Uscire dall’euro per salvare l’Europa (I)

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Voci dall’Estero, il blog di Carmen Gallus che si occupa meritoriamente della divulgazione di articoli che appaiono all’estero e che non trovano spazio nell’informazione italiana, pubblica oggi la prima parte di un post, apparso su Bloomberg, degli economisti Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel and Stefan Kawalec.
(Granville insegna Economia Internazionale e Politica economica alla School of Business and Management della Queen Mary University di Londra. Henkel è professore di international management alla University of Mannheim ed ex presidente della Federation of German Industries.  Kawalec è chief executive officer di Capital Strategy ed ex vice vice ministro delle finanze in Polonia. Tutti e tre sono firmatari del Manifesto di Solidarietà Europea, European Solidarity Manifesto, insieme a Bagnai, Sapir, Borghi e altri).

L’articolo è esemplare, per chiarezza e capacità di sintesi.
L’iniziale richiamo alle cause strutturali per cui l’euro, anziché agevolare il sognato processo di convergenza, ha esasperato gli squilibri delle economie che ne fanno parte, sarebbe superfluo se solo l’informazione ufficiale si fosse preoccupata di divulgare in questi anni anche versioni meno strumentali delle cause della crisi. La buona notizia è che queste analisi cominciano a essere non più occultabili, e superando lo spazio circoscritto del web iniziano con qualche reticenza a essere riportate anche dai grandi media.

Un esempio lo abbiamo avuto su Rai1 il 22 maggio a Porta a Porta, quando perfino Mario Monti riferendosi alla drammatica situazione dell’Italia  ha dovuto incredibilmente ammettere che “Abbiamo cominciato a ridurci in questa situazione nel giorno in cui è nato l’euro” (qui il link al video, dal minuto 16 in poi). Ovviamente ha fatto seguire poi tutta una serie di considerazioni pro domo euro a giustificazione di questo dato di fatto, ma è il dato di fatto è quello e nemmeno lui – il signore per il quale proprio la Grecia era la dimostrazione del grande successo dell’euro, può più negarlo.
Un altro esempio confortante è l’intervista di Amartya Sen al Corriere della Sera, ripubblicato su Micromega On Line, dove l’economista-filosofo censura senza appello l’esperimento euro, sia dal punto di vista economico che politico (” Mi preoccupa molto di più quello che succede in Europa, l’effetto della moneta unica. Era nata con lo scopo di unire il continente, ha finito per dividerlo“). Che il giornale diretto dall’eurolatra Ferruccio Bortoli pubblichi critiche così inequivocabili è un segno del maturare dei tempi, almeno così verrebbe da sperare.

Nel seguito del post, gli autori spiegano le ragioni per cui le possibili misure  di correzione degli squilibri (che rimarrebbero comunque correzioni, non soluzioni) sono difficilmente realizzabili (cfr anche Jacques Sapir nel suo post “Le coût du fédéralisme dans la zone Euro“); e sostengono l’opinione,  a mio avviso pertinente, che l’abbandono dell’euro è l’unico modo per salvare l’Europa. Uno scioglimento condiviso, infatti, oltre a permettere di minimizzare gli inevitabili traumi economici, lascerebbe lo spazio politico per una ricostruzione più coerente con il modello che ci era stato raccontato; mentre un’uscita disordinata, quale probabilmente finirà per accadere a meno di un sovvertimento radicale che al momento non è all’orizzonte, lascerebbe sul campo macerie di rancore e divisioni a partire dalle quali un nuovo inizio sarebbe molto più difficile.

 

L’unico appunto che mi sento di muovere all’articolo, è la focalizzazione su uno solo dei due problemi europei, quello tecnico, e non accenna al secondo – altrettanto grave: quello politico dell’assenza di democrazia nella governance europea. E’ vero che da economisti, con i vincoli di spazio che un qualunque articolo pone, è normale che abbiano privilegiato il profilo tecnico; tuttavia vale sempre la pena ricordare che i due aspetti sono intimamente legati, e che non avremo risolto un bel niente se pensiamo che sarà sufficiente risolverne almeno uno.

Nella seconda parte, che seguirà a breve, gli autori spiegano perché ritengono che dovrebbe essere la Francia a promuovere questa strategia.

