Cipro, antologia minima

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Mi sono preso la briga di riassumere qui alcuni dei numerosi giudizi in cui mi sono imbattuto sulla gestione della crisi cipriota, nessuno dei quali si esprime in maniera lusinghiera sugli attori che vi hanno preso parte: Eurogruppo e BCE prima di tutti.

Non voglio dire con questo che non vi siano stati plausi. Sicuramente saranno innumerevoli gli articoli in lode dell’assennatezza dei provvedimenti e del modo con cui sono stati adottati, ma evidentemente essi non compaiono nel circuito informativo che frequento. La rete, proprio per essere possibilità di consultazione infinita, impone limiti a cui attenersi se non ci si vuole (dis)perdere. I rischi impliciti sono quelli dell’auto-referenzialità, vale a dire bazzicare i luoghi più in sintonia con le nostre opinioni per averne gradevole conferma. Un po’ come chi compra ogni giorno lo stesso quotidiano, sul quale troverà notizie interpretate secondo un punto di vista che gli appartiene.
Basta saperlo, e concedersi ogni tanto scappatelle in territori più ostili.
Fatta questa inutile premessa, e con l’avvertenza che gli autori qui citati esprimono comunque orientamenti europeisti differenti, ecco i riassunti.

Guntram Wolff in un articolo su Bruegel.org del 23 marzo (segnalato da The Soviet Union) si chiede se la goffa gestione della crisi di Cipro comporterà la fine del Target 2.Portrait of Guntram B. Wolff
Egli pensa che quello della tassazione dei depositi, ancorché mitigato rispetto al progetto iniziale,  è un provvedimento molto grave, e le restrizioni alla circolazione dei capitali, imposte da Cipro sotto l’egida della BCE e delle istituzioni europee, l’errore più nefasto.
Infatti, venendo meno uno dei dogmi portanti della costruzione europea, quello della libera circolazione dei capitali, di fatto si vengono a creare due valute (un punto ricorrente in tutte le analisi):

La più importante caratteristica di un’unione monetaria è la possibilità di trasferire senza restrizioni il denaro da ogni banca a ogni banca all’interno della zona Euro. Se questa possibilità è limitata, il valore de un euro nelle banche cipriote diventa significativamente inferiore a quello di qualunque altro euro nelle altre banche dell’eurozona. Appoggiando questa misura, la BCE ha di fatto introdotto una nuova valuta a Cipro“.

A questo punto è chiaro che all’apertura delle banche cipriote ci sarà una bank run per spedire il loro denaro altrove, com’è loro diritto, e la conseguenza sarà che le banche cipriote non potranno più contare sui depositi per finanziarsi. Teoricamente in tali situazioni, se  la banca in difficoltà è ritenuta  solvente,  l’Eurosistema sarebbe tenuto a fornire liquidità contro opportune garanzie.
Ma aderendo alla restrizioni sui movimenti dei capitali, la BCE viene meno alla sua responsabilità di fornitore di ultima istanza di liquidità al sistema bancario. Inoltre viene meno al trattato, che proibisce i controlli di capitale dentro l’unione monetaria. Secondo Guntram Wolff l’eurosistema dovrebbe invece fornire liquidità per rimpiazzare il denaro in uscita [tramite i fondi ELA, Emergency Liquidity Assistance], fintanto che le garanzie fossero adeguate (con un abbassamento degli standards per evitare che esse diventino troppo rapidamente insufficienti).
Con l’introduzione a Cipro del controllo dei capitali, l’Unione monetaria si è imbarcata in un processo  che può severamente mettere in discussione il mercato unico. Il riconoscimento di fatto che l’euro cipriota ha un valore differente rispetto all’euro di Francoforte, dimostra che la BCE è pronta a considerare impliciti limiti al funzionamento del Target 2.

Yanis Varoufakis, in un suo post del 25 marzo vede nella vicenda aspetti sia buoni (pochi) che cattivi (tanti). Quelli buoni vengono liquidati in poche righe, riassunti sostanzialmente nella ripensamento circa la tassabilità dei depositi, che originariamente doveva colpire anche quelli sotto la soglia garantita dei 100 mila euro.

