i cittadini e non il contrario (e quindi anche degli spazi mediatici, dato che la battaglia decisiva si svolge sostanzialmente lì).
    L’Argentina ne è uscita con le ossa rotte e rischia di finire anche peggio, con interessi forti al suo interno che non vedono l’ora di approfittarne (neovidelismo?).
    Impariamo la lezione, se vogliamo aiutarla e aiutarci.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Su Argentina ti rimando a quello che ho risposto a Cordialdo, qui sopra.
      Sull’Europa, concordo che un’azione comune sarebbe la soluzione migliore, perché a questo punto diventerebbe una soluzione negoziata. Al momento non vedo questa volontà a livello di governi (il nostro no senz’altro, quello spagnolo nemmeno). Però l’impressione è che le cose stanno precipitando e qualcuno dovrà pure prendere una decisione. A questo punto seguirebbero tutti gli altri, perché in fondo ognuno non sta aspettando che questo. Ho qualche aspettativa nei confronti della Francia…

  3. Nicola Losito ha detto:

    Dovrei avere un’idea estremamente negativa sul comportamento dell’Argentina perché nel suo default io ho perso praticamente tutti i risparmi di una vita. La mia banca li aveva investita in bond argentini. Anche se ho il dente avvelenato, però, non posso non rilevare che poi l’Argentina si è ripresa, anche se oggi anche lei comincia a soffrire la crisi globale che stiamo vivendo. Sulla poca credibilità della stampa internazionale (ma anche su quella italiana) sono pienamente d’accordo con te.
    Nicola

    • Mauro Poggi ha detto:

      Quella è stata una tragedia nella tragedia, caro Nicola.
      Se posso permettermi, spero che un’idea ancor più negativa tu te la sia fatta della tua banca, che ha investito sapendo esattamente il rischio che correva (rischio che lo spropositato rendimento dei bond quantificava in modo eloquente), ma poiché lo correva sulle tue spalle sapeva di giocare coperta.

  4. Sendivogius ha detto:

    Il cosiddetto “modello argentino”, nonostante le critiche feroci di cui è oggetto, potrebbe essere pure un esperimento interessante, ma non so quanto proponibile su scala europea e soprattutto mediterranea…
    Azzerare del tutto o quasi il debito, rifiutandosi di pagare i creditori (giusto o sbagliato che sia non entro qui nel merito), e soprattutto quelli esteri, pone di fatto l’Argentina nell’impossibilità di accedere al Credito, tramite il blocco dei finanziamenti internazionali e dunque limitando anche l’accesso degli investitori stranieri. Questi ultimi in particolare ovviamente vogliono assicurazioni precise sui loro capitali impegnati, e la mancata garanzia dei crediti con la moratoria del debito di certo non lo è.
    Questa assenza di fiducia strutturale in ambito finanziario si riflette inevitabilmente sull’intero sistema bancario argentino, che “nazionalizzato” eroga fondi e finanziamenti a gò-gò, in ottemperanza alla politica economica governativa, ma non ha alcuna possibilità di rifinanziarsi, secondo gli strumenti ordinari del credito e della ricapitalizzazione bancaria. Questo alla lunga può generare una devastante crisi di liquidità tale da condurre gli istituti di credito alla bancarotta.