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Voci dall’Estero –  Salviamo l’Europa: sciogliamo l’euro. Di Granville, Henkel, Kawalec. Prima parte.

Alla vigilia della guerra civile americana, Abraham Lincoln pronunciò la famosa frase “una casa divisa non può stare in piedi.” Oggi, l’Unione Europea – impegnata da decenni alla ricerca di un’ “unione sempre più stretta” – deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere letta al contrario. Affinché l’UE possa sopravvivere, l’euro si deve sciogliere.

Tra il trattato di Roma del 1957 e l’Atto unico europeo, del 1986, i governi europei hanno portato avanti la più grande rivoluzione pacifica che il continente abbia mai visto nella sua lunga e travagliata storia. La creazione di una moneta unica europea avrebbe dovuto basarsi su questo notevole successo. Era supposta essere il successivo fondamentale passo verso una maggiore unità e prosperità. La crisi economica nell’Europa meridionale mostra che invece il regime dell’euro, almeno nella sua forma attuale, è  diventato una minaccia mortale per entrambi questi obiettivi.

Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro sono intrappolati nella recessione e non possono riconquistare la competitività svalutando le loro monete. Le economie del nord della zona euro hanno dovuto partecipare a ripetuti salvataggi mettendo da parte ogni principio di finanza prudente. Un circolo vizioso di risentimento e populismo a sud e un rafforzamento del nazionalismo a nord stanno lacerando l’unione.

E la crisi non è ancora finita. La Francia, la seconda economia più grande d’Europa, sta sprofondando in una grave crisi economica. Come i paesi del sud, deve riguadagnare competitività, ma come loro, essendo parte del sistema dell’euro, manca dello strumento necessario. A causa delle sue dimensioni e per il ruolo guida che ha avuto nell’evoluzione dell’UE, la Francia, come sosteniamo nella parte 2 di questo articolo, sarà fondamentale per spezzare il circolo vizioso.

Gap di Competitività
Prima, però, che cosa è andato storto? La moneta unica europea si supponeva dovesse facilitare il funzionamento dell’economia europea. Con la fissazione del tasso di cambio nominale e l’eliminazione del rischio di cambio, l’euro avrebbe dovuto realizzare la convergenza tra le economie più forti e quelle più deboli dell’eurozona – il cosiddetto centro e periferia. Il capitale sarebbe fluito dai paesi in surplus nei conti con l’estero  verso i paesi nella necessità di prendere in prestito, aumentando la produttività e la crescita.
La realtà è stata diversa. La moneta unica ha fissato – anzi, ha peggiorato – il divario di competitività causato dalle differenze nei tassi di inflazione e nei costi unitari del lavoro. Gli squilibri esteri sono cresciuti. Nel 1999-2011, i costi unitari del lavoro (le retribuzioni per unità di prodotto) in Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sono aumentati rispetto alla Germania dal 19 al 26 per cento.
Nei paesi meno competitivi, questo ha prodotto dei deficit delle partite correnti dal 2 al 10 per cento del prodotto interno lordo nel 2010, e un avanzo delle partite correnti in Germania del 6 per cento del PIL. Avendo escluso la possibilità di svalutare, questi squilibri possono essere affrontati solo in due modi – o con la “svalutazione interna” o attraverso trasferimenti transfrontalieri.
Svalutazione interna significa che i paesi in deficit cercano di riguadagnare competitività attraverso la riduzione della spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale, che sperano possa abbassare i prezzi e i salari in crescita. L’effetto a breve termine sarà quello di indebolire la domanda interna.
A meno che non vi sia una compensazione derivante dall’aumento della domanda estera – con i paesi in surplus, in particolare la Germania, che intraprendono una politica di stimolo che aumenti un po’ l’inflazione – un’ austerità di questo tipo metterà a repentaglio la crescita economica e, quindi, le finanze pubbliche dei paesi in deficit. Tuttavia, non vi è alcuna prospettiva che la Germania – insieme agli altri paesi economicamente simili nella zona nord dell’euro – possa accettare di attuare un tale stimolo, in quanto ciò sarebbe in contrasto con la sua cultura politica ed economica. Ciò farà aumentare i dubbi sulla sostenibilità finanziaria del debito pubblico dei paesi in deficit e sulla sostenibilità politica delle loro politiche di svalutazione interna.

