Sapir: L’Europa dopo la crisi cipriota

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Jacques Sapir anticipa sul suo blog un’intervista che verrà pubblicata questa settimana dal settimanale greco di sinistra “Epohi”. Argomento: L’Europa dopo Cipro, un’analisi sull’Eurozona e sulla leadership tedesca quali appaiono in prospettiva dopo la soluzione imposta per la crisi cipriota.
Vale la pensa darne un ampio riassunto per l’interesse dei temi trattati [miei i grassetti e le parentesi quadre].

Dopo Cipro dove va l’Eurozona?
Con la crisi cipriota è saltato il tabù dell’intangibilità dei conti bancari. Il salto di qualità nella gestione della crisi, che prefigura di fatto la fine della zona Euro, ha due ragioni:
1) Se è comprensibile che gli azionisti partecipino al salvataggio di una banca, toccare i depositanti è controproducente, a causa del possibile panico e conseguente bank run. Ciò che è l’essenza stessa dell’attività bancaria – il rapporto di fiducia fra banca e cliente – viene meno e l’effetto rischia di contagiare gli altri paesi periferici.
2) Non si tratta di un episodio minore legato ai problemi di un minuscolo paese (Cipro rappresenta solo lo 0,2% del PIL della zona euro), ma di un vero e proprio cambio di regime. L’economista Paul De Grauwe [vedi nota] riconosce che la speranza di un rapido accordo per la mutualizzazione dei debiti si è frantumato contro il diniego tedesco.

Sarà la Germania a lasciare per prima l’Euro?
La Germania ricava dall’esistenza dell’Eurozona un profitto stimato intorno al 3% del suo PIL (75 mdl), e vi realizza più del 60% del suo avanzo commerciale. Perché l’euro sopravviva occorrerebbe un’evoluzione verso federalismo europeo, ma chi sostiene questa soluzione non ha mai calcolato né quanto né chi ne dovrebbe pagarne i costi: si tratta di trasferire dai 325 ai 350 euro/anno per un periodo di almeno 10 anni, in massima parte a carico della Germania che dovrebbe sborsare annualmente un importo pari all’8-10% del proprio PIL [qui i dettagli].
La Germania dovrebbe dunque scegliere tra la via dei trasferimenti fiscali (che ha sempre rifiutato), rinunciando a una parte considerevole della sua ricchezza nazionale, oppure l’addio all’eurozona, subendo una perdita che sarebbe comunque meno importante della prima opzione.
Per il momento sceglie di non scegliere, e impone ai paesi in difficoltà di finanziare essi stessi i loro salvataggi. E’ evidente che questo porta al peggioramento della crisi in questi paesi, che vengono a loro volta messi davanti alla scelta fra uscire dall’euro o essere definitivamente rovinati. E’ da temere che stante la vigliaccheria sia dei governi che delle opposizioni essi opteranno per l’uscita solo quando saranno rovinati del tutto.

La politica della signora Merkel, che ha profittato della crisi cipriota per affermare che non è più questione di continuare a far pagare il contribuente tedesco, sarà probabilmente continuata da qualunque altro dirigente politico tedesco che dovesse succederle, anche se con atteggiamenti che saranno formalmente meno sprezzanti e arroganti.
Finché nessuno mette in discussione il dogma dell’euro la Germania può continuare il gioco di incassare gli utili e non contribuire al funzionamento della Eurozona: una navigazione a vista che impone un’austerità sempre più severa.
Per la Germania, ogni mese che passa comporta un beneficio netto di 12 miliardi. Un ulteriore vantaggio, poi, lo ricava dalla disoccupazione dei paesi periferici: per far fronte ai suoi problemi demografici essa “importa” giovani diplomati di cui non ha sopportato il costo di formazione, privando quei paesi delle future élites e spingendoli ulteriormente nella crisi.
Perché la Germania invece di importare questi lavoratori non delocalizza alcune delle sue produzioni in paesi come Spagna o Grecia? Perché in questo modo non solo ottiene un aumento meccanico del proprio PIL, ma anche l’incremento delle contribuzioni previdenziali e fiscali pagate da questi migranti forzati; l’equivalente di un nuovo Servizio obbligatorio del Lavoro di sinistra memoria [si riferisce alle deportazioni del 1942 dei lavoratori francesi nel III Reich]. Se delocalizzasse,  dovrebbe invece investire nei paesi d’origine, a vantaggio dei quali andrebbero contributi e prelievo fiscale.
Le elites tedesche sanno che tutto ciò finirà, ma non faranno nulla per accelerare l’esito di una situazione troppo vantaggiosa per loro. ” En un sens, le refus d’une « fin abominable » par l’Allemagne condamne les autres pays à vivre une abomination sans fin“: in un certo senso, il rifiuto di una fine abominevole per la Germania condanna gli altri paesi a un abominio senza fine.

