Bloomsday, ovvero: parlando d’altro.

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Il bel libro di Giuseppe Marcenaro, “Libri – Storie di passioni, manie, infamie“, mi ricorda  che lo scorso 16 giugno, 109 anni or sono, Leopold Bloom, nell’angusto spazio di tempo che va dall’alba alla notte,  dava inizio e fine alla sua anodina odissea lungo la città di  Dublino. Qualcosa che G.B. Shaw definirà “la cronaca ripugnante di una fase ripugnante di civiltà“. Aggiungendo poi: “In Irlanda, per educare i gatti a essere puliti gli strofinano il naso nelle loro porcherie. Il signor Joyce sperimenta la stessa cura con gli esseri umani“.
Quel giorno del 1904 è solo uno dei tanti nella vita del personaggio, ma l’unico che l’autore ha scelto di raccontare. Nel corso della giornata gli episodi si susseguono in un disordinato accadere, cui solo l’unità di tempo, azione e luogo del romanzo conferisce un minimo di organicità.
La vita, insomma.dbea76e34fd01122e8fa5f27a154c9ab

A Dublino esistono piantine della città che riportano il tracciato del vagabondaggio, con le tappe intitolate ai rispettivi episodi omerici  a cui si sarebbe ispirato Joyce. Le usano gli appassionati che intendono celebrare la ricorrenza percorrendo a loro volta quei luoghi, in un pellegrinaggio profano ma non per questo meno devoto.

Il 16 giugno 1904 è lo stesso giorno in cui James Joyce, ventiduenne, ancora inconsapevole del   non-Eroe ma già convinto della propria grandezza,  ha il primo appuntamento con Nora Barnacle. Si innamorano, e qualche mese dopo fuggono sul continente. A Zurigo e a Pola insegna inglese alla Berlitz; continuerà a farlo a Trieste dove nasceranno il figlio Giorgio (1905) e la figlia Lucia Anna (1907). Lavora al suo Dubliners, che un editore londinese gli rifiuta per timore della censura (“Non è colpa mia – gli scrive Joyce – se l’odore di cenere, di erbe macerate e di immondizia aleggia sulle mie novelle. Io credo seriamente che lei ritarderà il corso della civiltà dell’Irlanda, se impedirà agli irlandesi di contemplare per bene se stessi nel mio specchio tirato a lucido“). Passa qualche tempo a Roma come impiegato di banca, torna a Trieste e conosce Italo Svevo.
Insegna, scrive, nel tempo libero fa l’ubriacone.
Di nuovo a Dublino, a perfezionare un contratto con l’editore Maunsel per la pubblicazione di Dubliners (anche questo saltato), vi apre una sala cinematografica che rivende qualche mese dopo per tornarsene a Trieste.

Il 1914, annus horribilis per il mondo, è a lui favorevole: Dubliners viene finalmente pubblicato. L’anno successivo esce a puntate su una rivista A portrait of the artist as a young man, inizia a scrivere Ulysses, ottiene il permesso di trasferirsi a Zurigo. Due anni dopo i primi disturbi agli occhi, un problema che lo tormenterà per il restante dei suoi giorni costringendolo a diverse operazioni.f21df481874bea4125f653bd059240e4

Nel 1918 la rivista d’avanguardia americana “The Little Review” inizia la pubblicazione a puntate del romanzo, poi sospesa quando viene querelata per pubblicazione di materiale osceno. La versione integrale viene pubblicata a Parigi nel 1922 da Gallimard, ma dovrà aspettare ancora 12 anni prima che l’opera possa vedere la luce in territorio anglosassone.

Sempre nel 1922, a Parigi,  incontra Marcel Proust durante un ricevimento. Sembra che si conoscessero di fama, ma che nessuno dei due avesse mai veramente letto un rigo dell’altro: la leggenda vuole che fu la prima cosa che si dissero. Una confessione bellicosa. Dopodiché la conversazione languì penosamente, e l’unico punto di contatto che riuscirono a scoprire fu la comune passione per i tartufi… (Eppure, al di là dell’abisso di linguaggio che li divideva, un altro punto, oltre ai tartufi, li avrebbe potuti accomunare: per quel che ho capito leggendoli, erano entrambi meticolosi cronisti dell’insignificanza, per uno quella raffinata e snob, per l’altro quella triviale e plebea. La prima cosa che Joyce dice introducendo il suo personaggio è che “Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e di volatili“. L’io narrante di Proust  esordisce con “Longtemps, je me suis couché de bonne heure“. Entrambi coltivavano il gusto per il dettaglio irrilevante da cui fare scaturire lo stream of consciousness, quel “flusso di coscienza” con cui riempire i sette volumi della Recherche e le mille pagine dell’Ulysses).
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Ulysses viene tradotto in francese nel 1929. Nel 1933 il processo celebrato negli Stati Uniti stabilisce che il libro non è pornografico ed è pertanto pubblicabile. Esce nel 1934 per la Modern Library di New York.
Gli ultimi anni della vita di Joyce sono penosamente segnati: dall’amarezza per le critiche al suo Finnegans Wake, da problemi di salute,  dalla tragedia della figlia affetta da una grave forma di schizofrenia.
Muore all’inizio del 1941, per complicanze a seguito di un intervento chirurgico.