L’ esempio della Lettonia

La Lettonia e l’Islanda dimostrano come possono essere pesanti i costi economici e sociali della svalutazione interna, rispetto ai costi di una svalutazione esterna, o del cambio. Dal 2008 al 2010, il PIL in Islanda è diminuito solo della metà (svalutazione esterna) di quanto è diminuito in Lettonia (svalutazione interna).
L’occupazione è scesa del 5 per cento in Islanda contro il 17 per cento in Lettonia. I sostenitori dell’euro possono anche dire che la svalutazione interna sta cominciando a funzionare – nei paesi in crisi dell’eurozona come la Grecia i salari reali hanno iniziato a diminuire rapidamente e le riforme strutturali hanno cominciato ad aumentare la produttività. Tuttavia, non è chiaro se la tolleranza politica della Lettonia per il collasso della produzione, dell’occupazione e dei redditi può essere riprodotta anche altrove.
L’alternativa principale sono i trasferimenti. I paesi in deficit possono attutire la loro contrazione con dei trasferimenti dai paesi in surplus, invece che con la svalutazione interna. Il problema è che tali trasferimenti non saranno più indolori.
Prima del 2008, essi hanno assunto la forma di prestiti privati transfrontalieri ai governi e alle banche, che in molti casi hanno preso in prestito i soldi offrendo immobili come garanzia. Da quando nel 2008 è scoppiata la bolla del credito, questi flussi finanziari privati sono stati sostituiti da trasferimenti dai bilanci statali, che hanno fatto lievitare i deficit di bilancio e le passività implicite dei Paesi periferici nel sistema dei pagamenti della Banca Centrale Europea (noto come Target2). Senza i trasferimenti dalla Germania e dagli altri paesi del nord, la posizione fiscale di molte economie non competitive della zona euro è diventata insostenibile.
Tali trasferimenti proverranno dal denaro dei contribuenti – fornito sia direttamente attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità, sia  indirettamente attraverso le banche dei paesi creditori. (Nel caso che le banche creditrici dovessero accettare qualche forma di ristrutturazione del debito sovrano, le banche dovranno essere ricapitalizzate con denaro fornito dai contribuenti nei paesi di origine).
Questa prospettiva è dinamite politica. Quindi tali trasferimenti sono subordinati a una rigorosa disciplina di bilancio e alle riforme strutturali. Nonostante le rigide condizionalità, i contribuenti / elettori nei paesi creditori come la Germania potrebbero non adattarsi mai all’idea, creando il rischio di una reazione anti-europea. Una reazione del genere diventerebbe una certezza nel caso fin troppo probabile che le regole venissero trasgredite o messe da parte.

Stampare Moneta
Molti governi dei paesi debitori preferirebbero avere dei trasferimenti sotto forma di denaro stampato dalla BCE – con minori, eventuali, limiti. I funzionari francesi l’hanno detto esplicitamente. Ma il meglio che possono sperare sono gli acquisti di titoli di Stato a breve termine da parte della BCE (note come Outright Monetary Transactions, OMT). Se dovessero essere attuati, questi saranno soggetti alle stesse rigide condizioni fiscali applicate ai trasferimenti dal MES.
Quindi, le prospettive per i Paesi debitori della zona euro sono di un inasprimento fiscale implacabile e di anni di domanda carente. Ciò si tradurrà in una contrazione o, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione della produzione e degli standard di vita. Nel frattempo, sta crescendo il sentimento anti-UE e in particolare anti-tedesco  – come dimostrano le scene per le strade di Nicosia dopo la crisi di Cipro.
Gli Stati Uniti d’Europa potrebbero salvare la situazione? Alcuni tra i primi fautori dell’euro hanno riconosciuto alla fine degli anni ’90 che il progetto comportava che “l’economia doveva guidare la politica.” Essi vedevano la moneta unica come un modo per mettere il continente su un percorso irreversibile verso una piena unione politica – un obiettivo che gli elettori europei avrebbero rifiutato se gli fosse stato chiesto in maniera diretta.
Una maggiore mobilità del lavoro potrebbe essere uno degli elementi di questa unione. Si potrebbero immaginare le popolazioni dei paesi depressi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia, emigrare verso i paesi ricchi come la Germania e la Finlandia. In questo scenario, interi paesi potrebbero finire per somigliare a delle spopolate regioni rurali – come quelle regioni della Francia, negli anni del dopoguerra, che i giovani ben istruiti abbandonavano in massa spostandosi verso le città e lasciando dietro di sé una popolazione invecchiata, pesantemente dipendente dalle assicurazioni sociali. Le barriere linguistiche e culturali rendono comunque improbabile questa forma di aggiustamento economico.
Invece, gli appassionati dell’euro puntano le loro speranze su una unione fiscale. I trasferimenti dovrebbero prendere il posto delle migrazioni – e un nuovo quadro di responsabilità politica dovrebbe prevenire gli abusi (il cosiddetto problema del free-rider) e gestire le tensioni. Purtroppo, anche se questo sarebbe possibile, le divergenze di competitività rimarrebbero.
Consideriamo i casi della Germania Orientale e del Sud Italia. Nella riunificazione tedesca del 1990, i salari della ex Germania orientale sono stati convertiti in marchi tedeschi 1-a-1, abbattendo in un colpo solo la competitività della Germania orientale.