Due eurozone o disintegrazione dell’euro?
Nella sua forma attuale l’Eurozona è condannata. Una scissione in due è possibile ma molto improbabile. L’ipotesi è stata vivacemente discussa in Francia durante il 2010 e parte del 2011 [vivacemente discussa… qualcuno ne ha avuto notizia qui in Italia?], ma implica un accordo con la Germania, poco interessata a questa soluzione almeno quanto poco lo è alla dissoluzione dell’euro.
Se l’euro si disintegrasse, si verrebbe a costituire una zona marco (Germania, Olanda, Austria, Finlandia) e una zona residua con i paesi periferici. Ma l’eterogeneità di questo secondo gruppo non sarebbe minore di quella che si verifica oggi nella zona euro.
Spagna e Irlanda hanno un loro modello di sviluppo costruito sui servizi finanziari e sull’immobiliare, mentre Francia e Italia restano fedeli a un modello economico dove l’industria gioca un ruolo importante. Grecia, Cipro e Malta sono casi a parte. La Grecia fino al 2005 aveva un dinamico settore export orientato verso mercati extraeuropei , che l’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro a partire dal 2003 ha rovinato.
Una relativa omogeneità socioeconomica  esiste solo fra tre paesi: Francia, Belgio e Italia. Una moneta unica fra questi tre paesi potrebbe essere concepibile,  ma in un perimetro così ridotto e omogeneo sarebbero sufficienti degli accordi di cambio fisso [E’ il paradosso della moneta unica già osservato da Alberto Bagnai, cfr “Il Tramonto dell’Euro”: in una zona non omogenea la moneta unica è deleteria, in una zona omogenea essa non serve].
La situazione, peraltro, è in continua e rapida evoluzione. Non è detto che l’Italia, in un futuro prossimo, non cambi le proprie dinamiche economiche: la politica di austerità portata avanti da Mario Monti ha fragilizzato il tessuto industriale, che si trova in ulteriore stato di difficoltà a causa della mancanza di credito. Reciprocamente, la fragilità del sistema industriale e delle piccole e medie imprese in particolare, si ripercuote sul sistema bancario, le cui sofferenze sono dell’ordine del 12% dell’attivo, un livello comparabile a quello spagnolo.
Quindi, se il paragone fra Francia e Italia aveva un senso all’epoca del dibattito sui due euro, non è detto che lo abbia ancora oggi.

Per tutte queste considerazioni, l’esito più probabile sembra essere quello della disintegrazione dell’euro. Una soluzione che avrebbe il merito  se non altro della semplicità, laddove la politica, fra una soluzione perfetta ma complessa e una sufficiente ma di più semplice applicazione, tende sempre a privilegiare la seconda. Le conseguenze dell’uscita dall’euro, secondo le analisi del CEMI-EHESS [Centre d’Études des Modes d’Industrialisation – École des Hautes Études en Sciences Sociale, centro studi diretto da J. Sapir], mostra che non sarebbero quelle catastrofiche predette dagli àuguri europeisti, ma piuttosto consentirebbero ai Paesi periferici di recuperare le loro dinamiche economiche.
[Cfr questo post, dove tra l’altro viene calcolato il peso delle diverse valute nazionali nella composizione della valutazione dell’Euro/dollaro: in pratica, il riallineamento cui andrebbero soggette tali valute all’indomani della dissoluzione dell’unione monetaria. Secondo la tabella, ad esempio, il nuovo marco tedesco varrebbe 1,495 dollari, la nuova lira italiana ne varrebbe 0,975, la nuova dracma greca 0,650].