    L’Argentina può compensare queste tare strutturali per un motivo fondamentale: è un Paese enorme, ricco di materie prime (dalle miniere al petrolio) con cui poter rifornire le proprie industrie, con una agricoltura ed una industria zootecnica in grado di garantire il pieno fabbisogno alimentare della popolazione.
    Non mi sembra, per dire, che questa sia la condizione dell’Italia e meno che mai della piccola Grecia.
    Soprattutto l’Argentina non può certo pensare di rifinanziare il proprio debito pubblico con l’emissione di titoli ai quali investitori e risparmiatori non danno più alcun valore (non sottoscrivi qualcosa che poi non ti viene liquidata al momento della scadenza).
    Il sistema finanziario e bancario Argentino, fuori dai confini nazionali, non ha alcuna credibilità.
    Per compensare l’assenza di capitali e finanziamenti occidentali, l’Argentina ha puntato sull’afflusso massiccio di investimenti e prestiti cinesi, che avranno pure gli occhi a mandorla ma non portano l’anello al naso e la sveglia al collo…
    La Cina ha un potenziale di investimento in Argentina che sfiora i 15 miliardi di dollari (una cifra enorme!), attraverso la massiccia acquisizione di quote societarie e partecipazioni nelle principali industrie strategiche del paese, piantando una sorta di diritto di “opzione” su una loro eventuale dismissione o privatizzazione futura.
    Da questo punto di vista “l’esproprio” del colosso energetico YPF alla spagnola Repsol, che tanto ha fatto infuriare i tecno-monetaristi della UE, rientra in questa visione dal momento che i cinesi sono pronti a rilevarne la proprietà per 17 miliardi di dollari.
    E ciò avviene alla faccia delle sbandierate “nazionalizzazioni” dei Kirchner, che sostanzialmente (detta in maniera molto approssimativa) espropriano tizio per rivendere a caio, compensando il prosciugamento dei crediti con una liquidità fittizia, generata da flussi di cassa indotti ed un sistema bancario sotto controllo statale.
    E’ un sistema a carattere chiuso, una specie di economia “endogena” che regge fintanto che l’Argentina può sopperire al mercato delle materie prime. Ma ci si dimentica che per sua natura un mercato per espandersi e stabilizzarsi nel tempo deve tenere conto di una serie di “variabili esogene”. E non so quanto davvero il “modello argentino” sia sostenibile sul lungo periodo….
    Personalmente non lo demonizzo, come si divertono a fare i media in generale, ma resto alquanto scettico…

    • Mauro Poggi ha detto:

      Concordo in linea di massima con quanto esponi. Credo però che tutti i “contro” che comporta una dichiarazione di bancarotta fossero ben presenti ai politici argentini allorché decisero in questo senso, e che la decisione fu presa semplicemente perché non avevano altra scelta.
      L’Argentina, con la dollarizzazione del peso, innescò un ciclo vizioso (conosciuto, dal nome dell’economista argentino che lo ha descritto, come ciclo di Frenkel) che individua in sette macro-step gli squilibri e le conseguenze che si vengono a creare in situazioni del genere, all’ultimo dei quali per il paese debole la situazione diventa insostenibile ed è costretto a sganciarsi dal cambio fisso. La svalutazione della propria moneta è allora inevitabile; nel caso argentino anche la dichiarazione di insolvenza lo è stata.
      http://www.ilsole24ore.com/articlegallery/finanza-e-mercati/2013/ciclo-frenkel-/index.shtml?uuid=AbZ1iHAI
      Il modello è adottato da da un sempre maggior numero di economisti per spiegare la crisi europea, alla cui origine (e qui ormai sono tutti concordi) sta l’eccessivo indebitamento privato, non pubblico, e gli squilibri della bilancia commerciale. Alcuni ritengono che i paesi periferici dell’Europa, Italia compresa e presto anche Francia, siano ormai arrivati al gradino numero sette.
      Che l’Eurozona sia arrivata a un punto cruciale, oltre il quale – in assenza di politiche radicalmente diverse, peraltro non alla vista – incombe la dissoluzione dell’euro a me sembra abbastanza evidente. Secondo me anzi il punto è stato raggiunto già da tempo, ma la volontà politica di tenere in vita la moneta unica ha permesso alla BCE alcuni interventi in deroga che hanno tamponato la situazione, senza però che i problemi strutturali siano stati risolti – stante la posizione tedesca.
      Io non credo che l’Italia uscendo dall’euro si troverebbe nella necessità di dichiarare la propria insolvenza, però l’uscita dovrebbe comportare il ripristino della sovranità monetaria, intesa come rapporto Bankitalia-Tesoro quale era configurato prima del “divorzio” del 1981. Tutto sommato, l’Italia è uno dei pochi paesi, se non l’unico, a vantare da più di vent’anni un avanzo primario; non è paese produttore di materie prime, ma è paese industriale a consolidata vocazione esportatrice di prodotti a forte valore aggiunto, ciò che gli assicurerebbe una bilancia commerciale equilibrata. Ovviamente sempre che il tessuto produttivo di cui ancora disponiamo non venga prima distrutto definitivamente dalle politiche restrittive di imposizione euro-tedesca.
      Per la Grecia sicuramente i problemi sarebbero molto maggiori. Dall’inizio della crisi ha dovuto operare due ristrutturazioni del debito che nascondevano un default sostanziale, a prezzo di sacrifici enormi in termini di sovranità e benessere, e tutto ciò senza che a oggi si possa con onestà affermare che ne sta uscendo. Mi chiedo come starebbe oggi se invece di sottostare – finora inutilmente – a tutti questi anni di accanimento terapeutico che le hanno minato l’organismo, avesse staccato la spina fin da subito. Peggio di così?

