Robert Reich: Ineguaglianza e libero mercato

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Robert Reich è un simpatico personaggio dalle molteplici esperienze. Economista di formazione, ha spaziato dalla politica all’insegnamento; professore universitario, conferenziere e commentatore politico, ha scritto una quindicina di libri ed è autore di un blog divulgativo dove alterna articoli, vignette e spiritosi filmati di animazione.

Recentemente ha diretto insieme a Jacob Kornbluth il film “Inequality for all“, con cui ha vinto il premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2013 (uscito da alcuni giorni nelle sale americane, suppongo che difficilmente lo vedremo distribuito in Italia, ma in rete dovrebbe essere disponibile entro breve).

Il chiodo fisso di Robert Reich è l’ineguaglianza, e gran parte della sua attività divulgativa è rivolta alla sensibilizzazione della gente su questa tema, adottando sia nei suoi scritti che nelle conferenze uno stile comunicativo colloquiale e accessibile.

L’articolo che traduco di seguito ne è un esempio.

Robert Reich VIDEO: Robert Reich Talks Money in Elections us politics

Roberto Reich: Il mito del “Libero Mercato” e come fare perché l’Economia lavori per noi.

Una delle  più ingannevoli idee che continuamente propina la Destra (con i suoi insondabili think tanks e ai suoi mezzi di comunicazione) è che il “libero mercato” è naturale e inevitabile, al di fuori e al di là del Governo. Per cui, qualunque sperequazione esso genera è fuori controllo. Ogni intervento per ridurre ineguaglianza e insicurezza – cioè per far sì che l’economia lavori per noi – è un ingiustificato vincolo alla “libertà di mercato” destinato all’inevitabile fallimento.
Secondo questo punto di vista, se alcune persone non sono pagate abbastanza per vivere, ciò significa che il mercato ha decretato che non valgono a sufficienza. Se alcune altre rastrellano miliardi, è perché se lo meritano. Se milioni di americani restano senza lavoro, o se le loro buste paga si assottigliano, o hanno due o tre impieghi part-time senza sapere cosa guadagneranno mese successivo, è un peccato, ma e solo l’effetto del mercato.

Con questa logica, il Governo non dovrebbe intromettersi stabilendo salari minimi, alte tasse per i più ricchi, spesa pubblica per aumentare l’occupazione, regolamentazione degli affari o qualunque altra cosa, perché il libero mercato “ne sa di più”.

In realtà il “libero mercato” è un insieme di regole in merito a:
1) Cosa può essere posseduto o commercializzato (Genoma? Schiavi? Materiale nucleare? Neonati? Voti?);
2) Quali termini (Paritario accesso a Internet? Diritti sindacali? Monopoli delle multinazionali? Durata dei brevetti?);
3) Quali condizioni (Farmaci tossici? Cibi dannosi? Ingannevoli schemi Ponzi? Derivati non assicurati? Condizioni di lavoro pericolose?)
4) Cosa privatizzare e cosa socializzare (Polizia? Strade? Aria e acqua pulite? Sanità? Scuola? Parchi e campi da gioco?)
5) Come pagare per cosa (tasse, canoni per utenze, tariffe individuali?)
E via dicendo… Queste regole non esistono in natura, sono convenzioni umane. I Governi non si intromettono nei “liberi mercati”: essi li organizzano e li mantengono. I mercati non sono liberi da regole, sono le regole a definirli.

La domanda interessante è: a cosa dovrebbero mirare queste regole?. Esse possono essere stabilite per massimizzare l’efficienza (data l’attuale distribuzione delle risorse), o la crescita (in relazione a cosa siamo disposti a sacrificare per ottenerla), o l’equità (in relazione a quale idea abbiamo di una società decente). Oppure una qualunque combinazione delle tre cose, che non sono necessariamente in competizione fra loro. L’evidenza suggerisce, per esempio, che se la prosperità fosse più largamente condivisa avremmo una crescita più rapida.

Le regole possono persino essere stabilite per consolidare e aumentare la ricchezza di pochi privilegiati, e mantenere tutti gli altri comparativamente poveri ed economicamente insicuri.
Questo ci conduce alla questione politica centrale: chi dovrebbe decidere le regole e le loro principali finalità?
Se la nostra democrazia funzionasse come dovrebbe, presumibilmente i nostri rappresentanti e le nostre corti di giustizia stabilirebbero le regole grosso modo come la maggior parte di noi vorrebbe. L’economia lavorerebbe per noi.

Invece, le regole sono fatte principalmente da coloro che possiedono potere e risorse per comperare politici, legislatori e perfino giudici (e gli avvocati dietro di loro). Poiché redditi e ricchezza sono concentrati al vertice della piramide,  è lì che è concentrata l’influenza politica. E le regole del gioco sono stabilite da chi detiene la maggiore influenza politica.

Non casualmente, coloro che detengono l’influenza politica più importante sono le stesse persone che vogliono che voi crediate nella favola di un “libero mercato” immutabile.

Se vogliamo ridurre la selvaggia sperequazione e insicurezza che oggi minano la nostra economia e la nostra democrazia, dovremmo liberarci dal mito del “libero mercato”. Possiamo far sì che l’economia lavori per noi, piuttosto che per i pochi al vertice della piramide.
Ma per cambiare le regole, dobbiamo esercitare il potere che si suppone ci appartenga.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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5 risposte a Robert Reich: Ineguaglianza e libero mercato

  1. Gabriella Giudici ha detto:

    Prendo nota per la piccola introduzione all’antropologia economica che ho in mente. Conosci questo: http://www.youtube.com/watch?v=JTj9AcwkaKM ?

  2. Adriana ha detto:

    Mauro, ottima iniziativa.
    Leggerò con calma, non ora che sono quasi le due di notte. Non posso invece seguire il tuo blog per una questione di tempo, poiché il volume quotidiano della mia posta è già considerevole.
    Ciao 🙂

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