Esiste una politica alternativa, che consenta il progresso nell’unificazione europea senza sacrificare tutto all’euro?
L’unificazione europea urta con questa realtà di fondo: non esiste un “popolo europeo”, in particolare nel senso politico del termine “popolo”. Esistono i popoli degli stati membri, una costatazione fatta anche dalla corte costituzionale tedesca.
C’è un genuino desiderio di maggiore coordinamento, ma parte del dramma attuale deriva proprio dal fatto che si sono confuse cooperazione e unificazione, specie in ambito monetario.Ormai il tentativo di mantenere l’euro impone ai paesi del Sud sacrifici sempre più grandi in materia di disoccupazione, livello di vita, protezione sociale, e già ora questi sacrifici sono all’origine del profondo risentimento contro l’UE e  la Germania, vista – non senza ragione – come l’origine di questi sacrifici.
Oggi l’euro è il principale ostacolo alla cooperazione tra i paesi europei. Esso è’ persino diventato il principale pericolo per l’Europa.
La domanda è: si potrebbe dissolvere la zona euro senza dover affrontare turbamenti sociali e politiche peggiori? Paradossalmente la risposta che viene da Cipro è SI.

Per poter riaprire le banche il 28 marzo è stato necessario stabilire misure di controllo dei capitali estremamente rigide, che ha evitato al sistema finanziario cipriota di sprofondare. Queste stesse misure hanno creato due euro, quello cipriota di fungibilità più limitata rispetto a quello europeo. Chi ha concepito il sistema, non si è reso conto che realizzava la dimostrazione che l’abbandono dell’euro è facilmente realizzabile. Ogni discorso sull’esito catastrofico dell’uscita scompare davanti ai fatti; una volta accettato il principio del controllo dei capitali il problema dell’uscita diventa tecnicamente facile da risolvere.

E’ impressionante l’evoluzione delle istituzioni internazionali su questo principio. All’epoca della crisi finanziaria in Russia (1998), controlli del genere erano giudicati inammissibili; difenderli era la maniera più rapida per farsi scomunicare dai grandi sacerdoti della scienza economica. Ora sono ammessi persino dal FMI, e introdotti con il consenso e persino a richiesta della BCE e dell’Eurogruppo, in totale contraddizione con il trattato di Lisbona. Questa evoluzione era prevedibile, ma la crisi cipriota le ha impresso una forte accelerazione.

Se manteniamo l’euro, perdiamo ogni possibilità di opporci alle micidiali politiche di austerità  che stanno rovinando il Sud Europa. Basta guardare la storia tedesca dal 1930 al 1932 per avere un’idea di ciò che succederà. All’epoca il cancelliere Bruening, per salvare le banche tedesche, aveva applicato una drastica politica di austerità che aveva salvato le banche ma fatto balzare il tasso di disoccupazione dal 15 a più del 30%, aprendo la porta ai nazisti. Oggi il rischio principale è quello di mettere i popoli europei gli uni contro gli altri e rendere nuovamente la Germania il problema centrale delle politiche europee.

Se scegliamo di dissolvere la zona euro ritroveremo invece la strada della crescita e del progresso sociale: il coordinamento tra nazioni trova argomenti politici efficaci solamente se è al servizio di questo fine.