      • Sendivogius ha detto:

        La mia diffidente indulgenza nei confronti del “modello argentino” è legata infatti proprio alla situazione economica che ne ha determinato l’esperimento, soprattutto dopo la cura da Cavallo (Domingo)! E mi piacerebbe da parte degli ipercritici che non perdono occasione di demolire il sistema Kirchner ascoltare anche qualche parolina sulle ricette ultraliberiste di Menem e Cavallo che all’epoca condussero l’Argentina sul lastrico ed in una recessione senza fine.

        Sull’uscita dall’euro sarei un po’ più prudente… e non certo per amore della moneta unica: una schifezza fallimentare senza eguali nella storia!
        Più che altro, dovrebbe essere una sorta di extrema ratio, passando per una generale revisione dei trattati europei (obtorto collo Germaniae!), con la riscrittura dei parametri tramite la cancellazione dei dogmi (perché tali sono) monetatisti nel nome di una austerità che di “espansivo” ha solo l’impoverimento collettivo.
        E comincerei con l’esercitare innanzitutto quel fondamentale diritto di veto che l’Italia ha e gli accordi UE prevedono esplicitamente, cercando di costruire un’asse privilegiato con quei paesi che tutto hanno da perdere (Francia-Spagna-Grecia-Portogallo-Belgio) dall’attuale cura ultra-rigorista, onde ridimensionare le ritrovate (e mai sopite) pretese egemoniche (e nazionaliste) delle Germania, dando una bella ridimensionata alla strapotere dei tecnoburocrati della Commissione e cominciando ad attribuire alla BCE i poteri che tutte le banche centrali hanno, con buona pace di Francoforte.

        L’Italia questo potere, se solo volesse, lo ha! Se esce la Grecia dall’euro non se ne accorge nessuno. Se esce l’Italia crolla tutta la baracca. Perciò sarebbe ora di far valere il proprio peso, invece di svolgere zelantemente i “compiti a casa” sotto dettatura tedesca, aspettando in cambio la concessione di qualche caramella.

        • Mauro Poggi ha detto:

          Parole sante. Manca però la volontà politica di esercitare questo potere. Come ho detto a Stefano Fait qui sopra, ho qualche speranza nei francesi, notoriamente più inclini di noi alle rivoluzioni e quindi potenzialmente più temibili. E loro, mi pare, hanno cominciato a rendersi conto che il loro progetto di controllare la Germania condividendone l’egemonia in Europa si sta rivelando illusorio.

      • Sendivogius ha detto:

        P.S.
        GRAZIE per avermi segnalato l’articolo del Sole24H sul ciclo di Frenkel… Un suggerimento prezioso!!

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