Sugli aspetti cattivi, suscettibili di provocare sull’intera Eurozona ripercussioni”eccezionalmente brutte” l’analisi è un po’ più estesa.
Intanto c’è la preoccupazione sulle condizionalità dell’accordo. Non è difficile immaginare, dati i trascorsi della Troika, che esse consisteranno in un pacchetto di misure di austerità le cui conseguenze, in un’economia già collassata, finiranno col pesare sulla fascia più debole della popolazione. Il dileguarsi dei capitali esteri avrà effetti devastanti non solo sul settore bancario, ma su gli indotti alberghiero e turistico [vale a dire: sul resto delle attività economiche del Paese].  Improbabile però che la troika ne tenga conto nel suo piano di consolidamento fiscale e di sostenibilità del debito.

Il controllo dei capitali inoltre creerà il fenomeno del doppio euro, con quello cipriota che non potrà più essere esportato: una parodia di unione monetaria.
Il dramma di Cipro avrà ripercussioni negative sull’intera Eurozona, che in una sola settimana è riuscita a mettere in discussione alcuni capisaldi fondamentali: la garanzia statale dei depositi (poi riconfermata, ma a danno fatto), l’integrità dell’unione monetaria, il principio del mercato unico comunitario e l’inerente libertà di circolazione dei capitali.
Ma l’aspetto peggiore, secondo Varoufakis, è la fine di ogni speranza di una genuina unione bancaria europea. La dichiarazione poi rettificata di Dijsselbloem, nuovo presidente dell’Eurogruppo e voglioso di mostrarsi prono – ancor più del suo predecessore, agli orientamenti tedeschi, è significativa. Se Cipro infatti apre la via a nuovi modelli di intervento, tali che  l’UME “… non dovrà più effettuare la ricapitalizzazione diretta” delle banche in difficoltà, il messaggio che arriva è: ognuno per sé. L’ESM, il Meccanismo europeo di stabilità, come strumento che permette la separazione fra crisi del sistema bancario e debito pubblico è ormai tramontato.
Finora i fautori dell’austerità e dell’approccio tedesco alla crisi avevano sostenuto che la stretta adesione alle ricette di Berlino e Francoforte avrebbe convinto questi ultimi che i paesi in crisi erano decisi a fare i “compiti a casa”, inducendoli a cedere sugli eurobonds, sulla logica dell’unione bancaria, per accettare infine una più grande unione politica ed economica.  Ma l’accordo di Cipro dimostra quanto illusorio fosse questo punto di vista: nonostante i paesi periferici si siano assoggettati alle misure di austerità e deregolamentazione del mercato del lavoro i poteri forti di Berlino e Francoforte  stanno abbandonando le strategie unificatrici in favore di un crescente autoritarismo, adottando discutibili politiche che spingono l’Eurozona precisamente nella direzione opposta a quella richiesta per una sostenibilità politica ed economica.

Jacques Sapir, il 27 marzo, nel suo blog osserva che con la vicenda Cipro la Germania ha realizzato una vittoria di Pirro . I tedeschi hanno ottenuto che una quota importante del salvataggio delle due banche  sia a carico non solo degli azionisti ma anche dei depositanti, ancorché solo quelli oltre i 100 mila euro, in linea con la loro tradizionale politica per cui la crisi dev’essere pagata prima di tutto da chi l’ha subita. Ma già le reazioni dei mercati alle incaute dichiarazione del presidente Eurogruppo (Cipro un modello per affrontare le altre crisi) sono state negative, né l’assicurazione successiva che Cipro è un caso unico è servita a tranquillizzarli.