Sarà importante allora stabilire forme di coordinamento i fra paesi che hanno ritrovato la propria sovranità monetaria. Una coordinazione dei tassi di cambio nell’ambito delle misure di controllo dei capitali che si saranno dovute adottare tra Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Altri paesi potrebbero in seguito aggiungersi, e ciò potrebbe portare a una moneta comune per le transazioni sovra-nazionali, che verrebbe ad aggiungersi – non a sostituirsi – a quelle nazionali, e in rapporto alla quale esse svaluterebbero o rivaluterebbero per risolvere i problemi interni di competitività.

[De Grauwe: Il cambiamento di regime [nella gestione delle crisi] significa che ogni volta che si avranno dubbi sul sistema finanziario di un paese, i depositanti avranno paura di perdere i propri depositi e ci sarà una corsa al ritiro… Il problema cipriota si è risolto a prezzo di una grande instabilità nella zona euro… L’intenzione è chiara: i paesi del Nord non intendono più pagare per le crisi finanziarie altrui. Non è un regime che vuole cautelare i contribuenti in generale, ma solo quelli tedeschi. La volontà politica per l’unione bancaria evocata nel 2012, secondo la quale tutti i paesi avrebbero contribuito a salvare il paese colpito da crisi bancaria, è seppellita. Sarebbe necessario uno spirito di solidarietà che non esiste… Non è tollerabile che istituzioni tecnocratiche [ BCE] prendano decisioni politiche senza controllo politico… Si tratta di un vero problema democratico... ]

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5 risposte a Sapir: L’Europa dopo la crisi cipriota

  1. bellezacorazon ha detto:

    crises worldwide. I like to read, thanks friend

  2. sovietunit900 ha detto:

    L’Eurozona somiglia sempre di più ad una Unione Sovietica del capitalismo, in cui un’architettura fallimentare viene tenuta in piedi dalla paura della sua classe dirigente. Anche Sapir riconosce che quest’ultima, nel suo complesso, non è in grado di assumersi la responsabilità della ristrutturazione. Con ogni mese, la probabilità che il cambiamento si presenti comunque, e a quel punto sia oltre ogni speranza di controllo, è sempre più alta. Presumo che si potrebbe misurare dal numero di economisti che via via salteranno la barricata della difesa dell’Euro. Prima come tragedia, poi come farsa, eh?

  3. Leggendo l’ultima parte dell’articolo,mi sono venute in mente le notizie ascoltate su radio fr e spagnole, che mostrano un affannarsi dei governi locali ,in linea con dichiarazioni a liv EU in seguito al recente meeting di Dublino, nel trovare immediatamente misure efficaci di controllo fiscale e garanzie di trasparenza bancaria da parte di tutti i paesi, di modo da arginare (sporadiche, nn en masse!) fughe di capitali. Il seme è stato Cipro e i trasferimenti di somme da parte degli oligarchi.Immediatamente dopo, il caso Cahuzac in Francia, che potebbe essere un pretesto, toni veementi,minacce epromesse di Holland,forse si tratta di una preparazione a qualcosa di veramente grosso, come suggerisce Sapir, nn solo una svolta di moralizzazione. Che ne pensate,è fantascienza vedere un nesso, visto che finora governi e portavoce fanno ben attenzione a nn menzionare la fatidica “uscita dall Euro”?

    • Mauro Poggi ha detto:

      Non saprei dire con certezza, ma è una chiave di lettura ragionevole. La situazione è molto “liquida”, e nonostante l’immediato futuro lasci prevedere ulteriori disastri non si avvertono segnali di cambiamento delle politiche eurocomunitarie. Questo comporta, necessariamente, che chiunque con un po’ di sale in zucca al governo di un Paese si prepari al peggio per cercare di uscire al meglio da questo vicolo cieco. L’esito non è affatto scontato. Potremmo assistere alla fine dell’euro e alla rifondazione comunitaria su basi più democratiche, oppure a una sua dissoluzione, oppure all’esasperazione delle derive anti-democratiche e anti-sociali nel tentativo di mantenere in vita l’attuale sistema totalitario.

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