Trasferimenti tedeschi
In ciascuno degli anni seguenti la riunificazione, la Germania orientale ha ricevuto trasferimenti per il 4 per cento del PIL tedesco. Eppure la convergenza non c’è stata – persone giovani e istruite continuano a migrare verso la Germania occidentale. Nemmeno nel Sud Italia c’è stata convergenza, nonostante decenni di trasferimenti. La disoccupazione è il doppio di quella del Nord Italia, e il PIL privato pro capite è meno della metà.
E poi c’è la politica. I paesi non competitivi dell’eurozona non possono sperare di ricevere trasferimenti del valore del 25 per cento del loro PIL ogni anno, come la Germania orientale, o anche del 16 per cento del PIL, come nel sud Italia.
Qualcosa deve cedere – e dovrà essere il sistema dell’euro. Per preservare l’Unione europea, l’Unione monetaria deve essere smantellata. Il parallelo storico fin troppo rilevante è la difesa del gold standard nel periodo tra le due guerre, che arrivò quasi a distruggere la democrazia in tutto il mondo.

Un solo paese può plausibilmente prendere l’iniziativa a favore di una divisione controllata del sistema dell’euro per mezzo di un’uscita comune e concordata dei paesi più competitivi. Questo paese è la Francia. Ancora una volta, come avremo modo di spiegare nella parte 2, il destino dell’Europa è nelle mani delle élite francesi. In linea con le sue migliori tradizioni politiche della fraternité, la Francia dovrebbe promuovere una nuova strategia nel segno non del nazionalismo, ma di una solidarietà europea.
Una divisione del sistema dell’euro sarebbe nel migliore interesse sia della Francia che dell’Europa, perché accelerebbe il ritorno alla crescita economica dell’UE – l’unica sicura garanzia di stabilità e unità europea.

(Seconda parte a seguire)

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Informazioni su Mauro Poggi

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7 risposte a Uscire dall’euro per salvare l’Europa (I)

  1. Gabriella Giudici ha detto:

    Sono rimasta colpita nel vedere le firme di Bagnai (ma ancor più di Sapir) accanto a quelle di Granville e Kawalec (che seguono alla seconda parte, decisamente più esplicita della prima http://vocidallestero.blogspot.it/2013/05/la-francia-deve-farsi-carico-dello.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+VociDallestero+%28Voci+dall%27estero%29&utm_content=Google+International).

