Saccomanni a Cernobbio: i favolosi anni ‘90

La fase 2 della lunga crisi economica, che poi è uno degli obiettivi della crisi stessa, è cominciata. E ancora una volta sarà un governo a guida “progressista”a farsene gloriosamente carico.
Nel
dispaccio d’agenzia della Reuters, l’ex dirigente Bankitalia e attuale ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni spiega la strategia del governo Letta sulle dismissioni prossime venture, che consisterà – secondo una collaudata prassi risalenti ai favolosi anni novanta, in una compiacente non-interferenza.

saccomanno

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CERNOBBIO (Reuters) – Il governo è al lavoro perché l’Italia, superata la crisi, riapra il suo sistema economico agli investitori stranieri. E in questo disegno non c’è nessuna strategia per impedire passaggi di controllo in mani estere.
A dirlo in un’intervista a Reuters è il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni.
“E importante dare un segnale ai mercati: dopo le importanti privatizzazioni degli anni Novanta, dopo la crisi, l’Italia torna ad aprire il proprio sistema economico e ad attrarre investitori stranieri” ha detto il ministro.
“Siamo contenti dell’interesse da parte degli esteri, non dobbiamo per forza entrare nelle singole negoziazioni in cui sono direttamente le società coinvolte a decidere su termini e condizioni di acquisizioni estere, ma allo stesso tempo da parte nostra non abbiamo alcuna strategia per impedire questi investimenti” ha poi affermato il ministro in risposta a una domanda sulla posizione del governo davanti alla possibile acquisizione da parte di soggetti esteri di Telecom Italia e di Ansaldo Energia.
Sul dossier Telecom Italia oggi il magnate egiziano Sawiris ha lamentato una presunta preferenza per gli spagnoli di Telefonica, mentre per Ansaldo Energia, secondo una fonte, vi è un accordo di massima tra gli azionisti – Finmeccanica al 55% e First Reserve al 45% – per la cessione della quota di controllo alla coreana Doosan, ma manca l’avallo politico.
In tema di valorizzazione degli asset pubblici il governo sta guardando “a un piano complessivo per la dismissione di immobili e asset finanziari” e pensa “di essere in grado di annunciare i dettagli a settembre/ottobre”, ha spiegato a Reuters l’ex-numero due di Bankitalia.
Spiegheremo questo programma nei maggiori centri finanziari in Europa, Stati Uniti e Far East” ha poi aggiunto “A San Pietroburgo (sede dell’ultimo G20) abbiamo già parlato di questa idea .. e abbiamo avuto un grande gradimento per questo programma. E’ un importante fattore per la riduzione del debito e per attrarre investimenti stranieri”.

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Quanto risolutive siano state le “importanti privatizzazioni degli anni 90” ai fini del risanamento del debito pubblico lo ce lo dice l’evoluzione del rapporto debito/PIL di quegli anni. Nel 1991 era stato del 98%,  per passare al 105% nel 1992 e 115% nel 1993; dal 1994 al 1996 si mantenne stabilmente al di sopra del 120%, per cominciare a scendere dal 1997 grazie ad artifici contabili ed prodiane eurotasse che dovevano far rientrare i nostri conti nei parametri di Maastricht e aprirci le porte all’euro-paradiso (quello, per chi se lo fosse dimenticato, in virtù del quale avremmo lavorato un giorno in meno guadagnando come se avessimo lavorato un giorno in più – cfr Romano Prodi, 1999), dove entrammo con un trionfale 113,7% (1999).

Una valutazione generale di quelle operazioni ce la dà Gianluigi Da Rold in un articolo su Il Sussidiario.net apparso il 16 febbraio 2013:

“In definitiva, la grande stagione delle privatizzazioni si risolse, in quasi tutte le occasioni, in un passaggio dal monopolio dello Stato a oligopoli privati. Furono liquidati grandi enti di Stato come Iri e Efim; venne ridimensionato il ruolo dello Stato nell’Eni, fondato da Enrico Mattei; passarono ai privati pezzi importanti di produzione e la gestione di grandi servizi. L’intero processo di privatizzazione non risolse i problemi delle casse dello Stato, lasciando uno strascico di polemiche che si trascina ancora adesso.
Lo Stato incassò circa 200 mila miliardi di lire, pagando alle banche d’affari anglosassoni, che curarono il complicato passaggio dal pubblico al privato, una commissione che si valuta tra 1% e 1,7% dell’intero incasso.
Se l’operazione di privatizzazione, senza alcuna liberalizzazione, fosse stata presa per abbassare in modo consistente il debito pubblico, il risultato non fu affatto centrato, perché il debito si ridusse solo dell’8 percento.”

Nello stesso articolo cita, fra gli altri,  Giulio Sapelli:”Dobbiamo finalmente dire a chiare lettere che la mancata crescita di oggi è frutto delle disgraziate privatizzazioni degli anni Novanta.Privatizzazioni fatte per gli amici degli amici e “all’Argentina”, ossia per togliere dall’agone della concorrenza internazionale gran parte dell’industria italiana. Di ciò non abbiamo mai chiesto conto a nessuno, intellettualmente e politicamente intendo, anzi, su questa rapina si sono costruite fortune politiche che durano sino a oggi”.

Conclude Da Rold: “Anche se in questi giorni non pare che sia ancorato al largo di Civitavecchia lo yacht reale inglese ‘Britannia’ […] l’aria che si respira è che negli anni Novanta si è attuata una prima grande svendita, ma adesso siamo arrivati proprio alla liquidazione finale”.

La domanda (retorica) è:

1) Data una classe politica che non ha avuto alcuna remora nel cedere la sovranità monetaria e fiscale (cioè: l’intera sovranità), in dispregio all’art 11 Cost, che solo prevede la possibilità di limitazioni, per sole ragioni di pace e giustizia e in condizioni di parità con gli altri stati; che surrettiziamente sta cercando di modificare l’art 139 Cost per avere mani più libere nel rimaneggiamento della Costituzione stessa; che induce nel Paese approfonditi dibattiti, al limite del surreale, circa la candidabilità/decadenza di un condannato in via definitiva; che disattende responsi elettorali formando – in nome dell’emergenza – governi omologhi ai precedenti anch’essi creati in nome dell’emergenza e in merito ai quali il voto compatto dei cittadini era stato di palese, compatta sfiducia…

2) Dato un apparato mediatico che copre o avalla questo stato di cose…

è ragionevole aspettarci che le privatizzazioni prossime venture avranno miglior esito di quelle che le hanno precedute?


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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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