L’ideologia dell’austerità e il foglio Excell

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Nel 2010 Carmen Reinhart and Kenneth Rogoff, due rinomati economisti, il secondo dei quali ex capo economista del FMI, hanno pubblicato uno  studio, divenuto famoso, sul rapporto fra debito pubblico e crescita economica di un paese.
Nel sommario gli autori precisavano che la loro analisi era basata su dati di 44 nazioni in un arco temporale di 200 anni; comprendeva 3700 osservazioni annuali riferite ad un’ampia casistica di sistemi politici, istituzioni, tassi di cambio, circostanze storiche. Le conclusioni erano che quando il rapporto debito/PIL supera la soglia del 90%, il tasso di crescita mediano scende di un punto, e quello medio scende ancora più considerevolmente.
In pratica, si trattava della prova provata di quanto esiziale sia il debito pubblico e quanto sacrosanta sia la dottrina dell’austerità imposta dalla Troika ai paesi dissoluti della periferia europea.

In un contro-studio di alcuni giorni fa tre economisti hanno dimostrato non solo che il paper aveva omesso di considerare alcuni dati tutt’altro che trascurabili, ma che in uno dei fogli Excell utilizzati l’algoritmo di elaborazione era sbagliato e comportava errori significativi. Dovutamente rettificato, appare che i paesi aventi un rapporto Debito/PIL del 90% e più hanno avuto storicamente una crescita del +2,2% anziché quella affermata da R&R del -0,1% (Herndon, Ash, Pollin: « Does high public debt consistently stifle economic growth ? A critique of Reinhart et Rogoff », Political Economy Research Institute, 15 avril 2013, University of Massachusetts Amherst, Boston).

Jacques Sapir ne parla nel suo blog in un post intitolato “Ad un passo dal baratro“, puntando il dito contro una politica economica le cui radici culturali, che si vorrebbero far passare per tecniche, sono essenzialmente ideologiche e di interessi nazionalistici.
Lo riassumo liberamente qui di seguito. Parentesi quadri e grassetto sono miei:

Il dibattito sulla politica economica  continua a scontrarsi con l’immaginario dei dirigenti politici, profondamente condizionati dal principio dell’austerità. Ma questo principio, dato per irrefutabile, dietro l’apparente autorevolezza accademica si nasconde precise scelte ideologiche.

La disoccupazione in Europa ha raggiunto il 12% della popolazione attiva, con punte del 25% in Spagna e Grecia. L’economia continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e ormai i consumi sprofondano anche in Francia. Se i consumi francesi continueranno a subire la stessa contrazione registrata in gennaio, le conseguenze saranno pesanti tanto in Francia quanto nei paesi vicini, primi fra tutti Italia e Spagna.
L’inarrestabile deterioramento della situazione economica dovrebbe mettere in discussione le misure di austerità fin qui adottate, ma la volontà tedesca di continuare su questa strada è evidente e ribadita. Un accanimento giustificato da precisi interessi.
La Zona euro rapporta alla Germania utili pari a 3 punti di PIL all’anno, sia attraverso il surplus commerciale, realizzato per il 60% all’interno dell’aerea, sia per l’indotto derivante dalle esportazioni. Si capisce perché in queste condizioni essa è favorevole all’Eurozona.
Ma se Berlino ne volesse il corretto funzionamento, dovrebbe accettare il passaggio a un federalismo fiscale e a un’Unione di trasferimento. Si tratta di una necessità che gli economisti conoscono bene, e non solo loro: Vladimir Putin, nell’ottobre 2012, durante il convegno del “Club Valdai”, aveva sottolineato che un’unione monetaria fra paesi così eterogenei non poteva funzionare senza un potente federalismo fiscale.

Il problema è che la Germania dovrebbe trasferire una parte considerevole della propria ricchezza agli altri paesi. Solo che per Spagna, Grecia, Italia e Portogallo, i trasferimenti necessari sarebbero intorno ai 245-260 mld di euro, qualcosa come 8-10 punti di PIL tedesco, e questo per almeno 10 anni. Cifre di questa entità sono assolutamente esorbitanti: la Germania non potrebbe pagarle senza pregiudicare il proprio modello economico e distruggere il proprio sistema previdenziale.
Ecco perché essa ha sempre rifiutato un’Unione di trasferimento. Alla fine il problema non è politico (quello che la Germania vuole o non vuole pagare) ma economico (quella che la Germania può o non può permettersi). Un prelievo dell’8-10% non sarebbe economicamente tollerabile a prescindere dalla peraltro mancante volontà politica [e questo lascia poco spazio alle speculazioni di chi immagina che i tedeschi potranno essere prima o poi politicamente convinti ad accettare questa condizione].

