Uscire dall’euro per salvare l’Europa (II)

§

Con una settimana di ritardo rispetto ai tempi di Voci dall’Estero, ecco la seconda parte dell’articolo di Granville, Henkel e Kawalec, che sono anche – lo ricordo, promotori di quel Manifesto per la Solidarietà Europea sottoscritto fra gli altri da Alberto Bagnai e Jacques Sapir (qui la versione originale, qui la traduzione in italiano).

Nella prima parte venivano spiegati i difetti strutturali che hanno inevitabilmente portato l’Eurozona ai disastrosi esiti attuali e all’altrettanto inevitabile prossima dissoluzione. L’ovvio punto di vista degli autori è che, preso atto dell’ineluttabile, anziché lasciarlo al caos di un’implosione incontrollata il processo vada governato, ciò che permetterebbe di contenerne l’impatto negativo lasciando nel contempo lo spazio politico per riprendere il processo di integrazione europea.
In questa seconda parte, essi spiegano le ragioni per cui – escluso che la Germania possa assumere l’iniziativa, dovrebbe/potrebbe essere la Francia a farlo, in considerazione sia della valenza politica di questo Paese, sia della sua situazione economica che la avvicina più ai paesi periferici che non a quelli core dell’Europa.

Penso che difficilmente Hollande sia propenso a questo ruolo. Il suo primo anno di presidenza, a dispetto delle bellicose dichiarazioni elettorali, è stato caratterizzato da un’evidente timidezza nei confronti dell’eurocrazia di Bruxelles, ciò che gli è valso un crollo verticale di popolarità a cui sembra voler rimediare proponendosi (velleitariamente) nel ruolo di co-leader europeo insieme ad Angela Merkel (Cfr Le Monde: “Les premiers pas de Merkhollande“). Copione che già il suo predecessore aveva penosamente recitato: una co-leadership formale che gratifica quel tanto che basta le ambizioni francesi, dissimulandone nemmeno troppo la sostanziale subalternità all’egemonia tedesca.

E’ possibile peraltro che la concretezza dei problemi, quali si vanno delineando anche per la Francia, riconduca il Presidente francese a una visione meno orgogliosa ma più urgente: quella del benessere dei suoi concittadini, la cui storica inclinazione a spazientirsi più rapidamente e drasticamente di altri popoli europei rimane una temibile qualità.

I limiti dell’articolo, e ancor più i limiti del Manifesto a cui in qualche modo si collega per il tipo di exit-strategy auspicato, stanno in una critica circoscritta al solo aspetto economico del sistema euro. L’aspetto più politico e ideologico viene trascurato, e quindi la domanda è: a quale progetto gli autori stanno pensando quando invocano una dissoluzione ordinata dell’Eurozona per salvare l’Unione europea e il Mercato comune? Non è questione da poco.

Quando, analizzando la situazione francese, affermano che quel paese avrebbe bisogno di “fondamentali riforme strutturali , di una minore spesa pubblica, e di uno spostamento della tassazione dal fronte lavoro al fronte dei consumi”, essi non fanno che riproporre la ricetta che la troika (BCE, FMI, Consiglio Europeo) ha imposto a tutti i paesi in crisi, con i bei risultati evidenti a tutti: riforme strutturali che demoliscono i diritti dei lavoratori; minore spesa pubblica per distruggere lo stato sociale; spostamento della tassazione sui consumi, ossia più IVA, un’imposta progressiva al contrario.
Il popolo dei Piigs ne sa qualcosa.
Il Manifesto esordisce dicendo che “The creation of the European Union and the Common European Market rank among the greatest political and economic achievements of post-war Europe“.  Per come la vedo io, l’Unione europea può essere definita una delle maggiori conquiste solo se si pensa al progetto comunitario, solidale e sociale, qual era percepito originariamente nell’immaginario dei popoli; come realizzazione non esito a definirla un disastro, o meglio un tradimento: per le modalità paternalistica (quinti intrinsecamente autoritaria) con cui è stata attuata, per il capovolgimento dei paradigmi di riferimento rispetto a quelli cui diceva ispirarsi, per lo svuotamento prima strisciante poi sempre più conclamato del concetto di rappresentanza democratica.

In attesa di ulteriori elementi di giudizio, quindi, è lecito chiedersi se la ricetta suggerita non sia per caso, nella testa degli autori,  una variante di quella che – forse a torto – consideriamo squisitamente italiana: cambiare tutto per non cambiare nulla.

§

Voci dall’Estero: La Francia deve farsi carico dello smantellamento dell’Euro

La Francia ha contribuito in modo decisivo alla costruzione  non solo del sistema dell’euro, ma dell’intero progetto europeo.  Di conseguenza ciò ha fatto sì che i leader francesi agissero nel senso di preservare l’euro a tutti i costi.  Costi, che  come abbiamo spiegato nella Parte 1 di questo articolo, sono diventati insopportabili.  Si rende quindi necessaria una nuova strategia, e nel definirla  il ruolo guida della Francia risulterà  ancora una volta fondamentale.