    E’ evidente l’esigenza tattica di federare forze antieuro, e a Bagnai riconosco un certo patriottismo, ma lo spirito di questo documento, dunque l’exit stragit dall’euro, mi sembrano tutt’altro che sottoscrivibili.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Bagnai ha pubblicato ieri sul suo blog la traduzione del manifesto:
      http://goofynomics.blogspot.it/2013/05/manifesto-di-solidarieta-europea.html?utm_source=feedly
      Nel commentarlo, precisa che “Non è il mio manifesto, […] è il manifesto proposto da un gruppo di economisti col quale sono entrato in contatto a novembre, e con i quali ritengo valga la pena di confrontarsi e di mediare”. Un confronto e una mediazione che ritiene possibile perché si tratta di ” … una proposta operativa che è l’unica sensata allo stato attuale e che è proposta da persone di elevatissimo livello scientifico, che hanno rivestito posizioni di responsabilità, che sanno di cosa parlano (cosa rara da queste parti), [con le quali quindi] mi sento di potere e dover giungere a un compromesso e a un dialogo, di dover avere un atteggiamento di ascolto”.
      Se ho capito bene, in questo entra anche l’esigenza tattica di rompere il muro di gomma della disinformazione e uscire dal ghetto mediatico in cui è relegato il dibattito qui in Italia, cercando di fare “massa critica” attraverso alleanze sovranazionali di prestigio, visto che a livello nazionale gli economisti non schierati con mainstream europeista si contano sulle dita di una mano.
      Il manifesto lascia perplesso anche me.
      Per esempio, l’affermazione d’esordio ” Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno” è troppo celebrativa se non corretta da opportune puntualizzazioni; lì dove dice che “si chiede ai paesi settentrionali di mettere a rischio i benefici delle proprie politiche finanziarie prudenziali”, omette poi di precisare che tali politiche sono state realizzate senza il necessario coordinamento (come prevederebbero i trattati) e quindi a scapito dei paesi meridionali; oppure la mancanza di un qualunque accenno all’assetto democratico dell’Europa (un punto su cui Bagnai non ha mai lesinato critiche feroci); o ancora il problema della Banca centrale e della sovranità monetaria. L’auspicio di uno scioglimento dell’Eurozona tramite l’uscita dei paesi ‘core’ sarebbe una soluzione dagli indubbi vantaggi, specie per i paesi periferici, ma dubito che la Germania sarebbe pronta a seguirlo… In sintesi, trovo che sia un documento più che altro evasivo; il che, conoscendo le idiosincrasie di Bagnai, rende la sua adesione ancor più sorprendente e quindi da seguire con attenzione.
      A cosa essa possa preludere, del resto, lo sapremo abbastanza presto. Il 15 giugno ci sarà a Parigi la presentazione/dibattito del manifesto e Bagnai vi prenderà parte. Suppongo che l’esito di quell’evento determinerà i successivi orientamenti del professore.
      Sul blog di Sapir invece non ho trovato finora nessun accenno.
      Circa il post di Granville & C, la prima parte – come analisi tecnica del problema Eurozona – trovo che sia corretta, anche se come ho detto nell’introduzione ritengo una manchevolezza non sollevare in parallelo il problema politico della democrazia. Per la seconda parte non ne ho avuto ancora il tempo, ti farò sapere appena possibile. Nel frattempo, fammi sapere (anche via mail se credi) i tuoi motivi di riserva nei confronti del manifesto, sai che i tuoi pareri da queste parti sono tenuti in gran conto 🙂

  2. Gabriella Giudici ha detto:

    avevo letto il post di Bagnai, ma è che più lo leggo e meno lo condivido. Senza parlare dell’effetto che può fare a chi ha già sentito parlare di una critica dell’economia politica, il riferimento a “persone di elevatissimo livello scientifico” che “sanno di cosa parlano”, come se l’euro fosse un errore o il prodotto dell’ignoranza.

    Uscire dall’euro è sicuramente urgente, ma non mi tranquillizza molto l’ironia di Bagnai sull’inflazzzzione settanta volte sette quando ne parla con “persone che hanno rivestito posizioni di responsabilità” come Granville (consulente del ministero delle finanze RUSSO NEL TRIENNIO 1992-94) o Kawalec (vice ministro delle finanze POLACCO). Leggendo questo manifesto mi è venuta infatti in mente l’ammonizione di Brancaccio che ci sono diversi modi di uscire dall’euro e che farlo dalla parte sbagliata salva i capitali (esteri) ma non i redditi (perciò le credenziali dei due proponenti mi preoccupano decisamente).

    Non essendo tra quelli “che sanno di cosa parlano” resto prudente: il che non vuol dire che mi (af)fidi. Sapere di non sapere è senz’altro preferibile al sapere di sapere, evitando però il candore.

