Riflessioni sull’Immenzionabile: colpetti di stato crescono.

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Sul blog di Aldo Giannulli leggo una condivisibile riflessione al riguardo del Presidente Napolitano, recentemente consacrato da Pietro Grasso a deità non menzionabile e non censurabile.  La ripropongo di seguito, ma prima giova ricordare gli ultimi (ma non unici), significativi, antefatti:

Da La Repubblica la notizia di inizio luglio del monito del Consiglio Supremo di Difesa, secondo cui il Parlamento non può sindacare sull’operato del Governo per quanto riguarda provvedimenti che attengono all’ammodernamento delle forze armate. Per i più distratti: la nota arriva quando in Parlamento e nel paese si sta discutendo sull’opportunità di dare seguito all’acquisto degli F35. Di nuovo per i più distratti: a presiedere il Consiglio Supremo di difesa è il Capo dello stato.
Il Fatto Quotidiano commenta: “Gli F35 non vengono mai nominati in modo esplicito ma il riferimento è chiaro e il timbro sembra arrivare direttamente dal capo dello Stato, profilando un singolare conflitto istituzionale su una materia così delicata. Napolitano, certo, in questo modo conferma di voler rendere ancora più solido il già ottimo rapporto con gli Stati Uniti d’America e il presidente Barack Obama e dall’altra parte di “percepire” le pressioni dei settori della difesa italiana che a più riprese hanno fatto sentire la propria voce contro i tagli degli ultimi anni”.

Dall’ANSA del 18 luglio:Il Presidente della Repubblica blinda l’Esecutivo Letta: Se viene messa “a repentaglio la continuità di questo governo”, afferma parlando oggi alla stampa parlamentare, “i contraccolpi a nostro danno, nelle relazioni internazionali e nei mercati finanziari, si vedrebbero subito e potrebbero risultare irrecuperabili”.Per Napolitano, “e’ indispensabile proseguire nella realizzazione degli impegni del governo Letta, sul piano della politica economica, finanziaria, sociale, dell’iniziativa europea, e insieme del cronoprogramma di 18 mesi per le riforme istituzionali”.
[…]“Il clima di fiducia verso l’Italia può variare positivamente in presenza di una valida azione di governo e di un concreto processo di riforme” ma “potrebbe peggiorare anche bruscamente dinanzi a una nuova destabilizzazione del quadro politico italiano” […]

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La riflessione di Aldo Giannulli:

In vista del dies irae del 30 luglio pv, il Presidente della Repubblica si è affrettato a “chiudere la finestra di ottobre”, per eventuali elezioni, e, stando ai resoconti giornalistici, ha aggiunto che le intese di aprile –quando accettò di essere rieletto- erano per un esecutivo che durasse sino al 2015. Implicitamente, il Presidente ci ha fatto sapere di un patto i cui termini sono ben diversi da quelli fatti trapelare nell’immediatezza dell’accordo: allora si parlò di un esecutivo di durata breve, con il compito di cambiare la legge elettorale, fronteggiare l’immediatezza della crisi e poi andare a votare. Poi, man mano, la riforma elettorale è andata scivolando in avanti e si è iniziato a dire che il governo “non ha scadenza” e che si sarebbero dovute fare anche altre riforme istituzionali mettendo mano alla Costituzione; donde la nomina del comitato dei “saggi” di cui abbiamo già detto. E qui spunta che una scadenza c’era, il 2015, dunque non tanto a breve.

Si tratta dei due anni che, prevedibilmente, una revisione costituzionale comporta, considerato che essa richiede, oltre al tempo necessario a trovare una intesa, l’approvazione delle due Camere in doppia lettura, con intervallo di tre mesi fra l’una e l’altra. Ma questo se non ci sono incidenti di percorso, magari l’approvazione di un piccolissimo emendamento che richiederebbe di nuovo la doppia lettura con il trimestre di intervallo. E poi bisogna considerare anche la possibilità di un ostruzionismo da parte del M5s e, magari, di Sel che, con i loro 200 parlamentari e passa, potrebbero bloccare i lavori per mesi e mesi, anche perché nel processo di revisione costituzionale non è possibile stroncare l’ostruzionismo ponendo il voto di fiducia al governo. Niente paura: il governo avanza un disegno di legge di deroga alle procedure previste dall’art. 138 riducendo ad un mese l’intervallo fra le due deliberazioni.

