Jacques Sapir – Europa: fine partita?

L’economista francese Jacques Sapir analizza il mancato accordo della sessione del Consiglio UE per il bilancio 2014-2020. A differenza di Monti, per il quale, allo stesso proposito, “non è importante la rapidità della decisione ma la qualità”, egli vi ravvede tre ordini di fallimento europeo: economico, politico e simbolico.
In calce il link all’articolo completo, del 25/11/2012. Di seguito mi limito a tradurre il preambolo e le considerazioni sull’ordine  simbolico del fallimento, che trovo particolarmente significative.

Jacques Sapir

A seguito del mancato accordo sulla programmazione di bilancio UE per gli anni 2014-2020, e indirettamente per il budget 2013, il processo detto di “costruzione europea” subisce un triplo scacco: economico, politico e simbolico.
La questione simbolica è certamente quella più importante. Questo mancato accordo, che ben che vada si protrarrà fino all’inizio del 2013, arriva dopo il blocco sulla questione degli aiuti alla Grecia, e dopo i negoziati estremamente duri  circa la quota di partecipazione degli Stati nel gruppo aeronautico EADS, che hanno visto il ridimensionamento delle ambizioni spaziali europee.

E’ molto significativo che questi eventi siano tutti accaduti nell’arco temporale di una settimana. Essi testimoniano l’esaurimento definitivo della UE nella sua pretesa di incarnare “l’idea europea”.

[…]

Uno scacco simbolico

I fallimenti economico e politico della settimana scorsa rivelano, beninteso, un fallimento simbolico ancora più grande.

Chi crede ancora, oggi, nell’Unione Europea?
Le analisi degli ultimi sondaggi pubblicati in giugno e novembre su questo punto danno indicazioni chiarissime. La perdita di fiducia nella capacità dell’EU di apportare alcunché di positivo alle popolazioni è massiccia. Mai l’euroscetticismo è stato così vigoroso, non solo in Gran-Bretagna ma anche in Francia e perfino in Germania.

Nell’Eurobarometro, il sondaggio realizzato in modo sistematico in tutti i paesi UE, la fiducia è scesa al 31%. Il 28% ha un’opinione “molto negativa”, e il 39% non si esprime.
Ciò che più impressiona è l’evoluzione nel tempo dei risultati. Dall’autunno 2009 alla primavera 2012, le opinioni contrarie sono passate dal 15% al 28%, mentre quelle favorevoli sono passate dal 48% al 31%. Ma c’è di peggio: il 51% degli intervistati non si sentono solidali con gli altri paesi.

Detto in altro modo, la politica dell’UE ha portato a una marea di sfiducia reciproca, proprio ciò che avrebbe dovuto normalmente combattere. […] E’ dunque la credibilità generale dell’UE a essere in discussione, e si vede bene che le strategie discorsive utilizzate dagli europeisti saranno sempre meno efficaci.

Queste strategie si basano sulla delegittimazione delle opinioni negative, associate a categorie [di cittadini] considerate “scarsamente acculturate” e per ciò stesso incapaci di comprendere la portata del ruolo UE; e con l’attribuzione di questi risultati alle mere difficoltà generate dalla crisi. […]

Si nota subito la parentela del primo argomento con quelli del secolo XIX in favore del voto per censo. Le persone di reddito modesto, che in generale non hanno accesso a studi superiori, sono considerate intrinsecamente inadatte a giudicare un progetto presentato come “complesso”. Questa argomentazione in realtà non è che una razionalizzazione del corso antidemocratico preso dalla costruzione europea a partire dal 2005 [paternalismo].

Il secondo contiene una parte di verità. E’ chiaro che l’impatto della crisi ha modificato le preferenze degli individui. Ma questo argomento si ritorce contro i suoi autori: perché l’UE è stata incapace di proteggere i propri cittadini dalla crisi? In effetti, esso agisce come un rivelatore che mette in evidenza le carenze e i difetti dell’UE.

Resta un terzo argomento, utilizzato di quando in quando: l’Unione Europea ci avrebbe evitato il ritorno ai conflitti dei secoli precedenti.
Ciò è falso, tecnicamente e storicamente.
Tecnicamente, l’UE è stata incapace di impedire i conflitti dei Balcani, la cui soluzione si deve più alla NATO che all’UE.
Storicamente, i due maggiori eventi del secolo scorso – la riconciliazione franco-tedesca e la caduta del muro di Berlino – non sono affatto il risultato dell’Unione europea.

In effetti, e lo si vede bene oggi, con la politica attuale l’UE stimola il ritorno di odi antichi, sia tra Paesi (Grecia e Germania, ma anche Portogallo o Spagna e Germania) che all’interno di essi (Spagna, con i Paesi Baschi e la Catalogna, Belgio).

Questo fallimento di ordine simbolico è certamente il più grave a breve termine, perché attiene alla rappresentazione dei popoli. Se lo scacco economico e politico svela che l’UE ha il fiato corto, lo scacco simbolico evidenziato dagli ultimi sondaggi spalanca la strada ai radicalismi delle opinioni pubbliche a relativamente breve termine.

L’insegnamento che si può trarre dall’esaurirsi del progetto europeo.

Oggi è bene stabilire senza reticenze il bilancio di un progetto UE che ha fallito. Ciò non significa che ogni progetto europeo sia destinato al fallimento. Ma occorre uscire dall’identificazione dell’Europa con l’Unione Europea.
Si vede bene che certi paesi fuori UE hanno interesse ad un’Europa forte e prospera. Il caso di Russia e Cina salta agli occhi. La Russia, per di più, è essa stessa un paese europeo, anche se non unicamente tale. E’ dunque possibile pensare a un progetto europeo che integri tutta l’Europa, compresi i paesi che oggi non ne fanno parte e non vi aspirano. Ma a condizione di fare delle nazioni europee […] la base del progetto.

Questo progetto  dovrà essere costruito intorno a iniziative industriali, scientifiche e culturali il cui nocciolo iniziale potrà essere variabile, ma che esigono per esistere la messa in discussione di un certo numero di norme e regolamenti UE.
Più di ogni altra cosa, occorrerà procedere alla dissoluzione dell’Euro. Questa dissoluzione, se concertata tra tutti i paesi dell’eurozona, sarà essa stessa un atto europeo, e potrà dar luogo immediatamente a meccanismi di concertazione e coordinamento che permetteranno alle parità di cambio tra le monete nazionali di non fluttuare più in modo erratico ma in funzione dei parametri fondamentali delle economie.

Questa strada richiede coraggio, dal momento che i dirigenti attuali in numerosi paesi sono gli eredi diretti dei “padri fondatori” dell’Unione. Ma ogni eredità dev’essere superata, a un certo punto. Rifiutandosi, subentrerebbe una nuova fase storica di convulsioni violente, sia interne che esterne.

Se è vero che l’idea europea è portatrice di pace, perseguirla nella sua forma attuale non può che essere fonte di conflitti sempre più violenti.

Fonte: Jacques Sapir, Russeurope

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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3 risposte a Jacques Sapir – Europa: fine partita?

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. lupus.sine.fabula ha detto:

    Molto difficile in questo periodo soprattutto distinguere l’idealità di un’Europa unita (anche culturalmente) dall’idea ‘finanziaria/ economica’ (e negativa) che si sta diffondendo dell’Europa.
    Ha garantito benessere per un po’, ma forse non è che un’utopia. In parte concordo con il grafico, ma con alcuni distinguo, molto piccoli peraltro.
    Blog interessante…

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