En imposant leur lourde main de fer, les Allemands ont durablement compromis ce qui restait de confiance dans les systèmes bancaires de la zone Euro“: imponendo la loro pesante mano di ferro, i tedeschi hanno stabilmente compromesso ciò che restava della fiducia nei sistemi bancari dell’Eurozona.
L’imposizione di controlli per evitare la fuga di capitali, controlli teoricamente vietati nell’Unione monetaria europea, nega di fatto la moneta unica. Con il venir meno della perfettamente libera circolazione dei capitali si viene a creare un sistema a due euro, dove uno dei due – quello cipriota – avrà minor valore rispetto all’altro, stante la minore fungibilità.
L’euro  dimostra essere quindi non una moneta sovra-nazionale, ma una zona valutaria basata su 17 monete nazionali che fino a oggi venivano scambiate fra di loro a un tasso di 1:1.
Solo l’elaborazione della politica monetaria della BCE è sovranazionale, ma la sua attuazione rimane alle Banche centrali nazionali. Basterebbe poco, – una decisione politica – perché l’elaborazione della politica monetaria sia ri-nazionalizzata. Ma in questo caso le divergenze all’interno della zona euro ne provocherebbero in breve l’implosione. Ecco una delle lezioni della crisi cipriota: aver messo in chiaro uno dei possibili meccanismi di rottura dell’UME.
Secondo Sapir una parte considerevole del denaro della Cyprus Popular Bank et de la Bank of Cyprus è già stata trasferita tra il 16 e il 25/3. I trasferimenti sono stati resi possibili sia dal fatto che le filiali di queste banche sono rimaste aperte e operanti, nonostante fosse chiuse le case madri, sia sfruttando clausole di eccezione stabilite in tutta fretta dalla BCE. Si parla di un importo fra i 4 e i 10 mld. Il prelievo del 30% sui depositi oltre i cento mila euro rischia di rivelarsi insufficiente e potrebbe raggiungere perfino l’80%, ciò che equivarrebbe a una confisca dei depositi. Si potrebbe verificare allora anche la fuga dei depositi garantiti, quelli sotto la soglia dei 100 mila euro, che affonderebbe definitivamente il sistema.
Le imprese russe inoltre potrebbero attaccare Cipro sul piano del diritto internazionale, dando luogo a procedure dagli esiti lontani e incerti.
Un paese che rappresenta lo 0.2% del PIL Eurozona può costituire un tale problema solo se si ammette che è il sintomo di una situazione totalmente deteriorata: la Slovenia, che si candida alla prossima crisi del sistema bancario; la Spagna, che peggiora con l’occupazione al 27% e con gravi problemi al suo sistema bancario; l’Italia che è in procinto di affrontare nelle prossime settimane una grave crisi di liquidità delle imprese legata alla mancanza di credito.
“La méthode employée sur Chypre contient tous les ingrédients nécessaires pour paniquer les déposants espagnols et italiens. Un processus de contagion à ces deux pays signifierait l’explosion à court terme de la zone Euro. La meilleure solution reste encore, tant qu’il en est temps, de procéder de manière coordonnée à la dissolution de la monnaie unique afin de préserver des mécanismes de coordination entre les monnaies nationales retrouvées, par exemple dans le cadre d’une système de monnaie commune“:  Il metodo Cipro ha tutte le caratteristiche per scatenare il panico presso i depositanti spagnoli e italiani. Un contagio a questi due paesi significherebbe l’esplosione a breve della zona Euro. La soluzione migliore continua a essere, finché c’è tempo, l’abbandono coordinato della  moneta unica per preservare dei meccanismi di coordinamento tra le ritrovate monete nazionali, ad esempio nel quadro di un sistema monetario comune.

Concludo con l’articolo di Jakob Augstein, su SpiegelOnline International (29 marzo), che esula dall’analisi tecnica dell’accordo ma entra (pesantemente) nel merito politico e nella critica alla leadeship tedesca.
Il titolo dell’articolo, significativamente, recita: Testarda ed egocentrica – l’Europa ha ragione a dubitare della leadership tedesca.