La prima volta che ho avuto a che fare con l’Ulisse fu a Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo, quello che allora (parlo del 1970) era lo Zaire dell’istrionico Mobutu.
Ero arrivato da poco e soffrivo ancora di spaesamento, reso ancora più grave da una conoscenza del francese che, a dispetto dell’aggettivo “fluente” millantato al momento del colloquio d’assunzione in Italia, era solo scolastica e per di più nemmeno tanto recente. Questa carenza, che presentava gravi inconvenienti non solo dal punto di vista sociale ma anche e soprattutto professionale (rischiavo di essere rispedito a casa molto prima del previsto), rese ineludibile la necessità  di dedicarmi anima e corpo all’incremento della mia fluenza. Varie le strategie, la prima delle quali lasciar perdere i libri in italiano che mi ero portato da casa e leggere solo il francese.

Fu così che fra i diversi acquisti in libreria mi capitò anche l’Ulisse. Di Joyce conoscevo Dubliners, che avevo letto anni prima nell’edizione della BUR, Gente di Dublino; del suo libro più famoso avevo solo sentito parlare, e usarlo come testo per imparare il francese mi parve una buona idea. Devo dire che all’inizio lo lessi con estrema diligenza, sottolineando frasi e parole e consultando il dizionario ogni volta che ce n’era bisogno.  Verso poco meno della metà mi resi conto che tanto zelo non mi avrebbe aiutato a finirlo, quindi presi a leggerlo accontentandomi, là dove non capivo il significato preciso di una parola, di intuire almeno il senso della frase; del resto, intuito il senso della frase anche il significato della parola diventava più chiaro (benché con Joyce a volte è il senso della frase che sfugge, anche se le parole che la compongono sono perfettamente conosciute).

In questo modo riuscii ad arrivarne (quasi) a capo, grazie anche all’alternanza con letture più amichevoli. La libreria dove mi servivo, gestita da una graziosissima signorina belga alla quale non ebbi mai l’ardire di rivolgermi se non per chiedere “ça fait combien, s’il vous plait?“, aveva un’intera parete dedicata ai Livres de poches della Gallimard, una miniera di tesori altrettanto importanti ma meno ostici: Boris Vian (L’écume des Jours), André Gides (Paludes, Les caves du Vatican), Anatole France (Le Jardin d’Epicure), Samuel Becket (che scriveva indifferentemente in francese e in inglese, lo sapevate? Murphy, Malone Meurt). E poi Zola, Stendhal, Mauriac… Un universo letterario al prezzo di pochi makuta.
Se in breve il mio francese divenne passabile fu più grazie a questi autori che all’Ulisse. Del quale, ammetto, lessi tutto tranne il monologo finale di Molly – abbandonato dopo un paio di pagine.

Non ricordo di che edizione si trattasse, e chi fosse il traduttore. Il libro è andato smarrito, come altri, nel corso di una delle mie tante migrazioni. Per programmata che sia, una partenza ha sempre in sé un che di febbrile, di ultimo momento imprevedibile che fa sì che qualcosa immancabilmente venga lasciato dietro di sé, qualcosa resti immancabilmente incompiuto: un amico che non si riesce a salutare, un oggetto che all’improvviso diventa introvabile, un luogo che volevi visitare con calma pensando di avere tutto il tempo.

In Italia il libro venne pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1960, nella prestigiosa collana dei Medusa, tradotto da Giulio De Angelis. be1bf4e7b570a3c68a2c0fad8fd387c4E’ stato poi riproposto nel 1971 sui Meridiani, la collana che rifà il verso alle Pléiades della Gallimard (di cui – a proposito –  possiedo la Recherche nell’edizione 1954, acquistata vent’anni dopo in Marocco).
La traduzione è sempre quella di De Angelis, e con ragione: tradurre l’Ulisse non è impresa da tutti i giorni. L’esemplare che ho io è della seconda edizione, 1973. Sfogliato, mai letto.
Sono andato a recuperarlo: il cofanetto di protezione è in ordine, ma la polvere degli anni lo ha ingiallito.  Ad aprirlo, il libro emana ancora un sentore di inchiostro che non saprei se giudicare piacevole o irritante.
Un giovane Joyce, con baffi, mosca sotto il labbro e pizzetto, mi osserva da dietro un paio di lenti tonde e spesse; lo sguardo dilatato è mite e dolente, leggermente strabico; ma forse è solo l’effetto degli occhiali.

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Lo lascio come promemoria sulla scrivania. Forse è’ arrivato il momento di rileggerlo.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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Una risposta a Bloomsday, ovvero: parlando d’altro.

  1. Francisca Bravo ha detto:

    [?][?]Me encanta tu modo de narrar.Felicidades mi amor….Quizas si yo tuviera el valor de leerlo…..

    Namaste!

    Il giorno 18 giugno 2013 17:44, Mauro Poggi

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