E che nel processo di revisione della Costituzione abbia voce in capitolo l’esecutivo è una novità assoluta. Questa procedura eccezionale consisterebbe in una sorta di deroga una tantum, per sveltire i lavori finalizzati ad una limitatissima riforma costituzionale, come l’abolizione del voto di fiducia da parte del Senato, così da evitare un blocco come quello seguito alle elezioni di febbraio. Ma, come fa notare il costituzionalista Alessandro Pace (Repubblica 8 giugno 2013), la proposta governativa dovrebbe essere approvata con procedura ordinaria, per cui faremmo passare il principio per cui una legge ordinaria può derogare alla Costituzione e questo potrebbe essere ripetuto per qualsiasi altra revisione. Di fatto stiamo aprendo la porta alla disarticolazione dell’art. 138 e, con esso, della stessa attuale Costituzione.

D’altra parte, se tutto quello che c’è da fare è emendare il nostro bicameralismo, basta riscrivere l’art 94 ed al massimo le prime due righe dell’art. 81. E per fare questo nominiamo una commissione di quaranta “saggi”? Il dubbio che sorge è che questa specie di Sinedrio debba preparare una revisione organica della Costituzione e che la “deroga” attuale sia solo la legittimazione di ben più sostanziose prossime deroghe. Anzi, ad essere proprio maliziosi, sorge il sospetto è che il testo della nuova Costituzione sia già pronto e giaccia in qualche cassetto (della Jp Morgan per caso?). Ma noi non siamo così prevenuti e non lo diciamo.

Però non possiamo tacere che, di fatto, siamo alle soglie di una vera e propria rottura costituzionale: l’art. 138 fa parte della Costituzione e non può essere modificato con procedura ordinaria, anzi, per la delicatezza della sua funzione, è l’ultimo per il quale si possa pensare una procedura tanto disinvolta.

E qui veniamo al ruolo del Capo dello Stato. Tutto fa intendere che la partita della revisione costituzionale –ben oltre che la questione dell’art. 94- abbia fatto parte delle trattative che portarono alla rielezione di Napolitano che oggi, infatti, blinda il governo per evitare quelle elezioni che sospenderebbero questo processo così avviato. Dunque, Letta deve durare perché il Presidente vuole che la Costituzione cambi, in tutto o in parte. Ma dove sta scritto che il Presidente della Repubblica possa farsi promotore del cambiamento costituzionale? Qualche studio di diritto costituzionale ci fa pensare che il Presidente abbia, piuttosto, il compito di garantire la Costituzione vigente. A cambiarla –e secondo le regole previste da essa stessa- devono pensare altri. E, pertanto ci si attende che il Presidente rifiuti di firmare il Ddl governativo, per la palese violazione dell’art. 138 e, con esso, la lettera e lo spirito della Costituzione e che, ne investa la Corte Costituzionale. O magari che indirizzi un messaggio alle Camere per avvertire del carattere anticostituzionale della norma che stanno per varare.

Ma questo non accade e non accadrà, per la semplice ragione che Napolitano è interno al progetto.

Occorrerà riflettere molto attentamente su cosa ha rappresentato la Presidenza Napolitano negli equilibri costituzionali, qui ci limitiamo ad osservare che il Presidente ha spostato l’accento della sua azione più sulla garanzia dei patti internazionali dell’Italia (dai patti Ue ad gli accordi di Marrakesh, per non dire dei patti impliciti rappresentati dai titoli di debito pubblico) che su quella della Costituzione. Di fatto, negli ultimo quattro anni, Napolitano, più che rappresentare la Nazione all’estero (come prescrive la Costituzione), ha piuttosto rappresentato la Ue e la Bce presso il governo ed il Parlamento. Una sorta di “commissario agli atti”. Ed, in questa inedita metamorfosi della figura del Capo dello Stato, si sono determinate una serie di alterazioni nei rapporti fra istituzioni della Repubblica. Per molto meno, l’allora Pds stava per chiedere la messa in stato d’accusa di Cossiga per attentato alla Costituzione.