Nella crisi finanziaria di Cipro, sostiene Augstein,  la Germania ha  dato prova del suo potere,  dimostrando però di non sapere esercitarlo correttamente. Nonostante il progetto di tassare tutti i depositi sia poi stato ritirato, e ora il fardello è destinato a cadere principalmente sulle spalle dei ricchi depositanti russi, il danno è ormai fatto e la fiducia incrinata.
Che cosa vale la parola della cancelliera tedesca, ora?
L’immagine attuale dell’Europa è la seguente: banchieri irresponsabili giocano d’azzardo con il denaro di ancor più ricchi riciclatori, e i politici aiutano entrambi a salvare se stessi il più possibile… a spese della gente comune, che non ha né le risorse né l’influenza per mettersi al sicuro.
E tutto ciò accade sotto il dominio tedesco. La cancelliera e i tedeschi  si concedono il lusso di contemplarsi l’ombelico, mentre la memoria storica viene sostanzialmente rimossa. Per la terza volta i tedeschi stanno cadendo sempre più profondamente in conflitto con i loro vicini, senza considerarne i costi. L’idea della Merkel dell’integrazione europea è che l’Europa, semplicemente, dovrebbe sottostare alla volontà politica tedesca.
Al di là della crisi specifica, sta emergendo un conflitto sull’egemonia tedesca in Europa, che benché sembri di natura economica si rivela di fatto essere di potere politico fondato sul debito.
Se la storia insegna qualcosa, è che non esiste modo migliore di giustificare relazioni fondate sulla violenza, facendole sembrare morali, che quello di re-inquadrarle nel linguaggio del debito… soprattutto perché ciò induce alla considerazione che è la vittima quella che sta facendo qualcosa di sbagliato” (David Graeber, “Debito: i primi 5000 anni”).
Chiunque ha un debito è colpevole del proprio crimine. Questa linea di pensiero lascia spazio al creditore sia per le accuse che per l’auto-commiserazione :
“Senza le garanzie della Germania non ci sarebbero salvataggi. Eppure… noi tedeschi siamo oggetto di critiche, persino di odio assoluto, fra i paesi in crisi. La cancelliera è denigrata con i baffetti di Hitler, la bandiera tedesca stracciata, e noi tedeschi siamo i cattivi da biasimare per ogni male”
(Hugo-Müller Vogg su Bild).
In realtà, sostiene Augstein, la Germania non ha solamente pagato per la crisi, ma ne ha anche approfittato, risparmiando sul costo del finanziamento del proprio debito pubblico dall’inizio della crisi (10 mld solo l’anno scorso), e incassando interessi dalle nazioni in debito. La realtà della crisi dell’euro è: i poveri di Atena stanno pagando i ricchi della Germania.
L’articolo conclude ricordando le parole del precedente presidente dell’Eurogruppo Juncker: Chi credesse che l’eterna questione di guerra e pace in Europa è stata definitivamente risolta commetterebbe un errore. I demoni non sono stati banditi, essi stanno soltanto dormendo.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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2 risposte a Cipro, antologia minima

  1. sovietunit900 ha detto:

    Grazie per la rassegna! Facendo riferimento alla tua premessa, tuttavia, credo che il problema sia (come dicono quelli veri) ‘sistemico’, su due livelli: primo, l’architettura dell’Euro, e, secondo, il modo in cui le questioni vengono presentate dai media (e lette da chi ne fruisce). In altre parole: DATO l’Euro, è probabile che, quale che fosse la strategia adottata per salvare Cipro, non sarebbe stata che parte del danno originale. Invece, le difficoltà di quella che ora abbiamo scoperto essere ‘la periferia’ sembrano saltare fuori all’improvviso, mentre sappiamo che Cipro è da anni che arranca A CAUSA del default-non-default della Grecia. Il che facilita il compito a chi tenta di passare ogni episodio come ‘un’eccezione’, e, in maniera ancor più disonesta, spiegandolo in base a caratteristiche, appunto, eccezionali: la corruzione dei greci, il debito italiano, l’ipertrofia del sistema bancario cipriota, il regime fiscale irlandese, la bolla edilizia spagnola. Nascondendo l’indizio più semplice, cioè quello che accomuna tutti i paesi in difficoltà: tutti paesi Euro, tutti con la bilancia commerciale pesantemente in negativo.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Siamo perfettamente d’accordo. Qualunque narrazione va bene pur di non prendere atto che la costruzione dell’euro, senza meccanismi automatici di compensazione, è origine sistemica del disastro, che rimane ineludibile in mancanza di meccanismi automatici di redistribuzione fiscale (peraltro impensabili in questa Europa “solidale”).
      Nel caso di Cipro l’ipertrofia bancaria è l’accusato di turno, non l’hair cut dei titoli greci in possesso del sistema bancario. In effetti, gli asset bancari sono 7,5 volte il PIL del Paese, un rapporto doppio rispetto alla media UE. Nessuno spiega però, alla luce di questo criterio, come possa sopravvivere il Lussemburgo, il cui rapporto è di 22 volte il proprio PIL…
      In questo post mi interessava evidenziare le implicazioni che i goffi interventi dell’Eurogruppo/BCE comportano per il sistema, più che la critica al sistema stesso (la cui indifendibilità diventerà ahimè a nostre spese, sempre più evidente).

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