La Germania manifesta già ora reticenze importanti sull’Unione bancaria, accettata controvoglia l’autunno scorso. Ha dichiarato che per attuarla bisognerebbe modificare i trattati esistenti, ma tutti sanno quanto tempo comporterebbe l’iter relativo. In pratica, la Germania posticipa al 2015, e più verosimilmente al 2016, l’entrata in vigore di un’Unione bancaria di cui ha già largamente limitato la portata sollevando pretesti di “costituzionalità” (la signora Merkel ha qualche buon motivo per assicurarsi della perfetta legalità degli accordi, sentendosi minacciata dal nuovo partito euroscettico “Alternativa per la Germania“, a cui i sondaggi accreditano un 24% delle intenzioni di voto).


In queste condizioni, è comprensibile che essa scelga di difendere la politica di austerità per l’Eurozona, a dispetto delle catastrofiche conseguenze economiche e sociali. Da qui a immaginare che la Germania voglia espellere i paesi periferici, il passo è breve. Semplicemente, non può pagare per loro. Da questo punto di vista, supporre un “programma segreto” della Merkel per mantener a tutti i costi questi paesi nell’Eurozona è una sontuosa asineria di cui solo certi politici sono capaci.

Ma esiste anche una dimensione ideologica, che si pretende “fondata” sulla teoria economica.
L’antifona che il peso del debito compromette la crescita e che solo una politica di austerità è in grado di risolvere il problema, fa parte di quelle apparenti evidenze di cui la “saggezza delle nazioni” è piena (cfr: gestione dello Stato analoga alla gestione familiare).
Questa sedicente evidenza aveva trovato giustificazione nello studio di Reinhart e Rogoff, le cui conclusioni erano che al di sopra del 90% sul PIL l’impatto del debito pubblico sulla crescita diventa molto negativo, e quindi, oltre tale soglia, sono necessarie politiche di austerità per ridimensionarlo.
A dispetto di tutta una serie di studi che indicano proprio nell’austerità il drammatico ostacolo allo sviluppo economico, i partigiani del rigore a oltranza affermano che, quali che siano le conseguenze, l’imperativo della riduzione del debito rimane prioritario se si vuole conseguire una crescita stabile. E’ quello che hanno sostenuto precisamente François Hollande e il suo Primo Ministro Jean-Marc Ayrault.

Senonché lo studio di R&R conteneva considerevoli errori, che altri tre economisti hanno scoperto.
Prima di tutto, nella costruzione del campione statistico che doveva coprire il periodo 1946-2009 certi anni sono stati arbitrariamente esclusi.  Tre paesi importanti sono così rimasti fuori per gli anni dell’immediato dopoguerra – Canada, Australia e Nuova Zelanda. Tre paesi, guarda caso, per i quali si riscontra un rapporto debito/PIL elevato concomitante a un elevato tasso di crescita. Inoltre, i due autori ponderano i dati in maniera tale che, curiosamente, nel risultato è minimizzata la componente di quei paesi che mostrano un importante debito pubblico e una forte crescita alla stesso tempo.
Infine, la replica dell’elaborazione dei dati originali dimostra l’esistenza di un errore non trascurabile nel foglio di calcolo Excell utilizzato da R&R.
La differenza fra la valutazione di R&R e quella corretta è di ben 2,3 punti (una crescita di 2,2% anziché -0,1%).

L’errore riscontrato sul foglio di calcolo è certamente quello che ha dato adito al maggior numero di commenti, ma si tratta in realtà dell’aspetto meno importante. Quello che è grave è l’omissione di certi dati e l’uso di sistemi ponderali impropri, perché indicano ben più seriamente che R&R hanno manipolato i loro dati per ottenere risultati conformi alla loro ideologia. E’ questo che getta una pesante ombra di dubbio sui metodi di certi economisti e sull’attendibilità della gente che li segue.

Tutti i paesi, uno dopo l’altro, si sono lanciati nelle politiche suicide della svalutazione interna, equivalenti alle politiche di deflazione degli anni trenta che portarono Hitler al potere. Disoccupazione e rigore devastano le società; ma non solo: le politiche di austerità stanno contrapponendo i paesi gli uni agli altri. Il paradosso è totale. L’Unione europea, presentata come un fattore di pace tra i popoli, aggrava di fatto i conflitti e risveglia rancori sopiti.

Nel caso della Francia [ma la descrizione del ciclo e applicabile a qualunque altra realtà] le conseguenze dell’austerità sono chiare. Se si vuole ridurre il costo lavoro per tentare di recuperare la competitività senza [non potendolo fare] svalutare, è chiaro che occorrerà ridurre i salari e le prestazioni sociali. Ma allora saranno i consumi a sprofondare, e ciò si ripercuoterà sulla crescita. Il risultato sarà un aumento importante della disoccupazione. Se vogliamo abbassare i nostri costi del 20% bisognerà aumentarla probabilmente al 15%, ma nell’Eurozona Spagna e Italia sono già in competizione con la Francia, per cui bisognerà fare meglio di loro, ossia raggiungere non il 15% ma il 20% di disoccupazione… Quale politico se ne assumerà la responsabilità? Quali le conseguenze politiche?

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Informazioni su Mauro Poggi

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