E’ arrivato il momento di dire che siamo ad un passo dalla rottura costituzionale e dal colpo di Stato “bianco”.

Qualcuno ha osservato che “Napolitano sta cercando di limitare i danni”. Altro che limitare i danni, Napolitano è il danno.

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Nulla da aggiungere, per quanto mi riguarda, salvo notare che sono ormai due anni che stiamo assistendo a questo genere di “strappetti” da parte del Capo dello stato e della classe politica: più o meno piccole lacerazioni costituzionali che renderebbero evidente il sottostante disegno eversivo, se solo gli organi di informazione facessero il loro mestiere.

La democrazia, sappiatelo, nel tempo convulso della globalizzazione e del capitalismo finanziario è un sistema inefficiente.

Lo facevano già notare Crozier, Huntington e Watanuki nel loro saggio del 1975, La Crisi della Democrazia, scritto per la Commissione Trilaterale (prefazione di Giovanni Agnelli, introduzione di Zbigniew Brzezinski): Al Smith osservò una volta che l’unica cura per i mali della democrazia è una maggiore democrazia. L’applicazione di questa cura  oggi equivarrebbe ad aggiungere esca al fuoco. Taluni dei problemi di governo degli Stati Uniti scaturiscono oggi proprio da un eccesso di democrazia. Ciò che occorre alla democrazia è invece un grado maggiore di moderazione.

Lo ha ribadito recentemente uno studio della JP Morgan, secondo il quale i problemi economici che affliggono l’Europa risultano alla fine essere di natura politica, per via di Costituzioni nazionali che riflettono troppo una matrice antifascista e socialisteggiante e costituiscono un impaccio per l’applicazione di provvedimenti impopolari.

Questa visione politica, d’altra parte, ha caratterizzato tutta la costruzione europea, per il modo paternalistico con cui è stata realizzata e per la struttura autoritaria, priva di legittimazione politica, che la caratterizza. Significativa in questo senso la malcelata invidia dell’algido Monti per la Commissione Europea, al riparo – beata lei – dal processo elettorale.

In stretta conformità a questa moderna filosofia sociale, figlia legittima del mainstream neo-liberista, la nostra classe dirigente tutta (quella politica in primis, con il determinante appoggio convinto ed entusiasta del nostro Immenzionabile, e poi quella imprenditoriale, quella dell’informazione, quella sindacale) sta lavorando affinché anche il nostro Paese si affranchi dalle pastoie democratiche escogitate dagli improvvidi Padri Costituenti nel secolo scorso. Se dio vuole, saremo presto gratificati da paradisi di governabilità ed efficienze: esecutivi cioè in grado di operare senza necessariamente avere maggioranze parlamentari – e meno che mai nel Paese, e capaci di imporre scelte impopolari (facile immaginare nei confronti di quale fascia della popolazione).

Troveremo poi sempre un giullare che vada a sproloquiare in TV sulla Costituzione più bella del mondo. La gente adora avere di che commuoversi e inorgoglirsi, dal momento che non esiste miglior sedativo dell’autocompiacimento.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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5 risposte a Riflessioni sull’Immenzionabile: colpetti di stato crescono.

  1. Pingback: Il Segreto di Pulcinella – per festeggiare le 400mila visualizzazioni dal 16 ottobre 2011 | Verso un Mondo Nuovo

  2. Gabriella Giudici ha detto:

    Grazie Mauro, che l’anniversario ci sia propizio..

  3. cordialdo ha detto:

    Condivido tutti i riferimenti e le riflessioni che, in parte, da tempo vado facendo anch’io. Grazie.

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