Nell’Eurozona la Francia si trova al limite   tra i paesi in deficit e paesi in Surplus. Possiede  un vasto e costoso sistema di   welfare, con dei servizi pubblici di alta qualità, spesso definiti come il modello francese,  sistema  che si basa su di un consenso profondo e sentito da parte dei cittadini. Ma a differenza dei paesi scandinavi, che pure sono orientati ad un sistema di  costoso welfare, quello francese è stato finanziato non da un alto livello di tassazione sul reddito e sulla spesa, ma da onerose tasse sull’occupazione (in particolare attraverso i contributi previdenziali dei datori di lavoro), sui capitali,  e con un  pesante indebitamento pubblico.

Il debito pubblico nel 2012 è salito a circa il 90 per cento, da circa il 64 per cento che era nel 2007. Questo insistere sulla tassazione del lavoro si spiega in quanto costituisce  il percorso di minor resistenza politica.   Così facendo si dà l’illusione che lo  stato sociale venga finanziato dalle imprese e  non dai cittadini.  L’idea che la tassazione delle aziende sia un modo indolore per finanziare il welfare e i  servizi pubblici ha prodotto  una cronica  elevata disoccupazione, una crescita debole, ha  eroso la competitività  e condotto il tenore di vita, nel migliore dei casi,  alla stagnazione.

Un’eccessiva regolamentazione normativa
La  Ile-de-France [N.d.t. la regione francese con capoluogo Parigi], ha il più alto costo medio del lavoro in Europa. Il problema è  aggravato dall’eccesso di regolamentazione – sia sul lavoro che sul   mercato dei beni e dei servizi. Il controllo su trasporti, servizi professionali e rivenditori è molto più pesante in Francia che in molti altri paesi ricchi.  Con il risultato di avere maggiori costi e  prezzi più alti.
Questi oneri soffocano  l’imprenditorialità. L’offensiva fiscale del presidente Francois Hollande nei confronti degli alti redditi, dividendi, plusvalenze e ricchezza non aiuta. La fiducia negli affari  sta rapidamente crollando. Negli ultimi dieci anni, la quota di esportazioni della Francia è diminuita. Il paese si trova in deficit delle partite correnti.
L’economia francese ha bisogno di uno  “shock dal lato dell’offerta”.  In questo consisteva la raccomandazione contenuta in una relazione dell’anno scorso  di Louis Gallois – un leader industriale  di sinistra.  Al posto di effettuare  importanti  e permanenti tagli ai contributi al welfare da parte delle imprese sollecitati da Gallois, il governo ha annunciato un complicato sistema di crediti d’imposta temporanei,  subordinati al riutilizzo dei rimborsi a fini di  investimento  e nuove assunzioni di  lavoratori. Questo approccio non è in grado di correggere  le annose e gravi distorsioni del sistema fiscale. In ogni caso, la complessità della proposta implica che le aziende non trarranno alcun beneficio  fino al 2014-15.
Nel mese di gennaio, i datori di lavoro e sindacati hanno firmato un accordo che alleggerisce la regolamentazione del lavoro e offre alle imprese maggiore flessibilità nel ridurre l’orario di lavoro ed i salari in cambio della conservazione dei posti di  lavoro.
Questo è già qualcosa,  ma la maggior parte delle ulteriori nuove misure per stimolare la competitività si riducono a nuove forme di dirigismo. Per contro, invece, la Francia avrebbe  bisogno di fondamentali riforme strutturali , di una minore spesa pubblica, e di uno spostamento della tassazione dal fronte lavoro al fronte dei consumi.
Ma c’è un problema – ed è un grande problema. L’effetto immediato di un tale programma sarebbe di indebolire  la domanda interna e rallentare la crescita economica. Occorrerebbe quindi attivare anche degli  “Stimoli alla domanda”.
Il governo potrebbe far ciò  da un lato allentando nel breve termine la politica di bilancio e dall’altro stimolando la  domanda estera attraverso la svalutazione  della moneta.  Ma nell’attuale sistema Euro ciò non è possibile: infatti, da un lato le regole sul  deficit vincolano  la politica fiscale, e  dell’altro la Francia non ha più una moneta propria da svalutare. Dal momento che altre strade non ve ne sono,  finirà che sarà il sistema euro stesso a dover cedere il passo.