    Penso quindi che staremo insieme a vedere, Mauro, magari sperando di non dover maledire insieme agli economisti mainstream à la Monti anche quelli eterodossi 😦

  3. Gabriella Giudici ha detto:

    Parlandone con te mi è venuta voglia di rileggerlo, ecco il passo di Brancaccio a cui mi riferivo:

    “DOMANDA: Di fronte al rischio di una deflagrazione della zona euro, quale sarebbe una strategia progressiva a vantaggio degli interessi popolari da contrapporre a una strategia regressiva a difesa degli interessi proprietari?

    RISPOSTA: La storia ci dice che nel momento in cui viene a deflagrare un sistema di cambi fissi irrevocabili – e la zona euro è un sistema di questo tipo – vi sono diversi modi attraverso i quali si può uscire da esso. Semplificando al massimo, esistono modi che potremmo definire “di destra” e modi che potremmo definire “di sinistra”. Un modo di “destra” è quello di lasciare che i capitali possano liberamente fuggire dal paese, e di scaricare interamente sui salari il costo della svalutazione della moneta. Di fatto, è quello che è avvenuto in Italia dopo il tracollo dello sistema monetario europeo nel 1992. In quel periodo la svalutazione della lira si è realizzata in concomitanza di un blocco dei salari, conseguente al famigerato accordo sul costo del lavoro. In un caso del genere i lavoratori pagano interamente il prezzo della svalutazione della moneta. Il prezzo dei beni importati cresce e poiché i salari non possono recuperare l’aumento, si registra una caduta del potere d’acquisto. L’alternativa sarebbe quella di governare il processo di uscita facendo in modo che il peso non gravi interamente sui lavoratori subordinati. A questo scopo, si potrebbero recuperare i vecchi sistemi di limitazione della circolazione dei capitali e, al limite, delle merci, che sussistevano negli anni Cinquanta e che sono stati poi via via smantellati. L’attuale informatizzazione delle transazioni renderebbe oltretutto anche più facili i controlli. Sistemi di questo tipo consentirebbero di governare la svalutazione e il suo impatto sui salari. C’è poi una questione che attiene alla proprietà estera o nazionale dei capitali di un paese, a partire dai capitali bancari. Un’eventuale uscita dalla zona euro implica una svalutazione dei capitali e quindi la possibilità, per soggetti esteri, di effettuare “shopping a buon mercato”. Assecondare gli acquisti da parte di investitori esteri oppure limitarli non è una scelta indifferente per le condizioni future dei lavoratori. Nella sua ottica liberoscambista pura, ad esempio, Monti ritiene che gli investimenti esteri siano benefici per tutti. Ma l’esperienza del nostro e di altri paesi ci dice che in realtà le acquisizioni estere possono anche fare molti danni al tessuto finanziario e produttivo di un paese”. http://scienzeumanegiudici.wordpress.com/2012/06/23/emiliano-brancaccio-deglobalizzare-per-evitare-la-mezzogiornificazione-del-sud-europa/#more-10553

    Ti sembrano inclini i nostri proponenti a “deglobalizzare”, come dice Brancaccio, per uscire dalla mezzogionificazione dell’Europa?

  4. Mauro Poggi ha detto:

    Sì, ricordo l’intervista che tu avevi proposto sul tuo blog, e le opzioni che immagina per uscire “da sinistra” mi pare averle trovate accennate in diverse occasioni nei post di Bagnai e di Sapir: si tratta del resto di buon senso, anche se è vero che parlare di buon senso di questi tempi è un non senso. La vaghezza del manifesto è tale che lascia supporre dietro di sé anime diverse, ma tieni presente lo scenario previsto è quello di una dissoluzione concordata, non quello della deflagrazione analizzato da Brancaccio. (Personalmente credo più a questa possibilità che a quella, sono pessimista).
    Come tu dici: staremo a vedere; e come ho detto sopra: credo che lo vedremo abbastanza in fretta. Stando a quanto hanno scritto finora sia Bagnai che Sapir la momentanea sospensione del giudizio è dovuta, nella speranza di non essere obbligati a raddoppiare le nostre quotidiane dosi di maledizione. 😦

  5. bellezacorazon ha detto:

    Mi piace scrivere e voi a leggere. se non si può entrare nel mio sito, mi chiedono e io ti do passo, è privata. saluti

  6. Pingback: Uscire dall’euro per salvare l’Europa (II) « Mauro Poggi

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