L’uscita della Germania
Per la Francia e per il sistema dell’euro nel suo insieme, la strategia migliore sarebbe  quella di smantellare l’Unione monetaria dall’alto – tramite l’uscita della Germania e degli altri paesi più competitivi. La conseguente rivalutazione della nuova moneta tedesca migliorerebbe le  bilance commerciali dei paesi in disavanzo.
In alcuni casi, si renderebbero comunque necessarie operazioni di  cancellazione del debito,  ma l’entità dell’impatto ed i costi per i creditori sarebbero contenuti, in quanto lo smantellamento della moneta unica stimolerebbe  la crescita dei paesi in deficit.  I paesi in surplus dovrebbero ricapitalizzare le loro banche per fare fronte alle perdite subite a causa di eventuali cancellazioni del  debito, in modo tale che uscire dal sistema non significherebbe  abbandonare i paesi in crisi. La differenza sarebbe  che, dopo lo scioglimento, la loro assistenza potrebbe contribuire a rimettere i paesi in deficit sulla via del risanamento, mentre i salvataggi attuali portano solo in  un vicolo cieco.
La Banca centrale europea dovrebbe adoperarsi nel  mantenere la credibilità e la fiducia nel corso dello smantellamento controllato dell’euro. La BCE,  almeno per qualche tempo, potrebbe essere mantenuta in qualità di banca centrale responsabile della politica monetaria in tutti i 17 paesi membri, anche dopo il ritorno di alcuni paesi  alle valute nazionali.
Ciò faciliterebbe un forte coordinamento delle politiche tra gli ex membri, facendo passare l’idea  che più che una frantumazione, si tratterebbe  di una trasformazione effettuata ordinatamente e  sotto il controllo della istituzione europea più rispettata e credibile.
Molti osservatori ammettono che l’euro è stato un errore, ma parimenti non credono vi sia la possibilità di recedere.  Essi ritengono che la dissoluzione dell’unione monetaria porterebbe al caos economico, prima in Europa e poi in tutto il mondo. I leader europei hanno inoltre paura che il tornare sui propri passi darebbe  anche un colpo mortale alla grande causa dell’integrazione europea e potrebbe essere l’inizio della fine della UE e del mercato unico. Sono questi i timori che spingono a perseverare in quella  che consideriamo una  disastrosa strategia di difesa  dell’Euro a tutti i costi.
Sebbene  una dissoluzione  controllata del sistema euro dovuta all’uscita  dei paesi più competitivi sia il modo più efficace per aiutare i paesi in deficit, essa si configura sostanzialmente come una decisione unilaterale,  dei  Forti di abbandonare i Deboli. La passata Storia europea rende difficile per i leader della Germania avviare un simile percorso.

Salvaguardare la  Francia
Nell’intraprendere eventuali iniziative in tal senso, i paesi in deficit, alle prese con la recessione e le divisioni politiche interne, nel tentativo  di ottenere migliori condizioni di assistenza dal resto dell’UE, potrebbero avere paura di peggiorare la loro posizione negoziale. Le Istituzioni europee, come la Commissione europea e la BCE, non possono patrocinare la soluzione che proponiamo.
Viceversa se la proposta venisse avanzata  dalla  leadership francese,  la cosa  potrebbe funzionare – e potrebbe essere anche l’unica cosa da fare.  Per più di 50 anni la Francia ha svolto un ruolo di primo piano nell’integrazione europea. Si può dire che l’Euro sia per molti aspetti un prodotto Francese.
Nel 1990, il presidente Francois Mitterrand si guadagnò  il sostegno alla moneta unica da parte del cancelliere Helmut Kohl in cambio della accettazione Francese alla riunificazione Tedesca. Convincere la Germania ad abbandonare il marco, la cui forza aveva di fatto dato alla Bundesbank il controllo della politica monetaria in tutta l’Europa, è stato un notevole successo francese – o almeno così pensavano i Francesi.
L’euro era visto come la pietra angolare dell’edificio di integrazione europea. La crisi finanziaria e le sue conseguenze hanno viceversa dimostrato che l’euro ha in sè il potenziale di distruggere l’intero progetto. Esso impedisce le riforme necessarie per ristabilire la competitività internazionale della Francia, competitività attualmente  in dissolvimento. Mantenere l’attuale sistema euro a tutti i costi, finirà per  paralizzare l’economia francese, annullarne  la coesione sociale, e indebolirne la posizione in Europa e nel mondo.
In qualità di padre fondatore dell’Europa, solo la Francia ha l’autorevolezza necessaria per poter sostenere con successo una strategia di smantellamento del sistema dell’euro per il bene stesso dell’Unione europea. L’alternativa è  il fallimento economico, divisioni più profonde e amari rancori  tra le nazioni d’Europa, mettendo così a rischio le più preziose conquiste dell’integrazione europea. In un modo o nell’altro, l’Europa si dividerà.
Resta solo da capire se verrà spazzata via completamente o solo in parte. Smantellare  l’euro nel  modo che noi proponiamo è di vitale importanza al fine di garantire la sopravvivenza dell’idea europea.

§

Annunci

Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
Questa voce è stata pubblicata in Economia e finanza, Società e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...